Parte Prima – Capitolo 3.2

“Vieni DeLuFa, andiamo a vedere dentro, c’è tutto un terrazzo che dà verso l’interno, voglio mostrartelo, vorrei sapere cosa ne pensi” disse Sanwa, in tono pacato, invitandomi con le mani a entrare nella porta alle mie spalle.

Lasciammo il pianerottolo, entrando nell’appartamento.

Vi era un salone con una camera e un bagno interno. E poi un grande terrazzo che dominava i palazzi circostanti. Una scala di ferro blu conduceva al superattico. Un terrazzo, il più alto del paese, che dava su tutta la Baia dell’Imperatrice.

Eravamo pronti a esser lanciati in orbita da quella altezza. Da quell’angolo di mondo potevamo controllare il creato, come dal cuore delle piramidi i faraoni. Eravamo connessi. Immobili e fluttuanti. Connessi con tutte le specie animali, con l’anima del mondo. Si poteva vedere, prestando attenzione, un raggio di luce innalzarsi verso il cielo e sparire al di là delle nuvole, su e sempre più su, attraverso la via lattea verso l’infinito, fuori dalla nostra galassia. Quella piattaforma era come una radioricetrasmittente, e noi i navigator che ne governavano il codice. Eravamo in possesso del segreto. Ma non ce ne rendevamo conto, ci guardavamo attorno, entusiasti della visuale e dubbiosi su tutto ciò che era circostanziale.

Poteva andare bene quella location per la nostra attività?

Questo pensavamo. Sentivo di sì.

Senza dubbio nella mente di Sange, i primi pensieri non erano certo le interconnessioni planetarie e galattiche, l’energia che sviluppava la simmetria dell’edificio, la sua posizione energetica in connessione con i nostri poteri extrasensoriali. Lui voleva rientrare quanto prima del capitale investito e far girare la macchina il più velocemente possibile. Return on investment. Cominciare. Ingranare. Contare la grana. Potersi permettere di più. Di più di più.

Comprensibile, ma in un certo qual modo, da quel momento lui aveva anche a che fare con me. Con il suo imprevisto.

Lo guardavo, intendevo, non mi preoccupavo e sorridevo.

Volevo convogliare tutta l’energia possibile e trasferirla nell’etere. Fuorviare il volo degli aeroplani e influenzare quello dei uccelli.

Dal balcone superiore si poteva vedere la baia intera, davanti in prima fila c’erano solo alcune palazzine basse, adibite a piccoli ostelli, a surfhouse, alcune erano abitazioni private. C’era, come detto, anche la mia. La spiaggia, lunga un paio di chilometri, divideva la prima striscia di case da una natura incontaminata, un mare vivo e terribile. La corrente, specialmente durante i giorni di mare grosso, era micidiale. Non poche persone erano state risucchiate e risputate morte dall’Imperatrice, che come tutte le imperatrici cinesi, era vorace e assassina. Cixi non ha mai perdonato, e fa paura anche solo la sua memoria.

Sulla sinistra un masso, enorme, alto forse otto metri, divideva la linea immaginaria delle acque sicure con il mare aperto.

“Ricordo un enorme tifone, non so dire esattamente in che anno, forse ventanni fa… le onde superavano la roccia… erano terrificanti, forse dieci metri o più e noi tremavano al sol pensiero di trovarci a pochi metri dal punto d’urto… ma la mia casa era qui. Noi ne eravamo legati, ancoràti. Niente ci avrebbe staccato da questa spiaggia”. Così un anziano del villaggio, un mezzo uomo di potenza locale, ci raccontava, tra le sue tante storie, nell’afa serale.

In alcuni periodi dell’anno poi, le sere si facevano uggiose. L’umidità entrava come un serpente e s’insinuava ovunque. Bellissimo era allora passeggiare sulla spiaggia con l’oscurità, attraversare la baia fino all’altro lato, fino al buio più totale.

Il vecchio conosceva gli agenti atmosferici, il vento, l’oceano e il volo degli uccelli. Li manipolava quasi fossero oggetti nelle sue tasche. Sapeva curare con l’impressione delle mani malattie e dolori, aveva una conoscenza approfondita del corpo umano, dal punto di vista energetico. Eppure era solo un vecchio, con due cataratte fastidiose e un sorriso sdentato e arrossato. Aveva mangiato troppe binglang in gioventù e ancora ne mangiava. (la binglang è un frutto locale stimolante, energizzante, inebriante che, tradizionalmente, i locali masticano di continuo per succhiarne il succo rossastro. Per questo gli hainanesi hanno denti e lingue rosse e si possono vedere a terra, ovunque, a Sanya o nei paesi, una miriade di macchie rosse. I loro sputi. Miró style.)

Noi spesso ci ritrovavamo vicino a lui per sentirci raccontare storie di spiriti vaganti, leggende popolari, antiche. Nella bonaccia oscura della notte d’oriente.

Sembrava quasi di poter sentire il sospiro, il respiro degl spiriti vagare, lì a pochi passi da noi, nella nebbia. Percepivamo il loro volo sulla sabbia, tra le piante e la macchia bassa, tra lo stramonio e le palme inclinate dal vento.

Il mare qui non ha mai risparmiato la vita a chi ha dovuto strappare alla vita. Bambini innocenti, pronti ad affrontare il proprio destino, si sono abbandonati alle acque della baia e hanno lasciato entrare il sale nei polmoni. Hanno lasciato la corrente entrare nelle coronarie, si sono lasciati alla possenza delle onde, del vento e di quel mare, tra tutti i mari. Hanno navigato i loro spiriti in queste circostanze marine, giù , prima di sentirsi i polmoni totalmente invasi di liquido, e hanno visto con occhi vitrei nel buio dell’acqua notturna la morte. Hanno visto che li guardavamo dal futuro e sono rimasti incastrati, senza poter andar via. Visioni d’altri tempi-luogo, notti stellate d’Oriente, barlumi di stelle da sotto, dal di sotto, dalle profondità del mare.

Compagni di notti scalze

camminando su spiagge tropicali

a Sud, dove il Nord

non ha mai avuto il coraggio d’andare.

Dove la battigia rispende

i raggi lunari incandescenti

nascondono movenze, danze notturne.

Compagni di notti scalze nel Sud,

dove siete andati a finire?

Dove siete andati a finire?

Compagni!

I miei piedi sono ancora scalzi

e il mare ruggisce ancora

al mio tetro passaggio!

“Shhhhhh! Non far rumore! – continuava il vecchio – Se ascolti bene si sente. Shhhhhhh! Non senti? Sì! Sì! Si può sentire, specialmente nelle notti umide d’estate, quando la nebbia si abbassa e ricopre la baia, quando non si vede più la cava di pietra laggiù, si sente ancora a volte vicino, a volte lontano, il grido d’aiuto del fanciullo morto! Non senti? – Aiuto! Aiuto! Aiuto! – E a volte lui ti passa dietro l’orecchio come una leggera brezza nella notte, senza moto. Ti tremano le ossa, se sai di cosa sto parlando… e quel brivido che senti dentro è proprio lui che cerca un po’ di calore, nel tuo sangue!”. Così ci raccontava il vecchio del villaggio, mentre guardava a largo il mare, con occhi vitrei, occhi di cieco. E lui sapeva. Lui conosceva la magia dietro tutto.

Camminava lentamente e dolce tra le viuzze e le serrate scorciatoie tra le casupole del villaggio. Conosceva ogni candela su ogni davanzale e sugli altari. Sapeva ogni icona posta su ogni muro, ogni arbusto e fiore di ogni balcone e ogni angolo di muro. Saltellava agile, seppure avanti con gli anni, come uno sciamano nella foresta. Indirizzava le anime ai funerali, consolava i vivi, ignari del come e del vero dolore. Passavamo nottate, così ad ascoltare. Cercando di carpire i segni e i sensi che lui voleva, e poteva, comunicare.

Era di fisico modesto, corporatura dura, ma sinuosa. Capelli ispidi e radi al centro, occhi chiari, scavati dentro, da molto dentro. Piedi grandi, larghi, lunghi, senza peli, altrimenti avrebbe potuto essere un hobbit. I denti, tutti presenti, erano sempre pronti a mordere il pesce crudo, dal sangue bianco.

Continuavamo il giro di ricognizione all’interno della palazzina.

Lo spazio avantistante la scala, quella che portava al piano di sopra, al superatticissimo terrazzo d’osservazione astronomica, poteva essere utilizzato come pub senza ombra di dubbio. La tettoia era larga abbastanza per coprire il bancone, ma dovevamo allargarla un po’ per l’arrivo dei tifoni, altrimenti si sarebbe bruciata tutta l’apparecchiatura elettrica che avremmo messo sotto. Perché quando diluvia ad Hainan, Dio davvero la manda. E mi vien da sorridere oggi, camminando per la mia Roma, quando due gocce bloccano l’intera città. Due gocce, la città soccombe, e tutti devono comprirsi con gli ombrelli gridando “piove piove!”.

Davanti al bancone c’era spazio sufficiente per almeno sei tavolini e nelle giornate non piovose si potevano montare altrettanti ombrelloni; sulla sinistra, c’era un bel letto in legno, di quelli antichi, che solo sono a Houhai nelle catapecchie dei vecchi coloni pescatori cantonesi. Come quello fuori al pianerottolo e come quello che avevo messo a casa, sul terrazzo. Uno splendido divano letto con dipinto al centro un sole arancione e giallo, e con una serie di piccole onde spumeggianti ai lati. Di letti-meraviglia così se ne potevano ancora trovare, erano certo rimasti pochi, ma qualcuno aveva resistito al depredamento. Molti infatti erano stati acquistati da imprenditori senza scrupoli, pagati due soldi, e poi spediti in containerate nelle grandi città come Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong.

Pensare che i letti dei poveri andavano a finire sotto i culi dei ricchi, magari in un bistrot di design in centro città, dove si pagano migliaia e migliaia di renminbi per saziare la propria sete di vita, fa amaramente sorridere un po’. Fa un po’ rabbia.

Colletti bianchi e manager non capiscono. Non sentono. Ingurgitano. Un tempo sono stati umani, un giorno poi hanno avuto un dubbio e hanno perso il loro barlume di coscienza. Non ce l’hanno fatta a difendere la propria libertà, non ne hanno avuto il coraggio. Hanno ceduto alla mercificazione dell’economia planetaria imperante. O forse avevano un figlio, o magari no, magari ne desideravano uno. O magari avevano una moglie, o magari no, magari ne desideravano una. Avevano un mutuo che gli ha permesso di comprarsi una casa, o magari no, magari desideravano acquistarne una. Così hanno abbandonato l’umanità, convertendosi all’economia… acquistando, poi, i nostri letti in legno, quelli con le assi piene di spiriti degli antichi morti.

“Il non desiderare è il nostro miglior amico, amico mio! Dobbiamo lottare contro l’autodistruzione determinata da questo mondo folle! Dobbiamo proteggere la vita e il pianeta! Cosa c’è di più caro? Non ti è caro forse il nostro pianeta?”.

Questo talvolta andavamo dicendo con Qiuge, uno dei liberati. Uno dei risvegliati che si era convertito al mare e alla semplicità della vita. Era l’uomo più scalzo del paese. Non lo avevo mai visto portare né scarpe, né vestito. Solo boardshorts.

Questi meravigliosi letti, fatti a mano, se ne potevano acquistare per cinquecento renminbi, poco più di cinquanta euro. Veri affaroni se in buone condizioni. Ma di letti con un sole giallo e arancione e le onde srotolantisi ai suoi lati no. Di quelli no, ce n’era solo uno.

“Che ne dici allora, DeLuFa? Che te ne sembra?”

“Sanwa, questo posto è perfetto! – dissi d’istinto entusiasticamente – quando pensi che potremo incominciare? Quando ci mettiamo all’opera?” “Be, man, ma ancora non hai visto i piani di sotto!” rispose col suo solito fare annoiato. “Andiamo giù, ti mostro dove potremmo fare altre stanze. Questo sarà un ostello, non una tua postazione per guardare il mare e l’infinito! Certo, non ci saranno tantissime camere, ma magari ci viene qualche cosa in mente… e poi sei tu l’italiano, il creativo, no? Fatti venire un’idea”, sibilandomi le parole a mo’ di scherzosa sfida.

“Andiamo a dare un’occhiata dai, sicuramente qualcosa ci verrà in mente”.

Certo non avrei voluto tradire le sue aspettative.

Al piano terra conoscemmo il landlord, il proprietario della palazzina.

Un tipo strano. Un misto di uomo della frutta e uomo del ferro. Un venditore di ruggine. Sguardo torvo, denti rossi e sigaretta malconcia, perennemente accesa, anche quando in realtà sembrava spenta. Portava una maglietta bianca a strisce orizzontali arancioni, fitte sulla parte dello stomaco gonfio e diradantesi verso il petto e le spalle.
Questo lo faceva sembrare, data l’enorme pancione, un grande ananas. Anche se, effettivamente, sono conscio del fatto che non sembrasse assolutamente un ananas o almeno non a quelli che siamo abituati a conoscere noi. Le mie solite false attribuzioni nominali!

Il terzo piano invece era molto ampio, un doppio salone e una cucina, tre grandi camere da letto con bagno. C’era un balcone posteriore che dava su un orto retrostante, e su di un cortile interno. E poi palme e modeste palazzine sconclusionate, costruite senza nessun progetto razionalurbanistico. Questa la visuale. Misi le mani sulle anche, piatando bene i piedi a terra, guardando da destra a sinistra, come un uccello curioso. Cercavo qualche verme e mi piaceva farlo.

Le case erano tutte addossate le une alle altre, eppure distanti e distinte quanto bastava. La logica era differente rispetto ai modi di costruire tipici delle nostre città. Spesso i loro muri perimetrali si sfioravano formando angoli di trenta gradi, non toccandosi che per poche manciate di centimetri mal misurati. Solo i bambini, giocando a rincorrersi o a nascondino, potevano infilarsi in quegli interstizi. E poi gridarellando svanivano dietro pile di mattoni e navicelle di foglie di palma.

Canaletti in ogni bordostrada, per raccogliere la copiosa acqua piovana estiva, attendevano la stagione dei monsoni. Creavano solchi, come rughe nel selciato, delimitando proprietà e responsabilità. Mentre la spazzatura urbana riempiva sapientemente gli spazi, come a voler semplicemente donar colore, a mo’ di ornamento. Non c’erano soldi per abbellimenti che non fossero ricavati dal caso o dalla fantasia.

Ovunque vi erano reti di pescatori, reti e corde. Pesci e pesciolini erano incastrati ancora con lo sguardo vitreo di morte, sorpresi dalla luce di mezzogiorno.

I pescatori mettevano a essiccare il pesciolame raccolto, le seppie, i gamberoni, i pesci minuscoli e colorati, all’ingresso delle loro case.

Difficilmente sulle reti se ne vedevano di grandi, Quelli grandi erano più furbi e più lesti. Non si facevano prendere se non da pesci ancora più grandi dell’uomo. Di tutti però brillavano le squame al sole, lanciando segnali luminosi, come specchi mossi per codici morse. Era la loro resistenza estrema, la loro ribellione finale in una sinfonia di luce. Dall’angolo del pianeta Cina più isolato, più selvaggio, chiedevano vendetta. Vendetta di pesci. Vendetta di pesci morti.

“Andiamo a vedere il secondo piano, Sanwa, ho un’idea!” dissi .

Mi seguì senza far domande, solo con un cenno del capo come a dire, fai strada.

Il secondo piano era il mio preferito. Si trovava sotto il livello delle chiome delle palme, era quindi ombreggiato. Più fresco rispetto agli altri piani superiori.

L’idea era di rivestirlo di natura, di farlo fiorire dal di dentro, dargli un’anima. E l’anima risiede nella natura.

“Vedi Sange, qui potremmo fare una bella parete lunga, da qui a lì, fino a quello spigolo. Quanto saranno? Cinque metri? E poi ne potremmo fare un’altra ancora nella prossima sala, sempre sulla destra. Lì, vedi? Dopo la stanza centrale. Così possiamo ricavare altre due stanze dormitorio. Da questi due locali vuoti, inutilizzabili. Che ne dici? Potrebbero uscire fuori almeno altri dieci letti, magari mettiamo quelli a castello…”

“Be l’idea di ottimizzare gli spazi mi piace. E come vorresti farli questi muri scusa?” mi chiese meno assonnato.

“In bambù!”

“In bambù? Che cosa vuol dire in bambù? Che sei pazzo?”

“No, non lo sono. Scusa tu hai mai visto un locale interno fatto di pareti in bambù? Comunque qui ad Hainan, non ne ho ancora visti! Che ci vorrà mai, facciamoceli da soli!”

“Noi? Con questo caldo? Con quaranta gradi?” rispose Sanwa sorpreso ed eccitato.

“Sì, facciamolo noi! Lavoreremo qualche settimana, certo sarà un po’ faticoso, ma alla fine avremo trasferito una parte di noi al palazzo. La gente se ne accorgerà, lo avremo fatto noi, non comprato o acquistato. Ma lo avremo creato noi! A me me gusta a me me gusta!”.

Era un lavoraccio e questo lo sapeva. Ma dato l’entusiasmo, ero invece molto meno incline a percepire la fatica e la difficoltà pratica del progetto. Mi esaltava l’idea di lavorare con le mani il bambù. A Roma non capita tutti i giorni di poterlo fare. Non c’è bambù né ci sono mani interessate a lavorarlo.

“Non so, fammici pensare, bisogna anche calcolare quanto bambù ci vorrebbe e il suo costo. Certo verrebbe molto hawaiian style, molto surfy, molto hippie, sicuro! Come piace a te!” , rispose Sanwa.

“Esattamente! Potremmo riempire poi le pareti di foto, posters e immagini tropicali, di onde, di donne in bikini. Qui vedi mettiamo un bel poster di Jimi Hendrix o dei Grateful Dead, magari di Aoxomoxoa. The Endless Summer! Per forza! Devono stare qui, proprio qui!”.

“Fammici pensare. Per le foto non ci sono problemai, né fretta, ormai si trova tutto su internet – disse accendendosi una nuova sigaretta – . Sappi però che al piano di sotto la famiglia dei proprietari rimane. Non andranno via a breve, questo è quel che mi ha detto il capo. Secondo me non andranno via mai, a meno che non glielo compriamo il palazzo. Ma al momento la vedo difficile…”

“Già. Sai che figata se potessimo prendere anche il piano terra con il giardinetto posteriore? Mega sala relax, bar, surfshop, sala da tè, divanetti di canapa per fumatori di canapa, in serate di canapa, in un mondo tutto canapa-friendly.”

“La famiglia rimane, non vogliono andare via, questa è casa loro. Almeno per ora.” rispose Sanwa senza emozione. L’idea del surf shop gli piaceva però.

Avremmo avuto quindi i tre piani superiori della palazzina, al piano terra rimaneva la famiglia del proprietario. I bambini, sempre tranquilli e sorridenti, spuntavano come funghi, erano indecifrabilmente tanti, ma per fortuna tranquilli. Avevano a disposizione forse troppo ossigeno e soffrivano troppo il caldo. Qualcuno all’interno spesso imbracciava una chitarrina tipo ukulele che non sapeva suonar ancora bene.

Al piano terra, fuori il loro ingresso di casa vi erano sempre un paio di biciclette rotte. Sempre pronte a essere usate. Non sapendo di essere ormai inutilizzabili, languivano tristemente fuori. E poi c’era fumo, tanto fumo che proveniva dalla finestra della cucina. Non sembravano poterci essere conflittualità, anzi, era un viver sereno e quieto. Vita-ukulele. Una vita scandita al suono di un ukulele poteva mai suonare diversamente?

Le donne mi davano l’impressione che non gliene fregasse nulla di nulla. Se non erano impegnate a riposare, appoggiate un po’ qua un po’ là nei cortili, la siesta durante le ore di caldo era intoccabile, se non riposavano quindi, erano in cucina e lavoravano occhieggiando distrattamente quando passavamo, come a dire “Ma che vuò?”. Sorridevano sempre però. La loro attività principale, quasi regale, era lo spennar-polli. Noi arrivavano sempre precisi precisi, neanche lo facessimo apposta, al momento giusto per vedere l’ennesimo pollo venire spennato.

Un’altra cosa che mi colpiva incredibilmente era la pulizia interna delle loro case. Nonostante fuori ci fosse strada battuta, non asfaltata, e quindi, quasi sempre, fangosa. Sì, perché le lor signore avevano l’usanza di gettare secchiate e secchiate d’acqua in strada, ma sebbene questo, l’interno delle case, incluso il patio esterno, era sempre assolutamente luccicante. Lindo. Cristallino.

Era come se il vento non avesse autorizzazione a superare il confine natura-uomo e, benché meno, avesse il permesso di gettare granelli di polvere o di sabbia oltre quel confine immaginario, nelle loro case. Mi sono sempre chiesto come facessero a intimidire il vento. Non le vedevo mai piegate a spazzare o a stracciare il pavimento. Il vento doveva quindi aver paura di loro. Non potevano esserci altre spiegazioni logiche, non in quel luogo-non-luogo. Non a Houhai.

Toc Toc.

Qualche giorno più tardi Sanwa bussò alla mia porta di casa.

Aveva chiesto in giro circa il bambù. Era molto cinese in queste cose. Veloce, combattivo, “spietato”. Sapeva già prezzi, costi vari, trasporto, tempistiche. Tutto. Tutto combaciava con le sue idee di costi e tempi.

Hainan, d’altronde, isola tropicale, aveva bambù a carovanate. Non ne mancava di certo. Il trasporto, aveva scoperto, era veramente economico e veloce.

Ci guardammo un attimo dopo aver parlato e prendemmo la decisione di metterci all’opera, bevendo un tè .

Bambù ovunque: muri di bambù, bagni in bambù, bambù di bambù, letti ricoperti di bambù, paratie di bambù, bottiglie di bambù, porte vetrate di bambù, porte blindate difese da superfici di bambù .

Sognavo.

Lo avremmo dovuto fare così. Un romano in un paesino sperduto di mille anime pescatrici, palme ovunque, cielo azzurro, nuvole pesanti e gonfie di potenza celeste. Il vento doveva incanalarsi nelle canne di bambù che noi, come degli organisti, avremmo dovuto suonare. Quindi bambù a go-go. Concerti vermigli di bambù, come se non ci fosse un domani, in bambùlandia.

Volendo, potevo però concedere qua e là un po’ di legno a Sanwa. “Va bene, Sange, non c’è problema potrai avere il tuo bancone in legno. Certo… qualora dovessi cambiare idea, potremo sempre farlo in…”

“Bambù!” disse lui ridendo.

“Esattamente. In bambù.”

“Haha sei proprio matto tu” sono sicuro pensasse questo di me, a dire il vero lo pensavo anche io e lo pensavano anche gli altri. Forse anche tu che stai leggendo ora questo libro finalmente edito. A proposito in che anno siamo? Duemiladiciassette, Duemiladiciotto? Duemilaottantuno?

Volevo semplicemente cercar di dare l’impressione a noi tutti, che vivevamo là, e ai visitatori, di trovarsi in una foresta. Di trovarsi all’aperto anche quando erano al chiuso, nei dormitori del secondo piano, sdraiati sui letti.

Jungla. Foresta.

Sono sempre più convinto che l’uomo abbia ormai bisogno della jungla, della foresta. Che abbia sempre più bisogno di respirare l’umido del terreno e sporcarsi di humus e di foglie putrefatte. Che debba sentire il profumo del decomposto, l’incenso della resurrezione. Non si corre infatti pericoli se si abbandona tutto il resto. Non si possiede più nulla. Neanche più un’identità. Ma che c’entra questo con il bambù? C’entra. Il bambù c’entra sempre.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 3.2  

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 3.1

3.

“Ei Sanwa, che ne dici allora dell’idea del locale? Ci hai pensato?”

“Ci sto pensando DeLuFa. Direi che forse è arrivato per me il momento di buttarmi nuovamente nella mischia, di rimettermi in discussione. Intraprendere qualche nuova impresa, magari con un folle come te”.

Mi guardava.

“Vuoi quindi aprire un locale con me, tu dici, eh? Ne sei sicuro?” continuò.

“Ma questa domanda veramente te l’avevo fatta io!”.

Sorrise alzando una Qingdao.

Aspettò un attimo, mi guardò negli occhi, scrollando le spalle come a chiarire all’ambiente circostante la sua intenzione di stoccare nuove energie per il futuro:

“DE LU FAAA!” altisonò Sanwa “Rock and roll?”.

Era un sì.

“Troviamo il posto”.

“Sono sicuro, verrà il locale più forte di Hainan, passerà alla storia, ci siamo fratello! Questo è il momento, le congiunture ci sono tutte. Non lo senti nell’aria il richiamo dell’energia? Voi cinesi lo chiamate Qi, giusto? Be, chiamalo come preferisci, come vuoi, per me è un Dio cosmico. È qui intorno a noi e ci sta invitando a realizzare un punto algebrico, una piramide. Troveremo il posto come rabdomanti, ne sono sicuro. Se si seguono i soldi, si sarà solo trasmettitore di conti, debiti e crediti! E noi seguiremo invece l’energia per diventare trasmettitori di energia!”.

Sanwa mi guardava senza espressione, ma dentro era entusiasta, percepiva la carica. Allo stesso tempo era colpito da tanta ingenuità, candore plasmabile. Lui voleva aprire solamente un nuovo un locale, un ostello per giovani, non giovani, per chi volete, basta saldassero il conto al momento del check out, anzi meglio ancora se al check in. Voleva campare in qualche modo. Fare qualche soldo, insomma. Doveva anche mantenere una figlia e fottere la gente.

Ma lo vedevo, nonostante tutto voleva continuare a sentirsi libero, attivo e giovane. Sono convito, mentre facevamo quella storia, che quella storia già esistesse, noi dovevamo solo lasciarla affiorare. Come un pallone sott’acqua, trattenuto e poi rilasciato che inevitabilmente viene sospinto in alto dal Sig. Archimede in persona, con tanto di occhialetti e cuffietta. La nostra era una storia nella storia della Cina.

Il primo ostello, la prima comune surfistica cinese! Sentivamo di fare quel che dovevamo fare esattamente quando ci apparve il da farsi. D’innanzi, a mani alzate, lo potevamo vedere sbracciarsi come l’omino che, sulla pista d’atterraggio di un aereoporto, indica ai piloti direzioni e precedenze. Solo che la nostra era una pista destinata solo ai decolli. Nessun aereo scendeva, nessuno atterrava. Salivano tutti. Verticalmente anche. Shuttles mentali. Buddha-Cristo era uno gnomo alieno disceso dal cielo della profondità del cuore, su di un astronave invisibile, nascosta dietro ogni cometa, dietro ogni costellazione conosciuta e sconosciuta. Da qui, da Andromeda dall’infinità dell’essere ben oltre ancora. Ovunque.

Così, come ognuno di voi, come ognuno di noi, quando si crea la propria storia personale. Unica. Cementificata. Quando si crea la propria storia, come una tela di ragno, perfetta. Perfettamente la si può vedere intrecciare, tessere il fluire nel sospiro vitale del mondo. Non resta poi che osservarla andare via, lontano vicino, e turbinare come un coriandolo ghiacciato lanciato da un boingsettequattrosette a tutta velocità nella stratosfera. Vederla poeticamente espandersi e intrecciarsi. IN-TRE-CC-I-A-RSI.

“Sì, siamo flussi d’energia, Sanwa! Ma non lo senti? Come fai a non rendertene conto? Sarà il posto più cool e più TE che tu abbia mai realizzato!”.

Continuava ad annuire, come prima, guardandomi da sotto le folte sopracciglia. Un po’ titubava, ma seguiva. Aveva la tipica faccia da uomo cinese titubante a cui viene proposto di impazzire abbandonando la propria castrante cinesità. Eppure l’unico modo per abbandonare la propria terraferma, le proprie certezze, per creare, per dipartire verso una destinazione non chiara, alla scoperta di un sé di cui non si sa ancora nulla, è proprio impazzire, abbandonare le certezze. Fare altro, nuovo, andare alla scoperta!

Sanwa avrebbe dovuto proprio collaborare con uno straniero pazzo. Con un italiano. Sono strani gli italiani. Amano parlare, e spesso non realizzano le proprie intenzioni. Parlano, parlano. Questo lui lo sapeva. Era un uomo d’esperienza dopotutto. Per questo titubava.

Non sapeva se la mia fosse follia o se avessi una ricetta alchemica, magari fossi in possesso di coordinate segrete per raggiungere un’altra dimensione, un altro e un alto o profondo livello di consapevolezza, e sperava che lui avrebbe potuto utilizzare tutto questo, commercialmente. Ovvio, no? Pensava d’essere lui a ignorare l’esistenza di una nuova formula applicabile al suo contesto. Voleva di più e doveva osare.

Ci sono troppi forse nelle nostre menti, troppi ma e troppe paure. A volte basterebbe invece un semplice sì o un semplice no, ed ecco! Realizzarsi tutti i nostri sogni. Materializzarsi di fronte a noi. Quasi da soli. Bastano due lettere.

Sanwa non era uno stolto, lo sapevo, era un businessman cinese capace e ancora giovane e, una parte di lui, voleva credere ancora nella magia delle cose, alle possibilità infinite della vita. In un certo senso, era attratto dalla carica dell’idea, come chi si lascia sorprendere da una luce dopo tanto buio e stropiccia gli occhi istintivamente. Non è che non voglia vedere, non può vedere chiaramente. Almeno non subito. Inoltre era un surfista, dopotutto, stava imparando quindi a trattenere l’energia dell’acqua. Era uno dei pochi, pochissimi surfisti che avevano risposto al richiamo del mare, al richiamo delle onde. Dopo aver abbandonato la città, sapeva di dover abbandonare ogni modalità cittadinesca di pensiero, doveva staccarsi da ogni punto di riferimento strutturale. Le dinamiche della grande società, della grande città, non funzionano più quando si è in due, quando si è in quattro, quando si è in mille. Funzionano solo per fottere le masse e per distogliere gli uomini dall’essere uomini, le donne dall’esser madri e modelle di sé .

Sanwa e io ricercavamo spensieratezza e spontaneità. Immediatezza di vita. Volevamo deframmentare il velo davanti agli occhi e spiattellarlo ai quattro cantoni dell’angolo estremo di quel buco d’Asia. Magari da lì avrebbe raggiunto distanze incommensurabili. Cercavamo la resurrezione, senza conoscer nessun Dio, o senza almeno conoscerne il nome. Lui, Sanwa, pur rispettando e conoscendo fino ad allora, come unico maestro e signore, il dio di carta, quello che si piega in tasca e nei portafogli, il renminbi, lui voleva tentare un dio nuovo. Cambiare. Voleva convertire il proprio sistema operativo mentale, abbandonare il server del denaro imperante, acquattandosi nell’ultimo lembo di terra, l’ultimo promontorio, l’ultima baia della Repubblica Popolare Cinese e dire “sì, io credo!”.

Quella sera prendemmo solo qualche birra, al vecchio locale di Dahai. Quello sulla spiaggia, con le tavole da surf mezze rotte appese fuori. Sull’entrata di sotto, l’ingresso dalla duna. E sul muro Dahai aveva scritto a caratteri occidentali, in rosso: Impossible is nothing. Ci passavo davanti ogni giorno, con o senza tavola, con o senza trucco, con o senza amici al seguito. E quella scritta era diventata come un monito, un richiamo, una sicurezza. Mi invitava tutti i giorni a credere nell’invisibile. Credere in tutto quello che stanno cercando di sopprimere, di uccidere, di far estinguere. Dahai, in italiano vuol dire Grandemare.

Un altro personaggio mitico nella storia di Houhai. Rispettato e isolato, passava il tempo solo, a guardare il mare, silenzioso come sempre. Una persona di pochissime parole, abbronzato e scolpito dal vento in ogni fibra del suo corpo. Portava spesso un cappellino da baseball con la visiera girata dietro la testa. Aveva denti leggermente ingialliti dal fumo, enormi, e sorrideva sempre.

Originario del Dongbei, nord ovest cinese, quello povero. Molto povero.

Spesso andavamo da lui solamente per porgergli omaggio, non tanto per prendere una birra, anche se poi la prendevamo sempre.

Eravamo in pochi ad andare da lui, ma questo non gli interessava. Anzi meglio così. Bevevamo molto. Questo a lui invece interessava. E quando cominciava a salire l’effetto dell’alcol, talvolta lui si avvicinava al nostro tavolo. Prendevamo sempre il primo in fondo sulla destra della terrazza, davanti l’immensità del mare. Forse in tutto il pub ogni sera c’erano sì e no quattro persone. Da sfondo una immensa, sterminata, incommensurabile calma tropicale. Nessuna luce. Nera. Noi eravamo l’ultima luce prima della distesa buia dell’acqua, delle onde e del vento del Pacifico.

Avete mai sentito la calma tropicale entrarvi nelle vene?

Be’, specialmente se stai sorseggiando una birra ghiacciata, magari con le stelle sul capo e con il rumore dell’oceano di sottofondo lì, a pochi passi, ieri, oggi e domani, ve lo dico io cosa vuol dire sentire la calma tropicale nelle vene.

Vuol dire sgomento.

Vuol dire sgomento per tutto quello che giorno dopo giorno, nelle nostre vite cittadine, lasciamo andare, tutto quello a cui rinunciamo, che non tornerà mai più. Un senso di libertà e di incertezza tali da salire su per il ventre, come se avessimo dentro un alieno, un figlio, qualcosa che si muove e che vibra dicendo ancora, ancora, ancora!

Eppure tutti noi abbiamo una spiaggia, un luogo in cui dovremmo essere perfettamente presenti al momento, tutti noi abbiamo tramonti sui mari del sud o dell’ovest o dell’est. Tutti abbiamo momenti che non torneranno più, che dovremmo afferrare fino all’ultimo stridìo di strati di tempo e ciucciare alla goccia! Dobbiamo succhiarli questi momenti, resuscitano dai morti.

“Ah! Ah! Ah! Hai visto le previsioni Sange?” dissi sorseggiando la mia ennesima birra serale. Camicia aperta, scalzo, bello, me stesso. Ero il cane di un dio.

“No, ma non sei tu quello che smanetta sempre sui cellulari o sta davanti al computer? Non sei tu Mr. Chinasurfreport che dovebbe dire a noi cinesi come e quando arrivano le onde? Pensavo guardassi tu le previ, ma poi scusa, domani hai qualcosa da fare in particolare? Devi decidere se andare in città o cosa? Svegliati e vedi il mare com’è dalla finestra, no?”.

Aveva ragione.

“Lo so, vecchiume ambulante che non sei altro! L’ho chiesto solo per prepararmi emotivamente, altrimenti, se Magicseaweed dà belle onde per domani smetto di bere stasera. Così mi posso svegliare prima e fotterti tutte le onde migliori mentre tu dormi e scureggi ancora a letto, no? Leale, cristallino! Ah! Ah! Ah!” sorridendogli in faccia. “Ma va… dai, domani ci svegliamo presto e andiamo all’alba…”.

“Ma se sono già le due di notte! E poi lo dici sempre. Quand’è l’alba domani!?”

“E che ne so! Faceva molto western detto in quel modo, con la birra e la sigaretta in mano, guardami, guarda adesso… che te ne sembra?” mi diceva ubriachissimo.

“Sanwa, sei sbronzo!”

Sbofonchiò qualcosa sorseggiando ancora l’ultima goccia dalla bottiglia.

“Ei Fantastico, porti altre due di birre, per favore? Spasibo!” urlai.

“Subito ragazzi!”

Fantastico era un ragazzo di vicino Mosca, un kitesurfer veramente fuori di testa. Non poteva più vivere senza il mare e soprattutto senza vento tropicale. In Russia il vento certo non manca, ma mancano “l’umanità delle temperature” come diceva lui. Così si era trasferito a Houhai e faceva il barman sulla spiaggia. Felicemente senza fregarsene di niente. Il padre era un pilota della compagnia aerea russa. Non aveva particolari ambizioni se non quella di vivere alla grande e felicemente.

Parlava cinese e inglese anche se con un marcato accento russo. Era una bellezza d’anima. Per questo noi tutti lo chiamavano Fantastico. Perchè era semplicemente un tipo… Fantastico! Aveva inoltre le più ricercate raccolte di chillout music che avessi mai sentito. Il suo soprannome era perfetto, gli calzava a pennello. Non ho mai visto un individuo che lo eguagliasse in reattività, in felicità, in gioia di vivere, in sorriso. Era energia allo stato puro. Incontrollabile.

“Domani vieni a surfare con noi” gli chiesi non appena arrivò con le tre birre ghiacciate (ne prendeva sempre una in più per lui!).

Camminava perennemente scalzo, coi piedi finti a papera, come soleva fare lui, per divertirsi a fare il buffone. Gli piaceva farlo, gli metteva l’allegria.

E giù a ridere, ma non per sciocchezza, per stoltezza, era pura traboccante felicità. Per pura decisione di esser felice a tutti i costi. Come quando sei piccolo e ti guardano facendo bugi bugi bugi bugi ecco, lui aveva le stesse reazioni, senza bugi bugi bugi bugi. Ogni volta che serviva ai tavoli per il lui il mondo si fermava. Era il suo momento, il suo palcoscenico, e noi gli spettatori che lo osservavamo arrivare e sorridere di gioia. La vera gioia. Gioia scalza.

“Allora, che dici, Franceska?”, sedendosi vicino a noi.

“FrancescO!, in Italiano si dice Fra-nce-scO!” gli ripetei per la millesima volta, sottolineando la pronuncia unendo indice e pollice in un perfetto ok linguistico maniacale.

“Ah! ah! ah! Francesc….O! ah! ah! ah! In Russia si usa la A per i maschi, lo sai ormai, no?”

“Lascia perde, AndreY!” usando il suo vero nome, sottolineandone il peso semantico. Non penso lo colse e penso fosse anche stupido cercar di farglielo cogliere.

“Allora salute! Ganbei!”

Ganbei DeLufa, ma a che brindiamo?” chiese Sange.

“All’ADESSO, alla nostra vita assieme, fratelli, brindiamo all’adesso!”.

Gan” che in cinese letteralmente vuol dire bevituttodunfiato.

Gan, davvero?”

“Ah! ah! ah! daiiii! Jiayou! (coraggio!)” urlò ridendo Fantastico mentre mi guardava. Muoveva indietro la fronte, in alto in mento, come per incitarmi a bere tutta la bottiglia alla russa, appunto.

Li guardai, sorrisi un po’ “Gan!” e mandai giù tutta la nuova bottiglia di birra. Scendeva giù una bellezza, giù per la gola e dritta nel mio corpo. La sento ancora viva in me quella birra. Le sue molecole si fondevano alle mie divenendo per sempre vive in me. Navigheranno nelle mie vene per sempre. Proprio quella birra, proprio quelle molecole, di quella birra di quella notte.

E “Gan Gan Gan” ancora riecheggia nella mia mente il suono di quei sorrisi strappati al tempo, strappati a qualunque tempo, a qualunque modo d’essere, in qualunque posto del mondo, con mille sguardi e mille ancora. In quei Gan si proiettavano tutti i sorrisi e tutti gli sguardi degli uomini del mondo. Quanto splendore… Gan Gan Gan… via via sempre più velocemente fino all’essere una sola immagine fatta delle molteplici immagini dei volti umani del presente e del passato.

Eppure tutto passa.

“Andrè – dissi alla romana- vabbe dai, portamene un’altra… graziiiiieeee”

“ah! ah! ah!, ok FrancescA”, accentuando di nuovo la A.

Amavo quell’uomo.

 

Drin Drin Drin Driiiiin

“Sì?”

We’, DeLuFa!”. Era la voce di Sanwa.

Aveva il suo solito forte accento sichuanese scocciato, apparentemente assonnato. Sembrava sempre assonato per telefono. Incredibile, a qualunque ora del giorno e della notte. Anche quando non aveva minimamente sonno. Ma quando era al telefono cambiava la voce e il mood. Aveva sonno.

Wei Sanwa, che c’è?”

“DeLuFa, vuoi venire qui che sto facendo un sopralluogo al palazzo dove potremmo fare il locale. L’ho trovato, penso. Vieni! Voglio sentire la tua opinione. Sbrigati, sono qui…”

“Dove?” chiesi.

“…in quel palazzo davanti al Nanuna, quel palazzo alto sulla sinistra, con le tegole blu. Hai presente?”

Annuivo dall’altra parte della cornetta come se mi potesse vedere, poi dissi “Certo che ho presente lo vedo tutti i giorni. Sta davanti casa mia!”.

“Bene – sempre scocciato – vieni! Mi affaccio così mi vedi e sali, ora siamo sul rooftop, qui pensavo potremmo fare il bar!”

“Ok, due minuti, e arrivo!”

Hao, ok, hao (bene, ok, bene)”. Attaccò.

 

Mi sciacquai la faccia, bagnai i capelli, legai l’elastico dei miei boardshorts e presi la strada per il Nanuna. Percorsi neanche trenta secondi a piedi. Ero già sul luogo. E in ritardo. La cosa mi divertiva, perché scocciava sicuramente Sanwa.

“Ei, Sange?! Dove sei? Mi senti?” urlai.

“DeluFa! Sono qui, ma che ti urli!? Vieni è qua, siamo sopra. Terzo piano! Ma non avevi detto che conoscevi il palazzo?”.

“Sì, l’ho detto!”, non aggiungendo altro.

Salii le scale a due a due fino al penultimo piano. Non ero mai salito fin prima, perchè mai avrei dovuto farlo? Avevo sempre visto il palazzo e la balconata da casa mia o passandolo a piedi da sotto, mentre andavo chissà dove a fare chissà cosa. Da su l’aria, il vento del mare si sentivano esaltanti.

Mi si arruffarono i capelli legati già male.

Il palazzo era anonimo, semplice, lineare, un rettangolo di mattonelle color giallo-ocra. Ogni tanto si alternavano linee orizzontali di mattonelle bordeaux, sul lato esterno. Era molto carino, a me piaceva. Mi ricordava esattamente quello che mi avrebbe ricordato oggi nel ripensarlo e nello scriverlo.

Salii ancora un’altra rampa di scale e mi girai. Guardai l’oceano dalla terrazza dell’ingresso e chiusi gli occhi. Alcune chitarre suonavano da qualche parte, in qualche casetta più bassa verso est, nella direzione del promontorio. Le palme sbadigliavano. Sul pianerottolo c’era già un letto in legno, lasciato chissà da chi, uno di quegli antichi letti locali. “Chissà quanto avrà questo legno” pensai.

Scolorito, si intravedevano ancora le pennellate dei diversi colori che negli anni si erano alternati sulle assi di legno. A tratti si intravedeva un giallino, un verde, un blu scoloritissimo. Si sentiva che le doghe erano vecchie ancor di più quando ci si sedeva sopra. Gracchiavano. Scricchiolavano con la dolcezza di una miriade di notti, di albe, di tramonti e mezzogiorni. Era un legno vivo, più vivo del legno giovane che ancora non ha capito nulla. Un po’ come i giovani di oggi, più vecchi dei loro vecchi. Quel meraviglioso letto era lì da molti anni, abbandonato, di fronte alla baia più a sud del continente cinese, esattamente quella all’estremo del culo del mondo dell’Asia. Che poesia! Era così. Lo era. Non so perché ma tutto questo mi sembrava meraviglioso. Una scoperta continua.

“Ma da qui si vede l’infinito!” escalamai a bocca aperta. “Sanwa, questo posto è splendido! Peccato per le case in prima fila sul mare che bloccano leggermente la visuale verso destra, di là, vedi?” dissi insoddisfatto come un bambino a cui non hanno comprato un secondo giocattolo, di ritorno dal parco giochi.

“Be, certo, considerando che in una di quelle case ci abiti tu…” rispose ironico, “potremmo considerare l’idea di abbatterle!” con il suo tono inconfondibile. Se avesse potuto farlo lo avrebbe anche fatto.

Avrebbe potuto fare il cowboy in qualche film western cinese. Recitare la parte del buono che è anche un po’ cattivo. Con il sigaro in bocca, nell’angolo in basso a destra. Un piccolissimo rigangnolo di saliva a scendere, fronte abbassata per coprirsi un poco gli occhi dal sole con il cappello. Ce lo vedo. Sì.

“Eh eh, lo sai, quella casa me l’aveva trovata DongGe? A proposito dov’è ora? Sempre nella riserva?”.

Dongge era un cinesone, veramente grosso, con la pancia di rispetto, alto quasi un metro e novanta, sposato con una sexyssima donna tibetana. Amico atavico di Sanwa. Sono sempre silenziosi i tibetani, tendenzialmente, come i nepalesi pensavo, o almeno quelli che avevo conosciuto io. D’altronde, hanno sempre avuto a che fare con le montagne e gli spazi sovrumani. Ti forgia, ti cambia.

“Sì, è sempre al confine ovest del Sichuan, nella riserva con la moglie. Lo sai com’è fatto, no? Disprezza il mondo.”

“Sì, lo so.” risposi.

Amava tutto, per questo disprezzava il modo in cui veniva trattato il mondo. Così si ritirò con la moglie, praticamente in Tibet, a vivere di allevamento e di turismo. Per quei pochi amici e amici di amici che andavano a trovarli lassù.

Era stato lui che mi aveva presentato il landlord, Fratello Li, Pavarotti, per capirsi. Dongge aveva fatto da tramite, superando le resistenze mosse dalla diffidenza che un pescatore hainanese di origine cantonese poteva avere nei confronti di un forestiero italiano, capellone come me. Gli faceva un po’ strano, al fratello Li, vedermi sul suo territorio.

“È forse una spia?” pensava, “Perché parla così bene il cinese? Forse è qui per rubare qualche nostro segreto nazionale? O magari per portar via le nostre donne, mia figlia! Loro occidentali ci hanno invaso! E ora, noi che facciamo? Li facciamo entrare spontaneamente nelle nostre case? I laowai (straniero) non possono capirci, sono pericolosi!”.

Ni zhongwen weishenme jiangde zheme hao a?” (perché parli così bene il cinese?) mi chiedevano spesso. Dopo millenni di oppressione, prima imperialistica poi comunista, i cinesi sono sempre stati timorosi e diffidenti e non guardano di buon occhio gli stranieri, specialmente quelli che parlano cinese, e specialmente se questi si avventurano nei piccoli centri, nei paeselli. Forse che vogliano nascondersi da qualcosa? Nelle grandi città invece, come Pechino o Shanghai, gli stranieri ormai si vedono quasi a ogni angolo, è diverso.

Per i paesani noi siamo un potenziale pericolo. Siamo qualcosa difficile da capire. Figuriamoci poi un laowai che parla cinese, un laowai che ti capisce, che può comprendere la tua lingua. Lingua lasciata volutamente impossibile da compredere nel corso dei millenni per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I Cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre stati volutamente indipendenti e isolati. E un muro di mattoni non bastava. Ci voleva anche una lingua e una scrittura indecifrabili. “Tian bu pa, di bu pa, jiu pa laowai shuo zhongghuohua” un antico detto, diffuso ancora oggi in Cina. (Non temere il cielo, non temere la terra, temi uno straniero che parla cinese).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 3.1 

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1