Parte Prima – Capitolo 10

Avevamo quasi finito di sistemare il bancone, e già pensavamo ai prossimi lavori da fare. Mancava sempre poco, sempre poco, ma alla fine non si finiva mai. O almeno così sembrava. Mancavano alcuni parapetti e visto che dovevamo lavorarci comunque su, pensammo di costruire un piccolo controparapetto che potevamo alzare tanto quanto bastava per fare dei vasconi lungo tutto il perimetro della terrazza. Volevamo fare delle fioriere torno torno e piantare alcune palmette o delle bauganville. Crescendo, col tempo, avrebbero potuto ammantare le balaustre e scendere a mo’ di corona sugli angoli del palazzo e salutare il mare. Sciare sui fiori, giù dal tetto fino in spiaggia, nei giorni migliori.

Poi finito il bancone, erano rimaste alcune traverse in legno e decidemmo così di fare dei tavoli artigianali. A mano. Con martello e chiodi. Tavoli vibranti, su cui fare l’amore, sotto cui nascondersi dalla pioggia, da cui vedere le onde del mare stiracchiarsi intorpidite tra un’attesa e un’altra. Tavoli ideali su cui far colare la cera delle candele, su cui polverizzare incensi, tavoli perfetti su cui mischiare alcol e giorni di vita, a sacchi.

Ma mentre lavoravo sentivo tutti quei troppi strappi emotivi che avevano sorvolato con me gli Urali, oltre l’Himalaya, sino a quello scoglio sconosciuto d’isola, caldo, appiccicaticcio, schiavo d’amore sensuale, amante dei monsoni oceanici. Là, sulla rotta delle Indie Orientali. Ecco, mi sentivo come un capitano di una nave, sì, proprio sulla rotta delle Indie Orientali! Ma forse ero potenzialmente anche io un ladro e un assassino, qualcuno che non poteva rimanere dov’era cresciuto e che doveva nascondersi e cercare fortuna. Quanto poco romanticismo c’era in quel che fecero gli inglesi da queste parti! Non è così? Non ce n’era.

Luoghi-tornadi-d-energia, che tu preghi per restare vivo di notte, mentre fuori soffia la rabbia della Terra, e non sai chi invocare Gaia o Dio, non sai bene, e così bevi, cercando di dimenticare tutti i nomi, consapevole del fatto che tanto, il mattino si leverà sempre, in qualunque modo, anche e soprattutto, senza di te.

Troppe tensioni e troppi graffi sulla pelle, troppe notti insonni e troppe albe indelebili, partendo da Roma fino al terzo anello di Pechino, lungo il mostro portuale della commerciale Tianjin, verso il sud-est dove i reattori nucleari risucchiano le nuvole in nubi di grigio di Hangzhou, e ancora verso le strade brulicanti di deformi e sciatti straccioni a Zhengzhou. Tutte anime, sì, tutte morte! Viaggeremo oltre ogni strada del mondo, oltre ogni highway sessantasei e quando le gambe non ce la faranno più allora cammineremo con ginocchia e braccia, saremo bretelle spirituali tra uomini e uomini, tra città divise e città vicine. Che vi piaccia o no.

E quelle strade del mondo confluivano mischiandosi all’interno delle venature dei nostri legni, delle nostre traverse. Legni che mai avrebbero pensato di essere “quello scelto”, “legno eletto”, legno che crea bellezza, legno che guarda l’oceano da posizioni privilegiate, distanti solo spazio, ma non tempo. Fratello, questo lo sai? Accarezzare questo legno, sotto le dita, era come sfiorare una pelle di donna, nei posti più segreti e più sensibili. Vederne le venature fluire e confluire, con colori e voglie di spasmodici desideri, colori vibranti e diretti, rende redenti. Mentre fuori il mare aveva solo voglia di mare e l’Oceano Pacifico si mescolava caramente a se stesso  e si rigirava come nel suo letto al mattino riscaldandosi, guardando il sole. Qui che non ci sono gabbiani. Ma allora qual’è il mio presente? Sono ancora davanti quelle balaustre a scrutare attento il mare? Mentre le barche, rade, dei pescatori potevano andare e tornare lente, così, con la marea, portando tonni, squali, tartarughe.

“Bisogna pur mangiare! Noi mangiamo quel che peschiamo! Quel che ci dona il mare…” mi disse un giorno un pescatore mentre mi guardava dritto negli occhi, con i suoi occhi rossi, iniettati di sangue, strafatto di sole e di sale, di vento e di oppio, indicando con la testa nella direzione dell’acqua. Mi stava offrendo il frutto della sua fatica, della sua ansia di fallire, di non portare nulla a casa. Mi stava donando un pezzo della propria carne, un sacrificio maya: aveva catturato un delfino e lo mangiò con me. Non potevo rifiutare la sua sofferenza. Quella era caccia, quella era pesca, si chiamano vita! In quella crudezza si manifestavano connessioni ancestrali tra uomo e natura, tra vita e morte. E quando si esce dalla città, dalla civiltà e ci si depura da tutto il lordume che la società di massa ci butta addosso giorno dopo giorno, solo allora ce se ne rende pienamente conto. Mangiai quella carne di delfino come se fossi steso sull’altare del supplizio, come fossi un toro, in attesa della morte, sotto lo sguardo di Mitra. Noi che siamo tutti Mitra e tutti toro. Cannibali di noi stessi.

Comunque. Ci sono strappi nell’anima che rimangono latenti e che mai si rimarginano, né si possono ricucire. Non varrebbe la pena tentare, sono tagli insanabili. Tanto vale lasciare le ferite aperte. Far nascere larve dalla putrefazione e rinascere nuovamente. Forse proprio l’essere spacciati alla fine cura. Si chiama accettazione del male, accettazione del dolore. Accettare per superare con l’energia del bene il cambiamento spirituale di stato del male.

Noi questo facevamo trasportando legni marci, duri, sani, corti, larghi, spessi, lunghi. Legni umani, mentre Virgilio diceva a Dante “non ti curar di loro ma guarda e passa!”, come dei Cristo non potevamo neanche esser messi in croce perché i legni li avevamo usati tutti per fare il bancone. Eravamo troppo estasiati! Alcuni erano legni di bara, legni che avevano visto la marcescenza del corpo umano. Che avevano veduto l’anima andare via, decollare e ridere librandosi tra i rami degli alberi della spiaggia, confondendosi con la luce.

Non potevamo però usare proprio i pezzi di legno delle bare. Essi emanavano delle vaghe luminescenze giallo-verde d’energia. Avrebbero soffocato la gioia delle nostre bagorde notti, dei nostri amici e dei nostri clienti. Avrebbero invaso di morte la vita. Invece noi dovevamo invadere di vita la morte. A maggior gioia.

Sissignore, dovevamo appoggiarci sui nostri sogni di vita, appoggiati sulle balaustre fiorite, guardare il gancio in ferro pendere come uno strallo di prua di una nave a vela, immaginarci di dondolare fino alla fine del mondo, fino allo scadere del tempo. E noi questo facevamo. Come da istruzioni. Avevamo raggiunto la pace dei sensi attraverso il contatto con lo spirito della materia, lo spirito del luogo e lo spirito dell’Oceano Pacifico, con le sostanze di potere e le emozioni che la natura ci offriva. Quanta perfezione si rivela in questo modo!

Noi surfisti scivolavamo come spiriti, perché siamo spiriti, con le nostre tavole sotto braccio, tra i vicoli del villaggio, e questa scena si ripeteva all’infinito come una preghiera, come un mantra. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.

Quasi ci nascondevamo, non volevamo essere notati, a maggior libertà di tutti. Volevamo una libertà radicale, oltre ogni argine e regola. Sorprendendoci nel suo successo. Volevamo la libertà di chi rifiuta ogni sistema, ogni invadenza culturale, che rifiuta quella morsa allo stomaco. Quale morsa? Lo strappo che il visibile, l’ovvio, la percezione condivisa di atti sociali errati, crea in ognuno di noi, condizionando così la nostra vera vita, quella invisibile, interiore che si ripete infinitamente.

Solo così ci si può rendere conto di cosa combiniamo, dei guai che abbiamo commesso, delle sofferenze che abbiamo causato. Dovevo allontanarmi a squarciagola da chi pensavo di essere. Un ottimo metodo, per riuscire ad alienarsi da sé per me è stato lavorare i materiali. Ora et labora.

Ora, non rimaneva che sistemare le pareti interne del lounge bar. Bianco. Dovevamo fare tutto bianco. Avevamo anche pensato al blu, ma avrebbe cozzato troppo con i colori cangianti, multipli delle canne di bambù. Sanwa mi lasciava stare su questo, ero io il creativo, l’italiano. Decisamente colpa di Dolce&Gabbana. Mi mancava solamente un foulard attorno al collo, il bocchino in mano e avrei potuto, con la evvemoscia, impartire ordini creativi fingendomi omosessuale. Che oggi come oggi, al di là della bravura, se non lo ostenti, non hai successo. E guai a dire il contrario.

“DeLuFa, lo sai su questo hai carta bianca!” mi ripeteva Sange. Decisi per il bianco, coerentemente in sintonia con le sue parole.

Bisognava sistemare qualche parete prima, così preparai personalmente la malta. Avevo sempre desiderato farlo. Come un bambino sulla spiaggia. Presi il mio secchiello e la mia paletta, acqua quanto basta e cominciai a mantecarla, mantecarla per poi posarla. Volevo sperimentarne la pastosità, notare come andava a creare linee e curve, come si confaceva, come si adattava alle diverse inclinazioni delle superfici, degli angoli dei muri, delle colonne, del pavimento. Ero sporco, lordo, mi ci sarei coperto di malta. Avevo mani e piedi inzozzati e mi sentivo bene, ero un provetto creatore. Così si doveva esser sentito Dio dal lunedì al sabato. Solo che a Lui veniva meglio. Ma potevo ritenermi soddisfatto anch’io. Non c’è cosa migliore, sensazione più appagante per un uomo, di quella di far prender forma ai propri pensieri, sotto i propri occhi, tra le proprie mani. Un po’ come avviene per gli scultori, i pittori, i contadini, gli edili, gli alchimisti. I surfisti… sotto i piedi.

Il giorno in cui finimmo i lavori vi era pace. Era una splendida giornata d’inizio estate, ma quella calma faceva presagire tempeste lontane. I tifoni ormai si delineavano chiaramente all’orizzonte anche se non potevamo ancora vederli, potevamo percepirli. L’aria era carica di elettricità e una serenità che solo un’estate senza fine può donarti. Chiudendo gli occhi ancora adesso posso rivivere quella semplice imperturbabilità. Atarassiaportamivia.

Un leggero languore, sotterraneo, però mi ricordava sempre d’essere di passaggio, di non poter capire in fondo, di non essere ancora pronto, mi dava una leggera tensione. Paura di perdere qualcosa, quella sensazione divina di tonda realizzazione.

Dovevo in tutti i modi smettere di cercare una ragione a tutto.

Perché il troppo cercare spesso non mi rivelava un bel niente. Solo guai. Avevo bisogno di smettere di pretendere di capire. Rinunciare alla ricerca. Ci stavo provando. Per questo mi ero messo a fare malte e spostare travi di bare. Mi sporcavo le mani, per pulirmi l’anima. Ora il lavoro era finito. Ma addosso, e dentro, c’era ancora qualche macchia.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema!

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 10   

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 9

Calma.

La notte continuava come la notte precedente e come quella prima ancora, in un buio monumentale. Le stelle erano spettatrici di movimenti di carne umana e noi spettatori di corpi celesti.

Per un periodo, prima che finissimo i lavori, ci ritrovavamo presso un vecchio locale sulla spiaggia, aperto da un personaggio silenzioso. Un po’ obliquo. Si faceva chiamare DaHai (Grandemare). Grande mare non era del posto. Proveniva dall’estremo nord della Cina. Era un dongbeiren (cinese del nord ovest) così come venivano chiamati in maniera a volte un po’ dispregiativa i cinesi della sua zona. Zona estremamente fredda e povera, al confine con la Siberia e con la Mongolia. Là gli inverni potevano raggiungere quasi i cinquanta gradi sottozero. E l’unico modo per resistere a queste temperature era bere. Così bevevano tutti. Ma Grandemare no, lui non resisteva là, il solo bere non lo acquietava. Non poteva farcela. Doveva andarsene, scappare, anche senza niente in tasca, nessun soldo, nessun aiuto. Puro nulla.

Proveniva da una famiglia distrutta, genitori dispersi. Dahai era stato il primo ad arrivare a Houhai, non sapendolo, per avviare la creazione di una nuova Cina, basata sulla semplicità delle onde e sulla forza dell’oceano. Una nuova Cina fatta di silenzio, voluto, desiderato, agognato, sognato, mai imposto. Silenzio indotto da una costante e continuativa meditazione dinamica, assorto in un quotidiano gongfu surfistico, come prendere coscienza di sé, svuotando la propria coppa, in fiduciosa attesa della prossima mareggiata, della prossima occasione donata dalla vita.

GrandeMare alla fine si era sistemato proprio bene. Aveva la discesa diretta in spiaggia e, dalla sua posizione, poteva abbracciare con lo sguardo l’intera baia, lunga circa due chilometri a forma di falce di luna. Spesso lo potevi vedere, sdraiato, coi piedi appoggiati sulle funi a mo’ di ringhiera (che aveva fissato per evitare che qualcuno cadesse dalla sua terrazza). Stava là, solo, a guardare il mare in silenzio bevendo qualcosa. Aveva un’esplosione di tormenti che solo il mare poteva placare, Dahai.

Poi, da lì, si poteva vedere bene, sul lato sinistro, una zona militare. Inaccessibile. Un filo spinato impediva ai civili di addentrarsi a esplorare la giungla di quell’angolo di paradiso; dall’altra parte della spiaggia invece, simmetricamente opposta, verso sud, vi era invece una grande cava di pietra. Si potevano vedere luci e fuochi, fino a notte fonda. Erano camion e altre macchine da lavoro in continuo movimento che, nel buio, apparivano come puntini luminosi in un cielo basso. Non si poteva distinguere esattamente cosa fossero, ma si sapeva, tutti sapevano, che c’era un continuo operare.

Qualcuno viveva differenti esistenze, a pochi passi da noi. Esistenze connesse solo alla pietra del luogo. Scavavano la montagna, e, su grandi chiatte, navi abissali, grandi blocchi grigi venivano trasportati lontano. Via. Noi del posto potevamo facilmente riconoscerla quella pietra. La trovavamo tagliuzzata e diposta altrove in diverse parti dell’isola. Spesso il materiale era usato per costruire moli e banchine per l’attracco delle navi dei ricchi o per alzare il livello del fondale e creare barriere all’impetuosità di Nettuno.

Ogni tanto si sentiva qualche esplosione, anche a sera, con il buio. Bombardavano la montagna con la dinamite. Booooaaaaarghh!

Boati come squilli di telefono notturni, quando si dorme, trilli che si insinuano nei sogni da tutte le direzioni, svelando che in realtà c’è un’altra dimensione oltre quella del sogno. E non importa cosa stiamo sognando, se sognamo di essere vincenti giocatori di baseball, eroi vichinghi su navi draconiane, amanti focosi e insaziabili, guerrieri moribondi su un campo di battaglia, o impiegati in cioccolatinosi supermercati fatti di marzapane e oro; i boati ci ricordavano che un mondo, in sbattimento, insoddisfatto e in costruzione-distruzione, era lì fuori, al di là della nostra visuale, al di là del nostro monte, della nostra baia, delle nostre onde e delle nostre vite. Un mondo che non era mai sazio e che stava avanzando. Che avanza sempre portando, presto o tardi, sofferenza a tutti.

“Dai ma che dici? Facciamone un’altra Ajie!” dissi mentre osservavo il mio piede dondolare dal verde-blu dell’amaca e sbattere sul pavimento di tallone.

“E dai su! DeLuFa, una piccola però” mentre improvvisava sul suo malandato basso qualche giro tanto improbabile quanto indimenticabile.

“Questa è roba speciale, viene direttamente da Chengdu, sai cosa vuol dire, no?”.

L’avevo imparato. La marijuana sichuanese o dello Yunnan era una roba pazzesca. In conformità con le regole taoiste della regione apriva a un rilassamento e a una creatività senza eguali.

Una delle regioni in cui si espanse particolarmente il Taoismo era proprio il Sichuan, al confine sud ovest della Cina, vicino al Tibet, non lontano dall’India. Zona montuosa, boschiva, ricca di misteri e psichedelie in cui la spiritualità era profonda, anche solo nella stessa terra, nella Natura.

Dal Sichuan si potevano prendere tutte le direzioni possibili. Ci si poteva disperdere nel cuore dell’Asia con pochissime decine di ore di viaggio, pochi giorni nell’antichità.

Le strade proseguivano a nord a sud a est a ovest, in su, in giù, e volendo si poteva raggiungere “l’altra parte” in un batter d’occhio. Senza dubbio una terra mistica, in espansione continua. Colline silenziose, laghi cristallini, imponenti al nord vi erano i piedi dell’Himalaya. Erano stati sempre là guardando le genti accanirsi e cercando di stare al passo coi tempi, col progresso, riproducendosi esageratamente, come insetti. Locuste.

La Cina aveva tumulato il proprio passato negli ultimi decenni, in nome di un grande balzo economico che ci sta tutt’ora portando all’autodistruzione mondiale. Eh già!

“Ma come facevi a stare a Chengdu, come resistevi poi quando tornavi a casa a ChongQing? Non ti sentivi mancare l’aria? Tutta quella gente, tutte quelle macchine, quei coglioni che si muovo inconsapevoli come piccoli robot a batteria sanguigna!” chiesi mentre Ajie cacciava dalle sue tasche tutto l’occorrente per una rollare nuova trella. Mi guardava assorto.

“Infatti non resistevo. Sono scappato appena ho potuto, poi la strada mi ha portato sino a qui, a incontrare un laowai con la faccia da schiaffi come la tua, era destino! No?”

“Idiota!” dissi ridendo.

“Ah ah ah, DeLuFa, l’italiano, il Marco Polo del duemila. Ma cosa sei venuto a fare tu (enfatizzando) in Cina? Ma non te ne potevi restare in Italia, a casa tua? Tutti vogliono scappare da qui, tutti vogliono andare in America, in Australia, in Canada o in Europa e… invece tu che fai? Scappi da lì per venire in Cina? Non è mica tanto normale…”

“Dai lo sai, era destino, ero predestinato. Yuanfen! (destino), dite voi cinesi, no? Pensa quando stavo a Pechino o a Tianjin allora! Sono stati anni incredibili, nel cercare vita sotto la coltre oscura dell’animo frantumato della società moderna cinese. E chi meglio di te lo sa! Ma se sei attento, se non vivi come se non vivessi, anche da non cinese si può vedere benissimo che ormai… lo sai sì ? …vi state annientando, anzi lo avete già fatto, fratello! Tu sei fortunato, non hai nulla da annientare o di annientabile! Sei intoccabile tu!”

“Ma quanto ti piace parlare a te…”

“Senti questa va!” dissi strimpellando con una chitarretta da viaggio un giro in B minore e Ajie continuava a girare la trella e ascoltava, e annuiva quando gli piaceva qualcosa sorridendo. Ogni tanto. Mi guardava con il suo fare ironico e beffardo, senza dire nulla. Troppe parole erano veramente superflue.

La Cina aveva ucciso la propria filosofia, la propria arte, la propria spiritualità. Il ventre dei cinesi si stavano gonfiando, i fegati spappolando. Fiumi di grappa, fiumi di Chivas e di vini d’importazione stavano inondando i loro corpi vuoti. Manager, avvocati, governatori, tutti in una spasmodica ricerca di potere, denaro e gloria. Tutti cercavano una rivincita personale. Semplici verità davanti agli occhi di tutti e tutti che stavano zitti e si appecoronavano. Di qua e di là.

Se andrai mai in Cina o se ci hai vissuto, se ci sei oggi che stai leggendo questo libro che hai in mano, allora dovresti saper bene, anche meglio di me, quel che vado dicendo. Come sia facile vedere donne, vecchi e bambini, in pericolo, in difficoltà infernali, negli angoli di città , e nessuno, nessuno, nessuno tende loro una mano. La stessa cosa avviene negli altri Paesi del mondo, ma in Cina, oh in Cina, la gente muore per strada nel disinteresse più totale. Non si ha tempo, non si hanno occhi, non si ha più un’anima.

In una città come Sanya poi, la capitale del lusso, la Miami della Cina, la gente appare ancora più distratta dalla morte. Spiritualmente morta. Le persone sono atomizzate, divise e frammentate. Come se l’anima stessa fosse materiale, per loro, ancor più facile da corrompere! Sono sempre alla ricerca di una qualche altra cosa, sempre qualche altra cosa, qualche novità purché non abbia nulla a che fare con la natura più profonda dell’uomo. Scimmie-anime-scheletro con il telefonino.

Per questo decisi me ne andai in un villaggio, dove i valori, i loro valori, quelli dell’appiattimento al silicio, stentavano ancora ad arrivare. Evidentemente ancora non avevano individuato bene la posizione di Houhai. Ma lo avrebbero scoperto presto.

Sanya, che dovete immaginare come tutte le altre città tropicali della zona, è una specie di avamposto sino-vietnamita, muro di confine tra il governo cinese, le mafie e i narcotrafficanti del sudest asiatico. Un paradiso del malaffare e del sesso. Yachts e zattere di pescatori ovunque che navigano tra mutande, champagne, e vino francese. Vive la France! Una Miami asiatica rampante, dove tutti i criminali, i ricchi e i potenti della zona si trovavano per qualche giorno, con famiglia o cone le amanti, e dove apparivano i più loschi individui da tutto il continente. Dalla Russia, dalla Cina, dalla Thailandia e chissà da dove altro ancora.

Si riunivano nei ristoranti o negli alberghi, nei migliori locali del centro o sopra le loro barche. A Sanya anche io ho portato per la prima volta una barca a vela! La mia prima esperienza di navigazione, per la prima volta ho preso il timone e scavallato le onde lunghe dell’oceano pacifico, andando a sud sempre più a sud. Sensazione indimenticabile!

Eppure mi sentivo un outsider anche là, anche ad Hainan, così come a Roma.

Camminavo e cammino per strada non riconoscendo la gente, il perché dei modi e dei luoghi. E non immagino di potermi mai più abituare ex novo agli abiti occidentali, a un lavoro o a una famiglia, a un mutuo o a una pensione, a un dente in meno o a un giorno di vita in più. Sono un sognatore, credo che ancora, che qualcosa possa cambiare, che sia ancora possibile influenzarsi positivamente per un mondo migliore. E per cambiare dovremmo forse ritrovarci quotidianamente sulle metropolitane, per le strade, nei mercati, o nelle banche, nelle stazioni postali, o agli incroci dei semafori e abbracciarci senza parlare. Come vecchi amici che non s’incontrano da tanti anni. Dovremmo fare questo. Forse l’unico modo per risollevare le nostri sorti umane. Magia del tocco. Pranoterapia sociale. Ma chi mai lo farà? E anche tu che sei seduta o seduto in metropolitana e che leggi queste due righe, anche tu hai un sogno – lo so, lo sai – e che cosa fai? Devi perseguirlo, così come facevamo noi, nel nostro villaggio, nonostante tutto. Un sogno comune, un sogno in comune. Espressione di sé. Ora alzati e abbracciamoci, che non c’è tempo.

“Wow, questa roba è grandiosa, Ajie!” mentre tossivo.

“Sì fratello! Te l’avevo detto!”

“Sì ma non pensavo fino a questo punto, Ginociccio!”

“Ah ah ah, senti ma questa chitarretta chi te l’ha data?” chiese così dal nulla.

“Jiya! L’ha portata da Hohhot, dopo il suo ultimo viaggio a casa. È una Martin!”

“Sì e io sono Biancaneve!”

“Che vuoi dire ?”

“Che se te l’ha portata lui è probabilmente falsa! Non è originale! Non può esserlo! Ti pare che Jiya possa permettersi di comprare una Martin originale per tuo compleanno? E chi sei? Sua madre? Che fai ci scopi con Jiya che ti fa di questi regali? Di’ la verità, DeLuFaaaa!”

“Maccheddici!! Ma sei scemo? Tu piuttosto!! E comunque anche se non è originale suona bene e questo è quel che conta. Poi non possiamo essere sicuri che non lo sia, e poi sai che ti dico, a caval donato non si guarda in bocca! È pur sempre un regalo fatto di cuore, gliel’ho visto negli occhi quando me l’ha data! Tiè, fuma va!”

Espirai nuvole sulla terrazza. Sembravano prender forma di dragoni di vento al vento.

“Stasera dobbiamo scrivere una canzone – ripresi subito a dire mentre lui fumava- la chiameremo Guniang (ragazza) !”

“Sono tuned in, lo sai! Quando vuoi” rispose.

Continuammo a suonare e a fumare fino a quel punto del tempo che si ferma in estasi e si ripete, e tu stai lì a guardarlo e lui ti guarda,  e che esiste e che vibra in ogni istante e in ogni attimo. Anche ora. Anche qui.

“Guniang wo hen xiang ni, guniang, ni shi wode guniang ni shi wo de guniang!”. (Ragazza, mi manchi, ragazza, tu sei mia, sei la mia ragazza!)

Il canto poi si spense nella notte immobile.

 

Scarica il PDF liberamente. Stampalo. Ecco la tua copia, Gratis!

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima Capitolo 9

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 7

Avevamo trovato le corde di canapa. Grondavo gioia.

Dare forma alle proprie immagini mentali, creare con la materia quello che si era solo immaginato prima era per me la più grande soddisfazione.

“De Lu Faaaaaa” gridava Sange per divertimento e per darmi la carica.

“Secondo te, Sange, dovremmo fare i nodi così o in quest’altro modo?” chiesi tutto coperto di polvere di bambù e di sudore appiccicaticcio mentre cercavo il modo migliore per intrecciare la canapa attorno alle canne di bambù.

Il calore specialmente in alcuni mesi dell’anno era quasi insopportabile, anche per me che amo il caldo tropicale, sicuramente il caldo il più sexy del pianeta. L’aria si faceva immobile di succosa umidità. L’aria non era aria, ma acqua satura d’ossigeno che si espandeva. Fosse stata ancora un po’ più umida avremmo visto i pesci volare, camminare sulla terra ferma, con cappello e bastone, e cantare Under Pressure. Avrebbero potuto assorbire ossigeno direttamente da questo nuovo suo stato, come faceva Bowie.

Io avevo sempre un bel costume a righe, capelli indietro, muscoli in tiro ed energia da svendere. Un vulcanico uomo trentenne sulla soglia del suo non so cosa, ignaro di tutto, slanciato verso le stelle. Anche se delle stelle si sa, noi non vediamo che un chiarore passato, un’ombra oscura, qualche scia luminosa.

“Mah, non so, potremmo provare in questo modo”, mi mostrò Sanwa, cercando di fare qualche nodo da marinaio senza aver mai veleggiato.

Le corde di canapa sono dure all’intreccio, alla lunga ti fanno male le dita. Sono fatte di un materiale semplice e molto antico. Bisogna saperle apprezzare. Bisogna trovare la giusta intenzione. Come se l’intreccio dipendesse molto anche dal respiro e dal rilassamento di chi le lavora.

Stavamo giorni e giorni a intrecciare bambù con canapa, come due artigiani – anche se non posso definirmi tale, ma anche gli artigiani sono artisti! – . Volevamo finire quanto prima quel lavoro di legatura per passare poi alla prossima rifinitura, al prossimo dettaglio. Quanto cari mi furono quei muri! Belli, densi come una notte primaverile dopo anni di tempesta. Dentro le canne del bambù si saranno poi anche annidate anime e stelle. Rinchiuse – attenzione! – non intrappolate. Nascoste, non addormentate. Desiderose di scandagliare ogni angolo di quelle tubazioni, come organi secolari. Eppure semplici tubi naturali, semplice bambù. Nato d’acqua.

Andavamo piano piano condensando una volontà che non era di mercato né di sola bellezza. Non potevamo creare il bello cercando di volerlo. Non ne saremmo mai stati all’altezza. Ma si condensava una volontà di vita, in fibrose canne verdi gialle e marroni. Gioiosamente. E molti amici ci venivano a trovare sganasciandosi dalle risate per il nostro lavorare folle.

La segatura del bambù, quando li tagli, vola pesante e leggera, i corpuscoli si
insinuano nell’aria creando colori felici nella luce come una taverna fantastica.

Al tramonto poi è commovente lavorare il bambù. Come bere un tè, non troppo caldo, non troppo freddo, in silenzio e perdersi negli occhi di un caro amico e di un ricordo delicato e lontano, e questi corpuscoli che volano ga ga ga ga kiu kiu kiu felici.

Un ricordo a cui il pensiero dà presenza, nel momento che dura e dura e dura ancora dura; non solo là ma anche sulla terrazza della psichedelico-casa del primo piano, sotto il promontorio, dove i fantasmi dei bimbi morti non ci disturbavano, anzi s’incuriosivano della nostra presenza ingenua. Ignari cercatori che cercavano solo il modo di comunicare al meglio la bellezza in un vento di corpuscoli colorati ga ga ga ga kiu kiu kiu kiu felici!

E noi continuavamo a tagliare a intrecciare.

“Dai, dai che non ne mancano poi così tanti Sanwa!” lo incoraggiavo. Asciugandomi il sudore con il mio braccio polverosamente peloso.

“Sì, dai, ce l’abbiamo quasi fatta! Ma dopo questo muro, sia chiaro, sopra cerchiamo di fare qualcosa di più semplice, va bene DeLuFa? Niente spaghi e niente incannucciati di bambù! Non farmi altre sorprese, ok?”

“Ok.”.

Non fu così. Come temeva. Ga ga ga.

Finita la nostra missione giornaliera a base di bambù, andammo a cena. Oh quanto erano poderose le nostre cene sichuanesi! Lungo la via principale del paese vi erano tre quattro ristorantini locali, ma noi andavamo perlopiù sempre allo stesso. Non era niente di più di una stamberga familiare, una grande stanza allungata, un patio e quattro tavoli circolari e ben due frigoriferi strapieni di alcol. Ah, avevano anche un patio retrostante che incorniciava le nostre possibilità di gaudio, ma non so perché, là, non andavamo mai. Il proprietario era un panzone piazzato e sorridente. Un tipo allegro, e talvolta si poteva incontrare anche lui fare surf giù alla spiaggia. Lo riconoscevamo anche da lontano per via del bombato profilo rinascimentale. Mi scordavo sempre il suo nome e si vede, non l’ho scritto, anche perché tutti lo chiamavano semplicemente Laoban (capo). Così facevo io. Un appellativo comune che si usa per tutti i capi in tutti contesti lavorativi in Cina. Tant’è. Sul patio i tavoli erano sbilenchi, non si reggevano in piedi bene da soli, specialmente se dovevano reggere il peso degli ubriachi che si appoggiavano sopra farneticando storie. Si poteva assistere a spettacoli serali senza biglietto e senza esclusione di colpi di scena. Personaggi improbabili che probabilmente sarebbero riapparsi per nuove serate si alternavano sul palcoscenico del “Sichuanese” (nessun nome per il ristorante, tutti lo chiamavano così. Faceva cucina sichuanese del resto). La chiarezza batte la fantasia quando si ha fame! I pilastri della tettoia, in ferro laccato nero facevano cornice e siparietto a tutto. I loro angoli erano già mezzi arrugginiti e ovunque spuntavano i primi stickers surfistici, alcuni anche vagamente rivoluzionari. Un nuovo sole stava per sorgere in Cina. Già, e chi ci credeva? Noi sì. I primi marchi, cominciavano a fare capolino facendosi largo e facendo cultura. Là dove ancora non c’era nulla di simile, volevamo instillare l’amore per la libertà attraverso il surfing e la vita da spiaggia.

La Cina non era infatti mai stato un paese balneare, nonostante i suoi ben
quattordicimilacinquecento chilometri – ripeto quattordicimilacinquecentochilometri! – , di costa bagnata dall’Oceano Pacifico.

Ma da poco tempo gli houhainesi avevano cominciato a fare l’abitudine a queste tavole colorate, di ogni forma e dimensione. Tavole fornite di mannaie appuntite (le pinne) che, alcuni forestieri e qualche timido cinese, portavano in giro tutti bagnati, con sorrisi a quattrocento denti ciaffettando i piedi nudi nelle pozzanghere del villaggio.

I primi marchi ad arrivare furono Santa Cruz, Mescaline e poi c’era Chinasurfreport, un webmagazine che gestivo in solitaria per la promozione del surf in Cina. Che follia! La prima “rivista” online di surf della Cina. Ma erano giorni entusiasmanti per tutti! Decine e decine di altri brand nazionali, specialmente di skaters, cominciarono ad apparire sui muri del paese e, piano piano, su quelli di tutte le città. Nel nostro caso nei corner dei ristoranti-bettola e nei bagni dei pub, e anche sopra la tazza. Nanshan (Montagna del sud), era uno dei più rivoluzionari gruppi di skaters cinesi, fondato da un visionario Liu Bao, e si espandeva bene. Erano rigogliosamente folli e non ce la facevano più ai soprusi sociali. Venivano da Xi’an, la città del famoso esercito di terracotta, la tomba del grande primo imperatore della Cina, QingShiHuang. Tutti questi brand cercavano di avviare una vera rivoluzione culturale pacifica. La rivoluzione del surf. Anche se… a dire il vero, nell’antichità, i cinesi conoscevano già
l’ebbrezza di cavalcare le onde. Lo chiamavano Nongchao (usare la marea), ne parla anche Li Yi, già ai tempi dell’epoca Tang. Cosa facevano esattamente questi avanguardisti orientali? Cavalcavano le grandi onde del fiume Qiangtang, che passa per Hangzhou, ma non usando tavole da surf, bensì tronchi leggermente smussati ai lati. Le prime primordiali tavole da surf-canoe! Incredibile, no?! Quindi scoprimmo in Cina che il surf non era solamente un primato hawaiiano. Anche nell’oscurità cinese qualcuno aveva osato cavalcare masse d’acqua. Però, a differenza di come andò poi a finire a Waikiki, l’imperatore cinese ben presto vietò il Nongchao, ufficialmente perché ritenuto pericoloso. Ma dai, non siamo ridicoli! Da quando in quando il sovrano, di una nazione, di oggi come di ieri, tiene veramente così ansiosamente alla salute e alla vita dei propri sudditi? Tanto poi da vietare loro un’attività ludica e spirituale come quella del Nongchao! L’imperatore aveva probabilmente paura che il popolo potesse distrarsi e affrancarsi spiritualmente dal lavoro dei campi, produrre meno. Il popolo doveva lavorare, sudare, produrre produrre produrre. Come richiesto oggi e da sempre dovuto. Il popolo no! Non può evolversi spiritualmente, se non nei modi e nei luoghi previsti dal credo ufficiale di ogni civiltà . Il Popolo deve rimanere prigioniero della produttività e del progresso in onore del Re.

Sì, ma cosa c’entravamo poi noi in tutto questo?

Cercavo d’immaginarmi un altro quando, un’altra epoca, mentre guardavo attorno la scena, mentre aspettavo che il panzuto Laoban venisse a prendere l’ordinazione. E pensavo come sarebbe stato utile liberare la Cina dalla morsa del capitalismo esasperante, un capitalismo mascherato da comunismo, in cui la fratellanza finiva lì dove cominciava il tornaconto personale e dove gli zeri veramente valevano tanto, troppo. Se pensate che troppo da noi sia troppo, be’ non lo è ancora abbastanza! Liberare la Cina, voleva dire anche liberare l’Occidente. In un’ottica di connessioni. E
il surf era il nostro cavallo di Troia. E sempre di mare si tratta.

Oh! Finalmente si poteva ordinare da mangiare! Arrivò il Capo.

Ni hao, DeLuFa, non ti ho visto oggi in mare! Come mai?” ruppe le acque preparandosi matita e blocknotes.

“Ei Capo! Hai ragione, ma sai, io e Sanwa stiamo cercando di portare avanti il lavoro più velocemente e le onde non erano delle migliori oggi, almeno quando sono andato a controllare prima…” risposi guardando il menu. Un foglio ingiallito dal sole, senza figure. (se non sapevi il cinese eri fottuto, fratello!).

“Mmmm – annuì finendo di girare le ultime pagine del suo quadernino minuscolo su cui sembravano esserci anche dei disegnini – Allora, che cosa prendete?” disse pronto. “A me, del maladoufu (toufu piccante) con del riso, e un bel piatto di jiucai (erba cipollina) alla piastra come la fai tu! Prendo anche due bottiglie di Haimagong, e due lattine di succodi cocco” quello volevo… delizioso.

“Ok, serviti pure per l’alcol. L’haimagong lo abbiamo spostato ieri sera, sta nel frigo di sinistra!” Mi alzai di scatto assetato com’ero.

Haode, wo kan dao le! (va bene, l’ho visto) grazie!”. Era sempre alla temperatura perfetta! Sange volle come al solito la carne di maiale, adorava mangiare lo huiguorou, melanzane a tocchettini e riso.

Prima di arrivare ad Hainan non avevo mai sentito parlare di tanti tipi di liquori e distillati, di tanti tipi di piante. Avete mai provato a bere latte di cocco mischiato a liquore di cavalluccio marino? Un gusto assolutamente pazzesco da far uscire di testa! Spesso le serate finivano o cominciavano prima del previsto proprio grazie all’influsso alcolico dei cavallucci marini misti al cocco! Che sbronze passesche sotto luci cinesi, in locali cinesi, assieme a cinesi bevendo bevande cinesi. Ma i cavallucci marini no, non erano cinesi. Pare venissero dal Giappone.

Riben gui” (diavoli giapponesi) così li chiamavano spesso. Diavoli giapponesi.

Lo stupro di Nanchino, e non solo quello, non era mai stato digerito del tutto, e i cinesi non dimenticano.

I bambini e i vecchi non dormivano mai ad Houhai. Certo non erano neanche apparentemente mai troppo svegli. In relazione al nostro modo d’intendere una persona sveglia, vispa d’intelletto. Qual era il loro miglior passatempo? Il dolce far nulla. Starsene seduti ore e ore, giorni, mesi, presumo interi anni a guardare spiriti passare davanti le loro case. Che solo loro potevano vedere coi loro occhi allenati.

Forse che invece siamo noi i fantasmi di una dimensione in cui quelli che noi consideriamo spiriti sono in realtà viventi? Sulle entrate delle case, cos ìcome dei ristoranti, c’erano dei piccoli amuleti, come piccoli orologi da muro, esagonali, con trigrammi su ogni lato e uno specchio al centro o tanti specchi concentrici rifrangenti i raggi del sole e, di notte, della luna.

Amuleti per allontanare i demoni, spiriti maligni, o forse noi stranieri, o forse il partito, forse qualcosa di ancora peggiore. Chissà, magari il cambiamento.

“AAAAAAAAAAA dai Sanwa ganbei! ganbei ganbei!” (salute salute salute)

“Ganbei DeLuFa, al nostro prossimo locale!”

“Alla nostra DI-MEN-SIO-NE! Non è un locale è una DI-MEN-SIO-NE! S,ì perché noi siamo diversi Sanwa, non te lo dimenticare mai. Siamo magici! Abbiamo creato, stiamo creando qualcosa che non aveva mai fatto nessuno qui nei tempi dei tempi e che mai rifarà mai nessuno più! O non così!”

“Nei tempi dei tempi…” bisbigliò Sanwa portandosi alla bocca un altro bicchierino, “Sei proprio sciroccato, è solamente un locale…”

Zai shuo yi bian!?” (ridillo ancora!?) intimandogli scherzosamente a brutto muso di fare chissà che.

“ ok ok è una DI-MEN-SIO-NE! Hai ragione tu!”

“Meglio! È così , esattamente come dev’essere”

Ganbei”.

Ganbei”.

Continuavamo a bere scoppiando di tanto in tanto in fragorose risate, come bambini sul dorso di cavalli a dondolo volanti. Cavalli che potevano non solo andare avanti e indietro, ma che potevano mostrarci viaggi meravigliosi, che potevano andare oltre la magia.

“LLLLAOOBBANNN! Il conto, grazie!” gridò Sanwa.

“Arrivaaaaa!” rispose mentre finiva di sistemare alcuni piatti e alcuni bicchieri sporchi. Pagava sempre Sanwa.

Dopo mangiato c’incamminammo verso est, in direzione dei locali, dei due tre semplici localetti, nella fitta oscurità della baia. Le linee sulla via erano come pennellate d’oro sotto la luna. Non ricordo nessuna luna hainanese più piccola della grandezza di una noce. Erano gigantesche! Prendete una noce e mettetela tra voi e la luna. Vedrete che la luna occidentale, cittadina inbombettata, non è mai più grande di una noce. Ma a Houhai, oh a Houhai, la luna era enorme! Ci potevi anche quasi aprire le noci sbattendogliele addosso, le potevi spaccare in due, frantumare, e questo solo con la luce lunare. Poi l’aria calda si infiltrava tra i profumi, come una panna accogliente, e le gambe alleggerite dall’alcol potevano camminare fino oltre la spiaggia e la scogliera. Semplicemente per osservare l’infinito. E lo facevamo spesso e non ci tradiva mai lui, lui era sempre lì, l’infinito.

Il giorno dopo, come ogni giorno dopo, mi svegliavo presto. Le onde chiamavano. Erano sempre pronte prima di me. Alba dopo alba, tramonto dopo tramonto, mareggiata dopo mareggiata. D’altronde vivendo sulla spiaggia non ci si può esimere dall’addormentarsi col ruggire del mare e con lo scrociare dei diluvi. Quando le onde erano veramente grandi mi svegliavo dal fragore sin dentro le orecchie. Il suono lanciava coltelli contro le finestre. Così non restava che ficcarsi la licra per ripararsi dal sole, ficcarsi il cappello e via in acqua, lungo la scala di sabbia color sabbia.

Le nostre session non erano mai da sfinimento. Non ci strafogavamo mai di onde perché erano abbondanti, onnipresenti. Preferivo di solito, uscire dall’acqua un poco prima della distruzione totale. Volevo lasciarmi dentro un languore, dolce, un più grande desiderio per la session seguente.

Bella la vita ad Hainan! Sapevamo tutto, perché non c’era niente da sapere. Né volevamo fare più del dovuto. La nostra era pura commemorazione, una preghiera continua. E stavamo finendo il locale, in una saggezza contemplante, una calma come quella di agosto a Roma, quando a mezzogiorno e mezzo, nell’ora più calda, non c’è nessuno per strada. Questa era la dimensione del nostro cuore. Ricolmo di calma e staticità di desideri. Avevamo tutto. Nulla di più destabilizzante di un mezzogiorno e mezzo nel cuore.

 

Scarica il PDF e stampa gratuitamente la copia del tuo libro.

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 7

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 3.2

“Vieni DeLuFa, andiamo a vedere dentro, c’è tutto un terrazzo che dà verso l’interno, voglio mostrartelo, vorrei sapere cosa ne pensi” disse Sanwa, in tono pacato, invitandomi con le mani a entrare nella porta alle mie spalle.

Lasciammo il pianerottolo, entrando nell’appartamento.

Vi era un salone con una camera e un bagno interno. E poi un grande terrazzo che dominava i palazzi circostanti. Una scala di ferro blu conduceva al superattico. Un terrazzo, il più alto del paese, che dava su tutta la Baia dell’Imperatrice.

Eravamo pronti a esser lanciati in orbita da quella altezza. Da quell’angolo di mondo potevamo controllare il creato, come dal cuore delle piramidi i faraoni. Eravamo connessi. Immobili e fluttuanti. Connessi con tutte le specie animali, con l’anima del mondo. Si poteva vedere, prestando attenzione, un raggio di luce innalzarsi verso il cielo e sparire al di là delle nuvole, su e sempre più su, attraverso la via lattea verso l’infinito, fuori dalla nostra galassia. Quella piattaforma era come una radioricetrasmittente, e noi i navigator che ne governavano il codice. Eravamo in possesso del segreto. Ma non ce ne rendevamo conto, ci guardavamo attorno, entusiasti della visuale e dubbiosi su tutto ciò che era circostanziale.

Poteva andare bene quella location per la nostra attività?

Questo pensavamo. Sentivo di sì.

Senza dubbio nella mente di Sange, i primi pensieri non erano certo le interconnessioni planetarie e galattiche, l’energia che sviluppava la simmetria dell’edificio, la sua posizione energetica in connessione con i nostri poteri extrasensoriali. Lui voleva rientrare quanto prima del capitale investito e far girare la macchina il più velocemente possibile. Return on investment. Cominciare. Ingranare. Contare la grana. Potersi permettere di più. Di più di più.

Comprensibile, ma in un certo qual modo, da quel momento lui aveva anche a che fare con me. Con il suo imprevisto.

Lo guardavo, intendevo, non mi preoccupavo e sorridevo.

Volevo convogliare tutta l’energia possibile e trasferirla nell’etere. Fuorviare il volo degli aeroplani e influenzare quello dei uccelli.

Dal balcone superiore si poteva vedere la baia intera, davanti in prima fila c’erano solo alcune palazzine basse, adibite a piccoli ostelli, a surfhouse, alcune erano abitazioni private. C’era, come detto, anche la mia. La spiaggia, lunga un paio di chilometri, divideva la prima striscia di case da una natura incontaminata, un mare vivo e terribile. La corrente, specialmente durante i giorni di mare grosso, era micidiale. Non poche persone erano state risucchiate e risputate morte dall’Imperatrice, che come tutte le imperatrici cinesi, era vorace e assassina. Cixi non ha mai perdonato, e fa paura anche solo la sua memoria.

Sulla sinistra un masso, enorme, alto forse otto metri, divideva la linea immaginaria delle acque sicure con il mare aperto.

“Ricordo un enorme tifone, non so dire esattamente in che anno, forse ventanni fa… le onde superavano la roccia… erano terrificanti, forse dieci metri o più e noi tremavano al sol pensiero di trovarci a pochi metri dal punto d’urto… ma la mia casa era qui. Noi ne eravamo legati, ancoràti. Niente ci avrebbe staccato da questa spiaggia”. Così un anziano del villaggio, un mezzo uomo di potenza locale, ci raccontava, tra le sue tante storie, nell’afa serale.

In alcuni periodi dell’anno poi, le sere si facevano uggiose. L’umidità entrava come un serpente e s’insinuava ovunque. Bellissimo era allora passeggiare sulla spiaggia con l’oscurità, attraversare la baia fino all’altro lato, fino al buio più totale.

Il vecchio conosceva gli agenti atmosferici, il vento, l’oceano e il volo degli uccelli. Li manipolava quasi fossero oggetti nelle sue tasche. Sapeva curare con l’impressione delle mani malattie e dolori, aveva una conoscenza approfondita del corpo umano, dal punto di vista energetico. Eppure era solo un vecchio, con due cataratte fastidiose e un sorriso sdentato e arrossato. Aveva mangiato troppe binglang in gioventù e ancora ne mangiava. (la binglang è un frutto locale stimolante, energizzante, inebriante che, tradizionalmente, i locali masticano di continuo per succhiarne il succo rossastro. Per questo gli hainanesi hanno denti e lingue rosse e si possono vedere a terra, ovunque, a Sanya o nei paesi, una miriade di macchie rosse. I loro sputi. Miró style.)

Noi spesso ci ritrovavamo vicino a lui per sentirci raccontare storie di spiriti vaganti, leggende popolari, antiche. Nella bonaccia oscura della notte d’oriente.

Sembrava quasi di poter sentire il sospiro, il respiro degl spiriti vagare, lì a pochi passi da noi, nella nebbia. Percepivamo il loro volo sulla sabbia, tra le piante e la macchia bassa, tra lo stramonio e le palme inclinate dal vento.

Il mare qui non ha mai risparmiato la vita a chi ha dovuto strappare alla vita. Bambini innocenti, pronti ad affrontare il proprio destino, si sono abbandonati alle acque della baia e hanno lasciato entrare il sale nei polmoni. Hanno lasciato la corrente entrare nelle coronarie, si sono lasciati alla possenza delle onde, del vento e di quel mare, tra tutti i mari. Hanno navigato i loro spiriti in queste circostanze marine, giù , prima di sentirsi i polmoni totalmente invasi di liquido, e hanno visto con occhi vitrei nel buio dell’acqua notturna la morte. Hanno visto che li guardavamo dal futuro e sono rimasti incastrati, senza poter andar via. Visioni d’altri tempi-luogo, notti stellate d’Oriente, barlumi di stelle da sotto, dal di sotto, dalle profondità del mare.

Compagni di notti scalze

camminando su spiagge tropicali

a Sud, dove il Nord

non ha mai avuto il coraggio d’andare.

Dove la battigia rispende

i raggi lunari incandescenti

nascondono movenze, danze notturne.

Compagni di notti scalze nel Sud,

dove siete andati a finire?

Dove siete andati a finire?

Compagni!

I miei piedi sono ancora scalzi

e il mare ruggisce ancora

al mio tetro passaggio!

“Shhhhhh! Non far rumore! – continuava il vecchio – Se ascolti bene si sente. Shhhhhhh! Non senti? Sì! Sì! Si può sentire, specialmente nelle notti umide d’estate, quando la nebbia si abbassa e ricopre la baia, quando non si vede più la cava di pietra laggiù, si sente ancora a volte vicino, a volte lontano, il grido d’aiuto del fanciullo morto! Non senti? – Aiuto! Aiuto! Aiuto! – E a volte lui ti passa dietro l’orecchio come una leggera brezza nella notte, senza moto. Ti tremano le ossa, se sai di cosa sto parlando… e quel brivido che senti dentro è proprio lui che cerca un po’ di calore, nel tuo sangue!”. Così ci raccontava il vecchio del villaggio, mentre guardava a largo il mare, con occhi vitrei, occhi di cieco. E lui sapeva. Lui conosceva la magia dietro tutto.

Camminava lentamente e dolce tra le viuzze e le serrate scorciatoie tra le casupole del villaggio. Conosceva ogni candela su ogni davanzale e sugli altari. Sapeva ogni icona posta su ogni muro, ogni arbusto e fiore di ogni balcone e ogni angolo di muro. Saltellava agile, seppure avanti con gli anni, come uno sciamano nella foresta. Indirizzava le anime ai funerali, consolava i vivi, ignari del come e del vero dolore. Passavamo nottate, così ad ascoltare. Cercando di carpire i segni e i sensi che lui voleva, e poteva, comunicare.

Era di fisico modesto, corporatura dura, ma sinuosa. Capelli ispidi e radi al centro, occhi chiari, scavati dentro, da molto dentro. Piedi grandi, larghi, lunghi, senza peli, altrimenti avrebbe potuto essere un hobbit. I denti, tutti presenti, erano sempre pronti a mordere il pesce crudo, dal sangue bianco.

Continuavamo il giro di ricognizione all’interno della palazzina.

Lo spazio avantistante la scala, quella che portava al piano di sopra, al superatticissimo terrazzo d’osservazione astronomica, poteva essere utilizzato come pub senza ombra di dubbio. La tettoia era larga abbastanza per coprire il bancone, ma dovevamo allargarla un po’ per l’arrivo dei tifoni, altrimenti si sarebbe bruciata tutta l’apparecchiatura elettrica che avremmo messo sotto. Perché quando diluvia ad Hainan, Dio davvero la manda. E mi vien da sorridere oggi, camminando per la mia Roma, quando due gocce bloccano l’intera città. Due gocce, la città soccombe, e tutti devono comprirsi con gli ombrelli gridando “piove piove!”.

Davanti al bancone c’era spazio sufficiente per almeno sei tavolini e nelle giornate non piovose si potevano montare altrettanti ombrelloni; sulla sinistra, c’era un bel letto in legno, di quelli antichi, che solo sono a Houhai nelle catapecchie dei vecchi coloni pescatori cantonesi. Come quello fuori al pianerottolo e come quello che avevo messo a casa, sul terrazzo. Uno splendido divano letto con dipinto al centro un sole arancione e giallo, e con una serie di piccole onde spumeggianti ai lati. Di letti-meraviglia così se ne potevano ancora trovare, erano certo rimasti pochi, ma qualcuno aveva resistito al depredamento. Molti infatti erano stati acquistati da imprenditori senza scrupoli, pagati due soldi, e poi spediti in containerate nelle grandi città come Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong.

Pensare che i letti dei poveri andavano a finire sotto i culi dei ricchi, magari in un bistrot di design in centro città, dove si pagano migliaia e migliaia di renminbi per saziare la propria sete di vita, fa amaramente sorridere un po’. Fa un po’ rabbia.

Colletti bianchi e manager non capiscono. Non sentono. Ingurgitano. Un tempo sono stati umani, un giorno poi hanno avuto un dubbio e hanno perso il loro barlume di coscienza. Non ce l’hanno fatta a difendere la propria libertà, non ne hanno avuto il coraggio. Hanno ceduto alla mercificazione dell’economia planetaria imperante. O forse avevano un figlio, o magari no, magari ne desideravano uno. O magari avevano una moglie, o magari no, magari ne desideravano una. Avevano un mutuo che gli ha permesso di comprarsi una casa, o magari no, magari desideravano acquistarne una. Così hanno abbandonato l’umanità, convertendosi all’economia… acquistando, poi, i nostri letti in legno, quelli con le assi piene di spiriti degli antichi morti.

“Il non desiderare è il nostro miglior amico, amico mio! Dobbiamo lottare contro l’autodistruzione determinata da questo mondo folle! Dobbiamo proteggere la vita e il pianeta! Cosa c’è di più caro? Non ti è caro forse il nostro pianeta?”.

Questo talvolta andavamo dicendo con Qiuge, uno dei liberati. Uno dei risvegliati che si era convertito al mare e alla semplicità della vita. Era l’uomo più scalzo del paese. Non lo avevo mai visto portare né scarpe, né vestito. Solo boardshorts.

Questi meravigliosi letti, fatti a mano, se ne potevano acquistare per cinquecento renminbi, poco più di cinquanta euro. Veri affaroni se in buone condizioni. Ma di letti con un sole giallo e arancione e le onde srotolantisi ai suoi lati no. Di quelli no, ce n’era solo uno.

“Che ne dici allora, DeLuFa? Che te ne sembra?”

“Sanwa, questo posto è perfetto! – dissi d’istinto entusiasticamente – quando pensi che potremo incominciare? Quando ci mettiamo all’opera?” “Be, man, ma ancora non hai visto i piani di sotto!” rispose col suo solito fare annoiato. “Andiamo giù, ti mostro dove potremmo fare altre stanze. Questo sarà un ostello, non una tua postazione per guardare il mare e l’infinito! Certo, non ci saranno tantissime camere, ma magari ci viene qualche cosa in mente… e poi sei tu l’italiano, il creativo, no? Fatti venire un’idea”, sibilandomi le parole a mo’ di scherzosa sfida.

“Andiamo a dare un’occhiata dai, sicuramente qualcosa ci verrà in mente”.

Certo non avrei voluto tradire le sue aspettative.

Al piano terra conoscemmo il landlord, il proprietario della palazzina.

Un tipo strano. Un misto di uomo della frutta e uomo del ferro. Un venditore di ruggine. Sguardo torvo, denti rossi e sigaretta malconcia, perennemente accesa, anche quando in realtà sembrava spenta. Portava una maglietta bianca a strisce orizzontali arancioni, fitte sulla parte dello stomaco gonfio e diradantesi verso il petto e le spalle.
Questo lo faceva sembrare, data l’enorme pancione, un grande ananas. Anche se, effettivamente, sono conscio del fatto che non sembrasse assolutamente un ananas o almeno non a quelli che siamo abituati a conoscere noi. Le mie solite false attribuzioni nominali!

Il terzo piano invece era molto ampio, un doppio salone e una cucina, tre grandi camere da letto con bagno. C’era un balcone posteriore che dava su un orto retrostante, e su di un cortile interno. E poi palme e modeste palazzine sconclusionate, costruite senza nessun progetto razionalurbanistico. Questa la visuale. Misi le mani sulle anche, piatando bene i piedi a terra, guardando da destra a sinistra, come un uccello curioso. Cercavo qualche verme e mi piaceva farlo.

Le case erano tutte addossate le une alle altre, eppure distanti e distinte quanto bastava. La logica era differente rispetto ai modi di costruire tipici delle nostre città. Spesso i loro muri perimetrali si sfioravano formando angoli di trenta gradi, non toccandosi che per poche manciate di centimetri mal misurati. Solo i bambini, giocando a rincorrersi o a nascondino, potevano infilarsi in quegli interstizi. E poi gridarellando svanivano dietro pile di mattoni e navicelle di foglie di palma.

Canaletti in ogni bordostrada, per raccogliere la copiosa acqua piovana estiva, attendevano la stagione dei monsoni. Creavano solchi, come rughe nel selciato, delimitando proprietà e responsabilità. Mentre la spazzatura urbana riempiva sapientemente gli spazi, come a voler semplicemente donar colore, a mo’ di ornamento. Non c’erano soldi per abbellimenti che non fossero ricavati dal caso o dalla fantasia.

Ovunque vi erano reti di pescatori, reti e corde. Pesci e pesciolini erano incastrati ancora con lo sguardo vitreo di morte, sorpresi dalla luce di mezzogiorno.

I pescatori mettevano a essiccare il pesciolame raccolto, le seppie, i gamberoni, i pesci minuscoli e colorati, all’ingresso delle loro case.

Difficilmente sulle reti se ne vedevano di grandi, Quelli grandi erano più furbi e più lesti. Non si facevano prendere se non da pesci ancora più grandi dell’uomo. Di tutti però brillavano le squame al sole, lanciando segnali luminosi, come specchi mossi per codici morse. Era la loro resistenza estrema, la loro ribellione finale in una sinfonia di luce. Dall’angolo del pianeta Cina più isolato, più selvaggio, chiedevano vendetta. Vendetta di pesci. Vendetta di pesci morti.

“Andiamo a vedere il secondo piano, Sanwa, ho un’idea!” dissi .

Mi seguì senza far domande, solo con un cenno del capo come a dire, fai strada.

Il secondo piano era il mio preferito. Si trovava sotto il livello delle chiome delle palme, era quindi ombreggiato. Più fresco rispetto agli altri piani superiori.

L’idea era di rivestirlo di natura, di farlo fiorire dal di dentro, dargli un’anima. E l’anima risiede nella natura.

“Vedi Sange, qui potremmo fare una bella parete lunga, da qui a lì, fino a quello spigolo. Quanto saranno? Cinque metri? E poi ne potremmo fare un’altra ancora nella prossima sala, sempre sulla destra. Lì, vedi? Dopo la stanza centrale. Così possiamo ricavare altre due stanze dormitorio. Da questi due locali vuoti, inutilizzabili. Che ne dici? Potrebbero uscire fuori almeno altri dieci letti, magari mettiamo quelli a castello…”

“Be l’idea di ottimizzare gli spazi mi piace. E come vorresti farli questi muri scusa?” mi chiese meno assonnato.

“In bambù!”

“In bambù? Che cosa vuol dire in bambù? Che sei pazzo?”

“No, non lo sono. Scusa tu hai mai visto un locale interno fatto di pareti in bambù? Comunque qui ad Hainan, non ne ho ancora visti! Che ci vorrà mai, facciamoceli da soli!”

“Noi? Con questo caldo? Con quaranta gradi?” rispose Sanwa sorpreso ed eccitato.

“Sì, facciamolo noi! Lavoreremo qualche settimana, certo sarà un po’ faticoso, ma alla fine avremo trasferito una parte di noi al palazzo. La gente se ne accorgerà, lo avremo fatto noi, non comprato o acquistato. Ma lo avremo creato noi! A me me gusta a me me gusta!”.

Era un lavoraccio e questo lo sapeva. Ma dato l’entusiasmo, ero invece molto meno incline a percepire la fatica e la difficoltà pratica del progetto. Mi esaltava l’idea di lavorare con le mani il bambù. A Roma non capita tutti i giorni di poterlo fare. Non c’è bambù né ci sono mani interessate a lavorarlo.

“Non so, fammici pensare, bisogna anche calcolare quanto bambù ci vorrebbe e il suo costo. Certo verrebbe molto hawaiian style, molto surfy, molto hippie, sicuro! Come piace a te!” , rispose Sanwa.

“Esattamente! Potremmo riempire poi le pareti di foto, posters e immagini tropicali, di onde, di donne in bikini. Qui vedi mettiamo un bel poster di Jimi Hendrix o dei Grateful Dead, magari di Aoxomoxoa. The Endless Summer! Per forza! Devono stare qui, proprio qui!”.

“Fammici pensare. Per le foto non ci sono problemai, né fretta, ormai si trova tutto su internet – disse accendendosi una nuova sigaretta – . Sappi però che al piano di sotto la famiglia dei proprietari rimane. Non andranno via a breve, questo è quel che mi ha detto il capo. Secondo me non andranno via mai, a meno che non glielo compriamo il palazzo. Ma al momento la vedo difficile…”

“Già. Sai che figata se potessimo prendere anche il piano terra con il giardinetto posteriore? Mega sala relax, bar, surfshop, sala da tè, divanetti di canapa per fumatori di canapa, in serate di canapa, in un mondo tutto canapa-friendly.”

“La famiglia rimane, non vogliono andare via, questa è casa loro. Almeno per ora.” rispose Sanwa senza emozione. L’idea del surf shop gli piaceva però.

Avremmo avuto quindi i tre piani superiori della palazzina, al piano terra rimaneva la famiglia del proprietario. I bambini, sempre tranquilli e sorridenti, spuntavano come funghi, erano indecifrabilmente tanti, ma per fortuna tranquilli. Avevano a disposizione forse troppo ossigeno e soffrivano troppo il caldo. Qualcuno all’interno spesso imbracciava una chitarrina tipo ukulele che non sapeva suonar ancora bene.

Al piano terra, fuori il loro ingresso di casa vi erano sempre un paio di biciclette rotte. Sempre pronte a essere usate. Non sapendo di essere ormai inutilizzabili, languivano tristemente fuori. E poi c’era fumo, tanto fumo che proveniva dalla finestra della cucina. Non sembravano poterci essere conflittualità, anzi, era un viver sereno e quieto. Vita-ukulele. Una vita scandita al suono di un ukulele poteva mai suonare diversamente?

Le donne mi davano l’impressione che non gliene fregasse nulla di nulla. Se non erano impegnate a riposare, appoggiate un po’ qua un po’ là nei cortili, la siesta durante le ore di caldo era intoccabile, se non riposavano quindi, erano in cucina e lavoravano occhieggiando distrattamente quando passavamo, come a dire “Ma che vuò?”. Sorridevano sempre però. La loro attività principale, quasi regale, era lo spennar-polli. Noi arrivavano sempre precisi precisi, neanche lo facessimo apposta, al momento giusto per vedere l’ennesimo pollo venire spennato.

Un’altra cosa che mi colpiva incredibilmente era la pulizia interna delle loro case. Nonostante fuori ci fosse strada battuta, non asfaltata, e quindi, quasi sempre, fangosa. Sì, perché le lor signore avevano l’usanza di gettare secchiate e secchiate d’acqua in strada, ma sebbene questo, l’interno delle case, incluso il patio esterno, era sempre assolutamente luccicante. Lindo. Cristallino.

Era come se il vento non avesse autorizzazione a superare il confine natura-uomo e, benché meno, avesse il permesso di gettare granelli di polvere o di sabbia oltre quel confine immaginario, nelle loro case. Mi sono sempre chiesto come facessero a intimidire il vento. Non le vedevo mai piegate a spazzare o a stracciare il pavimento. Il vento doveva quindi aver paura di loro. Non potevano esserci altre spiegazioni logiche, non in quel luogo-non-luogo. Non a Houhai.

Toc Toc.

Qualche giorno più tardi Sanwa bussò alla mia porta di casa.

Aveva chiesto in giro circa il bambù. Era molto cinese in queste cose. Veloce, combattivo, “spietato”. Sapeva già prezzi, costi vari, trasporto, tempistiche. Tutto. Tutto combaciava con le sue idee di costi e tempi.

Hainan, d’altronde, isola tropicale, aveva bambù a carovanate. Non ne mancava di certo. Il trasporto, aveva scoperto, era veramente economico e veloce.

Ci guardammo un attimo dopo aver parlato e prendemmo la decisione di metterci all’opera, bevendo un tè .

Bambù ovunque: muri di bambù, bagni in bambù, bambù di bambù, letti ricoperti di bambù, paratie di bambù, bottiglie di bambù, porte vetrate di bambù, porte blindate difese da superfici di bambù .

Sognavo.

Lo avremmo dovuto fare così. Un romano in un paesino sperduto di mille anime pescatrici, palme ovunque, cielo azzurro, nuvole pesanti e gonfie di potenza celeste. Il vento doveva incanalarsi nelle canne di bambù che noi, come degli organisti, avremmo dovuto suonare. Quindi bambù a go-go. Concerti vermigli di bambù, come se non ci fosse un domani, in bambùlandia.

Volendo, potevo però concedere qua e là un po’ di legno a Sanwa. “Va bene, Sange, non c’è problema potrai avere il tuo bancone in legno. Certo… qualora dovessi cambiare idea, potremo sempre farlo in…”

“Bambù!” disse lui ridendo.

“Esattamente. In bambù.”

“Haha sei proprio matto tu” sono sicuro pensasse questo di me, a dire il vero lo pensavo anche io e lo pensavano anche gli altri. Forse anche tu che stai leggendo ora questo libro finalmente edito. A proposito in che anno siamo? Duemiladiciassette, Duemiladiciotto? Duemilaottantuno?

Volevo semplicemente cercar di dare l’impressione a noi tutti, che vivevamo là, e ai visitatori, di trovarsi in una foresta. Di trovarsi all’aperto anche quando erano al chiuso, nei dormitori del secondo piano, sdraiati sui letti.

Jungla. Foresta.

Sono sempre più convinto che l’uomo abbia ormai bisogno della jungla, della foresta. Che abbia sempre più bisogno di respirare l’umido del terreno e sporcarsi di humus e di foglie putrefatte. Che debba sentire il profumo del decomposto, l’incenso della resurrezione. Non si corre infatti pericoli se si abbandona tutto il resto. Non si possiede più nulla. Neanche più un’identità. Ma che c’entra questo con il bambù? C’entra. Il bambù c’entra sempre.

 

Scarica il PDF e leggilo quando vuoi

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 3.2  

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 2 . 1

2.

“Ei Sanwa, che ne diresti se aprissimo un ostello assieme? Ho già il nome!” dissi, mentre mi tenevo in equilibrio sulla tavola. Mi aiutavo con entrambe le gambe facendo dei piccoli cerchi concentrici, per mantenere la posizione frontale rispetto a lui e alla spiaggia.

“Cosa? Aprire un ostello io e te? Sei sicuro? Non è che poi… arriva arriva arrivaaaa!” urlò osservando la linea dell’orizzonte e indicando fuori, verso il largo. Girai la testa e la vidi, era splendida! La mia onda!

“Miaaaaaa!” gridai come un guerriero Sioux.

Sì, perché quando prendi un’onda, esattamente nel momento del takeoff (partenza) senti il mare risucchiarti e spingerti via, mollarti via come un totem di legno, come un regalo al cosmo, libero di fluttuare sulla terra, sospeso tra il sopra e il sotto. Come se poi ci fosse una qualche differenza!

Che onda fantastica! Calda avvolgente come le gambe lisce e vellutate di una ventenne. E me l’aveva donata l’Oceano Pacifico e Sanwa.

La tavola slittava su per la parete dell’onda come se quest’ultima fosse di burro. L’acqua liscia come olio e il leggero vento offshore (da terra) arricchivano il momento donando perle di perfezione al tempo senza tempo della nostra surfata.

I nostri movimenti erano fluidi, lenti. Andavamo su e giù dalla cresta, “ecco ci sono, passo crociato fino alla punta” per poi fermarsi, guardare, occhieggiare e tornare in dietro. Respirare. Respirare. E poi di nuovo verso la prossima corsa tra spruzzi di gioia. Tornai pagagliando nuovamente verso la line up (la linea immaginaria dove i surfisti aspettano le onde frangere) ancora col fiatone in gola, eccitato e felice, provai a prenderne un’altra “Me lo sta chiedendo lei di prenderla, è lei che vuole me!” pensai. Ma caddi indegnamente all’indietro come un sacco di patate, ridendo.

“Ah ah ah , che cretino che sei, ma quando imparerai a surfare degnamente?” . “Lascia perdere Sanwa, il surf non è uno sport per tecnici, quelli sono i medici del surf o gli ingegneri dell’idrodinamica. Io sono un poeta! Percepisco l’onda non coi piedi ma con l’anima! Importante è cavalcarla con lo spirito, le gambe seguiranno e se non lo faranno, vuol dire che non importava poi tanto farlo”.

Neanche mi ascoltava più, già guardava a largo per vedere apparire la prossima goduria liquida.

Non ripetei, lo lasciai stare. Gli lasciai guardare l’orizzonte, godersi la sua dose giornaliera di felicità senza più distrarlo.

Diventiamo tutti bambini mentre aspettiamo la prossima onda, mentre galleggiamo sulle nostre tavole a largo. Bambini alla ricerca di risposte indecifrabili, misteriose, ma pur sempre risposte. Segnali morse dall’universo. Onde cosmiche.

“Allora, vuoi metter su un nuovo ostello qui nella baia…” disse, con il suo tipico modo pacato e un po’ insofferente. Era incredibile come ci riuscisse senza farsi mandare a quel paese da nessuno. Un vero maestro di dialettica dell’offesa e quando voleva diventava affilato come una lama.

“Quella era l’intenzione – risposi – E poi tu lo sai, già viviamo questa vita, ci si adatterebbe perfettamente addosso, a me cioè, a te forse un meno! ah ah ah no dai scherzo… che ne dici Sange? Apriamo un surf hostel assieme?”

Chi era Sanwa?

Era un tipo ambiguo, tutti lo chiamavano anche SanGE, che in cinese vuol dire letteralmente fratello terzo, sebbene non si sia mai saputo dove fossero andati a finire gli altri due. In Cina infatti, gli amici più grandi d’età solitamente vengono chiamati ge, fratello maggiore, in segno di rispetto. Così se tu ti chiamassi John, potresti essere chiamato amichevolmente, dai buoni amici, John Ge, che vuol dire, appunto, Fratello John. Può sembrare una reminiscenza comunista, ma in realtà non lo è. In cinese ci sono altri termini per quello.

Sanwa veniva dalla città di Chengdu, provincia del Sichuan, nel sud ovest del Paese, al confine col Tibet e con lo Yunnan. A un certo punto decise di trasferirsi, dalla sua città natale, nel paesino sperduto di Houhai, sull’isola di Hainan. Un coriandolo tropicale di terra sotto Hong Kong, sul parallelo di Hanoi, capitale del Vietnam. È la provincia più meridionale della Cina, ultimo avamposto dell’Impero capital-maoista. Sanwa era un ex malavitoso, gestiva bische clandestine, ma sostanzialmente era un buon uomo. Che io sappia non è mai stato fisicamente violento con nessuno. Era sempre pieno di strategie, questo sì! E un uomo d’affari cinese, che agisce in Cina, accerchiato da altri cinesi assetatidisoldi, ne ha tremendamente bisogno! Un fattore di sopravvivenza in un ambiente ostile. E Sanwa era un giovane imprenditore che si era fatto da sé. Non aveva creato imperi economici, come molti desiderano oggigiorno in Cina, ma quel poco che aveva concretizzato, lo aveva, deliberatamente e faticosamente, realizzato lui, con le sue mani. Sempre a spese degli altri ovviamente! Aveva tirato diverse sòle in giro, tradito per affari certamente, e serpenteggiava continuamente alla ricerca di un nuovo affare. Questo lo sapevo, ma non me ne curavo. Gli volevo bene, nonostante tutto, era come un fratello Sange.

Col tempo imparai che i cinesi difficilmente rispondono subito a una proposta, a una domanda, se non sono sicuri lasciano correre. Questa è una loro caratteristica, un’abitudine che, dobbiamo ammettere, li rende a volte più saggi di noi occidentali, che tanto amiamo parlare, parlare parlare, specialmente a sproposito, quando in realtà, sarebbe meglio tacere e riflettere. Così Sange non mi rispose subito. Continuò a surfare, e le onde non si fermavano mai. La nostra era una baia benedetta. Specialmente nei mesi da Novembre ad Aprile, le onde non finiscono mai. È un continuo lavoro di scavo, d’impastamento di sabbia. Le onde erano talvolta aggressive per essere un beachbreak cinese (certo non come quelle di Ocean Beach a San Francisco!), ma pur sempre onde rispettabili e potenzialmente pericolose. Sul lato destro della baia, vi era una insidiosa risacca, talvolta con muri d’acqua di due o tre metri. Non parliamone poi durante i tifoni. Le masse d’acqua superavano se stesse in volontà di potenza. Come pavoni arricciati che si mostrano in stato di grazia su di un piedistallo.

“Questa è mia però!” disse, ansimando e cercando di prendere la prossima in arrivo dal suo orizzonte visibile.

“Yeaaaaahh! Fratello dai!” incitandolo. L’aveva presa sì, presa benissimo, come al suo solito… in testa! La sua longboard si era impuntata creando una scena ilare. Avevo visto la faccia di Sange ingrugnirsi e prepararsi all’impatto, mentre la sua tavola prima andava giù, in avanti dentro l’acqua, per poi venir schizzata in alto come una pallina di carta lanciata da una cerbottana. Bisogna stare attenti in questi casi. Le tavole ricadendo possono colpire dritto dritto la testa. Ma questo lui lo sapeva. Anche se non aveva mai imparato veramente a surfare, era abilissimo nel proteggersi, nel prenderla con filosofia. Era già tanto, anzi tantissimo, che un cinese proveniente da Chengdu (dove l’oceano dista migliaia di chilometri), salisse su di un “legno” per surfare.

Ho sempre avuto l’impressione che volesse scappare da qualche pensiero che lo opprimeva gravemente in città. Non ho mai saputo cosa, ma in fin dei conti, tutti vogliamo scappare da qualcosa. Da qualche miraggio di sconfitta. Dall’insofferenza nei confronti di questa società che non funziona, che si è dimenticata del suo scopo ultimo e primo. Sostenere i suoi figli, aiutarsi a vicenda.

Ma non tutti per questo cominciano a fare surf e non tutti prendono le tavole in bocca mentre si viene frullati dentro una poderosa risacca. Anche quella era una gioia profonda. Nessun semaforo rosso all’orizzonte. Nessun cartellino da timbrare. Il blu. Sanwa era più grande di me di quasi dieci anni, fisico da giocatore di bisca, fumava come un turco (o meglio dire come un cinese), beveva come solo un giocatore di bisca sa fare. E come un vero giocatore da bisca sapeva rimanere lucido. Un tipo intelligente e amabile, curioso del mondo, e della gente del mondo. Un viaggiatore a suo modo, anche se non si era mai allontanato dalla sua terra. Non poteva lasciare sua figlia, diceva. Viaggiava attraverso gli occhi e i racconti della gente, dei suoi amici stranieri, dei vagabondi che capitavano lungo il suo sentiero di vita. Insomma, era Sanwa.

“Coff Coff” aveva bevuto quasi tutta l’acqua della baia. E che splendida baia era quella di Huanghou (letteralmente Baia dell’Imperatrice).

Oggi pare stia subendo l’influsso malefico dei soldi, dei tanti capitali provenienti dal Continente, dalla Cina. Lo sviluppo edilizio e il deturpamento naturalistico sono alle porte. Hanno già bussato e gli si sta aprendo piano piano. Avevo intravisto qualche cambiamento mentre abitavo là, ma non volli fissarci lo sguardo sopra, faceva troppo male. Oggi chissà, già sarà iniziata una massiccia cementificazione, l’ennesima distruzione in nome di un progresso che ci porterà tutti a dover vendere bottiglie di verde e di ossigeno.

I cinesi del XXI secolo, purtroppo, sono specialisti della distruzione. Riescono velocemente a rovinare bellezze naturalistiche mozzafiato, amano spasmodicamente il denaro e trovano soluzioni imprenditoriali dovunque e comunque a qualunque costo. Storicamente hanno dovuto subire sempre e questo loro senso di oppressione, questo dover ingurgitare sempre, questo dover mandare sempre giù, li ha trasformati in automini. Uomini che non sono più uomini, che si sono dimenticati di essere, senza nessun sentimento, senza empatia, senza speranza. Non tutti hanno subìto questa trasformazione, ovviamente, ma i pochi superstiti brancolano tra le vie annichiliti.

Magico, quel momento storico era magico. La concrezione temporale in cui andavamo a insinuarci piano piano, fluidamente, era perfetta. Un bimbo nato da una conchiglia smagliante. Ci trovavamo in una nuova golden age. Come negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, quando sulla West Coast Jim Morrison andava cantando “The west is the best!”. Era il millenovecentosessantasette e la febbre del surf e della controcultura si stave già poltigliando da anni in tutti gli States e, lentamente, si espandeva in giro per il mondo. L’Indonesia, Goa, Maui, le Azzorre, erano già divenute la Mecca di tutti gli hippies, gli storm riders, i cavalieri della tempesta dell’epoca.

Certo noi, che non avevamo vissuto direttamente il fermento di quegli anni, potevamo solamente immaginare l’elettricità che si respirava in quei frangenti, ma eravamo sicuri, si poteva sentire, palpare con mano quell’energia, quella stessa energia, aveva volato oltre lo spazio e il tempo e si stava mostrando altrove. In un paesino di pescatori, da cui tutto iniziò di nuovo. Era la California del surf orientale, l’alba kubrickiana della controcultura cinese. Le masse di giovani stavano per assumere una formazione diversa. I giovani erano pronti al grande balzo dalla testa del leone. Un leone marino. Avevano subito torti di cui non avevano colpa. Spiravano di energia repressa da troppo troppo tempo.

Era quello dell’estate senza fine del Duemilatredici un tempo magico, come una vibrazione universale, illuminazione animale, dematerializzazione sovrastrutturale, amore amore amore.

Un nuovo fermento, un periodo artistico giovanile che, appunto, dalla California si stava riversando dritta attraverso noi. Era una beat revolution asiatica, dove anche lo spirito musicale dei grandi, dei Doors, dei Jefferson Airplane, di Jimi Hendrix e il grido “Don’t drop that H-bomb on me!” dei Country Joe & The Fish riecheggiavano tra vicolo e vicolo di un villaggio di pescatori nello sperduto sud-est asiatico, in Cina. Perché? Perché eravamo proprio là? Cosa dovevamo compiere o cosa stavamo seguendo? Perché questo infinito intrecciarsi di esistenze e di anelli ci aveva mostrato quel sentire? Tutti d’altronde ci poniamo le stesse domande di sempre e rimaniamo sempre senza risposta. Forse non dovremmo porci nessuna domanda. Forse, essendo noi i plasmatori del nostro destino e del mondo intero, non abbiamo bisogno di porci domande e dovremmo solo fare. D’altronde non ci sono risposte per chi non conosce la domanda giusta da porre.

La rivoluzione delle droghe psichedeliche, dell’amore e della gioia di vivere erano dietro ogni angolo, in ogni elemento dell’aria e dell’acqua. Gli hippies, i capelloni americani che da tutti gli Stati Uniti si riunivano per ricreare quel senso di fratellanza e di unione, che l’umanità aveva perduto e ritrovato e poi riperduto nel corso della storia, ora assumevano occhi a mandorla e parlavano una lingua ideogrammatica. Ai più indecifrabile.

La prima e la seconda guerra mondiale avevano creato delle fratture profonde nella coscienza umana, di lì a poco il Vietnam ne avrebbe riprodotte di nuove, annientando la generazione che forse più di tutte aveva urlano “not in my name!”.

Nel frattempo, negli stessi anni Sessanta, in Cina, i giovani, con enormi sofferenze, passavano lungo un cinquantennio comunista, malnutrito e radicale. Sotto le ali di ferro del grande fratello visionario Mao. Quando era al governo, il suo grande balzo, provocò milioni di morti e inenarrabili violenze. La sua rivoluzione culturale massacrò intellettuali, artisti, musicisti, dissidenti. Ogni espressione del sé, dello spirituale e del divino, era bandita. Censurata. Smembrata. Schiacciata.

E io, nel mio piccolo, vivendo in Cina, potevo vedere tutto il loro passato di sofferenza della gente, nei loro occhi allungati. Mentre anche i mattoni delle case e delle strade parlavano con attenzione, guardandosi attorno, guardando alla porta, che non entrasse o uscisse nessuno, per paura.

Bisognava parlare poco, parlare poco. Tanto bastava già a far intendere significati, ad istillare dubbi. Tanto bastava per essere incolpati e portati via. Tanto bastava per far abbattere e bruciare i mobili delle proprie povere case. Non c’era certezza. Al di qua del muro nessuna certezza.

“Io non ho detto questo! Assolutamente!” una delle solite scappatoie con la lingua cinese. Con i cinesi. E si può sempre fingere di non capire fino alla fine, fino a trovare una via di fuga. Prendere tempo, pensare, per aver salva la vita o la faccia.

“Yo no hablo el cino senor!” Più o meno così! Fingere di non sapere, così come fanno loro. Fingere di non capire, così come fanno loro! Ma fingere di non sentire e di non vedere? Ce la fareste?

Tutto questo passato di dolore nazionale, tutto questo fermento internazionale, tutte queste energie erano ghiacciate, incatenate, in un parallelo spazio-tempo, e si stavano sciogliendo al caldo tropicale di un villaggio di pescatori. A Houhai.

Si poteva avvertire questo flusso come plasma nell’aria.

Il tempo ci sorrideva, ci aveva chiamati per insegnare a qualcuno qualcosa. Forse a noi stessi. Insegnare a noi stessi come vivere veramente, come essere veramente. Avreste potuto incontrare e passare ore e ore, nottate intere a parlare di quest’energia, di questa sensazione con il vecchio Steven, un altro cercatore di pepite invisibili.

Steven era un giovane canadese, anche lui surfista nonché grande batterista. Aveva il beat nel sangue.

Si era trasferito a Houhai dopo innumerevoli peripezie asiatiche e dopo una vita spesa alle Hawaii cercando di fare qualche soldo nel ramo immobiliare.

Ma l’ho visto sempre suonare e sorridere, e non penso abbia mai fatto grandi affari. Forse un giorno li farà, ne sono certo. Era più grande di me di qualche anno, nato verso la fine dei Sessanta, e aveva aperto la più bella frutteria della storia, nella nostra California cinese. Vendeva manghi, splendidi profumatissimi manghi, grossi, piccoli, rossi, rosa, verdi, con sfumature d’oro e rubino. Era forte Steven, un essere spirituale che infondeva pace. La sapeva lunga. Rimaneva ore e ore sulla sua sedia a dondolo nella calura, occhiali da sole alla Neo, ascoltando musica reggae o musica indiana, e salutava sempre con un largo sorriso. Perfettamente a suo agio nel momento presente. Ricordo il modo in cui pronunciava anche solo la parola now, allargando oltremodo le labbra come a creare un perfetto cerchio con la sua bocca, come per dare maggior tempo e pathos al suo semplice suono. “Now!” “Ora!”. Un cerchio di presenza.

Vedeva le essenze e continua a vederle, nella sua ricerca continua. Sembra sia ancora in viaggio, da qualche parte in Indonesia o Malesia, Thailandia, forse è a Bangkok. Ci rincontreremo, Steven. Ed eccoti qui, che sorridi di nuovo, mentre io scrivo di te.

Storie di fantasmi, di suggestioni marine si narravano la notte, tra le viuzze del paese, una strega occhieggiava nell’oscurità e mi scrutava. Ancora posso sentire il suo sguardo buio mentre batto sul computer questa storia. Lei sapeva, per questo l’anno uccisa. Povera strega, nessun rispetto ormai anche per la magia!

Sapeva che le avrei voluto portare un dono, eppure allora non sapevo lei fosse una figlia della luna. Avrei voluto portarle un po’ di frutta, solo un po’ di dolcezza per una vecchia sola.

Non l’ho mai fatto.

Poi un giorno ho sentito le ruspe buttare giù la sua umile catapecchia. Non era più grande di una stanza, un vero tugurio.

Una vita onorevole in un villaggio di poveri pescatori. Pescatori che sanno sempre tutto, non solo il modificarsi dei venti attraverso il semplice volo degli uccelli. I pescatori sanno sempre tutto, ne sono sicuro. Glielo rivela il mare. Chi va per mare conosce bene il silenzio, e solo il silenzio, sul mare, fa trapelare cose, informazioni, intuizioni… verità. Verità, una parola troppo grande per me.

Scarica liberamente il PDF e fatti la tua copia a casa!

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.1