Parte Prima – Capitolo 12.2

Una distesa di cemento, di vetro e di acciaio oltre ogni immaginazione.

Una prova della vista e della vita. Chongqing si gonfiava come un pulsare della materia dentro la materia a dire “Signori, voi non potrete vincere! Non potete opporvi! Perciò piegatevi! Piegatevi tutti al mio giogo! Non potrete mai farcela! Vedete? Guardate cosa vi offro in cambio: cibo, sesso e gioco d’azzardo! Venite su! Venitee! Venite a meee!”.

“Che cosa te ne pare? Non è una vera catastrofe umana?” mi domandò ridendo con i pollici sotto le due spalline del suo zaino, uno a destra e uno a sinistra, mentre camminavamo sul marciapiede, “nessuna persona sana di mente potrebbe resistere a lungo in questo posto senza cedere alla pazzia. Io non ce la facevo proprio, sai? Non respiravo, mi mancava l’aria… guarda l’orizzonte… – indicandomi col dito lo skyline della città – su, là per quelle colline… che cosa vedi?” continuò guardando a est. Strizzai gli occhi per guardare meglio, nonostante i miei occhiali “Grattacieli e grattacieli e palazzi, solamente palazzi e grattacieli. Grigio, fumi e nero…” risposi con un misto di disgusto e di tristezza.

Sembrava un avanzare di melma fin l’orizzonte. Non era ancora buio, il nostro volo era atterrato di giorno e avevamo preso al volo un autobus dall’aeroporto fino al centro città, giusto giusto poco prima che chiudesse le porte d’ingresso. Ajie voleva andare da alcuni vecchi amici. Aveva qualcosa in mente forse, anche se magari era solo la mia impressione e non c’era nulla di deciso. Comunque nulla sapevo di quel posto e a dir la verità neanche mi interessava sapere dove stessimo andando. Lo stavo accompagnando in un certo senso. O forse era lui che accompagnava me. Voleva mostrarmi qualcosa. In quel vagare senza meta, camminavamo a ritroso nei suoi ricordi. Tutto quel che aveva già visto, già rifiutato, già vomitato. Era un’ulteriore conferma per lui. Vedeva anche nei miei occhi e nelle mie poche parole, che seguivo i battiti del suo cuore passo passo.

“Già – prese una lunga lunghissima pausa – hai capito, DeLuFa, eh? – guardandomi amaramente – questa è la grande Chongqing! Una città in cui gli uomini si massacrano tra di loro, senza neanche sapere il perché e senza neanche accorgersene! Non sanno neanche se sono vivi o sono morti! Un’allucinazione collettiva di gloria vomitevole! Ma noi no! Oooooooh noi no, amico italiano! Ora ho te, e tu sarai la mia guardia del corpo! Io ormai non ho più paura! haha!”.

“La tua che?” lo guardai divertito, calciando un brik di cartone accartocciato per terra. Qualcuno aveva bevuto un succo e lasciato il suo segno sul marciapiede come se sapesse che qualcun’altro – io – avesse avuto bisogno di calciare il suo brik.

“La mia guardia del corpo, il mio bodyguard con il pullover di peli. Sei italiano tu, no?”.

“Embè?!”

“Ecco tu sei il mio bodyguard mafioso italiano peloso! Non oserà toccarci nessuno qui, vedrai, avranno tutti paura di te con il tuo maglione da gorilla e temeranno anche me!”. Non smetteva di dire idiozie. Meglio così. Talvolta è meglio ridere.

“Ma dai che non ho tutti questi peli!”.

“Questo lo dici tu!” continuando a ridere e accelerando un po’ il passo.

Intanto la strada proseguiva in salita con un lunga curva sulla destra, nel cui centro, si stagliava un palazzo veramente imponente: una SPA formato Hollywood. Scritte al led alte metri inquantificabili illuminavano l’intero angolo di strada, attirando falene e clienti arrapati carichi di soldi.

Chongqing è piena di salite e discese, centri massaggi e una miriade di piccoli e grandi ristorantini. Al centro città, scorre un grande fiume (grande dal punto di vista europeo sicuramente). Su cui una distesa di chiatte, in attesa, ferme, aspettano, alcune lentissime, con movimenti quasi impercettibili, come se non ci fosse corrente e movimento. Vanno da qualche parte.

La linea dell’orizzonte era inesistente, spezzata di continuo da filari semininterrotti di grattacieli e cartelloni pubblicitari; scenario che spesso ricercavo nei film, be’ ora era là.

Grattacieli mangiauomini. Bunga Bunga. Eppure avevo già vissuto a Pechino, ci ero stato anni, avevo viaggiato in lungo e in largo per la Cina orientale, quella più industrializzata, quella delle città più brutte, dei grandi centri urbani coi soldi. Ma Chongqing indubbiamente era un mostro sconfinato di cemento. Oltre ogni immaginazione. Non riuscivo infatti a capacitarmi di come oltre trentamilioni di persone potessero incrociarsi e vivere così strettamente, le une con le altre, senza uno straccio di natura e di primordialità. Non c’era uno straccio di verde. Solo cemento e gru per altre costruzioni e nessuno che dicesse niente.

Vedevo donne e uomini camminare per le strade quasi fossero fantasmi. Rassegnati a una dannazione eterna. Il tronco stabile, fermo, le braccia lungo i fianchi morte. Le gambe, movimenti lenti e monotoni, lungo le stesse salite e le stesse discese, giorno dopo anno.
Effettivamente le donne erano molto belle. Una percentuale di bellezza altissima.

Sembravo un invasato. Ogni volta che ne incrociavo una, camminando sul marciapiede, giravo la testa per seguirne l’andamento dei capelli sulla schiena. Erano capelli lunghi che scintillavano con tutte quelle luminarie e tutti quei led dei ristoranti e dei locali sulla strada. Ero in un incubo. In un incubo in cui l’unico sollievo era il sesso o l’oblio. Sentivo quasi già il freddo della pietra incombere su di me. Dovevo andare oltre, quanto prima, andare avanti, non dovevo pensarci troppo, sarei diventato un mostro, un mostro d’inferno, l’anima mi si sarebbe strappata via da sola.

Loro, gli altri passanti, a differenza di me, non guardavano mai. Era come se non riuscissero a vedermi. Come se fossi un invisibile fantasma per loro. Avrei anche potuto afferrarli per vedere se mi fossi davvero ritrovato le braccia al petto cadendo fragorosamente a terra. Io-ectoplasma. Io spirito del viaggio ectoplasmico. Viaggio astrale. Ero e non ero, stavo e non stavo, pensavo e non capivo, capivo senza pensare. Scorrevo su un lungo, infinito tapis roulant ai cui lati i palazzi, le costruzioni, i ponti, i fiumi, i popoli e le vite si alternavano, s’intercambiavano in lungo, su di un palco. Una scenografia di cartone per il mio viaggio transuranico. Era tutto nella mia mente. Tutto avvenne senza essere avvenuto. Soffiatemi sul viso. Soffi sul viso, i loro respiri luminosi. Sino all’ultimo attimo. Soffi sul viso.

“Dove mi stai portando Ajie? Sono ore che camminiamo”.

“Non preoccuparti, siamo arrivati. Andiamo a trovare un vecchio amico. E poi voglio portarti a una festa se c’è ancora, non lo so se la fanno quest’anno. Ma se ci sarà… allora si che ci divertiremo!” disse guardandomi con l’aria di chi sa un segreto che non può rivelare subito. Ché come le migliori rivelazioni, c’è sempre da aspettare. “Da questa parte DeLuFa. – indicandomi qualcosa più in là – siamo quasi arrivati, vedi quel ponte?”.

“Sì!”.

“Ecco il nostro posto sta là sotto.”

Tai hao le! (Benissimo)”. Dissi contento di essere arrivato da una qualche parte che potesse essere considerata un momentaneo arrivo.

Mi affacciai per osservare il fiume, alla mia destra, i soliti grattacieli e le luci del tramonto, lontano a occidente. Non c’erano nuvole, ma una nuvola continua, ininterrotta, che si intrufolava lungo le verticali dei palazzi.

Distolsi lo sguardo. Non avevo già più nulla da vedere. Era troppo per me. Animo fragile. Disadatto alla complessità delle forme moderne di vita.

Figuriamoci poi a Chongqing.

Avevo bisogno di rilassarmi un po’, fumarmi una trella e addentare qualcosa di buono.

E per fortuna eravamo arrivati.

Davanti al ponte-cavalcavia, sulla sinistra c’era una piccola porticina verde e un giardinetto stretto e lungo, di circa tre metri per dieci, con un ammasso di oggetti in legno e di strumenti buttati alla rinfusa, anche appesi ai lati, sulle grondaie, che davano l’idea di trovarsi in un vecchio emporio o in un locale di un artigiano.

Una piccola fontana in pietra con degli assonnati pesci rossi cercava di pulire l’atmosfera contratta dell’ingresso. Feng Shui lo chiamano in Cina. Ora di moda anche in Occidente anche se, in verità , non molti ci credono.

Un tipo sulla cinquantina ci aprì amabilmente la porta sorridendo. Aveva il viso liscio, raggiante, modesto. Sembrava quasi un monaco.

Si chiamava Da DongGe, era un falegname. Un vecchio amico di Ajie. Successivamente venni a sapere che era molto conosciuto e rispettato, in un circuito a Chongqing, specialmente in un giro di artisti dissidenti, molto underground. Anche lui era un artista. Esprimeva la sua creatività con le mani. Con il legno. Aveva creato un piccolo angolo di paradiso spirituale, in quel piccolo loft invisibile, a lato del cavalcavia. All’esterno della porta d’ingresso pendevano un paio di suoi lavori fatti a mano e dei bellissimi sonagli a vento che lanciavano nell’aria un suono incantato. Entrando subito sulla destra vi erano una sediola bassa e un tronco a mo’ di panca, un po’ scavato. Dei vasi di latta, appesi alle pareti e sopra degli scaffali, lasciavano al loro interno nascere e arricchirsi le radici di diverse piante selvatiche. Anche le piante erano a loro agio. Rilassate e osservatrici.

“Da Dongge!” salutò Ajie con la sua voce squillante, abbassando la testa in saluto di rispetto.

“Ajie! Come stai? Quanto tempo! Tutto bene?”

“Tutto bene, tutto bene, grazie Da Dongge. Lui è DeLuFa, il mio bodyguard!” rispose indicandomi con la testa con un leggero movimento del mento sorridendo.

“Salve Da DongGe, felice di conoscerla!” dissi allungando la mano e guardando Ajie per un attimo come a dargli un morso sulla lingua per le cazzate che andava sempre sparando.

Mi guardava.

“Piacere”, rispose lentamente.

“Piacere mio, questo posto è splendido!”.

Apprezzò il complimento, accendendosi una sigaretta, mostrando un grosso anello sul mignolo destro. “Ti ringrazio De Lu Fa, questo è il posto di noi tutti. E tu sei il benvenuto!”

“Grazie mille”.

“Ma prego, posate pure i vostri zaini liberamente sul divano e fate come se foste a casa vostra. Prendete del tè?”, disse facendoci largo con il braccio come a invitarci a tavola.

“Io sì, grazie Da DongGe!” rispose frettolosamente Ajie, che nel giro di un secondo era già a suo agio sul divano, aveva poggiato il cappello sul mobile a lato e già cacciava l’occorrente per girare una trella di classe.

Io lo guardai. Lui mi guardò. Da Dongge ci guardò. Fumammo insieme, quasi in silenzio, mentre l’acqua raggiungeva la temperatura giusta per il tè.

“E così, di dove sei, De Lu…”

“…Fa! DeLuFa.” Continuai aiutandolo nel ricordare il mio strambo nome da straniero, “sono italiano, vengo a Roma. Ma sono tanti anni che ormai vivo in Cina. È un po’ la mia seconda casa adesso.”

“Da Roma?!” ripetè lui espirando una spessa coltre di fumo. “Davvero? E da quanto tempo? Dove sei stato?” continuò sempre più interessato a questo misterioso italiano seduto sul suo divano, davanti a lui.

“Sì, davvero. Mah, non so neanche io bene, saranno più o meno otto anni adesso. Non ininterrotti ovviamente. Ogni tanto torno a casa a trovare la famiglia, specialmente a Natale…”

“A sì, il Natale…” ripetè svogliatamente passandomi la trella.

“Ora vivo ad Hainan. È lì che ho conosciuto Ajie. Prima ho abitato molti anni al nord. Tra Pechino e Tianjin…”

“Tianjin? – disse sorpreso – e cosa sei andato a fare a Tianjin?”

“La mia ex moglie è di Tianjin…” cercando di imitare il dialetto tianjinese, universalmente conosciuto in Cina come uno dei più comici.

Sorrise di gusto, tossendo per il fumo che gli era andato di traverso. Sicuramente non si aspettava di sentirmi parlare in tianjinese.

“Capisco. Allora sei quasi un cinese – disse mentre si stiracchiava un poco sulla poltrona – Ma che cosa ci sei venuto a fare qui nella lontana Cina? Non ti piaceva l’Italia?” sempre incuriosito mentre verificava se l’acqua bolliva. (Ero probabilmente il primo italiano con cui gli capitava di parlare liberamente in cinese, per giunta seduto nel salotto di casa sua).

“È una storia lunga. Potremmo dire Yuanfen (destino)” . Con quella risposta svicolai tante domande a cui ero ormai abituato, che mi annoiavano. Da anni infatti mi trovavo a dover rispondere sempre alle solite domande di repertorio che necessitavano spesso di lunghe spiegazioni e considerazioni da parte loro. Rispondendo “Destino”, invece, lo avevo reso felice utilizzando un cinesismo che chiariva concisamente tutta una serie di pensieri che altrimenti avrei dovuto esprimere per seguire la psicologia cinese. Avevo spiegato bene che mi trovano nella situazione di chi si lascia andare semplicemente alla chiamata della vita, senza forzature.

Non aveva bisogno di fare altre domande.

“Io e DeLuFa siamo venuti a fare un giro in zona. Nei prossimi giorni dovrebbe anche esserci la grande festa sulla Montagna delle Fate. Che tu sappia la fanno quest’anno?” chiese Ajie ormai sbragato sempre più sul divano.

“Certo che la fanno, ormai si tiene ogni estate da anni… lo sai, no?”

“E tu ci vai Da Dongge?” continuò esultante Ajie.

Non sapevo nulla circa la festa sulla montagna. Ajie non mi aveva accennato minimamente la cosa. Ma conoscendolo non aveva premeditato di non farlo. Si era semplicemente ricordato del fatto ora, grazie al fumo e alla presenza di Da Dongge.

“Non ci andrò quest’anno, ma puoi parlarne con Xiao Dongge però, lui non se la perde neanche cascasse il mondo, lo sai, non lo farebbe mai e poi mai!”.

Intanto era arrivata l’ora di cena. Avevamo chiacchierato già per un po’ e il tempo era volato amabilmente senza che ce ne accorgessimo minimamente.

Quello era un posto sciamanico. Vi era una strana percezione dilatata. Tutto era più lento. Era forse la cura zen con cui Da Dongge aveva sistemato il suo spazio di vita, la sua dimensione. Il rumore dell’acqua sulla fontana in pietra alle nostre spalle, la soffusa, quasi impercettibile musica orientale di sottofondo, mi facevano venir voglia di dormire, di abbandonarmi a sogni e a sonni liberatori. Volevo quasi docciarmi in quell’aria, liberarmi da molti dei miei pensieri, preconcetti, tensioni, volontà. Non avevo bisogno di nulla di tutto questo. Ha ragione McKenna quando dice che la cultura non è nostra amica. Ci chiude, tarpandoci le ali della conoscenza, chiudendoci gli occhi alla scoperta senza limiti. E io volevo solo godere di quel momento, come se non ci fosse altro al mondo che quel unico infinito momento di stasi cosmica. Noi tre, il nostro fumo, il nostro viaggio, il nostro sentirci vivi e speciali nell’infinito attimo presente.

Avevo la sensazione che ci conoscessimo già da tempo. Sembravamo vecchi amici ritrovatisi, lontani da casa, per caso, così , magari in un pub di periferia, lungo un viaggio tirato come da fili di marionetta, dalle mani di Dio. Eravamo come fuggitivi che scappavano da una guerra che, in un battito di ciglia, si ritrovavano agli antipodi della Terra, salvi. E per me era effettivamente così. Venivo dall’altra parte del mondo e le mie peripezie, mi avevano portato da loro, ero entrato in contatto proprio con loro. Perché proprio loro? Eppure ci sono un miliardo e mezzo di cinesi. Perché mi sentivo a casa?

Mi piombò in mente un episodio di qualche anno addietro. Lasciate che ve lo racconti. La prima volta che misi piede in Cina era il duemilacinque. Arrivai allo Shoudu guoji Jichang (Aereoporto Internazionale della Capitale) di Pechino in una tiepida giornata di Settembre. Scendendo la scaletta del boeing incominciai a sentire qualcosa di strano. Una sensazione misteriosa che non mi abbandonò mai nel tempo, negli anni a seguire. “Sono a casa! Sono tornato a casa!”.

Appena toccai con il piede la terra mi scorsero le lacrime giù dal viso. Sentivo di essere tornato a casa dopo secoli e secoli. Ero mancato dalla Cina per troppo troppo tempo. Questa esperienza psichica, perché così la definirei, mi colpì molto. Quella non poteva essere casa mia. Non vi ero mai stato prima, almeno in questa che riconoscevo come vita. Stanislav Grof si sarebbe mostrato interessato al mio pensare e a queste mie emozioni. Avrei volentieri partecipato a qualcuno dei suoi esperimenti sull’esperienza prenatale. Forse che io abbia vissuto una delle mie vite precedenti proprio nella Cina imperiale? Non sono il primo né sarò l’ultimo a parlare di esperienze di questo tipo. Negli anni, poi viaggiando per quel Paese sconfinato, ebbi modo di parlare dell’accaduto con diversi cinesi, amici e conoscenti. Li vedevo rimanere silenziosi per un po’, pensierosi. I cinesi sono molto attenti e sensibili al paranormale. Una volta a Fuzhou, nella provincia del Fujian, avevo preso una piccola camera in un alberghetto impossibile da riscovare. Forse neanche i vicini sapevano che c’era un alberghetto in quell’angolo di via. Il proprietario era molto generoso e cerimonioso. Mi invitò a sedere assieme agli altri suoi ospiti per un tè. Che c’era di male? Mi sedetti e passai del tempo amabile a conversare con loro. Perlopiù erano commercianti di passaggio per la città. Uscì
improvvisamente l’argomento parapsicologia, non ricordo come. Insomma andò a finire che mi dissero “Ecco allora perché con te ci sentiamo così a nostro agio! Non sembra quasi che tu sia un laowai! È vero o no – disse l’albergatore guardando gli altri cinesi – sembrava già dalla prima impressione che tu fossi uno di noi… a livello percettivo dico… ti sentivamo come tu fossi un cinese! Strano, no?”.

Un’altra volta a Pechino capitò qualcosa di simile. Era un freddo inverno. Come solo nel buio Nord del mondo può accadere. Nei Sud, no. Nel Sud la gente e il cielo sono solari, hanno il cuore più grosso e più rosso. Forse sarà il caldo o l’inclinazione terrestre che riceve meglio i raggi d’amore dall’universo infinito. Camminavo alla ricerca di arredamento antico. (Allora lavoravo nell’import-export. Per passione di oggetti meravigliosi che adoravo scovare e importare in Italia come un bambino che trova qualcosa di meraviglioso nella sabbia e corre da propria madre dicendo “Mamma, mamma, guarda che cosa ho trovato! Te lo regalo!”).

Bighellonando per i famosi hutong (vicoli) della città, passai davanti la porta di un negozietto. Un bugigattolo tutto rotto e sgangherato. C’era poca roba dentro. Era freddo e nessuna attrattiva. Ma notai un improvviso cambiamento del vento. Come un sussulto nel suo fluire. Sembra un assurdità per molti, ma sono fenomeni che avvengono chiari e che si può notare solo con predisposizione d’animo giusta. Come un’attesa del miracolo. “You ren ma? You ren ma?” (c’è qualcuno? c’è qualcuno?) chiesi mentre facevo qualche passo sbirciando tra le cianfrusaglie. Ah, potessi tornarci ora! Le comprerei tutte. Vecchi libri strappati in cinese, vecchie sedie, molle di qualche letto su cui forse qualcuno era stato assassinato o su cui magari qualcuno era nato, bamboline, scatoli, un mucchio di scatoli e scatoloni, orologi, statutine di Mao, occhiali rotti e occhiali sani. Ero nel mio meraviglioso mondo di Willie Wanka. Mi rotolavo spiritualmente in quei sussurri temporali polverosi. Porte della percezione sull’iride del Mistero. Camminando fui colpito da un immagine di Giovanni Paolo II sul muro. Il Papa. E Pensai “Cosa ci fa un immagine mezza strappata del Papa in questo vicolo di Pechino. Così lontano da casa. Lo sanno tutti che la Cina è contraria a ogni forma di religiosità. Il credo non deve esistere qui. C’è solo il credo politico. Evviva il partito! Evviva sua santità Mao ZeDong!”.

Dopo qualche istante fece capolino un signore sulla sessantina. Un po’ timoroso.

Non ricordo cosa successe bene, ma faceva tenerezza. Mi chiese da dove provenissi e quando sentì rispondersi “Roma” quasi svenne. Trasecolò. Venivo dalla casa del suo amato Papa. “Se vuole possiamo fare una preghiera assieme?” gli chiesi neanche io so come né perché. E così ci sedemmo sull’uscio del suo mondo, sotto lo stipide della porta da cui vedeva solo un canale col parapetto in pietra. Uno di quelli soliti che vedi passeggiando per Pechino. Coi leoni intarsiati ogni ics metri.

Pregammo assieme, in un’unità spirituale indescrivibile. Lui in cinese, io in italiano. Al mio “Yi, er san! Kaishi! (Uno, due e tre! Via!)” “women de tianfu, yuan nide mingshou xianyang” lui diceva in cinese e “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…” io in italiano. Potevamo mettere su una band. Ricordo la lanterna rossa che ciondolava dal soffitto, lentamente. Come una nenia, un diapason che scandiva il tempo del nostro respiro e del nostro incapace misticismo. Il vento s’insinuava tra le nostre parole sanando qualcuno chissà dove.

Finita l’esperienza stemmo in silenzio un po’. Mi guardò, chiamandomi amico. Ma poi avevo da fare, e andai via subito.

Così ogni qualvolta mi trovavo in una situazione di estremo agio coi cinesi, mi venivano in mente tutti i volti delle persone che si erano manifestate in questo mio peregrinare. Con cui avevo avuto un rapporto magico. Qui ve ne ho riportati due, ma ce ne furono molti altri. Erano volti di quale vita? Di quale dimensione? Mi sentivo come passare da uno spazio a un tempo e tramite un tempo in un differente spazio.

“Quest’erba è dannatamente buona, Ajie!”

“È quella di Da Dongge! Lui si tratta bene, d’altronde cosa resta all’uomo se non la gioia della ricerca e del miglioramento di se stesso? E se l’uomo non tenta con tutti gli strumenti messi a sua disposizione dalla natura come potrebbe mai riuscire in un compito così arduo? Fuma fratello! Fuma! Non ci pensare alle guardie che qui, non valgono niente… basta dare loro un pacchetto di sigarette e sai cosa ci fanno poi con la legge? Con la legge di chi poi? Per chi? Rilassati… non c’è problema!” continuò a farfugliare mentre assaggiavo quella prelibatezza.

“Ma te la sei sturata tutta!” dissi. Mi aveva dato solamente un filtro mezzo malconcio e bagnaticcio.

“Non c’è problema ah ah ah ne facciamo un’altra!”.

Ormai andava con il pilota automatico, senza neanche mettere in dubbio la possibilità che non potesse essere così. Bisognava fare un’altra trella!

“Subito? Aspetta un attimo, l’abbiamo appena finita! Mica possiamo fumare così in continuazione…” dissi ingenuamente. Oggi, ripensando a quel momento, mi vedo quasi come un grommet alle prime armi. Un bambino che, dalle medie passa al primo anno di liceo, con tutte le feste e le donne e le droghe e le scoperte di una vita nuova, in un attimo.

Lui mi guardò un po’ sorpreso, con un sorrisetto leggermente abbozzato.

“Ancora non hai capito qui le cose come vanno… il viaggio è continuo e l’hai appena cominciato! Non lo si può interrompere…” Era vero, pensai. Perché interromperlo? Paura forse? Forse inadeguatezza? La sua non era una frase buttata là per convincere gli amici a fumare, come avviene tra i giovani borghesi in ambienti di bivaccamento e di goliardia, magari ai Parioli o a Prati, alle feste, tra bambini e giovani annoiati. Figli di una tristezza quasi museale, figli dell’ovvietà e della vacuità delle città moderne dallo stomaco appesantito. Non c’è nulla da dire! Così questi giovanissimi si riempiono di droghe! Perché questo è. Ma noi no, eravamo come dei monaci sulla via, dei vagabondi taoisti, dei religiosi. Alle pendici dei monti sacri lungo la via che conduce all’illuminazione e alla rinuncia.

La sua dichiarazione era stata tanto lapidaria, quanto semplice e vera. Non avevo mai veramente notato il profondo pensiero che si nascondeva dietro il “semplice fumare” di Ajie. Lui era uno spirito puro che molti avrebbero scambiato per un semplice sbandato sociale, un dannato, un emerginato, un fattone. Non era così. Lo vedevo, lo sentivo. Ajie era un saggio, in un certo senso un’illuminato. Un giovane che aveva sofferto molto nella vita e che aveva capito. Aveva esperito il mistero che si nasconde dietro il velo apparente della vita. Lo aveva visto, ci aveva parlato, amoreggiato, ci aveva fatto a botte, lo aveva morso, era stato graffiato, eppure continuava a cercarlo per definire un rapporto equo e stabile. Era un rapporto di amore e odio con il lato top secret della vita. E aveva anche due puntini rossi sul braccio, come se fosse stato morso dal serpente del destino.

L’ispirazione, si nascondeva dietro ogni angolo, dietro ogni vaso, ogni fiore, ogni bellezza, ogni penna, ogni pezzo di carta, ogni gingillo e sopramobile. I quadri erano disposti con una cura e una perfezione berniniana. Tutto fluiva in quel fumo che si mescolava all’aria creando una stabilità d’intenti e di desideri inimmaginabile per chi non è stato seduto su quel divano e non ha avuto esattamente le nostre esperienze e le nostre illuminazioni. È semplicemente così. Quel raggio di luce sul tavolino in un giorno di smog, oscuro, in quell’angolo di mondo senza Dio (?). Eravamo lì e celebravamo assieme, e come in un dipinto decadente, autocreavamo la nostra tela sotto le pennellate di colore spesse e decise. Flussi e riflussi di coscienza. La marijuana in quel contesto era un catalizzatore di pensieri e di entità invisibili.
Creatore enteogenico.

Non so per quanto non parlammo, non so per quanto non ci guardammo, distratti da pensieri felici e distanti, ma eravamo appagati di essere, eravamo uniti da un’avventura che avrebbe deciso per sempre le sorti della nostra vita.

“E voi in Italia potete fumare marijuana liberamente?” chiese all’improvviso Ajie, come risvegliandosi da un torpore accettato, deliberato.

“Purtroppo no. Un po’ come qua, non ci si può esporre troppo. È ancora illegale, sembrerebbe che a breve qualcosa possa cambiare. Ci sono nuovi movimenti politici, partiti che fingono di essere veramente interessati alla salute fisica e spirituale del popolo. Ma c’è carenza d’intellettuali e di gente che si sbatta, anche rischiando, sull’argomento. Ho letto su internet che in Italia qualcuno sta portando avanti battaglie sempre più serrate per la legalizzazione, ma non sono aggiornato, perché non mi piace la politica di oggi. Speriamo nel futuro…” L’argomento mi intristiva. Avevo dedicato tempo e meditato sulla questione, ma purtroppo sul discorso droghe leggere predomina un’ignoranza paperoniana, anche se la verità scientifica, storica e religiosa è alla portata di tutti. Com’è possibile che i politici ancora possano ancora pensare di mascherarsi compiutamente dietro le falsità del lobbismo e della farmacologia moderna? Questo rimaneva un mistero, forse perché ho sempre avuto un rapporto molto ingenuo con la politica e con il potere.

Comunque l’argomento non avrebbe cambiato la mia vita, ero lontano da tutti. Ma la sola idea che l’Italia potesse finalmente liberalizzare una pianta che era stata demonizzata per decenni a causa degli interessi industriali, mi avrebbe reso talmente felice da abbracciare tutti per strada, tutti i miei fratelli in madrepatria. Là, oltre tutto.

Lontano lontano.

“Capisco…” disse dal silenzio Da Dongge. Non sembrava molto interessato all’argomento. Lui aveva perso assolutamente la fiducia nel genere umano e ancor di più nel suo governo. Non importava di quale nazione stessimo parlando o di quale gruppo di partiti, per lui erano tutti uguali. Tutti vogliono solamente potere, solamente accrescere il controllo e accumulare influenza su influenza, denaro su denaro a discapito della sofferenza del popolo. Da Dongge non era uno sciocco. Aveva una buona cultura. In passato era anche stato professore di letteratura cinese nell’università nonsodove. E poi, abbandonò. Forse qualche sconfitta di troppo, qualche risposta di troppo, debolezze, atavicità, incompatibilità sociali. Fuggì nella materia e, grazie a Dio, il legno era stato sempre la sua passione. Era stufo della sua vita di prima. Non voleva più essere dipendente e scendere a compromessi. Voleva essere l’artefice del proprio destino, voleva demiurgizzarsi. Così, coi pochi soldi che aveva messo da parte negli anni in cui lavorava come schiavo, come diceva lui, aveva messo su quella piccola bottega di falegnameria. Uno studio zen più che altro.

“A proposito ragazzi, ma questa sera dove andrete a stare?” chiese di punto in bianco.

“Mah, non lo sappiamo ancora Da Dongge, possiamo cercare un posto nei paraggi, così domani andiamo assieme da Xiao Dongge, se non hai impegni. Che ne dici?” rispose Ajie leccando l’angolo della sua nuova trella. Non c’è niente da fare, era un treno nel rollaggio, io non ce l’avrei mai fatta a rollare così velocemente e così perfettamente.
“Ah no no no! Non se ne parla nemmeno! Se volete state qui da me per la notte. Tra poco vado a casa per la cena e, se siete d’accordo, potete unirvi a me e a mia figlia che sicuramente avrà già preparato qualcosa di buono. Tanto sono qui a pochi metri. Questo posto lo uso solo occasionalmente per dormire, quando magari sono fino a tardi al lavoro o sono sbronzo e non mi va di tornare a casa perché magari fuori d’inverno gela. Vi do le chiavi, potete restare, senza problemi! Ne sarei molto felice e c’è un divano qui, e uno là, in quell’angolo laggiù… vedete?” indicando la stanza al di là di una colonna centrale dietro il fumo che Ajie già sparpagliava distrattamente. Ci guardammo, sorpresi, esitammo un attimo, ma accettammo con molta gioia il suo invito. In un secondo avevamo svoltato una cena e un tetto sopra la testa. “Grazie Da Dongge!” , recitammo in coro macchiati da un fumo che intaccava tutto.

La mattina dopo il sole entrava timido dai grandi finestroni che affacciavano sulla strada. Era caldo, afoso. Bevemmo un po’ di tè e uscimmo ancora assonnati. Non vedemmo né sentimmo Da Dongge per tutta la mattina. D’altronde ci aveva avvisati che avrebbe avuto da fare dei giri per clienti, legno chissà. Così prendemmo il nostro tempo e gironzolammo per la zona. In realtà non c’era assolutamente niente che ci interessasse, non c’era nulla da vedere. Era un quartiere completamente anonimo. Le uniche cose che attirassero la nostra attenzione erano le macchine che sfrecciavano rumorosamente, e i grattacieli e ancora altre macchine e qualche pulzella di passaggio. Ajie fece un paio di telefonate per concordare un incontro la sera. Al telefono era Xiao Dongge. “Gradioso! Grandioso! Certo ci vediamo stasera!”.

Riagganciò.

“È fatta!” disse.

“Cosa è fatta? Fatta cosa?”

“Xiao Dongge, ha detto che può darci un passaggio per la grande festa nei boschi su a la Montagna delle Fate! Dobbiamo andarci DeLuFa! Fidati di me! È un evento splendido e poi Xiao Dongge è un tipo ok, vedrai!” tutto eccitato.

Non vedeva quei suoi amici, quei posti da molto tempo ormai.

Non potevo dire di no né volevo farlo. Ero anch’io curioso. Non sapevo assolutamente di cosa stesse parlando, che tipo di posto fosse questa Montagna delle Fate e di quale party si trattasse. Ma poco importava. Tutto suonava perfetto. Cosa meglio di una festa nei boschi al confine sichuanese? Suonava meraviglioso, tutto davanti agli occhi mi si presentava come un dono. Incondizionatamente accettavo tutto. Ero al sicuro, nell’accettazione sincera di ogni mistero.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 12.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 11

Mancava tutto. Dovevamo andare a Linwang.

Linwang è un piccolo paese a pochi chilometri di distanza dove spesso ci recavamo per fare acquisti meno essenziali rispetto a quelli che si potevano fare anche a Houhai. Il vecchio Li, il mio landlord, aveva uno dei più fiammanti tuc tuc del villaggio e noi, ogni qual volta lo incrociavamo per strada, lo chiamavamo per portarci in giro. Per lui era un vero motivo di vanto, così si mostrava sempre felicissimo di scarrozzarci a tutta velocità. Urlava come un matto, comicamente, urlava oltre ogni necessità comunicativa e uditiva, specialmente quando andava a tutta birra col suo bolide rosso con cappottina gialla che sembrava una dune buggy. Mangiava quel breve tratto di strada che dal nostro rifugio di vita portava al primo avamposto della civiltà.

Al centro di LinWang, destinazione mercato.

Che poltiglia di liquami c’era al suo interno! Il sangue dei maiali colava giù dai banchi di pietra e si mischiava all’acqua di mare e alle lacrime non viste dei pesci. Ma non importava, qui si poteva acquistare qualunque cosa, qualcunque tipo di frutto, qualunque tipo di verdura, di spezia, di pesce e di carne. Biciclette, fili elettrici, lampadari, scale estendibili, carte da parati, ruote, copertoni, spazzolini da denti, vestiti, estintori. Potevi anche comprarti una moglie, una donna, un uomo, un bambino. Non vi erano segni di Dio. Lui lì non c’era, si nascondeva, aveva debiti troppo alti. Nessuno gli faceva più credito.

“Eccoci qui! Vi aspetto dall’altra parte della strada ok?” disse Fratello Li sgommando a super velocità quasi impennando col suo trabiccolo rosso inferno.

Era sempre necessario accordarsi sul dove ritrovarsi, sarebbe stato difficile trovarsi altrimenti, perché era tutto un brulicare di tuc tuc guidati dai personaggi più improbabili. Facce arcimboldiane. Alcuni sembravano usciti direttamente dalla salita al calvario di Bosch, altri erano pupazzi cicciotti usciti dalle migliori opere di Brugel. Vi era anche un Botero e il leone del Mago di Oz. Altri avevano volti scavati dai secoli, seppur lontani dal freddo delle nevi fiamminghe, erano scavati dal vento e dal sole. La povertà è sempre la stessa.

Sebbene tutto, quei provetti viaggiatori del nulla erano sorridenti, apparivano veramente felici. Non possedevano nulla, se non l’ignoranza di chi conosce al massimo solo il limite della propria strada. Una lunga e rettilinea strada che univa Linwang con la provinciale e che arrivava massimo fino all’ospedale militare. Uno dei migliori della Cina. Sì, ebbè, perché lì non lontano aveva la villa di vacanza nientepocodimeno che il Sig. Hu JinTao, il Presidente. Se aveva una colica doveva pure potersi curare al meglio, no? Se facevi la strada quando arrivavi a un grande semaforo, dovevi giravi a destra e giù ad accelerare per una strada ad anello che attraversava campi incolti. Si potevano vedere solo delle vacche, un finto mulino a vento. Acquitrini estesi, ma questo solo dopo le pioggie. Qualche uccello simile agli aironi.

Il percorso era tutto un filare di palme che l’apparente velocità dei tuc tuc trasformavano in pennellate di colore verde e blu, con qualche spruzzo di bianco. I nuvoloni oceanici dietro il verde riempivano lo sfondo mettendo le cose finalmente in chiaro. “Tu sei qui. Tu sei mio! Quindi vai forte, vai veloce, respira!” sembravano dirci. E noi li ringraziavamo sempre. Bisogna sempre ringraziare le nuvole. Ah sì, poi c’era l’ospedale del Sig. Presidente.

“Che siamo venuti a prendere? L’hai fatta tu la lista della spesa LuLu?” gli dissi passeggiando tra i banconi del mercato.

E bisognava fare pure molta attenzione a non scivolare per il fango e la lordura. Qualcuno infatti aveva avuto la geniale idea di utilizzare similmarmo liscio per fare il pavimento e, non si sa come, solo noi, i surfisti, scivolavamo, tra gli sguardi divertiti e perplessi dei locali, tutti intenti a masticare, come al solito, qualche binglang.

“Sì, l’ho preparata io la lista. Ti cucino qualcosa di buono stasera ti va?”.

“E me lo chiedi pure? Grazieee certo che mi va!”.

LuLu era un grande cuoco. Non nasceva come chef, in realtà , a Chengdu gestiva una catena di autofficine. Fu costretto ad andarsene per motivi di salute. Il gran lavoro, il clima e lo stress lo stavano uccidendo piano piano, fisicamente e spiritualmente.

Si ammalò poi qualche anno più tardi, andando a finire purtroppo in dialisi. Un artista taoista, Lulu, e sapeva come mantenersi vivo.

“Ok allora ti faccio un MalaDoufu! (Tofu piccante) Visto che ti piace tanto! Poi ricordiamoci di passare dal corriere che MiaoMiao stava aspettando dei pacchi. Dovrebbero essere arrivati.”

“No problem.” risposi con l’acquolina in bocca.

Per me andava bene tutto quello che avrebbe cucinato, era veramente un cuoco eccezionale. Una delle tante tantissime qualità che purtroppo spesso vengono sprecate dall’incapacità della gente ad apprezzare gli altri.

Al mercato c’era la mia solita splendida ragazza. Era sempre là, all’ingresso. La venditrice di frutta. Ogni volta che potevo andavo da lei, anche fosse solo per due banane. La sua bellezza lo meritava. Sembrava una gazella etiope. Longilinea. Scavata in viso, anche lei dalla semplicità. Era una bellezza atemporale. Parlammo solo poche volte oltre il dovuto perché era molto timida, schivava sempre lo sguardo. Si difese dagli assalti di questo straniero impossibile da capire, oltre ogni lingua e oltre ogni gesto. Talvolta quando io e lei incrociavano gli intendimenti, inavvertitamente, arrossiva con un sorriso remissivo girando la testa. Guardava in basso cercando qualcosa o qualcuno, forse un perché proprio lei, o forse cercava la forza per guardare dritto nei miei occhi. Verdi. Un verde che lei conosceva solo per via degli alberi. In un mare di occhi neri. Era così bella, senza nulla da invidiare alle donne occidentali o a quelle di città. A quelle viziate, viziate dal piacere, che hanno dita di colore e capelli curati da centomilalire. Mi veniva da sorridere al pensiero di come a Roma non si possa più guardare, neanche innocentemente, una donna, senza ricevere sguardi di ghiaccio o di disprezzo. A Roma è tutto un “stronzo, cazzo te guardi?”.

Ma lei no. Lei era candida. Lei a me stronzo non me lo aveva mai detto neanche con lo sguardo. Muoveva leggermente le dita affusolate delle mani, agitata, in maniera innocente. Potevo quasi sentire il suo cuore battere più velocemente e la sua mente viaggiare e sognare un amore impossibile oltre ogni distanza siderea. Di quelli di cui si può scrivere storie nei libri. La mia splendida venditrice di frutta di LinWang! Che arrossiva per nascondere la proprià sessualità. Con un corpo scultoreo, ambrato e liscio, e due seni due capezzoli come chiodi su cui appendere banane in saldo. Sarebbero andate a ruba.

Linwang era il primo centro fuori Houhai che poteva essere considerato civiltà , distavano circa otto chilometri. Vi erano banche, la Posta di zona con dipendenti che se Kafka li avesse visti sarebbe scoppiato in una risata meritata, e c’erano le sedi di tutti i corrieri privati, che noi tutti utilizzavamo per comprare online prodotti introvabili sull’isola. Si usava Taobao (tipo Ebay). Era l’unico modo, in quell’angolo di terra per fare acquisti che non fossero cibo, sapone o carta igienica. Alcolici e sigarette e droghe, quelle si trovano ovunque in Cina così come negli angoli più sperduti di tutti i Paesi del mondo. Tutto era contraffatto chiaramente, con diverse qualità e livelli di contraffazione. Questioni di abilità e d’ingegno.

Dal mercato, se seguivi la strada verso Nord, non potevi andare molto lontano in tuc tuc. Erano piccoli e non avevano abbastanza autonomia. Oltre, vi era il nulla per chilometri e chilometri. Avevi bisogno di una macchina o di una moto o dovevi portarti taniche di benzina e, in meno di due ore, si poteva arrivare a Wanning. Un’inutile e grigia cittadina leggermente spostata verso l’interno rispetto all’Oceano, città che la municipalità stava cercando di promuovere internazionalmente come nuove destinazioni turistiche d’Asia. Il loro piano era trasformarle presto in una California del golf e del badmington! Immaginate spiagge tropicali destinate al badmington? Con tutto quel vento! Comunque se volete andare a giocare a Badmington là, dovete attraversare tutta Haitang Bay, Lingshui Bay, passando il tunnel che delimita la linea immaginaria che divide la zona climatica tropicale da quella subtropicale. Non di rado si percepisce una netta differenza di temperatura, come se quella linea immaginaria tagliasse col coltello l’aria e i flussi dei venti. Superato questo tunnel sai che manca ormai poco per arrivare alla rampante Riyue Bay (la Baia del Sole e della Luna), un’ampia linea di spiaggia intervallata da scogli e da baracche in legno. I locali s’impegnano a offrire tutto il possibile, perché sono ancora rari i turisti, e ancora pochi i surfisti, che si avventurano al centro della East Coast hainanese. Oltre all’oceano, non vi è ancora nulla. A parte il Badmington, il surf e le palme. Non lontano l’isola delle scimmie. Ma già ce n’erano tante in città, e tutte col telefonino in mano.

Il governo cinese stava sostenendo la promozione del surfing. Aveva captato alcuni segnali economici interessanti al riguardo. Avranno pensato, se si possono fare soldi perché no? Così erano riusciti a ospitare le finali del campionato del mondo professionistico di longboard. Decisione acclamata dai surfisti di tutto il mondo che, come si sa, cercano sempre nuovi spot e nuove destinazioni per colmare la loro inesauribile fame di avventura e di adrenalina. Adrenalina cinese.

Comunque, torniamo a noi.

“Avete fatto ragazzi?” chiese Fratello Li, urlando come se stesse già in piena corsa e il vento ci impedisse di sentire la sua voce.

“Sì sì, abbiamo fatto, possiamo andare” rispose divertito LuLu, mentre caricavamo le buste della spesa sul bolide che già ci attendeva raggiante di strada.

“ALLORA MONTANTE INSELLACHE SITORNAA CASAAA!!” continuando ad urlando come al solito.

Fratello Li era visibilmente orgoglioso, si vedeva. Quel trabiccolo dava da mangiare a tutta la sua famiglia, nipoti inclusi. Era uno che si barcamenava lui, che faceva tutto il necessario per guadagnare qualcosa in più, anche pochi spicci, quando non stava giocando a carte o a majiang nella sua bisca famigliare, ovviamente. Quella rimaneva sempre la sua migliore fonte di reddito e di divertimento.

Tornare al villaggio pieni di buste e di pacchi, ci dava come un senso di potenza, era come uno scrollarsi di dosso ogni volta la modernità. Ogni volta era un rafforzamento del nostro desiderio di abbandono, una potente presa di coscienza. Una riaffermazione del “Sì, lo voglio. Vi lascio! Ne sono consapevole, vado via! Preferisco la semplicità alla tracotanza dell’abbondanza che presto vi seppellirà tutti senza via di scampo, idioti!” . Ma provavo, comunque, un profondo senso di pena per tutti, noi inclusi.

Houhai, in un certo senso, stava subendo una vera invasione da parte di gente che abbandonava la vita moderna, che la pensava così. Un’invasione di emarginati – volendo -, ma comunque di artisti , di musicisti , di pensatori e di criminali. Tutti, serenamente, avevano come unico desiderio condividere uno spazio neutro, nuovo, dove non funzionassero le dinamiche, ormai immodificabili, dei grandi agglomerati umani. Dove potevano materializzare il miraggio di una nuova umanità. Houhai era l’isola che non c’è. Una terra di nessuno, la cui bellezza doveva e poteva rimanere libera, vergine dai possessi. Almeno fin quando qualcuno non avesse tanto avuto bisogno di quel lembo di terra, tanto da costruirci un nuovo mega centro commerciale, o uno sterminato villaggio vacanze per ricchi e stressati di città. Gli indemoniati.

Ai locali invece non interessava il possesso, erano troppo troppo scolpiti dall’interno del loro nulla, da poter capire e sviluppare un moderno concetto di avidità. Era una comunità in cui tutti conoscevano tutti, in un cui bisognava essere responsabili per il bene di tutti. Dove i figli, i bambini, per strada erano i figli di tutti. Era un posto in cui la strada maestra, uscendo dal paese, portava troppo lontano e secondo loro a niente d’importante.

Quella sera LuLu fece del suo meglio, preparandoci una cenetta che, come sempre, faceva sognare il palato. Mentre MiaoMiao, perfetta donna di casa, badava a tutto il resto. Una vera hainanese doc. Aveva sempre un sorriso raggiante, come solo chi è originario dei tropici può avere. Era nata e cresciuta tra i fiori e il mare. Piccolina di corporatura, emanava una possente energia positiva. I fiori con lei stavano bene, e anche noi. Si prendeva cura di tutti con amore floreale, come se ogni persona fosse un petalo, non solo un fiore, ma un singolo petalo di un singolo bocciolo.

MiaoMiao badava sempre a non far mancare sulla tavola un qualche incenso a bruciare, dei fiori, e si divertiva a fabbricare piccoli vasi e scatoline a mano, ridacchiando di gioia; usava tutto quello che riusciva a rimediare, riciclava tutto, in tutto vedeva bellezza e utilità.

Qualche tempo più tardi, quando seppi amaramente che LuLu era malato e che aveva dovuto abbandonare il nostro angolo di paradiso, perché non vi erano strutture adatte alle sue cure (anche il paradiso ha dei limiti), fui colto al cuore. MiaoMiao andò fortunatamente con lui e questo mi faceva stare meglio.

“De LuFa, come stai fratello?” così mi disse al telefono LuLu “ti devo dire una cosa. Io e MiaoMiao ci vogliamo sposare!”. Ero senza parole. Una splendida notizia. Cura d’amore per il suo tremendo male.

Oggi combatte in un qualche ospedale sichuanese e siamo rimasti d’accordo: quando ha voglia di vedermi basta girare la testa a Occidente, chiudere gli occhi e sorridere un po’. Allora io mi girerò a Oriente, dritto verso la luce del sol levante, verso di lui, e saremo vicini.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 11

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Parte Prima – Capitolo 10

Avevamo quasi finito di sistemare il bancone, e già pensavamo ai prossimi lavori da fare. Mancava sempre poco, sempre poco, ma alla fine non si finiva mai. O almeno così sembrava. Mancavano alcuni parapetti e visto che dovevamo lavorarci comunque su, pensammo di costruire un piccolo controparapetto che potevamo alzare tanto quanto bastava per fare dei vasconi lungo tutto il perimetro della terrazza. Volevamo fare delle fioriere torno torno e piantare alcune palmette o delle bauganville. Crescendo, col tempo, avrebbero potuto ammantare le balaustre e scendere a mo’ di corona sugli angoli del palazzo e salutare il mare. Sciare sui fiori, giù dal tetto fino in spiaggia, nei giorni migliori.

Poi finito il bancone, erano rimaste alcune traverse in legno e decidemmo così di fare dei tavoli artigianali. A mano. Con martello e chiodi. Tavoli vibranti, su cui fare l’amore, sotto cui nascondersi dalla pioggia, da cui vedere le onde del mare stiracchiarsi intorpidite tra un’attesa e un’altra. Tavoli ideali su cui far colare la cera delle candele, su cui polverizzare incensi, tavoli perfetti su cui mischiare alcol e giorni di vita, a sacchi.

Ma mentre lavoravo sentivo tutti quei troppi strappi emotivi che avevano sorvolato con me gli Urali, oltre l’Himalaya, sino a quello scoglio sconosciuto d’isola, caldo, appiccicaticcio, schiavo d’amore sensuale, amante dei monsoni oceanici. Là, sulla rotta delle Indie Orientali. Ecco, mi sentivo come un capitano di una nave, sì, proprio sulla rotta delle Indie Orientali! Ma forse ero potenzialmente anche io un ladro e un assassino, qualcuno che non poteva rimanere dov’era cresciuto e che doveva nascondersi e cercare fortuna. Quanto poco romanticismo c’era in quel che fecero gli inglesi da queste parti! Non è così? Non ce n’era.

Luoghi-tornadi-d-energia, che tu preghi per restare vivo di notte, mentre fuori soffia la rabbia della Terra, e non sai chi invocare Gaia o Dio, non sai bene, e così bevi, cercando di dimenticare tutti i nomi, consapevole del fatto che tanto, il mattino si leverà sempre, in qualunque modo, anche e soprattutto, senza di te.

Troppe tensioni e troppi graffi sulla pelle, troppe notti insonni e troppe albe indelebili, partendo da Roma fino al terzo anello di Pechino, lungo il mostro portuale della commerciale Tianjin, verso il sud-est dove i reattori nucleari risucchiano le nuvole in nubi di grigio di Hangzhou, e ancora verso le strade brulicanti di deformi e sciatti straccioni a Zhengzhou. Tutte anime, sì, tutte morte! Viaggeremo oltre ogni strada del mondo, oltre ogni highway sessantasei e quando le gambe non ce la faranno più allora cammineremo con ginocchia e braccia, saremo bretelle spirituali tra uomini e uomini, tra città divise e città vicine. Che vi piaccia o no.

E quelle strade del mondo confluivano mischiandosi all’interno delle venature dei nostri legni, delle nostre traverse. Legni che mai avrebbero pensato di essere “quello scelto”, “legno eletto”, legno che crea bellezza, legno che guarda l’oceano da posizioni privilegiate, distanti solo spazio, ma non tempo. Fratello, questo lo sai? Accarezzare questo legno, sotto le dita, era come sfiorare una pelle di donna, nei posti più segreti e più sensibili. Vederne le venature fluire e confluire, con colori e voglie di spasmodici desideri, colori vibranti e diretti, rende redenti. Mentre fuori il mare aveva solo voglia di mare e l’Oceano Pacifico si mescolava caramente a se stesso  e si rigirava come nel suo letto al mattino riscaldandosi, guardando il sole. Qui che non ci sono gabbiani. Ma allora qual’è il mio presente? Sono ancora davanti quelle balaustre a scrutare attento il mare? Mentre le barche, rade, dei pescatori potevano andare e tornare lente, così, con la marea, portando tonni, squali, tartarughe.

“Bisogna pur mangiare! Noi mangiamo quel che peschiamo! Quel che ci dona il mare…” mi disse un giorno un pescatore mentre mi guardava dritto negli occhi, con i suoi occhi rossi, iniettati di sangue, strafatto di sole e di sale, di vento e di oppio, indicando con la testa nella direzione dell’acqua. Mi stava offrendo il frutto della sua fatica, della sua ansia di fallire, di non portare nulla a casa. Mi stava donando un pezzo della propria carne, un sacrificio maya: aveva catturato un delfino e lo mangiò con me. Non potevo rifiutare la sua sofferenza. Quella era caccia, quella era pesca, si chiamano vita! In quella crudezza si manifestavano connessioni ancestrali tra uomo e natura, tra vita e morte. E quando si esce dalla città, dalla civiltà e ci si depura da tutto il lordume che la società di massa ci butta addosso giorno dopo giorno, solo allora ce se ne rende pienamente conto. Mangiai quella carne di delfino come se fossi steso sull’altare del supplizio, come fossi un toro, in attesa della morte, sotto lo sguardo di Mitra. Noi che siamo tutti Mitra e tutti toro. Cannibali di noi stessi.

Comunque. Ci sono strappi nell’anima che rimangono latenti e che mai si rimarginano, né si possono ricucire. Non varrebbe la pena tentare, sono tagli insanabili. Tanto vale lasciare le ferite aperte. Far nascere larve dalla putrefazione e rinascere nuovamente. Forse proprio l’essere spacciati alla fine cura. Si chiama accettazione del male, accettazione del dolore. Accettare per superare con l’energia del bene il cambiamento spirituale di stato del male.

Noi questo facevamo trasportando legni marci, duri, sani, corti, larghi, spessi, lunghi. Legni umani, mentre Virgilio diceva a Dante “non ti curar di loro ma guarda e passa!”, come dei Cristo non potevamo neanche esser messi in croce perché i legni li avevamo usati tutti per fare il bancone. Eravamo troppo estasiati! Alcuni erano legni di bara, legni che avevano visto la marcescenza del corpo umano. Che avevano veduto l’anima andare via, decollare e ridere librandosi tra i rami degli alberi della spiaggia, confondendosi con la luce.

Non potevamo però usare proprio i pezzi di legno delle bare. Essi emanavano delle vaghe luminescenze giallo-verde d’energia. Avrebbero soffocato la gioia delle nostre bagorde notti, dei nostri amici e dei nostri clienti. Avrebbero invaso di morte la vita. Invece noi dovevamo invadere di vita la morte. A maggior gioia.

Sissignore, dovevamo appoggiarci sui nostri sogni di vita, appoggiati sulle balaustre fiorite, guardare il gancio in ferro pendere come uno strallo di prua di una nave a vela, immaginarci di dondolare fino alla fine del mondo, fino allo scadere del tempo. E noi questo facevamo. Come da istruzioni. Avevamo raggiunto la pace dei sensi attraverso il contatto con lo spirito della materia, lo spirito del luogo e lo spirito dell’Oceano Pacifico, con le sostanze di potere e le emozioni che la natura ci offriva. Quanta perfezione si rivela in questo modo!

Noi surfisti scivolavamo come spiriti, perché siamo spiriti, con le nostre tavole sotto braccio, tra i vicoli del villaggio, e questa scena si ripeteva all’infinito come una preghiera, come un mantra. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.

Quasi ci nascondevamo, non volevamo essere notati, a maggior libertà di tutti. Volevamo una libertà radicale, oltre ogni argine e regola. Sorprendendoci nel suo successo. Volevamo la libertà di chi rifiuta ogni sistema, ogni invadenza culturale, che rifiuta quella morsa allo stomaco. Quale morsa? Lo strappo che il visibile, l’ovvio, la percezione condivisa di atti sociali errati, crea in ognuno di noi, condizionando così la nostra vera vita, quella invisibile, interiore che si ripete infinitamente.

Solo così ci si può rendere conto di cosa combiniamo, dei guai che abbiamo commesso, delle sofferenze che abbiamo causato. Dovevo allontanarmi a squarciagola da chi pensavo di essere. Un ottimo metodo, per riuscire ad alienarsi da sé per me è stato lavorare i materiali. Ora et labora.

Ora, non rimaneva che sistemare le pareti interne del lounge bar. Bianco. Dovevamo fare tutto bianco. Avevamo anche pensato al blu, ma avrebbe cozzato troppo con i colori cangianti, multipli delle canne di bambù. Sanwa mi lasciava stare su questo, ero io il creativo, l’italiano. Decisamente colpa di Dolce&Gabbana. Mi mancava solamente un foulard attorno al collo, il bocchino in mano e avrei potuto, con la evvemoscia, impartire ordini creativi fingendomi omosessuale. Che oggi come oggi, al di là della bravura, se non lo ostenti, non hai successo. E guai a dire il contrario.

“DeLuFa, lo sai su questo hai carta bianca!” mi ripeteva Sange. Decisi per il bianco, coerentemente in sintonia con le sue parole.

Bisognava sistemare qualche parete prima, così preparai personalmente la malta. Avevo sempre desiderato farlo. Come un bambino sulla spiaggia. Presi il mio secchiello e la mia paletta, acqua quanto basta e cominciai a mantecarla, mantecarla per poi posarla. Volevo sperimentarne la pastosità, notare come andava a creare linee e curve, come si confaceva, come si adattava alle diverse inclinazioni delle superfici, degli angoli dei muri, delle colonne, del pavimento. Ero sporco, lordo, mi ci sarei coperto di malta. Avevo mani e piedi inzozzati e mi sentivo bene, ero un provetto creatore. Così si doveva esser sentito Dio dal lunedì al sabato. Solo che a Lui veniva meglio. Ma potevo ritenermi soddisfatto anch’io. Non c’è cosa migliore, sensazione più appagante per un uomo, di quella di far prender forma ai propri pensieri, sotto i propri occhi, tra le proprie mani. Un po’ come avviene per gli scultori, i pittori, i contadini, gli edili, gli alchimisti. I surfisti… sotto i piedi.

Il giorno in cui finimmo i lavori vi era pace. Era una splendida giornata d’inizio estate, ma quella calma faceva presagire tempeste lontane. I tifoni ormai si delineavano chiaramente all’orizzonte anche se non potevamo ancora vederli, potevamo percepirli. L’aria era carica di elettricità e una serenità che solo un’estate senza fine può donarti. Chiudendo gli occhi ancora adesso posso rivivere quella semplice imperturbabilità. Atarassiaportamivia.

Un leggero languore, sotterraneo, però mi ricordava sempre d’essere di passaggio, di non poter capire in fondo, di non essere ancora pronto, mi dava una leggera tensione. Paura di perdere qualcosa, quella sensazione divina di tonda realizzazione.

Dovevo in tutti i modi smettere di cercare una ragione a tutto.

Perché il troppo cercare spesso non mi rivelava un bel niente. Solo guai. Avevo bisogno di smettere di pretendere di capire. Rinunciare alla ricerca. Ci stavo provando. Per questo mi ero messo a fare malte e spostare travi di bare. Mi sporcavo le mani, per pulirmi l’anima. Ora il lavoro era finito. Ma addosso, e dentro, c’era ancora qualche macchia.

 

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Parte Prima – Capitolo 5

Finalmente il camion, dopo una settimana d’attesa, arrivò.

Blu scuro, sgangherato e rugginoso, era uno dei camion più belli che avessi mai visto. L’autista masticava binglang, l’aiutante masticava binglang. Chiesi loro una binglang visto che ci aspettava un gran mazzo, almeno mi avrebbe dato un po’ di euforia durante la fatica. Dovevamo scaricare prima tutto il bambù e metterlo da qualche parte lungo la strada così da permettere loro di andare a casa. Poi dovevamo portarlo su, piano piano, smistandolo tra il secondo, il terzo e il al quarto piano della palazzina, dove poi ci avrebbe aspettato un altro gran mazzo: esaminarlo, selezionarlo, stoccarlo, riselezionarlo, pulirlo, segarlo, abbracciarlo. Volendo, anche baciarlo (io lo baciai, era splendido). Avete mai visto quanto è bello il bambù che arriva con guidatori strafatti di binglang in un perfetto ora? Non puoi non volergli bene a quel bambù, bambù sacro, e non puoi non volerlo baciare. Fu un lavoro duro e bellissimo.

“Dai Sange! Coraggio!! Ci penso io a quelle canne là! Quando non ce la fai più dimmelo che ti tiro appresso quell’altra catasta! ” per tirargli su il morale del lavoro. “Ma va va! DeeeLuuuuFaaaa!” con il suo solito accento sichuanese, lo stesso di MuMu, lo stesso di LaoLi.

Spostare bambù era un lavoro rumoroso.

Tutto il villaggio aveva infatti cominciato a curioseggiare attorno a questo straniero pazzo che masticava binglang, come facevano loro, e indicare quell’altro, il cinese, il forestiero del Sichuan, Sanwa, quello sempre con la faccia imbronciata.

Facevano sorridere gli anziani e rotolare a terra dalle risa i bambini più piccoli. Le ragazze invece guardavano i nostri muscoli tesi. Eravamo due Adoni, belli come il sole, in confronto ai piccoli uomini locali. Per lo più bassottelli, magri come chiodi con le pance gonfie di birra.

In tensione muscolare continua, il sudore colava luminoso sulla nostra pelle. I muscoli si ingrossavano, mentre noi potevamo sentirli diventare sempre più grandi, sempre più grandi. Avevo perso molti chili in quei giorni d’intenso lavoro, senza accorgermene.

I bambù in compenso stavano beati sul selciato, in attesa, asciutti. Lunghi, verdi gialli, sembravano non finire mai. Ed effettivamente non finivano mai! Ce n’erano sempre di altri, sempre di nuovi. Altri e altri ancora ne venivano scaricati di continuo dal cassone posteriore del camion blu ruggine.

Lunghi fino a cinque metri, avremmo potuto provare a iscriverci ad una gara di salto in alto, alle successive olimpiadi isolane. Ma non ci sono olimpiadi isolane ad Hainan e il nostro era un lavoro che nessuno mai avrebbe istituito o riconosciuto. Mai.
Ci sentivamo però carichi di energia e di volontà . Eravamo superuomini, con una forza mostruosa e non solo grazie alle binglang.

Non avevo mai pensato di poter avere una tale forza, eppure l’avevo, sorprendendomi. Quell’energia era sempre stata là, noi tutti l’abbiamo, ne sono certo.

In realtà non sentivo di star lavorando su dei bambù. Era come se gli stessi bambù non esistessero per nulla. Non c’era nessun bambù. Tutto era nella nostra mente. Stavamo usando il cuore, stavamo creando non solo qualcosa di materiale, manipolando la materia, ma soprattutto creando dall’immateriale un sogno. Attraverso i bambù i nostri sogni stavano divenendo realtà. L’ho visto. Questo abbiamo fatto. Così come quando decisi di abbandonare l’Italia anni e anni addietro, quando decisi di fare della mia vita poesia, non solo di scriverla. Queste cose tu già le sai. Io, dal canto mio, dovetti passarci attraverso per rendermene completamente conto.

Le giornate cominciavano tutte con uno splendido sole.

Sempre più vicini, lontani ancora quanto bastava, erano i monsoni, che da Maggio fino a Ottobre spirano in tutto l’arco di mare. Lo sanno bene i marinai.

Al risveglio, la prima cosa da farsi era gettare un occhio al mare. Alla grande Baia dell’Imperatrice, per vedere se il l’oceano regalava onde degne di essere amate SU-BI-TO. A discapito dei lavori di ristrutturazione del nostro piccolo ostello, ovviamente.

Dopodichè, prima di continuare un altro lungo giorno di lavoro, facevamo una ricca colazione da imperatori. Con Millemille calorie in un sol fiato. Frutta, frullati, miele, caffè, uova, marmellata.

Pensavamo di cavarcela in circa un mese di lavoro. Non dovevamo infatti smantellare o demolire nulla, la ristrutturazione non era strutturale. Ma quello era per noi il nostro mese titanico. Per noi era uno scavo, un continuo scavo, come un “om” piatto o un “hu” profondo. Dovevamo riuscire a cacciar fuori tutto quello che avevamo dentro. Anche solo tagliando, legando, lavorando delle semplici canne di bambù. Semplicemente così. Cavalcavamo questa tensione che a quelle bibliche latitudini raggiungeva apici di rispetto. Ci trovavamo, misteriosamente, come in un incrocio di linee invisibili, in un reticolo cosmico che sembrava donare equilibrio alla psiche collettiva. Lì dove il sole incontrava l’orizzonte a Oriente. L’ultimo lembo di terra d’Asia. Tutto poteva accadere. E noi dovevamo districarci in questa semplice e necessaria impresa reticolare per far sì che un mistero ci venisse rivelato. Una sorta di prova. Bisognava lavorare la materia e liberare energia e respiro.

E per tutte le notti a venire, e per quelle passate, se mi mettevo bene in ascolto di questa tensione, nessun suono si poteva sentire due volte uguale. Vi era però come una eco senza eco in un plasma solido che risuonava. Quello della vita. E così mi muovevo come un uomo-pesce ignaro di navigare in un oceano sterminato di luce. Quel che sto scrivendo è esattamente quel che era. Prendetemi alla lettera, capito?

Il piano terra (che in Cina è considerato primo piano) era, come avevamo spiegato, ancora abitato dai proprietari, e non potevamo toccarlo. Ogni volta che passavamo davanti il loro ingresso, sempre rigorosamente aperto, la famiglia era tranquilla, quasi anestetizzata. I bimbi giocavano senza giochi e la tv mandava a rotazione sempre gli stessi cartoni animati. Anche i loro personaggi erano molto gialli, come i bambini che s’intrattenevano a guardarli. O forse era solo il riflesso del sole sullo schermo della tv.

Il secondo piano (equivalente al nostro primo piano) era invece, come anticipato, a nostro uso e abuso e dovevamo renderlo quanto più selvaggio possibile. Sanwa, a cui era piaciuta la mia idea di creare due stanze dormitorio con i muri in bambù, era sempre più euforico, perché ora dovevamo realizzar tutto. Ci sarebbe così stato un un lungo corridoio centrale che sfociava poi, in fondo, direttamente su quel balcone posteriore. Quello che dava sull’orto di un vicino mai visto. Sulla sinistra già c’erano due ampie camerate con bagno e fortunatamente e non avevamo molto da fare. Avremmo successivamente solo dovuto montare dei letti a castello, in legno, come suggerito da Sange. Questo solo alla fine. Dettagli.

La prima cosa era procurarci metri e metri di corda di canapa per legare i singoli bambù, tagliati tutti alla stessa altezza (circa due metri e mezzo) per creare i muri a mo’ di fortino indiano. Dovevamo ricordarci di aprire due porte al loro interno, altrimenti nessuno sarebbe riuscito a entrare o uscire da queste gabbie.

Non avevo mai creato una parete né di bambù né di qualsiasi altro materiale, e all’inizio non fu per niente facile coordinarci o individuare il metodo corretto per legare le singole canne, fianco a fianco. Ma solo così avremmo avuto la nostra desiderata foresta, la nostra jungla privata.

Dovevamo riuscire a creare con gli oggetti, con gli odori dei materiali, un senso di vaghezza e di libertà insolite, un’immagine primordiale. Così come anche un’angoscia inspiegabile. Senso di timore iniziale. Specialmente nel buio della notte, quando qualcuno ci avrebbe dormito dentro. Volevo incanalare quel potere del fluire della natura, inserendolo negli strati della materia interna di un palazzo.

Al terzo piano (cioè al nostro secondo), invece, avremmo lasciato la struttura così com’era. Avevamo pur bisogno di un luogo in cui ritrovarsi e fingere di essere normali, oltre ancora, la zona comune del lounge bar del piano attico.

Volevamo lasciare dei divanetti appartati, dove la gente sbronza, le coppie, gli uomini e le donne, le droghe e l’alcol, potevano mischiarsi liberamente in un’unica placenta infernale. Paradisiaca. Il nostro paradiso d’intenti. Sì perché l’unico modo per acquistare coscienza era dimenticarsi di tutto e di tutti. Questo avevamo inconsciamente stabilito. Dal piano superiore, la musica si sarebbe irradiata in tutti gli angoli del terzo piano, creando lontananza e vicinanza. Risonanza. Suono plasmico.

Attutito.

L’attico lo avevamo lasciato per ultimo. Avevamo bisogno di ordine mentale. Avanzare di gradino in gradino.

Non so perché, ma Sanwa volle fare un pavimento rialzato sul lato destro dell’ingresso dell’ultimo piano. L’idea comunque m’intrigava. Cambiava la prospettiva visuale e le sensazioni di coloro che si rilassavano in quella zona. Specialmente per me che ero già diversamente alto, l’idea di vedere tutto da venti centimetri in più già mi piaceva.

Sange voleva far diventare quell’area, la sua zona preferita. La zona del tè, della meditazione e del fumo dei giorni di pioggia. E così fu.

Nei mesi a seguire ci riunivamo spesso là, gambe incrociate, per prendere decisioni, per fare i conti degli incassi, per parlare degli acquisti degli alcolici, decidere quasiasi cosa. E durante le notti temporalesche, ci davamo appuntamento per vedere un film su di una grande, grandissima televisione a schermo piatto treD che Jiya, l’altro nostro socio, aveva portato dal suo locale, in Mongolia Interna. Aveva fatto tutta quella strada da Hohhot fino a Sanya, in macchina. La bellezza di tremilacinquecento chilometri in un furgoncino malconcio, sporco della sabbia del Gobi. Incredibile come riuscì a rimanere insabbiato lungo l’intero tragitto. Sembrava pioggiarifrangente. Pulito da laogai (campi di concentramento cinesi). Ma forse la sua auto produceva sabbia. Ne fuoriusciva in continuazione da tutti i suoi interstizi meccanici e colon tubinici. Aveva portato la macchina tutto il tempo completamente strafatto di marijuana, guidando la sua mariamobile fluttuando sulla strada.

Era un tipo silenzioso, Jiya, ma gaudente. Acuto come solo un cavaliere di interminabili spazi mongoli può essere. Si affezionava alle cose, apparentemente meno alle persone. Forse perché le persone muoiono, mentre le cose deperiscono, e questa cosa lo faceva sentire meno tradito dalla vita. Avrei dovuto chiedergli di più . Avrei dovuto investigare meglio l’universo che gli balenava dentro. Era misterioso e non solo per via del THC che continuamente gli fluiva nelle vene e nel cervello.

Proveniva dalla regione autonoma della mongolia e, come anticipato, dal capoluogo, Hohhot. Lì , gestiva un locale underground, nascosto soprattutto dalla polizia e dal controllo locale. Il White Castle.

Avete mai visto un mongolo suonare l’ukulele e colpire i topi con punte di freccia da distanze di diversi metri, nella semi oscurità di un locale? Jiya si divertiva a farlo, per alzare le mani in segno di vittoria con l’espressione di John Belushi. Tutta la gente del locale lo acclamava, per poi rimettersi subito a bere al bancone.

Prima di lui avevo conosciuto già un mongolo, durante i miei giorni di Pechino. Quando studiavo alla BLCU, la Beijing Language and Culture University. Eravamo soliti ritrovarci con gli amici al BlaBla Bar, un locale per studenti, frequentato soprattutto da stranieri, da expats. Ma in quel periodo solevo sbronzarmi particolarmente con cinesi, coi coreani e, appunto, mongoli.

Proprio una volta venni semi-assalito da uno di loro solo per aver chiesto ingenuamente “quindi sai andare a cavallo?”. Mai porre questa domanda a un mongolo ubriaco. Mi salvai offrendogli due giri da bere. Cosa che apprezzò tantissimo e rimanemmo amici per anni.

Ho già detto che Jiya non rideva spesso. Anzi, si potrebbe quasi definire un tipo serio. Ma quando lo faceva, rideva di gusto, e a pieni polmoni. Era come se la risata scaturisse dal suo aver visto troppo del mondo. Come se si decidesse talvolta di prendersi delle pause e di lasciarsi alle spalle tutte le brutture che lo opprimevano, impedendogli il riso. Lui conosceva la bellezza del mondo, sapeva quanto fosse bello e come fosse necessario dimenticarsi di tutto, edonizzarsi. Imbestialirsi se necessario, per difendere il proprio io di bellezza. Aveva vagato molto per il suo deserto. Il Gobi. Sapeva uscire dagli schemi imposti, dalle aspettative degli altri e rendersi libero, come solo un cavaliere mongolo che cavalca nella steppa, che impugna l’arco e che libra la sua ultima, scintillante freccia nella tempesta, nel vento carico di elettricità e di sabbia, sapeva fare. Sabbia elettrica e schiocchi di freccia. Come resistere a tutto questo? Come non ascoltare il richiamo dell’ignoto? Come non ridere e non strafarsi al chiarore dell’enigma? Jiya era un illuminato.

La sua presa di coscienza era una conseguenza del suo avventurarsi nell’ignoto, dove tutto risiede. E Jiya lo sapeva. Lo aveva visto nelle notti nel deserto. Lo sapeva e per questo taceva. Spesso mi scrutava, abbassando leggermente gli angoli della bocca, in un’espressione mista di simpatia e odio. Di comprensione e minaccia.

Avrei dovuto guidare con lui lungo tutto il viaggio, aiutandolo a lasciare la scia di sabbia del suo furgone e far perdere le sue tracce alle brutture del passato, attraversando tutte le sterminate e malsane autostrade cinesi, dove si muore per troppo poco. Tanto, uno più, uno meno!

Ma Sanwa e io dovevamo andare avanti con i lavori e non potevo lasciarlo solo. Non avrebbe mai fatta in tempo per la stagione. Per quale stagione? Cosa voleva dire essere pronti per la stagione? Accogliere carovane di turisti o viaggiatori australiani, malesi o americani? Portare manager confusi e insolventi lungo spiagge desiderose d’amore? Dovevamo veramente aiutarli a giocare un gioco che non comprendevano ancora? Non importava, dovevamo andare avanti. Ce lo richiedeva la natura delle cose. Dovevamo vedere cosa sarebbe successo dopo. Non era una questione di soldi. O almeno non lo era per me. Non in quell’occasione. Non là. Rifuggivo il concetto stesso di denaro. Era come se scottasse nelle mie mani.

Ma come potevo insegnare, facendo surf, a rifuggire il denaro a chi invece costantemente lo rincorre per natura? Come trasmettere il senso profondo della libertà dalla ricchezza e dal possesso a chi non brama altro che ricchezza e possesso?

Dovevamo continuare a lavorare, a lavorare su noi stessi per regalarci al mondo e agli altri, tramite un sogno, ma forse stavo solo creando la storia di questo libro?

I tramonti scandivano la fine delle giornate di scavo spirituale e ci permettevano di abbandonare momentaneamente attrezzi e sudore, e di prepararci alla sera.

Sere fatte di corpi seminudi, di corpi semivestiti e di luccichìo di pelli, sudate e pronte ad afferrarsi, a strusciarsi l’un l’altra. Notti tropicali di liquidi corporei. Umidità corporea. Sangue e whisky, sudore e amore. Petto nudo, che non coprivo mai. Non coprendo mai il cuore.

Quando sul tardi ci ritrovavamo su, al quarto piano, tutto si faceva più chiaro. Dovevamo essere là per concepire un ideale. Per dare fisicità a un ideale. All’ideale della fratellanza universale, in un buco di straccio di terra, al confine dei mondi. Non è forse al confine che si delimitano i contorni? Non è forse al confine che tutto torna più chiaro? Al limite, al confine, alla fine abbiamo possibilità di guardare oltre e alle spalle, possiamo fare un passo in avanti o uno indietro, uno avanti, uno indietro, e se non abbiamo capito bene, se qualcosa non ci è chiaro… due avanti… o due indietro. Su quel limite siamo compagni degli amici e dei nemici, degli alieni e degli umani, si può diventare esploratori ed esplorati, Indiana Jones e arca perduta, lato oscuro e lato buono della forza. Il confine è sempre stato il punto in cui sono nato per essere. Senza vie di mezzo. Il confine. Confine degli eccessi.

Così cavalcavamo il confine della notte, il confine della vita, di una redenzione buia, nelle cavernosità delle possibilità. Cercavamo possibilità di vita, scandagliando il nostro malessere sociale. Eppure di avventura si trattava.

La più possente e totalizzante che si potesse fare. Con la propria vita, senza scherzi e senza mezze misure. Dovevamo fortificarci nel cambiamento! Potevamo farlo solo denudandola e plasmandola a somiglianza di quello che avevamo visto, soli nei nostri sogni più radiosi.

Tutti i cinesi che si trovavano con noi, gli stranieri, tutti i banditi o i diseredati, tutti erano alla ricerca di sé. Tutti, incluso Sanwa, che nonostante la sua scorza dura e inintellegibile di uomo di mondo, amabile, era anche un uomo pericoloso. Un serpente con il rossetto. Senza denti. Il veleno era a parte, in un barilotto, come fanno i cani sanbernardo che se la portano al collo, per usarlo con discrezione, non visti, senza mani, senza dita. Sanwa avrebbe potuto e saputo avvelenarci così , per lui sarebbe bastato poco. Cosa aspettarsi da un ex malavitoso?

Ma è pur vero che Sange ci stava provando a cambiare vita, come tutti noi. Stava provando a rinnovarsi l’anima. La sua non era quindi una semplice fuga sociale – non sperimentava neanche sostanze stupefacenti, gli bastava l’alcol – era un ricercatore lucido. Lucidamente spietato che, attraverso il lavoro fisico, il sudore, il non sapere, la scoperta, le onde e la potenza dell’oceano cercava di risorgere come una fenice tropicale, su di una tavola da surf o sulla sommità di una nave di bambù. A Houhai.

Ecco tutto già alle nostre spalle!

Certo non volevamo cambiare il mondo, come avremmo mai solo potuto pensarlo? Volevamo cambiare noi stessi, cambiare la prospettiva da cui guardavamo la vita e, magari, poi influenzare altri, avviare un movimento liberatorio. Volevamo mostrarci diversi, cambiati, avere riflessi di cambiamento su riflessi. D’altronde non potevamo insegnare nulla, potevamo solo scoprire connessioni, sincronicità, misteri, dettagli, indizi. Stavamo scroprendo di non sapere nulla, potevamo per questo solo continuare a imparare. In silenzio.

Ci vogliono comunità e silenzio.

Nuove comunità del silenzio, in cui gli uomini ritornino a conoscersi nome nome e non siano più alienati, diffidenti, deumanizzati. Poichè solo riuscendo a cambiare noi stessi, cambiando la nostra coscienza, potevamo veramente cambiare parte della marea di fatti umani che ci inglobavano. Dovevamo provare a creare quel che era dentro di noi. Il nostro mondo. Il nostro mondo, che è dentro di noi, quello che altrimenti come potremmo mai vedere? Che è dentro la nostra coscienza.

Dovevamo liberarci, in primis, dalla voglia di potere e di denaro. Perché le persone legate al potere esteriore sono le più spaventate dalla liberazione dell’estasi di una coscienza espansa? Perché forse sanno, forse hanno intuito o sentito che, una volta aperta quella porta, quella della coscienza profonda, l’unica conseguenza possibile è perdersi, perdere il significato dei punti cardinali. Tutto assume nuove accezioni, i significati mutano, il valore si ritrae. A questo punto non si può solo che rinunciare a tutto il potere e a tutto il denaro dietro cui, prima, tanto si nascondevano. Tronfi e
fagocitanti, impegnati in una ricerca cieca.

Senso unico ad andare! Signore e signori! Strada senza uscita! Prego, fate attenzione al gradino!

E noi? Noi ci eravamo già perduti, inesorabilmente. Sì, avevamo assolutamente dovuto ricercare le radici profonde del sé . Ma un momento. Forse che sia venuto un giorno da noi qualcuno a dirci di impegnarci in questa ricerca invisibile? Perché avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per cercare qualcosa che noi stessi e, probabilmente anche voi, non sappiamo ancora cosa sia? Che cos’è questo anelito che ondeggia dietro la linea dell’orizzonte visibile? Come un pendolo che va su e va giù e che ci ipnotizza, tentandoci.

Comunque ormai eravamo stati decici. Il che può sembrare strano, passivo o forse buffo. Ma in realtà, il nostro era un puro wuwei (un non agire) che si faceva azione nell’atto stesso di essere, contrapponendosi a tutto quello che non eravamo. Al nostro non-essere. Ci stavamo continuando a perdere o forse già avevamo iniziato a trovare qualcosa di noi? Stavamo demolendo o già costruivamo una nuova e incantata architettura di noi stessi?

Eravamo bambini in attesa della notte di Natale della coscienza, lavorando la materialità in attesa dell’epifania del nostro essere, ritrovato nel buco del culo del mondo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 5

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 3.1

3.

“Ei Sanwa, che ne dici allora dell’idea del locale? Ci hai pensato?”

“Ci sto pensando DeLuFa. Direi che forse è arrivato per me il momento di buttarmi nuovamente nella mischia, di rimettermi in discussione. Intraprendere qualche nuova impresa, magari con un folle come te”.

Mi guardava.

“Vuoi quindi aprire un locale con me, tu dici, eh? Ne sei sicuro?” continuò.

“Ma questa domanda veramente te l’avevo fatta io!”.

Sorrise alzando una Qingdao.

Aspettò un attimo, mi guardò negli occhi, scrollando le spalle come a chiarire all’ambiente circostante la sua intenzione di stoccare nuove energie per il futuro:

“DE LU FAAA!” altisonò Sanwa “Rock and roll?”.

Era un sì.

“Troviamo il posto”.

“Sono sicuro, verrà il locale più forte di Hainan, passerà alla storia, ci siamo fratello! Questo è il momento, le congiunture ci sono tutte. Non lo senti nell’aria il richiamo dell’energia? Voi cinesi lo chiamate Qi, giusto? Be, chiamalo come preferisci, come vuoi, per me è un Dio cosmico. È qui intorno a noi e ci sta invitando a realizzare un punto algebrico, una piramide. Troveremo il posto come rabdomanti, ne sono sicuro. Se si seguono i soldi, si sarà solo trasmettitore di conti, debiti e crediti! E noi seguiremo invece l’energia per diventare trasmettitori di energia!”.

Sanwa mi guardava senza espressione, ma dentro era entusiasta, percepiva la carica. Allo stesso tempo era colpito da tanta ingenuità, candore plasmabile. Lui voleva aprire solamente un nuovo un locale, un ostello per giovani, non giovani, per chi volete, basta saldassero il conto al momento del check out, anzi meglio ancora se al check in. Voleva campare in qualche modo. Fare qualche soldo, insomma. Doveva anche mantenere una figlia e fottere la gente.

Ma lo vedevo, nonostante tutto voleva continuare a sentirsi libero, attivo e giovane. Sono convito, mentre facevamo quella storia, che quella storia già esistesse, noi dovevamo solo lasciarla affiorare. Come un pallone sott’acqua, trattenuto e poi rilasciato che inevitabilmente viene sospinto in alto dal Sig. Archimede in persona, con tanto di occhialetti e cuffietta. La nostra era una storia nella storia della Cina.

Il primo ostello, la prima comune surfistica cinese! Sentivamo di fare quel che dovevamo fare esattamente quando ci apparve il da farsi. D’innanzi, a mani alzate, lo potevamo vedere sbracciarsi come l’omino che, sulla pista d’atterraggio di un aereoporto, indica ai piloti direzioni e precedenze. Solo che la nostra era una pista destinata solo ai decolli. Nessun aereo scendeva, nessuno atterrava. Salivano tutti. Verticalmente anche. Shuttles mentali. Buddha-Cristo era uno gnomo alieno disceso dal cielo della profondità del cuore, su di un astronave invisibile, nascosta dietro ogni cometa, dietro ogni costellazione conosciuta e sconosciuta. Da qui, da Andromeda dall’infinità dell’essere ben oltre ancora. Ovunque.

Così, come ognuno di voi, come ognuno di noi, quando si crea la propria storia personale. Unica. Cementificata. Quando si crea la propria storia, come una tela di ragno, perfetta. Perfettamente la si può vedere intrecciare, tessere il fluire nel sospiro vitale del mondo. Non resta poi che osservarla andare via, lontano vicino, e turbinare come un coriandolo ghiacciato lanciato da un boingsettequattrosette a tutta velocità nella stratosfera. Vederla poeticamente espandersi e intrecciarsi. IN-TRE-CC-I-A-RSI.

“Sì, siamo flussi d’energia, Sanwa! Ma non lo senti? Come fai a non rendertene conto? Sarà il posto più cool e più TE che tu abbia mai realizzato!”.

Continuava ad annuire, come prima, guardandomi da sotto le folte sopracciglia. Un po’ titubava, ma seguiva. Aveva la tipica faccia da uomo cinese titubante a cui viene proposto di impazzire abbandonando la propria castrante cinesità. Eppure l’unico modo per abbandonare la propria terraferma, le proprie certezze, per creare, per dipartire verso una destinazione non chiara, alla scoperta di un sé di cui non si sa ancora nulla, è proprio impazzire, abbandonare le certezze. Fare altro, nuovo, andare alla scoperta!

Sanwa avrebbe dovuto proprio collaborare con uno straniero pazzo. Con un italiano. Sono strani gli italiani. Amano parlare, e spesso non realizzano le proprie intenzioni. Parlano, parlano. Questo lui lo sapeva. Era un uomo d’esperienza dopotutto. Per questo titubava.

Non sapeva se la mia fosse follia o se avessi una ricetta alchemica, magari fossi in possesso di coordinate segrete per raggiungere un’altra dimensione, un altro e un alto o profondo livello di consapevolezza, e sperava che lui avrebbe potuto utilizzare tutto questo, commercialmente. Ovvio, no? Pensava d’essere lui a ignorare l’esistenza di una nuova formula applicabile al suo contesto. Voleva di più e doveva osare.

Ci sono troppi forse nelle nostre menti, troppi ma e troppe paure. A volte basterebbe invece un semplice sì o un semplice no, ed ecco! Realizzarsi tutti i nostri sogni. Materializzarsi di fronte a noi. Quasi da soli. Bastano due lettere.

Sanwa non era uno stolto, lo sapevo, era un businessman cinese capace e ancora giovane e, una parte di lui, voleva credere ancora nella magia delle cose, alle possibilità infinite della vita. In un certo senso, era attratto dalla carica dell’idea, come chi si lascia sorprendere da una luce dopo tanto buio e stropiccia gli occhi istintivamente. Non è che non voglia vedere, non può vedere chiaramente. Almeno non subito. Inoltre era un surfista, dopotutto, stava imparando quindi a trattenere l’energia dell’acqua. Era uno dei pochi, pochissimi surfisti che avevano risposto al richiamo del mare, al richiamo delle onde. Dopo aver abbandonato la città, sapeva di dover abbandonare ogni modalità cittadinesca di pensiero, doveva staccarsi da ogni punto di riferimento strutturale. Le dinamiche della grande società, della grande città, non funzionano più quando si è in due, quando si è in quattro, quando si è in mille. Funzionano solo per fottere le masse e per distogliere gli uomini dall’essere uomini, le donne dall’esser madri e modelle di sé .

Sanwa e io ricercavamo spensieratezza e spontaneità. Immediatezza di vita. Volevamo deframmentare il velo davanti agli occhi e spiattellarlo ai quattro cantoni dell’angolo estremo di quel buco d’Asia. Magari da lì avrebbe raggiunto distanze incommensurabili. Cercavamo la resurrezione, senza conoscer nessun Dio, o senza almeno conoscerne il nome. Lui, Sanwa, pur rispettando e conoscendo fino ad allora, come unico maestro e signore, il dio di carta, quello che si piega in tasca e nei portafogli, il renminbi, lui voleva tentare un dio nuovo. Cambiare. Voleva convertire il proprio sistema operativo mentale, abbandonare il server del denaro imperante, acquattandosi nell’ultimo lembo di terra, l’ultimo promontorio, l’ultima baia della Repubblica Popolare Cinese e dire “sì, io credo!”.

Quella sera prendemmo solo qualche birra, al vecchio locale di Dahai. Quello sulla spiaggia, con le tavole da surf mezze rotte appese fuori. Sull’entrata di sotto, l’ingresso dalla duna. E sul muro Dahai aveva scritto a caratteri occidentali, in rosso: Impossible is nothing. Ci passavo davanti ogni giorno, con o senza tavola, con o senza trucco, con o senza amici al seguito. E quella scritta era diventata come un monito, un richiamo, una sicurezza. Mi invitava tutti i giorni a credere nell’invisibile. Credere in tutto quello che stanno cercando di sopprimere, di uccidere, di far estinguere. Dahai, in italiano vuol dire Grandemare.

Un altro personaggio mitico nella storia di Houhai. Rispettato e isolato, passava il tempo solo, a guardare il mare, silenzioso come sempre. Una persona di pochissime parole, abbronzato e scolpito dal vento in ogni fibra del suo corpo. Portava spesso un cappellino da baseball con la visiera girata dietro la testa. Aveva denti leggermente ingialliti dal fumo, enormi, e sorrideva sempre.

Originario del Dongbei, nord ovest cinese, quello povero. Molto povero.

Spesso andavamo da lui solamente per porgergli omaggio, non tanto per prendere una birra, anche se poi la prendevamo sempre.

Eravamo in pochi ad andare da lui, ma questo non gli interessava. Anzi meglio così. Bevevamo molto. Questo a lui invece interessava. E quando cominciava a salire l’effetto dell’alcol, talvolta lui si avvicinava al nostro tavolo. Prendevamo sempre il primo in fondo sulla destra della terrazza, davanti l’immensità del mare. Forse in tutto il pub ogni sera c’erano sì e no quattro persone. Da sfondo una immensa, sterminata, incommensurabile calma tropicale. Nessuna luce. Nera. Noi eravamo l’ultima luce prima della distesa buia dell’acqua, delle onde e del vento del Pacifico.

Avete mai sentito la calma tropicale entrarvi nelle vene?

Be’, specialmente se stai sorseggiando una birra ghiacciata, magari con le stelle sul capo e con il rumore dell’oceano di sottofondo lì, a pochi passi, ieri, oggi e domani, ve lo dico io cosa vuol dire sentire la calma tropicale nelle vene.

Vuol dire sgomento.

Vuol dire sgomento per tutto quello che giorno dopo giorno, nelle nostre vite cittadine, lasciamo andare, tutto quello a cui rinunciamo, che non tornerà mai più. Un senso di libertà e di incertezza tali da salire su per il ventre, come se avessimo dentro un alieno, un figlio, qualcosa che si muove e che vibra dicendo ancora, ancora, ancora!

Eppure tutti noi abbiamo una spiaggia, un luogo in cui dovremmo essere perfettamente presenti al momento, tutti noi abbiamo tramonti sui mari del sud o dell’ovest o dell’est. Tutti abbiamo momenti che non torneranno più, che dovremmo afferrare fino all’ultimo stridìo di strati di tempo e ciucciare alla goccia! Dobbiamo succhiarli questi momenti, resuscitano dai morti.

“Ah! Ah! Ah! Hai visto le previsioni Sange?” dissi sorseggiando la mia ennesima birra serale. Camicia aperta, scalzo, bello, me stesso. Ero il cane di un dio.

“No, ma non sei tu quello che smanetta sempre sui cellulari o sta davanti al computer? Non sei tu Mr. Chinasurfreport che dovebbe dire a noi cinesi come e quando arrivano le onde? Pensavo guardassi tu le previ, ma poi scusa, domani hai qualcosa da fare in particolare? Devi decidere se andare in città o cosa? Svegliati e vedi il mare com’è dalla finestra, no?”.

Aveva ragione.

“Lo so, vecchiume ambulante che non sei altro! L’ho chiesto solo per prepararmi emotivamente, altrimenti, se Magicseaweed dà belle onde per domani smetto di bere stasera. Così mi posso svegliare prima e fotterti tutte le onde migliori mentre tu dormi e scureggi ancora a letto, no? Leale, cristallino! Ah! Ah! Ah!” sorridendogli in faccia. “Ma va… dai, domani ci svegliamo presto e andiamo all’alba…”.

“Ma se sono già le due di notte! E poi lo dici sempre. Quand’è l’alba domani!?”

“E che ne so! Faceva molto western detto in quel modo, con la birra e la sigaretta in mano, guardami, guarda adesso… che te ne sembra?” mi diceva ubriachissimo.

“Sanwa, sei sbronzo!”

Sbofonchiò qualcosa sorseggiando ancora l’ultima goccia dalla bottiglia.

“Ei Fantastico, porti altre due di birre, per favore? Spasibo!” urlai.

“Subito ragazzi!”

Fantastico era un ragazzo di vicino Mosca, un kitesurfer veramente fuori di testa. Non poteva più vivere senza il mare e soprattutto senza vento tropicale. In Russia il vento certo non manca, ma mancano “l’umanità delle temperature” come diceva lui. Così si era trasferito a Houhai e faceva il barman sulla spiaggia. Felicemente senza fregarsene di niente. Il padre era un pilota della compagnia aerea russa. Non aveva particolari ambizioni se non quella di vivere alla grande e felicemente.

Parlava cinese e inglese anche se con un marcato accento russo. Era una bellezza d’anima. Per questo noi tutti lo chiamavano Fantastico. Perchè era semplicemente un tipo… Fantastico! Aveva inoltre le più ricercate raccolte di chillout music che avessi mai sentito. Il suo soprannome era perfetto, gli calzava a pennello. Non ho mai visto un individuo che lo eguagliasse in reattività, in felicità, in gioia di vivere, in sorriso. Era energia allo stato puro. Incontrollabile.

“Domani vieni a surfare con noi” gli chiesi non appena arrivò con le tre birre ghiacciate (ne prendeva sempre una in più per lui!).

Camminava perennemente scalzo, coi piedi finti a papera, come soleva fare lui, per divertirsi a fare il buffone. Gli piaceva farlo, gli metteva l’allegria.

E giù a ridere, ma non per sciocchezza, per stoltezza, era pura traboccante felicità. Per pura decisione di esser felice a tutti i costi. Come quando sei piccolo e ti guardano facendo bugi bugi bugi bugi ecco, lui aveva le stesse reazioni, senza bugi bugi bugi bugi. Ogni volta che serviva ai tavoli per il lui il mondo si fermava. Era il suo momento, il suo palcoscenico, e noi gli spettatori che lo osservavamo arrivare e sorridere di gioia. La vera gioia. Gioia scalza.

“Allora, che dici, Franceska?”, sedendosi vicino a noi.

“FrancescO!, in Italiano si dice Fra-nce-scO!” gli ripetei per la millesima volta, sottolineando la pronuncia unendo indice e pollice in un perfetto ok linguistico maniacale.

“Ah! ah! ah! Francesc….O! ah! ah! ah! In Russia si usa la A per i maschi, lo sai ormai, no?”

“Lascia perde, AndreY!” usando il suo vero nome, sottolineandone il peso semantico. Non penso lo colse e penso fosse anche stupido cercar di farglielo cogliere.

“Allora salute! Ganbei!”

Ganbei DeLufa, ma a che brindiamo?” chiese Sange.

“All’ADESSO, alla nostra vita assieme, fratelli, brindiamo all’adesso!”.

Gan” che in cinese letteralmente vuol dire bevituttodunfiato.

Gan, davvero?”

“Ah! ah! ah! daiiii! Jiayou! (coraggio!)” urlò ridendo Fantastico mentre mi guardava. Muoveva indietro la fronte, in alto in mento, come per incitarmi a bere tutta la bottiglia alla russa, appunto.

Li guardai, sorrisi un po’ “Gan!” e mandai giù tutta la nuova bottiglia di birra. Scendeva giù una bellezza, giù per la gola e dritta nel mio corpo. La sento ancora viva in me quella birra. Le sue molecole si fondevano alle mie divenendo per sempre vive in me. Navigheranno nelle mie vene per sempre. Proprio quella birra, proprio quelle molecole, di quella birra di quella notte.

E “Gan Gan Gan” ancora riecheggia nella mia mente il suono di quei sorrisi strappati al tempo, strappati a qualunque tempo, a qualunque modo d’essere, in qualunque posto del mondo, con mille sguardi e mille ancora. In quei Gan si proiettavano tutti i sorrisi e tutti gli sguardi degli uomini del mondo. Quanto splendore… Gan Gan Gan… via via sempre più velocemente fino all’essere una sola immagine fatta delle molteplici immagini dei volti umani del presente e del passato.

Eppure tutto passa.

“Andrè – dissi alla romana- vabbe dai, portamene un’altra… graziiiiieeee”

“ah! ah! ah!, ok FrancescA”, accentuando di nuovo la A.

Amavo quell’uomo.

 

Drin Drin Drin Driiiiin

“Sì?”

We’, DeLuFa!”. Era la voce di Sanwa.

Aveva il suo solito forte accento sichuanese scocciato, apparentemente assonnato. Sembrava sempre assonato per telefono. Incredibile, a qualunque ora del giorno e della notte. Anche quando non aveva minimamente sonno. Ma quando era al telefono cambiava la voce e il mood. Aveva sonno.

Wei Sanwa, che c’è?”

“DeLuFa, vuoi venire qui che sto facendo un sopralluogo al palazzo dove potremmo fare il locale. L’ho trovato, penso. Vieni! Voglio sentire la tua opinione. Sbrigati, sono qui…”

“Dove?” chiesi.

“…in quel palazzo davanti al Nanuna, quel palazzo alto sulla sinistra, con le tegole blu. Hai presente?”

Annuivo dall’altra parte della cornetta come se mi potesse vedere, poi dissi “Certo che ho presente lo vedo tutti i giorni. Sta davanti casa mia!”.

“Bene – sempre scocciato – vieni! Mi affaccio così mi vedi e sali, ora siamo sul rooftop, qui pensavo potremmo fare il bar!”

“Ok, due minuti, e arrivo!”

Hao, ok, hao (bene, ok, bene)”. Attaccò.

 

Mi sciacquai la faccia, bagnai i capelli, legai l’elastico dei miei boardshorts e presi la strada per il Nanuna. Percorsi neanche trenta secondi a piedi. Ero già sul luogo. E in ritardo. La cosa mi divertiva, perché scocciava sicuramente Sanwa.

“Ei, Sange?! Dove sei? Mi senti?” urlai.

“DeluFa! Sono qui, ma che ti urli!? Vieni è qua, siamo sopra. Terzo piano! Ma non avevi detto che conoscevi il palazzo?”.

“Sì, l’ho detto!”, non aggiungendo altro.

Salii le scale a due a due fino al penultimo piano. Non ero mai salito fin prima, perchè mai avrei dovuto farlo? Avevo sempre visto il palazzo e la balconata da casa mia o passandolo a piedi da sotto, mentre andavo chissà dove a fare chissà cosa. Da su l’aria, il vento del mare si sentivano esaltanti.

Mi si arruffarono i capelli legati già male.

Il palazzo era anonimo, semplice, lineare, un rettangolo di mattonelle color giallo-ocra. Ogni tanto si alternavano linee orizzontali di mattonelle bordeaux, sul lato esterno. Era molto carino, a me piaceva. Mi ricordava esattamente quello che mi avrebbe ricordato oggi nel ripensarlo e nello scriverlo.

Salii ancora un’altra rampa di scale e mi girai. Guardai l’oceano dalla terrazza dell’ingresso e chiusi gli occhi. Alcune chitarre suonavano da qualche parte, in qualche casetta più bassa verso est, nella direzione del promontorio. Le palme sbadigliavano. Sul pianerottolo c’era già un letto in legno, lasciato chissà da chi, uno di quegli antichi letti locali. “Chissà quanto avrà questo legno” pensai.

Scolorito, si intravedevano ancora le pennellate dei diversi colori che negli anni si erano alternati sulle assi di legno. A tratti si intravedeva un giallino, un verde, un blu scoloritissimo. Si sentiva che le doghe erano vecchie ancor di più quando ci si sedeva sopra. Gracchiavano. Scricchiolavano con la dolcezza di una miriade di notti, di albe, di tramonti e mezzogiorni. Era un legno vivo, più vivo del legno giovane che ancora non ha capito nulla. Un po’ come i giovani di oggi, più vecchi dei loro vecchi. Quel meraviglioso letto era lì da molti anni, abbandonato, di fronte alla baia più a sud del continente cinese, esattamente quella all’estremo del culo del mondo dell’Asia. Che poesia! Era così. Lo era. Non so perché ma tutto questo mi sembrava meraviglioso. Una scoperta continua.

“Ma da qui si vede l’infinito!” escalamai a bocca aperta. “Sanwa, questo posto è splendido! Peccato per le case in prima fila sul mare che bloccano leggermente la visuale verso destra, di là, vedi?” dissi insoddisfatto come un bambino a cui non hanno comprato un secondo giocattolo, di ritorno dal parco giochi.

“Be, certo, considerando che in una di quelle case ci abiti tu…” rispose ironico, “potremmo considerare l’idea di abbatterle!” con il suo tono inconfondibile. Se avesse potuto farlo lo avrebbe anche fatto.

Avrebbe potuto fare il cowboy in qualche film western cinese. Recitare la parte del buono che è anche un po’ cattivo. Con il sigaro in bocca, nell’angolo in basso a destra. Un piccolissimo rigangnolo di saliva a scendere, fronte abbassata per coprirsi un poco gli occhi dal sole con il cappello. Ce lo vedo. Sì.

“Eh eh, lo sai, quella casa me l’aveva trovata DongGe? A proposito dov’è ora? Sempre nella riserva?”.

Dongge era un cinesone, veramente grosso, con la pancia di rispetto, alto quasi un metro e novanta, sposato con una sexyssima donna tibetana. Amico atavico di Sanwa. Sono sempre silenziosi i tibetani, tendenzialmente, come i nepalesi pensavo, o almeno quelli che avevo conosciuto io. D’altronde, hanno sempre avuto a che fare con le montagne e gli spazi sovrumani. Ti forgia, ti cambia.

“Sì, è sempre al confine ovest del Sichuan, nella riserva con la moglie. Lo sai com’è fatto, no? Disprezza il mondo.”

“Sì, lo so.” risposi.

Amava tutto, per questo disprezzava il modo in cui veniva trattato il mondo. Così si ritirò con la moglie, praticamente in Tibet, a vivere di allevamento e di turismo. Per quei pochi amici e amici di amici che andavano a trovarli lassù.

Era stato lui che mi aveva presentato il landlord, Fratello Li, Pavarotti, per capirsi. Dongge aveva fatto da tramite, superando le resistenze mosse dalla diffidenza che un pescatore hainanese di origine cantonese poteva avere nei confronti di un forestiero italiano, capellone come me. Gli faceva un po’ strano, al fratello Li, vedermi sul suo territorio.

“È forse una spia?” pensava, “Perché parla così bene il cinese? Forse è qui per rubare qualche nostro segreto nazionale? O magari per portar via le nostre donne, mia figlia! Loro occidentali ci hanno invaso! E ora, noi che facciamo? Li facciamo entrare spontaneamente nelle nostre case? I laowai (straniero) non possono capirci, sono pericolosi!”.

Ni zhongwen weishenme jiangde zheme hao a?” (perché parli così bene il cinese?) mi chiedevano spesso. Dopo millenni di oppressione, prima imperialistica poi comunista, i cinesi sono sempre stati timorosi e diffidenti e non guardano di buon occhio gli stranieri, specialmente quelli che parlano cinese, e specialmente se questi si avventurano nei piccoli centri, nei paeselli. Forse che vogliano nascondersi da qualcosa? Nelle grandi città invece, come Pechino o Shanghai, gli stranieri ormai si vedono quasi a ogni angolo, è diverso.

Per i paesani noi siamo un potenziale pericolo. Siamo qualcosa difficile da capire. Figuriamoci poi un laowai che parla cinese, un laowai che ti capisce, che può comprendere la tua lingua. Lingua lasciata volutamente impossibile da compredere nel corso dei millenni per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I Cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre stati volutamente indipendenti e isolati. E un muro di mattoni non bastava. Ci voleva anche una lingua e una scrittura indecifrabili. “Tian bu pa, di bu pa, jiu pa laowai shuo zhongghuohua” un antico detto, diffuso ancora oggi in Cina. (Non temere il cielo, non temere la terra, temi uno straniero che parla cinese).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 3.1 

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1