Parte Prima – Capitolo 8

Per il bancone Sanwa ed io eravamo d’accordo. Volevamo usare il legno. Non per una semplice motivazione estetica. Il bancone, dopotutto, è o non è il fulcro del bar? È o non è l’epicentro del cataclisma alcolico che avviene nell’anima del bevitore? Cosa dovevamo fare quindi? Non c’erano negozi di materiali nelle vicinanze e avremmo dovuto aspettare consegne, ecc. Ma eravamo in un villaggio di pescatori no?

“De Lu Fa, di che cosa sono fatte le barche?” chiese Sanwa.

“Be’ dipende. Alcune di resina, altre di legno, altre… boh” risposi bradipamente.

“Bravo! E sai cosa faremo noi? Noi andremo dai pescatori e con due soldi riusciremo sicuramente a prendere un po’ di legno e ci faremo il bancone! Loro hanno tanti rimasugli di antiche barche, di passerelle, e chissà cos’altro ancora, e sicuramente non ci fanno niente. Qui neanche ci accendi il fuoco l’inverno, fa caldo!”.

“Mi sembra un’ottima idea”. E lo era.

Mi strizzò l’occhio maldestramente felice della mia immediata e sincera approvazione. Una cosa però non avevamo preventivato, o almeno non lo avevo fatto io. Le tavole erano pazzescamente pesanti e molto sporche, incrostate di decenni di mare e di terra, di sabbia e chissà che altro ancora. Non ci volevamo neanche pensare. Lunghe anche a cinque metri ma, nonostante tutto, portarle sulle spalle era il massimo del pensiero della felicità. A mo’ di croci spezzate. Potevamo sporcarci di qualsiasi cosa, anche di letame, senza dover dare conto a nessuno se non a noi stessi. E in villaggio anche il letame non aveva più valenza di letame. Sì, era sporco, sì era disgustoso (alcune lo giuro, erano coperte di liquami oscuri!), ma noi ci giocavamo come pazzi. Eravamo tutto quello che volevamo essere, trasportatori di travi di legno dal passato, di croci coperte di letame.

Ma alla fine i pescatori ci gabbarono.

Seppur perfette per quel che dovevamo farci noi, Sanwa le pagò troppo e ne ebbe da dire per almeno una settimana.

Chissà come fanno i pescatori a sapere sempre tutto quel che devono sapere. Loro sapevano che quel legno era perfetto per noi. Loro che avevano visto tempeste lontane e tifoni memorabili sapevano che quei legni erano perfetti per il nostro bancone, così tirarono su il prezzo.

“La vedi quella roccia lì davanti” mi disse un’altra volta un pescatore locale, parlando un cinese mezzo cantonese. Bocca sdentata, occhi piccoli, guance rugose e arrossate dal sole.

Annuii.

“Ricordo quando venne il tifone più grande. Nella mia vita nulla può essere paragonato a quella potenza. Non ne ho mai visto uno più forte. Le onde superavano la roccia e si infrangevano al di qua! Era una cosa spaventosa! Ti rendi conto? Al di qua della roccia!”

“Saranno almeno cinque metri quel faraglione!”

“Anche di più, io direi otto metri. Pensa quindi quelle onde quanto erano grandi!”.

Tutto questo mentre Sanwa cercava di mercanteggiare con loro. E loro lo facevano apposta. “Queste travi hanno superato prove indicibili! Sono le migliori travi che puoi trovare sull’isola!” continuava il pescatore sdentato.

Fatto sta che alla fine le portammo a casa pagandole troppo.

Finalmente quelle travi diventarono poggiagomiti e scartavetrasogni da bar. Nel nostro bar. E che bar! Sembrava una nave sull’oceano più che un bar. Una nave che poteva ondeggiare a suon di vento e al suon di tutte le emozioni umane che lo attraversavano. Un avamposto. L’ultimo faro prima del nulla. Catalizzava energie sessuali, pulsioni intellettuali, mischiandole con semplice apatia e indifferenza. Sempre cara sia l’apatia a chi vuol creare bellezza! Dal vuoto viene il pieno, non viceversa.

“Sanwa, ora che le abbiamo prese, queste travi mi spieghi però come le portiamo su? Queste pesano! Mica vorrai farti quattro piano a piedi vero? E poi, non possono girare per le scale, sono troppo lunghe, dovremmo segarle prima. Sarebbe un peccato!”.

Mentre le movimentavamo avevo un cappello rosso, un bellissimo cappello rosso, perso poi nei flutti, in acqua, un giorno che onde particolarmente impegnative mi schiaffeggiavano particolarmente. Era uno dei più bei cappelli rossi che abbia mai visto. Piccolo e inadeguato per la mia testa e i miei capelli boccoluti. E nessun lupo di mare mi cercava per quel mio rossore in testa. Ero io il lupo e mi cercavo da solo affamato della carne della verità, non trovandola mai.

“Non preoccuparti per ora le mettiamo qui – rispose Sange indicando un posto subito sotto le finestre del piano terra- ho già comprato un montacarichi, sai, quello a bandiera! Dovrebbe arrivare tra un paio di giorni e nel frattempo il padrone di casa ci butterà sempre un occhio sulla legna così che nessuno gli venga in mente di portarsele via! Con tutto quello che ci sono costate?”

“Perfetto”.

“Così non appena arriva questo benedetto montacarichi lo possiamo montare fuori dal balcone di destra, là – indicandomi la posizione sul parapetto del piano attico – e dovremmo poter issarle tutte, una ad una, senza problemi. A turno andiamo su o stiamo giù. Tutto sta ad imbragare bene le travi!”.

“Ottimo!” riposi.

“Mi raccomando, quando giù ci sei tu, spostati da sotto mentre noi da sopra le solleviamo. Se cadono… sei fritto fratello!”.

Non c’è che dire aveva pensato bene tutto, anche al mio auspicabile schiacciamento con cappello rosso.

Due giorni dopo il montacarichi puntualmente arrivò. Se c’è una cosa meravigliosa della Cina è la velocità nelle consegne, la puntualità nel fare ciò che si è detto, i massaggi e i ravioli al vapore.
La ditta che consegnava era anche incaricata di istallarlo e così fecero, in men che non si dica, così, in giornata, iniziammo la delicatissima e chirurgica operazione di carico delle travi, dal piano terra al bar. Piano piano, una ad una, tutte furono prima assicurate al cavo di acciaio tramite un gancio massiccio e delle funi che dio solo sa dove erano state trovate e, senza particolari difficoltà, le innalzammo sino al quarto piano.

Frotte di bambini come libellule si divertivano ad additarci, neanche fossimo ingegneri egiziani impegnati nella realizzazione di una piramide o di un obelisco.

Nessuna trave uccise nessuno, né me, né i bambini, e neanche venne eliminata la signora del piano davanti che guardava curiosa, ogni tanto, tutte le nostre operazioni. Aveva uno sguardo assente, ma instancabile durante tutto il nostro lavoro di fissaggio e di carico. Forse non stava veramente osservando noi, si stava facendo semplicemente i fatti suoi alla finestra oppure era morta da tempo e imbalsamata apparendo solo quando qualcuno lavorava sotto la sua palma. Quale palma? C’era una vecchissima palma davanti al palazzo, proprio dove stavamo faticando col montacarichi. Era sempre stata là, evidentemente, prima delle costruzioni perché altissima. Era calma come una palma e mi aveva sempre colpito la sua possenza. Forse perché la palma è un tipo di albero che ho sempre ammirato e osservato su tutte le riviste di viaggio o di surf, sin da bambino. Le palme mi fanno sentire semplicemente bene.

Purtroppo le rovinammo alcuni rami. Me ne dispiacque molto, ma non sembrò soffrirne troppo. Ci era riconoscente del fatto che le volevamo bene. Comunque palma o non palma, la giornata fu lunga e dopo le operazioni di carico la signora sparì nuovamente. Non la vidi più, infatti.

Piallammo, pulimmo e scartavetrammo tutte le travi. Era come modellare corpi di antiche e splendide modelle. Come se in esse, l’essere antiche, l’esser vecchie e imponenti, sposasse perfettamente la natura della bellezza. Potevamo intravedere corpi statuari, mani nodose, seni e natiche grecoromane sopra ogni curva nascosta.

La più bella trave, la più aggraziata e regolare, cantava di gioia. Le sue porosità erano gioiose, come vestali ateniesi che si docciano al chiaro di luna. Sarebbe divenuta presto il nostro bancone, il luogo in cui le anime si incontravano la notte, strusciandosi le une nelle altre. Facendosi le fusa come i felini a Salomè.

Alcune avevano dei fori, dei buchi grandi circa come una nespola, probabili ferite da fuoco, colpi di lancia inferti ancora da un qualche Longino. Li riempimmo, curandole. Donando nuovamente continuità al loro flusso ligneo.

Anche noi ne avevamo bisogno, sapete? Dovevamo riempire tutti i nostri buchi, donare continuità al nostro flusso mentre il lavoro continuava fino a sera, ogni sera per diverse sere.

Sanwa era distrutto e anche io. Ma sentivo un’energia inestinguibile, come una cura. Come se la stanchezza che avvertivamo fosse solo un ricordo passato.

Quando col trapano mettemmo l’ultimo stop sull’ultima trave, l’intero locale tirò un lungo respiro liberatorio. Come una bolla che fa blop! Avevamo quasi completato il nostro progetto e tutto stava venendo esattamente come lo avevamo immaginato, e forse anche meglio.

Ogni nostro singolo pensiero, ogni vite inserita, ogni piallata data, ogni stuccatura erano scavo interiore. Infatti non ci sentivamo dei lavoratori, né eravamo degli operai, eravamo cavalieri estatici. Cavalli bradi che pascolavano sulla prateria del Dharma. Eravamo cavalcati dalle voci del destino. Altri nomi. Altri luoghi. Quaqquaqquà.

Ogni blocco di materia e ogni frangente di pensiero combaciavano perfettamente, e non potevamo sottrarci alla nostra opera-non opera di definizione. Avevamo un ruolo, quello del rabdomante, del mago che riesce a intendere la Natura, dopo anni e anni di praticantato silenzioso. Finalmente quasi riuscivamo a capire cosa volesse da noi il futuro, senza però comprenderne intellegibilmente il linguaggio. Il suo era un linguaggio non linguaggio, fatto semplicemente di significati e di significanti senza un codice specifico, con nessi non chiari, e noi intuivamo qualcosa senza riuscire a metterlo ancora pienamente a fuoco.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte 1 Capitolo 8

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Parte Prima – Capitolo 4

4.

Era ormai finito l’inverno e le giornate non sembravano né lunghe né corte. Non cambiavano mai, erano sempre inesauribili fonte di estasi e di oceanicità . Aspettavamo l’arrivo dei monsoni per fare finalmente un po’ di big surf.

Certo, non ero mai stato un grande rider, ma miglioravo di mese in mese e le onde, che un tempo sembravano troppo pericolose, si rivelavano essere domabili. Arrivai a cavalcarle con sempre maggiore sicurezza e godimento, con serenità.

Spiritualmente, già da tempo, mi sentivo risucchiato come in una voragine, in un grande enorme buco nero, della conoscenza e della percezione, e in questo il surf ha avuto sicuramente un ruolo fondamentale.

C’era un posto, uno spot, talmente nascosto che lo conoscevano già fin troppe persone. Si chiamava Matou, che vuol dire molo. Si attraversava tutto il paesino, ci volevano cinque minuti cinque d’orologio a piedi. A passo estasiato qualcosa in meno.

Vi erano due strade maestre che si incontravano amalgamandosi alle due estremità orientali del villaggio, formando un’ampia curva. Lì, era stato costruito il porticciolo, da cui, volendo, si poteva raggiungere l’unica meta un po’ commercialmente turistica e famosa della zona: un’isola artificiale di nome Wuzhizhou. C’è da ammettere però che la sua vegetazione lussureggiante, un po’ finta sì, come quasi tutto quel che viene toccato dalle mani cinesi, era affascinante. Avevano portato anche dei pavoni. Si poteva camminare nei tropicaleggianti giardini, accerchiati da fiori enormi, più grandi della faccia di un bambino di sette anni, come nel paradiso persiano. Rincorrevo i pavoni quando ci andavo. Il mitico re della Frigia, Mida, trasformava gli oggetti in oro, i cinesi trasformano la vita in plastica. C’è poi sempre chi dalla plastica riesce a ricavarne oro, ma queste sono altre storie e Mida non c’entra poi più niente. Non ci riguardano, né ci riguarderanno mai. Una mattina qualunque ci portai in visita il Sig. Cressi. Cressi, sì quello delle attrezzature subacquee. Voleva espandere il suo marchio in Cina. Non potevo investire una lira, non voleva investire un euro. Non se ne fece più nulla, ma vide anche lui i bei pavoni.

Tornando invece a Houhai.

Camminando verso est, si susseguivano casette a uno o massimo a due piani, curate nei minimi dettagli, considerata la povertà e la semplicità dei villeggianti. Se si voleva allungare la camminata di qualche minuto, con tavole da surf sotto braccio, passavamo a salutare l’unico tempietto sacro del villaggio.

Un Budda silenzioso, più povero dei tanti altri visti in giro per la Cina continentale, stava là, pasciuto, a guardare verso nord est il lunghissimo spiaggione di HaiTang bay. Non era importante quel Budda. Non vi erano molte candele, molti doni, la gente non aveva moltissimo da offrire. Quel poco che avevano era del pesce e qualche pollo, e preferivano mangiarseli a casa, ben stufati e ben conditi.
A Pechino, invece, i templi sono un po’ come le nostre chiese occidentali. Ricchi e prosperosi. Le statue sono elaborate, docciate e pronte alle cene serali e per i galà. Il tempietto di Houhai no. Era più una sorta di statuina di gesso poggiata su delle stecche di sigarette di contrabbando. Clandestine, americane, russe e finte marche cinesi. Con nomi improbabili. Tra tutte io compravo le più economiche. Le Zhongnanhai o le Hongta. Mi ci ero affezionato, e quelle io sottraevo al Budda, pagando gentilmente la vecchina che, masticando binglang, protendeva le mani alla ricerca dei miei soldi.

Shi kuai qian!” (dieci) diceva senza denti.

E subito faceva sparire i soldi in una tasca del proprio vestitino a fiori.

Le Zhongnanhai mi ricordavano il mio primo viaggio in Cina, nel duemilacinque, quando vagavo di notte per le stradine di Pingyao. Antico borgo medievale nel cuore della Cina centrale. Lì le assaggiai per la prima volta e le fumai durante tutto il viaggio, fino a Kaifeng e Dengfeng, antiche capitali del primo impero cinese, proseguendo verso sud si trova Shaolin e il suo tempio sacro.

Pagata la vecchietta si arrivava subito all’estremità est del villaggio. Attraversavamo un cumulo di detriti, impossibili da smaltire. O almeno così pensavo. Erano un rimasuglio di una qualche costruzione abbattuta nelle vicinanze, ormai non più visibile. Probabilmente dietro la stazione della polizia locale che era proprio lì davanti. Sicuramente la più fallimentare stazione di polizia dell’intero continente asiatico. Era proprio lì. La polizia locale l’aveva però decorata di semplice eleganza primordiale. Quindi sebbene fosse la più fallimentare, era anche uno dei più spensierati commissariati del mondo. Si poteva quasi pescare da dentro gli uffici. Bastava lanciare la lenza e abboccavano pesci, pescatori e surfisti con un grande “WAAA”.

Superata la polizia, con il suo grande stemma rosso a cinque stelle gialle, badando bene a non svegliare i poliziotti che riposavano buttati su alcune panche messe alla buona in giardino, e senza distrarre quei due che si mostravano impegnati in operazioni inintellegibili e delicatissime, si raggiungeva un piccolo cancello.

Ecco, al cancello invece bisognava fermarsi, perché sorvegliato da un soldato con tanto di fucile e cappellino militare come quello che si compra sulle bancarelle di tutto il mondo. Al Panjiayuan di Pechino (un mercato famoso) ce ne sono quanti ne vuoi, per la modica somma di trenta renminbi e ce ne sono anche a Portaportese.

Vi era affisso un cartello con su scritto “zona militare vietato il passaggio bla bla bla”.

Tutti annuivano, si grattavano la testa e poi passavano indifferenti.

“Ma com’è possibile che sia vietato il passaggio qui?”

“dice zona militare!”

“Zona militare della minchia, noi dobbiamo surfare! Basta con questa militarizzazione del mondo, basta con queste guerre, ma perché non danno un bel cannone d’erba ai soldati invece dei loro cannoni a lunga gittata? Perché non dotarli di un bel Gun (Tavola adatta alle onde giganti) invece di dare loro pistole e proiettili? Questo mondo va veramente all’incontrario, veramente all’incontrario! Combattere la guerra con la guerra, il militarismo con il militarismo! Puaff!”

Questi erano pressapoco i dialoghi che si facevamo ogni qual volta superavamo il cancello militare e guardavamo in faccia i soldati e le loro divise ridicole. Subito dopo tornavamo nuovamente ammantati dalla natura e dal mare. Si fottano i panzer, si fotta la guerra!

Perlopiù bastava essere disinvolti, essere cordiali, magari scambiare quattro chiacchiere con il soldato di turno, offrirgli un pacchetto di sigarette e solitamente la via era libera. Dargli considerazione e importanza. Era anche lui un giovane, probabilmente pensava alla sua ragazza, non aveva la minima intenzione di fare il piantone a un dannato cancello attraversato solo da surfisti capelloni scalzi. E magari sapeva pure che la sua lei lo tradiva con il suo migliore amico. O magari invece no, era un soldato perfettamente a suo agio e sentiva quella mansione, il suo ruolo, come fondamentale nell’ordine del Paese, della Nazione; nell’ordine delle cose. O che onore e che gioia delle madri e dei padri il giorno in cui aveva fatto il giuramento! Che onore essere un soldato in un mondo di guerre! Così come un becchino.

Il sentiero all’inizio tortuoso si faceva un po’ più largo, stiracchiandosi tra l’oceano, a sinistra, e una parete rocciosa e la natura, a destra. Bisognava praticamente girare attorno al promontorio che giaceva alle notre spalle. Quando bazzicavamo le viuzze e la spiaggia dell’Imperatrice, la mia casa, il Nanuna e il nostro palazzo con la terrazza astronomica, eravamo dall’altro lato del monte.

Qui, lungo il sentiero, il profumo della vegetazione era più intenso. Ogni volta mi ricordava gli odori, i profumi, gli aromi del nostro amato Mediterraneo. In particolare quelli della nostra terra di Sardegna. Con il suo mare ruggente, il maestrale e il mirto. Le dune di Piscinas, i suoi guadi, il suoi degradi. La sua semplicità. Amavo e amo la Sardegna, terra selvaggia e pura. Antica. La mia prima vera boccata di vita forse fu proprio là, durante una delle vacanze in famiglia, nell’Italia degli anni Ottanta, nell’Italia estiva, quella dei Righeira, di Gerry Calà e del sapore di mare. Quella degli italiani più felici, perché più innocenti. Più spensierati. Quando si aveva meno e si pretendeva meno. Si sognava di più . Oggi, chiudiamo i pugni e sbattendoli sui tavoli, sui professori e sul rispetto. Oggi, non si trovano più gli stessi i profumi. Così prendo lo zippo e accendo la mia malinconia.

Ma su quel francescano viottolo hainanese bastava, invece, chiudere gli occhi e, magicamente, eravamo a casa. A dodicimila chilometri di distanza. Ai tempi dell’università poi andavo spesso vicino Masua, Buggerru o Alghero. Sulla costa ovest sarda, dove soffia forte il maestrale. Oristano si diceva fosse troppo aggressivo, surfisticamente parlando. Troppo localismo. Si diceva. Non l’ho mai appurato. Credetti a una menzogna popolare, una diceria, pur di non affrontare le sue onde granitiche. Oggi ci andrei e so che sarebbe splendido. Ma da giovane ne avevo paura. Che brutta cosa la paura!

Amavo passeggiare, tavola sotto braccio in quella natura incontaminata, lungo quel viottolo sperduto nel profondo sud. Vento e mare ruggente. E quell’odore! Quell’odore dell’aria inconfondibile che mi aveva seguito sino in Oriente. Seguivo la strada che mi si presentava davanti quasi a naso e a orecchio. Seguivo i profumi e i suoni delle onde sulle rocce affioranti. Alcuni granchi, incauti, correvano al passare degli umani, per nascondersi tra gli scogli. La stradicciola serpeggiava tra massi enormi e qualche seminascosto rifugio militare. C’era un bunker. Ma shhhhhhhhhhh! Non si può dire. Al suo interno un odore nauseabondo ci impediva l’ingresso. Come se alcuni cadaveri giacessero là da tempo, aspettando nell’oscurità dei misteri della Cina Popolare.

Camminando lungo il sentiero, mi sentivo un uomo nuovo a ogni passo. Morto a me stesso, e vagavo come se il tempo si fosse inceppato, dimentico del fatto che dovesse continuare a scorrere.

Dietro una roccia enorme, alcuni pescatori avevano creato la propria dimora. Quando parlo di casa, non intendo quelle che possiamo vedere noi oggi in città. Quelle in cui siamo stretti tra pareti e tra lastre di materialità. Lì tutto era spirituale. Era facile sorvolare sopra qualche bruttura architetturale. Quella era la dimora di alcuni pescatori eremiti. Immancabili le mutande stese ad asciugare vicino a foglie di lattuga. Si potevano vedere una molletta, una mutanda, una molletta, una lattuga. Interessante composizione.

E la più bella onda dell’isola si strotolava, come una sottana di seta, sulla lasciva superficie dell’oceano, solo a pochi metri da quelle mollette. Era potente e dentata. Sicura di sé , permissiva e pericolosa. Come i reef indonesiani, distanti soltanto poche ore d’areo a sud.

Quell’onda poteva essere una delle più splendide esperienze della nostra vita. E lo è stata.

Una parete tubante e cristallina si apriva a pochi metri dalla spiaggia rocciosa, liberando entusiasmo incontrollabile in chi era pronto ad incontrarla senza paura, a cavalcarla, a prenderla a due braccia. Ad accettarla così com’era.

Si poteva vedere la gioia che sprizzava dall’onda quando le si remava incontro e ci si incuneava dentro con un duckdive (tecnica che serve per lasciarsi passare sopra l’onda in arrivo senza venirne schiacciati).

Per lei era un gioco quello di risvegliare la roccia e la barriera corallina sottostante, impatto dopo impatto d’acqua sull’acqua. Come le donne delle isole del Pacifico, che suonano la superficie del mare, creando melodie e canzoni ancestrali.

Quell’onda era da sempre stata là. Era il Michelangelo del mare. Scolpiva la pietra liberandola dall’esser pietra, donandole nuova forma e nuova inclinazione, nei secoli. E tutto per la felicità di quei pochi fortunati surfisti che ne potevano godere.

Ed era tutta nostra!

Avventurieri del Dharma anche noi in un parco giochi rinfrescante e rinvigorente, a portata di mano. Basta solo concederci di cedere qualche certezza, abbracciando le possibilità dell’andare, e farlo. Tutto così incredibilmente semplice, mistico. Indipendentemente dall’isola in cui si viva c’è sempre un’onda così che ti aspetta.

I giorni si alternavano lentamente.

Io e Sanwa avevamo oramai deciso di iniziare i lavori. E quanto prima. Dovevamo aspettare che il camion ci portasse il nostro ordine di bambù. Centinaia di canne da scaricare e portare su per le scale, a mano. Una ad una. Per cominciare a costruire il nostro nido delle aquile.

Sange era sicuro che nel giro di una settimana avremmo visto arrivare tutto il necessario, quindi potevamo dedicarci alle nostre attività principali: vivere più a pieno possibile, scrivere, suonare, fare qualche lezione di surf. Lentamente.

Da non molto era arrivato in paese un tipo enigmatico.

Un musicista rasta di Chengdu. La stessa città del Sichuan da cui proveniva Sange. Quando mi venne presentato Lao Li, questo era suo nome, portava un berretto rosso calzato stretto sulla testa e un paio di occhiali con le staghette verde pisello. Un sorriso stampato in faccia. Era un vero Rasta, perennemente nel mondo di Jah. Secco, leggermente incurvato in avanti, ma questo si poteva notare solamente se lo si osservava attentamente. E lui sapeva sempre quando era osservato.

Lao Li era un tipo saggio, cresciuto sulla strada tra mille difficoltà. Eppure si era fatto da solo, era diventato rispettabile. Tutti gli volevano bene, aveva sempre il sorriso ed emanava un’attenta positività.

Nella sua città aveva un live club, in cui tutte le band più in voga del momento, da tutte le parti del sud-ovest della Cina, andavano a esibirsi, e dove le jam session duravano tutta la notte fino al mattino. Il locale si chiamava Jiaba, anche per assonanza con Jah, termine utilizzato nel rastafarianesimo per indicare Dio.

Un Dio buono, come dovrebbe essere, dagli occhi rossi, rilassato.

Il Jiaba era un luogo di ritrovo di hippies, di vagabondi e di anime inquiete della notte cinese. Nel Jiaba potevi veramente incontrare di tutto. E ci circolava di tutto. Tutti i tipi di sostanze stupefacenti, tutte persone stupefacenti.

Potevi riconoscere in alcuni un alone opaco, in altri quasi un luccichìo delicato. Altri ancora erano come una voragine buia. Non emanavano luce, la risucchiavano. Come se la loro energia fosse bloccata e rinchiusa all’interno di una bolla. Intrappolati da tutti i pensieri negativi degli uomini della terra. Forse erano demoni alla ricerca di qualche preda in un’ennesima notte asiatica allo sbando?

Al Jiaba (che in cinese vuol dire anche “FamigliaPub” oltre che “pub di Jah”) tutti potevano riuscire a scrollarsi di dosso, almeno momentaneamente, tutta la magia nera che aleggiava nell’aria di quel Paese dannato. Era un posto per diseredati sociali e per combattenti del Dharma. Alcuni erano esseri consapevoli, altri meno, altri ingenui. Alcuni erano destinati a una brutta fine, gridando nelle fogne di una città che uccide inesorabilmente tutti gli spiriti deboli. Avevano la morte che gli camminava dietro, si nascondeva dietro gli alberi, di fronte al fiume Funan, proprio di fronte all’entrata. Là dove si fermavano anche i bikers. E non era veduta.

C’erano molte Harley e molte Jialing, una marca di moto cinese, divenuta iconica tra i più giovani e i ribelli del Paese. Sì, quella moto sapeva il fatto suo, tutta cromata. Uno spettacolo. Facile da cavalcare.

Anche Lao Li era al corrente dell’alone opaco che inglobava le anime di città, di quella città e di tutte quelle città dove il dio denaro prevale sul dio-vita. Così anche lui aveva deciso di abbandonare la metropoli, e continuare la sua ricerca, il suo percorso verso la tanto anelata libertà, verso la pura gioia di vivere pienamente. Questa gioia, su questo eravamo d’accordo, solo la natura può donarla. Le più grandi vette, la campagna silenziosa, il deserto, la steppa e, ovviamente, il mare.

E noi tutti dovremmo tornare al mare! Dovremmo guardare il mare! Dovremmo tornare a navigare! A viaggiare sulle sue acque. E dovremmo eliminare il termine turismo dai nostri vocabolari. Il turismo ha ucciso le culture, assottigliato l’empatia dei popoli. Non c’è cosa più nauseabonda di un turista, homo insipidens, che passa graffiando i luoghi con la sua noncuranza, tracotanza e cecità da pagatore di biglietti. Morti-viaggiatori!

E Lao Li aveva capito tutto, e aveva portato con sé la famiglia, la moglie e il figlio MuMu, un violento monello, cresciuto a boccate di smog e a morsi di cibo contaminato. Un piccoletto di cinque anni sempre rasato come un piccolo bodhisattva, e sempre arrabbiato come una Essesse. Parlava con un accento fortemente sichuanese che spesso dovevano tradurmi in mandarino. Non capivo quello diceva.

Deeee Luuu Faa shushu” (Zio De Lu Fa, così mi chiamava). Era così comico.

Mi voleva bene Mu Mu, e così io a lui.

La loro casa Lao li la fece blu. Di un blu intenso come il cielo. E ogni sera potevamo prendere gli strumenti musicali che aveva portato con sé dal continente e cominciavano jam infinite, sino a che non ci reggevamo quasi più in piedi. Passavamo dal blues al reggae al rock, intentando, creando una musica nuova e singolare. Un simil reggae-blues-surf-rock tra ispirazione taoistica e pragmatismo occidentale. Eravamo taoisti del beat. Nulla sapevamo, nulla volevamo, nulla pretendevamo, ci aprivamo solo a quello che d’immensamente impensabile poteva succedere giorno dopo giorno, istante dopo istante, in quella non-dimensione. Inventavamo nella semplicità più estrema, dimenandoci nella più imbarazzante felicità e goliardia. Fumavamo erba dalla mattina alla sera e se non lo si poteva fare per una qualche ragione, o perché non c’era più erba, a nessuno interessava. Avevamo l’oceano e la musica e la fantasia. Anche i nostri muri erano semplici. Vuoti. Non parlavano nessuna lingua nota. Erano muri felici di essere muri e di racchiuderci in un ambiente intimo. Erano felici di stare con noi, perché noi eravamo felici di essere lì con loro. Una reciprocità sentimentale con la materia che gli uomini possono e devono riscoprire. Con la materia e con gli oggetti. Nostri spazi di vita.

Nulla da dire, la casa di Lao Li divenne un secondo e nuovo Jiaba, Jiaba balneare. La spiaggia stava divenendo, finalmente anche in Cina, una via di fuga per chi voleva abbandonare città affumicate di smog e di egoismo.

E ben presto molti volevano venire a suonare, e investigare il tutto, nella nostra blue(s) house.

Davanti al mare.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 4

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Parte Prima – Capitolo 3.2

“Vieni DeLuFa, andiamo a vedere dentro, c’è tutto un terrazzo che dà verso l’interno, voglio mostrartelo, vorrei sapere cosa ne pensi” disse Sanwa, in tono pacato, invitandomi con le mani a entrare nella porta alle mie spalle.

Lasciammo il pianerottolo, entrando nell’appartamento.

Vi era un salone con una camera e un bagno interno. E poi un grande terrazzo che dominava i palazzi circostanti. Una scala di ferro blu conduceva al superattico. Un terrazzo, il più alto del paese, che dava su tutta la Baia dell’Imperatrice.

Eravamo pronti a esser lanciati in orbita da quella altezza. Da quell’angolo di mondo potevamo controllare il creato, come dal cuore delle piramidi i faraoni. Eravamo connessi. Immobili e fluttuanti. Connessi con tutte le specie animali, con l’anima del mondo. Si poteva vedere, prestando attenzione, un raggio di luce innalzarsi verso il cielo e sparire al di là delle nuvole, su e sempre più su, attraverso la via lattea verso l’infinito, fuori dalla nostra galassia. Quella piattaforma era come una radioricetrasmittente, e noi i navigator che ne governavano il codice. Eravamo in possesso del segreto. Ma non ce ne rendevamo conto, ci guardavamo attorno, entusiasti della visuale e dubbiosi su tutto ciò che era circostanziale.

Poteva andare bene quella location per la nostra attività?

Questo pensavamo. Sentivo di sì.

Senza dubbio nella mente di Sange, i primi pensieri non erano certo le interconnessioni planetarie e galattiche, l’energia che sviluppava la simmetria dell’edificio, la sua posizione energetica in connessione con i nostri poteri extrasensoriali. Lui voleva rientrare quanto prima del capitale investito e far girare la macchina il più velocemente possibile. Return on investment. Cominciare. Ingranare. Contare la grana. Potersi permettere di più. Di più di più.

Comprensibile, ma in un certo qual modo, da quel momento lui aveva anche a che fare con me. Con il suo imprevisto.

Lo guardavo, intendevo, non mi preoccupavo e sorridevo.

Volevo convogliare tutta l’energia possibile e trasferirla nell’etere. Fuorviare il volo degli aeroplani e influenzare quello dei uccelli.

Dal balcone superiore si poteva vedere la baia intera, davanti in prima fila c’erano solo alcune palazzine basse, adibite a piccoli ostelli, a surfhouse, alcune erano abitazioni private. C’era, come detto, anche la mia. La spiaggia, lunga un paio di chilometri, divideva la prima striscia di case da una natura incontaminata, un mare vivo e terribile. La corrente, specialmente durante i giorni di mare grosso, era micidiale. Non poche persone erano state risucchiate e risputate morte dall’Imperatrice, che come tutte le imperatrici cinesi, era vorace e assassina. Cixi non ha mai perdonato, e fa paura anche solo la sua memoria.

Sulla sinistra un masso, enorme, alto forse otto metri, divideva la linea immaginaria delle acque sicure con il mare aperto.

“Ricordo un enorme tifone, non so dire esattamente in che anno, forse ventanni fa… le onde superavano la roccia… erano terrificanti, forse dieci metri o più e noi tremavano al sol pensiero di trovarci a pochi metri dal punto d’urto… ma la mia casa era qui. Noi ne eravamo legati, ancoràti. Niente ci avrebbe staccato da questa spiaggia”. Così un anziano del villaggio, un mezzo uomo di potenza locale, ci raccontava, tra le sue tante storie, nell’afa serale.

In alcuni periodi dell’anno poi, le sere si facevano uggiose. L’umidità entrava come un serpente e s’insinuava ovunque. Bellissimo era allora passeggiare sulla spiaggia con l’oscurità, attraversare la baia fino all’altro lato, fino al buio più totale.

Il vecchio conosceva gli agenti atmosferici, il vento, l’oceano e il volo degli uccelli. Li manipolava quasi fossero oggetti nelle sue tasche. Sapeva curare con l’impressione delle mani malattie e dolori, aveva una conoscenza approfondita del corpo umano, dal punto di vista energetico. Eppure era solo un vecchio, con due cataratte fastidiose e un sorriso sdentato e arrossato. Aveva mangiato troppe binglang in gioventù e ancora ne mangiava. (la binglang è un frutto locale stimolante, energizzante, inebriante che, tradizionalmente, i locali masticano di continuo per succhiarne il succo rossastro. Per questo gli hainanesi hanno denti e lingue rosse e si possono vedere a terra, ovunque, a Sanya o nei paesi, una miriade di macchie rosse. I loro sputi. Miró style.)

Noi spesso ci ritrovavamo vicino a lui per sentirci raccontare storie di spiriti vaganti, leggende popolari, antiche. Nella bonaccia oscura della notte d’oriente.

Sembrava quasi di poter sentire il sospiro, il respiro degl spiriti vagare, lì a pochi passi da noi, nella nebbia. Percepivamo il loro volo sulla sabbia, tra le piante e la macchia bassa, tra lo stramonio e le palme inclinate dal vento.

Il mare qui non ha mai risparmiato la vita a chi ha dovuto strappare alla vita. Bambini innocenti, pronti ad affrontare il proprio destino, si sono abbandonati alle acque della baia e hanno lasciato entrare il sale nei polmoni. Hanno lasciato la corrente entrare nelle coronarie, si sono lasciati alla possenza delle onde, del vento e di quel mare, tra tutti i mari. Hanno navigato i loro spiriti in queste circostanze marine, giù , prima di sentirsi i polmoni totalmente invasi di liquido, e hanno visto con occhi vitrei nel buio dell’acqua notturna la morte. Hanno visto che li guardavamo dal futuro e sono rimasti incastrati, senza poter andar via. Visioni d’altri tempi-luogo, notti stellate d’Oriente, barlumi di stelle da sotto, dal di sotto, dalle profondità del mare.

Compagni di notti scalze

camminando su spiagge tropicali

a Sud, dove il Nord

non ha mai avuto il coraggio d’andare.

Dove la battigia rispende

i raggi lunari incandescenti

nascondono movenze, danze notturne.

Compagni di notti scalze nel Sud,

dove siete andati a finire?

Dove siete andati a finire?

Compagni!

I miei piedi sono ancora scalzi

e il mare ruggisce ancora

al mio tetro passaggio!

“Shhhhhh! Non far rumore! – continuava il vecchio – Se ascolti bene si sente. Shhhhhhh! Non senti? Sì! Sì! Si può sentire, specialmente nelle notti umide d’estate, quando la nebbia si abbassa e ricopre la baia, quando non si vede più la cava di pietra laggiù, si sente ancora a volte vicino, a volte lontano, il grido d’aiuto del fanciullo morto! Non senti? – Aiuto! Aiuto! Aiuto! – E a volte lui ti passa dietro l’orecchio come una leggera brezza nella notte, senza moto. Ti tremano le ossa, se sai di cosa sto parlando… e quel brivido che senti dentro è proprio lui che cerca un po’ di calore, nel tuo sangue!”. Così ci raccontava il vecchio del villaggio, mentre guardava a largo il mare, con occhi vitrei, occhi di cieco. E lui sapeva. Lui conosceva la magia dietro tutto.

Camminava lentamente e dolce tra le viuzze e le serrate scorciatoie tra le casupole del villaggio. Conosceva ogni candela su ogni davanzale e sugli altari. Sapeva ogni icona posta su ogni muro, ogni arbusto e fiore di ogni balcone e ogni angolo di muro. Saltellava agile, seppure avanti con gli anni, come uno sciamano nella foresta. Indirizzava le anime ai funerali, consolava i vivi, ignari del come e del vero dolore. Passavamo nottate, così ad ascoltare. Cercando di carpire i segni e i sensi che lui voleva, e poteva, comunicare.

Era di fisico modesto, corporatura dura, ma sinuosa. Capelli ispidi e radi al centro, occhi chiari, scavati dentro, da molto dentro. Piedi grandi, larghi, lunghi, senza peli, altrimenti avrebbe potuto essere un hobbit. I denti, tutti presenti, erano sempre pronti a mordere il pesce crudo, dal sangue bianco.

Continuavamo il giro di ricognizione all’interno della palazzina.

Lo spazio avantistante la scala, quella che portava al piano di sopra, al superatticissimo terrazzo d’osservazione astronomica, poteva essere utilizzato come pub senza ombra di dubbio. La tettoia era larga abbastanza per coprire il bancone, ma dovevamo allargarla un po’ per l’arrivo dei tifoni, altrimenti si sarebbe bruciata tutta l’apparecchiatura elettrica che avremmo messo sotto. Perché quando diluvia ad Hainan, Dio davvero la manda. E mi vien da sorridere oggi, camminando per la mia Roma, quando due gocce bloccano l’intera città. Due gocce, la città soccombe, e tutti devono comprirsi con gli ombrelli gridando “piove piove!”.

Davanti al bancone c’era spazio sufficiente per almeno sei tavolini e nelle giornate non piovose si potevano montare altrettanti ombrelloni; sulla sinistra, c’era un bel letto in legno, di quelli antichi, che solo sono a Houhai nelle catapecchie dei vecchi coloni pescatori cantonesi. Come quello fuori al pianerottolo e come quello che avevo messo a casa, sul terrazzo. Uno splendido divano letto con dipinto al centro un sole arancione e giallo, e con una serie di piccole onde spumeggianti ai lati. Di letti-meraviglia così se ne potevano ancora trovare, erano certo rimasti pochi, ma qualcuno aveva resistito al depredamento. Molti infatti erano stati acquistati da imprenditori senza scrupoli, pagati due soldi, e poi spediti in containerate nelle grandi città come Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong.

Pensare che i letti dei poveri andavano a finire sotto i culi dei ricchi, magari in un bistrot di design in centro città, dove si pagano migliaia e migliaia di renminbi per saziare la propria sete di vita, fa amaramente sorridere un po’. Fa un po’ rabbia.

Colletti bianchi e manager non capiscono. Non sentono. Ingurgitano. Un tempo sono stati umani, un giorno poi hanno avuto un dubbio e hanno perso il loro barlume di coscienza. Non ce l’hanno fatta a difendere la propria libertà, non ne hanno avuto il coraggio. Hanno ceduto alla mercificazione dell’economia planetaria imperante. O forse avevano un figlio, o magari no, magari ne desideravano uno. O magari avevano una moglie, o magari no, magari ne desideravano una. Avevano un mutuo che gli ha permesso di comprarsi una casa, o magari no, magari desideravano acquistarne una. Così hanno abbandonato l’umanità, convertendosi all’economia… acquistando, poi, i nostri letti in legno, quelli con le assi piene di spiriti degli antichi morti.

“Il non desiderare è il nostro miglior amico, amico mio! Dobbiamo lottare contro l’autodistruzione determinata da questo mondo folle! Dobbiamo proteggere la vita e il pianeta! Cosa c’è di più caro? Non ti è caro forse il nostro pianeta?”.

Questo talvolta andavamo dicendo con Qiuge, uno dei liberati. Uno dei risvegliati che si era convertito al mare e alla semplicità della vita. Era l’uomo più scalzo del paese. Non lo avevo mai visto portare né scarpe, né vestito. Solo boardshorts.

Questi meravigliosi letti, fatti a mano, se ne potevano acquistare per cinquecento renminbi, poco più di cinquanta euro. Veri affaroni se in buone condizioni. Ma di letti con un sole giallo e arancione e le onde srotolantisi ai suoi lati no. Di quelli no, ce n’era solo uno.

“Che ne dici allora, DeLuFa? Che te ne sembra?”

“Sanwa, questo posto è perfetto! – dissi d’istinto entusiasticamente – quando pensi che potremo incominciare? Quando ci mettiamo all’opera?” “Be, man, ma ancora non hai visto i piani di sotto!” rispose col suo solito fare annoiato. “Andiamo giù, ti mostro dove potremmo fare altre stanze. Questo sarà un ostello, non una tua postazione per guardare il mare e l’infinito! Certo, non ci saranno tantissime camere, ma magari ci viene qualche cosa in mente… e poi sei tu l’italiano, il creativo, no? Fatti venire un’idea”, sibilandomi le parole a mo’ di scherzosa sfida.

“Andiamo a dare un’occhiata dai, sicuramente qualcosa ci verrà in mente”.

Certo non avrei voluto tradire le sue aspettative.

Al piano terra conoscemmo il landlord, il proprietario della palazzina.

Un tipo strano. Un misto di uomo della frutta e uomo del ferro. Un venditore di ruggine. Sguardo torvo, denti rossi e sigaretta malconcia, perennemente accesa, anche quando in realtà sembrava spenta. Portava una maglietta bianca a strisce orizzontali arancioni, fitte sulla parte dello stomaco gonfio e diradantesi verso il petto e le spalle.
Questo lo faceva sembrare, data l’enorme pancione, un grande ananas. Anche se, effettivamente, sono conscio del fatto che non sembrasse assolutamente un ananas o almeno non a quelli che siamo abituati a conoscere noi. Le mie solite false attribuzioni nominali!

Il terzo piano invece era molto ampio, un doppio salone e una cucina, tre grandi camere da letto con bagno. C’era un balcone posteriore che dava su un orto retrostante, e su di un cortile interno. E poi palme e modeste palazzine sconclusionate, costruite senza nessun progetto razionalurbanistico. Questa la visuale. Misi le mani sulle anche, piatando bene i piedi a terra, guardando da destra a sinistra, come un uccello curioso. Cercavo qualche verme e mi piaceva farlo.

Le case erano tutte addossate le une alle altre, eppure distanti e distinte quanto bastava. La logica era differente rispetto ai modi di costruire tipici delle nostre città. Spesso i loro muri perimetrali si sfioravano formando angoli di trenta gradi, non toccandosi che per poche manciate di centimetri mal misurati. Solo i bambini, giocando a rincorrersi o a nascondino, potevano infilarsi in quegli interstizi. E poi gridarellando svanivano dietro pile di mattoni e navicelle di foglie di palma.

Canaletti in ogni bordostrada, per raccogliere la copiosa acqua piovana estiva, attendevano la stagione dei monsoni. Creavano solchi, come rughe nel selciato, delimitando proprietà e responsabilità. Mentre la spazzatura urbana riempiva sapientemente gli spazi, come a voler semplicemente donar colore, a mo’ di ornamento. Non c’erano soldi per abbellimenti che non fossero ricavati dal caso o dalla fantasia.

Ovunque vi erano reti di pescatori, reti e corde. Pesci e pesciolini erano incastrati ancora con lo sguardo vitreo di morte, sorpresi dalla luce di mezzogiorno.

I pescatori mettevano a essiccare il pesciolame raccolto, le seppie, i gamberoni, i pesci minuscoli e colorati, all’ingresso delle loro case.

Difficilmente sulle reti se ne vedevano di grandi, Quelli grandi erano più furbi e più lesti. Non si facevano prendere se non da pesci ancora più grandi dell’uomo. Di tutti però brillavano le squame al sole, lanciando segnali luminosi, come specchi mossi per codici morse. Era la loro resistenza estrema, la loro ribellione finale in una sinfonia di luce. Dall’angolo del pianeta Cina più isolato, più selvaggio, chiedevano vendetta. Vendetta di pesci. Vendetta di pesci morti.

“Andiamo a vedere il secondo piano, Sanwa, ho un’idea!” dissi .

Mi seguì senza far domande, solo con un cenno del capo come a dire, fai strada.

Il secondo piano era il mio preferito. Si trovava sotto il livello delle chiome delle palme, era quindi ombreggiato. Più fresco rispetto agli altri piani superiori.

L’idea era di rivestirlo di natura, di farlo fiorire dal di dentro, dargli un’anima. E l’anima risiede nella natura.

“Vedi Sange, qui potremmo fare una bella parete lunga, da qui a lì, fino a quello spigolo. Quanto saranno? Cinque metri? E poi ne potremmo fare un’altra ancora nella prossima sala, sempre sulla destra. Lì, vedi? Dopo la stanza centrale. Così possiamo ricavare altre due stanze dormitorio. Da questi due locali vuoti, inutilizzabili. Che ne dici? Potrebbero uscire fuori almeno altri dieci letti, magari mettiamo quelli a castello…”

“Be l’idea di ottimizzare gli spazi mi piace. E come vorresti farli questi muri scusa?” mi chiese meno assonnato.

“In bambù!”

“In bambù? Che cosa vuol dire in bambù? Che sei pazzo?”

“No, non lo sono. Scusa tu hai mai visto un locale interno fatto di pareti in bambù? Comunque qui ad Hainan, non ne ho ancora visti! Che ci vorrà mai, facciamoceli da soli!”

“Noi? Con questo caldo? Con quaranta gradi?” rispose Sanwa sorpreso ed eccitato.

“Sì, facciamolo noi! Lavoreremo qualche settimana, certo sarà un po’ faticoso, ma alla fine avremo trasferito una parte di noi al palazzo. La gente se ne accorgerà, lo avremo fatto noi, non comprato o acquistato. Ma lo avremo creato noi! A me me gusta a me me gusta!”.

Era un lavoraccio e questo lo sapeva. Ma dato l’entusiasmo, ero invece molto meno incline a percepire la fatica e la difficoltà pratica del progetto. Mi esaltava l’idea di lavorare con le mani il bambù. A Roma non capita tutti i giorni di poterlo fare. Non c’è bambù né ci sono mani interessate a lavorarlo.

“Non so, fammici pensare, bisogna anche calcolare quanto bambù ci vorrebbe e il suo costo. Certo verrebbe molto hawaiian style, molto surfy, molto hippie, sicuro! Come piace a te!” , rispose Sanwa.

“Esattamente! Potremmo riempire poi le pareti di foto, posters e immagini tropicali, di onde, di donne in bikini. Qui vedi mettiamo un bel poster di Jimi Hendrix o dei Grateful Dead, magari di Aoxomoxoa. The Endless Summer! Per forza! Devono stare qui, proprio qui!”.

“Fammici pensare. Per le foto non ci sono problemai, né fretta, ormai si trova tutto su internet – disse accendendosi una nuova sigaretta – . Sappi però che al piano di sotto la famiglia dei proprietari rimane. Non andranno via a breve, questo è quel che mi ha detto il capo. Secondo me non andranno via mai, a meno che non glielo compriamo il palazzo. Ma al momento la vedo difficile…”

“Già. Sai che figata se potessimo prendere anche il piano terra con il giardinetto posteriore? Mega sala relax, bar, surfshop, sala da tè, divanetti di canapa per fumatori di canapa, in serate di canapa, in un mondo tutto canapa-friendly.”

“La famiglia rimane, non vogliono andare via, questa è casa loro. Almeno per ora.” rispose Sanwa senza emozione. L’idea del surf shop gli piaceva però.

Avremmo avuto quindi i tre piani superiori della palazzina, al piano terra rimaneva la famiglia del proprietario. I bambini, sempre tranquilli e sorridenti, spuntavano come funghi, erano indecifrabilmente tanti, ma per fortuna tranquilli. Avevano a disposizione forse troppo ossigeno e soffrivano troppo il caldo. Qualcuno all’interno spesso imbracciava una chitarrina tipo ukulele che non sapeva suonar ancora bene.

Al piano terra, fuori il loro ingresso di casa vi erano sempre un paio di biciclette rotte. Sempre pronte a essere usate. Non sapendo di essere ormai inutilizzabili, languivano tristemente fuori. E poi c’era fumo, tanto fumo che proveniva dalla finestra della cucina. Non sembravano poterci essere conflittualità, anzi, era un viver sereno e quieto. Vita-ukulele. Una vita scandita al suono di un ukulele poteva mai suonare diversamente?

Le donne mi davano l’impressione che non gliene fregasse nulla di nulla. Se non erano impegnate a riposare, appoggiate un po’ qua un po’ là nei cortili, la siesta durante le ore di caldo era intoccabile, se non riposavano quindi, erano in cucina e lavoravano occhieggiando distrattamente quando passavamo, come a dire “Ma che vuò?”. Sorridevano sempre però. La loro attività principale, quasi regale, era lo spennar-polli. Noi arrivavano sempre precisi precisi, neanche lo facessimo apposta, al momento giusto per vedere l’ennesimo pollo venire spennato.

Un’altra cosa che mi colpiva incredibilmente era la pulizia interna delle loro case. Nonostante fuori ci fosse strada battuta, non asfaltata, e quindi, quasi sempre, fangosa. Sì, perché le lor signore avevano l’usanza di gettare secchiate e secchiate d’acqua in strada, ma sebbene questo, l’interno delle case, incluso il patio esterno, era sempre assolutamente luccicante. Lindo. Cristallino.

Era come se il vento non avesse autorizzazione a superare il confine natura-uomo e, benché meno, avesse il permesso di gettare granelli di polvere o di sabbia oltre quel confine immaginario, nelle loro case. Mi sono sempre chiesto come facessero a intimidire il vento. Non le vedevo mai piegate a spazzare o a stracciare il pavimento. Il vento doveva quindi aver paura di loro. Non potevano esserci altre spiegazioni logiche, non in quel luogo-non-luogo. Non a Houhai.

Toc Toc.

Qualche giorno più tardi Sanwa bussò alla mia porta di casa.

Aveva chiesto in giro circa il bambù. Era molto cinese in queste cose. Veloce, combattivo, “spietato”. Sapeva già prezzi, costi vari, trasporto, tempistiche. Tutto. Tutto combaciava con le sue idee di costi e tempi.

Hainan, d’altronde, isola tropicale, aveva bambù a carovanate. Non ne mancava di certo. Il trasporto, aveva scoperto, era veramente economico e veloce.

Ci guardammo un attimo dopo aver parlato e prendemmo la decisione di metterci all’opera, bevendo un tè .

Bambù ovunque: muri di bambù, bagni in bambù, bambù di bambù, letti ricoperti di bambù, paratie di bambù, bottiglie di bambù, porte vetrate di bambù, porte blindate difese da superfici di bambù .

Sognavo.

Lo avremmo dovuto fare così. Un romano in un paesino sperduto di mille anime pescatrici, palme ovunque, cielo azzurro, nuvole pesanti e gonfie di potenza celeste. Il vento doveva incanalarsi nelle canne di bambù che noi, come degli organisti, avremmo dovuto suonare. Quindi bambù a go-go. Concerti vermigli di bambù, come se non ci fosse un domani, in bambùlandia.

Volendo, potevo però concedere qua e là un po’ di legno a Sanwa. “Va bene, Sange, non c’è problema potrai avere il tuo bancone in legno. Certo… qualora dovessi cambiare idea, potremo sempre farlo in…”

“Bambù!” disse lui ridendo.

“Esattamente. In bambù.”

“Haha sei proprio matto tu” sono sicuro pensasse questo di me, a dire il vero lo pensavo anche io e lo pensavano anche gli altri. Forse anche tu che stai leggendo ora questo libro finalmente edito. A proposito in che anno siamo? Duemiladiciassette, Duemiladiciotto? Duemilaottantuno?

Volevo semplicemente cercar di dare l’impressione a noi tutti, che vivevamo là, e ai visitatori, di trovarsi in una foresta. Di trovarsi all’aperto anche quando erano al chiuso, nei dormitori del secondo piano, sdraiati sui letti.

Jungla. Foresta.

Sono sempre più convinto che l’uomo abbia ormai bisogno della jungla, della foresta. Che abbia sempre più bisogno di respirare l’umido del terreno e sporcarsi di humus e di foglie putrefatte. Che debba sentire il profumo del decomposto, l’incenso della resurrezione. Non si corre infatti pericoli se si abbandona tutto il resto. Non si possiede più nulla. Neanche più un’identità. Ma che c’entra questo con il bambù? C’entra. Il bambù c’entra sempre.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 3.2  

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 3.1

3.

“Ei Sanwa, che ne dici allora dell’idea del locale? Ci hai pensato?”

“Ci sto pensando DeLuFa. Direi che forse è arrivato per me il momento di buttarmi nuovamente nella mischia, di rimettermi in discussione. Intraprendere qualche nuova impresa, magari con un folle come te”.

Mi guardava.

“Vuoi quindi aprire un locale con me, tu dici, eh? Ne sei sicuro?” continuò.

“Ma questa domanda veramente te l’avevo fatta io!”.

Sorrise alzando una Qingdao.

Aspettò un attimo, mi guardò negli occhi, scrollando le spalle come a chiarire all’ambiente circostante la sua intenzione di stoccare nuove energie per il futuro:

“DE LU FAAA!” altisonò Sanwa “Rock and roll?”.

Era un sì.

“Troviamo il posto”.

“Sono sicuro, verrà il locale più forte di Hainan, passerà alla storia, ci siamo fratello! Questo è il momento, le congiunture ci sono tutte. Non lo senti nell’aria il richiamo dell’energia? Voi cinesi lo chiamate Qi, giusto? Be, chiamalo come preferisci, come vuoi, per me è un Dio cosmico. È qui intorno a noi e ci sta invitando a realizzare un punto algebrico, una piramide. Troveremo il posto come rabdomanti, ne sono sicuro. Se si seguono i soldi, si sarà solo trasmettitore di conti, debiti e crediti! E noi seguiremo invece l’energia per diventare trasmettitori di energia!”.

Sanwa mi guardava senza espressione, ma dentro era entusiasta, percepiva la carica. Allo stesso tempo era colpito da tanta ingenuità, candore plasmabile. Lui voleva aprire solamente un nuovo un locale, un ostello per giovani, non giovani, per chi volete, basta saldassero il conto al momento del check out, anzi meglio ancora se al check in. Voleva campare in qualche modo. Fare qualche soldo, insomma. Doveva anche mantenere una figlia e fottere la gente.

Ma lo vedevo, nonostante tutto voleva continuare a sentirsi libero, attivo e giovane. Sono convito, mentre facevamo quella storia, che quella storia già esistesse, noi dovevamo solo lasciarla affiorare. Come un pallone sott’acqua, trattenuto e poi rilasciato che inevitabilmente viene sospinto in alto dal Sig. Archimede in persona, con tanto di occhialetti e cuffietta. La nostra era una storia nella storia della Cina.

Il primo ostello, la prima comune surfistica cinese! Sentivamo di fare quel che dovevamo fare esattamente quando ci apparve il da farsi. D’innanzi, a mani alzate, lo potevamo vedere sbracciarsi come l’omino che, sulla pista d’atterraggio di un aereoporto, indica ai piloti direzioni e precedenze. Solo che la nostra era una pista destinata solo ai decolli. Nessun aereo scendeva, nessuno atterrava. Salivano tutti. Verticalmente anche. Shuttles mentali. Buddha-Cristo era uno gnomo alieno disceso dal cielo della profondità del cuore, su di un astronave invisibile, nascosta dietro ogni cometa, dietro ogni costellazione conosciuta e sconosciuta. Da qui, da Andromeda dall’infinità dell’essere ben oltre ancora. Ovunque.

Così, come ognuno di voi, come ognuno di noi, quando si crea la propria storia personale. Unica. Cementificata. Quando si crea la propria storia, come una tela di ragno, perfetta. Perfettamente la si può vedere intrecciare, tessere il fluire nel sospiro vitale del mondo. Non resta poi che osservarla andare via, lontano vicino, e turbinare come un coriandolo ghiacciato lanciato da un boingsettequattrosette a tutta velocità nella stratosfera. Vederla poeticamente espandersi e intrecciarsi. IN-TRE-CC-I-A-RSI.

“Sì, siamo flussi d’energia, Sanwa! Ma non lo senti? Come fai a non rendertene conto? Sarà il posto più cool e più TE che tu abbia mai realizzato!”.

Continuava ad annuire, come prima, guardandomi da sotto le folte sopracciglia. Un po’ titubava, ma seguiva. Aveva la tipica faccia da uomo cinese titubante a cui viene proposto di impazzire abbandonando la propria castrante cinesità. Eppure l’unico modo per abbandonare la propria terraferma, le proprie certezze, per creare, per dipartire verso una destinazione non chiara, alla scoperta di un sé di cui non si sa ancora nulla, è proprio impazzire, abbandonare le certezze. Fare altro, nuovo, andare alla scoperta!

Sanwa avrebbe dovuto proprio collaborare con uno straniero pazzo. Con un italiano. Sono strani gli italiani. Amano parlare, e spesso non realizzano le proprie intenzioni. Parlano, parlano. Questo lui lo sapeva. Era un uomo d’esperienza dopotutto. Per questo titubava.

Non sapeva se la mia fosse follia o se avessi una ricetta alchemica, magari fossi in possesso di coordinate segrete per raggiungere un’altra dimensione, un altro e un alto o profondo livello di consapevolezza, e sperava che lui avrebbe potuto utilizzare tutto questo, commercialmente. Ovvio, no? Pensava d’essere lui a ignorare l’esistenza di una nuova formula applicabile al suo contesto. Voleva di più e doveva osare.

Ci sono troppi forse nelle nostre menti, troppi ma e troppe paure. A volte basterebbe invece un semplice sì o un semplice no, ed ecco! Realizzarsi tutti i nostri sogni. Materializzarsi di fronte a noi. Quasi da soli. Bastano due lettere.

Sanwa non era uno stolto, lo sapevo, era un businessman cinese capace e ancora giovane e, una parte di lui, voleva credere ancora nella magia delle cose, alle possibilità infinite della vita. In un certo senso, era attratto dalla carica dell’idea, come chi si lascia sorprendere da una luce dopo tanto buio e stropiccia gli occhi istintivamente. Non è che non voglia vedere, non può vedere chiaramente. Almeno non subito. Inoltre era un surfista, dopotutto, stava imparando quindi a trattenere l’energia dell’acqua. Era uno dei pochi, pochissimi surfisti che avevano risposto al richiamo del mare, al richiamo delle onde. Dopo aver abbandonato la città, sapeva di dover abbandonare ogni modalità cittadinesca di pensiero, doveva staccarsi da ogni punto di riferimento strutturale. Le dinamiche della grande società, della grande città, non funzionano più quando si è in due, quando si è in quattro, quando si è in mille. Funzionano solo per fottere le masse e per distogliere gli uomini dall’essere uomini, le donne dall’esser madri e modelle di sé .

Sanwa e io ricercavamo spensieratezza e spontaneità. Immediatezza di vita. Volevamo deframmentare il velo davanti agli occhi e spiattellarlo ai quattro cantoni dell’angolo estremo di quel buco d’Asia. Magari da lì avrebbe raggiunto distanze incommensurabili. Cercavamo la resurrezione, senza conoscer nessun Dio, o senza almeno conoscerne il nome. Lui, Sanwa, pur rispettando e conoscendo fino ad allora, come unico maestro e signore, il dio di carta, quello che si piega in tasca e nei portafogli, il renminbi, lui voleva tentare un dio nuovo. Cambiare. Voleva convertire il proprio sistema operativo mentale, abbandonare il server del denaro imperante, acquattandosi nell’ultimo lembo di terra, l’ultimo promontorio, l’ultima baia della Repubblica Popolare Cinese e dire “sì, io credo!”.

Quella sera prendemmo solo qualche birra, al vecchio locale di Dahai. Quello sulla spiaggia, con le tavole da surf mezze rotte appese fuori. Sull’entrata di sotto, l’ingresso dalla duna. E sul muro Dahai aveva scritto a caratteri occidentali, in rosso: Impossible is nothing. Ci passavo davanti ogni giorno, con o senza tavola, con o senza trucco, con o senza amici al seguito. E quella scritta era diventata come un monito, un richiamo, una sicurezza. Mi invitava tutti i giorni a credere nell’invisibile. Credere in tutto quello che stanno cercando di sopprimere, di uccidere, di far estinguere. Dahai, in italiano vuol dire Grandemare.

Un altro personaggio mitico nella storia di Houhai. Rispettato e isolato, passava il tempo solo, a guardare il mare, silenzioso come sempre. Una persona di pochissime parole, abbronzato e scolpito dal vento in ogni fibra del suo corpo. Portava spesso un cappellino da baseball con la visiera girata dietro la testa. Aveva denti leggermente ingialliti dal fumo, enormi, e sorrideva sempre.

Originario del Dongbei, nord ovest cinese, quello povero. Molto povero.

Spesso andavamo da lui solamente per porgergli omaggio, non tanto per prendere una birra, anche se poi la prendevamo sempre.

Eravamo in pochi ad andare da lui, ma questo non gli interessava. Anzi meglio così. Bevevamo molto. Questo a lui invece interessava. E quando cominciava a salire l’effetto dell’alcol, talvolta lui si avvicinava al nostro tavolo. Prendevamo sempre il primo in fondo sulla destra della terrazza, davanti l’immensità del mare. Forse in tutto il pub ogni sera c’erano sì e no quattro persone. Da sfondo una immensa, sterminata, incommensurabile calma tropicale. Nessuna luce. Nera. Noi eravamo l’ultima luce prima della distesa buia dell’acqua, delle onde e del vento del Pacifico.

Avete mai sentito la calma tropicale entrarvi nelle vene?

Be’, specialmente se stai sorseggiando una birra ghiacciata, magari con le stelle sul capo e con il rumore dell’oceano di sottofondo lì, a pochi passi, ieri, oggi e domani, ve lo dico io cosa vuol dire sentire la calma tropicale nelle vene.

Vuol dire sgomento.

Vuol dire sgomento per tutto quello che giorno dopo giorno, nelle nostre vite cittadine, lasciamo andare, tutto quello a cui rinunciamo, che non tornerà mai più. Un senso di libertà e di incertezza tali da salire su per il ventre, come se avessimo dentro un alieno, un figlio, qualcosa che si muove e che vibra dicendo ancora, ancora, ancora!

Eppure tutti noi abbiamo una spiaggia, un luogo in cui dovremmo essere perfettamente presenti al momento, tutti noi abbiamo tramonti sui mari del sud o dell’ovest o dell’est. Tutti abbiamo momenti che non torneranno più, che dovremmo afferrare fino all’ultimo stridìo di strati di tempo e ciucciare alla goccia! Dobbiamo succhiarli questi momenti, resuscitano dai morti.

“Ah! Ah! Ah! Hai visto le previsioni Sange?” dissi sorseggiando la mia ennesima birra serale. Camicia aperta, scalzo, bello, me stesso. Ero il cane di un dio.

“No, ma non sei tu quello che smanetta sempre sui cellulari o sta davanti al computer? Non sei tu Mr. Chinasurfreport che dovebbe dire a noi cinesi come e quando arrivano le onde? Pensavo guardassi tu le previ, ma poi scusa, domani hai qualcosa da fare in particolare? Devi decidere se andare in città o cosa? Svegliati e vedi il mare com’è dalla finestra, no?”.

Aveva ragione.

“Lo so, vecchiume ambulante che non sei altro! L’ho chiesto solo per prepararmi emotivamente, altrimenti, se Magicseaweed dà belle onde per domani smetto di bere stasera. Così mi posso svegliare prima e fotterti tutte le onde migliori mentre tu dormi e scureggi ancora a letto, no? Leale, cristallino! Ah! Ah! Ah!” sorridendogli in faccia. “Ma va… dai, domani ci svegliamo presto e andiamo all’alba…”.

“Ma se sono già le due di notte! E poi lo dici sempre. Quand’è l’alba domani!?”

“E che ne so! Faceva molto western detto in quel modo, con la birra e la sigaretta in mano, guardami, guarda adesso… che te ne sembra?” mi diceva ubriachissimo.

“Sanwa, sei sbronzo!”

Sbofonchiò qualcosa sorseggiando ancora l’ultima goccia dalla bottiglia.

“Ei Fantastico, porti altre due di birre, per favore? Spasibo!” urlai.

“Subito ragazzi!”

Fantastico era un ragazzo di vicino Mosca, un kitesurfer veramente fuori di testa. Non poteva più vivere senza il mare e soprattutto senza vento tropicale. In Russia il vento certo non manca, ma mancano “l’umanità delle temperature” come diceva lui. Così si era trasferito a Houhai e faceva il barman sulla spiaggia. Felicemente senza fregarsene di niente. Il padre era un pilota della compagnia aerea russa. Non aveva particolari ambizioni se non quella di vivere alla grande e felicemente.

Parlava cinese e inglese anche se con un marcato accento russo. Era una bellezza d’anima. Per questo noi tutti lo chiamavano Fantastico. Perchè era semplicemente un tipo… Fantastico! Aveva inoltre le più ricercate raccolte di chillout music che avessi mai sentito. Il suo soprannome era perfetto, gli calzava a pennello. Non ho mai visto un individuo che lo eguagliasse in reattività, in felicità, in gioia di vivere, in sorriso. Era energia allo stato puro. Incontrollabile.

“Domani vieni a surfare con noi” gli chiesi non appena arrivò con le tre birre ghiacciate (ne prendeva sempre una in più per lui!).

Camminava perennemente scalzo, coi piedi finti a papera, come soleva fare lui, per divertirsi a fare il buffone. Gli piaceva farlo, gli metteva l’allegria.

E giù a ridere, ma non per sciocchezza, per stoltezza, era pura traboccante felicità. Per pura decisione di esser felice a tutti i costi. Come quando sei piccolo e ti guardano facendo bugi bugi bugi bugi ecco, lui aveva le stesse reazioni, senza bugi bugi bugi bugi. Ogni volta che serviva ai tavoli per il lui il mondo si fermava. Era il suo momento, il suo palcoscenico, e noi gli spettatori che lo osservavamo arrivare e sorridere di gioia. La vera gioia. Gioia scalza.

“Allora, che dici, Franceska?”, sedendosi vicino a noi.

“FrancescO!, in Italiano si dice Fra-nce-scO!” gli ripetei per la millesima volta, sottolineando la pronuncia unendo indice e pollice in un perfetto ok linguistico maniacale.

“Ah! ah! ah! Francesc….O! ah! ah! ah! In Russia si usa la A per i maschi, lo sai ormai, no?”

“Lascia perde, AndreY!” usando il suo vero nome, sottolineandone il peso semantico. Non penso lo colse e penso fosse anche stupido cercar di farglielo cogliere.

“Allora salute! Ganbei!”

Ganbei DeLufa, ma a che brindiamo?” chiese Sange.

“All’ADESSO, alla nostra vita assieme, fratelli, brindiamo all’adesso!”.

Gan” che in cinese letteralmente vuol dire bevituttodunfiato.

Gan, davvero?”

“Ah! ah! ah! daiiii! Jiayou! (coraggio!)” urlò ridendo Fantastico mentre mi guardava. Muoveva indietro la fronte, in alto in mento, come per incitarmi a bere tutta la bottiglia alla russa, appunto.

Li guardai, sorrisi un po’ “Gan!” e mandai giù tutta la nuova bottiglia di birra. Scendeva giù una bellezza, giù per la gola e dritta nel mio corpo. La sento ancora viva in me quella birra. Le sue molecole si fondevano alle mie divenendo per sempre vive in me. Navigheranno nelle mie vene per sempre. Proprio quella birra, proprio quelle molecole, di quella birra di quella notte.

E “Gan Gan Gan” ancora riecheggia nella mia mente il suono di quei sorrisi strappati al tempo, strappati a qualunque tempo, a qualunque modo d’essere, in qualunque posto del mondo, con mille sguardi e mille ancora. In quei Gan si proiettavano tutti i sorrisi e tutti gli sguardi degli uomini del mondo. Quanto splendore… Gan Gan Gan… via via sempre più velocemente fino all’essere una sola immagine fatta delle molteplici immagini dei volti umani del presente e del passato.

Eppure tutto passa.

“Andrè – dissi alla romana- vabbe dai, portamene un’altra… graziiiiieeee”

“ah! ah! ah!, ok FrancescA”, accentuando di nuovo la A.

Amavo quell’uomo.

 

Drin Drin Drin Driiiiin

“Sì?”

We’, DeLuFa!”. Era la voce di Sanwa.

Aveva il suo solito forte accento sichuanese scocciato, apparentemente assonnato. Sembrava sempre assonato per telefono. Incredibile, a qualunque ora del giorno e della notte. Anche quando non aveva minimamente sonno. Ma quando era al telefono cambiava la voce e il mood. Aveva sonno.

Wei Sanwa, che c’è?”

“DeLuFa, vuoi venire qui che sto facendo un sopralluogo al palazzo dove potremmo fare il locale. L’ho trovato, penso. Vieni! Voglio sentire la tua opinione. Sbrigati, sono qui…”

“Dove?” chiesi.

“…in quel palazzo davanti al Nanuna, quel palazzo alto sulla sinistra, con le tegole blu. Hai presente?”

Annuivo dall’altra parte della cornetta come se mi potesse vedere, poi dissi “Certo che ho presente lo vedo tutti i giorni. Sta davanti casa mia!”.

“Bene – sempre scocciato – vieni! Mi affaccio così mi vedi e sali, ora siamo sul rooftop, qui pensavo potremmo fare il bar!”

“Ok, due minuti, e arrivo!”

Hao, ok, hao (bene, ok, bene)”. Attaccò.

 

Mi sciacquai la faccia, bagnai i capelli, legai l’elastico dei miei boardshorts e presi la strada per il Nanuna. Percorsi neanche trenta secondi a piedi. Ero già sul luogo. E in ritardo. La cosa mi divertiva, perché scocciava sicuramente Sanwa.

“Ei, Sange?! Dove sei? Mi senti?” urlai.

“DeluFa! Sono qui, ma che ti urli!? Vieni è qua, siamo sopra. Terzo piano! Ma non avevi detto che conoscevi il palazzo?”.

“Sì, l’ho detto!”, non aggiungendo altro.

Salii le scale a due a due fino al penultimo piano. Non ero mai salito fin prima, perchè mai avrei dovuto farlo? Avevo sempre visto il palazzo e la balconata da casa mia o passandolo a piedi da sotto, mentre andavo chissà dove a fare chissà cosa. Da su l’aria, il vento del mare si sentivano esaltanti.

Mi si arruffarono i capelli legati già male.

Il palazzo era anonimo, semplice, lineare, un rettangolo di mattonelle color giallo-ocra. Ogni tanto si alternavano linee orizzontali di mattonelle bordeaux, sul lato esterno. Era molto carino, a me piaceva. Mi ricordava esattamente quello che mi avrebbe ricordato oggi nel ripensarlo e nello scriverlo.

Salii ancora un’altra rampa di scale e mi girai. Guardai l’oceano dalla terrazza dell’ingresso e chiusi gli occhi. Alcune chitarre suonavano da qualche parte, in qualche casetta più bassa verso est, nella direzione del promontorio. Le palme sbadigliavano. Sul pianerottolo c’era già un letto in legno, lasciato chissà da chi, uno di quegli antichi letti locali. “Chissà quanto avrà questo legno” pensai.

Scolorito, si intravedevano ancora le pennellate dei diversi colori che negli anni si erano alternati sulle assi di legno. A tratti si intravedeva un giallino, un verde, un blu scoloritissimo. Si sentiva che le doghe erano vecchie ancor di più quando ci si sedeva sopra. Gracchiavano. Scricchiolavano con la dolcezza di una miriade di notti, di albe, di tramonti e mezzogiorni. Era un legno vivo, più vivo del legno giovane che ancora non ha capito nulla. Un po’ come i giovani di oggi, più vecchi dei loro vecchi. Quel meraviglioso letto era lì da molti anni, abbandonato, di fronte alla baia più a sud del continente cinese, esattamente quella all’estremo del culo del mondo dell’Asia. Che poesia! Era così. Lo era. Non so perché ma tutto questo mi sembrava meraviglioso. Una scoperta continua.

“Ma da qui si vede l’infinito!” escalamai a bocca aperta. “Sanwa, questo posto è splendido! Peccato per le case in prima fila sul mare che bloccano leggermente la visuale verso destra, di là, vedi?” dissi insoddisfatto come un bambino a cui non hanno comprato un secondo giocattolo, di ritorno dal parco giochi.

“Be, certo, considerando che in una di quelle case ci abiti tu…” rispose ironico, “potremmo considerare l’idea di abbatterle!” con il suo tono inconfondibile. Se avesse potuto farlo lo avrebbe anche fatto.

Avrebbe potuto fare il cowboy in qualche film western cinese. Recitare la parte del buono che è anche un po’ cattivo. Con il sigaro in bocca, nell’angolo in basso a destra. Un piccolissimo rigangnolo di saliva a scendere, fronte abbassata per coprirsi un poco gli occhi dal sole con il cappello. Ce lo vedo. Sì.

“Eh eh, lo sai, quella casa me l’aveva trovata DongGe? A proposito dov’è ora? Sempre nella riserva?”.

Dongge era un cinesone, veramente grosso, con la pancia di rispetto, alto quasi un metro e novanta, sposato con una sexyssima donna tibetana. Amico atavico di Sanwa. Sono sempre silenziosi i tibetani, tendenzialmente, come i nepalesi pensavo, o almeno quelli che avevo conosciuto io. D’altronde, hanno sempre avuto a che fare con le montagne e gli spazi sovrumani. Ti forgia, ti cambia.

“Sì, è sempre al confine ovest del Sichuan, nella riserva con la moglie. Lo sai com’è fatto, no? Disprezza il mondo.”

“Sì, lo so.” risposi.

Amava tutto, per questo disprezzava il modo in cui veniva trattato il mondo. Così si ritirò con la moglie, praticamente in Tibet, a vivere di allevamento e di turismo. Per quei pochi amici e amici di amici che andavano a trovarli lassù.

Era stato lui che mi aveva presentato il landlord, Fratello Li, Pavarotti, per capirsi. Dongge aveva fatto da tramite, superando le resistenze mosse dalla diffidenza che un pescatore hainanese di origine cantonese poteva avere nei confronti di un forestiero italiano, capellone come me. Gli faceva un po’ strano, al fratello Li, vedermi sul suo territorio.

“È forse una spia?” pensava, “Perché parla così bene il cinese? Forse è qui per rubare qualche nostro segreto nazionale? O magari per portar via le nostre donne, mia figlia! Loro occidentali ci hanno invaso! E ora, noi che facciamo? Li facciamo entrare spontaneamente nelle nostre case? I laowai (straniero) non possono capirci, sono pericolosi!”.

Ni zhongwen weishenme jiangde zheme hao a?” (perché parli così bene il cinese?) mi chiedevano spesso. Dopo millenni di oppressione, prima imperialistica poi comunista, i cinesi sono sempre stati timorosi e diffidenti e non guardano di buon occhio gli stranieri, specialmente quelli che parlano cinese, e specialmente se questi si avventurano nei piccoli centri, nei paeselli. Forse che vogliano nascondersi da qualcosa? Nelle grandi città invece, come Pechino o Shanghai, gli stranieri ormai si vedono quasi a ogni angolo, è diverso.

Per i paesani noi siamo un potenziale pericolo. Siamo qualcosa difficile da capire. Figuriamoci poi un laowai che parla cinese, un laowai che ti capisce, che può comprendere la tua lingua. Lingua lasciata volutamente impossibile da compredere nel corso dei millenni per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I Cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre stati volutamente indipendenti e isolati. E un muro di mattoni non bastava. Ci voleva anche una lingua e una scrittura indecifrabili. “Tian bu pa, di bu pa, jiu pa laowai shuo zhongghuohua” un antico detto, diffuso ancora oggi in Cina. (Non temere il cielo, non temere la terra, temi uno straniero che parla cinese).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 3.1 

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 2.2

Come al solito non si portavano mai scarpe. Eppure le riponevo sempre belle, in linea, sopra la scarpiera che doveva immancabilmente esserci. Scarpe pronte all’uso, in un paese dove non se ne usano molte. Eppure loro sempre pronte, lì sulla sinistra della scala. La scala di casa era bellissima, ripida e liscia, di finto marmo color sabbia. Sempre insabbiata, qualora le linee sabbiose del marmo non bastassero a dar l’idea di continuità sabbiosa dalla spiaggia al mio uscio.

I bambini, poi, amavano venirmi a trovare. Non capisco come, a dei bambini, possa balenare l’idea di venirmi a trovare e farmi delle smancerie. A volte certo mi lusingava e a loro volevo bene, così come ne volevo a Sanwa, a Steven, agli altri di cui ancora non vi ho parlato. Forse i bambini lo avvertivano e per questo cicloneggiavano dentro casa mia. Volevo bene anche alla strega. Quella a cui non ho mai portato la frutta. Ma parlavo della sabbia.

Incredibilmente sono sempre stato un tipo con il piede anti-sabbia. Me ne accorsi subito vivendo tutto il giorno in spiaggia e tornando su quelle scale color sabbia, e camminando in una casa decisamente non contraria alla presenza di sabbia. Sabbia ovunque, tutto era una duna continua, fino all’uscio. Dopodiché, la sabbia svaniva. Come se i peli dei miei piedi avessero la capacità di distogliere la sabbia dall’idea di cadere, a fine percorso, dentro casa. Una sabbia educata. Lei si faceva convincere a distaccarsi da me al momento opportuno, mai casuale. Nulla è lasciato al caso. La quasi totalià dei granelli preferiva rimanere sulla spiaggia piuttosto che essere sparpagliata e dispersa lungo la strada. Avrei spesso dovuto seguire il consiglio dei peli dei miei piedi e dei granelli, e parlare con gli elementi, che ne sanno più di me, sicuramente.
Comunque non avevo mai avuto una casa tanto ampia e luminosa. Erano quasi duecento metri quadri di pura psichedelia e libertà. Intendiamoci, non che io ne abbia cercata intenzionalmente una cos ìgrande. A dire poi “dueeeceeeentttooo meeettri quuuaaddri” ti si riempie quasi la bocca. Ci vuole troppo a dirlo. Non la volevo, ci trovammo. E subito diventò la nostra privata comune nel paese delle meraviglie.

Alice non c’era né venne mai, ma il bianconiglio correva spensierato nel corridoio, non dovendo rincorrere di proposito nessuno. Una corsa libera da compiti specifici, senza orologi. Vi erano due saloni con cucina e quattro camere da letto con quattro bagni in camera più un mega balcone e tutto questo a soli cinque metri dall’oceano, che sembrava quasi entrare dalla finestra al mattino per dire “buongiorno! Questo è ancora un altro bellissimo giorno nel paradiso del surf cinese e nel cosmo della tua mente, giovanotto! Ora caffè!”.

Uscivo tutte le mattine e pagaiavo da una parte all’altra della baia, con la mia tavola. Qualche chilometro in scioltezza per risvegliare il corpo addormentato. Canottiere estremo di flussi d’energia. Flussi energetici dentro la materia solida, materia pulsante, irraggiante. L’ho sempre vista così quest’energia, liquida e luminosa, sciolta dentro l’acqua del mare su cui scivolavo.

Vicino la mia porta di casa vi erano un paio di alberghetti, tutti gestiti da amici. E lì potevamo prendere in prestito kayak o longboard, ma avreste potuto prendere quello volevate. Un tavolo d’architetto? Perché non un contrabasso? Cosa volete surfare oggi? Quale oggetto volete usare oggi per scivolare sul tutto? A voi la scelta, è tuo.

Importante era solo individuare i canali, i canali energetici. Così si fa, me lo hanno insegnato gli alberi e confermato le onde. Non è roba mia, nulla di quel che abbiamo è veramente nostro.

Finito il training mattutino tornavo a casa per una ricca colazione a base di frutta tropicale. Dalla cucina c’era una graziosa vista sul mini albergo vicino, blu e bianco, su degli alberi di mango, e su di una goffissima palma che, quando soffiava forte il vento da nordest, curvandosi, tendeva a coprirmi la visuale sullo spot principe della baia. Che diamine!

I surfisti locali erano pochi, ma tutti concordavano nel chiamare quello spot, davanti casa Xiaojin (leggi siaogin). Era il nome della dolce e incazzosa ragazza del solito Sanwa. Lui era un piccolo boss qui a Houhai, o così avrebbe voluto, ma tutti lo conoscevano. Era già un buon inizio. In realtà non è che ci volesse molto, il paese in tutto contava circa milleduecento anime. Più quelle dei cani e dei topi. Dei tantissimi topi che amoreggiavano, specialmente di notte, lungo i crocicchi e dentro i canali bordo strada, sempre pieni di ogni zozzeria: pacchetti di patatine, sigarette, bottiglie, frutta, verdura. Non ho mai visto un preservativo ora che ci penso, cosa abbastanza comune invece a Roma. Quando ero un pischello e correvo per i prati seguendo una palla ci imbattevamo spesso in preservativi usati e siringhe. Altre storiee. Eppure sono certo che qualcuno praticava il sesso sicuro anche a Houhai. Non i topi.

Nella mia casa si nascondevano cose. Ne sono sicuro. Vi erano cose nei muri della costruzione. Forse erano occhi.

Quella era la mia casa, casa-occhiopsichedelico, rifugio e stimolo della notte. Non si poteva dormire troppo in una casa piena di occhi pronti e fissi a guardarti. Bisognava quindi sballarsi e lo facevamo spesso fuori, la parte più bella sicuramente, era un grande terrazzo. Ampio largo, larghissimo.

Il proprietario era un vecchio pescatore originario del Guangdong. Parlava con un tono altissimo tanto che decidemmo di soprannominarlo Pavarotti. Aveva effettivamente non solo un tono altisonante, ma anche una profondità notevole. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vecchio Luciano. Chissà. Forse lo avrebbe accoppato. Era comunque un vecchio simpaticone il sig. Li, così si chiamava, Li, come quasi tutti i cinesi che non si chiamano altrimenti. Gli altri se non sono Wang, almeno sono Zhang.

Sotto la nostra casa-occhiopsichedelico abitava lui, con tutta la famiglia. Inclusa una figlia innamorata persa di me. Ogni volta che passavo diventava sensibilmente rossa e abbassava lo sguardo a volte a terra a volte sui miei pantaloni.

Anche Fratello Li aveva, come Sanwa ai tempi di Chengdu, una bisca. Certo la sua, chiamarla bisca, forse è un parolone. Erano un paio di tavoli, uno con la roulette incorporata, un paio di frigoriferi per la vendita delle bibite e degli alcolici e qualche sedia buttata un po’ qua un po’ là. Fatto sta che ogni giorno, fino a tardi, i locali si ritrovavano da lui per scommettere e giocare a Majiang. Un gioco amatissimo dai cinesi, specialmente quelli del sud. Urlavano si sbracciavano fumando pacchetti su pacchetti di sigarette e sorseggiando qualunque cosa. Una vera pacchia di vita senza ombra di dubbio. Almeno se riesci a viverla fino in fondo.

Il nostro terrazzo era esattamente sopra la bisca. Quindi eravamo al corrente di ogni arrivo e di ogni partenza, di ogni mano, di ogni vincita e di ogni sconfitta.

E io adoravo questo spazio, il terrazzo. Avevo montato una bellissima amaca, comprata su Taobao, l’Amazon cinese. Blu a strisce azzurre. Comodissima. Quando ci si era sdraiati sopra sembrava di dondolare sul mare e sulle sue correnti. La posizione era perfetta, il vento là rinfrescava tutto l’anno. Quante notti al buio più totale passate ad ascoltare solamente il suono delle onde dondolando su quell’amaca! Di sottofondo ci raccontavano ninnananne non finite, in linguaggi incomprensibili, e non perchè il mio cinese non fosse buono. Lo masticavo terribilmente bene, cos ìcome lo amavo visceralmente. Tanto che i cinesi spesso pensavano io stesso fossi cinese. Venivo tradito solo dai miei grandi occhi.

Lì, le onde parlavano a giorni alterni e quando lo facevano era per lo più in cantonese, vietnamita e portoghese.

Il pavimento del terrazzo lo avevo fatto di un verde intenso, non chiaro e non scuro, che si illuminava quando pioveva. L’acqua sembrava riflettere tonalità violacee. A volta gialle. Chissà da dove proveniva il viola ripensandoci.

Fiori agli angoli e piante rampicanti che abbracciavano le balaustre. Ecco il nostro paradiso casalingo! Quando non volevamo stare fuori fuori, potevamo stare fuori dentro.

Quando mi affacciavo vi era un inspiegabile via vai di persone indaffarate, di tuc tuc motorizzati che sfrecciavano con roboanti marmitte fuoriditesta. Ce n’era uno, un guidatore di tuc tuc, un giovane coi denti rossi, sempre sorridente e sempre con lo sguardo assente, perso nel vuoto, come se ti guardasse sempre la ghiandola pineale, oltre la linea degli occhi. Lui, lui aveva il più micidiale impianto stereo mai montato su qualunque tuc tuc di tutta l’Asia! Lo sapeva, e per questo era anche molto ambito dalle donne del posto. Uomo panzuto e felice, tuc tuc possidente, con impianto stereo campione di potenza, offresi per procreazione o semplici sveltine occasionali.

Questo lui diceva correndo per il paese a velocità ridicolmente lente. Eppure era anche lui un genio. A suo modo. Ne sono convinto.

E poi c’era tutta questa massa di gente che sguizzava via. Il paese era piccolo, vi erano pochi umani, ma in fin dei conti, era tutto proporzionato. Così sembravano in molti a camminare su e giù. Mi ero sicuramente disabituato alle masse mostruose degli strusci pechinesi o di città. Anche Via del Corso il sabato pomeriggio non scherzava negli anni Novanta quando andavamo da Energie a comprare cose di tendenza. Allora avevamo le lire. Oggi di lira c’è rimasto solo lo strumento.

Comunque sia, dall’alto della mia terrazza, a mo’ di Truman Show, ero al centro dell’attenzione di tutto il villaggio. Erano tutti rigorosamente incuriositi da questo Laowai (così chiamano gli stranieri in Cina). Ero sicuramente famoso tra di loro, ma come si fa ad essere famosi e non saperlo? Di Rodriguez ce n’è solo uno. Bene, a Houhai era ed è invece possibile.

Immaginate voi di vivere di un paesino sperduto del sud, magari nella nostra splendida Sicilia e vedersi arrivare un maori che si trasferisce sorridente. Non solo. Immaginate altres ìche questo maori parli un perfetto italiano e anche alcune parole di dialetto siciliano. Cosa penserebbero gli abitanti di Acitrezza? Ecco io per loro ero quel Maori. ero questo ai loro occhi. Un maori, un maori selvaggio, un assassino forse, uno che era scappato o che nascondeva chissà cosa. Ero un tipo misterioso, da cui diffidare o da spolpare se possibile. Ma pur sempre un maori con il sorriso e non mi avrebbero mai fatto del male. Ricordo le parole di Terzani “quando ti puntano un fucile contro, tu ridi!”. Non si spara a un uomo felice.

Anche loro, i villeggianti, se non erano persi con lo sguardo nel vuoto, forse per i fumi dell’oppio, erano molto sorridenti. Avevano un bel sorriso stampato davanti e un lungo pugnale di dietro, lungo la schiena. Erano gli ignari figli della grande scimmia madre.

Ed io amavo far loro ascoltare Woodstock, Bob (Marley) o Aoxomoxoa dei Grateful Dead a tutto volume. Li vedevi allora subito occhieggiare da sotto incuriositi. Ma anche i semplici rumori stimolavano la loro curiosità. Gli idiomi misteriosi che talvolta sentivano provenire dal mio terrazzo li affascinavano poi oltre modo.

Niente, non c’era niente da fare con quel primo piano di quella casa sul lungomare ovest. La casa del pazzo Fratello Li, tanto pazzo da averla affittata a quel tipo capellone e strano.

“Da da dove hai detto che viene?” chiedeva il primo

“Non ne ho idea” rispondeva il secondo

“Sembra dall’Italia” affermava intellettuale il terzo.

“Oooooooo!” rantolava il quarto.

“Affittare propria casa a un italiano!” asseriva un quinto.

E gli italiani si sa, sono tutti mafiosi col mandolino in mano. Io avevo una Martin da viaggio.

Mi sconcertava, prendendo un taxi a Sanya, città non lontana dal villaggio, o ai miei tempi di studio a Pechino, come gli autisti non conoscessero neanche la posizione del nostro Paese-Italia. Qualcuno domandava insicuro “Dov’è? È in Europa, o no?”. Qualcun’altro s’insinuava in discorsi complicati “Sì, certo, la patria di Giulio Cesare che aveva combattuto contro Napoleone!”

“Italia? Veramente!! Altobelli!! Maldini!! Totti!!” gridava con sguardo estasiato qualcun’altro ancora, agitando il pugno destro dopo aver inserito la terza marcia, mentre imboccavamo a tutta birra il terzo anello, per tornare al quartiere universitario, Haidian. Questo o poco più è quello che sapevano di noi. Peccato per la FIAT e per Michelangelo!

Dalla finestra della mia stanza, quella grande che dava sul terrazzo, si intravedeva un palazzo, da sempre sfitto. Disabitato, alto quattro piani. Solo, là che aspettava e là ancora aspetta forse il mio ritorno. Tutti i giorni al mattino gli lanciavo un’occhiata e lui apriva le sue finestre azzurre come a salutare ogni risveglio, ogni siesta pomeridiana, ogni placida notte. Sembrava quasi vivere di vita propria, ancora lo ricordo con un alone, non alcolico, un alone di luce. Si stagliava. E non è detto che tutti i palazzi sappiano stagliarsi, ma quello sì, si stagliava. Forse perché  la luna ai tropici illumina tutto con potenza. Abbaglia e i mattoni degli edifici ne traggono giovamento. Serotonina strutturale. Stessa luna, stesso cielo.

Ci vogliono talvolta però occhi nuovi per percepirne differenti intensità e sfumature di luce, in questo mondo che è prepotentemente fatto di sola ombra.

LuLu e MiaoMiao erano i miei due coinquilini. Si erano letteralmente conosciuti sulla mia terrazza e si erano innamorati di un amore tenero, in una notte d’estate.

Ci facevamo compagnia. Lui era un ottimo cuoco di cucina sichuanese, lei un’amorevole ragazza hainanese. Avevamo messo su una famiglia, ci comportavamo come se lo fossimo stati. E lo eravamo in un certo senso.

Passavamo molto tempo a discorrere di Taoismo io e Lulu, e non mi stancavo mai di sentire le sue storie del Sichuan, di quando viveva ancora a Chengdu, di quando aveva ancora i capelli lunghi e vendeva bong e chilum in un centro commerciale, in centro città, fino a quando non ebbe l’illuminazione. Era un tipo in gamba, di cuore.

“DeLuFa, ti va un po’ di cha (tè in cinese) ?”

“Va bene, quale facciamo? Puer, Lulu, ti va?”

“Hao ya! (Va bene) Mentre bolle, ti va di andare a comprare le sigarette? sono finite.” La stamberga delle sigarette era strillante come al solito. Giovani locali, vestiti tutti uguali, come i giovani locali che passeggiano lungo le nostre vie delle città occidentali sono vestiti tutti uguali. Fumavano, presi da febbri misteriose, pensieri semplici e affilati da stimolanti. Bastava guardarli negli occhi per capire. Erano anime dirette, destrutturate, semplici come una lama che entra nel costato piano piano. Eppure sembravano così felici, ignari di tutto quel che c’è fuori. Verso nord verso sud, verso dove vuoi tu.

I loro volti mi rammentavano sempre il dono del presente. Dovevo in ogni modo riuscire a festeggiare quell’altra giornata da leoni. Giornata di libertà e di onde solitarie autosrotolantesi su un fondale piatto e bianco.

Il tè ormai era quasi pronto e Lulu canticchiava come suo solito seduto sulla sua solita sedia a girare una nuova trella. Era stato un bassista professionista quand’era ventenne. Suonava nei migliori locali di Chengdu. Lo aveva fatto per anni, prima di ammalarsi di depressione. Niente aveva più senso per lui. La città lo opprimeva.

Le grandi città cinesi sono infatti come grandi culi d’elefante. Oppure pensatele così: come un marasma di energie negative che si mischiano l’un l’altra e cercano di divorare quelle positive, per poi defecarle immondizia dal loro grande orifizio economico commercial-anale. Città luci nella nebbia, fari lontani che non salvano.

Molto lontani.

E così, anche Lulu era un riconvertito, uno che aveva visto, che aveva capito, silenziosamente intravisto una via di fuga all’interno di questo enorme meccanismo senza senso della vita del Duemila. Uomini come macchine che alimentano serbatoi di altre macchine. Che lavorano solo per pagarsi debiti e non hanno tempo per se stessi, per la famiglia, per i figli, per la gloria, per la giustizia, per l’arte, per lo spirito, per il futuro. Non hanno tempo per il futuro. Non vivono. Annichiliti in bare trasparenti, i cui gli occhi sono due miseri e piccoli spiragli. Occhielli sul mondo che se ne va. Distruzione spirituale al cubo! Zombies!

Anche Lulu lo aveva capito! Bisognava partire, anzi dipartire!

Risvegliarsi dall’incanto.

Città che non funzionano più, qui là ora, adesso. Domani?

Consci del dolore che questo olocausto spirituale provocava in noi, nel nostro profondo, consci del soffocamento che questo Nulla planetario provoca sulle menti di tutti, noi celebravamo la vita! Soli sperduti, ai margini del mondo e della società, noi inneggiavamo all’attimo che passava e diceva “Hey, dude, alzati! Diamine! Sei ancora vivo, ma non lo vedi?”.

Dovevamo celebrare ogni istante di questa vita semplice – e monotona? Sì, monotona se volete! – Celebrare questa monotonia del vivere, serenamente, lontani dall’incombenza di tutto un resto, di tutte quelle aspettative, di tutte quelle speranze e di tutte quelle tensioni dell’essere (che abbiamo confuso con l’avere) in cui no, noi non ci riconoscevamo più! Né in Oriente, né in Occidente.

Ci hanno fottuto il mondo, fratelli! Non ve ne siete accorti? E che cosa contiamo di fare per riprendercelo? Per riprenderci quello che noi siamo! Niente?

Insetti come pachidermi, enormi, voraci, con gambe schifose, pelose e putride, divorano le coscienze. Incombono su di noi, sotto la nostra pelle e s’insinuano, strisciando tra ogni capillare, ogni vena, ogni cartilagine. Al ritmo di un battito di cuore. Vermi, vermi nelle ossa e nella carne! Infezioni che dobbiamo debellare, demoni terrestri assetati di vendetta!

Il pachiderma della distruzione umana, dell’inquinamento globale, della morte, dell’ombra del partito e di tutti i partiti, incombeva ogni istante sulla bellezza di quell’angolo di paradiso. E noi? Noi celebravamo ogni respiro, come fosse l’ultimo. Fino al raggiungimento del prossimo nome, al prossimo lettino, fino al prossimo ritorno, alla prossima famiglia, al prossimo essere parte di questo infinito continuum d’esistenze che si ripete fino all’ultimo giorno della nostra cecità spirituale. Fino all’ultimo respiro! E tu respira non lasciandoti dire quel che è bene e quel che è male! L’uomo lo sa istintivamente distinguire, così è sempre è stato e così sempre sarà. La mela dell’albero della conoscenza è un tabu che ritorna, che incombe di continuo sui nostri colli come una ghigliottina, non di liberazione però, ma d’oppressione e menzogna!

Le giornate si strotolavano lentamente seguendo la marea. Si allungavano e si ritiravano in momenti di gioia. Quella vera, che si nasconde in ogni anfratto del tuo corpo e che appare nuovamente, quando deve, senza bussare. Lasciando senza fiato! Rivelazione della meraviglia! Del resto non ci sono porte tra l’anima e il resto. Quando deve ricordarci chi siamo e cosa facciamo, siamo fottuti, appare in un voilà ! “DeLuFaaaaa! Sbrigati, dai che è pronto il tè!” mi chiamava Lulu, senza neanche affacciarsi dalla balaustra del terrazzo. Non c’era bisogno, ero là a pochi passi.

Sapeva che potevo sentirlo lungo tutta la via, a meno che non stessi bighellonando nel paradiso artificiale gratuito della mia mente. Cosa che spesso faccio, sapete. Saper vedere è come un’arte. Così come lo è preparare il tè. E LuLu era un maestro in questo. Come moltissimi sichuanesi amava spasmodicamente il tè, ne vanno matti. “Arrrrriiiivoooo fratello!” risposi correndo per finta.

Non vi era motivo per correre, ero a soli dieci metri più scale sabbiose. Quelle di cui vi avevo parlato, color sabbia senza sabbia. Grazie peli!

“Libera la tua mente se vuoi veramente usare la testa, DeLuFa! Dai su, passami il tuo bicchiere”. E io tacevo.

Erano questi gli echi della nostra quotidianità. Balordamente liberi di costrizioni sociali! Si fottano i possessori di controllo. Schiavi schiavisti schiavizzati.

C’erano periodi e periodi.

Mode passeggere e anche voglie di cambiamento in quella perenne stasi tropicale. Talvolta ci riunivamo sul terrazzo iperspaziale di casa, e passavamo serate intere a parlare di oceano, di onde, facendo musica. Talvolta cercavamo la verità sul fondo di tutte le bottiglie del nostro vicinato. Andavamo dall’“arrosticinaro”, l’equivalente del notturno “zozzone” romano. Quello che di notte, non dorme mai. Che poteva solo fare quello, oppure il ladro o il killer di professione. E invece no, ha scelto di cucinare per tutti. Quello che ti prepara l’impossibile solamente comprendendo il tuo sguardo perso nel vuoto della notte e le tue pupille rosse fuoco. Anche quando non ti esprimi in maniera chiara, grammaticalmente e semanticamente corretta, lui capisce e realizza tutti i desideri, scioglie tutte le fami chimiche. Quelle Verdi, quelle gialle e quelle blu. Che non siano angeli caduti dal cielo?

In quel periodo ci vedevamo talvolta poi al Nanuna.

Un piccolo hotel per vagabondi, per surfisti, a pochi passi da casa. Una terrazza sulla spiaggia. Camminando a passo lento, scalzo, dinoccolato, ci mettevo trentacinquesecondi incluso saluto ai bambini e alle ragazze della casa di fronte.

Vi era un’atmosfera distensiva e familiare. Addirittura una grande piscina sull’orizzonte. Dall’acqua si poteva ammirare tutta la maestosità della Baia
dell’Imperatrice. Era uno dei nostri punti di ritrovo imprescindibili.

Sdraio malconce si gongolavano di fronte al bar non desiderose di nessuno a sederle. Un bancone in legno martoriato, lungo cinque metri, ricavato dalle assi che i pescatori avevano utilizzato in passato per raggiungere, da una banchina del porticciolo, le barche in mare. Le loro passerelle erano diventate le nostre passerelle verso il mondo dell’infinito. Su quei legni passavano bicchieri di ogni forma e dimensione, di ogni colore. Sabbie dorate e polveri di tabacco. Tutto rimaneva in quel legno e tutto spariva, fino al prossimo giro. Un legno scurissimo, vecchissimo e, a sentir dire loro, vivo. Al suo interno si nascondevano gli spiriti degli uomini morti in mare, che avevano ancora fame di vita. E noi li nutrivamo col rum, ogni notte fino quasi all’alba, fino al richiamo del mare e del surf.

Sanwa, ovviamente, era uno dei soci fondatori del Nanuna. Quella era casa sua. Ci aveva vissuto anche fisicamente qualche anno, con la sua ex, XiaoJin, la ragazza che aveva dato il nome allo spot davanti casa. Che poi è anche davanti al Nanuna.

Sanwa aveva investito, pulendoli, parte dei soldi guadagnati durante la sua attività clandestina di Chengdu. E spessissimo alcuni suoi pengyou (amici) lo venivano a trovare. Ingresso, saluto e panza all’aria. Mostravano i propri dragoni tatuati dietro le spalle taurine, ed enormi mazzi di soldi apparivano fuori dalle tasche. Fumi infiniti di sigarette. Questo il loro stile, condito con qualche cicciotta tastata di culo alle loro geishe personali, ragazze che era meglio non fissare troppo. Dopodiché si tuffavano subito nel gioco. Carte. La loro passione era nelle carte e nelle montagne di soldi facili tramite le carte. Le sigarette ipnotizzavano, creavano atmosfera, l’alcol era un deterrente. Serviva a rifiutare di avere un domani. Se ne ingurgitava quantità tali da chiedersi, lucidamente una domanda “Perché?”. Non avevano bisogno di altro, solo di soldi, di sesso, e di morte.

E furono proprio i soldi a convincere Sanwa a lasciare il suo amato Nanuna. Tutti quegli anni passati, gli avevano lasciato una forte malinconia. Xiaojin se n’era andata, pare a Guilin, nella natura incontaminata. Troppi ricordi per lui, voleva voltare pagina senza andare troppo lontano. Rimettersi in gioco, sempre. Conosco Sanwa, la mia offerta capitò come una chiamata del destino.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.2   

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1