Parte Prima – Capitolo 15

Prendemmo il treno della notte. Un bel treno. Se lo vedevi da fuori era tutto pulito come uno scolaretto col paniere. A ogni fermata lunga, apparivano da ogni dove omini vestiti di blu che sudavano sudavano per pulirci il guscio. I vetri sembravano invisibili, si poteva avere quasi l’illusione che non ce ne fosse alcuno, tanto sudavano per la perfezione ingrata. Dentro invece era tutto duro.

Prendemmo delle birre nel vagone ristorante che bevemmo guardandoci in faccia e guardando fuori in ansia di vedere oltre ancora.

Da Chengdu volevamo raggiungere Guiyang, nella provincia del Guizhou. Una delle zone più povere della Cina. Non era lontanissimo in termini cinesi, eppure ci aspettava un viaggio di circa novecento chilometri. In una nottata ce l’avremmo fatta senza problemi e io ero curioso, non ero mai stato neanche là. Ne avevo sentito parlare bene da chi era povero e male di chi era ricco e io, non sapendo quali parametri utilizzare, non sapevo cosa fossi, povero o ricco. Non ascoltavo nessuno e volevo andarci di persona anche solo per guardare e testimoniare. Non m’interessavano le opinioni degli altri sugli altri. Tanto è vero solo quel che si crede sia vero. Io volevo vedere con i miei occhi, quell’altro sputo di mondo cinese. Volevo capire dove cadevano e dove si rialzavano, volevo mettere un dito nelle cicatrici e svelare il bello e il brutto, incrociandoli sulla lingua delle persone così come ai crocicchi ci paese. Ero interessato a scoprire il non senso di suoni che si sente dalla sofferenza e dalla gioia umana. Senza senso. Come un fischietto per cani che tu non senti, ma il cane, sì, lo sente. Come un’esplosione di stati d’animo umani. Questo sentivo, viaggiando dentro me stesso. Non c’era povertà e non c’era ricchezza. C’erano solo giusto e sbagliato, verità e menzogna, Dio e Satana, luce e ombra.

Fuori dal finestrino potevo distinguere scorrere e salutare con la mano anche tutte le mie paure e le mie angosce. La paura di non arrivare, la paura della paura, la paura di non esser mai partito davvero, la paura di morire, la paura di vivere.

Mia moglie mi odiava. La mia famiglia piangeva, mentre io vagavo come un cavaliere sotto la pioggia chimica del futuro. Non guardavo neanche la cartina per vedere chiaramente dov’ero o dove non ero: da qualche parte là, e questo mi bastava. Lontano dalle rotte tradizionali (che vuol dire tradizionale?), dai luoghi del commercio e dei turisti. Oddio quanto odio i turisti! Sono l’apoteosi dell’impoverimento umano da superficialità vacanziera. E poi tutta quella felicità smielata di cosa? Libertà a scadenza. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette, meno sei, meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno. Dannazione, sono di nuovo schiavo per un anno! Devo pagare il mutuo!

I turisti sono la dimostrazione di come l’uomo sia stupidamente incapace di cambiare vita, sempre più schiavo della macchina e del sistema. E così viaggiano desiderosi di perdersi nelle vite e nelle usanze altrui, di rilassarsi (“Oddio Claire, cara, ho proprio bisogno di rilassarmi in questa vacanza, ho già preso appuntamento dal parrucchiere per giovedi prossimo e poi parto, non vedo l’ora, ne ho proprio bisogno!”) senza avere neanche la forza necessaria per cambiare se stessi.

Be’, ho sempre pensato che solo abbandonando si ha veramente amato. Solo lasciando andare, non vedendo, non abbracciando, non sentendo, non baciando; solo distaccandosi totalmente, solo lasciandosi veramente, indescrivibilmente, senza compromessi, pratici o mentali, solo così facendo si può capire veramente, globalmente, unicamente cosa voglia dire restare, amare, decidere. E il viaggio non è contemplato in questa dinamica di mutazione dell’essere.

Io non volevo e non voglio nulla se non vedermi in faccia, ma finora nessuno specchio ha mai potuto riflettere la mia vera immagine, tanto meno quelli degli hotel turistici di periferia. Sentii che anche Budda era andato in vacanza. Dicevano avesse lasciato il Paese. Secondo me aveva abbandonato il pianeta o si era nascosto, entrando sotto la pelle di un animale invisibile, serpentino, cambiando apparenza, ma non sostanza, e adesso gioca a carte con Cristo (ma nessuno dei due sa barare!); giocano nudi e nessuno dei due vince mai. Si accorgono solo alla fine che, ogni volta, manca sempre una carta. E sempre la stessa.

Guardavo Ajie dormire, con la testa poggiata sul tavolino ripiegabile del treno e avrei tanto voluto dormire anch’io un sonno chiaro e definitivo.

Andare in treno è una delle più profonde esperienze spirituali che un uomo possa fare sotto i quarantanni. Superati i quaranta, cambiano le cose. Ne sono convinto. Se non cambiano, vuol dire che non si è saltato su treni a sufficienza e non si è scavato a dovere in precedenza. Ora per me, poco sotto i quaranta, è presto o è già tardi?

Fatto sta che quel dannato treno correva nella notte, in un buio forsennato e mi veniva quasi la febbre solo a guardare fuori l’oscurità.

Girai una trella da me e Ajie si svegliò subito, neanche avesse avuto il radar o l’antifurto per sottrazione indebita di marijuana dal taschino. Era un controllore di ganja. Meglio così. Può sempre risultare un potere utile, prima o poi, avere  un amico così.

“Dà qua, faccio io” disse, prendendo l’impasto di tabacco ed erba che avevo nel palmo della mano sinistra.

“Perché scusa? Sto facendo io, che cambia?”.

“Non ti posso vedere fartela fare da mancino, e poi sono io il rollatore ufficiale della spedizione! Tu sei il baobiao (bodyguard)! Non confondiamo i ruoli per favore! Ah!” disse mezzo sbadigliando e bevendo una lunga sorsata di birra ormai calda. Poi fece una faccia insoddisfatta ma, senza lamentarsi, continuò nella sua opera.

“Dai te ne offro un’altra io… PADRONE! Ti va?” dissi alzandomi. E la trovai anche una buona occasione per sgranchirmi un po’ le gambe. Erano ormai già alcune ore che eravamo in viaggio e non mi ero mai alzato.

“Torno subito” dissi.

Annuì sorridendo, con la sua solita faccia da schiaffi, come a dire “ok ok zitto zitto ci sono quasi!” mentre finiva il rollaggio.

Potevo finalmente camminare un poco. Percorrevo i vagoni sbirciando dentro i vari scompartimenti. Ci si può trovare di tutto, tutti i tipi di persone, quando si viaggia in treno la notte. Chi ha il demone del non dormire può imbattersi nei propri simili, ritrovandosi spesso a raccontare la propria vita o a sentire storie lontane e struggenti. O belle. Avevo viaggiato spesso in treno in tutti quegli anni di Cina, conoscendo miriadi di sconosciuti, gente schiacciata dalle incombenze, dal proprio lavoro, oppure da una vorace famiglia, dalle responsabilità o dal destino.

La Cina non è mai stato un posto clemente per chi vuole vivere differentemente gli ultimi anni che restano di giubilo sulla Terra, e non si può infrangere troppo il regolamento. Bisogna attenersi alla tradizione, stare attenti. Essere rispettosi del fallimento dell’umanità. Così, quando sei in treno, vedi migliaia di diseredati psichici sbattersi da una parte all’altra del Paese, tirati come da cordoni ombelicali attorcigliati intorno al collo. Viandanti lebbrosi senza campanello, scavati in volto, coi denti all’infuori, che percorrono enormi distanze per trovare un po’ di pace e di armonia. Dormono per terra o dove capita, mangiando spaghetti istantanei da pochi kuai ( 1 kuai è l’equivalente di 10 centesimi di euro circa) l’uno, e non si lavano. Si riscaldano bevendo acqua bollente, acqua che non manca mai specialmente sui vagoni dei treni notturni. Nei passaggi tra un vagone e l’altro infatti, ogni due o tre al massimo, si possono incontrare questi grandi bollitori grigi, da cui si può gratuitamente attingere acqua fumante. Loro unico conforto d’inverno, oltre la grappa. E ai jiaozi (ravioli) con l’aglio, s’intende. Molto aglio.

Presi quattro birre e tornai al nostro vagone.

I bambini erano sempre quelli più incuriositi dalla presenza di noi stranieri. Alcuni sorridono, altri si nascondono dietro le mani o dietro il corpo dei nonni. Altri fanno capolino con un solo occhio come a prendere la mira tutelandosi un po’. Chissà cosa pensano? I più piccoli ti indicano e se sanno parlare fagotteggiano “Laowai! Laowai! Laowai!”, sicuro che te lo dicono! Laowai (straniero), l’unica sorpresa in un mondo che destinerà loro sorprendentemente poco di nuovo e di vero.

Ajie mi aspettava per fumare.

Non bisognava preoccuparsi molto in queste circostanze, sui treni notturni, in Cina, puoi fumare, tranquillamente. La maggior parte dei controllori e dei viaggiatori non sa minimamente poi cosa voglia dire erba. Cosa sia, come sia fatta, che odore abbia e che cosa ci si faccia. Quindi, se ti metti vicino a un finestrino o nel passaggio tra due vagoni, lì dove tutti gli altri fumatori si nascondono per fumare, non ci sono mica problemi. Ti allieti il viaggio, sorridendo e chiacchierando con qualche sdentato amico che avevi incontrato già prima, magari lungo il vagone sette, specialmente se sei un tipo a cui piace camminare sui treni, come me. Anche loro, come i bambini, chissà cosa pensano veramente di noi stranieri? Sperduti su treni notturni, da soli, al centro del loro mondo visibile, lontani dai bar e dai club di Hong Kong o di Shanghai, dalle nostre Ambasciate luccicanti di bicchieri di cristallo e di tacchi a spillo ribaltabili, lontani dai nostri ambasciatori panzoni e ignoranti – arrivisti sociali! – o dalle ex-oppierìe, ora locali notturni, come il Suzie Wang. Notturne spremute di rosso agli angoli delle lanterne del drago!

Bello invece è vagare perdendosi tra la gente comune nella notte, lontano dagli uffici e dai numeri di telefono d’emergenza degli sconsolanti Consolati, dei ristoranti da mille kuai a portata e dai sorrisi delle cameriere con plus. Protezioni mentali per gente debole senza anima! Che tanto, più ci vuoi mettere dentro soldi e potere, e più sei povero e senz’anima dentro! E questa lista di possibili identità si potrebbe allungare infinitamente.

Questi amici fumatori lo sanno che sei diverso, ti guardano quasi tu fossi pericoloso, perché imprevedibile, ti guardano un po’ impauriti un po’ rispettosi, ansiosi di sapere chi sei. E tu sai. Fai silenzio. Fumi. Guardi il fumo denso salire anche di notte, come da una ciminiera, su su, fin nell’alto spazio, nel vuoto tra loro e noi, tra noi e noi.

Silenzio nella notte che scorre, neanche il freddo acciaio delle rotaie ha più nulla da dire e tace. Non gracchia, non schiocca. Binari vuoti e silenziosi, che ti portano a destinazione, come scivolando, mentre la tua prossima boccata ti aspetta inesorabile quasi a delimitare il tuo momentaneo angolo d’osservazione

“Mmmmm” inspiri.

“Uuuuuuuu” espiri.

Eravamo tutti belli e immacolati in quell’angolo di treno notturno. Capelli al vento, a guardare fuori dal finestrino. Buio notturno. Amici contadini con cui condividere attimi di niente misti a un momento dinamico tra presente e futuro. Ci scambiavamo occhiate, accendini e qualche risata complice. Una tentativo di comunicazione e di ponte tra generazioni di nemici e millenni di noncuranza. A qualcuno, pelato, brillava anche la testa.

“Ajie, arrivati a Guiyang dove si va?” chiesi un po’ assonnato distratto da qualche bagaglio mal messo nel corridoio del treno.

“Dove? Non saprei sinceramente. Arriviamo prima, mancano ancora un paio di ore”.

“Perfetto! Andiamo dove non sappiamo. Andiamo senza sapere perché andiamo!”.

“Esatto! Ma perché c’è sempre bisogno di una motivazione per tutto? Nel viaggio, se di viaggio stiamo parlando, non è importante dove e come arrivare, quando arrivare, perché arrivare… l’importante è andare.”

“E ritornare!”.

“Sì, …e ritornare, in un modo o nell’altro… in un mondo o nell’altro”.

Eravamo alla ricerca della ricerca stessa, viaggiando il viaggio, senza una destinazione fissa. Ma per fortuna avevamo amici in giro ed eravamo acquiescenti. Accettavamo le proposte del caso e abbracciavamo i segnali davanti a noi come una verità indissolubile su cui non potevamo fare nulla. Non avevamo ragione in nessun modo. Era come se in realtà il viaggio volesse viaggiare attraverso di noi e non il contrario. Il viaggio si era scocciato di osservare viaggiatori con mappe e tempi delimitati, persone con il cuore fermo, che neanche batteva più da tempo. Il viaggio voleva portarci a Guiyang che era ancora avanti a noi. Mancavano ancora due ore.

L’alba fu maestosa.

Maestoso è il termine esatto. Aveva un cappello di nubi e il sole ci salutava chiamandoci per nome. Per davvero. Non è la solita descrizione di un libro. Non è solo per aggiungere due righe a questa storia.

Era presto, non ricordo l’ora, e dovevamo carburare mangiando qualcosa di buono. Fuori dalla stazione se si girava a destra, non lontano c’era un chioschetto in un angolo della strada. Faceva Bingzhou. Una specialità del Guizhou. Una zuppa fredda e dolce con sopra marmellata e dentro pezzi di cocco, fagioli, mais farro e quant’altro. Una vera delizia per il palato, la fame chimica e la disperazione universale che, con un po’ di sbandamento e di eccitazione quanto basta, rendeva tutto indimenticabile. Bingzhou per tutti. Offro io! Importiamola in Italia, esportiamola in America. Creiamo catene di negozi che fanno Bingzhou in Africa e apriamo qualche chiosco sulle spiagge del Sud America. L’uomo soddisfatto fa meno guerre.

“Mo’ che facciamo? Dove andiamo? Conosci qualcuno qui?” gli chiesi sazio e finalmente appagato. Avevo un po’ voglia di tornare a Houhai, tornare a casa per surfare le nostre onde. Mi mancava l’oceano. Mi ero abituato al suo rumore, alla sua umidità nelle ossa, sulla pelle. Negli anni precedenti al mio trasferimento a Houhai mi era impossibile surfare così tanto e consecutivamente, ma a Houhai, le onde e il mare erano talmente costanti che potevi surfare per settimane di seguito senza mai fermarti. Mi ero assuefatto. L’oceano non si stancava mai e non era mai piatto, le onde si divertivano già solo a esistere per sé. E la gioia bisogna saperla cogliere, non bisogna abituarsi alla sensazione di mancanza di gioia. Questa frega tutte le società, quelle orientali così come quelle occidentali. Ci marca lo spirito. Ci marca lo spirito. Questo pensavo. Pensate che effetto che fanno le bingzhou e le onde!

“Ajie, facciamo un altro giretto da qualche parte qui vicino e poi torniamo. Tra l’altro, tra qualche giorno arriva tutto il resto della roba che serve per finire l’ostello e a Sanwa serve una mano. Non mi va di lasciarlo solo! Poi mi manca il mare, devo surfare, ormai sono giorni che giriamo e l’oceano mi sta chiamando… girare in posti senza mare è per me… non lo so… una sofferenza. L’oceano lo devo quanto meno vedere, sentire… capisci no?”.

Sorrideva annuendo.

“Ma sì, che problema c’è? Facciamo una cosa, c’è un mio vecchio amico, che non vedo da anni ormai, pare abbia aperto una piccola locanda in un posto dove possiamo mangiare e dormire per qualche giorno. Non è qui a Guiyang, ma sempre nel Guizhou, non ricordo il posto preciso. So però che è bello e fuori dal caos, ho visto in passato alcune foto che aveva postato su internet. Cerco di contattarlo su QQ (chat cinese) e vediamo se risponde e se non è lontanissimo ci andiamo, che ne dici? Se non riusciamo a sentirci prendiamo il primo aereo economico da qui per Hainan. Tanto ormai siamo vicini, da qui il biglietto dovrebbe costare la metà che da Chengdu…”

“Perfetto!”.

“E poi abbiamo… ehm… hai… abbiamo ancora i funghi che ti ha dato Joe! Vero?”

“Sì, ce  l’ho qua – toccandomi la tasca dei pantaloncini – non me li sono mica mangiati da solo!”

“Ok, ora vedo se il mio amico è in chat e gli scrivo. Vediamo se da questa storia ne esce fuori qualcosa”.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 15

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 14.2

Al Jiaba c’era una gran folla e Ajie ci sguazzava dentro con una risata potente, quasi ne fosse il padrone. Lo si poteva quasi sentire raccontare storie, nonostante la musica fosse sputata fuori dalle casse a volume alto.

“Ma dove diavolo si è cacciato…” pensavo tra me e me. Lo sentivo ma non lo vedevo. E niente, alla fine mi bussò lui sulle spalle. Mi aveva girato attorno già con una birra e una trella formato gigante. Entrambi regali per me. Un sorriso che solo un amico veramente contento di vederti poteva avere. Oppure un fattone. E lui era entrambe le cose.

Presi la birra facendogli capire di conservare la trella per qualche istante. Volevo prima andare a salutare Laoli, che trovai al bancone non intento a essere intento a far nulla. Una persona piena, Laoli, capace di vederti al centro.

“DeLuFaaaa! Che onore averti qui! Hai già una birra, vedo. Ei Juddy, guarda qui chi è arrivato!”

Juddy era sua moglie, la madre di MuMu.

“DeLuFa, non sapevo stessi a Chengdu! Sono sempre l’ultima a sapere le cose! Come stai?” abbracciandomi mentre teneva le dita infilate dentro alcune bottiglie di birra vuote. Juddy Mani di Bottiglia.

“Benone grazie! Questo posto è fantastico Juddy!”.

“Grazie grazie – con un gran sorriso – ma scusa devo continuare a servire, tu fai come se fossi a casa tua…” sparendo tra gli spiriti della notte.                 A questo punto non rimaneva che bermi la birra.

Bevvi.

“Usciamo, vieni De Lu Fa” disse Laoli, prendendomi per un braccio.

Fuori, si stava meglio effettivamente, c’era più aria. Una leggera brezza sorvolava il Fulan che scorreva cheto cheto davanti l’ingresso del pub. Non c’erano lucciole in giro nell’aria, ma è come se ce ne fossero state a frotte lo stesso, nel vento.

Laoli aveva il suo tavolo privato sulla destra dell’ingresso. Il tavolo del capo, del Laoban che, come in tutti i locali, era sempre ispezionato da tutti, tutti volevano vedere chi erano gli ospiti della serata.

Guardandomi attorno notai subito che non ero l’unico straniero al Jiaba. Effettivamente quella era Chengdu, e non Houhai. Per questo nessuno prestava troppa attenzione alla mia presenza, fortunatamente. Qui i cinesi si erano assuefatti agli uomini dai grandi occhi.

Nei piccoli centri no, non è così, talvolta le persone quando vedono apparire un laowai (straniero), spesso hanno come una rivelazione, e cominciano a scrutarti come quando si vede per la prima volta il mare e l’immensità delle onde.

Già, le onde. Mi mancavano. Ma pensai che potevo farne a meno ancora per qualche giorno. Ero vivo, mi sentivo all’avventura, sballottolato come una barca alla deriva, fiducioso di trovare sempre un porto sicuro. Incosciente e forte come una colonna di San Pietro. Ero un romano diamine e nessuno poteva farmi del male. Neanche da solo, neanche uno contro mille. Loro lo sentivano. Li amavo. Lo sentivano. Ed ero benvenuto. Lo sentivo.

“Ei DeLuFa, questi sono Dong Chong e Xiao Gou (Cagnolino). Due amici, sono musicisti del posto e vanno una bomba!” disse Ajie, e poi rivolto a loro “ Questo è DeLuFa, il mio bodyguard dal maglione di peli! Ah ah ah! Suona anche lui la chitarra da dio, ragazzi!”.

“Ma che dici, Ajie!? A mala pena strimpello un po’… comunque…”

Ci salutammo passandoci la trella dell’amicizia che nel frattempo già girava facendo un cerchio di luce attorno al nostro tavolo. Era roba potente, bella, felice, spensierata che sapeva ancora di gioventù. Non ce ne fregava niente di niente. Eravamo invincibili anche quella sera. Neanche la pioggia ci avrebbe bagnati qualora fosse caduta. E a dimostrazione della teoria dell’invincibilità, quella notte, non cadde pioggia.

“Quindi, dice Ajie che sei un gran chitarrista, è vero?” chiese Xiao Gou.

“Macché gran chitarrista. Me la cavo appena. Voi pure suonate no? Cosa suonate? ”.

“Sì, – rispose Xiao Gou – lui la chitarra io le percussioni… peccato tu non sia arrivato qualche giorno fa perché abbiamo fatto una bella serata a un locale qui vicino, al MaTang. Altrimenti ci avresti sentiti… comunque facciamo musica nostra, rock cinese… ma diverso dalla solita solfa che è in giro oggi come oggi… ”

“Mannaggia! Capiterà dai, magari la prossima volta.”

“A proposito, ti va di fare un salto al MaTang (Zucchero anestetico)?”

MaTang… ma che figata di nome è?” risposi a sorpresa.

Risero tutti non aspettandosi quel commento da uno straniero.

“È il locale di un nostro amico, GuoGuo” risposte Dong Chong.

“Ma sì, Guoguo, ricordi? Lo hai incontrato tempo fa a Houhai, DeWa! (diminutivo in sichuanese di DeLuFa) Quello con le mani tatuate con cui parlasti tutto un pomeriggio, ricordi? – continuava a dirmi Laoli per cercar di farmi ricordare di lui – Dai, DeWa! Non è possibile che non ti ricordi! Lui era venuto a Houhai perché voleva aprire una sala da tè davanti al Jiaba sulla spiaggia e siamo andati tutti assieme a vedere quella casa diroccata col solaio che cadeva a pezzi… la casa bianca…”.

“Aaaaaa, sì grande! Guoguo, come no? Lo ricordo! Non sapevo avesse un locale qui a Chengdu. Certo, andiamo a trovarlo! È lontano da qui?”

“Niente è lontano se davvero pensi che non sia lontano, no?” rispose Laoli mettendosi accendino e cartine in tasca.

“No, non è lontano, non è lontano, è qua dietro. Possiamo andare anche a piedi…” aggiunse Ajie.

Andammo tutti assieme sbighellonati, deframmentati e felici.

Il MaTang era un altro live club di Chengdu, un po’ come il Jiaba, dove gli artisti s’incontravano per ossigenarsi, confortarsi e per cercar d’impressionare la scena rock musicale e spirituale del capoluogo sichuanese. Alcuni avevano sfondato, ce l’avevano fatta, altri no, ma valeva sempre la pena provare, vale sempre la pena immergersi nel flusso, qualcosa succede sempre.

Si entrava in una grande sala con il bancone e un alto palco sulla destra. C’era un gruppo che suonava jazz e non era niente male. Una band internazionale: un paio di cinesi, un tedesco e un canadese. Riconobbi Bodo, il tedesco. Un virtuoso bassista di Francoforte. Viveva a Chengdu ormai da più di dieci anni e si era sposato, messo le radici, aveva anche un figlio. Suonava per mantenersi, amava calarsi acidi. LSD a go-go. Faceva anche surf quando capitava giù ad Hainan in vacanza. Bodo.

Non mi vide entrare, era troppo impegnato a suonare e aveva i fari in faccia. Era veramente forte con il basso! Mi fermai un poco ad ascoltarlo, l’avrei salutato dopo. Salimmo al piano di sopra, dove una terrazza con le ringhiere in legno ci donava a una leggera brezza. Decisamente meglio dell’afa interna.

Guoguo era in fondo accerchiato da alcuni suoi amici, ci fece un cenno che pareva il Padrino. Era contento di vederci. Contento di vedermi. Strafatto come al suo solito, e non era un boss.

“Ragazzi, siete a Chengdu! – abbracciando Ajie – anche tu DeLuFa! Cosa volete da bere? – chiamò subito un cameriere fischiando.

“Birra!” rispose Ajie.

“Due birre!” facendo il tipico gesto di chi chiede birra a distanza.

Il cameriere, un altro tipo strano, mentre mi porgeva la birra mi lanciò come un’occhiata di schifo coperta da un sorriso. Ma forse erano solo le mie paranoie. Comunque. Prendemmo da bere ma io subito mi defilai, lasciando Guoguo parlare coi suoi amici, cercavo di seguire le loro battute sichuanesi, ma non capivo molto il loro dialetto, solo qualche parola qua e là, soprattutto le loro folcloristiche parolacce. Per quel che riguarda il mero aspetto fonetico il sichuanese ha alcune cadenze e alcuni suoni che ricordano sorprendentemente il pugliese. Cercai di spiegarglielo, sorrisero un po’, ma non riuscii a fargli cogliere appieno la comicità del rapporto pugliese-sichuanese. D’altronde era un accostamento che aveva fatto la mia mente e che non sapevo riprodurre.

Mi guardavo attorno, guardavo i grattacieli vicini di Chengdu e mi sentivo lontano. Quasi dentro le cose. E quando ci sei dentro bene non vedi. Non vedi il cuore, vedi solo esteriorità, perché non ci sono specchi che allontanano lo sguardo dall’interno. Chissà cosa sarebbe successo alla mia vita se, invece di atterrare e rimanere impecolato nelle profondità del grigiume scuro di Pechino, avessi preso la via del grigio chiaro, soffuso, del Sichuan, nell’angolo Sud dell’Ovest cinese, o chissà cosa sarebbe successo se non avessi proprio preso la via della Cina, ma fossi rimasto a Roma o magari fossi salito su un aereo per Waikiki o per Timbuktu.

A chi voleva imparare la lingua ufficiale, il Putonghua, Pechino offriva la migliore università dello Stato, ma a parte questo, la città era di un decadentismo trincerante. I pochi italiani che avevo incontrato non se la passavano bene, psicologicamente, qualcuno sì, ma lo trovavo uno stolto, un idiota. Erano benestanti certo, avevano fiorenti stipendi e prospettive di crescita inimmaginabili per i giovani disoccupati in madrepatria. La nostra Italia delapidata dalla democratica e da una costituzionalizzata corruzione politica. Alcuni italiani a Pechino ricoprivano cariche governative, e potevano vantare attici sulla Jianguomenwai (una delle più ricche e prestigiose vie della città), ma a parte questo, mi sembravano tutti vivere, chi più chi meno, esistenze finte e misere. Le anime li avevano abbandonati in qualche fondo di bottiglia di baijiu (grappa cinese) o tra le cosce di una massaggiatrice dell’Anhui, una di quelle che si prostituiva per totale disperazione o per sfamare un figlio. Ne avevo viste molte, donne che non sapevano cosa fosse l’affetto, cosa una carezza. Potevo vederlo facilmente quando ci parlavo, perché io ci parlavo sempre, specialmente quando provavano a eccitarmi durante i loro massaggi tradizionali, uguali in tutti i centri massaggi in qualunque contrada, di qualunque boulevard, in qualunque vicolo di qualunque città cinese.

La povertà era al totale servizio dell’amoralità. E odiavo lo stereotipo dello straniero in Cina, dell’occidentale in carriera, del colletto bianco della domenica dell’umanità. Tedeschi, francesi, spagnoli e norvegesi, pensavano tutti di poter affrontare il grande Nord dal privilegio della loro altezza media e per la lunghezza mediamente superiore del loro pene rispetto a quello dei cinesi. Ma io mi sentivo diverso da questi expats, li guardavo con aria malinconica, come se fossero già ombre, ombre che potevano ancora far danni enormi, e che qualcuno avrebbe dovuto fermare.

L’occidentale medio in Oriente fa danni. Ancora distrugge e senza creare ponti di scambio culturale. Di arricchimento reciproco. Distrugge se stesso e distrugge gli altri. Quasi tutti lavorano nell’import/export, si danno al trading come preferiscono dire, e io mi lasciavo solo ai miei pensieri. Ero solo. Come un pulviscolo piccolo piccolo sballottato tra l’estremo Est e il medio Ovest. E sei fottutamente lontano quando sei lì.  Molto lontano. Lontano anche da loro, che hanno perso umanità, richiudendola in una cassetta di sicurezza di una banca tedesca, o peggio inglese.

Quando tornavo in Italia, volando sopra la Mongolia e poi sopra la Siberia, pensavo, ecco sono quasi a casa; tanta e tanta la distanza che divide. Cinque ore di volo erano e sono solamente necessarie per uscire dal continente cinese, per lasciare quel vasto, pachidermico, immenso Paese, il Zhongguo (PaesediMezzo). Guoguo e gli altri, nel frattempo, continuavano a chiacchierare mentre io mi perdevo nei miei pensieri.

Vedendomi silenzioso e diverso non mi disturbarono, né io disturbai loro.

Guoguo sembrava sinceramente contento di vedermi, tant’è che si alzò e venne a sedersi vicino a me, offrendomi di nuovo da bere.

“Cosa bevi De Lu Fa?” chiese distrutto e con lo sguardo di chi capisce le emozioni altrui.

“Una birra, una birra è ok, grazie GuoGuo!”

“E di che? Quindi cosa combini nel nostro Sichuan di bello? Ti piace?”

“Sì è bello, molto affascinante” dissi mentre mi massaggiavo le gambe con le mani.  Non facciamo niente di che, io e Ajie andiamo in giro senza meta fino a che possiamo. Passeremo per Guizhou prima di tornare ad Hainan. Almeno così pensavamo di fare, che ne dici?”

“Guizhou? Ci sono alcuni angoli di quel posto infame veramente belli…” e girandosi di scatto, come se la testa fosse stata tirata da una molla o da un elastico precedentemente caricato a dovere, guardando Ajie disse “sapete già dove state andando? Avete bisogno di qualche aiuto? Fammi sapere che ho molti amici laggiù, in quel posto infame…”.

“Grazie GuoGe (Fratello Guo)” rispose Ajie “pensavo di andare a un mio amico che ha un posto giù, vicino a GuiYang. Lo voglio far vedere a DeLuFa, è un posto fatto apposta per lui, secondo me gli piacerà…” si fermò un secondo per leccare la colla della cartina della prossima sua trella-bellezza “…moltissimo”. La chiuse.

“Bene allora! Ma se hai bisogno, basta che mi fai sapere” disse ad Ajie continuando poi a parlare in dialetto sichuanese. Avevo finito seguire il discorso. Forse era questo che mi frastornava e isolava un po’. Non ero in vena di molte parole quella sera, può succedere a chiunque, ma fortunatamente mi sentivo percettivo, distraendomi da solo. “Grazie GuoGuo” risposi al posto di Ajie. Sorrise. Ajie mi guardò. Avevo sbagliato clamorosamente il tempo di risposta. Ma chissenefrega.

“Eee, vieni DeWa, tieni, accendila tu” disse Ajie passandomi la trella.

Laoli nel frattempo si era dileguato, era sparito chissà dove.

Gli altri chiacchieravano tra loro in maniera silenziosa. Erano per lo più apparenti avanzi di galera. Persone sfrante, desiderose di redenzione. Non erano pericolose se non te l’andavi a cercare. Bastava solo parlarci tranquillamente. Rispettavano il fatto che li rispettavo senza alcuna vena di pregiudizio o altezzosità occidentale. Sapevo che il il mondo che ci circonda è fatto solo di impressioni, impressioni libere e mutevoli. Erano curiosi di conoscere persone diverse, mentalmente aperte, con il cuore aperto, con cui parlare e confrontarsi. Non so se lo fossi io, ma sapevo di rispettarli, per tutto quel che avevano passato e dovevano ancora sopportare fino alla fine dei giorni. Sì. Per me loro erano vittime, vittime di un sistema dall’estrema potenza di fuoco, dalla volontà d’acciaio. Come un carro armato sopra un lastricato di noccioline, vedevo come si sentivano: oppressi non solo da un sole che filtrava sempre meno, anno dopo anno, ma soprattuto oppressi dalle cieche convenzioni sociali cinesi. Si sarebbero scarnificati la pelle pur di liberarsi dall’angoscia e dal senso d’impotenza che li attanagliava in quella Nazione.

Corpi senza anime, anime senza corpo che non si trovavano mai.

Quale soluzione poteva mai esserci per superare quest’incubo? Bisognava scappare, trovare un rimedio o affrontare la grande bestia ringhiandogli in faccia, come un cavallo pazzo al galoppo.

Non possiamo sopravvivere senza ossigeno, senza libertà, senza speranza di crescere, di migliorare, di evolvere. E così, la soluzione la trovavano nell’alcol SMODATO, nel bere quantità tali da lasciare increduli anche i più acerrimi santi bevitori. Bukowski al confronto avrebbe smesso di scrivere dandosi al canto libero.

Così come i pesci d’acqua dolce non possono mai vivere nel mare salato, chi non vive in fondo il proprio totale annientamento non può capire cosa voglia dire essere annientato, distrutto culturamente, spiritualmente, psicologicamente, come lo erano questi giovani in Cina. Sì, in Cina, proprio il paese del nostro Made in PRC che va ancora tanto di moda leggere dietro le nostre etichette e sulle nostre scatoline regalo. E non c’è sollievo, non c’è via di scampo. Non c’è più senso. Non si vedono più stelle, non si vede più luna, e tutti i monaci sono ormai dispersi.

Il sole pésca nell’universo nuove direzioni, i raggi bighellonano oltre lo smog, disinteressati, impossibilitati a baciare i volti delle nuove generazioni di bambini. I nuovi nati non hanno la gioia di ruzzolare giù per un verde prato e di fermarsi poi, ansimanti di gioia, a guardare le nuvole passare. Chi di noi non lo ha fatto? Non sapranno mai cosa vuol dire assaggiare le fresche acque di un ruscello, vedere le stelle la notte di San Lorenzo abbracciati l’un l’altro aspettando l’occasione di baciare qualcuno, con l’ansia e il cuore che batte sin dentro la gola. Non potranno esprimere desideri perché non verranno mai esauditi. Per loro vi è solo autodistruzione, un lento meccanismo-esercito di distruzione, suicidio sociale-fisico-razziale-totale. Made in Occidente.

Si può fuggire allora in ogni droga, in ogni sostanza, in ogni bicchiere e in ogni palliativo consumistico, ma le cose non cambiano. Questi erano i miei compagni, lì al Jiaba di Chengdu, così come nei locali di Gongtibeilu (zona di locali a Pechino).

Ragazzi che dimenticano di essere umani, che si mascherano di cinismo e  di menefreghismo, che, totalmente distaccati da tutto quel ch’è sentimento, da tutto quel che è empatia, vedono i giorni passare rimanendo sempre gli stessi. In un incubo.

Si rifugiano nell’artificiale, nelle droghe sintetiche e in tinozze di Erguotou (grappa cinese super economica, che normalmente viene bevuta dai posteggiatori e da tutti quelli che lavorano di notte, al freddo, per strada, nelle città del Nord).

E in questo sistema di giovani morti viventi e anziani deturpati dalla storia, le città si espandono col cemento e la plastica, coi neon e con l’alluminio. Gli uomini con gli occhi a mandorla non devono ricordare di essere umani, di essere vivi e capaci di altro. Devono solamente ubbidire, produrre, fino alla fine dei loro giorni, vomitandosi addosso l’un l’altro quegli ultimi spicchi di anima loro rimasta. Vi è come una mano oscura palpabile, visibile, riscontrabile in ognidove nel PaesenonPaese, in questa Nazione in cui sogni e speranze sono stati rubati!

E noi no, non vogliamo sapere, non vogliamo sentire, anzi “ma che palle!” Che ci frega della Cina! Sta lì, lontano da tutti noi e dai nostri occhi, dai nostri modelli di comprensione.

Sinceramente non so cosa mi fosse preso quella sera, ma io, proprio io, ero lì, e li guardavo negli occhi con uno sguardo incerto, ma consapevole.

Dopo due o tre cocktails di troppo, sentivo tutta quella pressione, atmosfericamente umana, piombarmi addosso quasi a dire “Ei, tu che fai qui? Tu non dovresti essere qui! Vattene, vattene via subito o te ne pentirai! Vattene subito e stai zitto! Stai zitto, hai capito? Non devi parlare!” Ma io, io non gli davo retta a quella voce, di certo era solo l’alcol che sbatteva dentro le mie arterie come una pallina di pinball, era l’alcol che correva in ogni angolo del mio corpo, scampanellandomi nel cervello e smembrandomi il cuore. L’alcol. Serate d’alcol. Alcol dei popoli. Oppio dei popoli. Alcol d’inferno. Oppio uomo-bianco. Cosa altro poteva essere quella voce? Ché anche la voce coscienza è ormai stata rimossa dai nostri abbecedari.

La notte era anche un poco inglese. Inghilterra, Nazione di ammiragli e di invasori lungo la rotta delle indie orientali, quando contrabbandavano oppio per distruggere il presente e il futuro dei figli della terra e di un popolo sovrano. Oggi? Ieri e domani? Popoli distrutti in pile di fumo divenuta nebbia, fumo nella notte… fumo nella nebbia. Storie del passato che riecheggiano sulle tristi linee degli angoli di grattacielo. Giovani girovaghi alla ricerca d’identità gridano attraverso linee che non ascoltano più. “Dio salvi la regina! Dio salvi la regina!”.

“Ei DeLuFa, andiamo! EI DEWAA! – mi ripresi dai miei pensieri saltando quasi sul divanetto – Andiamo!” . Era Ajie, che mentre parlava era già in piedi, senza barcollare.

Mi alzai osservato da tutti i lati, con le nuvole che da sopra sembrava volessero tenermi sott’occhio fin l’ultimo istante.

Salutammo ingloriosamente i nostri amici-fratelli, disperatamente felici, e via. Tornammo a trotterellare nella notte.

I neon ci avvolgevano come un mantello nel buio di un cuore di tenebra. Non faceva freddo, non era possibile sentire freddo. Era umido, questo sì. Un’umidità cinese, differente da quella nostrana. Un’umidità magica di magia nera. Ti si attaccano cose sulla pelle, chimicità di cose. Come nelle avventure di Jack Burton, racconti che non potevano essere narrati, perché non plausibili, come quando le Furie uscivano fuori dal nulla, nei vicoli della Chinatown di San Francisco, tra grida in cantonese ed esplosioni verdi, uccidendo tutti quelli che si trovavano sulla loro strada. Nulla avrebbe salvato nessuno. Non c’erano santi a cui appellarsi o supereroi marvelliani.

Così camminavamo nella notte, mischiandoci alle leggende, spintonandoci dalle risate, toccandoci lo stomaco tumefatto. Eravamo noi le furie. Furie impenitenti in cerca delle nostre prossime vittime sacrificali.

Eppure Chengdu era stata clemente con me, “Sii clemente con tutti, sii clemente con tutti”, in un lontano passato ero stato qui, ma che importava adesso. La città era cambiata, oggi era la città del porcatroiaggio da cui dovevo andare via. Mi era chiaro ormai, sebbene più sana della mia amata-odiata Pechino, in agonia, nascondeva passaggi segreti. Dannata città biliosa! Da qualche parte ci sarà pure stato un passaggio! Un riparo! In una teahouse magari in una teahouse vi era un passaggio spazio temporale per una dimensione sicura e spirituale. Ma non lo trovavamo mai, non c’erano più passaggi e tante teahouse.

I vecchi, a quell’ora tarda, erano tutti a dormire, potevo sentire i loro respiri sui cuscini sapere ancora di aceto e aglio. Sarebbero poi usciti al mattino, per uccidere i fantasmi accumulando energia. Si chiama TaiJi, Taijiquan. Io lo chiamavo il fascino del morire lentamente in un’epoca senza draghi. Ed effettivamente li potevi vedere a frotte, aprire le porte, all’alba, senza curarsi del cammino, impugnando alabarde e spade, giorno dopo giorno, affrontando il drago dentro di loro. Disinteressati della Grande Bestia, che non uccidevano mai. A loro bastava fronteggiarlo negli occhi e non rimanerne turbati.

Basta, avevo fame.

“Prendiamo qualcosa da mangiare, Ajie, che ne dici?”.

“Eccome! Mi hai letto nel pensiero! C’è un posto meraviglioso, proprio dietro il locale di Laoli. Andiamo devi provare” disse accelerando subito il passo.

“Che fanno di buono?”.

Pugaimian, DeLuFa, Pugaimian!” (pasta molto spessa, a mo’ di paccheri, in salsa di olio infernalmente piccante).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 14.2

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Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1