Vota Karma Hostel all’International Festival “Roma Film Corto”

Francesco De LucaKarma Hostel, Edizioni Il Foglio

Karma Hostel è la storia di un giovane italiano che, deluso dall’Italia, decide di trasferirsi in Estremo Oriente. Così, dai vicoli oscuri di Pechino all’isola tropicale di Hainan, dalle montagne del Sichuan ai borghi del Guizhou, il protagonista assembla anni di riflessione e di scoperte sintetizzandoli rabbiosamente in un flusso di coscienza. Sullo sfondo, la costruzione di un ostello lungo una spiaggia lambita dalle calde onde del Pacifico. Un osservatorio per sbirciare dentro l’anima del mondo che ci inietterà un moderno spleen. La narrazione inizia a Houhai, un paesino di pescatori cantonesi di mille anime, di fronte al Vietnam…

REGOLAMENTO SOCIAL CONTEST ESTIVO
LIBRI DA VEDERE SEZIONI EDITI, INEDITI E VINTAGE
DELL’XI EDIZIONE FESTIVAL ROMA FILM CORTO

Accanto al festival vero e proprio, che premia le sceneggiature scelte dai titoli selezionati nella sezione generale “Libri da vedere”, gli autori e gli editori potranno godere della vetrina social di facebook attraverso la seconda edizione del ‘social contest letterario’, organizzato da Ipermedia CDE.
Gli autori inseriti nelle tre sezioni del Festival Roma Film Corto (editi, inediti e vintage) raccoglieranno il proprio consenso attraverso il social.
Chiunque iscritto a facebook voglia votare per uno dei titoli selezionati, potrà farlo apponendo il suo like in corrispondenza della copertina pubblicata sulle tre pagine (dedicate a editi, vintage e inediti). Si può apporre il like a quanti titoli si voglia, così come il like potrà essere ritirato durante il periodo di attività del social contest (dal 23 giugno al 23 settembre); si potrà anche commentare il testo e domandare informazioni al responsabile di pagina o agli autori.
Il 23 settembre, a mezzanotte, il social contest verrà dichiarato concluso e computati i like. Ogni sezione avrà un vincitore premiato. Il giudizio conclusivo sarà ponderato dal numero dei like ricevuti da ciascun titolo, integrato da una valutazione da parte di una giuria tecnica, espressa da 3 autori ed editor scelti da Ipermedia, che riguarderà i primi tre classificati di ciascuna sezione.
I nomi dei tre vincitori saranno resi noti nella giornata del festival (dicembre 2019) direttamente gestita da Ipermedia CDE. Alla giornata saranno invitati tutti i partecipanti al social contest, che potranno intervenire pubblicamente per parlare dei loro testi e della loro partecipazione al festival.
Gli autori dei tre testi proclamati vincitori, riceveranno un diploma di merito dalla Giuria del Festival Roma Film Corto durante la giornata di dicembre 2019.
Il responsabile della sezione editi è Fabrizio De Priamo, della sezione vintage Alessandro Germani, della sezione inediti Fabrizio Mieli.

Presidente di Giuria RENZO ROSSELLINI

 Regista e produttore cinematografico. E’ stato Presidente della Gaumont Italia, con cui ha prodotto oltre 100 film. Alla Gaumont Italia della presidenza Rossellini va il merito di essere stata l’avanguardia della trasformazione delle vecchie sale cinematografiche da migliaia di posti nelle moderne multisale. Tra le sue più importanti produzioni vanno ricordate: “Prova d’orchestra”, “La città delle donne”, “E la nave va” di Federico Fellini, “Dimenticare Venezia” di Franco Brusati, “Sogni d’Oro” di Nanni Moretti, “Fanny e Alexnder di Igmar Bergman, “La nuit de Verennes” di Ettore Scola, “Identificazione di una donna” di Michelangelo Antonioni, “Nostalghia” di Andrei Tarkovskij, “Enrico IV” di Marco Bellocchio. In pochi anni la Gaumont Italia diviene una delle più importanti aziende cinematografiche italiane, che integra i tre settori principali dell’industria del cinema: produzione, distribuzione, esercizio. Tra le altre cose, Rossellini fonda anche una Scuola di cinema (da cui provengono registi come Daniele LuchettiCarlo CarleiAntonello Grimaldi, e altre figure professionali, tra cui va ricordato almeno Domenico Procacci. Lasciata la Gaumont, ha fondato l’importante società di distribuzione internazionale Artisti Associati.

Altri giurati: Mimmo Calopresti, Franco Montini, Luca Ricci, Pamela Villoresi, Vincenzo Vita.

Testi letterari preselezionati

Link ufficiale del concorso www.romafilmcorto.it

Parte Prima – Capitolo 2 . 1

2.

“Ei Sanwa, che ne diresti se aprissimo un ostello assieme? Ho già il nome!” dissi, mentre mi tenevo in equilibrio sulla tavola. Mi aiutavo con entrambe le gambe facendo dei piccoli cerchi concentrici, per mantenere la posizione frontale rispetto a lui e alla spiaggia.

“Cosa? Aprire un ostello io e te? Sei sicuro? Non è che poi… arriva arriva arrivaaaa!” urlò osservando la linea dell’orizzonte e indicando fuori, verso il largo. Girai la testa e la vidi, era splendida! La mia onda!

“Miaaaaaa!” gridai come un guerriero Sioux.

Sì, perché quando prendi un’onda, esattamente nel momento del takeoff (partenza) senti il mare risucchiarti e spingerti via, mollarti via come un totem di legno, come un regalo al cosmo, libero di fluttuare sulla terra, sospeso tra il sopra e il sotto. Come se poi ci fosse una qualche differenza!

Che onda fantastica! Calda avvolgente come le gambe lisce e vellutate di una ventenne. E me l’aveva donata l’Oceano Pacifico e Sanwa.

La tavola slittava su per la parete dell’onda come se quest’ultima fosse di burro. L’acqua liscia come olio e il leggero vento offshore (da terra) arricchivano il momento donando perle di perfezione al tempo senza tempo della nostra surfata.

I nostri movimenti erano fluidi, lenti. Andavamo su e giù dalla cresta, “ecco ci sono, passo crociato fino alla punta” per poi fermarsi, guardare, occhieggiare e tornare in dietro. Respirare. Respirare. E poi di nuovo verso la prossima corsa tra spruzzi di gioia. Tornai pagagliando nuovamente verso la line up (la linea immaginaria dove i surfisti aspettano le onde frangere) ancora col fiatone in gola, eccitato e felice, provai a prenderne un’altra “Me lo sta chiedendo lei di prenderla, è lei che vuole me!” pensai. Ma caddi indegnamente all’indietro come un sacco di patate, ridendo.

“Ah ah ah , che cretino che sei, ma quando imparerai a surfare degnamente?” . “Lascia perdere Sanwa, il surf non è uno sport per tecnici, quelli sono i medici del surf o gli ingegneri dell’idrodinamica. Io sono un poeta! Percepisco l’onda non coi piedi ma con l’anima! Importante è cavalcarla con lo spirito, le gambe seguiranno e se non lo faranno, vuol dire che non importava poi tanto farlo”.

Neanche mi ascoltava più, già guardava a largo per vedere apparire la prossima goduria liquida.

Non ripetei, lo lasciai stare. Gli lasciai guardare l’orizzonte, godersi la sua dose giornaliera di felicità senza più distrarlo.

Diventiamo tutti bambini mentre aspettiamo la prossima onda, mentre galleggiamo sulle nostre tavole a largo. Bambini alla ricerca di risposte indecifrabili, misteriose, ma pur sempre risposte. Segnali morse dall’universo. Onde cosmiche.

“Allora, vuoi metter su un nuovo ostello qui nella baia…” disse, con il suo tipico modo pacato e un po’ insofferente. Era incredibile come ci riuscisse senza farsi mandare a quel paese da nessuno. Un vero maestro di dialettica dell’offesa e quando voleva diventava affilato come una lama.

“Quella era l’intenzione – risposi – E poi tu lo sai, già viviamo questa vita, ci si adatterebbe perfettamente addosso, a me cioè, a te forse un meno! ah ah ah no dai scherzo… che ne dici Sange? Apriamo un surf hostel assieme?”

Chi era Sanwa?

Era un tipo ambiguo, tutti lo chiamavano anche SanGE, che in cinese vuol dire letteralmente fratello terzo, sebbene non si sia mai saputo dove fossero andati a finire gli altri due. In Cina infatti, gli amici più grandi d’età solitamente vengono chiamati ge, fratello maggiore, in segno di rispetto. Così se tu ti chiamassi John, potresti essere chiamato amichevolmente, dai buoni amici, John Ge, che vuol dire, appunto, Fratello John. Può sembrare una reminiscenza comunista, ma in realtà non lo è. In cinese ci sono altri termini per quello.

Sanwa veniva dalla città di Chengdu, provincia del Sichuan, nel sud ovest del Paese, al confine col Tibet e con lo Yunnan. A un certo punto decise di trasferirsi, dalla sua città natale, nel paesino sperduto di Houhai, sull’isola di Hainan. Un coriandolo tropicale di terra sotto Hong Kong, sul parallelo di Hanoi, capitale del Vietnam. È la provincia più meridionale della Cina, ultimo avamposto dell’Impero capital-maoista. Sanwa era un ex malavitoso, gestiva bische clandestine, ma sostanzialmente era un buon uomo. Che io sappia non è mai stato fisicamente violento con nessuno. Era sempre pieno di strategie, questo sì! E un uomo d’affari cinese, che agisce in Cina, accerchiato da altri cinesi assetatidisoldi, ne ha tremendamente bisogno! Un fattore di sopravvivenza in un ambiente ostile. E Sanwa era un giovane imprenditore che si era fatto da sé. Non aveva creato imperi economici, come molti desiderano oggigiorno in Cina, ma quel poco che aveva concretizzato, lo aveva, deliberatamente e faticosamente, realizzato lui, con le sue mani. Sempre a spese degli altri ovviamente! Aveva tirato diverse sòle in giro, tradito per affari certamente, e serpenteggiava continuamente alla ricerca di un nuovo affare. Questo lo sapevo, ma non me ne curavo. Gli volevo bene, nonostante tutto, era come un fratello Sange.

Col tempo imparai che i cinesi difficilmente rispondono subito a una proposta, a una domanda, se non sono sicuri lasciano correre. Questa è una loro caratteristica, un’abitudine che, dobbiamo ammettere, li rende a volte più saggi di noi occidentali, che tanto amiamo parlare, parlare parlare, specialmente a sproposito, quando in realtà, sarebbe meglio tacere e riflettere. Così Sange non mi rispose subito. Continuò a surfare, e le onde non si fermavano mai. La nostra era una baia benedetta. Specialmente nei mesi da Novembre ad Aprile, le onde non finiscono mai. È un continuo lavoro di scavo, d’impastamento di sabbia. Le onde erano talvolta aggressive per essere un beachbreak cinese (certo non come quelle di Ocean Beach a San Francisco!), ma pur sempre onde rispettabili e potenzialmente pericolose. Sul lato destro della baia, vi era una insidiosa risacca, talvolta con muri d’acqua di due o tre metri. Non parliamone poi durante i tifoni. Le masse d’acqua superavano se stesse in volontà di potenza. Come pavoni arricciati che si mostrano in stato di grazia su di un piedistallo.

“Questa è mia però!” disse, ansimando e cercando di prendere la prossima in arrivo dal suo orizzonte visibile.

“Yeaaaaahh! Fratello dai!” incitandolo. L’aveva presa sì, presa benissimo, come al suo solito… in testa! La sua longboard si era impuntata creando una scena ilare. Avevo visto la faccia di Sange ingrugnirsi e prepararsi all’impatto, mentre la sua tavola prima andava giù, in avanti dentro l’acqua, per poi venir schizzata in alto come una pallina di carta lanciata da una cerbottana. Bisogna stare attenti in questi casi. Le tavole ricadendo possono colpire dritto dritto la testa. Ma questo lui lo sapeva. Anche se non aveva mai imparato veramente a surfare, era abilissimo nel proteggersi, nel prenderla con filosofia. Era già tanto, anzi tantissimo, che un cinese proveniente da Chengdu (dove l’oceano dista migliaia di chilometri), salisse su di un “legno” per surfare.

Ho sempre avuto l’impressione che volesse scappare da qualche pensiero che lo opprimeva gravemente in città. Non ho mai saputo cosa, ma in fin dei conti, tutti vogliamo scappare da qualcosa. Da qualche miraggio di sconfitta. Dall’insofferenza nei confronti di questa società che non funziona, che si è dimenticata del suo scopo ultimo e primo. Sostenere i suoi figli, aiutarsi a vicenda.

Ma non tutti per questo cominciano a fare surf e non tutti prendono le tavole in bocca mentre si viene frullati dentro una poderosa risacca. Anche quella era una gioia profonda. Nessun semaforo rosso all’orizzonte. Nessun cartellino da timbrare. Il blu. Sanwa era più grande di me di quasi dieci anni, fisico da giocatore di bisca, fumava come un turco (o meglio dire come un cinese), beveva come solo un giocatore di bisca sa fare. E come un vero giocatore da bisca sapeva rimanere lucido. Un tipo intelligente e amabile, curioso del mondo, e della gente del mondo. Un viaggiatore a suo modo, anche se non si era mai allontanato dalla sua terra. Non poteva lasciare sua figlia, diceva. Viaggiava attraverso gli occhi e i racconti della gente, dei suoi amici stranieri, dei vagabondi che capitavano lungo il suo sentiero di vita. Insomma, era Sanwa.

“Coff Coff” aveva bevuto quasi tutta l’acqua della baia. E che splendida baia era quella di Huanghou (letteralmente Baia dell’Imperatrice).

Oggi pare stia subendo l’influsso malefico dei soldi, dei tanti capitali provenienti dal Continente, dalla Cina. Lo sviluppo edilizio e il deturpamento naturalistico sono alle porte. Hanno già bussato e gli si sta aprendo piano piano. Avevo intravisto qualche cambiamento mentre abitavo là, ma non volli fissarci lo sguardo sopra, faceva troppo male. Oggi chissà, già sarà iniziata una massiccia cementificazione, l’ennesima distruzione in nome di un progresso che ci porterà tutti a dover vendere bottiglie di verde e di ossigeno.

I cinesi del XXI secolo, purtroppo, sono specialisti della distruzione. Riescono velocemente a rovinare bellezze naturalistiche mozzafiato, amano spasmodicamente il denaro e trovano soluzioni imprenditoriali dovunque e comunque a qualunque costo. Storicamente hanno dovuto subire sempre e questo loro senso di oppressione, questo dover ingurgitare sempre, questo dover mandare sempre giù, li ha trasformati in automini. Uomini che non sono più uomini, che si sono dimenticati di essere, senza nessun sentimento, senza empatia, senza speranza. Non tutti hanno subìto questa trasformazione, ovviamente, ma i pochi superstiti brancolano tra le vie annichiliti.

Magico, quel momento storico era magico. La concrezione temporale in cui andavamo a insinuarci piano piano, fluidamente, era perfetta. Un bimbo nato da una conchiglia smagliante. Ci trovavamo in una nuova golden age. Come negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, quando sulla West Coast Jim Morrison andava cantando “The west is the best!”. Era il millenovecentosessantasette e la febbre del surf e della controcultura si stave già poltigliando da anni in tutti gli States e, lentamente, si espandeva in giro per il mondo. L’Indonesia, Goa, Maui, le Azzorre, erano già divenute la Mecca di tutti gli hippies, gli storm riders, i cavalieri della tempesta dell’epoca.

Certo noi, che non avevamo vissuto direttamente il fermento di quegli anni, potevamo solamente immaginare l’elettricità che si respirava in quei frangenti, ma eravamo sicuri, si poteva sentire, palpare con mano quell’energia, quella stessa energia, aveva volato oltre lo spazio e il tempo e si stava mostrando altrove. In un paesino di pescatori, da cui tutto iniziò di nuovo. Era la California del surf orientale, l’alba kubrickiana della controcultura cinese. Le masse di giovani stavano per assumere una formazione diversa. I giovani erano pronti al grande balzo dalla testa del leone. Un leone marino. Avevano subito torti di cui non avevano colpa. Spiravano di energia repressa da troppo troppo tempo.

Era quello dell’estate senza fine del Duemilatredici un tempo magico, come una vibrazione universale, illuminazione animale, dematerializzazione sovrastrutturale, amore amore amore.

Un nuovo fermento, un periodo artistico giovanile che, appunto, dalla California si stava riversando dritta attraverso noi. Era una beat revolution asiatica, dove anche lo spirito musicale dei grandi, dei Doors, dei Jefferson Airplane, di Jimi Hendrix e il grido “Don’t drop that H-bomb on me!” dei Country Joe & The Fish riecheggiavano tra vicolo e vicolo di un villaggio di pescatori nello sperduto sud-est asiatico, in Cina. Perché? Perché eravamo proprio là? Cosa dovevamo compiere o cosa stavamo seguendo? Perché questo infinito intrecciarsi di esistenze e di anelli ci aveva mostrato quel sentire? Tutti d’altronde ci poniamo le stesse domande di sempre e rimaniamo sempre senza risposta. Forse non dovremmo porci nessuna domanda. Forse, essendo noi i plasmatori del nostro destino e del mondo intero, non abbiamo bisogno di porci domande e dovremmo solo fare. D’altronde non ci sono risposte per chi non conosce la domanda giusta da porre.

La rivoluzione delle droghe psichedeliche, dell’amore e della gioia di vivere erano dietro ogni angolo, in ogni elemento dell’aria e dell’acqua. Gli hippies, i capelloni americani che da tutti gli Stati Uniti si riunivano per ricreare quel senso di fratellanza e di unione, che l’umanità aveva perduto e ritrovato e poi riperduto nel corso della storia, ora assumevano occhi a mandorla e parlavano una lingua ideogrammatica. Ai più indecifrabile.

La prima e la seconda guerra mondiale avevano creato delle fratture profonde nella coscienza umana, di lì a poco il Vietnam ne avrebbe riprodotte di nuove, annientando la generazione che forse più di tutte aveva urlano “not in my name!”.

Nel frattempo, negli stessi anni Sessanta, in Cina, i giovani, con enormi sofferenze, passavano lungo un cinquantennio comunista, malnutrito e radicale. Sotto le ali di ferro del grande fratello visionario Mao. Quando era al governo, il suo grande balzo, provocò milioni di morti e inenarrabili violenze. La sua rivoluzione culturale massacrò intellettuali, artisti, musicisti, dissidenti. Ogni espressione del sé, dello spirituale e del divino, era bandita. Censurata. Smembrata. Schiacciata.

E io, nel mio piccolo, vivendo in Cina, potevo vedere tutto il loro passato di sofferenza della gente, nei loro occhi allungati. Mentre anche i mattoni delle case e delle strade parlavano con attenzione, guardandosi attorno, guardando alla porta, che non entrasse o uscisse nessuno, per paura.

Bisognava parlare poco, parlare poco. Tanto bastava già a far intendere significati, ad istillare dubbi. Tanto bastava per essere incolpati e portati via. Tanto bastava per far abbattere e bruciare i mobili delle proprie povere case. Non c’era certezza. Al di qua del muro nessuna certezza.

“Io non ho detto questo! Assolutamente!” una delle solite scappatoie con la lingua cinese. Con i cinesi. E si può sempre fingere di non capire fino alla fine, fino a trovare una via di fuga. Prendere tempo, pensare, per aver salva la vita o la faccia.

“Yo no hablo el cino senor!” Più o meno così! Fingere di non sapere, così come fanno loro. Fingere di non capire, così come fanno loro! Ma fingere di non sentire e di non vedere? Ce la fareste?

Tutto questo passato di dolore nazionale, tutto questo fermento internazionale, tutte queste energie erano ghiacciate, incatenate, in un parallelo spazio-tempo, e si stavano sciogliendo al caldo tropicale di un villaggio di pescatori. A Houhai.

Si poteva avvertire questo flusso come plasma nell’aria.

Il tempo ci sorrideva, ci aveva chiamati per insegnare a qualcuno qualcosa. Forse a noi stessi. Insegnare a noi stessi come vivere veramente, come essere veramente. Avreste potuto incontrare e passare ore e ore, nottate intere a parlare di quest’energia, di questa sensazione con il vecchio Steven, un altro cercatore di pepite invisibili.

Steven era un giovane canadese, anche lui surfista nonché grande batterista. Aveva il beat nel sangue.

Si era trasferito a Houhai dopo innumerevoli peripezie asiatiche e dopo una vita spesa alle Hawaii cercando di fare qualche soldo nel ramo immobiliare.

Ma l’ho visto sempre suonare e sorridere, e non penso abbia mai fatto grandi affari. Forse un giorno li farà, ne sono certo. Era più grande di me di qualche anno, nato verso la fine dei Sessanta, e aveva aperto la più bella frutteria della storia, nella nostra California cinese. Vendeva manghi, splendidi profumatissimi manghi, grossi, piccoli, rossi, rosa, verdi, con sfumature d’oro e rubino. Era forte Steven, un essere spirituale che infondeva pace. La sapeva lunga. Rimaneva ore e ore sulla sua sedia a dondolo nella calura, occhiali da sole alla Neo, ascoltando musica reggae o musica indiana, e salutava sempre con un largo sorriso. Perfettamente a suo agio nel momento presente. Ricordo il modo in cui pronunciava anche solo la parola now, allargando oltremodo le labbra come a creare un perfetto cerchio con la sua bocca, come per dare maggior tempo e pathos al suo semplice suono. “Now!” “Ora!”. Un cerchio di presenza.

Vedeva le essenze e continua a vederle, nella sua ricerca continua. Sembra sia ancora in viaggio, da qualche parte in Indonesia o Malesia, Thailandia, forse è a Bangkok. Ci rincontreremo, Steven. Ed eccoti qui, che sorridi di nuovo, mentre io scrivo di te.

Storie di fantasmi, di suggestioni marine si narravano la notte, tra le viuzze del paese, una strega occhieggiava nell’oscurità e mi scrutava. Ancora posso sentire il suo sguardo buio mentre batto sul computer questa storia. Lei sapeva, per questo l’anno uccisa. Povera strega, nessun rispetto ormai anche per la magia!

Sapeva che le avrei voluto portare un dono, eppure allora non sapevo lei fosse una figlia della luna. Avrei voluto portarle un po’ di frutta, solo un po’ di dolcezza per una vecchia sola.

Non l’ho mai fatto.

Poi un giorno ho sentito le ruspe buttare giù la sua umile catapecchia. Non era più grande di una stanza, un vero tugurio.

Una vita onorevole in un villaggio di poveri pescatori. Pescatori che sanno sempre tutto, non solo il modificarsi dei venti attraverso il semplice volo degli uccelli. I pescatori sanno sempre tutto, ne sono sicuro. Glielo rivela il mare. Chi va per mare conosce bene il silenzio, e solo il silenzio, sul mare, fa trapelare cose, informazioni, intuizioni… verità. Verità, una parola troppo grande per me.

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.1

Parte Prima – Capitolo 1

1.

Le palme ondeggiavano dolcemente. L’aria entrava fresca in gola per la prima volta, come se prima d’allora non ci fosse mai stata né aria né gola. Era una respirazione differente, nuova.

Al di là della spiaggia un giardino curato, naturalmente curato. Il verde spumeggiava di un verde smeraldino come le onde del mare e le nuvole erano alianti senza ali. Erano loro a spingere il vento e a creare quella dimensione che nei sogni si riconosce come sogno. Eppure ero sveglio. Lontano da Pechino, lontano dalle tempeste di sabbia, lontano dal tumulto dell’ansia e dal grido strozzato della sua notte nero pece. Le industrie erano ancora là, ma i fumi e gli odori delle viuzze del Gulou non mi raggiungevano più e io tornavo a essere libero come non ero mai stato prima.

Eppure una serie di pensieri, grovigli di forme geometriche, container in un alto mare, navi mercantili e marinai si susseguivano in un pensiero non pensiero che col pensiero avevano poco a che fare, ma affascinavano, erano un non pensiero cos ìcome può esserlo un dipinto al muro. Non ero più il me che conoscevo o che avevo conosciuto fino a quel momento. Ero un flusso di luce nella luce del meriggio e pulsavo. La luce stessa respirava con ritmicità. Soffusa, potente. Ero ricco di vita.

Sono sicuro che voi tutti abbiate sperimentato questa sensazione o che lo farete un giorno o l’altro, anche fosse il vostro ultimo giorno.

Avevo immerso i piedi tante volte nel mare, mai nel Mare della Cina del Sud. Erano in acqua pensavo, cercavo di muoverli, facevo ruotare le dita e tastavo la sabbia sotto la pianta. Non c’erano sassolini né ghiaia, solo sabbia, soffice, pura, molliccia. La stessa sabbia che si desidera quando si pensa a posti lontani, quando si vuole scappare da tutto e tutti, senza saper bene come fare, dove andare. Come quando si sa che bisogna partire. Andare via. Ecco, esattamente quella sabbia.

Potevo anche sentire il flusso caldo e avvolgente della corrente. Incredibile come questo mare, a mo’ di placenta di madre, fosse impercepibile! Incredibile come la mia epidermide non potesse percepirlo! L’acqua aveva la stessa temperatura del corpo o il corpo casualmente lo stesso dolce calore dell’acqua. Una vera libidine sensoriale! Come indossare un guanto di seta liquida. Matrioska di fluidi cosmici. Uomo, mente, mente, uomo, altro, l’Altro.

In quel momento pensai che mi sarei dovuto trasferire in quel luogo quanto prima. Avrei dovuto seguire quel flusso marino senza flusso, incondizionatamente. Perché avevo da fare. Era come un richiamo per me.

Dovevo seguire il tintinnoì che proveniva dalla caverna. “Liberati! Liberati!” una voce dal profondo “e seguimi”. “Sì ma quale voce? Sto forse impazzendo?” Un alito di vento mi fece trasalire.

L’aria era dolce, gli alberi forti e fieri, come soldati antichi, abbronzati da un sole sconosciuto. E fiori, fiori, tanti fiori. Nessun pesce nuotava durante l’ora della siesta. Eppure avrebbero dovuto, non vi erano umani, nessuna lenza, nessuna barca. Finalmente un po’ di libertà!

Mi voltai a guardarla. Mi osservava con fare interrogativo. Guardava un po’ me un po’ il sole mettendosi la mano davanti agli occhi, lasciando filtrare solamente alcuni raggi per truccarsi le palpebre con ombretti di luce.

Non percepiva evidentemente il profumo che il mio vergine naso stava sperimentando per la prima volta, il mio viso non aveva tradito il mio sentire.

“Andiamo via dai, sono stanca, torniamo più tardi, ho un forte mal di testa”. “Arrivo, eccomi…”, la presi per mano. Spalle all’oceano c’incamminammo verso l’albergo. Ogni tanto mi giravo per osservare lo splendore che là, si gongolava, cercando di ammaliarmi di nuovo. Quel mare mi chiamava a due mani, come un hawaiiana nuda, coperta di fiori profumati “Vieni! Vieni! Vieni da me!”.

Le onde si strusciavano le une sopra le altre e quel suono, quel suono maestoso proveniva da ovunque, da sopra da sotto dai lati, era come un tuono marino, un grido di delfino notturno. E io ho sempre avuto paura della notte se immerso in un liquido oscuro. Non si può infatti vedere cosa mai si aggiri sotto. Si è troppo fragili, decisamente troppo indifesi.

Tornammo all’albergo. Ero convinto che la mia prima sensazione si sarebbe rivelata essere un passaggio spazio-temporale. Sarei tornato a Sanya molto presto, quando meno me lo aspettavo, e dopo qualche anno mi ci trasferii per davvero. Testimonianza del volere?

Ni! Poichè il flusso della materia sconquassa i contorni. Ho sempre creduto che la materia solida, le pietre anche, tutto, noi stessi, fluiamo all’unisono. Anche se quel giorno non pensai nulla di tutto questo, ero tutto questo senza saperlo. O per lo meno senza saperlo ancora. Ero un turista stanco e impagliato, questo ero. Un bel cappello sulla zucca, un sorriso a quattrocento denti, gambe svelte a muoversi in diverse direzioni per scoprire differenti e nuove situazioni: i locali, la frutta, la gente, un volo di uccello, differenti sorrisi, cibi, lussi, droghe, animali e così via. Seguivo il mio destino. Cosa avreste fatto voi?

Ero giunto lì dopo quasi quattro ore di volo, da Pechino, la Città del Nord (in cinese BeiJing, Bei vuol dire Nord e Jing città), metropoli lugubre e misteriosa, antica e spasmodicamente plastificata.

Durante le primavere il cielo si vestiva di arancione, arancione giallo e ocra… come il colore della sabbia del Gobi che, trasportata dai venti settentrionali, volava sulla città coprendo tutto. Venti che parlavano molteplici lingue, percorrendo sterminate distanze, valicando monti e lontane steppe. Luoghi in cui gli eserciti del Grande Khan avevano cavalcato sfidando il vento freddo in gola, succhiando sangue di cavallo, massacrando oppressori e traditori, ladri e fuggiaschi. Si poteva fantasticare il suono di nenie mongole e di canti siberiani. Niente più selle oggi, niente più onore, i nemici sono nascosti e invisibili.

A Pechino i sellini delle biciclette, le macchine e le luci venivano filtrate come attraverso un velo fitto; lo smog, infatti, si mischiava alla luminosità della sabbia a filtrare le insegne al neon delle strade. Mancava solamente che la gente cominciasse a correre atterrita gridando “L’Apocalisse! L’Apocalisse è arrivata! Scappate gente!” per rispettare il vecchio libretto di Giovanni e le sue futuristiche visioni.

Non era infatti quasi mai veramente giorno. Il sole lo si poteva investigare e scrutare anche a occhi nudi. La cappa dell’aria, malsana, cancerogena, era sempre lì, stagnante. Irrespirabile.

Ero in Cina, il paese di mezzo, per avventura e per disgusto della nostra Italia, del declino del nostro Occidente, abbandonato a se stesso. Da tutti noi incompreso. Il dolore aveva fatto da collante, e come diceva il mio amico Enrique “Usa il dolore, usa la rabbia!”. Soleva ripetermelo sempre quando c’incontravamo seduti su un divano da me o in rete, tra flussi elettronici di bit superveloci. Così feci. Partii. Ma questo avvenne dopo, o prima?

Ricordo ancora il primo corridoio d’aereo, la prima hostess, con il suo vestitino che sapeva, che serviva a coprire solo per l’occasione, mentre mi allontanavo da tutto il mondo conosciuto. Le lacrime scendevano libere, libere di affermare il mio io. Potevo dirlo forte.

“Ora partirò madre, ora partirò padre, ora partirò amici, ora partirò vecchi tutti, vecchi dentro, voi con le vostre lavatrici sempre pronte al lavaggio, le vostre convinzioni da pinacoteca, i vostri panini da paninoteca, voi che avete infangato la società con il vostro non voler fare e il non voler ascoltare. Che andate avanti senza porvi domande e che, quando lo fate, vi ponete domande errate. Voi! Voi! Che vi siete dimenticati di tutto quel che c’è stato. Che vi dimenticate dell’onore e del sangue, degli abissi e delle vette del nostro più profondo essere, voi, che non badate più all’oltreluogo, che non conoscete più l’oltreumano, che non conoscete l’oltretempo. In cui tutti siamo! Ma non lo sapete? A sì? Non lo sapete, allora tacete! Ascoltate! Ascoltate gente! Io me ne vado! V’interessa vero? Io me ne vado! C’incontreremo ancora prima o poi, ma sappiate una cosa, nessuno può scappare da se stesso, neanche voi che fingete di rimanere, voi fuggite più di me che vado via! Nessuno potrà mai scappare da se stesso. Né ora, né mai!”

Questo era il suono dei motori dell’aereoplano; un abbaiare rabbioso e di paura. Io che non ero mai riuscito ad aggredire nessuno, neanche verbalmente. Io che odiavo lo scontro, sì mi dava fastidio, e che non ho mai voluto fare la guerra tra uova.

Non rimaneva che partire, senza sapere quando tornare, senza sapere dove sarei andato, cosa avrei fatto, chi avrei abbracciato, in quali occhi mi sarei perso. Non mi restava che confidare. Delegare. Affidarmi al cosmo.

L’hostess mi portò il mio primo tè. Non era buono, mi sembrò crudo, duro, come un pugno allo stomaco. Molto forte per i miei gusti d’occidentale d’allora.

Solo dopo, anni dopo, cominciai ad apprezzare il suo istinto cinese. La sua verità cinese.

 

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima. Capitolo 1