Parte Prima – Capitolo 14.2

Al Jiaba c’era una gran folla e Ajie ci sguazzava dentro con una risata potente, quasi ne fosse il padrone. Lo si poteva quasi sentire raccontare storie, nonostante la musica fosse sputata fuori dalle casse a volume alto.

“Ma dove diavolo si è cacciato…” pensavo tra me e me. Lo sentivo ma non lo vedevo. E niente, alla fine mi bussò lui sulle spalle. Mi aveva girato attorno già con una birra e una trella formato gigante. Entrambi regali per me. Un sorriso che solo un amico veramente contento di vederti poteva avere. Oppure un fattone. E lui era entrambe le cose.

Presi la birra facendogli capire di conservare la trella per qualche istante. Volevo prima andare a salutare Laoli, che trovai al bancone non intento a essere intento a far nulla. Una persona piena, Laoli, capace di vederti al centro.

“DeLuFaaaa! Che onore averti qui! Hai già una birra, vedo. Ei Juddy, guarda qui chi è arrivato!”

Juddy era sua moglie, la madre di MuMu.

“DeLuFa, non sapevo stessi a Chengdu! Sono sempre l’ultima a sapere le cose! Come stai?” abbracciandomi mentre teneva le dita infilate dentro alcune bottiglie di birra vuote. Juddy Mani di Bottiglia.

“Benone grazie! Questo posto è fantastico Juddy!”.

“Grazie grazie – con un gran sorriso – ma scusa devo continuare a servire, tu fai come se fossi a casa tua…” sparendo tra gli spiriti della notte.                 A questo punto non rimaneva che bermi la birra.

Bevvi.

“Usciamo, vieni De Lu Fa” disse Laoli, prendendomi per un braccio.

Fuori, si stava meglio effettivamente, c’era più aria. Una leggera brezza sorvolava il Fulan che scorreva cheto cheto davanti l’ingresso del pub. Non c’erano lucciole in giro nell’aria, ma è come se ce ne fossero state a frotte lo stesso, nel vento.

Laoli aveva il suo tavolo privato sulla destra dell’ingresso. Il tavolo del capo, del Laoban che, come in tutti i locali, era sempre ispezionato da tutti, tutti volevano vedere chi erano gli ospiti della serata.

Guardandomi attorno notai subito che non ero l’unico straniero al Jiaba. Effettivamente quella era Chengdu, e non Houhai. Per questo nessuno prestava troppa attenzione alla mia presenza, fortunatamente. Qui i cinesi si erano assuefatti agli uomini dai grandi occhi.

Nei piccoli centri no, non è così, talvolta le persone quando vedono apparire un laowai (straniero), spesso hanno come una rivelazione, e cominciano a scrutarti come quando si vede per la prima volta il mare e l’immensità delle onde.

Già, le onde. Mi mancavano. Ma pensai che potevo farne a meno ancora per qualche giorno. Ero vivo, mi sentivo all’avventura, sballottolato come una barca alla deriva, fiducioso di trovare sempre un porto sicuro. Incosciente e forte come una colonna di San Pietro. Ero un romano diamine e nessuno poteva farmi del male. Neanche da solo, neanche uno contro mille. Loro lo sentivano. Li amavo. Lo sentivano. Ed ero benvenuto. Lo sentivo.

“Ei DeLuFa, questi sono Dong Chong e Xiao Gou (Cagnolino). Due amici, sono musicisti del posto e vanno una bomba!” disse Ajie, e poi rivolto a loro “ Questo è DeLuFa, il mio bodyguard dal maglione di peli! Ah ah ah! Suona anche lui la chitarra da dio, ragazzi!”.

“Ma che dici, Ajie!? A mala pena strimpello un po’… comunque…”

Ci salutammo passandoci la trella dell’amicizia che nel frattempo già girava facendo un cerchio di luce attorno al nostro tavolo. Era roba potente, bella, felice, spensierata che sapeva ancora di gioventù. Non ce ne fregava niente di niente. Eravamo invincibili anche quella sera. Neanche la pioggia ci avrebbe bagnati qualora fosse caduta. E a dimostrazione della teoria dell’invincibilità, quella notte, non cadde pioggia.

“Quindi, dice Ajie che sei un gran chitarrista, è vero?” chiese Xiao Gou.

“Macché gran chitarrista. Me la cavo appena. Voi pure suonate no? Cosa suonate? ”.

“Sì, – rispose Xiao Gou – lui la chitarra io le percussioni… peccato tu non sia arrivato qualche giorno fa perché abbiamo fatto una bella serata a un locale qui vicino, al MaTang. Altrimenti ci avresti sentiti… comunque facciamo musica nostra, rock cinese… ma diverso dalla solita solfa che è in giro oggi come oggi… ”

“Mannaggia! Capiterà dai, magari la prossima volta.”

“A proposito, ti va di fare un salto al MaTang (Zucchero anestetico)?”

MaTang… ma che figata di nome è?” risposi a sorpresa.

Risero tutti non aspettandosi quel commento da uno straniero.

“È il locale di un nostro amico, GuoGuo” risposte Dong Chong.

“Ma sì, Guoguo, ricordi? Lo hai incontrato tempo fa a Houhai, DeWa! (diminutivo in sichuanese di DeLuFa) Quello con le mani tatuate con cui parlasti tutto un pomeriggio, ricordi? – continuava a dirmi Laoli per cercar di farmi ricordare di lui – Dai, DeWa! Non è possibile che non ti ricordi! Lui era venuto a Houhai perché voleva aprire una sala da tè davanti al Jiaba sulla spiaggia e siamo andati tutti assieme a vedere quella casa diroccata col solaio che cadeva a pezzi… la casa bianca…”.

“Aaaaaa, sì grande! Guoguo, come no? Lo ricordo! Non sapevo avesse un locale qui a Chengdu. Certo, andiamo a trovarlo! È lontano da qui?”

“Niente è lontano se davvero pensi che non sia lontano, no?” rispose Laoli mettendosi accendino e cartine in tasca.

“No, non è lontano, non è lontano, è qua dietro. Possiamo andare anche a piedi…” aggiunse Ajie.

Andammo tutti assieme sbighellonati, deframmentati e felici.

Il MaTang era un altro live club di Chengdu, un po’ come il Jiaba, dove gli artisti s’incontravano per ossigenarsi, confortarsi e per cercar d’impressionare la scena rock musicale e spirituale del capoluogo sichuanese. Alcuni avevano sfondato, ce l’avevano fatta, altri no, ma valeva sempre la pena provare, vale sempre la pena immergersi nel flusso, qualcosa succede sempre.

Si entrava in una grande sala con il bancone e un alto palco sulla destra. C’era un gruppo che suonava jazz e non era niente male. Una band internazionale: un paio di cinesi, un tedesco e un canadese. Riconobbi Bodo, il tedesco. Un virtuoso bassista di Francoforte. Viveva a Chengdu ormai da più di dieci anni e si era sposato, messo le radici, aveva anche un figlio. Suonava per mantenersi, amava calarsi acidi. LSD a go-go. Faceva anche surf quando capitava giù ad Hainan in vacanza. Bodo.

Non mi vide entrare, era troppo impegnato a suonare e aveva i fari in faccia. Era veramente forte con il basso! Mi fermai un poco ad ascoltarlo, l’avrei salutato dopo. Salimmo al piano di sopra, dove una terrazza con le ringhiere in legno ci donava a una leggera brezza. Decisamente meglio dell’afa interna.

Guoguo era in fondo accerchiato da alcuni suoi amici, ci fece un cenno che pareva il Padrino. Era contento di vederci. Contento di vedermi. Strafatto come al suo solito, e non era un boss.

“Ragazzi, siete a Chengdu! – abbracciando Ajie – anche tu DeLuFa! Cosa volete da bere? – chiamò subito un cameriere fischiando.

“Birra!” rispose Ajie.

“Due birre!” facendo il tipico gesto di chi chiede birra a distanza.

Il cameriere, un altro tipo strano, mentre mi porgeva la birra mi lanciò come un’occhiata di schifo coperta da un sorriso. Ma forse erano solo le mie paranoie. Comunque. Prendemmo da bere ma io subito mi defilai, lasciando Guoguo parlare coi suoi amici, cercavo di seguire le loro battute sichuanesi, ma non capivo molto il loro dialetto, solo qualche parola qua e là, soprattutto le loro folcloristiche parolacce. Per quel che riguarda il mero aspetto fonetico il sichuanese ha alcune cadenze e alcuni suoni che ricordano sorprendentemente il pugliese. Cercai di spiegarglielo, sorrisero un po’, ma non riuscii a fargli cogliere appieno la comicità del rapporto pugliese-sichuanese. D’altronde era un accostamento che aveva fatto la mia mente e che non sapevo riprodurre.

Mi guardavo attorno, guardavo i grattacieli vicini di Chengdu e mi sentivo lontano. Quasi dentro le cose. E quando ci sei dentro bene non vedi. Non vedi il cuore, vedi solo esteriorità, perché non ci sono specchi che allontanano lo sguardo dall’interno. Chissà cosa sarebbe successo alla mia vita se, invece di atterrare e rimanere impecolato nelle profondità del grigiume scuro di Pechino, avessi preso la via del grigio chiaro, soffuso, del Sichuan, nell’angolo Sud dell’Ovest cinese, o chissà cosa sarebbe successo se non avessi proprio preso la via della Cina, ma fossi rimasto a Roma o magari fossi salito su un aereo per Waikiki o per Timbuktu.

A chi voleva imparare la lingua ufficiale, il Putonghua, Pechino offriva la migliore università dello Stato, ma a parte questo, la città era di un decadentismo trincerante. I pochi italiani che avevo incontrato non se la passavano bene, psicologicamente, qualcuno sì, ma lo trovavo uno stolto, un idiota. Erano benestanti certo, avevano fiorenti stipendi e prospettive di crescita inimmaginabili per i giovani disoccupati in madrepatria. La nostra Italia delapidata dalla democratica e da una costituzionalizzata corruzione politica. Alcuni italiani a Pechino ricoprivano cariche governative, e potevano vantare attici sulla Jianguomenwai (una delle più ricche e prestigiose vie della città), ma a parte questo, mi sembravano tutti vivere, chi più chi meno, esistenze finte e misere. Le anime li avevano abbandonati in qualche fondo di bottiglia di baijiu (grappa cinese) o tra le cosce di una massaggiatrice dell’Anhui, una di quelle che si prostituiva per totale disperazione o per sfamare un figlio. Ne avevo viste molte, donne che non sapevano cosa fosse l’affetto, cosa una carezza. Potevo vederlo facilmente quando ci parlavo, perché io ci parlavo sempre, specialmente quando provavano a eccitarmi durante i loro massaggi tradizionali, uguali in tutti i centri massaggi in qualunque contrada, di qualunque boulevard, in qualunque vicolo di qualunque città cinese.

La povertà era al totale servizio dell’amoralità. E odiavo lo stereotipo dello straniero in Cina, dell’occidentale in carriera, del colletto bianco della domenica dell’umanità. Tedeschi, francesi, spagnoli e norvegesi, pensavano tutti di poter affrontare il grande Nord dal privilegio della loro altezza media e per la lunghezza mediamente superiore del loro pene rispetto a quello dei cinesi. Ma io mi sentivo diverso da questi expats, li guardavo con aria malinconica, come se fossero già ombre, ombre che potevano ancora far danni enormi, e che qualcuno avrebbe dovuto fermare.

L’occidentale medio in Oriente fa danni. Ancora distrugge e senza creare ponti di scambio culturale. Di arricchimento reciproco. Distrugge se stesso e distrugge gli altri. Quasi tutti lavorano nell’import/export, si danno al trading come preferiscono dire, e io mi lasciavo solo ai miei pensieri. Ero solo. Come un pulviscolo piccolo piccolo sballottato tra l’estremo Est e il medio Ovest. E sei fottutamente lontano quando sei lì.  Molto lontano. Lontano anche da loro, che hanno perso umanità, richiudendola in una cassetta di sicurezza di una banca tedesca, o peggio inglese.

Quando tornavo in Italia, volando sopra la Mongolia e poi sopra la Siberia, pensavo, ecco sono quasi a casa; tanta e tanta la distanza che divide. Cinque ore di volo erano e sono solamente necessarie per uscire dal continente cinese, per lasciare quel vasto, pachidermico, immenso Paese, il Zhongguo (PaesediMezzo). Guoguo e gli altri, nel frattempo, continuavano a chiacchierare mentre io mi perdevo nei miei pensieri.

Vedendomi silenzioso e diverso non mi disturbarono, né io disturbai loro.

Guoguo sembrava sinceramente contento di vedermi, tant’è che si alzò e venne a sedersi vicino a me, offrendomi di nuovo da bere.

“Cosa bevi De Lu Fa?” chiese distrutto e con lo sguardo di chi capisce le emozioni altrui.

“Una birra, una birra è ok, grazie GuoGuo!”

“E di che? Quindi cosa combini nel nostro Sichuan di bello? Ti piace?”

“Sì è bello, molto affascinante” dissi mentre mi massaggiavo le gambe con le mani.  Non facciamo niente di che, io e Ajie andiamo in giro senza meta fino a che possiamo. Passeremo per Guizhou prima di tornare ad Hainan. Almeno così pensavamo di fare, che ne dici?”

“Guizhou? Ci sono alcuni angoli di quel posto infame veramente belli…” e girandosi di scatto, come se la testa fosse stata tirata da una molla o da un elastico precedentemente caricato a dovere, guardando Ajie disse “sapete già dove state andando? Avete bisogno di qualche aiuto? Fammi sapere che ho molti amici laggiù, in quel posto infame…”.

“Grazie GuoGe (Fratello Guo)” rispose Ajie “pensavo di andare a un mio amico che ha un posto giù, vicino a GuiYang. Lo voglio far vedere a DeLuFa, è un posto fatto apposta per lui, secondo me gli piacerà…” si fermò un secondo per leccare la colla della cartina della prossima sua trella-bellezza “…moltissimo”. La chiuse.

“Bene allora! Ma se hai bisogno, basta che mi fai sapere” disse ad Ajie continuando poi a parlare in dialetto sichuanese. Avevo finito seguire il discorso. Forse era questo che mi frastornava e isolava un po’. Non ero in vena di molte parole quella sera, può succedere a chiunque, ma fortunatamente mi sentivo percettivo, distraendomi da solo. “Grazie GuoGuo” risposi al posto di Ajie. Sorrise. Ajie mi guardò. Avevo sbagliato clamorosamente il tempo di risposta. Ma chissenefrega.

“Eee, vieni DeWa, tieni, accendila tu” disse Ajie passandomi la trella.

Laoli nel frattempo si era dileguato, era sparito chissà dove.

Gli altri chiacchieravano tra loro in maniera silenziosa. Erano per lo più apparenti avanzi di galera. Persone sfrante, desiderose di redenzione. Non erano pericolose se non te l’andavi a cercare. Bastava solo parlarci tranquillamente. Rispettavano il fatto che li rispettavo senza alcuna vena di pregiudizio o altezzosità occidentale. Sapevo che il il mondo che ci circonda è fatto solo di impressioni, impressioni libere e mutevoli. Erano curiosi di conoscere persone diverse, mentalmente aperte, con il cuore aperto, con cui parlare e confrontarsi. Non so se lo fossi io, ma sapevo di rispettarli, per tutto quel che avevano passato e dovevano ancora sopportare fino alla fine dei giorni. Sì. Per me loro erano vittime, vittime di un sistema dall’estrema potenza di fuoco, dalla volontà d’acciaio. Come un carro armato sopra un lastricato di noccioline, vedevo come si sentivano: oppressi non solo da un sole che filtrava sempre meno, anno dopo anno, ma soprattuto oppressi dalle cieche convenzioni sociali cinesi. Si sarebbero scarnificati la pelle pur di liberarsi dall’angoscia e dal senso d’impotenza che li attanagliava in quella Nazione.

Corpi senza anime, anime senza corpo che non si trovavano mai.

Quale soluzione poteva mai esserci per superare quest’incubo? Bisognava scappare, trovare un rimedio o affrontare la grande bestia ringhiandogli in faccia, come un cavallo pazzo al galoppo.

Non possiamo sopravvivere senza ossigeno, senza libertà, senza speranza di crescere, di migliorare, di evolvere. E così, la soluzione la trovavano nell’alcol SMODATO, nel bere quantità tali da lasciare increduli anche i più acerrimi santi bevitori. Bukowski al confronto avrebbe smesso di scrivere dandosi al canto libero.

Così come i pesci d’acqua dolce non possono mai vivere nel mare salato, chi non vive in fondo il proprio totale annientamento non può capire cosa voglia dire essere annientato, distrutto culturamente, spiritualmente, psicologicamente, come lo erano questi giovani in Cina. Sì, in Cina, proprio il paese del nostro Made in PRC che va ancora tanto di moda leggere dietro le nostre etichette e sulle nostre scatoline regalo. E non c’è sollievo, non c’è via di scampo. Non c’è più senso. Non si vedono più stelle, non si vede più luna, e tutti i monaci sono ormai dispersi.

Il sole pésca nell’universo nuove direzioni, i raggi bighellonano oltre lo smog, disinteressati, impossibilitati a baciare i volti delle nuove generazioni di bambini. I nuovi nati non hanno la gioia di ruzzolare giù per un verde prato e di fermarsi poi, ansimanti di gioia, a guardare le nuvole passare. Chi di noi non lo ha fatto? Non sapranno mai cosa vuol dire assaggiare le fresche acque di un ruscello, vedere le stelle la notte di San Lorenzo abbracciati l’un l’altro aspettando l’occasione di baciare qualcuno, con l’ansia e il cuore che batte sin dentro la gola. Non potranno esprimere desideri perché non verranno mai esauditi. Per loro vi è solo autodistruzione, un lento meccanismo-esercito di distruzione, suicidio sociale-fisico-razziale-totale. Made in Occidente.

Si può fuggire allora in ogni droga, in ogni sostanza, in ogni bicchiere e in ogni palliativo consumistico, ma le cose non cambiano. Questi erano i miei compagni, lì al Jiaba di Chengdu, così come nei locali di Gongtibeilu (zona di locali a Pechino).

Ragazzi che dimenticano di essere umani, che si mascherano di cinismo e  di menefreghismo, che, totalmente distaccati da tutto quel ch’è sentimento, da tutto quel che è empatia, vedono i giorni passare rimanendo sempre gli stessi. In un incubo.

Si rifugiano nell’artificiale, nelle droghe sintetiche e in tinozze di Erguotou (grappa cinese super economica, che normalmente viene bevuta dai posteggiatori e da tutti quelli che lavorano di notte, al freddo, per strada, nelle città del Nord).

E in questo sistema di giovani morti viventi e anziani deturpati dalla storia, le città si espandono col cemento e la plastica, coi neon e con l’alluminio. Gli uomini con gli occhi a mandorla non devono ricordare di essere umani, di essere vivi e capaci di altro. Devono solamente ubbidire, produrre, fino alla fine dei loro giorni, vomitandosi addosso l’un l’altro quegli ultimi spicchi di anima loro rimasta. Vi è come una mano oscura palpabile, visibile, riscontrabile in ognidove nel PaesenonPaese, in questa Nazione in cui sogni e speranze sono stati rubati!

E noi no, non vogliamo sapere, non vogliamo sentire, anzi “ma che palle!” Che ci frega della Cina! Sta lì, lontano da tutti noi e dai nostri occhi, dai nostri modelli di comprensione.

Sinceramente non so cosa mi fosse preso quella sera, ma io, proprio io, ero lì, e li guardavo negli occhi con uno sguardo incerto, ma consapevole.

Dopo due o tre cocktails di troppo, sentivo tutta quella pressione, atmosfericamente umana, piombarmi addosso quasi a dire “Ei, tu che fai qui? Tu non dovresti essere qui! Vattene, vattene via subito o te ne pentirai! Vattene subito e stai zitto! Stai zitto, hai capito? Non devi parlare!” Ma io, io non gli davo retta a quella voce, di certo era solo l’alcol che sbatteva dentro le mie arterie come una pallina di pinball, era l’alcol che correva in ogni angolo del mio corpo, scampanellandomi nel cervello e smembrandomi il cuore. L’alcol. Serate d’alcol. Alcol dei popoli. Oppio dei popoli. Alcol d’inferno. Oppio uomo-bianco. Cosa altro poteva essere quella voce? Ché anche la voce coscienza è ormai stata rimossa dai nostri abbecedari.

La notte era anche un poco inglese. Inghilterra, Nazione di ammiragli e di invasori lungo la rotta delle indie orientali, quando contrabbandavano oppio per distruggere il presente e il futuro dei figli della terra e di un popolo sovrano. Oggi? Ieri e domani? Popoli distrutti in pile di fumo divenuta nebbia, fumo nella notte… fumo nella nebbia. Storie del passato che riecheggiano sulle tristi linee degli angoli di grattacielo. Giovani girovaghi alla ricerca d’identità gridano attraverso linee che non ascoltano più. “Dio salvi la regina! Dio salvi la regina!”.

“Ei DeLuFa, andiamo! EI DEWAA! – mi ripresi dai miei pensieri saltando quasi sul divanetto – Andiamo!” . Era Ajie, che mentre parlava era già in piedi, senza barcollare.

Mi alzai osservato da tutti i lati, con le nuvole che da sopra sembrava volessero tenermi sott’occhio fin l’ultimo istante.

Salutammo ingloriosamente i nostri amici-fratelli, disperatamente felici, e via. Tornammo a trotterellare nella notte.

I neon ci avvolgevano come un mantello nel buio di un cuore di tenebra. Non faceva freddo, non era possibile sentire freddo. Era umido, questo sì. Un’umidità cinese, differente da quella nostrana. Un’umidità magica di magia nera. Ti si attaccano cose sulla pelle, chimicità di cose. Come nelle avventure di Jack Burton, racconti che non potevano essere narrati, perché non plausibili, come quando le Furie uscivano fuori dal nulla, nei vicoli della Chinatown di San Francisco, tra grida in cantonese ed esplosioni verdi, uccidendo tutti quelli che si trovavano sulla loro strada. Nulla avrebbe salvato nessuno. Non c’erano santi a cui appellarsi o supereroi marvelliani.

Così camminavamo nella notte, mischiandoci alle leggende, spintonandoci dalle risate, toccandoci lo stomaco tumefatto. Eravamo noi le furie. Furie impenitenti in cerca delle nostre prossime vittime sacrificali.

Eppure Chengdu era stata clemente con me, “Sii clemente con tutti, sii clemente con tutti”, in un lontano passato ero stato qui, ma che importava adesso. La città era cambiata, oggi era la città del porcatroiaggio da cui dovevo andare via. Mi era chiaro ormai, sebbene più sana della mia amata-odiata Pechino, in agonia, nascondeva passaggi segreti. Dannata città biliosa! Da qualche parte ci sarà pure stato un passaggio! Un riparo! In una teahouse magari in una teahouse vi era un passaggio spazio temporale per una dimensione sicura e spirituale. Ma non lo trovavamo mai, non c’erano più passaggi e tante teahouse.

I vecchi, a quell’ora tarda, erano tutti a dormire, potevo sentire i loro respiri sui cuscini sapere ancora di aceto e aglio. Sarebbero poi usciti al mattino, per uccidere i fantasmi accumulando energia. Si chiama TaiJi, Taijiquan. Io lo chiamavo il fascino del morire lentamente in un’epoca senza draghi. Ed effettivamente li potevi vedere a frotte, aprire le porte, all’alba, senza curarsi del cammino, impugnando alabarde e spade, giorno dopo giorno, affrontando il drago dentro di loro. Disinteressati della Grande Bestia, che non uccidevano mai. A loro bastava fronteggiarlo negli occhi e non rimanerne turbati.

Basta, avevo fame.

“Prendiamo qualcosa da mangiare, Ajie, che ne dici?”.

“Eccome! Mi hai letto nel pensiero! C’è un posto meraviglioso, proprio dietro il locale di Laoli. Andiamo devi provare” disse accelerando subito il passo.

“Che fanno di buono?”.

Pugaimian, DeLuFa, Pugaimian!” (pasta molto spessa, a mo’ di paccheri, in salsa di olio infernalmente piccante).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 14.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 14.1

Il treno scorreva gongolandosi sulle rotaie, felice di assolvere al proprio compito.

Il percorso tra Chongqing e Chengdu era monotono, lineare, grigio, come la maggior parte dei percorsi in treno nell’entroterra, sperduti in mezzo a quei diecimilioni di chilometri quadrati del PaeseCina. In poche ore comunque arrivammo a destinazione. Piedi sul selciato. Pioveva ancora. Pioveva bene. Una pioggia estiva annoiata, pioveva perché doveva. Era la mia prima volta a Chengdu. Ne avevo sentito parlare tantissimo. Sanwa era di Chengdu, Laoli era di Chengdu, il proprietario panciuto del ristorante sichuanese di Houhai era di Chengdu. Junjun e la sua jiajiamian erano di Chengdu.

Tramite wechat venni a sapere da Sanwa che era tornato a casa anche lui, ma solo per qualche giorno; voleva vedere sua figlia e gestire alcune cose che non disse, né io chiesi, ma alla fine, si ritrovava sempre seduto al tavolo di carte. Così come lo trovai. Non potevo non andare a trovarlo, sarei stato irrispettoso. Così salutai Ajie. Lui aveva una pseudoragazza in zona, io avevo Sanwa.

“Ci sentiamo poi per telefono, divertiti. Cerca di perdere la verginità almeno oggi e se hai problemi chiama il tuo amico italiano che ti fa vedere come si fa, ok?” gli dissi.

“Ha ha ha, ciao Baobiao (bodyguard) DeLuFaaa!”.

Ci salutammo.

Sanwa mi messaggiò l’indirizzo. Mi aspettava in una SPA dove giocava amabilmente con un gruppo di amici dall’aspetto moderatamente poco raccomandabile. Li raggiunsi con facilità. Ormai il mio cinese era pressoché fluente e poter girare in un Paese così sconfinato potendo discorrere con tutti, avendo riferimenti culturali, ecc era molto soddisfacente. Potevo riportare a memoria cose sentite, cose viste, amici, amici di amici, luoghi sentiti, luoghi visitati. Una canzone, un profumo, una star. Tutto questo mi avvicinava incredibilmente ai locali. Ero loro forse troppo vicino, quasi dentro.

A differenza di Pechino e di Tianjin, in cui ho abitato anni, città che conoscevo abbastanza bene, Chengdu è molto più verde. Si ha finalmente la sensazione di poter respirare. Il cielo ha sempre una sfumatura di grigio potente, ma lo strato di smog è sensibilmente inferiore aiutando lo spirito a non abbattersi troppo.

La gente poi è diversa. Decisamente diversa. I sichuanesi sono meridionali. Simili, per alcuni versi, agli italiani del nostro Sud. Amano la vita, amano divertirsi. Amano cucinare, mangiare e bere a sazietà. Non vivono per lavorare, ma lavorano per vivere. A Chengdu ci sono i panda. Al sud d’Italia ci sono molte panda. Costano meno, inquinano meno, si infilano bene nei vicoli e c’è anche il modello quattroperquattro che tanto viene utilizzato dalla Forestale e dai Caramba. Ho sempre pensato che la FIAT andasse benissimo per portare un cadavere di nascosto fuori città , lungo le
stradine di campagna, per poi farlo sparire. Tutte cose che al Sud vanno più che bene, considerata la morfologia del territorio.

Arrivai da Sanwa.

Mi accolse distrattamente, con un sorriso di godimento. Per lui era indubbiamente motivo d’orgoglio che io fossi andato a porgergli saluto, poi davanti ai suoi amici. E lo sapevo.

Non conoscevo i presenti, tranne uno, che avevo avuto modo di incontrare a Houhai. Gli avevo anche fatto lezione di surf. Non era molto agile, appesantito com’era dal troppo cibo, dal troppo alcol, dal troppo troppo fumo.

Nella stanza, infatti, quasi non ci si vedeva. Tutto era fumeggiante, onirico. La luce a centro tavola appena illuminava lo spazio sottostante. Spettralmente come in un film coreano o di Wang Kar-Wai. Evidentemente avevano fumato ininterrottamente dal primo giro di carte. Era una situazione grottesca, e al tempo stesso comica, loro serissimi, quasi fosse questione di vita o di morte, intenti da chissà quante ore in una partita totale, finale, quella in cui ci metti tutto te stesso, in cui preghi tra te e te e fai promesse col destino, con la vita e con la morte. In cui però alla fine sono sempre le carte che ti hanno in mano. Per questo non mi è mai piaciuto giocare. Siamo già sin troppo nelle mani del cosmo, di questa corrente irrefrenabile che ci sballottola da una parte all’altra senza darci spiegazioni, senza soluzioni, senza lasciti. Potevo anche rinunciare alle carte.

Sanwa mi fece preparare un bel bagno e un apoteosi di massaggio. Di quelli che, con gli incensi e gli oli profumati, ti fanno sentire onnipresente. Massaggi che ti sciolgono la fisicità e la staticità del pensiero, per cui puoi vagare fino all’epoca faraonica degli egizi e crogiolarti sotto un albero, mangiando datteri, bevendo vino e miele, e osservare il Nilo fluire, lentamente, assieme al tuo sangue caldo nelle vene.

E in questo, non c’è da dire, i cinesi sono maestri. Ospitalità orientale.

Sii rispettoso e sarai rispettato. Regola universale, scordata da molti, che vale un po’ ovunque, non solo in Sicilia, non solo in Cina.

“Ma non eri partito con Ajie?” mi chiese sbuffando una nuvola di fumo dall’angolo sinistro della bocca dopo che mi ero ripreso dal massaggio.

“Sì, ma sai com’è lui, no? Gli incuti timore e poi pare abbia una ragazza qui in città, l’ha voluta raggiungere. Ha detto che forse viene dopo, ma sinceramente non ci conterei. Forse non ha neanche una ragazza, era solo un modo per fuggire e fare quel cacchio che voleva fare senza legarsi a noi…”.

“Capisco. Comunque se vuoi DeLuFa, stasera puoi dormire da me. Io domani riparto, torno ad Hainan, ma devo passare un attimo per Canton. Comunque, se vuoi ti lascio le chiavi e puoi stare quanto vuoi. Basta che ti ricordi però che tra qualche giorno arriva tutta la roba ordinata e dobbiamo starci entrambi, altrimenti si rallenta tutto. Dobbiamo finire i lavori e aprire, ok?”.

“No problem, Sange. Grazie!” risposi rilassatamente. Anche in quel occasione l’avevo sfangata. Ero ospite di un amico e non sarei dovuto andare a dormire in albergo. Il mio motto era affidati senza pensieri e troverai il meglio per te. Ne ero certo e andavo avanti così.

Sanwa risprofondò nelle carte e io mi addormentai per un paio di ore nella mia stanza-tana, in quella SPA che da solo non mi sarei certo potuto pagare. Ero coccolato, come un bambino che ha appena ciucciato il latte da una tetta enorme e fa colare un rigagnolo della propria bava sul collo di un ubriaco e arrapato Morfeo.

Più tardi andammo tutti assieme (tranne Ajie, di cui si erano perse le tracce sparito e irragiungibile chissà dove in città) a mangiare uno speziatissimo Huoguo, piatto tipico sichuanese.

I sichuanesi sono un po’ come i calabresi nostrani. Amano follemente il piccante.

Lo Huoguo, alias hotpot, non è altro che un grande pentola, talvolta divisa internamente in due, a mo’ di Tai Ji, per permettere di cucinare due condimenti differenti all’unisono. Uno scompartimento agrodolce e uno piccante.

Ognuno può bollire quel che desidera, prendendo a la carte, secondo i propri gusti. La pentola viene posizionata sopra una piastra elettrica o a gas, a centro tavola, aspettando che l’acqua bolla. Dopodiché si può cominciare a calare il cibo, tutti assieme, con le proprie bacchette. Ci sono tutti i tipi di carne, bianca o rossa, anche carne di struzzo e pesce, crostacei, verdure, insalata, uova grandi e uova piccole, polpette vegetali e chi più ne ha più ne metta. È un vero calderone, compatibile con tutti i palati e tutti i livelli di sopportazione di piccantezza o di stranezza.

Mi hanno sempre affascinato questi pentoloni che, specialmente nei giorni d’inverno, vaporeggiavano per strada, creando tanti piccoli comignoli spumeggianti e rassicuranti. La gente, i passanti, a frotte si ferma sempre per mangiucchiare e piluccare qua e là due tre cosucce e riscaldarsi un po’; è sempre stato così in Cina, da secoli. I prezzi erano modicissimi, spesso si riesce a mangiare con uno o due euro e poi via, di nuovo pronti a pedalare seguendo la propria recita quotidiana. Gente abbandonata, che ha così modo di sentirsi meno sola, di stare in compagnia, in un Paese ormai asocialmente sovrapopolato e che lo Huoguo in parte salva.

Ho sempre pensato che la società cinese potesse essere rappresentata simbolicamente proprio da questo piatto tipico, al cui interno c’è di tutto, in cui si può calare di tutto, da cui si può estrarre di tutto, sperimentando abbinamenti anche d’azzardo e dissonanti. Sta a noi, con un abile utilizzo delle bacchette, riuscire a trovare e ad afferrare quello che soddisfa il nostro appetito, il nostro gusto, e tutto aspetta di essere scovato al di sotto della superficie che ribolle, tutto si nasconde all’interno della zozza mistura della vita che vaporeggia senza tregua. La Cina è il perfetto esempio di come si possa paragonare la vita a una pentola bollente, da cui nustrirsi, da cui scegliere il cibo, componenti che si mischiano senza mai ammalgamarsi del tutto. Tutto questo, giocando d’equilibrio. Con le bacchette.

I sichuanesi di solito prediligono il tè ai superalcolici, così prendemmo solamente delle birre. Non sono come gli intirizziti nordici. Il loro clima è diverso e anche il loro cuore sembra diverso. Il loro sguardo è orientato diversamente. Sono più inclini a cedere ai sensi.

La cena era squisita, il livello di piccantezza del cibo quasi marziale. Un umano qualunque non può essere in grado di sopportare il loro livello cinque. I piatti comincerebbero altrimenti a girare, come astronavi, sì.              E prenderebbero il volo.

Nei locali migliori viene talvolta offerto un servizio navetta da e per l’area
cinquantuno, con tanto di cintura di sicurezza obbligatoria, valido per tutti coloro che scelgono il massimo grado di piccantezza. Noi ci sbilanciammo sul terzo, per me già offlimits. Forse è solo una questione di sopportazione del dolore, gioia delle viscere. Il piccante sale, scende, poi si muove circolarmente, entra in tutti i capillari e si nasconde dietro le tempie, incomincia così a pulsare, e allora i microbi scappano dalle orecchie, dalle narici. Tutto si disinfetta e torniamo a essere più leggeri. Ecco, i sichuanesi amano dannatamente questa sensazione. Anche le donne. E che donne!

Sanwa e i suoi amici erano stati gentili ma scostanti, avevano sicuramente vari impegni cui era impossibile sottrarsi, così come non potevano sottrarsi all’ospitalità dovuta. Ci ritirammo presto. Il che per me non era un male. Potevo riposare un poco, specialmente dopo la lunga nottata sulla Montagna delle Fate. Anche Sanwa sembrava dover fare cose, molto pensieroso, se non addirittura preoccupato. Ovviamente non chiesi nulla.

La mattina al risveglio mi portò comunque a fare un giro nella zona turistica della città che, dalla sua abitazione, era a due tiri di schioppo. Ero vestito in maniera totalmente inappropriata. Ciabatte infradito, maglietta arancione folgore con la scritta cinese Wushu bisai (torneo di kung fu), attirando l’attenzione di tutti gli sguardi, ispirando tante domande innocentemente noiose. “Ma sei un artista marziale?” “Ah! Ma parli cinese!” “E come mai?” e da lì tutta una serie infinita di mille altre curiosità latenti. Mai più abbinamento infradito maglietta arancione folgore barba capelli lunghi. Non quando si cammina in Cina a Chengdu. Si rischia di essere scambiati per Gesù e tutti vogliono toccarti.

Anche Chengdu è stata letteralmente cancellata dal Partito Comunista. La città non c’è più. Tutto quel che si può vedere in realtà non è vero, non è originale.

I mattoni sono puliti, interstizialmente candidi. Si ha l’impressione che vi sia stata una decisione lucida e cristallina da parte di una mente superiore malefica: cancellare tutto quello che possa indurre le anime – badate bene, non gli uomini! – a ritrovare un’identità profonda, antica, con il proprio io perduto. Oltre l’ORA, oltre quello che gli occhi vedono in questo momento, non si deve pensare ad altro. I ricordi sono pericolosi! Banditi! Ricordare è pericolo! La memoria non deve esser più, deve venire sistematicamente smantellata, abbattuta, frustata, alienata, lobotomizzata, cancellata.

Questo è quel che percepivo mentre visitavo Chengdu. Ma non solo là, certo. Anzi, tutto sommato molto meglio che altrove. A differenza di Pechino, che non è nient’altro che un buco abissale, a Chengdu le persone appaiono molto meno in sofferenza. Hanno ancora una parvenza di legame con lo spirito della loro terra e il sorriso incurva ancora le loro labbra, illuminando i loro occhi. Questo non si può non notare. Bisogna essere ciechi per non accorgersene. E per questa ragione i sichuanesi sono anche più belli, più sensuali dei nordici. Il clima dona poi loro ancora una pelle di seta.

La natura in persona non è poi tanto lontana. Questo popolo è riuscito a conservarne la presenza e lo scintillìo delle foglie, in maniera meno costretta e artificiosa delle gemelle Pechino o Tianjin. A Chengdu, il verde non sempre è disposto e controllato. Talvolta torna imprevedibile. Istrionico.

Camminando per la città vecchia vedevo che ormai di vecchio non c’era che il nome. Tutto era stato rifatto a immagine e somiglianza dell’atemporale originale. Immagine platonica di se stessa.

Di vecchio ormai c’erano solo i vecchi e in particolare un vecchio mi colpì , come una candela immobile nel vento. Il resto era un flusso amorfo, magma freddo. Le persone avevano sfumature più chiare, eppure grigie, erano buchi di antimateria. Con gli occhi vuoti camminavano sopra salsicce di carne in un mondo di vegetariani.

Quel vecchio no. Lui era un Caronte. Traghettava il marasma delle persone, aspettando, in un angolo calmo. Seduto sulla sua sedia, fumando una pipa. Una lunga pipa, scavata nel legno, secondo la maniera tradizionale. Dalle fosse dei suoi due occhi cinerini osservava il suo mondo interiore. Non parlava neanche più. Non aveva bisogno di parlare, si era abituato a non farlo. Parlava con gli occhi. Come i gatti. Telepaticamente forse. Sembrava aver raggiunto una profondità di coscienza o di sofferenza e mi diceva “puoi farlo!”. Ne sono sicuro. Potevo sentirlo urlare quel vecchio, era una tromba d’oro sgargiante, al centro di un’oasi, in un caravanserraglio spirituale. Occhi fissi, ancora fissi. Fissi oltre la morte corporea. Fissi, come un raggio x, ultravioletto, fisso nel suo flusso, fisso come il rossore di un universo che si espande piano, lontano. Uno sguardo presente alla sorgente così come al più estremo più estremo punto di lontananza dal proprio essere nascente. Aveva occhi universali al di là della nebbia della sua pipa. Non vendeva nulla, non faceva nulla, non chiedeva nulla. Era semplicemente là, al centro di questo mondo che continuava a cambiare inspiegabilmente, in una direzione inconcepibile. Né giusta, né sbagliata. Per lui e per me. Fumava la pipa a sfottò della rotazione dei testicoli malati del mondo immobile.

Mi avvicinai dicendo qualcosa. Non ricordo cosa ma sorrise un sorriso senza denti. Ricordo solo lo sguardo. Mi invitò a fare un tiro dalla sua pipa porgendomela piano. Ispirai. Sentii la sua saliva invadermi la bocca. Calda. Ebbi quasi un conato, ma lo trattenni. Così doveva essere.

Restituendogli il suo scettro di fumo, sorrisi dolcemente salutandolo con la mano. Voltandogli le spalle non sentii il suo sguardo su di me. Era tornato a non essere, nel suo angolo di mondo. Nella totalità del suo appagante tutto di bodhisattva.

Sgattaiolai con Sanwa per le vie, entrando in qualche chiostro, mirabilmente ricostruito e quasi vedevo gli occhi vuoti del vecchio intorno a me, accompagnarmi come una fede che difende dalle insidie dell’oscurità e dei demoni del mondo.

Scattai qualche foto di cui ancora conservo il ricordo.

La sera di quel giorno venne presto.

“Allora ti è piaciuta Chengdu, DeLuFa?” mi chiese Sanwa, spaparanzato sul suo divano bianco.

“Sì molto…”.

“Ne sono contento, ci sono affezionato. È la mia città. Sappi comunque che puoi venire quando vuoi e sarai sempre benvenuto a casa mia!” aggiunse sorseggiando il suo solito tè, nella sua tazzina preferita. Quella marrone con le foglioline di bambù intarsiate sopra.

“Ti ringrazio…”.

“Domani allora parto. Se vuoi puoi rimanere qui, non farti problemi zhende mei wenti (veramente senza problemi) Stai quanto vuoi, basta che insomma, ti ricordi sì?”.

“Certo, non preoccuparti Sange. Tra qualche giorno torno, torno… a proposito, perché Ajie ha paura di te? Da quando siamo arrivati, ormai sono due giorni, non si è fatto vivo una sola volta. Che gli hai fatto? È forse successo qualcosa che non so?”.

“DeeeeLuuuuFaaaaa (con il tono di chi ti prende in giro per la grande cavolata sciabordata) Ma che deve essere successo? Non è successo assolutamente nulla. Lo dovresti conoscere Ajie, lui è solamente completamente fuori di testa. E poi sai, io non mi drogo e questo lo mette a disagio… lui senza marijuana quasi non sa stare. E te, mi raccomando, cerca di non fumare troppo che poi ti bruci la testa…” disse sorseggiando il suo ennesimo bicchierino mentre giocherellava col pacchetto di sigarette.

“Non preoccuparti, vecchio! Il discorso comunque è lungo, lo sai. La marijuana non è così come i nostri governi vogliono farci credere e come ci hanno inculcato in testa! L’uomo la utilizza da secoli, anzi da millenni e tra l’altro tutto è cominciato proprio qui, in Cina! Lo sai? Veramente! Solo che non ce lo diranno mai… e tutto questo da almeno cinquemila anni. E poi che succede? Nel ventesimo secolo, spunta fuori una cavolo di legge, prima in America e poi in Europa e tutto diventa illegale. Puff! Così! Per lo schioccare di dita di una lobby di potere e per gli interessi di qualcuno. Ma ti rendi conto? Si fottano questi maledetti porci! E la chiamano anche droga! Siamo in un mondo in cui ormai la menzogna proclama la verità e tutti annuiscono convinti e coglionati. Bè, io non ci sto! Sanwa, io non ci sto! Sono libero di pensare e di cercarmi la verità da solo, non c’è bisogno che vengano loro a dirmi cosa devo o non devo fare! Ora s’interessano alla salute e benessere della gente – con tono ironico – ma quando maiiiiii??? Hanno solo paura!! Hanno paura di perdere il controllo sulla gente che si affranchi, che si risvegli dai miraggi e dalle menzogne che hanno cercato di propinarci solo per il loro porco, porcissimo interesse… questa è la faccenda, Sanwa! Quindi io dico evviva la libertà di pensiero e d’espressione! Evviva Dio!”.

“Lo so, me lo avrai già detto mille volte, e so come la pensi… – disse mentre si alzava un po’ arruginito dalla stanchezza – e come sai a me non me ne frega proprio un bel niente. E ora, amico mio, vado a dormire. Domani devo partire presto. Tu che fai esci?”.

“Sì penso di sì. Vedi? – mostrandogli il display del cellulare – Shuo Caocao Caocao jiu dao le! Ah ah ah (Proverbio che letteralmente vuol dire Parli di Caocao – personaggio storico – e Caocao arriva! Simile al nostro “parli del diavolo e spuntano le corna”) Ajie, mi ha messaggiato proprio ora… dice di trovarsi al Jiaba…”.

“Il locale di Laoli?”

“Sì, esattamente, e pare ci sia anche lui. È tornato da qualche giorno per aiutare la moglie a sistemare alcune cose al locale, non so. Appena fatto ritorna anche lui a Houhai. Lo passo a salutare, dai. E poi sono curioso di vedere questo Jiaba cittadino. Conosco solo quello in spiaggia…”.

“Fai come vuoi, lascio le chiavi dietro il tubo fuori la porta a sinistra, così quando torni puoi entrare senza bussare… e senza fare casino!”.

“Grazie Sange!”.

“Notte DeLuFaaaa!”.

“Notte Sange!”.

Non pioveva più ma era umidissimo. “Come al solito”, pensai prendendo al volo il primo taxi che passava. Mi diressi verso Laonanmen (La vecchia porta sud), il Jiaba era proprio lì, non distante, davanti al fiume Funan. E non ci volle molto per arrivare. Chengdu è molto più piccola di Pechino. Chiacchierare con gli autisti locali poi fa passare il tempo, e basta anche solo sentirli parlare, per sorridere del loro comico accento, mentre ci si addentra nella notte. Oltre tutto.

 

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Parte Prima – Capitolo 13.2

Dietro il declivio si nascondeva un campeggio libero, una tendopoli improvvisata, su di una radura dietro la radura. Per passare la notte in un posto che né dal parcheggio né dal palco o dalla strada poteva essere visto. Bisognava camminare in discesa per un tempo considerato infinito e poi girare sulla sinistra dietro una fila di abeti stretti che facevano da paravento naturale fatto di aghi e di sottobosco.

Lì, centinaia di tende colorate erano accese nella notte. Brillavano con tenui bagliori. Al loro interno le luci accese facevano risplendere quei nascondigli come tante lucciole sull’erba. Alcune avevano forme a cappuccio, altre a lanterna altre a fungo della prateria. E la gente andava e veniva e rideva, cadeva, sbavava, banchettava, si drogava, si amava. Nel buio della notte. Sembrava un quadro a olio nella rete neuronale di un collettore celebrale di cui il mio campo visuale non era che un nulla, un poro, un atomo, una sinapsi del mio cervello, e conscio del suo essere nulla immaginavo dimensioni ancora più grandi e ancora più grandi.

Seguii Ajie tra le tende, improvvisamente prese velocità, come se sapesse dove andare. Io lo seguivo girando la testa intorno cercando connessioni di colore tra i colori delle tende e il cielo e me e tutto quel che non riuscivo a vedere ma che cercavo perché lo percepivo ed era là, ero io che ancora non lo vedevo.
“Entriamo!” e si ficcò in una tenda gialla.

Era di un suo amico, uno un po’ piccolo di corporatura. Stava solo, seduto a gambe incrociate al suo interno e ci guardava con uno sguardo spiritoso e irriverente. Sembrava uno gnomo appena risvegliatosi da un sonno appagante, di quelli che ti lasciano la bocca impastata, e sembrava perciò desideroso di dispensar regali a tutti i mortali che avrebbe incontrato. Aveva gli occhi luminosi.

“Sedetevi ragazzi, Ajie chi è il tuo amico?”.

Mi sembrò evidentemente strafatto di allucinogeni. Anche perché le cose erano due. O lo era lui o lo ero io, oppure c’era anche una terza ipotesi: lo eravamo entrambi.

“La mia guardia del corpo siciliana! Ah Ah Ah!” rispose Ajie cominciando a ridere con una voce che riecheggiava nella tenda neanche fossimo dentro una caverna.

Risi. Risero. Fummo contenti. Fumammo contenti erba e funghi psichedelici mischiati assieme.

“Chiamami Joe!” così aveva detto di chiamarsi lo gnomo della tenda, mi offrì una manciata intera di funghi allucinogeni con un gran sorriso.

“Non mi devi niente, li ho curati io, non posso portarmeli indietro, in città. Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città… Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città…” ero in un loop e non ne potevo uscire vivo. Incastrato in un nonsodove. Tu sai precisamente e sicuramente dove sei? Qualcosa non andava. Anzi, qualcosa andava diversamente dal solito. Al che pensai tra me e me, chi ha detto che il solito sia insolito e l’insolito sia falso? E se in realtà tutto ciò che noi consideriamo solito non sia altro che una menzogna e un irretimento da parte della materia? E se il nostro compito non sia altro che liberarci dall’ovvio che ci circonda? Se siamo vittime di un gioco, di un complotto, di un esperimento mal riuscito, di un arcano, di una menzogna… e se l’unico modo per scoprirlo sia rifiutare il reale, perché l ìrisiede tutto il dolore? E se questo non sia altro ciò che i santi andavano predicando? Il mondo dei cieli… non siamo di questo mondo… gli angeli… i demoni… tutto ruotava…

Lo guardai. Aveva occhi enormi, aveva un occhio più grande, l’altro era nascosto dal profilo buio del suo volto, sembrava girare su se stesso, passando da occhio di drago a occhio umano e poi di nuovo a quello di drago o di felino se preferisci. Rosso, giallo, viola, lillà. “Prendili… prendili…” mi pregò senza agitazione e senza forzatura, incoraggiandomi con un gentile e lento gesto del suo braccio a prendere i funghi. Aveva le mani a forma di coppa, come a contenere dell’acqua di fiume, vi erano delle luccicanze all’interno dei suoi palmi.

Presi i suoi funghi. Erano secchi, belli, e già divisi per dosi all’interno di bustine accuratamente piegate e pronte all’uso. Era l’eucarestia dell’allucinazione. La tenda del destino quantico, il nostro altare dell’unità universale. E questa volta, sacerdote fu Joe, questo gnomo cinese che diventava piccolo e che diventava grande, con un occhio diverso dall’altro, con una parte del viso illuminata e un lato oscuro. Le gambe erano rimaste incrociate per tutto il tempo e non dava segni di doversi muovere,
sembrava come se fosse ovunque all’interno della sua tenda, come se il suo spirito fosse più grande del corpo, visibile, che siamo abituati a percepire.

In quel suo spazio intimo vagava, parlava e sorrideva con fare deliziato.

Rapito dalla magia di Joe, quasi persi la presenza di Ajie, che a tratti scompariva per poi ricomparire, ed era come se non ci fossero altri che Joe e io. Come se Ajie fosse solo un ricordologramma che appariva dal nulla per poi dissolversi come un vapore sinaptico. Avevo anche il dubbio e la sensazione che in realtà lo gnomo, Joe, non fosse altro che il mio amico Ajie, che non so per quale magia, mi avesse portato nella tenda a incontrarlo sotto diverse spoglie, a conclusione di un rito sacrificale, di cui io ero vittima incosciente.

La musica forte, all’esterno, veniva quasi filtrata dalle pareti della tenda. Eravamo in un’altra dimensione, non eravamo più là, galleggianti e soddisfatti, come in una bolla. Accettare i funghi era come accettare il sacramento della comunione, come prendere un’ostia sacra. L’ostia della visione, il bottone del quintoelemento. I funghi portavano desideri incompiuti a compiersi, e il non visto si rivelava, il velo del giorno svaniva con un rutto di fata. Poichè tutto è un bluff. La vita è solo un bluff. Solo un bluff.

“Be’, dobbiamo andare DeLuFa, – disse Ajie, riapparendo – grazie Joe! Ci vediamo dopo, andiamo a cercare Xiao Dongge… è rimasto là da qualche parte…”.

“Nessun problema ragazzi… a presto De Lu Fa…” salutandomi come se dovesse dirmi qualcosa tramite la forza del pensiero, qualcosa che non poteva esser detto altrimenti che così. Il suo sguardo mi seguiva, lo sentivo anche sulle spalle, sulla nuca, mentre richiudevo la tenda uscendo. Era dietro di me.

“Grazie Joe, ci vediamo Joe!”, risposi non sicuro di averglielo detto, ero già fuori, lui dentro. C’era veramente stato? Chi diavolo c’era dentro questa tenda? Possibile essere ingannati a questo modo dai sensi? Volevo rientrare per guardare un’occhiata. E se poi fossi ricaduto di nuovo vittima del suo sortilegio? Mi aveva ipnotizzato? E se poi, senza Ajie, non avessi potuto sfuggire ai vortici del suo occhio drago-felino? Cosa avrebbe pensato un sino-gnomo-Budda se mi avesse visto rientrare sopraeccitato e dubbioso della sua stessa esisteza? Se ne sarebbe accorto? Sìsì , se ne sarebbe accorto e per me sarebbe finita, per sempre, intrappolato nella sua tenda come dentro la lampada del Genio. Ma no no, quella era la tenda di Joe, lì poteva esserci solo Joe. Chi volevo mai che ci fosse? Chi poteva mai essere se non Joe? Non credevo davvero alla fantasia degni gnomi della montagna delle fate? E poi nessuno mi aveva mai parlato di gnomi su questa benedetta montagna! I funghi questo sì, loro forse mi avevano mostrato qualcosa, saranno stati i funghi! E le torte, sì saranno state le tortine! Colpa di Xiao Li, andavo pensando! Le tortine… anzi ne avevo ancora una nella mia tasca, me lo dovevo ricordare. Che cosa ho detto? Ho parlato, mi sono sentito o l’ho solo scritto? E se quel mio pensiero di allora, che sentivo dubbioso nella mente, strano, inadatto, non fosse altro che la mia mente, quella di oggi, di ora che sto scrivendo, che inspiegabilmente ripoppava nel passato dei miei pensieri? E se riuscivo a sentire il pensiero del me futuro? Dovevamo andare. Ma andare dove? Ma se stavamo già camminando tra la gente! Eravamo già andati.

Era la più malvagia e angelica festa dei boschi a cui avessi mai preso parte.

“Ma da dove diavolo è uscita mai tutta questa GENTEEEEE?” chiesi ad Ajie inseguendolo, ritrovandomi quasi a corrergli dietro. La luce stroboscopica mi permetteva a tratti di vederlo, illuminandolo come un ladro-attore su di palco-prigione, a tratti nascondendomelo, per poi riapparire l’attimo dopo, quando il buio ingoiava di nuovo tutto trasformandosi in luce. Così via. La fuga dei folli! La vita non è che una psicosi di massa dove tutto il possibile viene rinchiuso in una scatolina piccola piccola così. La mente.

Ero sbattuto da tutti i lati eppure riuscivo a infilarmi tra la gente che continuava a guardarmi con mille occhi, mille mani e mille braccia e mi accettava respingendomi. Me ne fregavo, continuando a infilarmi tra di loro pensando di conoscere bene allucinazione e verità. Tanto bene da aver deciso di smettere di pretendere di distinguere vero e falso, dovevo smettere di spaventarmi e di eccitarmi, dovevo lasciar fluire. Dovevo lasciarmi fluire. Ero protagonista cospettatore della mia vita di flusso nella sezione-casella-albo-anagrafe del duemilaxxx. E quante e quante ne avevo passate e ne passeranno ancora! Andavo incuneandomi tra ombre di altre vite, alcune erano semi nude, altre ferme e mi guardavano come nei primi piani del genio Fellini. Non dicevano mai una parola, in nessun linguaggio, senza alcun movimento. Non sentivo neanche più musica, ma solo un rombo di tuono che sembrava dover squarciare il cielo giù dalla montagna incenerendomi.

Ajie nel frattempo era come al solito sparito. Non lo ritrovai per non so quanto ancora. Così decisi che mi ero scocciato di combattere la natura delle cose e presi la direzione della macchina ficcandomici dentro. Avevo bisogno di tranquillità. Non so quanto era passato dall’inizio della serata e da quando Ajie era scomparso l’ultima volta. Ajie era strafatto di LSD e io, non so, no, sicuramente no. Non l’avevo preso, non lo avevo fatto. Rimasi nell’auto con due amici che dormivano sul sedile di dietro con la bocca semiaperta e il collo schiacciato all’indietro. Reclinai il sedile anteriore sdraiandomi più comodamente. Ah, ero alla guida, non volevo stare lato guida, dannazione a me e quando salgo dal lato sbagliato! Avevo il volante in mezzo e mi opprimeva, ma non potevo farci niente, uscire e rientrare sarebbe stata un’impresa titanica ed era fuori discussione. Mi sarei riesposto al suono, al vento, e chissà a che cos’altro ancora. Ora invece ero al sicuro, ero dentro e nulla poteva accadermi di male. E così rimasi, non volendo uscire, sentendo freddo. Tanto freddo. Era buio, ma stavo bene. Volevo solo andare via da quel caos, sentivo come un forte desiderio di tornare altrove. Da qualche parte, ma non a casa! No, non a casa! Volevo solo andare via. Abbandonare quel via vai di flussi e di tensioni tra umani e umani, di disequilibri che non facevano per me.

“Respira! Respira!” mi ripetevo e più lo dicevo più prendevo coscienza del mio respiro, dell’espansione della mia cassa toracica. Sembrava enorme, potevo nasconderci navi e galeoni e lanciarli fuori con forza a ogni singola espirazione. “Uuuuuuuuuuuuuuuu!” Respiravo. Ero vivo. Mi sentii meglio. Mangiai un altro po’ di tortina. La carta scrocchiava come la pelle di un crostaceo che si muove semivivo con le zampe disperate, sulla graticola. La tortina era squisita. La cioccolata si scioglieva in bocca e si mischiava all’aroma e al gusto della marijuana in un’estasi di piacere.

Bellezza di notte! Fortuna a me! Fortuna a voi! Non possiamo essere ricondotti solo a questioni di chimica! No!

Qualcuno all’improvviso sbatté la portiera della macchina. Era Ajie, tutto di corsa come se stesse fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Era sudato, con la camicia sbottonata, ma non sembrava agitato dalla paura, anzi rideva senza suono come un santo che aveva visto la luce.

“Ei Baobiao (bodyguard), sei qui? Ecco dove ti eri ficcato? Ti stavo cercando, mi sono girato e non ti ho visto più! Ma perché ti sei messo a correre fino a qui?”.

“A correre? – chiesi lento – mica mi sono messo a correre, anzi ti ho cercato per chissà quanto là fuori e… non ti ho trovato, così sono tornato in macchina, e poi ho freddo… comunque eccomi, sono qui. Ero qui…” .

I vicini, quelli della macchina a fianco, erano impegnati in un intercorso amoroso improvviso. Silenzio.

Fumammo una trella. L’LSD ancora non abbandonava Ajie. Erano passate forse cinque o sei ore da quando lo aveva preso e avevamo ancora mezza nottata davanti a noi. Arrivarono gli altri, ridendo e cadendo sul prato.

“Ei, ma voi state sempre a fumare? Ajieeeeee, vieni Ajieeee, esci fuori! Ajieee!” una sua amica lo chiamava con voce mezza stridula. Era in condizioni disarmanti. Mi aspettavo che da un momento all’altro si calasse spontaneamente il tanga da sotto la gonna, eccitata e fattissima. “Dammene un tiro, Ajie! Voglio un tiro e voglio un tiro anche dell’amico tuo! Ajieee! Vieni Ajie!! Vieni amico di Ajiee!”

La notte andava piano piano placandosi. La musica di sottofondo mutava d’intensità, ma forse erano solo gli effetti delle droghe che cominciavano a scemare lentamente. Chiacchierammo con Xiao Dongge e gli altri, durante l’ora più oscura della notte, seduti chi su sediole improvvisate, chi su pietre, chi sui cofani delle auto parcheggiate. Faceva freddo. Le ragazze erano distrutte, alcune avevano il trucco colato vangoghianamente e si coprivano come potevano le gambe dall’umidità con giacche o qualche plaid.

La notte scendeva sempre più buia da un lato mentre un chiarore appariva leggero leggero dall’altro. Era l’alba. Passai gli ultimi istanti di quel buio in silenzio a guardare. Guardavo tutto. Come un predicatore estatico stanco che, dopo aver passato una notte d’amore con l’infinità, si concedeva un po’ di riposo. E poi, finalmente il sonno.

La mattina arrivò che era un lampo e ci schiaffeggiò. Era ora di andare altrove. Ci alzammo come pesci in un acquario senza predatori. Lenti. Dovevamo andare, sì . Avevamo un po’ d’ansia. Almeno io. Alcune mattine mi sveglio con l’ansia ma già allora avevo imparato a non badarci più. Non potevamo rimanere in quel posto idilliaco, lo avevamo scaricato e necessitava di ricarburare. Altrimenti si sarebbe risucchiato nuovamente l’energia via da noi. Ajie, come al solito, era già sveglio. Si svegliava sempre prima di me, indipendentemente da cosa avessimo fatto la sera prima. Soldato Ajie a rapporto! Comunque in un baleno, noi della stationwagon rosso bourdeaux, eravamo già in piedi e, sgranchite un attimo le gambe, risalimmo in macchina per tornare in città. Era tutto apparso un sogno, tranne per il fatto che avevo per davvero delle bustine di funghi allucinogeni in tasca e non potevano essersi materializzate così dal nulla. Quelle me le aveva date davvero lo gnomo della tenda gialla. Joe, forse l’unica cosa vera di tutta la notte.

Lungo la strada ci fermammo per mangiare qualcosa in una specie di Shining Autogrill, sempre sulla superstrada sessantacinque. Divorammo di gusto degli spaghettini istantanei, occhieggiandoci addosso tipo ladri. Neanche sorridevamo più, eravamo stanchi, ma si poteva ben vedere dai nostri sguardi che eravamo in possesso di un segreto prezioso che non si può rivelare. Un segreto di cui si deve far tesoro. Finito il mangiare, pagammo e schizzammo in macchina, con la velocità di chi invece non ama pagare e se ne pente, sbattendo lo sportello.

Chongqing era là come al solito. Nauseabonda, assieme al suo orizzonte distopico. Ci si poteva aspettare un auto volante spuntare dalla linea dei grattacieli lontani, come nei film anni Ottanta, come in Blade Runner, con la musica di Vangelis di sottofondo e una nebbia costante e diffusa.

Xiao Dongge, lungo il percorso di ritorno aveva parlato ancora meno del solito.

Era metà pomeriggio quando ci scaricò vicino al loft di Da Dongge, lungo il fiume, sotto il cavalcavia, nel grigio del cielo. Ce l’avevamo fatta. Eravamo tornati, sembrava passato infinito. Avevamo lasciato il verde e il blu, i colori delle tende sul declivio, i nostri guerrieri del Dharma e le fate delle montagne, Xiao Li e Joe. Erano ora tutti lontani, verso est. E noi nuovamente lì dove non arrivano i sogni, dove gli uomini sono dimentichi di se stessi e della vita, lì nell’immensa metropoli.

Eravamo appena arrivati e già volevamo andare oltre.

Scesi dall’auto, salutammo Xiao Dongge e gli altri nelle macchine in fila dietro.

Quando entrammo Da Dongge era impegnato nella sua dimensione a scolpire il legno. Si abbassò gli occhiali da lavoro, piccoli e un po’ storti, ancora concentrato, con un gran sorriso, annuendo leggermente con la testa, felice della nostra gioventù, del nostro dissenso, della nostra comprensione del cosmo e del dolore dell’uomo. Non avevamo detto nulla ma lui aveva già capito. Sapeva cosa può succedere quando un uomo ricerca, quando si spinge oltre. Sapeva anche che quelle erano tutte cose di cui non si può parlare, tutte cose che non si possono dire, trasmettere, far capire appieno non è questo il modo. Sono coscienza nel profondo del cuore. Bisogna lasciarle sedimentare, al massimo sono verità da nascondere tra le pagine di un libro. E Da Dongge lo sapeva questo, l’aveva imparato inclinando lo scalpello sulla superficie del legno. Guardando ogni truciolo rotolare, cadere, ogni ricciolo di legno seguire l’energia gravitazionale, strofinarsi poi sul pavimento, perfettamente, come in un gioco di allineamenti e di continua scoperta di giochi forza.

Quello fu l’ultimo giorno che vidi Da Dongge e la sua illuminata dolcezza di uomo del legno.

Lasciammo Chongqing in treno, sotto una pioggerella malinconica, salutando l’omino che si sbracciava col fischietto sulla banchina, quello che aveva ceduto, dimenticando i propri sogni, e che ora fischiava ai treni.

“Tutti in carroooooooozza! Fiuuuuu Fiuuuuuuu!” sbofonchiò soffiando.

Addio Da Dongge, addio boschi amici. Divenne tutto piccolo piccolo, come un’ala di fata o di farfalla, vista da lontano.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima Capitolo 13.2

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Parte Prima – Capitolo 13.1

La sera ci incontrammo finalmente con Xiao Dongge andando a trovarlo direttamente al suo pub. Non c’era un gran che d’illuminazione né dentro né fuori. C’erano solamente alcuni lumi fosforescenti dipinti a mano e anche le pareti erano imbrattate da murales sgargianti che con la strobo riflettevano luce come pappagalli psichedelici nella foresta.

Xiao Dongge sembrava un messicano, nel modo di vestire e anche la pelle era un po’ scura, olivastra. Ci accolse in maniera schiva, frettolosa, non s’aspettava ch’io fossi un laowai. Evidentemente Ajie aveva omesso questo piccolo dettaglio, ma non mi preoccupavo, ero apposto e non avevo nulla da nascondere.

“È un vero compagno” dicevano di lui, “è forte” diceva Ajie.

Per alzare qualche soldo, oltre la gestione del locale che si trovava sul retro di un palazzo orrendo in cemento, come quelli a cui ero abituato da giovanissimo, le case popolari kubrickiane del Nuovo Salario, del Tufello o di San Basilio, nella periferia nord di Roma, Xiao Dongge spacciava. Era un pusher. Si muoveva tra i giovani negli ambienti musicali underground di Chongqing e tutti lo rispettavano. Era specializzato praticamente in tutto e tutta roba buona: coca, ero, anfetamine, acidi artigianali, pasticche e ovviamente erba. Tutti lo conoscevano e lui tutti conosceva. Aveva una testa particolarmente bombata e qualcosa di misterioso negli occhi, ma forse era solo la droga che lo rendeva strano e leggermente asimmetrico. Dal canto mio amavo la chimica a scuola e la geografia astronomica al liceo, cose che messe insieme se ti prendi una pasticca potrebbero avere in comune teoremi e corollari, ma non ho mai amato confondere le due cose, chimica e sangue. Non ho mai amato le pasticche e tanto meno le varie polveri da inalare o sparare. Tutta roba non aveva mai avuto nessun attrazione su di me. Anzi la odiavo. Alcune sostanze erano strumenti per lo sviluppo dell’io, e non per lo sviluppo del business della morte.

Xiao Dongge diffidava di tutti, doveva farlo, questa era la sua deformazione professionale. Parlava poco, molto poco, e faceva bene. Parlare poco è sempre un bene. Senza considerare che la polizia cinese aveva spie dappertutto e si poteva intrufolare ovunque e comunque se solo avesse voluto.

Ma Xiao Dongge non era così ambizioso da cacciarsi in grossi guai, amava troppo la vita e il divertimento per farsi fottere facendosi incastrare. Non aveva nessuna intenzione di perdere la sua amata libertà.

Partimmo la mattina presto, nonostante la lunga nottata. Aveva una sgangerata station wagon rosso bordeaux, che probabilmente non veniva lavata dalla rivoluzione culturale dei anni Sessanta. Ma andava una bellezza e a noi questo bastava.
Ajie era entusiasta e sul suo sedile saltava come un pargoletto che andava in una gita fuori porta alle cascate delle Marmore. Erano anni che non rivedeva Xiao Dongge, e mettersi sulla strada con lui e con me lo esaltava. Non la smetteva di parlare di volersi calare subito qualche goccia di LSD non appena fosse arrivato, e mancavano ancora alcune ore di macchina alla nostra destinazione.

Prendemmo la superstrada sessantacinque verso est in direzione Guizhou guidando per circa duecento chilometri, e la strada, via via che ci allontanavamo da Chongqing, diventava sempre più verde e cominciava a salire gradualmente. Aumentavano i tunnel e si facevano più rade le auto con tutte le altre solite fastidiose interferenze umane. “Avrebbero rovinato il panorama” ci dicevamo concordando vicendevolmente sulla cosa.

Raggiungemmo la contea di WuLong nel primo pomeriggio e da l ìmancava pochissimo, eravamo praticamente arrivati.

Ad aspettarci vi era una radura con un dolce declivio sulla sinistra, ai lati un fitto bosco stile Appennini. Sembrava effettivamente di essere tornati in Italia, sui nostri monti Simbruini. Il parcheggio era costellato di grandi pietre che slalomeggiammo attentamente con la macchina fermandoci di fronte a un grande masso di due o tre metri con dei bracci in pietra a mo’ di ganci. Ci avremmo potuto legare i cavalli se mai ne avessimo avuti.

Un grande palco con grandi fari e innumerevoli strobo era già pronto sullo sfondo e un paio di stand sulla destra erano stati già allestiti a mo’ di fiera di paese.

Si preannunciava un gran casino. Un rave party nel bosco. Ci eravamo trovati proprio in occasione di questo enorme evento estivo che ormai ogni anno si ripeteva per la gioia di molti.

Ajie avrebbe rivisto amici da tutte le regioni vicine, accorsi per celebrare l’estate e gli ultimi anni di gioventù e di vita. Tutti erano desiderosi di abbandonare la morsa opprimente della società cinese e i suoi obblighi culturali e sociali anche solo per un paio di giorni.

I giovani cinesi stavano maturando una fortissima spinta ed esigenza di libertà. Cosa che avevano sempre desiderato nel corso della storia e mai ottenuto. Zhuzi Paidui (Bambù Party), così si chiamava, anche se di bambù (Oddiomio ancora bambù!) non ce n’era neanche la minima ombra, e tutti partecipavano straripando dalle quattro direzioni, tutti i freak, i beatnik e i punk provenienti da Chongqing, Chengdu, Guiyang, Xi’an e le maggiori altre megalopoli cinesi. Qualcuno anche da Pechino e Shanghai. Bambù party era un vero e proprio festival psichedelico tra i monti, nel nulla. Non volevano nulla svanendo nel nulla. Eravamo fantasmi, spiriti alla ricerca di un’illusione di vita visto che ce l’avevano uccisa.

“Ei DeLuFa, vieni qua! Un paio di gocce di LSD? È purissimo, vuoi?” mi chiese un’amica di Xiao Dongge, con un gentile gesto del viso e della mano, e mentre impugnava il contagocce continuava a dispensare doni eleusini a una lunga fila di giovani convenuti per la celebrazione. “Cento renminbi a dose! Cento renminbi a dose!” diceva a tutti.

“No grazie, magari più tardi, preferisco le cose naturali, l’erba o i funghi… ” risposi senza scompormi. Sembrava non capire come mai fosse possibile dire no a quell’acido e una piccola smorfia di disappunto le apparve sul volto. Ma la perse subito. Era troppo impegnata a continuare lo stillicidio di sogni siderali, che di lingua in lingua, elargiva ai ragazzi e alle ragazze (alcune bellissime) ormai o già pronti ad accogliere questo sacramento della saggezza universale. Bastava una goccia e ti ritrovavi a parlare con entità aliene, potevi venire colto in fragrante da una qualche astronave ed esser sottoposto a torture o a esperimenti da entità -folletto o da esseri metà uomo metà bestia. Tutto poteva succedere al Zhuzi Party!

Xiao Dongge sembrava conoscere bene la zona, perché si muoveva agevolmente tra i grandi massi e le buche del terreno, e conosceva tutti. Eravamo arrivati molto presto, c’era solamente un centinaio di persone al massimo. Non c’era fretta. Le altre sarebbero arrivate con il calar del sole come vampiri in un film di Tarantino.

Ajie occhieggiava in giro per vedere se riusciva a trovare qualche altro amico e amica e ne incrociò vari prima di essere catapultato lisergicamente nell’iperspazio a salutare per un tempo infinito i cristalli gotici della percezione.

Verso cena cominciò ad arrivare il grosso della gente, carovane di giovani, pullman come quelli di Woodstock, senza fiori e senza chitarre.

I volti dei commensali chimici erano tesi, venuti tutti in cerca di distensione. Questa generazione della disperazione acida. Succhiavano alberi, ingurgitavano di tutto, tutto andava bene pur di dimenticare. Dimenticare la fisicità della sofferenza e dell’oppressione. Il ricordo non era cosa buona e giusta. Non volevano ricordare, mi davano l’impressione come di voler solamente disintegrarsi. Volevano solo evanescentemente sparire. Con un semplice e candido “puff”. Come quando ti scoppia una bolla di sapone sul naso e poco prima riesci di sfuggita a vedere le striature della luce sulla sua superficie gommosa e saponosa. “Puff!”. Ne spariva uno. “Puff!”. Eccone scomparire un altro. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. Verso il nonscientifico brio dell’universo sconosciuto delle loro visioni.

Arrivò presto un’altra macchina con alcuni amici di Ajie e Xiao Dongge e, dopo essersi abbracciati tutti calorosamente, si calarono chi una chi due gocce di LSD purissimo, ridendo come bambini stesi al vento. Io ancora una volta non ne volli, continuando a fumare la mia dolce erbamica. Volevo avere la situazione sotto controllo, e vedere con occhi comuni questo nostro viaggio. Non mi fidavo neanche molto di queste droghe chimiche fatte in casa da mani potenzialmente inesperte. Chissà da chi. Continuai a modo mio guardando i colori dei loro occhi mutare angolazioni di visuale e nessuno di loro aveva allacciato la cintura di sicurezza.

Ajie si stava lavorando una ragazza molto giovane e molto svestita, sembrava quasi di essercisi unito alchemicamente; avevano entrambi preso l’acido e aspettavano salisse rotolandosi nel prato via via sempre più buio della Montagna delle Fate.

Mentre la notte diventava sempre più invisibile, una fiumana di figure, via via meno distinguibili dalla massa presente, confluiva lentamente come comparendo da una porta multidimensionale sul lato esterno del bosco. Il battito della musica elettronica di sottofondo cominciava a farsi più forte, era cominciata la festa. Ed era un pandemonio!

Sembrava di essere caduti in una burella infernale, anzi in un ring infernal-paradisiaco, dove angeli e demoni potevano mischiarsi e copulare, strafarsi, ingiuriarsi, amarsi senza nessun giudizio e nessun giudicatore, perché lui era alla consolle. Erano spiriti che si cibavano delle paure e delle gioie, di tutti i reconditi desideri umani. Erano tutti là, a portata di mano e di vista. Sesso, droga e disperazione, tutti shakarati in un ago psichedelico dritto al centro del cervello e poi BUM! Dritto all’interno dei nervi, giù al centro del terzo occhio. BUM! Dove tutto si vede senza occhio e tutto ha un senso maggiore.

“Ajie, io vado a vedere là che cosa ci sta in quegli stand, ok? Vuoi venire?”

“Dai, vengo con te, De Lu Fa! Dovrebbero essere anche loro amici miei… lo so che cosa hanno… andiamo a provare…” rispose con i muscoli del viso che si tiravano sempre più. Il sorriso si contraeva. Il naso induriva. Aveva cominciato il trip.

“Ei! Chi si rivede!? Il vecchio Ajie! Come mai da queste parti?”.

Era una ragazza con rossetto nero e un vistoso piercing sulla lingua. Capelli rossi-viola e lenti a contatto bianche.

“Sono qui con questo mio amico, De Lu Fa! È italiano ed è il mio bodyguard, quindi no farlo incazzare sennò spacca tutto!”.

“Ah Ah! – sorrise vagamente senza badare troppo alle sue parole – Piacere, De Lu Fa”. Dandomi la mano e scrutandomi da dietro le pennellate di colori e i pentagrammi di note che venivano sputati dalle case che aveva dritto dritto dietro di lei.

“Piacere…”.

“Xiao Li – disse presentandosi – , chiamami Xiao Li. Vuoi delle spacecakes al cioccolato? Le abbiamo fatte con le nostre mani…”

“Be’ perché no? Dammene una, anzi due… adoro il cioccolato!”.

“Uaaaaaaaaaaaaaa! Bravo De Lu Fa!” cominciò a ridere Ajie incontrollatamente. L’acido gli stava bussando nell’animo passandogli per la testa. Lo guardai senza dire nulla, mi piacevano i suoi occhi scuri ancora più grandi e tondi. Vedeva più cose, percepiva più cose, pensava più cose.

Pagai le due tortine, erano un po’ più grandi delle vecchie camille del Mulino Bianco, solo che queste erano speciali. E poi non si sa mai che cosa ci ficchino dentro le merendine per bambini oggi come oggi, no? Almeno in queste si sapeva, noooooo? Cioccolato plus erba. Il sapore era indescrivibilmente sessuale. Non poteva essere altrimenti. Erano fatte dalle fate della montagna, e Xiao Li doveva essere sicuramente una di queste. Mi guardava fissa, mentre tutto vibrava con quegli occhi bianchi! Aveva voglia e desiderio di uccidermi o forse di mangiarmi mentre mi cavalcava nel fitto del bosco e tutto girava girava nel fuoco e nelle stelle su su tra i rami degli alberi, mentre i nostri capelli si mischiavano e si aprivano porte su dimensioni incommensurabili. Il flash si spense. Eravamo ancora lì e mi guardava ancora.

“Sono contenta ti piaccia, De Lu…” si era scordata il mio nome.

“…Fa. De Lu Fa! Non preoccuparti sono abituato. Non potevo certo chiamarmi Xiao Long. Troppo cinese, no?”.

Annui. Non le interessavo già più. Era disfatta. La gente, lentamente, protendeva le braccia da dietro al bancone e la assalivano per più tortini psichedelici come zombie affamati di carne e sangue.

Finii di masticare la prima tortina (Ajie ne prese solo un morso) e misi la seconda dentro il sacchetto di carta marrone che mi avevano dato. Lo inserii attentissimamente, con una lentezza quasi polifemica, dritto giù nella tasca. Ero pronto. Incosciente, sembravo un bambino al luna park che aveva perso la famiglia sentendo di attraversare la vita con gli occhi di chi la vede per la prima volta da solo. Il bosco attorno mi si stringeva come in un abbraccio e i ragazzi si stringevano al centro del bosco con una palpabile esplosione di vitalità. Volevano gioia, tutti vogliono gioia, no? Felicità! Saltavano, ballavano, come cercando di scrollarsi di dosso strati e strati di volti, livelli di marcio, di lordure, alcuni si svestivano, non sentendo più l’umidità, il fresco di quella notte apparente.

“Vieni Ajie, andiamo!” gli gridai tirandolo per la maglietta mentre mi intrufolavo tra la gente. Stralunati loro, stralunato io. Sembravo essere l’unico straniero tra migliaia di cinesi e per questo mi guardavano ancor più come un alieno. Simile tra dissimili, dissimile tra simili.

“Dove vuoi andare De Lu Faaaaaaa?”, sentivo la voce di Ajie provenire attutita da tutte le direzioni e dalla massa sonora. L’impatto della musica era assordante, era un esplosione di suoni e di colori. Solo le stelle erano fisse, sulle nostre spalle e sulle nostre teste. Un cielo stellato incommensurabile, di quelli che raramente possono esser visti in Cina. Lo smog era stato messo dentro per eccesso di velocità: non riusciva a raggiungere cotanta bellezza, non quella sera almeno. Qualcuno avrebbe dovuto pagare la cauzione, ma nessuno voleva. Eravamo tutti presi mentre Mr. Smog rimaneva imprigionato tra le cappelle dei grattacieli di città. Voleva schiacciare l’umanità sempre più verso il basso. Voleva schiacciare tutti coloro che non riescono a convertirsi o a scappare, ripetendo sempre il monito “Non potrai sfuggire, non potrai sfuggire, non potrai sfuggire…”

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 13.1

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Parte Prima – Capitolo 12.2

Una distesa di cemento, di vetro e di acciaio oltre ogni immaginazione.

Una prova della vista e della vita. Chongqing si gonfiava come un pulsare della materia dentro la materia a dire “Signori, voi non potrete vincere! Non potete opporvi! Perciò piegatevi! Piegatevi tutti al mio giogo! Non potrete mai farcela! Vedete? Guardate cosa vi offro in cambio: cibo, sesso e gioco d’azzardo! Venite su! Venitee! Venite a meee!”.

“Che cosa te ne pare? Non è una vera catastrofe umana?” mi domandò ridendo con i pollici sotto le due spalline del suo zaino, uno a destra e uno a sinistra, mentre camminavamo sul marciapiede, “nessuna persona sana di mente potrebbe resistere a lungo in questo posto senza cedere alla pazzia. Io non ce la facevo proprio, sai? Non respiravo, mi mancava l’aria… guarda l’orizzonte… – indicandomi col dito lo skyline della città – su, là per quelle colline… che cosa vedi?” continuò guardando a est. Strizzai gli occhi per guardare meglio, nonostante i miei occhiali “Grattacieli e grattacieli e palazzi, solamente palazzi e grattacieli. Grigio, fumi e nero…” risposi con un misto di disgusto e di tristezza.

Sembrava un avanzare di melma fin l’orizzonte. Non era ancora buio, il nostro volo era atterrato di giorno e avevamo preso al volo un autobus dall’aeroporto fino al centro città, giusto giusto poco prima che chiudesse le porte d’ingresso. Ajie voleva andare da alcuni vecchi amici. Aveva qualcosa in mente forse, anche se magari era solo la mia impressione e non c’era nulla di deciso. Comunque nulla sapevo di quel posto e a dir la verità neanche mi interessava sapere dove stessimo andando. Lo stavo accompagnando in un certo senso. O forse era lui che accompagnava me. Voleva mostrarmi qualcosa. In quel vagare senza meta, camminavamo a ritroso nei suoi ricordi. Tutto quel che aveva già visto, già rifiutato, già vomitato. Era un’ulteriore conferma per lui. Vedeva anche nei miei occhi e nelle mie poche parole, che seguivo i battiti del suo cuore passo passo.

“Già – prese una lunga lunghissima pausa – hai capito, DeLuFa, eh? – guardandomi amaramente – questa è la grande Chongqing! Una città in cui gli uomini si massacrano tra di loro, senza neanche sapere il perché e senza neanche accorgersene! Non sanno neanche se sono vivi o sono morti! Un’allucinazione collettiva di gloria vomitevole! Ma noi no! Oooooooh noi no, amico italiano! Ora ho te, e tu sarai la mia guardia del corpo! Io ormai non ho più paura! haha!”.

“La tua che?” lo guardai divertito, calciando un brik di cartone accartocciato per terra. Qualcuno aveva bevuto un succo e lasciato il suo segno sul marciapiede come se sapesse che qualcun’altro – io – avesse avuto bisogno di calciare il suo brik.

“La mia guardia del corpo, il mio bodyguard con il pullover di peli. Sei italiano tu, no?”.

“Embè?!”

“Ecco tu sei il mio bodyguard mafioso italiano peloso! Non oserà toccarci nessuno qui, vedrai, avranno tutti paura di te con il tuo maglione da gorilla e temeranno anche me!”. Non smetteva di dire idiozie. Meglio così. Talvolta è meglio ridere.

“Ma dai che non ho tutti questi peli!”.

“Questo lo dici tu!” continuando a ridere e accelerando un po’ il passo.

Intanto la strada proseguiva in salita con un lunga curva sulla destra, nel cui centro, si stagliava un palazzo veramente imponente: una SPA formato Hollywood. Scritte al led alte metri inquantificabili illuminavano l’intero angolo di strada, attirando falene e clienti arrapati carichi di soldi.

Chongqing è piena di salite e discese, centri massaggi e una miriade di piccoli e grandi ristorantini. Al centro città, scorre un grande fiume (grande dal punto di vista europeo sicuramente). Su cui una distesa di chiatte, in attesa, ferme, aspettano, alcune lentissime, con movimenti quasi impercettibili, come se non ci fosse corrente e movimento. Vanno da qualche parte.

La linea dell’orizzonte era inesistente, spezzata di continuo da filari semininterrotti di grattacieli e cartelloni pubblicitari; scenario che spesso ricercavo nei film, be’ ora era là.

Grattacieli mangiauomini. Bunga Bunga. Eppure avevo già vissuto a Pechino, ci ero stato anni, avevo viaggiato in lungo e in largo per la Cina orientale, quella più industrializzata, quella delle città più brutte, dei grandi centri urbani coi soldi. Ma Chongqing indubbiamente era un mostro sconfinato di cemento. Oltre ogni immaginazione. Non riuscivo infatti a capacitarmi di come oltre trentamilioni di persone potessero incrociarsi e vivere così strettamente, le une con le altre, senza uno straccio di natura e di primordialità. Non c’era uno straccio di verde. Solo cemento e gru per altre costruzioni e nessuno che dicesse niente.

Vedevo donne e uomini camminare per le strade quasi fossero fantasmi. Rassegnati a una dannazione eterna. Il tronco stabile, fermo, le braccia lungo i fianchi morte. Le gambe, movimenti lenti e monotoni, lungo le stesse salite e le stesse discese, giorno dopo anno.
Effettivamente le donne erano molto belle. Una percentuale di bellezza altissima.

Sembravo un invasato. Ogni volta che ne incrociavo una, camminando sul marciapiede, giravo la testa per seguirne l’andamento dei capelli sulla schiena. Erano capelli lunghi che scintillavano con tutte quelle luminarie e tutti quei led dei ristoranti e dei locali sulla strada. Ero in un incubo. In un incubo in cui l’unico sollievo era il sesso o l’oblio. Sentivo quasi già il freddo della pietra incombere su di me. Dovevo andare oltre, quanto prima, andare avanti, non dovevo pensarci troppo, sarei diventato un mostro, un mostro d’inferno, l’anima mi si sarebbe strappata via da sola.

Loro, gli altri passanti, a differenza di me, non guardavano mai. Era come se non riuscissero a vedermi. Come se fossi un invisibile fantasma per loro. Avrei anche potuto afferrarli per vedere se mi fossi davvero ritrovato le braccia al petto cadendo fragorosamente a terra. Io-ectoplasma. Io spirito del viaggio ectoplasmico. Viaggio astrale. Ero e non ero, stavo e non stavo, pensavo e non capivo, capivo senza pensare. Scorrevo su un lungo, infinito tapis roulant ai cui lati i palazzi, le costruzioni, i ponti, i fiumi, i popoli e le vite si alternavano, s’intercambiavano in lungo, su di un palco. Una scenografia di cartone per il mio viaggio transuranico. Era tutto nella mia mente. Tutto avvenne senza essere avvenuto. Soffiatemi sul viso. Soffi sul viso, i loro respiri luminosi. Sino all’ultimo attimo. Soffi sul viso.

“Dove mi stai portando Ajie? Sono ore che camminiamo”.

“Non preoccuparti, siamo arrivati. Andiamo a trovare un vecchio amico. E poi voglio portarti a una festa se c’è ancora, non lo so se la fanno quest’anno. Ma se ci sarà… allora si che ci divertiremo!” disse guardandomi con l’aria di chi sa un segreto che non può rivelare subito. Ché come le migliori rivelazioni, c’è sempre da aspettare. “Da questa parte DeLuFa. – indicandomi qualcosa più in là – siamo quasi arrivati, vedi quel ponte?”.

“Sì!”.

“Ecco il nostro posto sta là sotto.”

Tai hao le! (Benissimo)”. Dissi contento di essere arrivato da una qualche parte che potesse essere considerata un momentaneo arrivo.

Mi affacciai per osservare il fiume, alla mia destra, i soliti grattacieli e le luci del tramonto, lontano a occidente. Non c’erano nuvole, ma una nuvola continua, ininterrotta, che si intrufolava lungo le verticali dei palazzi.

Distolsi lo sguardo. Non avevo già più nulla da vedere. Era troppo per me. Animo fragile. Disadatto alla complessità delle forme moderne di vita.

Figuriamoci poi a Chongqing.

Avevo bisogno di rilassarmi un po’, fumarmi una trella e addentare qualcosa di buono.

E per fortuna eravamo arrivati.

Davanti al ponte-cavalcavia, sulla sinistra c’era una piccola porticina verde e un giardinetto stretto e lungo, di circa tre metri per dieci, con un ammasso di oggetti in legno e di strumenti buttati alla rinfusa, anche appesi ai lati, sulle grondaie, che davano l’idea di trovarsi in un vecchio emporio o in un locale di un artigiano.

Una piccola fontana in pietra con degli assonnati pesci rossi cercava di pulire l’atmosfera contratta dell’ingresso. Feng Shui lo chiamano in Cina. Ora di moda anche in Occidente anche se, in verità , non molti ci credono.

Un tipo sulla cinquantina ci aprì amabilmente la porta sorridendo. Aveva il viso liscio, raggiante, modesto. Sembrava quasi un monaco.

Si chiamava Da DongGe, era un falegname. Un vecchio amico di Ajie. Successivamente venni a sapere che era molto conosciuto e rispettato, in un circuito a Chongqing, specialmente in un giro di artisti dissidenti, molto underground. Anche lui era un artista. Esprimeva la sua creatività con le mani. Con il legno. Aveva creato un piccolo angolo di paradiso spirituale, in quel piccolo loft invisibile, a lato del cavalcavia. All’esterno della porta d’ingresso pendevano un paio di suoi lavori fatti a mano e dei bellissimi sonagli a vento che lanciavano nell’aria un suono incantato. Entrando subito sulla destra vi erano una sediola bassa e un tronco a mo’ di panca, un po’ scavato. Dei vasi di latta, appesi alle pareti e sopra degli scaffali, lasciavano al loro interno nascere e arricchirsi le radici di diverse piante selvatiche. Anche le piante erano a loro agio. Rilassate e osservatrici.

“Da Dongge!” salutò Ajie con la sua voce squillante, abbassando la testa in saluto di rispetto.

“Ajie! Come stai? Quanto tempo! Tutto bene?”

“Tutto bene, tutto bene, grazie Da Dongge. Lui è DeLuFa, il mio bodyguard!” rispose indicandomi con la testa con un leggero movimento del mento sorridendo.

“Salve Da DongGe, felice di conoscerla!” dissi allungando la mano e guardando Ajie per un attimo come a dargli un morso sulla lingua per le cazzate che andava sempre sparando.

Mi guardava.

“Piacere”, rispose lentamente.

“Piacere mio, questo posto è splendido!”.

Apprezzò il complimento, accendendosi una sigaretta, mostrando un grosso anello sul mignolo destro. “Ti ringrazio De Lu Fa, questo è il posto di noi tutti. E tu sei il benvenuto!”

“Grazie mille”.

“Ma prego, posate pure i vostri zaini liberamente sul divano e fate come se foste a casa vostra. Prendete del tè?”, disse facendoci largo con il braccio come a invitarci a tavola.

“Io sì, grazie Da DongGe!” rispose frettolosamente Ajie, che nel giro di un secondo era già a suo agio sul divano, aveva poggiato il cappello sul mobile a lato e già cacciava l’occorrente per girare una trella di classe.

Io lo guardai. Lui mi guardò. Da Dongge ci guardò. Fumammo insieme, quasi in silenzio, mentre l’acqua raggiungeva la temperatura giusta per il tè.

“E così, di dove sei, De Lu…”

“…Fa! DeLuFa.” Continuai aiutandolo nel ricordare il mio strambo nome da straniero, “sono italiano, vengo a Roma. Ma sono tanti anni che ormai vivo in Cina. È un po’ la mia seconda casa adesso.”

“Da Roma?!” ripetè lui espirando una spessa coltre di fumo. “Davvero? E da quanto tempo? Dove sei stato?” continuò sempre più interessato a questo misterioso italiano seduto sul suo divano, davanti a lui.

“Sì, davvero. Mah, non so neanche io bene, saranno più o meno otto anni adesso. Non ininterrotti ovviamente. Ogni tanto torno a casa a trovare la famiglia, specialmente a Natale…”

“A sì, il Natale…” ripetè svogliatamente passandomi la trella.

“Ora vivo ad Hainan. È lì che ho conosciuto Ajie. Prima ho abitato molti anni al nord. Tra Pechino e Tianjin…”

“Tianjin? – disse sorpreso – e cosa sei andato a fare a Tianjin?”

“La mia ex moglie è di Tianjin…” cercando di imitare il dialetto tianjinese, universalmente conosciuto in Cina come uno dei più comici.

Sorrise di gusto, tossendo per il fumo che gli era andato di traverso. Sicuramente non si aspettava di sentirmi parlare in tianjinese.

“Capisco. Allora sei quasi un cinese – disse mentre si stiracchiava un poco sulla poltrona – Ma che cosa ci sei venuto a fare qui nella lontana Cina? Non ti piaceva l’Italia?” sempre incuriosito mentre verificava se l’acqua bolliva. (Ero probabilmente il primo italiano con cui gli capitava di parlare liberamente in cinese, per giunta seduto nel salotto di casa sua).

“È una storia lunga. Potremmo dire Yuanfen (destino)” . Con quella risposta svicolai tante domande a cui ero ormai abituato, che mi annoiavano. Da anni infatti mi trovavo a dover rispondere sempre alle solite domande di repertorio che necessitavano spesso di lunghe spiegazioni e considerazioni da parte loro. Rispondendo “Destino”, invece, lo avevo reso felice utilizzando un cinesismo che chiariva concisamente tutta una serie di pensieri che altrimenti avrei dovuto esprimere per seguire la psicologia cinese. Avevo spiegato bene che mi trovano nella situazione di chi si lascia andare semplicemente alla chiamata della vita, senza forzature.

Non aveva bisogno di fare altre domande.

“Io e DeLuFa siamo venuti a fare un giro in zona. Nei prossimi giorni dovrebbe anche esserci la grande festa sulla Montagna delle Fate. Che tu sappia la fanno quest’anno?” chiese Ajie ormai sbragato sempre più sul divano.

“Certo che la fanno, ormai si tiene ogni estate da anni… lo sai, no?”

“E tu ci vai Da Dongge?” continuò esultante Ajie.

Non sapevo nulla circa la festa sulla montagna. Ajie non mi aveva accennato minimamente la cosa. Ma conoscendolo non aveva premeditato di non farlo. Si era semplicemente ricordato del fatto ora, grazie al fumo e alla presenza di Da Dongge.

“Non ci andrò quest’anno, ma puoi parlarne con Xiao Dongge però, lui non se la perde neanche cascasse il mondo, lo sai, non lo farebbe mai e poi mai!”.

Intanto era arrivata l’ora di cena. Avevamo chiacchierato già per un po’ e il tempo era volato amabilmente senza che ce ne accorgessimo minimamente.

Quello era un posto sciamanico. Vi era una strana percezione dilatata. Tutto era più lento. Era forse la cura zen con cui Da Dongge aveva sistemato il suo spazio di vita, la sua dimensione. Il rumore dell’acqua sulla fontana in pietra alle nostre spalle, la soffusa, quasi impercettibile musica orientale di sottofondo, mi facevano venir voglia di dormire, di abbandonarmi a sogni e a sonni liberatori. Volevo quasi docciarmi in quell’aria, liberarmi da molti dei miei pensieri, preconcetti, tensioni, volontà. Non avevo bisogno di nulla di tutto questo. Ha ragione McKenna quando dice che la cultura non è nostra amica. Ci chiude, tarpandoci le ali della conoscenza, chiudendoci gli occhi alla scoperta senza limiti. E io volevo solo godere di quel momento, come se non ci fosse altro al mondo che quel unico infinito momento di stasi cosmica. Noi tre, il nostro fumo, il nostro viaggio, il nostro sentirci vivi e speciali nell’infinito attimo presente.

Avevo la sensazione che ci conoscessimo già da tempo. Sembravamo vecchi amici ritrovatisi, lontani da casa, per caso, così , magari in un pub di periferia, lungo un viaggio tirato come da fili di marionetta, dalle mani di Dio. Eravamo come fuggitivi che scappavano da una guerra che, in un battito di ciglia, si ritrovavano agli antipodi della Terra, salvi. E per me era effettivamente così. Venivo dall’altra parte del mondo e le mie peripezie, mi avevano portato da loro, ero entrato in contatto proprio con loro. Perché proprio loro? Eppure ci sono un miliardo e mezzo di cinesi. Perché mi sentivo a casa?

Mi piombò in mente un episodio di qualche anno addietro. Lasciate che ve lo racconti. La prima volta che misi piede in Cina era il duemilacinque. Arrivai allo Shoudu guoji Jichang (Aereoporto Internazionale della Capitale) di Pechino in una tiepida giornata di Settembre. Scendendo la scaletta del boeing incominciai a sentire qualcosa di strano. Una sensazione misteriosa che non mi abbandonò mai nel tempo, negli anni a seguire. “Sono a casa! Sono tornato a casa!”.

Appena toccai con il piede la terra mi scorsero le lacrime giù dal viso. Sentivo di essere tornato a casa dopo secoli e secoli. Ero mancato dalla Cina per troppo troppo tempo. Questa esperienza psichica, perché così la definirei, mi colpì molto. Quella non poteva essere casa mia. Non vi ero mai stato prima, almeno in questa che riconoscevo come vita. Stanislav Grof si sarebbe mostrato interessato al mio pensare e a queste mie emozioni. Avrei volentieri partecipato a qualcuno dei suoi esperimenti sull’esperienza prenatale. Forse che io abbia vissuto una delle mie vite precedenti proprio nella Cina imperiale? Non sono il primo né sarò l’ultimo a parlare di esperienze di questo tipo. Negli anni, poi viaggiando per quel Paese sconfinato, ebbi modo di parlare dell’accaduto con diversi cinesi, amici e conoscenti. Li vedevo rimanere silenziosi per un po’, pensierosi. I cinesi sono molto attenti e sensibili al paranormale. Una volta a Fuzhou, nella provincia del Fujian, avevo preso una piccola camera in un alberghetto impossibile da riscovare. Forse neanche i vicini sapevano che c’era un alberghetto in quell’angolo di via. Il proprietario era molto generoso e cerimonioso. Mi invitò a sedere assieme agli altri suoi ospiti per un tè. Che c’era di male? Mi sedetti e passai del tempo amabile a conversare con loro. Perlopiù erano commercianti di passaggio per la città. Uscì
improvvisamente l’argomento parapsicologia, non ricordo come. Insomma andò a finire che mi dissero “Ecco allora perché con te ci sentiamo così a nostro agio! Non sembra quasi che tu sia un laowai! È vero o no – disse l’albergatore guardando gli altri cinesi – sembrava già dalla prima impressione che tu fossi uno di noi… a livello percettivo dico… ti sentivamo come tu fossi un cinese! Strano, no?”.

Un’altra volta a Pechino capitò qualcosa di simile. Era un freddo inverno. Come solo nel buio Nord del mondo può accadere. Nei Sud, no. Nel Sud la gente e il cielo sono solari, hanno il cuore più grosso e più rosso. Forse sarà il caldo o l’inclinazione terrestre che riceve meglio i raggi d’amore dall’universo infinito. Camminavo alla ricerca di arredamento antico. (Allora lavoravo nell’import-export. Per passione di oggetti meravigliosi che adoravo scovare e importare in Italia come un bambino che trova qualcosa di meraviglioso nella sabbia e corre da propria madre dicendo “Mamma, mamma, guarda che cosa ho trovato! Te lo regalo!”).

Bighellonando per i famosi hutong (vicoli) della città, passai davanti la porta di un negozietto. Un bugigattolo tutto rotto e sgangherato. C’era poca roba dentro. Era freddo e nessuna attrattiva. Ma notai un improvviso cambiamento del vento. Come un sussulto nel suo fluire. Sembra un assurdità per molti, ma sono fenomeni che avvengono chiari e che si può notare solo con predisposizione d’animo giusta. Come un’attesa del miracolo. “You ren ma? You ren ma?” (c’è qualcuno? c’è qualcuno?) chiesi mentre facevo qualche passo sbirciando tra le cianfrusaglie. Ah, potessi tornarci ora! Le comprerei tutte. Vecchi libri strappati in cinese, vecchie sedie, molle di qualche letto su cui forse qualcuno era stato assassinato o su cui magari qualcuno era nato, bamboline, scatoli, un mucchio di scatoli e scatoloni, orologi, statutine di Mao, occhiali rotti e occhiali sani. Ero nel mio meraviglioso mondo di Willie Wanka. Mi rotolavo spiritualmente in quei sussurri temporali polverosi. Porte della percezione sull’iride del Mistero. Camminando fui colpito da un immagine di Giovanni Paolo II sul muro. Il Papa. E Pensai “Cosa ci fa un immagine mezza strappata del Papa in questo vicolo di Pechino. Così lontano da casa. Lo sanno tutti che la Cina è contraria a ogni forma di religiosità. Il credo non deve esistere qui. C’è solo il credo politico. Evviva il partito! Evviva sua santità Mao ZeDong!”.

Dopo qualche istante fece capolino un signore sulla sessantina. Un po’ timoroso.

Non ricordo cosa successe bene, ma faceva tenerezza. Mi chiese da dove provenissi e quando sentì rispondersi “Roma” quasi svenne. Trasecolò. Venivo dalla casa del suo amato Papa. “Se vuole possiamo fare una preghiera assieme?” gli chiesi neanche io so come né perché. E così ci sedemmo sull’uscio del suo mondo, sotto lo stipide della porta da cui vedeva solo un canale col parapetto in pietra. Uno di quelli soliti che vedi passeggiando per Pechino. Coi leoni intarsiati ogni ics metri.

Pregammo assieme, in un’unità spirituale indescrivibile. Lui in cinese, io in italiano. Al mio “Yi, er san! Kaishi! (Uno, due e tre! Via!)” “women de tianfu, yuan nide mingshou xianyang” lui diceva in cinese e “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…” io in italiano. Potevamo mettere su una band. Ricordo la lanterna rossa che ciondolava dal soffitto, lentamente. Come una nenia, un diapason che scandiva il tempo del nostro respiro e del nostro incapace misticismo. Il vento s’insinuava tra le nostre parole sanando qualcuno chissà dove.

Finita l’esperienza stemmo in silenzio un po’. Mi guardò, chiamandomi amico. Ma poi avevo da fare, e andai via subito.

Così ogni qualvolta mi trovavo in una situazione di estremo agio coi cinesi, mi venivano in mente tutti i volti delle persone che si erano manifestate in questo mio peregrinare. Con cui avevo avuto un rapporto magico. Qui ve ne ho riportati due, ma ce ne furono molti altri. Erano volti di quale vita? Di quale dimensione? Mi sentivo come passare da uno spazio a un tempo e tramite un tempo in un differente spazio.

“Quest’erba è dannatamente buona, Ajie!”

“È quella di Da Dongge! Lui si tratta bene, d’altronde cosa resta all’uomo se non la gioia della ricerca e del miglioramento di se stesso? E se l’uomo non tenta con tutti gli strumenti messi a sua disposizione dalla natura come potrebbe mai riuscire in un compito così arduo? Fuma fratello! Fuma! Non ci pensare alle guardie che qui, non valgono niente… basta dare loro un pacchetto di sigarette e sai cosa ci fanno poi con la legge? Con la legge di chi poi? Per chi? Rilassati… non c’è problema!” continuò a farfugliare mentre assaggiavo quella prelibatezza.

“Ma te la sei sturata tutta!” dissi. Mi aveva dato solamente un filtro mezzo malconcio e bagnaticcio.

“Non c’è problema ah ah ah ne facciamo un’altra!”.

Ormai andava con il pilota automatico, senza neanche mettere in dubbio la possibilità che non potesse essere così. Bisognava fare un’altra trella!

“Subito? Aspetta un attimo, l’abbiamo appena finita! Mica possiamo fumare così in continuazione…” dissi ingenuamente. Oggi, ripensando a quel momento, mi vedo quasi come un grommet alle prime armi. Un bambino che, dalle medie passa al primo anno di liceo, con tutte le feste e le donne e le droghe e le scoperte di una vita nuova, in un attimo.

Lui mi guardò un po’ sorpreso, con un sorrisetto leggermente abbozzato.

“Ancora non hai capito qui le cose come vanno… il viaggio è continuo e l’hai appena cominciato! Non lo si può interrompere…” Era vero, pensai. Perché interromperlo? Paura forse? Forse inadeguatezza? La sua non era una frase buttata là per convincere gli amici a fumare, come avviene tra i giovani borghesi in ambienti di bivaccamento e di goliardia, magari ai Parioli o a Prati, alle feste, tra bambini e giovani annoiati. Figli di una tristezza quasi museale, figli dell’ovvietà e della vacuità delle città moderne dallo stomaco appesantito. Non c’è nulla da dire! Così questi giovanissimi si riempiono di droghe! Perché questo è. Ma noi no, eravamo come dei monaci sulla via, dei vagabondi taoisti, dei religiosi. Alle pendici dei monti sacri lungo la via che conduce all’illuminazione e alla rinuncia.

La sua dichiarazione era stata tanto lapidaria, quanto semplice e vera. Non avevo mai veramente notato il profondo pensiero che si nascondeva dietro il “semplice fumare” di Ajie. Lui era uno spirito puro che molti avrebbero scambiato per un semplice sbandato sociale, un dannato, un emerginato, un fattone. Non era così. Lo vedevo, lo sentivo. Ajie era un saggio, in un certo senso un’illuminato. Un giovane che aveva sofferto molto nella vita e che aveva capito. Aveva esperito il mistero che si nasconde dietro il velo apparente della vita. Lo aveva visto, ci aveva parlato, amoreggiato, ci aveva fatto a botte, lo aveva morso, era stato graffiato, eppure continuava a cercarlo per definire un rapporto equo e stabile. Era un rapporto di amore e odio con il lato top secret della vita. E aveva anche due puntini rossi sul braccio, come se fosse stato morso dal serpente del destino.

L’ispirazione, si nascondeva dietro ogni angolo, dietro ogni vaso, ogni fiore, ogni bellezza, ogni penna, ogni pezzo di carta, ogni gingillo e sopramobile. I quadri erano disposti con una cura e una perfezione berniniana. Tutto fluiva in quel fumo che si mescolava all’aria creando una stabilità d’intenti e di desideri inimmaginabile per chi non è stato seduto su quel divano e non ha avuto esattamente le nostre esperienze e le nostre illuminazioni. È semplicemente così. Quel raggio di luce sul tavolino in un giorno di smog, oscuro, in quell’angolo di mondo senza Dio (?). Eravamo lì e celebravamo assieme, e come in un dipinto decadente, autocreavamo la nostra tela sotto le pennellate di colore spesse e decise. Flussi e riflussi di coscienza. La marijuana in quel contesto era un catalizzatore di pensieri e di entità invisibili.
Creatore enteogenico.

Non so per quanto non parlammo, non so per quanto non ci guardammo, distratti da pensieri felici e distanti, ma eravamo appagati di essere, eravamo uniti da un’avventura che avrebbe deciso per sempre le sorti della nostra vita.

“E voi in Italia potete fumare marijuana liberamente?” chiese all’improvviso Ajie, come risvegliandosi da un torpore accettato, deliberato.

“Purtroppo no. Un po’ come qua, non ci si può esporre troppo. È ancora illegale, sembrerebbe che a breve qualcosa possa cambiare. Ci sono nuovi movimenti politici, partiti che fingono di essere veramente interessati alla salute fisica e spirituale del popolo. Ma c’è carenza d’intellettuali e di gente che si sbatta, anche rischiando, sull’argomento. Ho letto su internet che in Italia qualcuno sta portando avanti battaglie sempre più serrate per la legalizzazione, ma non sono aggiornato, perché non mi piace la politica di oggi. Speriamo nel futuro…” L’argomento mi intristiva. Avevo dedicato tempo e meditato sulla questione, ma purtroppo sul discorso droghe leggere predomina un’ignoranza paperoniana, anche se la verità scientifica, storica e religiosa è alla portata di tutti. Com’è possibile che i politici ancora possano ancora pensare di mascherarsi compiutamente dietro le falsità del lobbismo e della farmacologia moderna? Questo rimaneva un mistero, forse perché ho sempre avuto un rapporto molto ingenuo con la politica e con il potere.

Comunque l’argomento non avrebbe cambiato la mia vita, ero lontano da tutti. Ma la sola idea che l’Italia potesse finalmente liberalizzare una pianta che era stata demonizzata per decenni a causa degli interessi industriali, mi avrebbe reso talmente felice da abbracciare tutti per strada, tutti i miei fratelli in madrepatria. Là, oltre tutto.

Lontano lontano.

“Capisco…” disse dal silenzio Da Dongge. Non sembrava molto interessato all’argomento. Lui aveva perso assolutamente la fiducia nel genere umano e ancor di più nel suo governo. Non importava di quale nazione stessimo parlando o di quale gruppo di partiti, per lui erano tutti uguali. Tutti vogliono solamente potere, solamente accrescere il controllo e accumulare influenza su influenza, denaro su denaro a discapito della sofferenza del popolo. Da Dongge non era uno sciocco. Aveva una buona cultura. In passato era anche stato professore di letteratura cinese nell’università nonsodove. E poi, abbandonò. Forse qualche sconfitta di troppo, qualche risposta di troppo, debolezze, atavicità, incompatibilità sociali. Fuggì nella materia e, grazie a Dio, il legno era stato sempre la sua passione. Era stufo della sua vita di prima. Non voleva più essere dipendente e scendere a compromessi. Voleva essere l’artefice del proprio destino, voleva demiurgizzarsi. Così, coi pochi soldi che aveva messo da parte negli anni in cui lavorava come schiavo, come diceva lui, aveva messo su quella piccola bottega di falegnameria. Uno studio zen più che altro.

“A proposito ragazzi, ma questa sera dove andrete a stare?” chiese di punto in bianco.

“Mah, non lo sappiamo ancora Da Dongge, possiamo cercare un posto nei paraggi, così domani andiamo assieme da Xiao Dongge, se non hai impegni. Che ne dici?” rispose Ajie leccando l’angolo della sua nuova trella. Non c’è niente da fare, era un treno nel rollaggio, io non ce l’avrei mai fatta a rollare così velocemente e così perfettamente.
“Ah no no no! Non se ne parla nemmeno! Se volete state qui da me per la notte. Tra poco vado a casa per la cena e, se siete d’accordo, potete unirvi a me e a mia figlia che sicuramente avrà già preparato qualcosa di buono. Tanto sono qui a pochi metri. Questo posto lo uso solo occasionalmente per dormire, quando magari sono fino a tardi al lavoro o sono sbronzo e non mi va di tornare a casa perché magari fuori d’inverno gela. Vi do le chiavi, potete restare, senza problemi! Ne sarei molto felice e c’è un divano qui, e uno là, in quell’angolo laggiù… vedete?” indicando la stanza al di là di una colonna centrale dietro il fumo che Ajie già sparpagliava distrattamente. Ci guardammo, sorpresi, esitammo un attimo, ma accettammo con molta gioia il suo invito. In un secondo avevamo svoltato una cena e un tetto sopra la testa. “Grazie Da Dongge!” , recitammo in coro macchiati da un fumo che intaccava tutto.

La mattina dopo il sole entrava timido dai grandi finestroni che affacciavano sulla strada. Era caldo, afoso. Bevemmo un po’ di tè e uscimmo ancora assonnati. Non vedemmo né sentimmo Da Dongge per tutta la mattina. D’altronde ci aveva avvisati che avrebbe avuto da fare dei giri per clienti, legno chissà. Così prendemmo il nostro tempo e gironzolammo per la zona. In realtà non c’era assolutamente niente che ci interessasse, non c’era nulla da vedere. Era un quartiere completamente anonimo. Le uniche cose che attirassero la nostra attenzione erano le macchine che sfrecciavano rumorosamente, e i grattacieli e ancora altre macchine e qualche pulzella di passaggio. Ajie fece un paio di telefonate per concordare un incontro la sera. Al telefono era Xiao Dongge. “Gradioso! Grandioso! Certo ci vediamo stasera!”.

Riagganciò.

“È fatta!” disse.

“Cosa è fatta? Fatta cosa?”

“Xiao Dongge, ha detto che può darci un passaggio per la grande festa nei boschi su a la Montagna delle Fate! Dobbiamo andarci DeLuFa! Fidati di me! È un evento splendido e poi Xiao Dongge è un tipo ok, vedrai!” tutto eccitato.

Non vedeva quei suoi amici, quei posti da molto tempo ormai.

Non potevo dire di no né volevo farlo. Ero anch’io curioso. Non sapevo assolutamente di cosa stesse parlando, che tipo di posto fosse questa Montagna delle Fate e di quale party si trattasse. Ma poco importava. Tutto suonava perfetto. Cosa meglio di una festa nei boschi al confine sichuanese? Suonava meraviglioso, tutto davanti agli occhi mi si presentava come un dono. Incondizionatamente accettavo tutto. Ero al sicuro, nell’accettazione sincera di ogni mistero.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 12.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 12.1

A parte l’arredamento e qualche dettaglio avevamo ormai veramente quasi finito la ristrutturazione. Ci sentivamo al settimo cielo. Tutto procedeva liscio come l’olio, Sanwa era contento, Jiya che, da bravo mongolo, trovava sempre una scusa per sparire sul più bello, era euforico, e non solo per via della marijuana che fumava a ruota libera; e poi c’ero io, che forse c’avevo messo più braccia. Ero appagato.

Era venuto un bel lavoro, soprattutto, vero. Vivo. Vissuto. Sembrava una taverna marina, uno di quei posti che incontri nei vicoli di un borgo, a sorpresa, mentre ti sei perso e non sai assolutamente cosa ci sia oltre e dove tu stia andando. Era un posto che folgorava quasi per la sua austera semplicità spirituale. Un monastero invisibile.

Anche il nostro locale era difficile da trovare, neanche si vedeva dalla strada. Certo avremmo poi messo un’insegna, con tanto di bel logo a forma di loto, ma al primo piano c’era pur sempre la famiglia del landlord, con le sue secchiate di bambini stesi a terra a giocare con i loro non-giochi, a guardare cartoni animati gialli, e con le donne a spennare polli. I pesci erano sulle reti a seccare. Tutto secondo copione. Insomma tutto poteva sembrare fuorché l’ingresso di uno dei più folli locali dell’isola, frequentato dai cinesi e dai forestieri più psichedelici ed enigmatici che si potessero incontrare in quello sputo di terra.

La musica certo sarebbe andata avanti per tutto il giorno, e forse solo quella ci avrebbe aiutati a farci sentire dalla strada. Oltre all’insegna, certo, che però svaniva sempre dietro alla palma della signora davanti, quella imbalsamata. Avevamo anche fatto alcuni test audio e l’impianto che avevamo comprato (ci aveva pensato Jiya che ne capiva parecchio), con casse grandi come tronchi d’albero, ci garantiva decibel a go go.

Del resto affacciavamo su di un vicolo in cui il suono avrebbe rimbombato giù , dritto sino alla spiaggia. Dai tre gradini d’ingresso, dove noi avevamo sistemato dei racks per le tavole da surf, si poteva ammirare tutta la baia turchese, la cava, i palmeti fino all’orizzonte. Pensavamo che si sarebbe ben presto sparsa la voce di questo nuovo locale. Non avevamo fretta, tranne Sange forse.

Certo Sanwa non sarebbe stato con le mani in mano, aveva investito più di quanto potesse fare (anche se in realtà non erano tanti soldi, ma per noi decisamente sì) e voleva cominciare a far “girare la baracca”.

Jiya in Mongolia Interna aveva moltissime conoscenze, ma non ad Hainan. Io venivo non si sa da dove, italiano già da sette anni in Cina, itinerante sì, con un passato di studi e di lavori commerciali a Pechino, un matrimonio andato a male a Tianjin, ma non ero un grande PR, tanto meno ad Hainan. O almeno non mi reputavo tale. Così gran parte del lavoro di promozione sarebbe spettato sicuramente al grande boss, a Sange.

Non potevamo proprio essere tanto d’aiuto, era lui il PR della situazione. Avremmo aiutato solo come potevamo.

A questo punto dovevamo cominciare a pensare all’organizzazione di una festa.

Dovevamo organizzare un’inaugurazione indimenticabile e far conoscere a tutti cosa volesse dire party! Cosa volesse dire SIAMO VIVI! SIAMO QUI! Spaccare la noia, cambiare direzione al declivio del mondo. Belushizzarci. Volevamo mandare un segnale, un messaggio nello spazio. Fare casino. E tanto. “We want the world and we want it NOW!” gracchiava Jim.

Era Giugno. Stagione perfetta. Estate mentale in un posto in cui regna perennemente estate e solo estate.

Avremmo avuto più bikini, più cocktails, più salsedine, più droghe, più testosterone, più irrefrenabilità, più bagordigia e più prelibatezze noi, che i migliori alberghi cinquestelle di YaLong Bay. Quella zozza e ricca baia dietro l’angolo, al di là della cava di pietra del monte davanti, quello che esplodeva puntualmente la sera. Tutti quegli alberghi, destinazione di lusso per tristi e annoiati turisti russi che non sapevano come spendere i propri mazzi di soldi, dovevano essere cancellati. La vivevamo come una lotta di classe. Poveri e liberi contro ricchi e schiavi. Nella nostra ottica, quella di chi non aveva molto al di fuori della propria libertà di essere come vuole, i ricchi ci facevano pena. Erano anime più inquiete di noi, malate, strabiche di valori.

Mancavano ancora diversi giorni prima di porre il puntino finale sui lavori. Io e Sanwa avevamo scelto meticolosamente ogni singolo orpello o diadema che avrebbe dovuto abbellire il nostro bambino. Tazze tazzine, distillatori, bicchieri, bicchierini, moka (in un locale “italiano” non poteva certo mancare il caffè!) luci, tante luci. Luci in ferro battuto, lampadine ora tanto di moda, a mo’ di old factory, con cui avremmo fatto tendenza (anche le lampadine sono fonte d’illuminazione!). Infatti subito dopo la nostra inaugurazione, in tutti gli altri locali del paese, cominciarono a spuntare come funghi indovinate un po’? Lampadine e lampade old factory style! Avevamo un futuro come influenzatori di gusto lampadariesco!

In fine mancavano ancora i mobili e i letti a castello del secondo piano, quello che ci era costato tanta fatica e tanto amore. I dormitori nella jungla di bambù, quelli. Sanwa aveva scelto dei letti minimali in legno, su suggerimento di Jiya che, nonostante non si fosse impegnato molto, sempre impegnato in qualcosa di vago e giustificabile, riusciva sempre a intortare chiunque con le sue esigenze e i suoi affari, i suoi giri, i suoi amici, la sua risata stridula. Quando però era alle strette e agiva era velocissimo, efficientissimo e chirurgico. Sorprendentemente lucido e lasciava tutti con tanto di naso.

Comunque i letti, alcuni tavoli e il resto sarebbero arrivati solo dopo due o tre settimane. Dovevamo ordinarli e aspettare che venissero prodotti e poi spediti. Avevamo ancora tempo, quindi, di esprimere al meglio i nostri giorni, senza il sacramento del lavoro.

Fu così che io e Ajie decidemmo di partire. Maledizione e follia all’orizzonte.

“Chongqing è una municipalità della Cina centro-meridionale con una popolazione di circa 32.355.000 abitanti. Essa rappresenta una delle quattro municipalità autonome, parificate al livello provinciale, della Repubblica Popolare Cinese, delle quali, con 29.914.000 abitanti (dato 2010), è la più popolosa, oltre che la più estesa per superficie. Si stima che in essa ci siano circa 3 milioni di immigrati da altre province della repubblica senza permesso di soggiorno regolare. È considerata uno degli agglomerati urbani più grandi al mondo, con il totale degli abitanti ufficiali della municipalità conteggiato in quasi 29 milioni nel 2010, ma ritenuto oggi vicino ai 34 milioni di abitanti. Nel 1189 il principe Zhao Dun, della Dinastia…”.

“Ma che diavolo vai blaterando?” sbraitò Ajie girandosi di scatto con un nuvolone di fumo che gli abbraccio tutta la tempia e l’orecchio.

“Wikipedia! Scusa non stiamo andando a Chongqing? Davo un’occhiata giusto per vedere se eri preparato e poi, quanto mi piace infastidirti un po’!” dissi ridendo.

“Ma quanto sei… mmmm… lasciam perdere.”

“Piuttosto abbiamo preso tutto, Ajie?” chiesi chiudendo lo zaino. Volavamo leggeri.

“Tanto coraggio! E tu l’hai preso?”

“Preso!” risposi.

“Andiamo, allora?”.

“Andiamo!”.

Il volo tanto per cambiare era in ritardo. I voli da e per le isole sono sempre in ritardo, almeno da e per quell’isola.

Il nostro volo lo avevamo comprato all’ultimo momento, online, a un prezzo veramente stracciato, considerando che nessuno di noi navigava economicamente in buone acque fu un successone. Per quel che riguarda l’organizzazione del viaggio in sé, avremmo vagato, andando a trovare solo amici o amici di amici e, in caso, ne avremmo fatti di nuovi. Non saremmo certo andati negli alberghi. Era assolutamente fuori discussione. Non potevamo neanche permetterceli a dirla tutta. Così prendemmo gli ultimi biglietti del volo più scomodo e più economico disponibile, aspettandomi quasi un aereo monoala, con posti fronte wc, e via. L’importante era volare lontano.

Un volo diretto – signore e signori! – Sanya – Chongqing, in grande stile!

Prima destinazione sì, proprio Chongqing che, come avevo letto prima su Wikipedia, era davvero una cazzo di città.

Ajie ci era cresciuto, anche se proveniva da un piccolo paesino nelle immediate vicinanze dell’estrema periferia.

“Trentamilionidiabitanti!” gli ripetevo mentre aspettavamo seduti a terra che il display ci indicasse il gate e il momento dell’imbarco. “La mia Italia conta circa sessantamilioni di persone in tutto! E qui, ci sono città di metà Italia! Da diventare matti. Ma ti rendi conto?”.

“Mi rendo conto sì. Ci sono nato! E poi ci si chiede perché i cinesi sono completamente fuori di testa e non si sopportano più. E ti credo! Quando vedono una persona morire per strada sono quasi contenti. Meno uno!” rispose distratto e ironico come al solito.

Distratto sempre, ma non sempre per via dell’erba. Come Jiya, Ajie era un’anima in pena. Sempre alla ricerca di un senso più profondo, senso che andava ricercando tra gli oggetti e le manifestazioni visibili del quotidiano. Tra le corde del suo basso, tra le onde del mare e tra la gente. Si trovava a brancolare esattamente al confine tra Taoismo e Rastafarianesimo. Un unicum vagante, un Li XiaoLong, alias Bruce Lee, del XXI secolo, che aveva saputo svuotare la propria coppa da tutto il proprio dolore e da tutta la propria sofferenza, da tutti i preconcetti e dalle stronzate della società contemporanea assassina, occidentalmente cinese. Lui quella la conosceva bene. Era cresciuto sulla strada. Non aveva mai smesso di fluire, di scorrere, letteramente, per vedere e capire che forse alla fine non c’è proprio niente da capire. Accettava col sorriso. Aveva attraversato senza un renminbi in tasca tutte le regioni del centro e del sud-est, quelle a lui tanto care. “L’energia positiva è qui!” diceva. Le vibrazioni positive della Cina provengono da queste zone. Sichuan, Yunnan, Guizhou, Tibet. Posti poveri di monete, sì , ma estremamente ricchi di spirito, come l’Italia del Sud.

Ajie aveva vissuto sempre al limite, arrangiandosi, facendo mille lavori, anche il manovale, il contadino o il venditore di telefonini, perseguendo il suo sogno. La musica. E anche oggi, sperduto tra spiagge e monti, sarà nel suo giro in C, in B o in D. Ajie.

Mi aveva raccontato di aver mangiato, in alcuni periodi, solamente una tazza di riso in bianco al giorno. Di aver dormito in zone dove non c’erano vetri alle finestre e porte tra gli stipidi, anche d’inverno. Dove non c’era acqua corrente o energia elettrica. Nel Duemila del paese Made in China che produce i nostri bicchieri, bicchierini, piatti e piattini dell’IkEA (che ho visto fare con i miei occhi da ragazzini buttati a terra, d’inverno, senza riscaldamento, letteralmente coperti di polvere; mentre il boss, il capo snob della fabbrichetta, uscendo dalla sua scintillante Audi A6, con tanto di scarpe italiane, nuove di pacca, diceva “te le vendo a 1 euro!”. Prodotti, oggetti, che in Italia paghi 9,99 in offerta! E tutte le famigliole, la domenica pomeriggio, vanno a mangiarsi quei stramaledetti biscotti svedesi con questi cazzo di piattini, mortai o bicchierini, fatti là, da quelle piccole manine, da quelle anime distrutte! E allora ti vien da dire “Ficcatelarculo quell’euro!”, e così dissi!). Ajie era stato in paesini dove ci si spezza le mani per portare qualche radice sulla tavola assieme a un qualcos’altro, un po’ di cibo, che fa comunque piangere a dirlo.  Cibo benedetto!

Lo avevo conosciuto per caso un giorno a caso, mentre mangiavamo dei grandiosi zhajiangmian da JunJun. Non avete mai mangiato zhajiangmian  (noodles)? Mai mangiati i zhajiangmian  di Junjun? Non sapete cosa vi perdete! Se non siete schiacciati dalla vita, se non avete tutti questi conti da pagare, se non avete da rendicontare qualcosa a qualcuno, a un capo o a un superiore, a un socio o a una moglie, un marito, prendete il primo volo per Sanya. Andate a Houhai. Arrivati lì, non curatevi delle valigie, buttate tutto a terra, anzi non portatevele neanche le valigie, e cominciate a correre, gridando verso l’interno del paese, lungo l’unica via principale. Correte come pazzi, scrollatevi di dosso tutto e correte. Lì, sul lato sinistro, dopo circa a un terzo di strada, troverete un piccolo negozietto. In realtà non ha nulla di speciale e non è neanche un negozio, ma una casa su strada senza licenza, né contratto d’affitto. Ma fate attenzione perché non la vedrete se correte troppo veloce. È un posto tranquillo. Due piante all’ingresso, una a destra, una a sinistra. Quattro tavolini e, al centro, un fuoco che non c’è. Troverete probabilmente una bambina a giocare a terra. Sua figlia, con le treccine nere ai lati e con degli elastici rosa stretti come nei manga. Chiedete di JunJun, vi manda De Lu Fa.

Lui uscirà con un sorriso pacato e un movimento lento. Occhi marroni.

Misticismo del palato mischiato a schiaffi di cemento e succulentismo erotico, i suoi noodles. Non so come abbia fatto, ma ci ha anche ficcato dentro la tradizione, JunJun. Altra anima del sud che tutto ha fatto tranne rinnegare il proprio diritto a dire NO!

Alla propria libertà. Difficile farlo fratelli. È difficile farlo.

Proprio lì , incontrai per la prima volta Ajie. Era appena arrivato camminando dall’orizzonte con un cagnolino in braccio. A mo’ di Cristo che suona il sitar. Vestito ancora di polvere della strada e di città. Capelli lunghi, un cappellone sulla testa e un misto di sofferenza e speranza. Un orfano. Lui si può vedere di lato nel quadro dei mangiatori di patate di Van Gogh. È proprio lui. Facemmo subito amicizia.

Aveva un alone doppio. Nero e arancione, ma la società non le vuole vedere queste cose. Perciò shhhhhh! Ma questo lo sentiva lui stesso, e per questo non si fermava in nessun luogo, voleva scrollarsi di dosso il nero, il nerume, il petrolio-sangue che scorre nelle vene delle città: la disumanità. E finalmente lo stava perdendo, dopo due anni di surf, di oceano e di Houhai. Di musica e di follie clandestine, lungo la linea dove il tempo non esiste. Vivere la vita non è sopravvivere alla vita. Lo sapevamo, per questo lo facevamo. Irridendo il resto. Il cagnetto lo aveva chiamato Jita (Chitarra). Che carina mi saltava sempre addosso con quel suo pancino liscio.

Ben presto diventammo inseparabili. Ci ritrovavamo tutte le sere da LaoLi, nella casa blu d’angolo, o sul mio terrazzo, ma già da prima che arrivassero Lulu e MiaoMiao a farmi compagnia, già da prima lui era ospite fisso. Per ore e ore, per nottate intere, suonavamo un blues-reggae isolano. Ad ascoltarci c’era sempre la strega della casa del crocicchio davanti. Era ancora viva allora, e stava lì ad ascoltare tutto, nel buio. La strega, con gli occhi scintillanti come quelli di un gatto, mentre noi investigavamo il mistero in maniera dinamica, con la musica, lei ascoltava, e approvava.

Ajie coltivava erba sul terrazzo del palazzo di LaoLi. Loro si conoscevano già dai tempi di Chengdu, quando un giovanissimo lui era arrivato, scappando dalle campagne e dalla povertà, col sogno d’imbracciare la vita attraverso le quattro corde di un strumento musicale. Di un basso. Era anche un eccellente batterista, ma non lo sapeva ancora, né lo ammetteva se glielo dicevi. Così ogni sera fumando erba, facendo qualche trella, ascoltavamo l’oceano, meditando nel buio musicale delle nostre menti.

Le luci sviano lo sguardo, ne eravamo coscienti, basta leggere i grandi saggi o ascoltare le parole non parole dei testi sacri, antichi, di tutte le religioni. Poche luci, pochi rumori, introspezione. Meditazione. Pentimento. Di questo avevamo bisogno e questo cercavamo. Così semplice e così chiaro. E che cazzo!

Ma tutto questo ha un prezzo altissimo. La felicità ha un prezzo molto alto, prezzo che bisogna essere pronti a pagare se non si vuole rimanere ustionati.

Ajie dormiva da me. Appena arrivato a Houhai non aveva una casa, mentre io ne avevo una enorme e vuota, e la mia solitudine, in quel periodo, dopo che mia moglie se n’era andata, aiutava a vedere in profondità la gente. A vedere anche in loro quanta solitudine, questa zavorra, ci fosse e come fosse cinica e spietata con tutti. Con tutti noi. Mia moglie non poteva sopportare la vita libera. Desiderava la schiavitù di una vita pianificata, piatta, come l’elettrocardiogramma quando si muore morti all’anagrafe.

“Non mi dai sicurezza!” mi ripeteva. Ci credo! Del resto la vita stessa non ne dà a nessuno, soprattutto se la cerchi. E noi cercavamo cose differenti. Io volevo la scoperta, vederci chiaro, passare attraverso il cristallino dell’occhio di Dio! Non cercavo certo una sicurezza. Poi sicurezza di cosa? La sicurezza porta solo alla morte, unica cosa certa. E anche su questo De Lu Fa avrebbe da ridire.

Fatto sta che con tutte le stanze a disposizione, libere, Ajie preferiva comunque dormire sul pavimento. “Fa fresco a terra!” diceva. Ai piedi del mio letto. Eravamo Bonnie e Clyde e ci prendevamo sempre in giro.

“Ma il tuo maglione non te lo levi mai, DeLuFa, neanche per dormire?! Ah ah ah!”.

Parlava dei peli sul mio petto. E come si divertiva all’idea che fossi così peloso.

Loro, i cinesi, perlopiù non hanno peli, sono totalmente glabri. Eppure quanto piacevano i miei peli alle donne! Ma questo lo sapeva anche lui e, quando glielo ricordavo, rispondeva sempre con un “Puaff!”.

“O sbrigati cavolo! Hanno chiamato il nostro volo dai, è ora di andare!”. Disse preso da un modo di fare che non era il suo.

In un nano secondo eravamo già in piedi.

“Ora vedrai che schifo che fa la mia città! Ma un grande pregio ce l’ha, vedrai!”.

“E qual è?”risposi.

“Le donne più belle della Cina! Tante donne, fratello! La percentuale di belle donne più alta del Paese! Come anche a Chengdu” spiegò soddisfatto.

Decollammo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Cap 12.1

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Parte Prima – Capitolo 11

Mancava tutto. Dovevamo andare a Linwang.

Linwang è un piccolo paese a pochi chilometri di distanza dove spesso ci recavamo per fare acquisti meno essenziali rispetto a quelli che si potevano fare anche a Houhai. Il vecchio Li, il mio landlord, aveva uno dei più fiammanti tuc tuc del villaggio e noi, ogni qual volta lo incrociavamo per strada, lo chiamavamo per portarci in giro. Per lui era un vero motivo di vanto, così si mostrava sempre felicissimo di scarrozzarci a tutta velocità. Urlava come un matto, comicamente, urlava oltre ogni necessità comunicativa e uditiva, specialmente quando andava a tutta birra col suo bolide rosso con cappottina gialla che sembrava una dune buggy. Mangiava quel breve tratto di strada che dal nostro rifugio di vita portava al primo avamposto della civiltà.

Al centro di LinWang, destinazione mercato.

Che poltiglia di liquami c’era al suo interno! Il sangue dei maiali colava giù dai banchi di pietra e si mischiava all’acqua di mare e alle lacrime non viste dei pesci. Ma non importava, qui si poteva acquistare qualunque cosa, qualcunque tipo di frutto, qualunque tipo di verdura, di spezia, di pesce e di carne. Biciclette, fili elettrici, lampadari, scale estendibili, carte da parati, ruote, copertoni, spazzolini da denti, vestiti, estintori. Potevi anche comprarti una moglie, una donna, un uomo, un bambino. Non vi erano segni di Dio. Lui lì non c’era, si nascondeva, aveva debiti troppo alti. Nessuno gli faceva più credito.

“Eccoci qui! Vi aspetto dall’altra parte della strada ok?” disse Fratello Li sgommando a super velocità quasi impennando col suo trabiccolo rosso inferno.

Era sempre necessario accordarsi sul dove ritrovarsi, sarebbe stato difficile trovarsi altrimenti, perché era tutto un brulicare di tuc tuc guidati dai personaggi più improbabili. Facce arcimboldiane. Alcuni sembravano usciti direttamente dalla salita al calvario di Bosch, altri erano pupazzi cicciotti usciti dalle migliori opere di Brugel. Vi era anche un Botero e il leone del Mago di Oz. Altri avevano volti scavati dai secoli, seppur lontani dal freddo delle nevi fiamminghe, erano scavati dal vento e dal sole. La povertà è sempre la stessa.

Sebbene tutto, quei provetti viaggiatori del nulla erano sorridenti, apparivano veramente felici. Non possedevano nulla, se non l’ignoranza di chi conosce al massimo solo il limite della propria strada. Una lunga e rettilinea strada che univa Linwang con la provinciale e che arrivava massimo fino all’ospedale militare. Uno dei migliori della Cina. Sì, ebbè, perché lì non lontano aveva la villa di vacanza nientepocodimeno che il Sig. Hu JinTao, il Presidente. Se aveva una colica doveva pure potersi curare al meglio, no? Se facevi la strada quando arrivavi a un grande semaforo, dovevi giravi a destra e giù ad accelerare per una strada ad anello che attraversava campi incolti. Si potevano vedere solo delle vacche, un finto mulino a vento. Acquitrini estesi, ma questo solo dopo le pioggie. Qualche uccello simile agli aironi.

Il percorso era tutto un filare di palme che l’apparente velocità dei tuc tuc trasformavano in pennellate di colore verde e blu, con qualche spruzzo di bianco. I nuvoloni oceanici dietro il verde riempivano lo sfondo mettendo le cose finalmente in chiaro. “Tu sei qui. Tu sei mio! Quindi vai forte, vai veloce, respira!” sembravano dirci. E noi li ringraziavamo sempre. Bisogna sempre ringraziare le nuvole. Ah sì, poi c’era l’ospedale del Sig. Presidente.

“Che siamo venuti a prendere? L’hai fatta tu la lista della spesa LuLu?” gli dissi passeggiando tra i banconi del mercato.

E bisognava fare pure molta attenzione a non scivolare per il fango e la lordura. Qualcuno infatti aveva avuto la geniale idea di utilizzare similmarmo liscio per fare il pavimento e, non si sa come, solo noi, i surfisti, scivolavamo, tra gli sguardi divertiti e perplessi dei locali, tutti intenti a masticare, come al solito, qualche binglang.

“Sì, l’ho preparata io la lista. Ti cucino qualcosa di buono stasera ti va?”.

“E me lo chiedi pure? Grazieee certo che mi va!”.

LuLu era un grande cuoco. Non nasceva come chef, in realtà , a Chengdu gestiva una catena di autofficine. Fu costretto ad andarsene per motivi di salute. Il gran lavoro, il clima e lo stress lo stavano uccidendo piano piano, fisicamente e spiritualmente.

Si ammalò poi qualche anno più tardi, andando a finire purtroppo in dialisi. Un artista taoista, Lulu, e sapeva come mantenersi vivo.

“Ok allora ti faccio un MalaDoufu! (Tofu piccante) Visto che ti piace tanto! Poi ricordiamoci di passare dal corriere che MiaoMiao stava aspettando dei pacchi. Dovrebbero essere arrivati.”

“No problem.” risposi con l’acquolina in bocca.

Per me andava bene tutto quello che avrebbe cucinato, era veramente un cuoco eccezionale. Una delle tante tantissime qualità che purtroppo spesso vengono sprecate dall’incapacità della gente ad apprezzare gli altri.

Al mercato c’era la mia solita splendida ragazza. Era sempre là, all’ingresso. La venditrice di frutta. Ogni volta che potevo andavo da lei, anche fosse solo per due banane. La sua bellezza lo meritava. Sembrava una gazella etiope. Longilinea. Scavata in viso, anche lei dalla semplicità. Era una bellezza atemporale. Parlammo solo poche volte oltre il dovuto perché era molto timida, schivava sempre lo sguardo. Si difese dagli assalti di questo straniero impossibile da capire, oltre ogni lingua e oltre ogni gesto. Talvolta quando io e lei incrociavano gli intendimenti, inavvertitamente, arrossiva con un sorriso remissivo girando la testa. Guardava in basso cercando qualcosa o qualcuno, forse un perché proprio lei, o forse cercava la forza per guardare dritto nei miei occhi. Verdi. Un verde che lei conosceva solo per via degli alberi. In un mare di occhi neri. Era così bella, senza nulla da invidiare alle donne occidentali o a quelle di città. A quelle viziate, viziate dal piacere, che hanno dita di colore e capelli curati da centomilalire. Mi veniva da sorridere al pensiero di come a Roma non si possa più guardare, neanche innocentemente, una donna, senza ricevere sguardi di ghiaccio o di disprezzo. A Roma è tutto un “stronzo, cazzo te guardi?”.

Ma lei no. Lei era candida. Lei a me stronzo non me lo aveva mai detto neanche con lo sguardo. Muoveva leggermente le dita affusolate delle mani, agitata, in maniera innocente. Potevo quasi sentire il suo cuore battere più velocemente e la sua mente viaggiare e sognare un amore impossibile oltre ogni distanza siderea. Di quelli di cui si può scrivere storie nei libri. La mia splendida venditrice di frutta di LinWang! Che arrossiva per nascondere la proprià sessualità. Con un corpo scultoreo, ambrato e liscio, e due seni due capezzoli come chiodi su cui appendere banane in saldo. Sarebbero andate a ruba.

Linwang era il primo centro fuori Houhai che poteva essere considerato civiltà , distavano circa otto chilometri. Vi erano banche, la Posta di zona con dipendenti che se Kafka li avesse visti sarebbe scoppiato in una risata meritata, e c’erano le sedi di tutti i corrieri privati, che noi tutti utilizzavamo per comprare online prodotti introvabili sull’isola. Si usava Taobao (tipo Ebay). Era l’unico modo, in quell’angolo di terra per fare acquisti che non fossero cibo, sapone o carta igienica. Alcolici e sigarette e droghe, quelle si trovano ovunque in Cina così come negli angoli più sperduti di tutti i Paesi del mondo. Tutto era contraffatto chiaramente, con diverse qualità e livelli di contraffazione. Questioni di abilità e d’ingegno.

Dal mercato, se seguivi la strada verso Nord, non potevi andare molto lontano in tuc tuc. Erano piccoli e non avevano abbastanza autonomia. Oltre, vi era il nulla per chilometri e chilometri. Avevi bisogno di una macchina o di una moto o dovevi portarti taniche di benzina e, in meno di due ore, si poteva arrivare a Wanning. Un’inutile e grigia cittadina leggermente spostata verso l’interno rispetto all’Oceano, città che la municipalità stava cercando di promuovere internazionalmente come nuove destinazioni turistiche d’Asia. Il loro piano era trasformarle presto in una California del golf e del badmington! Immaginate spiagge tropicali destinate al badmington? Con tutto quel vento! Comunque se volete andare a giocare a Badmington là, dovete attraversare tutta Haitang Bay, Lingshui Bay, passando il tunnel che delimita la linea immaginaria che divide la zona climatica tropicale da quella subtropicale. Non di rado si percepisce una netta differenza di temperatura, come se quella linea immaginaria tagliasse col coltello l’aria e i flussi dei venti. Superato questo tunnel sai che manca ormai poco per arrivare alla rampante Riyue Bay (la Baia del Sole e della Luna), un’ampia linea di spiaggia intervallata da scogli e da baracche in legno. I locali s’impegnano a offrire tutto il possibile, perché sono ancora rari i turisti, e ancora pochi i surfisti, che si avventurano al centro della East Coast hainanese. Oltre all’oceano, non vi è ancora nulla. A parte il Badmington, il surf e le palme. Non lontano l’isola delle scimmie. Ma già ce n’erano tante in città, e tutte col telefonino in mano.

Il governo cinese stava sostenendo la promozione del surfing. Aveva captato alcuni segnali economici interessanti al riguardo. Avranno pensato, se si possono fare soldi perché no? Così erano riusciti a ospitare le finali del campionato del mondo professionistico di longboard. Decisione acclamata dai surfisti di tutto il mondo che, come si sa, cercano sempre nuovi spot e nuove destinazioni per colmare la loro inesauribile fame di avventura e di adrenalina. Adrenalina cinese.

Comunque, torniamo a noi.

“Avete fatto ragazzi?” chiese Fratello Li, urlando come se stesse già in piena corsa e il vento ci impedisse di sentire la sua voce.

“Sì sì, abbiamo fatto, possiamo andare” rispose divertito LuLu, mentre caricavamo le buste della spesa sul bolide che già ci attendeva raggiante di strada.

“ALLORA MONTANTE INSELLACHE SITORNAA CASAAA!!” continuando ad urlando come al solito.

Fratello Li era visibilmente orgoglioso, si vedeva. Quel trabiccolo dava da mangiare a tutta la sua famiglia, nipoti inclusi. Era uno che si barcamenava lui, che faceva tutto il necessario per guadagnare qualcosa in più, anche pochi spicci, quando non stava giocando a carte o a majiang nella sua bisca famigliare, ovviamente. Quella rimaneva sempre la sua migliore fonte di reddito e di divertimento.

Tornare al villaggio pieni di buste e di pacchi, ci dava come un senso di potenza, era come uno scrollarsi di dosso ogni volta la modernità. Ogni volta era un rafforzamento del nostro desiderio di abbandono, una potente presa di coscienza. Una riaffermazione del “Sì, lo voglio. Vi lascio! Ne sono consapevole, vado via! Preferisco la semplicità alla tracotanza dell’abbondanza che presto vi seppellirà tutti senza via di scampo, idioti!” . Ma provavo, comunque, un profondo senso di pena per tutti, noi inclusi.

Houhai, in un certo senso, stava subendo una vera invasione da parte di gente che abbandonava la vita moderna, che la pensava così. Un’invasione di emarginati – volendo -, ma comunque di artisti , di musicisti , di pensatori e di criminali. Tutti, serenamente, avevano come unico desiderio condividere uno spazio neutro, nuovo, dove non funzionassero le dinamiche, ormai immodificabili, dei grandi agglomerati umani. Dove potevano materializzare il miraggio di una nuova umanità. Houhai era l’isola che non c’è. Una terra di nessuno, la cui bellezza doveva e poteva rimanere libera, vergine dai possessi. Almeno fin quando qualcuno non avesse tanto avuto bisogno di quel lembo di terra, tanto da costruirci un nuovo mega centro commerciale, o uno sterminato villaggio vacanze per ricchi e stressati di città. Gli indemoniati.

Ai locali invece non interessava il possesso, erano troppo troppo scolpiti dall’interno del loro nulla, da poter capire e sviluppare un moderno concetto di avidità. Era una comunità in cui tutti conoscevano tutti, in un cui bisognava essere responsabili per il bene di tutti. Dove i figli, i bambini, per strada erano i figli di tutti. Era un posto in cui la strada maestra, uscendo dal paese, portava troppo lontano e secondo loro a niente d’importante.

Quella sera LuLu fece del suo meglio, preparandoci una cenetta che, come sempre, faceva sognare il palato. Mentre MiaoMiao, perfetta donna di casa, badava a tutto il resto. Una vera hainanese doc. Aveva sempre un sorriso raggiante, come solo chi è originario dei tropici può avere. Era nata e cresciuta tra i fiori e il mare. Piccolina di corporatura, emanava una possente energia positiva. I fiori con lei stavano bene, e anche noi. Si prendeva cura di tutti con amore floreale, come se ogni persona fosse un petalo, non solo un fiore, ma un singolo petalo di un singolo bocciolo.

MiaoMiao badava sempre a non far mancare sulla tavola un qualche incenso a bruciare, dei fiori, e si divertiva a fabbricare piccoli vasi e scatoline a mano, ridacchiando di gioia; usava tutto quello che riusciva a rimediare, riciclava tutto, in tutto vedeva bellezza e utilità.

Qualche tempo più tardi, quando seppi amaramente che LuLu era malato e che aveva dovuto abbandonare il nostro angolo di paradiso, perché non vi erano strutture adatte alle sue cure (anche il paradiso ha dei limiti), fui colto al cuore. MiaoMiao andò fortunatamente con lui e questo mi faceva stare meglio.

“De LuFa, come stai fratello?” così mi disse al telefono LuLu “ti devo dire una cosa. Io e MiaoMiao ci vogliamo sposare!”. Ero senza parole. Una splendida notizia. Cura d’amore per il suo tremendo male.

Oggi combatte in un qualche ospedale sichuanese e siamo rimasti d’accordo: quando ha voglia di vedermi basta girare la testa a Occidente, chiudere gli occhi e sorridere un po’. Allora io mi girerò a Oriente, dritto verso la luce del sol levante, verso di lui, e saremo vicini.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 11

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Parte Prima – Capitolo 8

Per il bancone Sanwa ed io eravamo d’accordo. Volevamo usare il legno. Non per una semplice motivazione estetica. Il bancone, dopotutto, è o non è il fulcro del bar? È o non è l’epicentro del cataclisma alcolico che avviene nell’anima del bevitore? Cosa dovevamo fare quindi? Non c’erano negozi di materiali nelle vicinanze e avremmo dovuto aspettare consegne, ecc. Ma eravamo in un villaggio di pescatori no?

“De Lu Fa, di che cosa sono fatte le barche?” chiese Sanwa.

“Be’ dipende. Alcune di resina, altre di legno, altre… boh” risposi bradipamente.

“Bravo! E sai cosa faremo noi? Noi andremo dai pescatori e con due soldi riusciremo sicuramente a prendere un po’ di legno e ci faremo il bancone! Loro hanno tanti rimasugli di antiche barche, di passerelle, e chissà cos’altro ancora, e sicuramente non ci fanno niente. Qui neanche ci accendi il fuoco l’inverno, fa caldo!”.

“Mi sembra un’ottima idea”. E lo era.

Mi strizzò l’occhio maldestramente felice della mia immediata e sincera approvazione. Una cosa però non avevamo preventivato, o almeno non lo avevo fatto io. Le tavole erano pazzescamente pesanti e molto sporche, incrostate di decenni di mare e di terra, di sabbia e chissà che altro ancora. Non ci volevamo neanche pensare. Lunghe anche a cinque metri ma, nonostante tutto, portarle sulle spalle era il massimo del pensiero della felicità. A mo’ di croci spezzate. Potevamo sporcarci di qualsiasi cosa, anche di letame, senza dover dare conto a nessuno se non a noi stessi. E in villaggio anche il letame non aveva più valenza di letame. Sì, era sporco, sì era disgustoso (alcune lo giuro, erano coperte di liquami oscuri!), ma noi ci giocavamo come pazzi. Eravamo tutto quello che volevamo essere, trasportatori di travi di legno dal passato, di croci coperte di letame.

Ma alla fine i pescatori ci gabbarono.

Seppur perfette per quel che dovevamo farci noi, Sanwa le pagò troppo e ne ebbe da dire per almeno una settimana.

Chissà come fanno i pescatori a sapere sempre tutto quel che devono sapere. Loro sapevano che quel legno era perfetto per noi. Loro che avevano visto tempeste lontane e tifoni memorabili sapevano che quei legni erano perfetti per il nostro bancone, così tirarono su il prezzo.

“La vedi quella roccia lì davanti” mi disse un’altra volta un pescatore locale, parlando un cinese mezzo cantonese. Bocca sdentata, occhi piccoli, guance rugose e arrossate dal sole.

Annuii.

“Ricordo quando venne il tifone più grande. Nella mia vita nulla può essere paragonato a quella potenza. Non ne ho mai visto uno più forte. Le onde superavano la roccia e si infrangevano al di qua! Era una cosa spaventosa! Ti rendi conto? Al di qua della roccia!”

“Saranno almeno cinque metri quel faraglione!”

“Anche di più, io direi otto metri. Pensa quindi quelle onde quanto erano grandi!”.

Tutto questo mentre Sanwa cercava di mercanteggiare con loro. E loro lo facevano apposta. “Queste travi hanno superato prove indicibili! Sono le migliori travi che puoi trovare sull’isola!” continuava il pescatore sdentato.

Fatto sta che alla fine le portammo a casa pagandole troppo.

Finalmente quelle travi diventarono poggiagomiti e scartavetrasogni da bar. Nel nostro bar. E che bar! Sembrava una nave sull’oceano più che un bar. Una nave che poteva ondeggiare a suon di vento e al suon di tutte le emozioni umane che lo attraversavano. Un avamposto. L’ultimo faro prima del nulla. Catalizzava energie sessuali, pulsioni intellettuali, mischiandole con semplice apatia e indifferenza. Sempre cara sia l’apatia a chi vuol creare bellezza! Dal vuoto viene il pieno, non viceversa.

“Sanwa, ora che le abbiamo prese, queste travi mi spieghi però come le portiamo su? Queste pesano! Mica vorrai farti quattro piano a piedi vero? E poi, non possono girare per le scale, sono troppo lunghe, dovremmo segarle prima. Sarebbe un peccato!”.

Mentre le movimentavamo avevo un cappello rosso, un bellissimo cappello rosso, perso poi nei flutti, in acqua, un giorno che onde particolarmente impegnative mi schiaffeggiavano particolarmente. Era uno dei più bei cappelli rossi che abbia mai visto. Piccolo e inadeguato per la mia testa e i miei capelli boccoluti. E nessun lupo di mare mi cercava per quel mio rossore in testa. Ero io il lupo e mi cercavo da solo affamato della carne della verità, non trovandola mai.

“Non preoccuparti per ora le mettiamo qui – rispose Sange indicando un posto subito sotto le finestre del piano terra- ho già comprato un montacarichi, sai, quello a bandiera! Dovrebbe arrivare tra un paio di giorni e nel frattempo il padrone di casa ci butterà sempre un occhio sulla legna così che nessuno gli venga in mente di portarsele via! Con tutto quello che ci sono costate?”

“Perfetto”.

“Così non appena arriva questo benedetto montacarichi lo possiamo montare fuori dal balcone di destra, là – indicandomi la posizione sul parapetto del piano attico – e dovremmo poter issarle tutte, una ad una, senza problemi. A turno andiamo su o stiamo giù. Tutto sta ad imbragare bene le travi!”.

“Ottimo!” riposi.

“Mi raccomando, quando giù ci sei tu, spostati da sotto mentre noi da sopra le solleviamo. Se cadono… sei fritto fratello!”.

Non c’è che dire aveva pensato bene tutto, anche al mio auspicabile schiacciamento con cappello rosso.

Due giorni dopo il montacarichi puntualmente arrivò. Se c’è una cosa meravigliosa della Cina è la velocità nelle consegne, la puntualità nel fare ciò che si è detto, i massaggi e i ravioli al vapore.
La ditta che consegnava era anche incaricata di istallarlo e così fecero, in men che non si dica, così, in giornata, iniziammo la delicatissima e chirurgica operazione di carico delle travi, dal piano terra al bar. Piano piano, una ad una, tutte furono prima assicurate al cavo di acciaio tramite un gancio massiccio e delle funi che dio solo sa dove erano state trovate e, senza particolari difficoltà, le innalzammo sino al quarto piano.

Frotte di bambini come libellule si divertivano ad additarci, neanche fossimo ingegneri egiziani impegnati nella realizzazione di una piramide o di un obelisco.

Nessuna trave uccise nessuno, né me, né i bambini, e neanche venne eliminata la signora del piano davanti che guardava curiosa, ogni tanto, tutte le nostre operazioni. Aveva uno sguardo assente, ma instancabile durante tutto il nostro lavoro di fissaggio e di carico. Forse non stava veramente osservando noi, si stava facendo semplicemente i fatti suoi alla finestra oppure era morta da tempo e imbalsamata apparendo solo quando qualcuno lavorava sotto la sua palma. Quale palma? C’era una vecchissima palma davanti al palazzo, proprio dove stavamo faticando col montacarichi. Era sempre stata là, evidentemente, prima delle costruzioni perché altissima. Era calma come una palma e mi aveva sempre colpito la sua possenza. Forse perché la palma è un tipo di albero che ho sempre ammirato e osservato su tutte le riviste di viaggio o di surf, sin da bambino. Le palme mi fanno sentire semplicemente bene.

Purtroppo le rovinammo alcuni rami. Me ne dispiacque molto, ma non sembrò soffrirne troppo. Ci era riconoscente del fatto che le volevamo bene. Comunque palma o non palma, la giornata fu lunga e dopo le operazioni di carico la signora sparì nuovamente. Non la vidi più, infatti.

Piallammo, pulimmo e scartavetrammo tutte le travi. Era come modellare corpi di antiche e splendide modelle. Come se in esse, l’essere antiche, l’esser vecchie e imponenti, sposasse perfettamente la natura della bellezza. Potevamo intravedere corpi statuari, mani nodose, seni e natiche grecoromane sopra ogni curva nascosta.

La più bella trave, la più aggraziata e regolare, cantava di gioia. Le sue porosità erano gioiose, come vestali ateniesi che si docciano al chiaro di luna. Sarebbe divenuta presto il nostro bancone, il luogo in cui le anime si incontravano la notte, strusciandosi le une nelle altre. Facendosi le fusa come i felini a Salomè.

Alcune avevano dei fori, dei buchi grandi circa come una nespola, probabili ferite da fuoco, colpi di lancia inferti ancora da un qualche Longino. Li riempimmo, curandole. Donando nuovamente continuità al loro flusso ligneo.

Anche noi ne avevamo bisogno, sapete? Dovevamo riempire tutti i nostri buchi, donare continuità al nostro flusso mentre il lavoro continuava fino a sera, ogni sera per diverse sere.

Sanwa era distrutto e anche io. Ma sentivo un’energia inestinguibile, come una cura. Come se la stanchezza che avvertivamo fosse solo un ricordo passato.

Quando col trapano mettemmo l’ultimo stop sull’ultima trave, l’intero locale tirò un lungo respiro liberatorio. Come una bolla che fa blop! Avevamo quasi completato il nostro progetto e tutto stava venendo esattamente come lo avevamo immaginato, e forse anche meglio.

Ogni nostro singolo pensiero, ogni vite inserita, ogni piallata data, ogni stuccatura erano scavo interiore. Infatti non ci sentivamo dei lavoratori, né eravamo degli operai, eravamo cavalieri estatici. Cavalli bradi che pascolavano sulla prateria del Dharma. Eravamo cavalcati dalle voci del destino. Altri nomi. Altri luoghi. Quaqquaqquà.

Ogni blocco di materia e ogni frangente di pensiero combaciavano perfettamente, e non potevamo sottrarci alla nostra opera-non opera di definizione. Avevamo un ruolo, quello del rabdomante, del mago che riesce a intendere la Natura, dopo anni e anni di praticantato silenzioso. Finalmente quasi riuscivamo a capire cosa volesse da noi il futuro, senza però comprenderne intellegibilmente il linguaggio. Il suo era un linguaggio non linguaggio, fatto semplicemente di significati e di significanti senza un codice specifico, con nessi non chiari, e noi intuivamo qualcosa senza riuscire a metterlo ancora pienamente a fuoco.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte 1 Capitolo 8

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Parte Prima – Capitolo 6

“DeLuFa, mi prepari il tuo special? Pleeease

“Allora ti piace, eh? Ma non avevi detto che era troppo dolce per te?”

“Dipende dalle circostanze. Me lo fai o no? Una volta tanto che ti chiedo quel tuo dannato cocktail fai pure l’ironico?” disse Elvis.

Elvis, eccone un altro! Che personaggio!

Sembrava uscito da una rivista di aste fallimentari, a fumetto. Personaggio incomprensibile da capire, specialmente forse descrivendolo in questo modo. Anche perché non ci sono riviste di aste fallimentari fatte a fumetto e così voi non avreste potuto quindi mai leggerne alcuna. Lui però era esattamente così. Un personaggio di una rivista che non esiste, un Dylan senza Dog. Un pechinese non pechinese. Non pechinese pechinese. Un perfetto cinese, perfettamente egocentrico. Ma era anche un tipo interessante, a suo modo, che ricercava fama e soddisfazione fino all’eccesso, per saziare la propria fame di attenzione. Questo gli aveva insegnato la buona scuola altolocata dell’alta borghesia pechinensis. Ma nonostante tutto eravamo amici io ed Elvis.

Lo chiamavamo TuYu (cioè pesce di terra. Avete mai visto voi un pesce di terra?). Un pechinese ricco, ma non troppo, agiato ma non troppo, uscito dalla facoltà di lettere della migliore università della capitale, poi messosi a rincorrere il sogno sino-americano: Arricchirsi, fare business, fare carriera, fottere più donne possibili, scalare la società fino a un’altezza non bene individuata. Indorare oltremodo il proprio bisogno narcisitico di pavoneggiante mandarinità . D’altronde erano quelli gli anni, proprio quelli. Non era colpa sua. Lui non sapeva di non saperlo.

La Cina e il primo decennio del Duemila. Una Cina paninara. Sì, paninarismo cinese, apoteosi dello yuppismo mondiale.

Nel suo scorrere d’acque, lo Yangtze continuava a fluire senza badare a spese, senza interessarsi al costo di sangue e di carne umani. I millenni di storia erano scolpiti nelle rughe dei contadini come dei gridi grigi. Poveramente. Nelle miniere le luci non si accendevano più. Un’unica grande coltre di buio copriva gli occhi di tutti. Sopra di tutti un silenzio plumbeo. Storia al passato che si ripeteva e che si perdeva sputata fuori dalle ciminiere delle fabbriche pesanti. Il mondo non poteva guardare, perché non sapeva più né cosa né dove guardare. Di millenni si ricopriva la storia, dimenticandosi di se stessa. Millenni. Uno a uno. Specialmente dopo infiniti anni dell’oscura rivoluzione culturale, quando non potevi fidarti di nessuno, quando non potevi incrociare lo sguardo inquisitorio né del tuo vicino né di tuo zio, quando per una fuga d’amore “la devi pagare!”, venivi rinchiuso in un Laogai, ai lavori forzati, forzatamente manipolato al grido “Zhonghua renmin gongheguo wanwansui!” (Lunga vita alla Repubblica Popolare Cinese!); dopo le riforme di Deng XiaoPing e del “suo” PCC, il PaeseCina, negli anni Ottanta, cominciò piano piano a cambiare, certo sì. Iniziò a industrializzarsi, a espandersi. I paesi videro cambiarsi d’aspetto, divenendo città, le città diventarono metropoli. Le metropoli divennero mostri pachidermici con la testa di squalo e milleuno denti che spuntano di continuo e non perdono mai la morsa. Non perdono mai un’anima, non una vittoria. E se questa è la visione passatami davanti agli occhi ora chiedo: di chi la sconfitta? Forse non tradurranno mai questo libro in cinese, ma dovranno farlo in tutte le lingue del mondo.

E se prima Pechino aveva una delle cinte murarie medievali meglio conservate del mondo… fu demolita. Si vedeva apparire l’ideogramma chai (abbattere-demolire) ovunque, su tutti i muri. Esso aveva il compito di cancellare non solo la memoria dei popoli, ma anche di creare una nuova percezione del mondo. Si sa che la percezione risiede nella memoria e nell’immaginazione della gente. Poteva non saperlo Mao?

E l’Occidente dov’era? Lasciò che tutto si compisse, mentre era ancora intento a contare i denari delle appena terminate guerre dell’oppio e di tutte le altre guerre che lo impegnavano. Noi occidentali, no. Non volevamo guardare. Non potevamo guardare. Non avevamo occhi per guardare, per vedere.

E loro? Loro dovevano solo pensare in grande, pensare in positivo. Tutti. E tutti, potevano far carriera ascoltando le pericolose direttive del partito. Tutti. Tanti. Milioni di bravi bambini, automi senza fegato e senza cervello, senza cuore e senza compassione, se formati a dovere, come doveva e come deve esser fatto, tutti potevano e possono manifestare, glorificare le cinque stelle della bandiera rossa, gridando su piazza Tiananmen l’inno nazionale. Tutti. E chissenefrega del millenovecentottantanove. Chissenefrega dei morti e di chi ha combattuto per un mondo e per una Cina migliori. “Noi siamo i figli della grande Cina! Del grande balzo in avanti!”, questo pensavano in molti. Qualcuno ancora lo pensa tutt’ora, tacendo. Accettano la volontà del partito, divenendone complici.

Mao aveva avuto una grande visione atemporale. Una visione che poteva essere tentata forse solo qualche decennio dopo. Quando la gente vestiva meglio, aveva toufu e mantou (pane cinese) da mangiare, erguotou (grappa) in gola e gli inverni facevano meno paura.

Eppure oggi la paura resta, là dove chi guarda non sa riconoscere un faro da una candela. In Cina, la notte resta notte, senza possibilità di luce alcuna.

Questa tabula rasa umana faceva male a vedersi. Guardarli negli occhi, talvolta, faceva male, sembrava di osservare lo sguardo vitreo di un cadavere di due giorni. Vedere i loro occhi piccoli serrati, come stretti dalla paura. Dalla paura di non dover guardare, dalla voglia di volersi nascondere, scappare, cambiare pelle, cambiare colore, cambiare il proprio destino.

In questo, io sguazzavo, mi muovevo, incolume e santo. Nuotavo tra le loro fisicità come a sinfonizzare un battito che non poteva essere percepito da nessuno e che pulsava, come un colore dimetiltriptaminico nella coscienza cosmica di un io che agonizzava di fronte alla fine dei mondi e la fine della specie umana.

Ma nonostante tutto questo mi frullasse per la testa, anche solo nel guardarlo negli occhi, eravamo amici io ed Elvis, come avete capito. Dal canto mio, gli avevo visto dentro, vedendo passione, ma anche paura e frustrazione. Paura di non sapere come cambiare, dove scappare, dove rifugiarsi. Come fare. Non sapeva più da dove veniva. Il suo Paese lo aveva ucciso, tradito, deportato, ghettizzato. Avevano massacrato tutti gli artisti, i dissidenti, i contrari alla linea politica. I grandi filosofi erano sepolti, vivi.

E che cosa c’entrava mai una linea di partito con la ricerca della perfezione dell’anima e dell’arte?

Mi raccomando non parlate di queste cose con un homo erectus con gli occhi a mandorla, specialmente se porta la divisa. Un semplice consiglio. A meno che non oliate per bene la loro comprensione con qualche bustarella sotto banco. Così la loro rabbia e incomprensione, il loro odio diventerà miracolosamente reverenza. Se già nel mondo l’oro compra quasi tutto, in Cina hanno già la quota di maggioranza dell’Inferno stesso! Certo non tutti i cinesi sono così , ma erano tutti così quelli che odiavo io e che odiava Elvis. Cinese contro cinesi. Erano tanti e tanti e noi, solo in due. Don Quiscotte e Sancio Panza isolani. Combattevamo mulini a vento psichici.

Elvis faceva parte di una delle più grandi società di finanziamento e incubazione di start up di Pechino. Incredibile. Sembrava una cosa interessante e utile, effettivamente lo era. “Non potrei mai farlo”, pensavo tra me e me quando ne parlavamo. “Specialmente non potrei mai lavorare in una società del genere con te come capo! Ti sfotterei di continuo!” gli dicevo.

E lui faceva finta di non badare quasi alla mia ironia. Captava dietro il velo dell’ironia che tutta questa spasmodica ricerca del denaro e del successo non erano poi tutto.

Non si sa come per vie traverse anche Elvis aveva trovato la strada per Houhai, quel microscopico paesino sull’oceano. Nessuno in Cina infatti lo conosceva. Lui che proveniva dalla capitale, quattro ore di aereo a nord, lui infatti aveva altre mire. La vita lo stava portando altrove. Investimenti, riunioni, meetingsS, macchine, cene… che noia mortale! Ma un giorno come un altro incontrò un altro suo destino. Non doveva essere quell’Elvis. No, no! Forse che l’energia cosmica di cui faceva parte avesse già programmato che lui, in quel determinato istante, avesse dovuto incontrarsi, incontrare se stesso. Attraverso me, uomo venuto dal Paeseitaldeitalia, perché a tali distanze anche l’Italia era solo un puntino lontano lontano.

Spunti di riflessione.

Non trovate che tutti noi, spesso, talmente concentrati su noi stessi, unidirezionalmente, perdiamo di vista l’oggettività del vivere? Che la vita non sia nostra, ma Nostra? Viviamo assieme, parti viventi dell’organismo vivente Vita.

Questo aveva intuito anche Elvis, questo si dimenava nelle sue vene, nelle mie viene e brancola in quelle di tutti. Questo dà vigore alla vita del tuo vicino, delle nostre madri, di una zebra che bruca nella savana o di un pulcino che dorme beato.

Per questo mi era subito piaciuto Pesce-di-terra, sì. Giovane, sbandato e convinto-nonconvinto della propria missione di ricchezza. Che lui confondeva con bellezza.

“Devo impegnarmi e fare tanti soldi quanti me ne bastano per andare in pensione a trent’anni! Ricorda DeLuFa, ho detto trent’anni!” soleva dirmi muovendo le dita come se fossero legate a pallottolieri invisibili. Aveva delle dita molto lunghe, da musicista.

“Sì sì, Pesce-di-Terra” gli ripetevo io per dargli soddisfazione sfottendolo un po’. “A quanti anni hai detto scusa?”

“A trent’anni, scemo che non sei altro!”

“A ok, scusami, a trent’anni! Ho capito, sì.”

Quello era il suo sogno espresso. Non parlava mai del suo sogno profondo. Quello inespresso. Sembrava non conoscere cosa volesse dire sognare con occhi liberi, con la mente sgombra, guardando l’orizzonte, facendosi attrarre dalle energie invisibili. Non riusciva a trovare pace nel dubbio e nell’imponderabile. Pace nel buio dell’incognito. Sapete? Quel sognare che risveglia dall’incubo di una vita non nostra, di una vita passata non capendo di cosa si è stati spettatori, neanche attori, ma solo sottopagate comparse.

Questa invece è la mia pace.

“Sai DeLuFa, sono il più giovane finanziatore cinese della storia!” andava sempre farneticando, non convincente ma convinto.

“Ma Tuyu (Pesce-di-Terra), sei un pesce felice?”

Questa semplice domanda lo lasciava di sasso e si metteva a ridere innervosito. Perché erano considerazioni sconnesse da tutte le sue elucubrazioni mentali. Quel che andava considerando era ben altro. La felicità? Seguire la felicità? Ma non sono i soldi la felicità? Ma come tutti dicono così!

Si aspettava probabilmente che lo adulassi o lo invidiassi. Ma non andò proprio così. Vedeva solo biasimo e tenerezza nei miei occhi.

No. Non lo invidiavo né disprezzavo. Non avrei potuto farlo, eravamo amici. Anzi, conoscevo bene l’inferno da cui proveniva: Pechino. Sapevo esattamente di quale animale stavamo parlando. Un animale senza collo, per far scendere i bocconi ancor più velocemente all’interno del proprio stomaco. Un pachiderma oscuro, coperto di placche d’oro: la capitale cinese del Mondo del Duemila! La capitale della fine del mondo!

Non potevo invidiarlo. Avevo un po’ pena per lui, ma non per quel che lui era, bensì per il liquido in cui era stato immerso una volta uscito dalla placenta materna.

Un mondo avvelenato, in cui ogni uomo non si riconosce più uomo. Nella capitale del nord. Vi siete mai chiesti perché moltissimi film apocalittici degli ultimi ventanni sono ambientati o rimandano al mondo orientale? Perché da lì, se non sapremo riprenderci, avrà inizio la fine di tutto.

E proprio in quell’immensità tropicale tutto diventava più chiaro.

L’allontanamento totale da ogni forma di cività e di società, almeno come l’intendiamo noi, rendeva manifesto il non manifesto. Quello che non può essere insegnato, solo esperito, e che può esser trasmesso attraverso il simbolo e il suono della parola. Il suono della parola, non la parola stessa. L’oltre-parola. Dove scorre questo reticolo d’energia che un giorno si rimanifestò davanti a noi, e all’oceano. Sulla sabbia calda, con il sole allo zenit.

Quel flusso sconquassava i contorni, attraverso la solida materia, e la spiaggia e il flusso e riflusso delle onde sulla battigia. Noi stessi ci percepivamo fluire, ne avevamo coscienza. Eravamo finalmente liberi. Sapete qual è la più erotizzante sensazione di libertà? Quando scopri che la materia non può fermare il tuo spirito. Conoscete questa sensazione? Certamente. L’abbiamo solamente dimenticata.

La temperatura corporea cambia, senti come venti freddi in gola, gelo là dove vi è calore e calore là dove vi è freddo. Senti un vento dentro che dall’interno esce e poi entra e ti porta avanti. Le gambe seguono, ti portano a casa. Nella tua attuale casa, verso la futura, verso la tua passata. In un cono di vita verso la luce e verso il buio.

Oltre.

“Sai cosa dovresti fare TuYu?” gli chiesi così su due piedi.

“Cosa?” rispose giocando con le dita sulla sabbia, guardando triste l’orizzonte.

“Dovresti fregartene un po’! Dovresti mollare tutto! Si fottano le aspettative! Si fottano le immagini riflesse di te! Si fotta il piano pensionistico!”

“Ma noi non abbiamo piani pensionistici!”

“Un motivo in più per fottersene!”

“Non capisco” rispose.

“Lascia perdere non è questo il punto!”, provando a spiegare.

“Devi lasciare andare tutto se vuoi essere veramente felice. Non puoi continuare a rincorrere un miraggio di vita che ci è stato inculcato poi chissà da chi e quando! Ma ci pensi? Milioni e milioni di persone, poi a Pechino o Shanghai non ne parliamo proprio! Ma anche a New York, a Parigi, a Roma… tutti ad inseguire un sogno, uno stile, un modo, una sola verità, che non è quella delle cose! Una verità che non è quella del mondo! Ma ci pensi Tuyu che non sei altro? E anche tu ti ritrovi a rincorrere i milioni! Ma milioni di che?”

“DeLuFa! – con la faccia imbronciata – Ma se non hai soldi come fai a campare, scusa? Io voglio essere libero, non voglio più lavorare, voglio godermi la vita, voglio vivere di musica. Voglio suonare, lo sai da quanti anni non tocco neanche più la mia amata chitarra! Non ho tempo per farlo!”. I suoi occhi si rigarono di commozione, di dolore.

Illusioni.

“Poi quando il mio autista viene a prendermi in ufficio…”

“Ancora con questa storia dell’autista! Ma lo sai che sei proprio un pallone gonfiato? Ti devi sempre fare grosso, ma sei solo un Pesce di Terra! Ah ah ah!”

“Cretino!” rispose indispettito e divertito. Avevo come la sensazione che a lui piacesse essere trattato finalmente per quel che era. Un giovane alla ricerca e non solo un finanziatore alla ribalta da cui forse si potevano scucire soldi, e il tanto bramato successo.

“Se mi fai finire di parlare…” continuò lui.

“Vai vai, continua, te lo concedo…” strizzandogli l’occhio, ma non lo vide.

“Quando sono in macchina…”, si fermò un attimo notando il mio sorrisetto smaliziato. “Ecco, ora va meglio?” lanciandomi un mucchio di sabbia in testa.

“Meglio! Meglio! Comunque se vuoi te lo faccio io l’autista sulle autostrade dell’infinito! Quelle che ti condurranno nel paese delle surfiste nude, dove le onde sono fatte di birra e le colline coperte di ganja e funghi psichedelici!”

“Ah” comicamente secco. “Comunque, quando sono in macchina e passo da un appuntamento a un altro, da una riunione a un’altra, da anni, per ricordarmi chi sono, per ricordarmi che voglio essere un chitarrista, apro e chiudo le mie mani, per allenarmi i tendini. Così quando riprenderò in mano la mia amata chitarra spagnola, prima o poi, non sarò così malmesso. Almeno le dita mi si muoveranno ancora basicamente bene!”, e cominciò a farmi vedere quel movimento. Aprendo e chiudendo le mani a pugno con una velocità impressionante. Quasi schizofrenica.

A dire il vero sembrava quasi un pazzo. Immaginate la scena. Dallo sguardo pazzo di un pazzo che guarda un altro pazzo e ognuno ha le proprie ragioni per pensare di avere ragione. Verità che si nasconde!

Sullo sfondo l’oceano stava a guardare e le palme occhieggiavano da dietro una linea di vegetazione bassa. Qualche fiore di stramonio si sentiva ridacchiare da sotto il palmeto. Certo non ridevano di lui, né di me. Ridevano di loro, di tutti quei morti che non sanno di essere morti e che si ostinano a distruggere la vita di chi vive e vuole continuare a farlo. I zombies sociali che comprano gelati nei centri commerciali vestiti da incontro galante, quando guardi gli occhi di lei, e lei guarda gli occhi di lui e in realtà sono entrambi depressi e non sanno che intanto farebbero bene prima ad amarsi un po’ per poi scoprirsi completamente ciechi e inconsapevoli di chi siano veramente.

Provai anche io a aprire e chiudere le mani alla sua velocità e intensità. Impossibile, eppure suonavo. Su doveva aver sofferto molto. Non avrei mai potuto batterlo a quel gioco dei pugni aperti pugni chiusi. Ci aveva buttato dentro tutta la sua frustrazione degli anni e l’anima si nascondeva sotto le unghie corte, con poco spazio.

“Capisco cosa intendi, TuYu. Ma quello che non capisco è perché perdere tempo. Perché ostinarsi a contribuire a questo sistema malato, contribuire alla sua maturazione che porta dritti alla fine. Perché continuare a incoraggiare giovani e meno giovani a produrre produrre produrre, mantenendo uno stile di vita che è inconciliabile con l’alito spirituale dell’uomo. Perché continuare a fare soldi fare soldi fare soldi per apparire apparire apparire. Ma non siete stanchi voi cinesi?”

“Be’…” non rispose, guardando il vuoto.

“Non che siate solo voi, per carità. Lo sai quanto io ami e odi la Cina! Altrimenti non sarei qui a parlare con te, un Pesce-di-Terra, in cinese, su di un’isola cinese, nel mare cinese a criticare il sistema cinese, o sbaglio? Mi farei i fatti miei. Solo chi ama grida, scalpita e si arrabbia! Solo chi ama ti cerca e ti dice le cose come stanno. Gli egoisti gongolano nel silenzio dell’invidia e nel freddume della vendetta, non trovi? Sbaglio?”

“Tu sbagli sempre DeLuFaaaa! ah! ah! ah!” scoppiando in una sana risata liberatoria.

“E meno male che sbaglio sempre! Ancor più meno male che io sia così cocciuto da continuare a parlare con te, altrimenti sarei già impazzito nel silenzio della mia mente sola!” risposi un po’ ansioso.

“Comunque quel che volevo dirti è questo. Al di là di tutti i miei errori, In fondo guardami. Non ho nulla, non sono nulla, non voglio veramente nulla! Anche se non ci credi questa è la verità! Non pretendo forse neanche di valere nulla. Vorrei solo svanire in una gioia sublimamente liquida! (cercando di fare gesti che potessero mettere in scena in qualche modo quel che stavo dicendo. Impossibile, ora lo so!) Guarda come sono felice oggi, qui ora, con te, su questa maledetta-benedetta spiaggia. Vecchio Tuyu che non sei altro! Che se guardi bene poi, questa non è neanche la più bella delle spiagge del mondo, ma è la nostra spiaggia. La spiaggia su cui siamo. Dentro cui siamo. La spiaggia siamo noi. E respiriamo pure questa dolce aria di mare, dopo una splendida surfata! E se non sappiamo surfare come sanno i pro, a noi che ci frega? Siamo qui. Capisci? Ci ha illuminato qualcosa. Eppure siamo lucidi! E quel qualcosa ha illuminato anche te, ora, te che non sai ancora di esserlo!”

“Esserlo cosa?”

“Illuminato!! E guarda come volano quei due uccelli. Perfetti. Sono perfetti!”

Mi guardava commosso.

“La perfezione è una scoperta! Paradossale, non trovi? Ti porta a scalare le più alte montagne, a superare deserti, ad attraversare le metropoli più lontane, a discutere coi matti, ti fa intrufolare nelle bische dei demoni, ti fa affrontare gli uragani, bivaccare coi ladri e gli assassini e poi, alla fine, dopo tutto questo infinito peregrinare, quando pensi proprio di aver perso completamente il lume della ragione e il senso stesso della vita, del vagare… capisci che era lì, proprio lì.. la perfezione era lì. Capisci? È sempre stata lì, ancora lo è, davanti a te, che ride! Senza parlare ti guarda con gli occhi di un bambino! Per questo noi dobbiamo combattere! ”

Mi guardava annuendo, cercando il significato segreto delle mie parole. Scrutava i lati dei miei occhi, cercando di capire se stessi mentendo o se lo stessi prendendo in giro. Ma il mio stile di vita era inconfutabile e tutti sanno che non sono un bravo attore (e neanche scrittore!). Da bravo cinese sapeva bene che le parole non hanno potere se non vengono seguite dall’azione e solo chi agisce ha il diritto di parlare. Gli altri be’, dovrebbero forse tacere.

“Molla tutto! Abbandona tutto quel che pensi di essere e diventa compiutamente te stesso! So che puoi farcela, anche perché ti vedo. Tu ce l’hai già fatta in realtà, non ti riesci solo a vedere!”.

“Ma io… e se tu fossi solo un pazzo?”

“Bene, allora potete anche bruciarmi! Ma penso che tu, nel tuo profondo, sappia già quel che vero da quel che non lo è . È che hai solo paura di farlo e di fallire, ma non si fallisce mai in una prospettiva infinita… o forse sì, hai ragione… sono solo un pazzo! ” Non rispose altro. Stemmo in silenzio.

Non so in realtà neanch’io perché dissi quelle parole. A che titolo poi mi arrogavo il diritto di farmi suo fantomatico guru. Già la mia testa mi gridava contro “Tu non sei il guru di nessuno, hai fallito tutta la tua vita, non hai una lira, non hai una famiglia e non una professione! Tu un guru? Ma fammi il piacere!”.

Io effetivamente non sapevo nulla, forse la mia mente aveva ragione. Avevo lasciato tutto e non avevo certezze. Io che sotto tanti punti di vista avevo veramente fallito. Avevo distrutto tutto, bruciato tutte mie piccole conquiste, quel che mi stava vicino per ricercare l’invisibilità e seguire un miraggio d’illuminazione. Ma poi che cos’è quest’illuminazione? Ma non ci avevano già scritto tutti? Eccone un altro.

Saranno stati gli occhi forse a convincerlo, l’intensità dello sguardo o forse qualcosa nascosto sotto la nostra spiaggia, un’antica runa extraterrestre a onde alfa?

Magari un ufo, un razzo spaziale emanava frequenze inintellegibili, invisibili ma efficaci. Onde che influenzano il nostro pensiero e che possono vedersi, svelarsi solo nel successo di chi ne ha subito l’influsso senza paura. Non so perché, ma sono sicuro che qualora esista quest’astronave, sia nel profondo del nostro essere. Sì. Noi siamo astronavi. O forse questi pensieri, tutto questo stream di coscienza era solo dovuto al vento tropicale, all’irrazionalità del mare, alla sua potenza? Niente veniva da me, ma siamo nulla se restiamo nel flusso del loro mondo, nel mondo dei morti al mondo.

Tutto era passato.

“Andiamo dai, è l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Torniamo a casa, e poi chissà che starà pensando Sange! Gli avevo detto che andavo a fare un bagnetto! Ancora dobbiamo finire la tettoia del terrazzo…”

“Non preoccuparti di quel vecchio lamentone. Guarda che onde, altro giro?”

“Lo so, fratello! Le vedo, ho le braccia a pezzi, abbiamo lavorato già tutta la mattina in ostello. Torniamo al tramonto. Ma andiamo a mangiare qualcosa ora, questo sole mi sta incocciando la testa”.

M’incamminai sulla spiaggia.

Lui non mi seguì.

“Oh, mbe’!”

“Vai tu, dai. Non preoccuparti. Voglio rimanere un poco solo qui a pensare”.

“Tutto ok?”

“Sì, non preoccuparti. Mai stato meglio.” Sorrise tristemente.

“Va bene, come preferisci, ma sbrigati che ti offro una birra!”

Haode” (va bene).

“Ok, wo zoule” (vado) presi la mia tavola, la misi sopra la testa per coprirmi dal sole e tornai a casa.

Era una splendida giornata. Un’altra splendida giornata. Le onde si ammalgamavano le une dentro le altre, sembravano impastare dolci salati liquidi, squisiti e nessuno era in acqua a mangiarne, nessuno che sapesse trovare la gioia dove la trovavamo noi. Ma forse era meglio così! Più onde per noi.

Acqua calda, libera, lì da sempre. Non per sempre.

E noi l’accarezzavamo se non con le dita col pensiero. Ancora come faccio ora.

Malinconia d’istanti, malinconia del sapere che la bellezza non dura per sempre, rimane, esiste sì, ma cambia. Trasmuta. Malinconia del sapere anime perdute e sofferenti di fronte a questo oceano di bellezza che tutti meritano, di cui non tutti sanno godere. Siamo avidi e non siamo tutti surfisti. D’altronde non tutti sono scivolatori di liquida divinità.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 6

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 5

Finalmente il camion, dopo una settimana d’attesa, arrivò.

Blu scuro, sgangherato e rugginoso, era uno dei camion più belli che avessi mai visto. L’autista masticava binglang, l’aiutante masticava binglang. Chiesi loro una binglang visto che ci aspettava un gran mazzo, almeno mi avrebbe dato un po’ di euforia durante la fatica. Dovevamo scaricare prima tutto il bambù e metterlo da qualche parte lungo la strada così da permettere loro di andare a casa. Poi dovevamo portarlo su, piano piano, smistandolo tra il secondo, il terzo e il al quarto piano della palazzina, dove poi ci avrebbe aspettato un altro gran mazzo: esaminarlo, selezionarlo, stoccarlo, riselezionarlo, pulirlo, segarlo, abbracciarlo. Volendo, anche baciarlo (io lo baciai, era splendido). Avete mai visto quanto è bello il bambù che arriva con guidatori strafatti di binglang in un perfetto ora? Non puoi non volergli bene a quel bambù, bambù sacro, e non puoi non volerlo baciare. Fu un lavoro duro e bellissimo.

“Dai Sange! Coraggio!! Ci penso io a quelle canne là! Quando non ce la fai più dimmelo che ti tiro appresso quell’altra catasta! ” per tirargli su il morale del lavoro. “Ma va va! DeeeLuuuuFaaaa!” con il suo solito accento sichuanese, lo stesso di MuMu, lo stesso di LaoLi.

Spostare bambù era un lavoro rumoroso.

Tutto il villaggio aveva infatti cominciato a curioseggiare attorno a questo straniero pazzo che masticava binglang, come facevano loro, e indicare quell’altro, il cinese, il forestiero del Sichuan, Sanwa, quello sempre con la faccia imbronciata.

Facevano sorridere gli anziani e rotolare a terra dalle risa i bambini più piccoli. Le ragazze invece guardavano i nostri muscoli tesi. Eravamo due Adoni, belli come il sole, in confronto ai piccoli uomini locali. Per lo più bassottelli, magri come chiodi con le pance gonfie di birra.

In tensione muscolare continua, il sudore colava luminoso sulla nostra pelle. I muscoli si ingrossavano, mentre noi potevamo sentirli diventare sempre più grandi, sempre più grandi. Avevo perso molti chili in quei giorni d’intenso lavoro, senza accorgermene.

I bambù in compenso stavano beati sul selciato, in attesa, asciutti. Lunghi, verdi gialli, sembravano non finire mai. Ed effettivamente non finivano mai! Ce n’erano sempre di altri, sempre di nuovi. Altri e altri ancora ne venivano scaricati di continuo dal cassone posteriore del camion blu ruggine.

Lunghi fino a cinque metri, avremmo potuto provare a iscriverci ad una gara di salto in alto, alle successive olimpiadi isolane. Ma non ci sono olimpiadi isolane ad Hainan e il nostro era un lavoro che nessuno mai avrebbe istituito o riconosciuto. Mai.
Ci sentivamo però carichi di energia e di volontà . Eravamo superuomini, con una forza mostruosa e non solo grazie alle binglang.

Non avevo mai pensato di poter avere una tale forza, eppure l’avevo, sorprendendomi. Quell’energia era sempre stata là, noi tutti l’abbiamo, ne sono certo.

In realtà non sentivo di star lavorando su dei bambù. Era come se gli stessi bambù non esistessero per nulla. Non c’era nessun bambù. Tutto era nella nostra mente. Stavamo usando il cuore, stavamo creando non solo qualcosa di materiale, manipolando la materia, ma soprattutto creando dall’immateriale un sogno. Attraverso i bambù i nostri sogni stavano divenendo realtà. L’ho visto. Questo abbiamo fatto. Così come quando decisi di abbandonare l’Italia anni e anni addietro, quando decisi di fare della mia vita poesia, non solo di scriverla. Queste cose tu già le sai. Io, dal canto mio, dovetti passarci attraverso per rendermene completamente conto.

Le giornate cominciavano tutte con uno splendido sole.

Sempre più vicini, lontani ancora quanto bastava, erano i monsoni, che da Maggio fino a Ottobre spirano in tutto l’arco di mare. Lo sanno bene i marinai.

Al risveglio, la prima cosa da farsi era gettare un occhio al mare. Alla grande Baia dell’Imperatrice, per vedere se il l’oceano regalava onde degne di essere amate SU-BI-TO. A discapito dei lavori di ristrutturazione del nostro piccolo ostello, ovviamente.

Dopodichè, prima di continuare un altro lungo giorno di lavoro, facevamo una ricca colazione da imperatori. Con Millemille calorie in un sol fiato. Frutta, frullati, miele, caffè, uova, marmellata.

Pensavamo di cavarcela in circa un mese di lavoro. Non dovevamo infatti smantellare o demolire nulla, la ristrutturazione non era strutturale. Ma quello era per noi il nostro mese titanico. Per noi era uno scavo, un continuo scavo, come un “om” piatto o un “hu” profondo. Dovevamo riuscire a cacciar fuori tutto quello che avevamo dentro. Anche solo tagliando, legando, lavorando delle semplici canne di bambù. Semplicemente così. Cavalcavamo questa tensione che a quelle bibliche latitudini raggiungeva apici di rispetto. Ci trovavamo, misteriosamente, come in un incrocio di linee invisibili, in un reticolo cosmico che sembrava donare equilibrio alla psiche collettiva. Lì dove il sole incontrava l’orizzonte a Oriente. L’ultimo lembo di terra d’Asia. Tutto poteva accadere. E noi dovevamo districarci in questa semplice e necessaria impresa reticolare per far sì che un mistero ci venisse rivelato. Una sorta di prova. Bisognava lavorare la materia e liberare energia e respiro.

E per tutte le notti a venire, e per quelle passate, se mi mettevo bene in ascolto di questa tensione, nessun suono si poteva sentire due volte uguale. Vi era però come una eco senza eco in un plasma solido che risuonava. Quello della vita. E così mi muovevo come un uomo-pesce ignaro di navigare in un oceano sterminato di luce. Quel che sto scrivendo è esattamente quel che era. Prendetemi alla lettera, capito?

Il piano terra (che in Cina è considerato primo piano) era, come avevamo spiegato, ancora abitato dai proprietari, e non potevamo toccarlo. Ogni volta che passavamo davanti il loro ingresso, sempre rigorosamente aperto, la famiglia era tranquilla, quasi anestetizzata. I bimbi giocavano senza giochi e la tv mandava a rotazione sempre gli stessi cartoni animati. Anche i loro personaggi erano molto gialli, come i bambini che s’intrattenevano a guardarli. O forse era solo il riflesso del sole sullo schermo della tv.

Il secondo piano (equivalente al nostro primo piano) era invece, come anticipato, a nostro uso e abuso e dovevamo renderlo quanto più selvaggio possibile. Sanwa, a cui era piaciuta la mia idea di creare due stanze dormitorio con i muri in bambù, era sempre più euforico, perché ora dovevamo realizzar tutto. Ci sarebbe così stato un un lungo corridoio centrale che sfociava poi, in fondo, direttamente su quel balcone posteriore. Quello che dava sull’orto di un vicino mai visto. Sulla sinistra già c’erano due ampie camerate con bagno e fortunatamente e non avevamo molto da fare. Avremmo successivamente solo dovuto montare dei letti a castello, in legno, come suggerito da Sange. Questo solo alla fine. Dettagli.

La prima cosa era procurarci metri e metri di corda di canapa per legare i singoli bambù, tagliati tutti alla stessa altezza (circa due metri e mezzo) per creare i muri a mo’ di fortino indiano. Dovevamo ricordarci di aprire due porte al loro interno, altrimenti nessuno sarebbe riuscito a entrare o uscire da queste gabbie.

Non avevo mai creato una parete né di bambù né di qualsiasi altro materiale, e all’inizio non fu per niente facile coordinarci o individuare il metodo corretto per legare le singole canne, fianco a fianco. Ma solo così avremmo avuto la nostra desiderata foresta, la nostra jungla privata.

Dovevamo riuscire a creare con gli oggetti, con gli odori dei materiali, un senso di vaghezza e di libertà insolite, un’immagine primordiale. Così come anche un’angoscia inspiegabile. Senso di timore iniziale. Specialmente nel buio della notte, quando qualcuno ci avrebbe dormito dentro. Volevo incanalare quel potere del fluire della natura, inserendolo negli strati della materia interna di un palazzo.

Al terzo piano (cioè al nostro secondo), invece, avremmo lasciato la struttura così com’era. Avevamo pur bisogno di un luogo in cui ritrovarsi e fingere di essere normali, oltre ancora, la zona comune del lounge bar del piano attico.

Volevamo lasciare dei divanetti appartati, dove la gente sbronza, le coppie, gli uomini e le donne, le droghe e l’alcol, potevano mischiarsi liberamente in un’unica placenta infernale. Paradisiaca. Il nostro paradiso d’intenti. Sì perché l’unico modo per acquistare coscienza era dimenticarsi di tutto e di tutti. Questo avevamo inconsciamente stabilito. Dal piano superiore, la musica si sarebbe irradiata in tutti gli angoli del terzo piano, creando lontananza e vicinanza. Risonanza. Suono plasmico.

Attutito.

L’attico lo avevamo lasciato per ultimo. Avevamo bisogno di ordine mentale. Avanzare di gradino in gradino.

Non so perché, ma Sanwa volle fare un pavimento rialzato sul lato destro dell’ingresso dell’ultimo piano. L’idea comunque m’intrigava. Cambiava la prospettiva visuale e le sensazioni di coloro che si rilassavano in quella zona. Specialmente per me che ero già diversamente alto, l’idea di vedere tutto da venti centimetri in più già mi piaceva.

Sange voleva far diventare quell’area, la sua zona preferita. La zona del tè, della meditazione e del fumo dei giorni di pioggia. E così fu.

Nei mesi a seguire ci riunivamo spesso là, gambe incrociate, per prendere decisioni, per fare i conti degli incassi, per parlare degli acquisti degli alcolici, decidere quasiasi cosa. E durante le notti temporalesche, ci davamo appuntamento per vedere un film su di una grande, grandissima televisione a schermo piatto treD che Jiya, l’altro nostro socio, aveva portato dal suo locale, in Mongolia Interna. Aveva fatto tutta quella strada da Hohhot fino a Sanya, in macchina. La bellezza di tremilacinquecento chilometri in un furgoncino malconcio, sporco della sabbia del Gobi. Incredibile come riuscì a rimanere insabbiato lungo l’intero tragitto. Sembrava pioggiarifrangente. Pulito da laogai (campi di concentramento cinesi). Ma forse la sua auto produceva sabbia. Ne fuoriusciva in continuazione da tutti i suoi interstizi meccanici e colon tubinici. Aveva portato la macchina tutto il tempo completamente strafatto di marijuana, guidando la sua mariamobile fluttuando sulla strada.

Era un tipo silenzioso, Jiya, ma gaudente. Acuto come solo un cavaliere di interminabili spazi mongoli può essere. Si affezionava alle cose, apparentemente meno alle persone. Forse perché le persone muoiono, mentre le cose deperiscono, e questa cosa lo faceva sentire meno tradito dalla vita. Avrei dovuto chiedergli di più . Avrei dovuto investigare meglio l’universo che gli balenava dentro. Era misterioso e non solo per via del THC che continuamente gli fluiva nelle vene e nel cervello.

Proveniva dalla regione autonoma della mongolia e, come anticipato, dal capoluogo, Hohhot. Lì , gestiva un locale underground, nascosto soprattutto dalla polizia e dal controllo locale. Il White Castle.

Avete mai visto un mongolo suonare l’ukulele e colpire i topi con punte di freccia da distanze di diversi metri, nella semi oscurità di un locale? Jiya si divertiva a farlo, per alzare le mani in segno di vittoria con l’espressione di John Belushi. Tutta la gente del locale lo acclamava, per poi rimettersi subito a bere al bancone.

Prima di lui avevo conosciuto già un mongolo, durante i miei giorni di Pechino. Quando studiavo alla BLCU, la Beijing Language and Culture University. Eravamo soliti ritrovarci con gli amici al BlaBla Bar, un locale per studenti, frequentato soprattutto da stranieri, da expats. Ma in quel periodo solevo sbronzarmi particolarmente con cinesi, coi coreani e, appunto, mongoli.

Proprio una volta venni semi-assalito da uno di loro solo per aver chiesto ingenuamente “quindi sai andare a cavallo?”. Mai porre questa domanda a un mongolo ubriaco. Mi salvai offrendogli due giri da bere. Cosa che apprezzò tantissimo e rimanemmo amici per anni.

Ho già detto che Jiya non rideva spesso. Anzi, si potrebbe quasi definire un tipo serio. Ma quando lo faceva, rideva di gusto, e a pieni polmoni. Era come se la risata scaturisse dal suo aver visto troppo del mondo. Come se si decidesse talvolta di prendersi delle pause e di lasciarsi alle spalle tutte le brutture che lo opprimevano, impedendogli il riso. Lui conosceva la bellezza del mondo, sapeva quanto fosse bello e come fosse necessario dimenticarsi di tutto, edonizzarsi. Imbestialirsi se necessario, per difendere il proprio io di bellezza. Aveva vagato molto per il suo deserto. Il Gobi. Sapeva uscire dagli schemi imposti, dalle aspettative degli altri e rendersi libero, come solo un cavaliere mongolo che cavalca nella steppa, che impugna l’arco e che libra la sua ultima, scintillante freccia nella tempesta, nel vento carico di elettricità e di sabbia, sapeva fare. Sabbia elettrica e schiocchi di freccia. Come resistere a tutto questo? Come non ascoltare il richiamo dell’ignoto? Come non ridere e non strafarsi al chiarore dell’enigma? Jiya era un illuminato.

La sua presa di coscienza era una conseguenza del suo avventurarsi nell’ignoto, dove tutto risiede. E Jiya lo sapeva. Lo aveva visto nelle notti nel deserto. Lo sapeva e per questo taceva. Spesso mi scrutava, abbassando leggermente gli angoli della bocca, in un’espressione mista di simpatia e odio. Di comprensione e minaccia.

Avrei dovuto guidare con lui lungo tutto il viaggio, aiutandolo a lasciare la scia di sabbia del suo furgone e far perdere le sue tracce alle brutture del passato, attraversando tutte le sterminate e malsane autostrade cinesi, dove si muore per troppo poco. Tanto, uno più, uno meno!

Ma Sanwa e io dovevamo andare avanti con i lavori e non potevo lasciarlo solo. Non avrebbe mai fatta in tempo per la stagione. Per quale stagione? Cosa voleva dire essere pronti per la stagione? Accogliere carovane di turisti o viaggiatori australiani, malesi o americani? Portare manager confusi e insolventi lungo spiagge desiderose d’amore? Dovevamo veramente aiutarli a giocare un gioco che non comprendevano ancora? Non importava, dovevamo andare avanti. Ce lo richiedeva la natura delle cose. Dovevamo vedere cosa sarebbe successo dopo. Non era una questione di soldi. O almeno non lo era per me. Non in quell’occasione. Non là. Rifuggivo il concetto stesso di denaro. Era come se scottasse nelle mie mani.

Ma come potevo insegnare, facendo surf, a rifuggire il denaro a chi invece costantemente lo rincorre per natura? Come trasmettere il senso profondo della libertà dalla ricchezza e dal possesso a chi non brama altro che ricchezza e possesso?

Dovevamo continuare a lavorare, a lavorare su noi stessi per regalarci al mondo e agli altri, tramite un sogno, ma forse stavo solo creando la storia di questo libro?

I tramonti scandivano la fine delle giornate di scavo spirituale e ci permettevano di abbandonare momentaneamente attrezzi e sudore, e di prepararci alla sera.

Sere fatte di corpi seminudi, di corpi semivestiti e di luccichìo di pelli, sudate e pronte ad afferrarsi, a strusciarsi l’un l’altra. Notti tropicali di liquidi corporei. Umidità corporea. Sangue e whisky, sudore e amore. Petto nudo, che non coprivo mai. Non coprendo mai il cuore.

Quando sul tardi ci ritrovavamo su, al quarto piano, tutto si faceva più chiaro. Dovevamo essere là per concepire un ideale. Per dare fisicità a un ideale. All’ideale della fratellanza universale, in un buco di straccio di terra, al confine dei mondi. Non è forse al confine che si delimitano i contorni? Non è forse al confine che tutto torna più chiaro? Al limite, al confine, alla fine abbiamo possibilità di guardare oltre e alle spalle, possiamo fare un passo in avanti o uno indietro, uno avanti, uno indietro, e se non abbiamo capito bene, se qualcosa non ci è chiaro… due avanti… o due indietro. Su quel limite siamo compagni degli amici e dei nemici, degli alieni e degli umani, si può diventare esploratori ed esplorati, Indiana Jones e arca perduta, lato oscuro e lato buono della forza. Il confine è sempre stato il punto in cui sono nato per essere. Senza vie di mezzo. Il confine. Confine degli eccessi.

Così cavalcavamo il confine della notte, il confine della vita, di una redenzione buia, nelle cavernosità delle possibilità. Cercavamo possibilità di vita, scandagliando il nostro malessere sociale. Eppure di avventura si trattava.

La più possente e totalizzante che si potesse fare. Con la propria vita, senza scherzi e senza mezze misure. Dovevamo fortificarci nel cambiamento! Potevamo farlo solo denudandola e plasmandola a somiglianza di quello che avevamo visto, soli nei nostri sogni più radiosi.

Tutti i cinesi che si trovavano con noi, gli stranieri, tutti i banditi o i diseredati, tutti erano alla ricerca di sé. Tutti, incluso Sanwa, che nonostante la sua scorza dura e inintellegibile di uomo di mondo, amabile, era anche un uomo pericoloso. Un serpente con il rossetto. Senza denti. Il veleno era a parte, in un barilotto, come fanno i cani sanbernardo che se la portano al collo, per usarlo con discrezione, non visti, senza mani, senza dita. Sanwa avrebbe potuto e saputo avvelenarci così , per lui sarebbe bastato poco. Cosa aspettarsi da un ex malavitoso?

Ma è pur vero che Sange ci stava provando a cambiare vita, come tutti noi. Stava provando a rinnovarsi l’anima. La sua non era quindi una semplice fuga sociale – non sperimentava neanche sostanze stupefacenti, gli bastava l’alcol – era un ricercatore lucido. Lucidamente spietato che, attraverso il lavoro fisico, il sudore, il non sapere, la scoperta, le onde e la potenza dell’oceano cercava di risorgere come una fenice tropicale, su di una tavola da surf o sulla sommità di una nave di bambù. A Houhai.

Ecco tutto già alle nostre spalle!

Certo non volevamo cambiare il mondo, come avremmo mai solo potuto pensarlo? Volevamo cambiare noi stessi, cambiare la prospettiva da cui guardavamo la vita e, magari, poi influenzare altri, avviare un movimento liberatorio. Volevamo mostrarci diversi, cambiati, avere riflessi di cambiamento su riflessi. D’altronde non potevamo insegnare nulla, potevamo solo scoprire connessioni, sincronicità, misteri, dettagli, indizi. Stavamo scroprendo di non sapere nulla, potevamo per questo solo continuare a imparare. In silenzio.

Ci vogliono comunità e silenzio.

Nuove comunità del silenzio, in cui gli uomini ritornino a conoscersi nome nome e non siano più alienati, diffidenti, deumanizzati. Poichè solo riuscendo a cambiare noi stessi, cambiando la nostra coscienza, potevamo veramente cambiare parte della marea di fatti umani che ci inglobavano. Dovevamo provare a creare quel che era dentro di noi. Il nostro mondo. Il nostro mondo, che è dentro di noi, quello che altrimenti come potremmo mai vedere? Che è dentro la nostra coscienza.

Dovevamo liberarci, in primis, dalla voglia di potere e di denaro. Perché le persone legate al potere esteriore sono le più spaventate dalla liberazione dell’estasi di una coscienza espansa? Perché forse sanno, forse hanno intuito o sentito che, una volta aperta quella porta, quella della coscienza profonda, l’unica conseguenza possibile è perdersi, perdere il significato dei punti cardinali. Tutto assume nuove accezioni, i significati mutano, il valore si ritrae. A questo punto non si può solo che rinunciare a tutto il potere e a tutto il denaro dietro cui, prima, tanto si nascondevano. Tronfi e
fagocitanti, impegnati in una ricerca cieca.

Senso unico ad andare! Signore e signori! Strada senza uscita! Prego, fate attenzione al gradino!

E noi? Noi ci eravamo già perduti, inesorabilmente. Sì, avevamo assolutamente dovuto ricercare le radici profonde del sé . Ma un momento. Forse che sia venuto un giorno da noi qualcuno a dirci di impegnarci in questa ricerca invisibile? Perché avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per cercare qualcosa che noi stessi e, probabilmente anche voi, non sappiamo ancora cosa sia? Che cos’è questo anelito che ondeggia dietro la linea dell’orizzonte visibile? Come un pendolo che va su e va giù e che ci ipnotizza, tentandoci.

Comunque ormai eravamo stati decici. Il che può sembrare strano, passivo o forse buffo. Ma in realtà, il nostro era un puro wuwei (un non agire) che si faceva azione nell’atto stesso di essere, contrapponendosi a tutto quello che non eravamo. Al nostro non-essere. Ci stavamo continuando a perdere o forse già avevamo iniziato a trovare qualcosa di noi? Stavamo demolendo o già costruivamo una nuova e incantata architettura di noi stessi?

Eravamo bambini in attesa della notte di Natale della coscienza, lavorando la materialità in attesa dell’epifania del nostro essere, ritrovato nel buco del culo del mondo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 5

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1