Parte Prima – Capitolo 10

Avevamo quasi finito di sistemare il bancone, e già pensavamo ai prossimi lavori da fare. Mancava sempre poco, sempre poco, ma alla fine non si finiva mai. O almeno così sembrava. Mancavano alcuni parapetti e visto che dovevamo lavorarci comunque su, pensammo di costruire un piccolo controparapetto che potevamo alzare tanto quanto bastava per fare dei vasconi lungo tutto il perimetro della terrazza. Volevamo fare delle fioriere torno torno e piantare alcune palmette o delle bauganville. Crescendo, col tempo, avrebbero potuto ammantare le balaustre e scendere a mo’ di corona sugli angoli del palazzo e salutare il mare. Sciare sui fiori, giù dal tetto fino in spiaggia, nei giorni migliori.

Poi finito il bancone, erano rimaste alcune traverse in legno e decidemmo così di fare dei tavoli artigianali. A mano. Con martello e chiodi. Tavoli vibranti, su cui fare l’amore, sotto cui nascondersi dalla pioggia, da cui vedere le onde del mare stiracchiarsi intorpidite tra un’attesa e un’altra. Tavoli ideali su cui far colare la cera delle candele, su cui polverizzare incensi, tavoli perfetti su cui mischiare alcol e giorni di vita, a sacchi.

Ma mentre lavoravo sentivo tutti quei troppi strappi emotivi che avevano sorvolato con me gli Urali, oltre l’Himalaya, sino a quello scoglio sconosciuto d’isola, caldo, appiccicaticcio, schiavo d’amore sensuale, amante dei monsoni oceanici. Là, sulla rotta delle Indie Orientali. Ecco, mi sentivo come un capitano di una nave, sì, proprio sulla rotta delle Indie Orientali! Ma forse ero potenzialmente anche io un ladro e un assassino, qualcuno che non poteva rimanere dov’era cresciuto e che doveva nascondersi e cercare fortuna. Quanto poco romanticismo c’era in quel che fecero gli inglesi da queste parti! Non è così? Non ce n’era.

Luoghi-tornadi-d-energia, che tu preghi per restare vivo di notte, mentre fuori soffia la rabbia della Terra, e non sai chi invocare Gaia o Dio, non sai bene, e così bevi, cercando di dimenticare tutti i nomi, consapevole del fatto che tanto, il mattino si leverà sempre, in qualunque modo, anche e soprattutto, senza di te.

Troppe tensioni e troppi graffi sulla pelle, troppe notti insonni e troppe albe indelebili, partendo da Roma fino al terzo anello di Pechino, lungo il mostro portuale della commerciale Tianjin, verso il sud-est dove i reattori nucleari risucchiano le nuvole in nubi di grigio di Hangzhou, e ancora verso le strade brulicanti di deformi e sciatti straccioni a Zhengzhou. Tutte anime, sì, tutte morte! Viaggeremo oltre ogni strada del mondo, oltre ogni highway sessantasei e quando le gambe non ce la faranno più allora cammineremo con ginocchia e braccia, saremo bretelle spirituali tra uomini e uomini, tra città divise e città vicine. Che vi piaccia o no.

E quelle strade del mondo confluivano mischiandosi all’interno delle venature dei nostri legni, delle nostre traverse. Legni che mai avrebbero pensato di essere “quello scelto”, “legno eletto”, legno che crea bellezza, legno che guarda l’oceano da posizioni privilegiate, distanti solo spazio, ma non tempo. Fratello, questo lo sai? Accarezzare questo legno, sotto le dita, era come sfiorare una pelle di donna, nei posti più segreti e più sensibili. Vederne le venature fluire e confluire, con colori e voglie di spasmodici desideri, colori vibranti e diretti, rende redenti. Mentre fuori il mare aveva solo voglia di mare e l’Oceano Pacifico si mescolava caramente a se stesso  e si rigirava come nel suo letto al mattino riscaldandosi, guardando il sole. Qui che non ci sono gabbiani. Ma allora qual’è il mio presente? Sono ancora davanti quelle balaustre a scrutare attento il mare? Mentre le barche, rade, dei pescatori potevano andare e tornare lente, così, con la marea, portando tonni, squali, tartarughe.

“Bisogna pur mangiare! Noi mangiamo quel che peschiamo! Quel che ci dona il mare…” mi disse un giorno un pescatore mentre mi guardava dritto negli occhi, con i suoi occhi rossi, iniettati di sangue, strafatto di sole e di sale, di vento e di oppio, indicando con la testa nella direzione dell’acqua. Mi stava offrendo il frutto della sua fatica, della sua ansia di fallire, di non portare nulla a casa. Mi stava donando un pezzo della propria carne, un sacrificio maya: aveva catturato un delfino e lo mangiò con me. Non potevo rifiutare la sua sofferenza. Quella era caccia, quella era pesca, si chiamano vita! In quella crudezza si manifestavano connessioni ancestrali tra uomo e natura, tra vita e morte. E quando si esce dalla città, dalla civiltà e ci si depura da tutto il lordume che la società di massa ci butta addosso giorno dopo giorno, solo allora ce se ne rende pienamente conto. Mangiai quella carne di delfino come se fossi steso sull’altare del supplizio, come fossi un toro, in attesa della morte, sotto lo sguardo di Mitra. Noi che siamo tutti Mitra e tutti toro. Cannibali di noi stessi.

Comunque. Ci sono strappi nell’anima che rimangono latenti e che mai si rimarginano, né si possono ricucire. Non varrebbe la pena tentare, sono tagli insanabili. Tanto vale lasciare le ferite aperte. Far nascere larve dalla putrefazione e rinascere nuovamente. Forse proprio l’essere spacciati alla fine cura. Si chiama accettazione del male, accettazione del dolore. Accettare per superare con l’energia del bene il cambiamento spirituale di stato del male.

Noi questo facevamo trasportando legni marci, duri, sani, corti, larghi, spessi, lunghi. Legni umani, mentre Virgilio diceva a Dante “non ti curar di loro ma guarda e passa!”, come dei Cristo non potevamo neanche esser messi in croce perché i legni li avevamo usati tutti per fare il bancone. Eravamo troppo estasiati! Alcuni erano legni di bara, legni che avevano visto la marcescenza del corpo umano. Che avevano veduto l’anima andare via, decollare e ridere librandosi tra i rami degli alberi della spiaggia, confondendosi con la luce.

Non potevamo però usare proprio i pezzi di legno delle bare. Essi emanavano delle vaghe luminescenze giallo-verde d’energia. Avrebbero soffocato la gioia delle nostre bagorde notti, dei nostri amici e dei nostri clienti. Avrebbero invaso di morte la vita. Invece noi dovevamo invadere di vita la morte. A maggior gioia.

Sissignore, dovevamo appoggiarci sui nostri sogni di vita, appoggiati sulle balaustre fiorite, guardare il gancio in ferro pendere come uno strallo di prua di una nave a vela, immaginarci di dondolare fino alla fine del mondo, fino allo scadere del tempo. E noi questo facevamo. Come da istruzioni. Avevamo raggiunto la pace dei sensi attraverso il contatto con lo spirito della materia, lo spirito del luogo e lo spirito dell’Oceano Pacifico, con le sostanze di potere e le emozioni che la natura ci offriva. Quanta perfezione si rivela in questo modo!

Noi surfisti scivolavamo come spiriti, perché siamo spiriti, con le nostre tavole sotto braccio, tra i vicoli del villaggio, e questa scena si ripeteva all’infinito come una preghiera, come un mantra. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.

Quasi ci nascondevamo, non volevamo essere notati, a maggior libertà di tutti. Volevamo una libertà radicale, oltre ogni argine e regola. Sorprendendoci nel suo successo. Volevamo la libertà di chi rifiuta ogni sistema, ogni invadenza culturale, che rifiuta quella morsa allo stomaco. Quale morsa? Lo strappo che il visibile, l’ovvio, la percezione condivisa di atti sociali errati, crea in ognuno di noi, condizionando così la nostra vera vita, quella invisibile, interiore che si ripete infinitamente.

Solo così ci si può rendere conto di cosa combiniamo, dei guai che abbiamo commesso, delle sofferenze che abbiamo causato. Dovevo allontanarmi a squarciagola da chi pensavo di essere. Un ottimo metodo, per riuscire ad alienarsi da sé per me è stato lavorare i materiali. Ora et labora.

Ora, non rimaneva che sistemare le pareti interne del lounge bar. Bianco. Dovevamo fare tutto bianco. Avevamo anche pensato al blu, ma avrebbe cozzato troppo con i colori cangianti, multipli delle canne di bambù. Sanwa mi lasciava stare su questo, ero io il creativo, l’italiano. Decisamente colpa di Dolce&Gabbana. Mi mancava solamente un foulard attorno al collo, il bocchino in mano e avrei potuto, con la evvemoscia, impartire ordini creativi fingendomi omosessuale. Che oggi come oggi, al di là della bravura, se non lo ostenti, non hai successo. E guai a dire il contrario.

“DeLuFa, lo sai su questo hai carta bianca!” mi ripeteva Sange. Decisi per il bianco, coerentemente in sintonia con le sue parole.

Bisognava sistemare qualche parete prima, così preparai personalmente la malta. Avevo sempre desiderato farlo. Come un bambino sulla spiaggia. Presi il mio secchiello e la mia paletta, acqua quanto basta e cominciai a mantecarla, mantecarla per poi posarla. Volevo sperimentarne la pastosità, notare come andava a creare linee e curve, come si confaceva, come si adattava alle diverse inclinazioni delle superfici, degli angoli dei muri, delle colonne, del pavimento. Ero sporco, lordo, mi ci sarei coperto di malta. Avevo mani e piedi inzozzati e mi sentivo bene, ero un provetto creatore. Così si doveva esser sentito Dio dal lunedì al sabato. Solo che a Lui veniva meglio. Ma potevo ritenermi soddisfatto anch’io. Non c’è cosa migliore, sensazione più appagante per un uomo, di quella di far prender forma ai propri pensieri, sotto i propri occhi, tra le proprie mani. Un po’ come avviene per gli scultori, i pittori, i contadini, gli edili, gli alchimisti. I surfisti… sotto i piedi.

Il giorno in cui finimmo i lavori vi era pace. Era una splendida giornata d’inizio estate, ma quella calma faceva presagire tempeste lontane. I tifoni ormai si delineavano chiaramente all’orizzonte anche se non potevamo ancora vederli, potevamo percepirli. L’aria era carica di elettricità e una serenità che solo un’estate senza fine può donarti. Chiudendo gli occhi ancora adesso posso rivivere quella semplice imperturbabilità. Atarassiaportamivia.

Un leggero languore, sotterraneo, però mi ricordava sempre d’essere di passaggio, di non poter capire in fondo, di non essere ancora pronto, mi dava una leggera tensione. Paura di perdere qualcosa, quella sensazione divina di tonda realizzazione.

Dovevo in tutti i modi smettere di cercare una ragione a tutto.

Perché il troppo cercare spesso non mi rivelava un bel niente. Solo guai. Avevo bisogno di smettere di pretendere di capire. Rinunciare alla ricerca. Ci stavo provando. Per questo mi ero messo a fare malte e spostare travi di bare. Mi sporcavo le mani, per pulirmi l’anima. Ora il lavoro era finito. Ma addosso, e dentro, c’era ancora qualche macchia.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 10   

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Parte Prima – Capitolo 7

Avevamo trovato le corde di canapa. Grondavo gioia.

Dare forma alle proprie immagini mentali, creare con la materia quello che si era solo immaginato prima era per me la più grande soddisfazione.

“De Lu Faaaaaa” gridava Sange per divertimento e per darmi la carica.

“Secondo te, Sange, dovremmo fare i nodi così o in quest’altro modo?” chiesi tutto coperto di polvere di bambù e di sudore appiccicaticcio mentre cercavo il modo migliore per intrecciare la canapa attorno alle canne di bambù.

Il calore specialmente in alcuni mesi dell’anno era quasi insopportabile, anche per me che amo il caldo tropicale, sicuramente il caldo il più sexy del pianeta. L’aria si faceva immobile di succosa umidità. L’aria non era aria, ma acqua satura d’ossigeno che si espandeva. Fosse stata ancora un po’ più umida avremmo visto i pesci volare, camminare sulla terra ferma, con cappello e bastone, e cantare Under Pressure. Avrebbero potuto assorbire ossigeno direttamente da questo nuovo suo stato, come faceva Bowie.

Io avevo sempre un bel costume a righe, capelli indietro, muscoli in tiro ed energia da svendere. Un vulcanico uomo trentenne sulla soglia del suo non so cosa, ignaro di tutto, slanciato verso le stelle. Anche se delle stelle si sa, noi non vediamo che un chiarore passato, un’ombra oscura, qualche scia luminosa.

“Mah, non so, potremmo provare in questo modo”, mi mostrò Sanwa, cercando di fare qualche nodo da marinaio senza aver mai veleggiato.

Le corde di canapa sono dure all’intreccio, alla lunga ti fanno male le dita. Sono fatte di un materiale semplice e molto antico. Bisogna saperle apprezzare. Bisogna trovare la giusta intenzione. Come se l’intreccio dipendesse molto anche dal respiro e dal rilassamento di chi le lavora.

Stavamo giorni e giorni a intrecciare bambù con canapa, come due artigiani – anche se non posso definirmi tale, ma anche gli artigiani sono artisti! – . Volevamo finire quanto prima quel lavoro di legatura per passare poi alla prossima rifinitura, al prossimo dettaglio. Quanto cari mi furono quei muri! Belli, densi come una notte primaverile dopo anni di tempesta. Dentro le canne del bambù si saranno poi anche annidate anime e stelle. Rinchiuse – attenzione! – non intrappolate. Nascoste, non addormentate. Desiderose di scandagliare ogni angolo di quelle tubazioni, come organi secolari. Eppure semplici tubi naturali, semplice bambù. Nato d’acqua.

Andavamo piano piano condensando una volontà che non era di mercato né di sola bellezza. Non potevamo creare il bello cercando di volerlo. Non ne saremmo mai stati all’altezza. Ma si condensava una volontà di vita, in fibrose canne verdi gialle e marroni. Gioiosamente. E molti amici ci venivano a trovare sganasciandosi dalle risate per il nostro lavorare folle.

La segatura del bambù, quando li tagli, vola pesante e leggera, i corpuscoli si
insinuano nell’aria creando colori felici nella luce come una taverna fantastica.

Al tramonto poi è commovente lavorare il bambù. Come bere un tè, non troppo caldo, non troppo freddo, in silenzio e perdersi negli occhi di un caro amico e di un ricordo delicato e lontano, e questi corpuscoli che volano ga ga ga ga kiu kiu kiu felici.

Un ricordo a cui il pensiero dà presenza, nel momento che dura e dura e dura ancora dura; non solo là ma anche sulla terrazza della psichedelico-casa del primo piano, sotto il promontorio, dove i fantasmi dei bimbi morti non ci disturbavano, anzi s’incuriosivano della nostra presenza ingenua. Ignari cercatori che cercavano solo il modo di comunicare al meglio la bellezza in un vento di corpuscoli colorati ga ga ga ga kiu kiu kiu kiu felici!

E noi continuavamo a tagliare a intrecciare.

“Dai, dai che non ne mancano poi così tanti Sanwa!” lo incoraggiavo. Asciugandomi il sudore con il mio braccio polverosamente peloso.

“Sì, dai, ce l’abbiamo quasi fatta! Ma dopo questo muro, sia chiaro, sopra cerchiamo di fare qualcosa di più semplice, va bene DeLuFa? Niente spaghi e niente incannucciati di bambù! Non farmi altre sorprese, ok?”

“Ok.”.

Non fu così. Come temeva. Ga ga ga.

Finita la nostra missione giornaliera a base di bambù, andammo a cena. Oh quanto erano poderose le nostre cene sichuanesi! Lungo la via principale del paese vi erano tre quattro ristorantini locali, ma noi andavamo perlopiù sempre allo stesso. Non era niente di più di una stamberga familiare, una grande stanza allungata, un patio e quattro tavoli circolari e ben due frigoriferi strapieni di alcol. Ah, avevano anche un patio retrostante che incorniciava le nostre possibilità di gaudio, ma non so perché, là, non andavamo mai. Il proprietario era un panzone piazzato e sorridente. Un tipo allegro, e talvolta si poteva incontrare anche lui fare surf giù alla spiaggia. Lo riconoscevamo anche da lontano per via del bombato profilo rinascimentale. Mi scordavo sempre il suo nome e si vede, non l’ho scritto, anche perché tutti lo chiamavano semplicemente Laoban (capo). Così facevo io. Un appellativo comune che si usa per tutti i capi in tutti contesti lavorativi in Cina. Tant’è. Sul patio i tavoli erano sbilenchi, non si reggevano in piedi bene da soli, specialmente se dovevano reggere il peso degli ubriachi che si appoggiavano sopra farneticando storie. Si poteva assistere a spettacoli serali senza biglietto e senza esclusione di colpi di scena. Personaggi improbabili che probabilmente sarebbero riapparsi per nuove serate si alternavano sul palcoscenico del “Sichuanese” (nessun nome per il ristorante, tutti lo chiamavano così. Faceva cucina sichuanese del resto). La chiarezza batte la fantasia quando si ha fame! I pilastri della tettoia, in ferro laccato nero facevano cornice e siparietto a tutto. I loro angoli erano già mezzi arrugginiti e ovunque spuntavano i primi stickers surfistici, alcuni anche vagamente rivoluzionari. Un nuovo sole stava per sorgere in Cina. Già, e chi ci credeva? Noi sì. I primi marchi, cominciavano a fare capolino facendosi largo e facendo cultura. Là dove ancora non c’era nulla di simile, volevamo instillare l’amore per la libertà attraverso il surfing e la vita da spiaggia.

La Cina non era infatti mai stato un paese balneare, nonostante i suoi ben
quattordicimilacinquecento chilometri – ripeto quattordicimilacinquecentochilometri! – , di costa bagnata dall’Oceano Pacifico.

Ma da poco tempo gli houhainesi avevano cominciato a fare l’abitudine a queste tavole colorate, di ogni forma e dimensione. Tavole fornite di mannaie appuntite (le pinne) che, alcuni forestieri e qualche timido cinese, portavano in giro tutti bagnati, con sorrisi a quattrocento denti ciaffettando i piedi nudi nelle pozzanghere del villaggio.

I primi marchi ad arrivare furono Santa Cruz, Mescaline e poi c’era Chinasurfreport, un webmagazine che gestivo in solitaria per la promozione del surf in Cina. Che follia! La prima “rivista” online di surf della Cina. Ma erano giorni entusiasmanti per tutti! Decine e decine di altri brand nazionali, specialmente di skaters, cominciarono ad apparire sui muri del paese e, piano piano, su quelli di tutte le città. Nel nostro caso nei corner dei ristoranti-bettola e nei bagni dei pub, e anche sopra la tazza. Nanshan (Montagna del sud), era uno dei più rivoluzionari gruppi di skaters cinesi, fondato da un visionario Liu Bao, e si espandeva bene. Erano rigogliosamente folli e non ce la facevano più ai soprusi sociali. Venivano da Xi’an, la città del famoso esercito di terracotta, la tomba del grande primo imperatore della Cina, QingShiHuang. Tutti questi brand cercavano di avviare una vera rivoluzione culturale pacifica. La rivoluzione del surf. Anche se… a dire il vero, nell’antichità, i cinesi conoscevano già
l’ebbrezza di cavalcare le onde. Lo chiamavano Nongchao (usare la marea), ne parla anche Li Yi, già ai tempi dell’epoca Tang. Cosa facevano esattamente questi avanguardisti orientali? Cavalcavano le grandi onde del fiume Qiangtang, che passa per Hangzhou, ma non usando tavole da surf, bensì tronchi leggermente smussati ai lati. Le prime primordiali tavole da surf-canoe! Incredibile, no?! Quindi scoprimmo in Cina che il surf non era solamente un primato hawaiiano. Anche nell’oscurità cinese qualcuno aveva osato cavalcare masse d’acqua. Però, a differenza di come andò poi a finire a Waikiki, l’imperatore cinese ben presto vietò il Nongchao, ufficialmente perché ritenuto pericoloso. Ma dai, non siamo ridicoli! Da quando in quando il sovrano, di una nazione, di oggi come di ieri, tiene veramente così ansiosamente alla salute e alla vita dei propri sudditi? Tanto poi da vietare loro un’attività ludica e spirituale come quella del Nongchao! L’imperatore aveva probabilmente paura che il popolo potesse distrarsi e affrancarsi spiritualmente dal lavoro dei campi, produrre meno. Il popolo doveva lavorare, sudare, produrre produrre produrre. Come richiesto oggi e da sempre dovuto. Il popolo no! Non può evolversi spiritualmente, se non nei modi e nei luoghi previsti dal credo ufficiale di ogni civiltà . Il Popolo deve rimanere prigioniero della produttività e del progresso in onore del Re.

Sì, ma cosa c’entravamo poi noi in tutto questo?

Cercavo d’immaginarmi un altro quando, un’altra epoca, mentre guardavo attorno la scena, mentre aspettavo che il panzuto Laoban venisse a prendere l’ordinazione. E pensavo come sarebbe stato utile liberare la Cina dalla morsa del capitalismo esasperante, un capitalismo mascherato da comunismo, in cui la fratellanza finiva lì dove cominciava il tornaconto personale e dove gli zeri veramente valevano tanto, troppo. Se pensate che troppo da noi sia troppo, be’ non lo è ancora abbastanza! Liberare la Cina, voleva dire anche liberare l’Occidente. In un’ottica di connessioni. E
il surf era il nostro cavallo di Troia. E sempre di mare si tratta.

Oh! Finalmente si poteva ordinare da mangiare! Arrivò il Capo.

Ni hao, DeLuFa, non ti ho visto oggi in mare! Come mai?” ruppe le acque preparandosi matita e blocknotes.

“Ei Capo! Hai ragione, ma sai, io e Sanwa stiamo cercando di portare avanti il lavoro più velocemente e le onde non erano delle migliori oggi, almeno quando sono andato a controllare prima…” risposi guardando il menu. Un foglio ingiallito dal sole, senza figure. (se non sapevi il cinese eri fottuto, fratello!).

“Mmmm – annuì finendo di girare le ultime pagine del suo quadernino minuscolo su cui sembravano esserci anche dei disegnini – Allora, che cosa prendete?” disse pronto. “A me, del maladoufu (toufu piccante) con del riso, e un bel piatto di jiucai (erba cipollina) alla piastra come la fai tu! Prendo anche due bottiglie di Haimagong, e due lattine di succodi cocco” quello volevo… delizioso.

“Ok, serviti pure per l’alcol. L’haimagong lo abbiamo spostato ieri sera, sta nel frigo di sinistra!” Mi alzai di scatto assetato com’ero.

Haode, wo kan dao le! (va bene, l’ho visto) grazie!”. Era sempre alla temperatura perfetta! Sange volle come al solito la carne di maiale, adorava mangiare lo huiguorou, melanzane a tocchettini e riso.

Prima di arrivare ad Hainan non avevo mai sentito parlare di tanti tipi di liquori e distillati, di tanti tipi di piante. Avete mai provato a bere latte di cocco mischiato a liquore di cavalluccio marino? Un gusto assolutamente pazzesco da far uscire di testa! Spesso le serate finivano o cominciavano prima del previsto proprio grazie all’influsso alcolico dei cavallucci marini misti al cocco! Che sbronze passesche sotto luci cinesi, in locali cinesi, assieme a cinesi bevendo bevande cinesi. Ma i cavallucci marini no, non erano cinesi. Pare venissero dal Giappone.

Riben gui” (diavoli giapponesi) così li chiamavano spesso. Diavoli giapponesi.

Lo stupro di Nanchino, e non solo quello, non era mai stato digerito del tutto, e i cinesi non dimenticano.

I bambini e i vecchi non dormivano mai ad Houhai. Certo non erano neanche apparentemente mai troppo svegli. In relazione al nostro modo d’intendere una persona sveglia, vispa d’intelletto. Qual era il loro miglior passatempo? Il dolce far nulla. Starsene seduti ore e ore, giorni, mesi, presumo interi anni a guardare spiriti passare davanti le loro case. Che solo loro potevano vedere coi loro occhi allenati.

Forse che invece siamo noi i fantasmi di una dimensione in cui quelli che noi consideriamo spiriti sono in realtà viventi? Sulle entrate delle case, cos ìcome dei ristoranti, c’erano dei piccoli amuleti, come piccoli orologi da muro, esagonali, con trigrammi su ogni lato e uno specchio al centro o tanti specchi concentrici rifrangenti i raggi del sole e, di notte, della luna.

Amuleti per allontanare i demoni, spiriti maligni, o forse noi stranieri, o forse il partito, forse qualcosa di ancora peggiore. Chissà, magari il cambiamento.

“AAAAAAAAAAA dai Sanwa ganbei! ganbei ganbei!” (salute salute salute)

“Ganbei DeLuFa, al nostro prossimo locale!”

“Alla nostra DI-MEN-SIO-NE! Non è un locale è una DI-MEN-SIO-NE! S,ì perché noi siamo diversi Sanwa, non te lo dimenticare mai. Siamo magici! Abbiamo creato, stiamo creando qualcosa che non aveva mai fatto nessuno qui nei tempi dei tempi e che mai rifarà mai nessuno più! O non così!”

“Nei tempi dei tempi…” bisbigliò Sanwa portandosi alla bocca un altro bicchierino, “Sei proprio sciroccato, è solamente un locale…”

Zai shuo yi bian!?” (ridillo ancora!?) intimandogli scherzosamente a brutto muso di fare chissà che.

“ ok ok è una DI-MEN-SIO-NE! Hai ragione tu!”

“Meglio! È così , esattamente come dev’essere”

Ganbei”.

Ganbei”.

Continuavamo a bere scoppiando di tanto in tanto in fragorose risate, come bambini sul dorso di cavalli a dondolo volanti. Cavalli che potevano non solo andare avanti e indietro, ma che potevano mostrarci viaggi meravigliosi, che potevano andare oltre la magia.

“LLLLAOOBBANNN! Il conto, grazie!” gridò Sanwa.

“Arrivaaaaa!” rispose mentre finiva di sistemare alcuni piatti e alcuni bicchieri sporchi. Pagava sempre Sanwa.

Dopo mangiato c’incamminammo verso est, in direzione dei locali, dei due tre semplici localetti, nella fitta oscurità della baia. Le linee sulla via erano come pennellate d’oro sotto la luna. Non ricordo nessuna luna hainanese più piccola della grandezza di una noce. Erano gigantesche! Prendete una noce e mettetela tra voi e la luna. Vedrete che la luna occidentale, cittadina inbombettata, non è mai più grande di una noce. Ma a Houhai, oh a Houhai, la luna era enorme! Ci potevi anche quasi aprire le noci sbattendogliele addosso, le potevi spaccare in due, frantumare, e questo solo con la luce lunare. Poi l’aria calda si infiltrava tra i profumi, come una panna accogliente, e le gambe alleggerite dall’alcol potevano camminare fino oltre la spiaggia e la scogliera. Semplicemente per osservare l’infinito. E lo facevamo spesso e non ci tradiva mai lui, lui era sempre lì, l’infinito.

Il giorno dopo, come ogni giorno dopo, mi svegliavo presto. Le onde chiamavano. Erano sempre pronte prima di me. Alba dopo alba, tramonto dopo tramonto, mareggiata dopo mareggiata. D’altronde vivendo sulla spiaggia non ci si può esimere dall’addormentarsi col ruggire del mare e con lo scrociare dei diluvi. Quando le onde erano veramente grandi mi svegliavo dal fragore sin dentro le orecchie. Il suono lanciava coltelli contro le finestre. Così non restava che ficcarsi la licra per ripararsi dal sole, ficcarsi il cappello e via in acqua, lungo la scala di sabbia color sabbia.

Le nostre session non erano mai da sfinimento. Non ci strafogavamo mai di onde perché erano abbondanti, onnipresenti. Preferivo di solito, uscire dall’acqua un poco prima della distruzione totale. Volevo lasciarmi dentro un languore, dolce, un più grande desiderio per la session seguente.

Bella la vita ad Hainan! Sapevamo tutto, perché non c’era niente da sapere. Né volevamo fare più del dovuto. La nostra era pura commemorazione, una preghiera continua. E stavamo finendo il locale, in una saggezza contemplante, una calma come quella di agosto a Roma, quando a mezzogiorno e mezzo, nell’ora più calda, non c’è nessuno per strada. Questa era la dimensione del nostro cuore. Ricolmo di calma e staticità di desideri. Avevamo tutto. Nulla di più destabilizzante di un mezzogiorno e mezzo nel cuore.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 7

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Parte Prima – Capitolo 6

“DeLuFa, mi prepari il tuo special? Pleeease

“Allora ti piace, eh? Ma non avevi detto che era troppo dolce per te?”

“Dipende dalle circostanze. Me lo fai o no? Una volta tanto che ti chiedo quel tuo dannato cocktail fai pure l’ironico?” disse Elvis.

Elvis, eccone un altro! Che personaggio!

Sembrava uscito da una rivista di aste fallimentari, a fumetto. Personaggio incomprensibile da capire, specialmente forse descrivendolo in questo modo. Anche perché non ci sono riviste di aste fallimentari fatte a fumetto e così voi non avreste potuto quindi mai leggerne alcuna. Lui però era esattamente così. Un personaggio di una rivista che non esiste, un Dylan senza Dog. Un pechinese non pechinese. Non pechinese pechinese. Un perfetto cinese, perfettamente egocentrico. Ma era anche un tipo interessante, a suo modo, che ricercava fama e soddisfazione fino all’eccesso, per saziare la propria fame di attenzione. Questo gli aveva insegnato la buona scuola altolocata dell’alta borghesia pechinensis. Ma nonostante tutto eravamo amici io ed Elvis.

Lo chiamavamo TuYu (cioè pesce di terra. Avete mai visto voi un pesce di terra?). Un pechinese ricco, ma non troppo, agiato ma non troppo, uscito dalla facoltà di lettere della migliore università della capitale, poi messosi a rincorrere il sogno sino-americano: Arricchirsi, fare business, fare carriera, fottere più donne possibili, scalare la società fino a un’altezza non bene individuata. Indorare oltremodo il proprio bisogno narcisitico di pavoneggiante mandarinità . D’altronde erano quelli gli anni, proprio quelli. Non era colpa sua. Lui non sapeva di non saperlo.

La Cina e il primo decennio del Duemila. Una Cina paninara. Sì, paninarismo cinese, apoteosi dello yuppismo mondiale.

Nel suo scorrere d’acque, lo Yangtze continuava a fluire senza badare a spese, senza interessarsi al costo di sangue e di carne umani. I millenni di storia erano scolpiti nelle rughe dei contadini come dei gridi grigi. Poveramente. Nelle miniere le luci non si accendevano più. Un’unica grande coltre di buio copriva gli occhi di tutti. Sopra di tutti un silenzio plumbeo. Storia al passato che si ripeteva e che si perdeva sputata fuori dalle ciminiere delle fabbriche pesanti. Il mondo non poteva guardare, perché non sapeva più né cosa né dove guardare. Di millenni si ricopriva la storia, dimenticandosi di se stessa. Millenni. Uno a uno. Specialmente dopo infiniti anni dell’oscura rivoluzione culturale, quando non potevi fidarti di nessuno, quando non potevi incrociare lo sguardo inquisitorio né del tuo vicino né di tuo zio, quando per una fuga d’amore “la devi pagare!”, venivi rinchiuso in un Laogai, ai lavori forzati, forzatamente manipolato al grido “Zhonghua renmin gongheguo wanwansui!” (Lunga vita alla Repubblica Popolare Cinese!); dopo le riforme di Deng XiaoPing e del “suo” PCC, il PaeseCina, negli anni Ottanta, cominciò piano piano a cambiare, certo sì. Iniziò a industrializzarsi, a espandersi. I paesi videro cambiarsi d’aspetto, divenendo città, le città diventarono metropoli. Le metropoli divennero mostri pachidermici con la testa di squalo e milleuno denti che spuntano di continuo e non perdono mai la morsa. Non perdono mai un’anima, non una vittoria. E se questa è la visione passatami davanti agli occhi ora chiedo: di chi la sconfitta? Forse non tradurranno mai questo libro in cinese, ma dovranno farlo in tutte le lingue del mondo.

E se prima Pechino aveva una delle cinte murarie medievali meglio conservate del mondo… fu demolita. Si vedeva apparire l’ideogramma chai (abbattere-demolire) ovunque, su tutti i muri. Esso aveva il compito di cancellare non solo la memoria dei popoli, ma anche di creare una nuova percezione del mondo. Si sa che la percezione risiede nella memoria e nell’immaginazione della gente. Poteva non saperlo Mao?

E l’Occidente dov’era? Lasciò che tutto si compisse, mentre era ancora intento a contare i denari delle appena terminate guerre dell’oppio e di tutte le altre guerre che lo impegnavano. Noi occidentali, no. Non volevamo guardare. Non potevamo guardare. Non avevamo occhi per guardare, per vedere.

E loro? Loro dovevano solo pensare in grande, pensare in positivo. Tutti. E tutti, potevano far carriera ascoltando le pericolose direttive del partito. Tutti. Tanti. Milioni di bravi bambini, automi senza fegato e senza cervello, senza cuore e senza compassione, se formati a dovere, come doveva e come deve esser fatto, tutti potevano e possono manifestare, glorificare le cinque stelle della bandiera rossa, gridando su piazza Tiananmen l’inno nazionale. Tutti. E chissenefrega del millenovecentottantanove. Chissenefrega dei morti e di chi ha combattuto per un mondo e per una Cina migliori. “Noi siamo i figli della grande Cina! Del grande balzo in avanti!”, questo pensavano in molti. Qualcuno ancora lo pensa tutt’ora, tacendo. Accettano la volontà del partito, divenendone complici.

Mao aveva avuto una grande visione atemporale. Una visione che poteva essere tentata forse solo qualche decennio dopo. Quando la gente vestiva meglio, aveva toufu e mantou (pane cinese) da mangiare, erguotou (grappa) in gola e gli inverni facevano meno paura.

Eppure oggi la paura resta, là dove chi guarda non sa riconoscere un faro da una candela. In Cina, la notte resta notte, senza possibilità di luce alcuna.

Questa tabula rasa umana faceva male a vedersi. Guardarli negli occhi, talvolta, faceva male, sembrava di osservare lo sguardo vitreo di un cadavere di due giorni. Vedere i loro occhi piccoli serrati, come stretti dalla paura. Dalla paura di non dover guardare, dalla voglia di volersi nascondere, scappare, cambiare pelle, cambiare colore, cambiare il proprio destino.

In questo, io sguazzavo, mi muovevo, incolume e santo. Nuotavo tra le loro fisicità come a sinfonizzare un battito che non poteva essere percepito da nessuno e che pulsava, come un colore dimetiltriptaminico nella coscienza cosmica di un io che agonizzava di fronte alla fine dei mondi e la fine della specie umana.

Ma nonostante tutto questo mi frullasse per la testa, anche solo nel guardarlo negli occhi, eravamo amici io ed Elvis, come avete capito. Dal canto mio, gli avevo visto dentro, vedendo passione, ma anche paura e frustrazione. Paura di non sapere come cambiare, dove scappare, dove rifugiarsi. Come fare. Non sapeva più da dove veniva. Il suo Paese lo aveva ucciso, tradito, deportato, ghettizzato. Avevano massacrato tutti gli artisti, i dissidenti, i contrari alla linea politica. I grandi filosofi erano sepolti, vivi.

E che cosa c’entrava mai una linea di partito con la ricerca della perfezione dell’anima e dell’arte?

Mi raccomando non parlate di queste cose con un homo erectus con gli occhi a mandorla, specialmente se porta la divisa. Un semplice consiglio. A meno che non oliate per bene la loro comprensione con qualche bustarella sotto banco. Così la loro rabbia e incomprensione, il loro odio diventerà miracolosamente reverenza. Se già nel mondo l’oro compra quasi tutto, in Cina hanno già la quota di maggioranza dell’Inferno stesso! Certo non tutti i cinesi sono così , ma erano tutti così quelli che odiavo io e che odiava Elvis. Cinese contro cinesi. Erano tanti e tanti e noi, solo in due. Don Quiscotte e Sancio Panza isolani. Combattevamo mulini a vento psichici.

Elvis faceva parte di una delle più grandi società di finanziamento e incubazione di start up di Pechino. Incredibile. Sembrava una cosa interessante e utile, effettivamente lo era. “Non potrei mai farlo”, pensavo tra me e me quando ne parlavamo. “Specialmente non potrei mai lavorare in una società del genere con te come capo! Ti sfotterei di continuo!” gli dicevo.

E lui faceva finta di non badare quasi alla mia ironia. Captava dietro il velo dell’ironia che tutta questa spasmodica ricerca del denaro e del successo non erano poi tutto.

Non si sa come per vie traverse anche Elvis aveva trovato la strada per Houhai, quel microscopico paesino sull’oceano. Nessuno in Cina infatti lo conosceva. Lui che proveniva dalla capitale, quattro ore di aereo a nord, lui infatti aveva altre mire. La vita lo stava portando altrove. Investimenti, riunioni, meetingsS, macchine, cene… che noia mortale! Ma un giorno come un altro incontrò un altro suo destino. Non doveva essere quell’Elvis. No, no! Forse che l’energia cosmica di cui faceva parte avesse già programmato che lui, in quel determinato istante, avesse dovuto incontrarsi, incontrare se stesso. Attraverso me, uomo venuto dal Paeseitaldeitalia, perché a tali distanze anche l’Italia era solo un puntino lontano lontano.

Spunti di riflessione.

Non trovate che tutti noi, spesso, talmente concentrati su noi stessi, unidirezionalmente, perdiamo di vista l’oggettività del vivere? Che la vita non sia nostra, ma Nostra? Viviamo assieme, parti viventi dell’organismo vivente Vita.

Questo aveva intuito anche Elvis, questo si dimenava nelle sue vene, nelle mie viene e brancola in quelle di tutti. Questo dà vigore alla vita del tuo vicino, delle nostre madri, di una zebra che bruca nella savana o di un pulcino che dorme beato.

Per questo mi era subito piaciuto Pesce-di-terra, sì. Giovane, sbandato e convinto-nonconvinto della propria missione di ricchezza. Che lui confondeva con bellezza.

“Devo impegnarmi e fare tanti soldi quanti me ne bastano per andare in pensione a trent’anni! Ricorda DeLuFa, ho detto trent’anni!” soleva dirmi muovendo le dita come se fossero legate a pallottolieri invisibili. Aveva delle dita molto lunghe, da musicista.

“Sì sì, Pesce-di-Terra” gli ripetevo io per dargli soddisfazione sfottendolo un po’. “A quanti anni hai detto scusa?”

“A trent’anni, scemo che non sei altro!”

“A ok, scusami, a trent’anni! Ho capito, sì.”

Quello era il suo sogno espresso. Non parlava mai del suo sogno profondo. Quello inespresso. Sembrava non conoscere cosa volesse dire sognare con occhi liberi, con la mente sgombra, guardando l’orizzonte, facendosi attrarre dalle energie invisibili. Non riusciva a trovare pace nel dubbio e nell’imponderabile. Pace nel buio dell’incognito. Sapete? Quel sognare che risveglia dall’incubo di una vita non nostra, di una vita passata non capendo di cosa si è stati spettatori, neanche attori, ma solo sottopagate comparse.

Questa invece è la mia pace.

“Sai DeLuFa, sono il più giovane finanziatore cinese della storia!” andava sempre farneticando, non convincente ma convinto.

“Ma Tuyu (Pesce-di-Terra), sei un pesce felice?”

Questa semplice domanda lo lasciava di sasso e si metteva a ridere innervosito. Perché erano considerazioni sconnesse da tutte le sue elucubrazioni mentali. Quel che andava considerando era ben altro. La felicità? Seguire la felicità? Ma non sono i soldi la felicità? Ma come tutti dicono così!

Si aspettava probabilmente che lo adulassi o lo invidiassi. Ma non andò proprio così. Vedeva solo biasimo e tenerezza nei miei occhi.

No. Non lo invidiavo né disprezzavo. Non avrei potuto farlo, eravamo amici. Anzi, conoscevo bene l’inferno da cui proveniva: Pechino. Sapevo esattamente di quale animale stavamo parlando. Un animale senza collo, per far scendere i bocconi ancor più velocemente all’interno del proprio stomaco. Un pachiderma oscuro, coperto di placche d’oro: la capitale cinese del Mondo del Duemila! La capitale della fine del mondo!

Non potevo invidiarlo. Avevo un po’ pena per lui, ma non per quel che lui era, bensì per il liquido in cui era stato immerso una volta uscito dalla placenta materna.

Un mondo avvelenato, in cui ogni uomo non si riconosce più uomo. Nella capitale del nord. Vi siete mai chiesti perché moltissimi film apocalittici degli ultimi ventanni sono ambientati o rimandano al mondo orientale? Perché da lì, se non sapremo riprenderci, avrà inizio la fine di tutto.

E proprio in quell’immensità tropicale tutto diventava più chiaro.

L’allontanamento totale da ogni forma di cività e di società, almeno come l’intendiamo noi, rendeva manifesto il non manifesto. Quello che non può essere insegnato, solo esperito, e che può esser trasmesso attraverso il simbolo e il suono della parola. Il suono della parola, non la parola stessa. L’oltre-parola. Dove scorre questo reticolo d’energia che un giorno si rimanifestò davanti a noi, e all’oceano. Sulla sabbia calda, con il sole allo zenit.

Quel flusso sconquassava i contorni, attraverso la solida materia, e la spiaggia e il flusso e riflusso delle onde sulla battigia. Noi stessi ci percepivamo fluire, ne avevamo coscienza. Eravamo finalmente liberi. Sapete qual è la più erotizzante sensazione di libertà? Quando scopri che la materia non può fermare il tuo spirito. Conoscete questa sensazione? Certamente. L’abbiamo solamente dimenticata.

La temperatura corporea cambia, senti come venti freddi in gola, gelo là dove vi è calore e calore là dove vi è freddo. Senti un vento dentro che dall’interno esce e poi entra e ti porta avanti. Le gambe seguono, ti portano a casa. Nella tua attuale casa, verso la futura, verso la tua passata. In un cono di vita verso la luce e verso il buio.

Oltre.

“Sai cosa dovresti fare TuYu?” gli chiesi così su due piedi.

“Cosa?” rispose giocando con le dita sulla sabbia, guardando triste l’orizzonte.

“Dovresti fregartene un po’! Dovresti mollare tutto! Si fottano le aspettative! Si fottano le immagini riflesse di te! Si fotta il piano pensionistico!”

“Ma noi non abbiamo piani pensionistici!”

“Un motivo in più per fottersene!”

“Non capisco” rispose.

“Lascia perdere non è questo il punto!”, provando a spiegare.

“Devi lasciare andare tutto se vuoi essere veramente felice. Non puoi continuare a rincorrere un miraggio di vita che ci è stato inculcato poi chissà da chi e quando! Ma ci pensi? Milioni e milioni di persone, poi a Pechino o Shanghai non ne parliamo proprio! Ma anche a New York, a Parigi, a Roma… tutti ad inseguire un sogno, uno stile, un modo, una sola verità, che non è quella delle cose! Una verità che non è quella del mondo! Ma ci pensi Tuyu che non sei altro? E anche tu ti ritrovi a rincorrere i milioni! Ma milioni di che?”

“DeLuFa! – con la faccia imbronciata – Ma se non hai soldi come fai a campare, scusa? Io voglio essere libero, non voglio più lavorare, voglio godermi la vita, voglio vivere di musica. Voglio suonare, lo sai da quanti anni non tocco neanche più la mia amata chitarra! Non ho tempo per farlo!”. I suoi occhi si rigarono di commozione, di dolore.

Illusioni.

“Poi quando il mio autista viene a prendermi in ufficio…”

“Ancora con questa storia dell’autista! Ma lo sai che sei proprio un pallone gonfiato? Ti devi sempre fare grosso, ma sei solo un Pesce di Terra! Ah ah ah!”

“Cretino!” rispose indispettito e divertito. Avevo come la sensazione che a lui piacesse essere trattato finalmente per quel che era. Un giovane alla ricerca e non solo un finanziatore alla ribalta da cui forse si potevano scucire soldi, e il tanto bramato successo.

“Se mi fai finire di parlare…” continuò lui.

“Vai vai, continua, te lo concedo…” strizzandogli l’occhio, ma non lo vide.

“Quando sono in macchina…”, si fermò un attimo notando il mio sorrisetto smaliziato. “Ecco, ora va meglio?” lanciandomi un mucchio di sabbia in testa.

“Meglio! Meglio! Comunque se vuoi te lo faccio io l’autista sulle autostrade dell’infinito! Quelle che ti condurranno nel paese delle surfiste nude, dove le onde sono fatte di birra e le colline coperte di ganja e funghi psichedelici!”

“Ah” comicamente secco. “Comunque, quando sono in macchina e passo da un appuntamento a un altro, da una riunione a un’altra, da anni, per ricordarmi chi sono, per ricordarmi che voglio essere un chitarrista, apro e chiudo le mie mani, per allenarmi i tendini. Così quando riprenderò in mano la mia amata chitarra spagnola, prima o poi, non sarò così malmesso. Almeno le dita mi si muoveranno ancora basicamente bene!”, e cominciò a farmi vedere quel movimento. Aprendo e chiudendo le mani a pugno con una velocità impressionante. Quasi schizofrenica.

A dire il vero sembrava quasi un pazzo. Immaginate la scena. Dallo sguardo pazzo di un pazzo che guarda un altro pazzo e ognuno ha le proprie ragioni per pensare di avere ragione. Verità che si nasconde!

Sullo sfondo l’oceano stava a guardare e le palme occhieggiavano da dietro una linea di vegetazione bassa. Qualche fiore di stramonio si sentiva ridacchiare da sotto il palmeto. Certo non ridevano di lui, né di me. Ridevano di loro, di tutti quei morti che non sanno di essere morti e che si ostinano a distruggere la vita di chi vive e vuole continuare a farlo. I zombies sociali che comprano gelati nei centri commerciali vestiti da incontro galante, quando guardi gli occhi di lei, e lei guarda gli occhi di lui e in realtà sono entrambi depressi e non sanno che intanto farebbero bene prima ad amarsi un po’ per poi scoprirsi completamente ciechi e inconsapevoli di chi siano veramente.

Provai anche io a aprire e chiudere le mani alla sua velocità e intensità. Impossibile, eppure suonavo. Su doveva aver sofferto molto. Non avrei mai potuto batterlo a quel gioco dei pugni aperti pugni chiusi. Ci aveva buttato dentro tutta la sua frustrazione degli anni e l’anima si nascondeva sotto le unghie corte, con poco spazio.

“Capisco cosa intendi, TuYu. Ma quello che non capisco è perché perdere tempo. Perché ostinarsi a contribuire a questo sistema malato, contribuire alla sua maturazione che porta dritti alla fine. Perché continuare a incoraggiare giovani e meno giovani a produrre produrre produrre, mantenendo uno stile di vita che è inconciliabile con l’alito spirituale dell’uomo. Perché continuare a fare soldi fare soldi fare soldi per apparire apparire apparire. Ma non siete stanchi voi cinesi?”

“Be’…” non rispose, guardando il vuoto.

“Non che siate solo voi, per carità. Lo sai quanto io ami e odi la Cina! Altrimenti non sarei qui a parlare con te, un Pesce-di-Terra, in cinese, su di un’isola cinese, nel mare cinese a criticare il sistema cinese, o sbaglio? Mi farei i fatti miei. Solo chi ama grida, scalpita e si arrabbia! Solo chi ama ti cerca e ti dice le cose come stanno. Gli egoisti gongolano nel silenzio dell’invidia e nel freddume della vendetta, non trovi? Sbaglio?”

“Tu sbagli sempre DeLuFaaaa! ah! ah! ah!” scoppiando in una sana risata liberatoria.

“E meno male che sbaglio sempre! Ancor più meno male che io sia così cocciuto da continuare a parlare con te, altrimenti sarei già impazzito nel silenzio della mia mente sola!” risposi un po’ ansioso.

“Comunque quel che volevo dirti è questo. Al di là di tutti i miei errori, In fondo guardami. Non ho nulla, non sono nulla, non voglio veramente nulla! Anche se non ci credi questa è la verità! Non pretendo forse neanche di valere nulla. Vorrei solo svanire in una gioia sublimamente liquida! (cercando di fare gesti che potessero mettere in scena in qualche modo quel che stavo dicendo. Impossibile, ora lo so!) Guarda come sono felice oggi, qui ora, con te, su questa maledetta-benedetta spiaggia. Vecchio Tuyu che non sei altro! Che se guardi bene poi, questa non è neanche la più bella delle spiagge del mondo, ma è la nostra spiaggia. La spiaggia su cui siamo. Dentro cui siamo. La spiaggia siamo noi. E respiriamo pure questa dolce aria di mare, dopo una splendida surfata! E se non sappiamo surfare come sanno i pro, a noi che ci frega? Siamo qui. Capisci? Ci ha illuminato qualcosa. Eppure siamo lucidi! E quel qualcosa ha illuminato anche te, ora, te che non sai ancora di esserlo!”

“Esserlo cosa?”

“Illuminato!! E guarda come volano quei due uccelli. Perfetti. Sono perfetti!”

Mi guardava commosso.

“La perfezione è una scoperta! Paradossale, non trovi? Ti porta a scalare le più alte montagne, a superare deserti, ad attraversare le metropoli più lontane, a discutere coi matti, ti fa intrufolare nelle bische dei demoni, ti fa affrontare gli uragani, bivaccare coi ladri e gli assassini e poi, alla fine, dopo tutto questo infinito peregrinare, quando pensi proprio di aver perso completamente il lume della ragione e il senso stesso della vita, del vagare… capisci che era lì, proprio lì.. la perfezione era lì. Capisci? È sempre stata lì, ancora lo è, davanti a te, che ride! Senza parlare ti guarda con gli occhi di un bambino! Per questo noi dobbiamo combattere! ”

Mi guardava annuendo, cercando il significato segreto delle mie parole. Scrutava i lati dei miei occhi, cercando di capire se stessi mentendo o se lo stessi prendendo in giro. Ma il mio stile di vita era inconfutabile e tutti sanno che non sono un bravo attore (e neanche scrittore!). Da bravo cinese sapeva bene che le parole non hanno potere se non vengono seguite dall’azione e solo chi agisce ha il diritto di parlare. Gli altri be’, dovrebbero forse tacere.

“Molla tutto! Abbandona tutto quel che pensi di essere e diventa compiutamente te stesso! So che puoi farcela, anche perché ti vedo. Tu ce l’hai già fatta in realtà, non ti riesci solo a vedere!”.

“Ma io… e se tu fossi solo un pazzo?”

“Bene, allora potete anche bruciarmi! Ma penso che tu, nel tuo profondo, sappia già quel che vero da quel che non lo è . È che hai solo paura di farlo e di fallire, ma non si fallisce mai in una prospettiva infinita… o forse sì, hai ragione… sono solo un pazzo! ” Non rispose altro. Stemmo in silenzio.

Non so in realtà neanch’io perché dissi quelle parole. A che titolo poi mi arrogavo il diritto di farmi suo fantomatico guru. Già la mia testa mi gridava contro “Tu non sei il guru di nessuno, hai fallito tutta la tua vita, non hai una lira, non hai una famiglia e non una professione! Tu un guru? Ma fammi il piacere!”.

Io effetivamente non sapevo nulla, forse la mia mente aveva ragione. Avevo lasciato tutto e non avevo certezze. Io che sotto tanti punti di vista avevo veramente fallito. Avevo distrutto tutto, bruciato tutte mie piccole conquiste, quel che mi stava vicino per ricercare l’invisibilità e seguire un miraggio d’illuminazione. Ma poi che cos’è quest’illuminazione? Ma non ci avevano già scritto tutti? Eccone un altro.

Saranno stati gli occhi forse a convincerlo, l’intensità dello sguardo o forse qualcosa nascosto sotto la nostra spiaggia, un’antica runa extraterrestre a onde alfa?

Magari un ufo, un razzo spaziale emanava frequenze inintellegibili, invisibili ma efficaci. Onde che influenzano il nostro pensiero e che possono vedersi, svelarsi solo nel successo di chi ne ha subito l’influsso senza paura. Non so perché, ma sono sicuro che qualora esista quest’astronave, sia nel profondo del nostro essere. Sì. Noi siamo astronavi. O forse questi pensieri, tutto questo stream di coscienza era solo dovuto al vento tropicale, all’irrazionalità del mare, alla sua potenza? Niente veniva da me, ma siamo nulla se restiamo nel flusso del loro mondo, nel mondo dei morti al mondo.

Tutto era passato.

“Andiamo dai, è l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Torniamo a casa, e poi chissà che starà pensando Sange! Gli avevo detto che andavo a fare un bagnetto! Ancora dobbiamo finire la tettoia del terrazzo…”

“Non preoccuparti di quel vecchio lamentone. Guarda che onde, altro giro?”

“Lo so, fratello! Le vedo, ho le braccia a pezzi, abbiamo lavorato già tutta la mattina in ostello. Torniamo al tramonto. Ma andiamo a mangiare qualcosa ora, questo sole mi sta incocciando la testa”.

M’incamminai sulla spiaggia.

Lui non mi seguì.

“Oh, mbe’!”

“Vai tu, dai. Non preoccuparti. Voglio rimanere un poco solo qui a pensare”.

“Tutto ok?”

“Sì, non preoccuparti. Mai stato meglio.” Sorrise tristemente.

“Va bene, come preferisci, ma sbrigati che ti offro una birra!”

Haode” (va bene).

“Ok, wo zoule” (vado) presi la mia tavola, la misi sopra la testa per coprirmi dal sole e tornai a casa.

Era una splendida giornata. Un’altra splendida giornata. Le onde si ammalgamavano le une dentro le altre, sembravano impastare dolci salati liquidi, squisiti e nessuno era in acqua a mangiarne, nessuno che sapesse trovare la gioia dove la trovavamo noi. Ma forse era meglio così! Più onde per noi.

Acqua calda, libera, lì da sempre. Non per sempre.

E noi l’accarezzavamo se non con le dita col pensiero. Ancora come faccio ora.

Malinconia d’istanti, malinconia del sapere che la bellezza non dura per sempre, rimane, esiste sì, ma cambia. Trasmuta. Malinconia del sapere anime perdute e sofferenti di fronte a questo oceano di bellezza che tutti meritano, di cui non tutti sanno godere. Siamo avidi e non siamo tutti surfisti. D’altronde non tutti sono scivolatori di liquida divinità.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 6

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 2.2

Come al solito non si portavano mai scarpe. Eppure le riponevo sempre belle, in linea, sopra la scarpiera che doveva immancabilmente esserci. Scarpe pronte all’uso, in un paese dove non se ne usano molte. Eppure loro sempre pronte, lì sulla sinistra della scala. La scala di casa era bellissima, ripida e liscia, di finto marmo color sabbia. Sempre insabbiata, qualora le linee sabbiose del marmo non bastassero a dar l’idea di continuità sabbiosa dalla spiaggia al mio uscio.

I bambini, poi, amavano venirmi a trovare. Non capisco come, a dei bambini, possa balenare l’idea di venirmi a trovare e farmi delle smancerie. A volte certo mi lusingava e a loro volevo bene, così come ne volevo a Sanwa, a Steven, agli altri di cui ancora non vi ho parlato. Forse i bambini lo avvertivano e per questo cicloneggiavano dentro casa mia. Volevo bene anche alla strega. Quella a cui non ho mai portato la frutta. Ma parlavo della sabbia.

Incredibilmente sono sempre stato un tipo con il piede anti-sabbia. Me ne accorsi subito vivendo tutto il giorno in spiaggia e tornando su quelle scale color sabbia, e camminando in una casa decisamente non contraria alla presenza di sabbia. Sabbia ovunque, tutto era una duna continua, fino all’uscio. Dopodiché, la sabbia svaniva. Come se i peli dei miei piedi avessero la capacità di distogliere la sabbia dall’idea di cadere, a fine percorso, dentro casa. Una sabbia educata. Lei si faceva convincere a distaccarsi da me al momento opportuno, mai casuale. Nulla è lasciato al caso. La quasi totalià dei granelli preferiva rimanere sulla spiaggia piuttosto che essere sparpagliata e dispersa lungo la strada. Avrei spesso dovuto seguire il consiglio dei peli dei miei piedi e dei granelli, e parlare con gli elementi, che ne sanno più di me, sicuramente.
Comunque non avevo mai avuto una casa tanto ampia e luminosa. Erano quasi duecento metri quadri di pura psichedelia e libertà. Intendiamoci, non che io ne abbia cercata intenzionalmente una cos ìgrande. A dire poi “dueeeceeeentttooo meeettri quuuaaddri” ti si riempie quasi la bocca. Ci vuole troppo a dirlo. Non la volevo, ci trovammo. E subito diventò la nostra privata comune nel paese delle meraviglie.

Alice non c’era né venne mai, ma il bianconiglio correva spensierato nel corridoio, non dovendo rincorrere di proposito nessuno. Una corsa libera da compiti specifici, senza orologi. Vi erano due saloni con cucina e quattro camere da letto con quattro bagni in camera più un mega balcone e tutto questo a soli cinque metri dall’oceano, che sembrava quasi entrare dalla finestra al mattino per dire “buongiorno! Questo è ancora un altro bellissimo giorno nel paradiso del surf cinese e nel cosmo della tua mente, giovanotto! Ora caffè!”.

Uscivo tutte le mattine e pagaiavo da una parte all’altra della baia, con la mia tavola. Qualche chilometro in scioltezza per risvegliare il corpo addormentato. Canottiere estremo di flussi d’energia. Flussi energetici dentro la materia solida, materia pulsante, irraggiante. L’ho sempre vista così quest’energia, liquida e luminosa, sciolta dentro l’acqua del mare su cui scivolavo.

Vicino la mia porta di casa vi erano un paio di alberghetti, tutti gestiti da amici. E lì potevamo prendere in prestito kayak o longboard, ma avreste potuto prendere quello volevate. Un tavolo d’architetto? Perché non un contrabasso? Cosa volete surfare oggi? Quale oggetto volete usare oggi per scivolare sul tutto? A voi la scelta, è tuo.

Importante era solo individuare i canali, i canali energetici. Così si fa, me lo hanno insegnato gli alberi e confermato le onde. Non è roba mia, nulla di quel che abbiamo è veramente nostro.

Finito il training mattutino tornavo a casa per una ricca colazione a base di frutta tropicale. Dalla cucina c’era una graziosa vista sul mini albergo vicino, blu e bianco, su degli alberi di mango, e su di una goffissima palma che, quando soffiava forte il vento da nordest, curvandosi, tendeva a coprirmi la visuale sullo spot principe della baia. Che diamine!

I surfisti locali erano pochi, ma tutti concordavano nel chiamare quello spot, davanti casa Xiaojin (leggi siaogin). Era il nome della dolce e incazzosa ragazza del solito Sanwa. Lui era un piccolo boss qui a Houhai, o così avrebbe voluto, ma tutti lo conoscevano. Era già un buon inizio. In realtà non è che ci volesse molto, il paese in tutto contava circa milleduecento anime. Più quelle dei cani e dei topi. Dei tantissimi topi che amoreggiavano, specialmente di notte, lungo i crocicchi e dentro i canali bordo strada, sempre pieni di ogni zozzeria: pacchetti di patatine, sigarette, bottiglie, frutta, verdura. Non ho mai visto un preservativo ora che ci penso, cosa abbastanza comune invece a Roma. Quando ero un pischello e correvo per i prati seguendo una palla ci imbattevamo spesso in preservativi usati e siringhe. Altre storiee. Eppure sono certo che qualcuno praticava il sesso sicuro anche a Houhai. Non i topi.

Nella mia casa si nascondevano cose. Ne sono sicuro. Vi erano cose nei muri della costruzione. Forse erano occhi.

Quella era la mia casa, casa-occhiopsichedelico, rifugio e stimolo della notte. Non si poteva dormire troppo in una casa piena di occhi pronti e fissi a guardarti. Bisognava quindi sballarsi e lo facevamo spesso fuori, la parte più bella sicuramente, era un grande terrazzo. Ampio largo, larghissimo.

Il proprietario era un vecchio pescatore originario del Guangdong. Parlava con un tono altissimo tanto che decidemmo di soprannominarlo Pavarotti. Aveva effettivamente non solo un tono altisonante, ma anche una profondità notevole. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vecchio Luciano. Chissà. Forse lo avrebbe accoppato. Era comunque un vecchio simpaticone il sig. Li, così si chiamava, Li, come quasi tutti i cinesi che non si chiamano altrimenti. Gli altri se non sono Wang, almeno sono Zhang.

Sotto la nostra casa-occhiopsichedelico abitava lui, con tutta la famiglia. Inclusa una figlia innamorata persa di me. Ogni volta che passavo diventava sensibilmente rossa e abbassava lo sguardo a volte a terra a volte sui miei pantaloni.

Anche Fratello Li aveva, come Sanwa ai tempi di Chengdu, una bisca. Certo la sua, chiamarla bisca, forse è un parolone. Erano un paio di tavoli, uno con la roulette incorporata, un paio di frigoriferi per la vendita delle bibite e degli alcolici e qualche sedia buttata un po’ qua un po’ là. Fatto sta che ogni giorno, fino a tardi, i locali si ritrovavano da lui per scommettere e giocare a Majiang. Un gioco amatissimo dai cinesi, specialmente quelli del sud. Urlavano si sbracciavano fumando pacchetti su pacchetti di sigarette e sorseggiando qualunque cosa. Una vera pacchia di vita senza ombra di dubbio. Almeno se riesci a viverla fino in fondo.

Il nostro terrazzo era esattamente sopra la bisca. Quindi eravamo al corrente di ogni arrivo e di ogni partenza, di ogni mano, di ogni vincita e di ogni sconfitta.

E io adoravo questo spazio, il terrazzo. Avevo montato una bellissima amaca, comprata su Taobao, l’Amazon cinese. Blu a strisce azzurre. Comodissima. Quando ci si era sdraiati sopra sembrava di dondolare sul mare e sulle sue correnti. La posizione era perfetta, il vento là rinfrescava tutto l’anno. Quante notti al buio più totale passate ad ascoltare solamente il suono delle onde dondolando su quell’amaca! Di sottofondo ci raccontavano ninnananne non finite, in linguaggi incomprensibili, e non perchè il mio cinese non fosse buono. Lo masticavo terribilmente bene, cos ìcome lo amavo visceralmente. Tanto che i cinesi spesso pensavano io stesso fossi cinese. Venivo tradito solo dai miei grandi occhi.

Lì, le onde parlavano a giorni alterni e quando lo facevano era per lo più in cantonese, vietnamita e portoghese.

Il pavimento del terrazzo lo avevo fatto di un verde intenso, non chiaro e non scuro, che si illuminava quando pioveva. L’acqua sembrava riflettere tonalità violacee. A volta gialle. Chissà da dove proveniva il viola ripensandoci.

Fiori agli angoli e piante rampicanti che abbracciavano le balaustre. Ecco il nostro paradiso casalingo! Quando non volevamo stare fuori fuori, potevamo stare fuori dentro.

Quando mi affacciavo vi era un inspiegabile via vai di persone indaffarate, di tuc tuc motorizzati che sfrecciavano con roboanti marmitte fuoriditesta. Ce n’era uno, un guidatore di tuc tuc, un giovane coi denti rossi, sempre sorridente e sempre con lo sguardo assente, perso nel vuoto, come se ti guardasse sempre la ghiandola pineale, oltre la linea degli occhi. Lui, lui aveva il più micidiale impianto stereo mai montato su qualunque tuc tuc di tutta l’Asia! Lo sapeva, e per questo era anche molto ambito dalle donne del posto. Uomo panzuto e felice, tuc tuc possidente, con impianto stereo campione di potenza, offresi per procreazione o semplici sveltine occasionali.

Questo lui diceva correndo per il paese a velocità ridicolmente lente. Eppure era anche lui un genio. A suo modo. Ne sono convinto.

E poi c’era tutta questa massa di gente che sguizzava via. Il paese era piccolo, vi erano pochi umani, ma in fin dei conti, era tutto proporzionato. Così sembravano in molti a camminare su e giù. Mi ero sicuramente disabituato alle masse mostruose degli strusci pechinesi o di città. Anche Via del Corso il sabato pomeriggio non scherzava negli anni Novanta quando andavamo da Energie a comprare cose di tendenza. Allora avevamo le lire. Oggi di lira c’è rimasto solo lo strumento.

Comunque sia, dall’alto della mia terrazza, a mo’ di Truman Show, ero al centro dell’attenzione di tutto il villaggio. Erano tutti rigorosamente incuriositi da questo Laowai (così chiamano gli stranieri in Cina). Ero sicuramente famoso tra di loro, ma come si fa ad essere famosi e non saperlo? Di Rodriguez ce n’è solo uno. Bene, a Houhai era ed è invece possibile.

Immaginate voi di vivere di un paesino sperduto del sud, magari nella nostra splendida Sicilia e vedersi arrivare un maori che si trasferisce sorridente. Non solo. Immaginate altres ìche questo maori parli un perfetto italiano e anche alcune parole di dialetto siciliano. Cosa penserebbero gli abitanti di Acitrezza? Ecco io per loro ero quel Maori. ero questo ai loro occhi. Un maori, un maori selvaggio, un assassino forse, uno che era scappato o che nascondeva chissà cosa. Ero un tipo misterioso, da cui diffidare o da spolpare se possibile. Ma pur sempre un maori con il sorriso e non mi avrebbero mai fatto del male. Ricordo le parole di Terzani “quando ti puntano un fucile contro, tu ridi!”. Non si spara a un uomo felice.

Anche loro, i villeggianti, se non erano persi con lo sguardo nel vuoto, forse per i fumi dell’oppio, erano molto sorridenti. Avevano un bel sorriso stampato davanti e un lungo pugnale di dietro, lungo la schiena. Erano gli ignari figli della grande scimmia madre.

Ed io amavo far loro ascoltare Woodstock, Bob (Marley) o Aoxomoxoa dei Grateful Dead a tutto volume. Li vedevi allora subito occhieggiare da sotto incuriositi. Ma anche i semplici rumori stimolavano la loro curiosità. Gli idiomi misteriosi che talvolta sentivano provenire dal mio terrazzo li affascinavano poi oltre modo.

Niente, non c’era niente da fare con quel primo piano di quella casa sul lungomare ovest. La casa del pazzo Fratello Li, tanto pazzo da averla affittata a quel tipo capellone e strano.

“Da da dove hai detto che viene?” chiedeva il primo

“Non ne ho idea” rispondeva il secondo

“Sembra dall’Italia” affermava intellettuale il terzo.

“Oooooooo!” rantolava il quarto.

“Affittare propria casa a un italiano!” asseriva un quinto.

E gli italiani si sa, sono tutti mafiosi col mandolino in mano. Io avevo una Martin da viaggio.

Mi sconcertava, prendendo un taxi a Sanya, città non lontana dal villaggio, o ai miei tempi di studio a Pechino, come gli autisti non conoscessero neanche la posizione del nostro Paese-Italia. Qualcuno domandava insicuro “Dov’è? È in Europa, o no?”. Qualcun’altro s’insinuava in discorsi complicati “Sì, certo, la patria di Giulio Cesare che aveva combattuto contro Napoleone!”

“Italia? Veramente!! Altobelli!! Maldini!! Totti!!” gridava con sguardo estasiato qualcun’altro ancora, agitando il pugno destro dopo aver inserito la terza marcia, mentre imboccavamo a tutta birra il terzo anello, per tornare al quartiere universitario, Haidian. Questo o poco più è quello che sapevano di noi. Peccato per la FIAT e per Michelangelo!

Dalla finestra della mia stanza, quella grande che dava sul terrazzo, si intravedeva un palazzo, da sempre sfitto. Disabitato, alto quattro piani. Solo, là che aspettava e là ancora aspetta forse il mio ritorno. Tutti i giorni al mattino gli lanciavo un’occhiata e lui apriva le sue finestre azzurre come a salutare ogni risveglio, ogni siesta pomeridiana, ogni placida notte. Sembrava quasi vivere di vita propria, ancora lo ricordo con un alone, non alcolico, un alone di luce. Si stagliava. E non è detto che tutti i palazzi sappiano stagliarsi, ma quello sì, si stagliava. Forse perché  la luna ai tropici illumina tutto con potenza. Abbaglia e i mattoni degli edifici ne traggono giovamento. Serotonina strutturale. Stessa luna, stesso cielo.

Ci vogliono talvolta però occhi nuovi per percepirne differenti intensità e sfumature di luce, in questo mondo che è prepotentemente fatto di sola ombra.

LuLu e MiaoMiao erano i miei due coinquilini. Si erano letteralmente conosciuti sulla mia terrazza e si erano innamorati di un amore tenero, in una notte d’estate.

Ci facevamo compagnia. Lui era un ottimo cuoco di cucina sichuanese, lei un’amorevole ragazza hainanese. Avevamo messo su una famiglia, ci comportavamo come se lo fossimo stati. E lo eravamo in un certo senso.

Passavamo molto tempo a discorrere di Taoismo io e Lulu, e non mi stancavo mai di sentire le sue storie del Sichuan, di quando viveva ancora a Chengdu, di quando aveva ancora i capelli lunghi e vendeva bong e chilum in un centro commerciale, in centro città, fino a quando non ebbe l’illuminazione. Era un tipo in gamba, di cuore.

“DeLuFa, ti va un po’ di cha (tè in cinese) ?”

“Va bene, quale facciamo? Puer, Lulu, ti va?”

“Hao ya! (Va bene) Mentre bolle, ti va di andare a comprare le sigarette? sono finite.” La stamberga delle sigarette era strillante come al solito. Giovani locali, vestiti tutti uguali, come i giovani locali che passeggiano lungo le nostre vie delle città occidentali sono vestiti tutti uguali. Fumavano, presi da febbri misteriose, pensieri semplici e affilati da stimolanti. Bastava guardarli negli occhi per capire. Erano anime dirette, destrutturate, semplici come una lama che entra nel costato piano piano. Eppure sembravano così felici, ignari di tutto quel che c’è fuori. Verso nord verso sud, verso dove vuoi tu.

I loro volti mi rammentavano sempre il dono del presente. Dovevo in ogni modo riuscire a festeggiare quell’altra giornata da leoni. Giornata di libertà e di onde solitarie autosrotolantesi su un fondale piatto e bianco.

Il tè ormai era quasi pronto e Lulu canticchiava come suo solito seduto sulla sua solita sedia a girare una nuova trella. Era stato un bassista professionista quand’era ventenne. Suonava nei migliori locali di Chengdu. Lo aveva fatto per anni, prima di ammalarsi di depressione. Niente aveva più senso per lui. La città lo opprimeva.

Le grandi città cinesi sono infatti come grandi culi d’elefante. Oppure pensatele così: come un marasma di energie negative che si mischiano l’un l’altra e cercano di divorare quelle positive, per poi defecarle immondizia dal loro grande orifizio economico commercial-anale. Città luci nella nebbia, fari lontani che non salvano.

Molto lontani.

E così, anche Lulu era un riconvertito, uno che aveva visto, che aveva capito, silenziosamente intravisto una via di fuga all’interno di questo enorme meccanismo senza senso della vita del Duemila. Uomini come macchine che alimentano serbatoi di altre macchine. Che lavorano solo per pagarsi debiti e non hanno tempo per se stessi, per la famiglia, per i figli, per la gloria, per la giustizia, per l’arte, per lo spirito, per il futuro. Non hanno tempo per il futuro. Non vivono. Annichiliti in bare trasparenti, i cui gli occhi sono due miseri e piccoli spiragli. Occhielli sul mondo che se ne va. Distruzione spirituale al cubo! Zombies!

Anche Lulu lo aveva capito! Bisognava partire, anzi dipartire!

Risvegliarsi dall’incanto.

Città che non funzionano più, qui là ora, adesso. Domani?

Consci del dolore che questo olocausto spirituale provocava in noi, nel nostro profondo, consci del soffocamento che questo Nulla planetario provoca sulle menti di tutti, noi celebravamo la vita! Soli sperduti, ai margini del mondo e della società, noi inneggiavamo all’attimo che passava e diceva “Hey, dude, alzati! Diamine! Sei ancora vivo, ma non lo vedi?”.

Dovevamo celebrare ogni istante di questa vita semplice – e monotona? Sì, monotona se volete! – Celebrare questa monotonia del vivere, serenamente, lontani dall’incombenza di tutto un resto, di tutte quelle aspettative, di tutte quelle speranze e di tutte quelle tensioni dell’essere (che abbiamo confuso con l’avere) in cui no, noi non ci riconoscevamo più! Né in Oriente, né in Occidente.

Ci hanno fottuto il mondo, fratelli! Non ve ne siete accorti? E che cosa contiamo di fare per riprendercelo? Per riprenderci quello che noi siamo! Niente?

Insetti come pachidermi, enormi, voraci, con gambe schifose, pelose e putride, divorano le coscienze. Incombono su di noi, sotto la nostra pelle e s’insinuano, strisciando tra ogni capillare, ogni vena, ogni cartilagine. Al ritmo di un battito di cuore. Vermi, vermi nelle ossa e nella carne! Infezioni che dobbiamo debellare, demoni terrestri assetati di vendetta!

Il pachiderma della distruzione umana, dell’inquinamento globale, della morte, dell’ombra del partito e di tutti i partiti, incombeva ogni istante sulla bellezza di quell’angolo di paradiso. E noi? Noi celebravamo ogni respiro, come fosse l’ultimo. Fino al raggiungimento del prossimo nome, al prossimo lettino, fino al prossimo ritorno, alla prossima famiglia, al prossimo essere parte di questo infinito continuum d’esistenze che si ripete fino all’ultimo giorno della nostra cecità spirituale. Fino all’ultimo respiro! E tu respira non lasciandoti dire quel che è bene e quel che è male! L’uomo lo sa istintivamente distinguire, così è sempre è stato e così sempre sarà. La mela dell’albero della conoscenza è un tabu che ritorna, che incombe di continuo sui nostri colli come una ghigliottina, non di liberazione però, ma d’oppressione e menzogna!

Le giornate si strotolavano lentamente seguendo la marea. Si allungavano e si ritiravano in momenti di gioia. Quella vera, che si nasconde in ogni anfratto del tuo corpo e che appare nuovamente, quando deve, senza bussare. Lasciando senza fiato! Rivelazione della meraviglia! Del resto non ci sono porte tra l’anima e il resto. Quando deve ricordarci chi siamo e cosa facciamo, siamo fottuti, appare in un voilà ! “DeLuFaaaaa! Sbrigati, dai che è pronto il tè!” mi chiamava Lulu, senza neanche affacciarsi dalla balaustra del terrazzo. Non c’era bisogno, ero là a pochi passi.

Sapeva che potevo sentirlo lungo tutta la via, a meno che non stessi bighellonando nel paradiso artificiale gratuito della mia mente. Cosa che spesso faccio, sapete. Saper vedere è come un’arte. Così come lo è preparare il tè. E LuLu era un maestro in questo. Come moltissimi sichuanesi amava spasmodicamente il tè, ne vanno matti. “Arrrrriiiivoooo fratello!” risposi correndo per finta.

Non vi era motivo per correre, ero a soli dieci metri più scale sabbiose. Quelle di cui vi avevo parlato, color sabbia senza sabbia. Grazie peli!

“Libera la tua mente se vuoi veramente usare la testa, DeLuFa! Dai su, passami il tuo bicchiere”. E io tacevo.

Erano questi gli echi della nostra quotidianità. Balordamente liberi di costrizioni sociali! Si fottano i possessori di controllo. Schiavi schiavisti schiavizzati.

C’erano periodi e periodi.

Mode passeggere e anche voglie di cambiamento in quella perenne stasi tropicale. Talvolta ci riunivamo sul terrazzo iperspaziale di casa, e passavamo serate intere a parlare di oceano, di onde, facendo musica. Talvolta cercavamo la verità sul fondo di tutte le bottiglie del nostro vicinato. Andavamo dall’“arrosticinaro”, l’equivalente del notturno “zozzone” romano. Quello che di notte, non dorme mai. Che poteva solo fare quello, oppure il ladro o il killer di professione. E invece no, ha scelto di cucinare per tutti. Quello che ti prepara l’impossibile solamente comprendendo il tuo sguardo perso nel vuoto della notte e le tue pupille rosse fuoco. Anche quando non ti esprimi in maniera chiara, grammaticalmente e semanticamente corretta, lui capisce e realizza tutti i desideri, scioglie tutte le fami chimiche. Quelle Verdi, quelle gialle e quelle blu. Che non siano angeli caduti dal cielo?

In quel periodo ci vedevamo talvolta poi al Nanuna.

Un piccolo hotel per vagabondi, per surfisti, a pochi passi da casa. Una terrazza sulla spiaggia. Camminando a passo lento, scalzo, dinoccolato, ci mettevo trentacinquesecondi incluso saluto ai bambini e alle ragazze della casa di fronte.

Vi era un’atmosfera distensiva e familiare. Addirittura una grande piscina sull’orizzonte. Dall’acqua si poteva ammirare tutta la maestosità della Baia
dell’Imperatrice. Era uno dei nostri punti di ritrovo imprescindibili.

Sdraio malconce si gongolavano di fronte al bar non desiderose di nessuno a sederle. Un bancone in legno martoriato, lungo cinque metri, ricavato dalle assi che i pescatori avevano utilizzato in passato per raggiungere, da una banchina del porticciolo, le barche in mare. Le loro passerelle erano diventate le nostre passerelle verso il mondo dell’infinito. Su quei legni passavano bicchieri di ogni forma e dimensione, di ogni colore. Sabbie dorate e polveri di tabacco. Tutto rimaneva in quel legno e tutto spariva, fino al prossimo giro. Un legno scurissimo, vecchissimo e, a sentir dire loro, vivo. Al suo interno si nascondevano gli spiriti degli uomini morti in mare, che avevano ancora fame di vita. E noi li nutrivamo col rum, ogni notte fino quasi all’alba, fino al richiamo del mare e del surf.

Sanwa, ovviamente, era uno dei soci fondatori del Nanuna. Quella era casa sua. Ci aveva vissuto anche fisicamente qualche anno, con la sua ex, XiaoJin, la ragazza che aveva dato il nome allo spot davanti casa. Che poi è anche davanti al Nanuna.

Sanwa aveva investito, pulendoli, parte dei soldi guadagnati durante la sua attività clandestina di Chengdu. E spessissimo alcuni suoi pengyou (amici) lo venivano a trovare. Ingresso, saluto e panza all’aria. Mostravano i propri dragoni tatuati dietro le spalle taurine, ed enormi mazzi di soldi apparivano fuori dalle tasche. Fumi infiniti di sigarette. Questo il loro stile, condito con qualche cicciotta tastata di culo alle loro geishe personali, ragazze che era meglio non fissare troppo. Dopodiché si tuffavano subito nel gioco. Carte. La loro passione era nelle carte e nelle montagne di soldi facili tramite le carte. Le sigarette ipnotizzavano, creavano atmosfera, l’alcol era un deterrente. Serviva a rifiutare di avere un domani. Se ne ingurgitava quantità tali da chiedersi, lucidamente una domanda “Perché?”. Non avevano bisogno di altro, solo di soldi, di sesso, e di morte.

E furono proprio i soldi a convincere Sanwa a lasciare il suo amato Nanuna. Tutti quegli anni passati, gli avevano lasciato una forte malinconia. Xiaojin se n’era andata, pare a Guilin, nella natura incontaminata. Troppi ricordi per lui, voleva voltare pagina senza andare troppo lontano. Rimettersi in gioco, sempre. Conosco Sanwa, la mia offerta capitò come una chiamata del destino.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.2   

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

 

Parte Prima – Capitolo 1

1.

Le palme ondeggiavano dolcemente. L’aria entrava fresca in gola per la prima volta, come se prima d’allora non ci fosse mai stata né aria né gola. Era una respirazione differente, nuova.

Al di là della spiaggia un giardino curato, naturalmente curato. Il verde spumeggiava di un verde smeraldino come le onde del mare e le nuvole erano alianti senza ali. Erano loro a spingere il vento e a creare quella dimensione che nei sogni si riconosce come sogno. Eppure ero sveglio. Lontano da Pechino, lontano dalle tempeste di sabbia, lontano dal tumulto dell’ansia e dal grido strozzato della sua notte nero pece. Le industrie erano ancora là, ma i fumi e gli odori delle viuzze del Gulou non mi raggiungevano più e io tornavo a essere libero come non ero mai stato prima.

Eppure una serie di pensieri, grovigli di forme geometriche, container in un alto mare, navi mercantili e marinai si susseguivano in un pensiero non pensiero che col pensiero avevano poco a che fare, ma affascinavano, erano un non pensiero cos ìcome può esserlo un dipinto al muro. Non ero più il me che conoscevo o che avevo conosciuto fino a quel momento. Ero un flusso di luce nella luce del meriggio e pulsavo. La luce stessa respirava con ritmicità. Soffusa, potente. Ero ricco di vita.

Sono sicuro che voi tutti abbiate sperimentato questa sensazione o che lo farete un giorno o l’altro, anche fosse il vostro ultimo giorno.

Avevo immerso i piedi tante volte nel mare, mai nel Mare della Cina del Sud. Erano in acqua pensavo, cercavo di muoverli, facevo ruotare le dita e tastavo la sabbia sotto la pianta. Non c’erano sassolini né ghiaia, solo sabbia, soffice, pura, molliccia. La stessa sabbia che si desidera quando si pensa a posti lontani, quando si vuole scappare da tutto e tutti, senza saper bene come fare, dove andare. Come quando si sa che bisogna partire. Andare via. Ecco, esattamente quella sabbia.

Potevo anche sentire il flusso caldo e avvolgente della corrente. Incredibile come questo mare, a mo’ di placenta di madre, fosse impercepibile! Incredibile come la mia epidermide non potesse percepirlo! L’acqua aveva la stessa temperatura del corpo o il corpo casualmente lo stesso dolce calore dell’acqua. Una vera libidine sensoriale! Come indossare un guanto di seta liquida. Matrioska di fluidi cosmici. Uomo, mente, mente, uomo, altro, l’Altro.

In quel momento pensai che mi sarei dovuto trasferire in quel luogo quanto prima. Avrei dovuto seguire quel flusso marino senza flusso, incondizionatamente. Perché avevo da fare. Era come un richiamo per me.

Dovevo seguire il tintinnoì che proveniva dalla caverna. “Liberati! Liberati!” una voce dal profondo “e seguimi”. “Sì ma quale voce? Sto forse impazzendo?” Un alito di vento mi fece trasalire.

L’aria era dolce, gli alberi forti e fieri, come soldati antichi, abbronzati da un sole sconosciuto. E fiori, fiori, tanti fiori. Nessun pesce nuotava durante l’ora della siesta. Eppure avrebbero dovuto, non vi erano umani, nessuna lenza, nessuna barca. Finalmente un po’ di libertà!

Mi voltai a guardarla. Mi osservava con fare interrogativo. Guardava un po’ me un po’ il sole mettendosi la mano davanti agli occhi, lasciando filtrare solamente alcuni raggi per truccarsi le palpebre con ombretti di luce.

Non percepiva evidentemente il profumo che il mio vergine naso stava sperimentando per la prima volta, il mio viso non aveva tradito il mio sentire.

“Andiamo via dai, sono stanca, torniamo più tardi, ho un forte mal di testa”. “Arrivo, eccomi…”, la presi per mano. Spalle all’oceano c’incamminammo verso l’albergo. Ogni tanto mi giravo per osservare lo splendore che là, si gongolava, cercando di ammaliarmi di nuovo. Quel mare mi chiamava a due mani, come un hawaiiana nuda, coperta di fiori profumati “Vieni! Vieni! Vieni da me!”.

Le onde si strusciavano le une sopra le altre e quel suono, quel suono maestoso proveniva da ovunque, da sopra da sotto dai lati, era come un tuono marino, un grido di delfino notturno. E io ho sempre avuto paura della notte se immerso in un liquido oscuro. Non si può infatti vedere cosa mai si aggiri sotto. Si è troppo fragili, decisamente troppo indifesi.

Tornammo all’albergo. Ero convinto che la mia prima sensazione si sarebbe rivelata essere un passaggio spazio-temporale. Sarei tornato a Sanya molto presto, quando meno me lo aspettavo, e dopo qualche anno mi ci trasferii per davvero. Testimonianza del volere?

Ni! Poichè il flusso della materia sconquassa i contorni. Ho sempre creduto che la materia solida, le pietre anche, tutto, noi stessi, fluiamo all’unisono. Anche se quel giorno non pensai nulla di tutto questo, ero tutto questo senza saperlo. O per lo meno senza saperlo ancora. Ero un turista stanco e impagliato, questo ero. Un bel cappello sulla zucca, un sorriso a quattrocento denti, gambe svelte a muoversi in diverse direzioni per scoprire differenti e nuove situazioni: i locali, la frutta, la gente, un volo di uccello, differenti sorrisi, cibi, lussi, droghe, animali e così via. Seguivo il mio destino. Cosa avreste fatto voi?

Ero giunto lì dopo quasi quattro ore di volo, da Pechino, la Città del Nord (in cinese BeiJing, Bei vuol dire Nord e Jing città), metropoli lugubre e misteriosa, antica e spasmodicamente plastificata.

Durante le primavere il cielo si vestiva di arancione, arancione giallo e ocra… come il colore della sabbia del Gobi che, trasportata dai venti settentrionali, volava sulla città coprendo tutto. Venti che parlavano molteplici lingue, percorrendo sterminate distanze, valicando monti e lontane steppe. Luoghi in cui gli eserciti del Grande Khan avevano cavalcato sfidando il vento freddo in gola, succhiando sangue di cavallo, massacrando oppressori e traditori, ladri e fuggiaschi. Si poteva fantasticare il suono di nenie mongole e di canti siberiani. Niente più selle oggi, niente più onore, i nemici sono nascosti e invisibili.

A Pechino i sellini delle biciclette, le macchine e le luci venivano filtrate come attraverso un velo fitto; lo smog, infatti, si mischiava alla luminosità della sabbia a filtrare le insegne al neon delle strade. Mancava solamente che la gente cominciasse a correre atterrita gridando “L’Apocalisse! L’Apocalisse è arrivata! Scappate gente!” per rispettare il vecchio libretto di Giovanni e le sue futuristiche visioni.

Non era infatti quasi mai veramente giorno. Il sole lo si poteva investigare e scrutare anche a occhi nudi. La cappa dell’aria, malsana, cancerogena, era sempre lì, stagnante. Irrespirabile.

Ero in Cina, il paese di mezzo, per avventura e per disgusto della nostra Italia, del declino del nostro Occidente, abbandonato a se stesso. Da tutti noi incompreso. Il dolore aveva fatto da collante, e come diceva il mio amico Enrique “Usa il dolore, usa la rabbia!”. Soleva ripetermelo sempre quando c’incontravamo seduti su un divano da me o in rete, tra flussi elettronici di bit superveloci. Così feci. Partii. Ma questo avvenne dopo, o prima?

Ricordo ancora il primo corridoio d’aereo, la prima hostess, con il suo vestitino che sapeva, che serviva a coprire solo per l’occasione, mentre mi allontanavo da tutto il mondo conosciuto. Le lacrime scendevano libere, libere di affermare il mio io. Potevo dirlo forte.

“Ora partirò madre, ora partirò padre, ora partirò amici, ora partirò vecchi tutti, vecchi dentro, voi con le vostre lavatrici sempre pronte al lavaggio, le vostre convinzioni da pinacoteca, i vostri panini da paninoteca, voi che avete infangato la società con il vostro non voler fare e il non voler ascoltare. Che andate avanti senza porvi domande e che, quando lo fate, vi ponete domande errate. Voi! Voi! Che vi siete dimenticati di tutto quel che c’è stato. Che vi dimenticate dell’onore e del sangue, degli abissi e delle vette del nostro più profondo essere, voi, che non badate più all’oltreluogo, che non conoscete più l’oltreumano, che non conoscete l’oltretempo. In cui tutti siamo! Ma non lo sapete? A sì? Non lo sapete, allora tacete! Ascoltate! Ascoltate gente! Io me ne vado! V’interessa vero? Io me ne vado! C’incontreremo ancora prima o poi, ma sappiate una cosa, nessuno può scappare da se stesso, neanche voi che fingete di rimanere, voi fuggite più di me che vado via! Nessuno potrà mai scappare da se stesso. Né ora, né mai!”

Questo era il suono dei motori dell’aereoplano; un abbaiare rabbioso e di paura. Io che non ero mai riuscito ad aggredire nessuno, neanche verbalmente. Io che odiavo lo scontro, sì mi dava fastidio, e che non ho mai voluto fare la guerra tra uova.

Non rimaneva che partire, senza sapere quando tornare, senza sapere dove sarei andato, cosa avrei fatto, chi avrei abbracciato, in quali occhi mi sarei perso. Non mi restava che confidare. Delegare. Affidarmi al cosmo.

L’hostess mi portò il mio primo tè. Non era buono, mi sembrò crudo, duro, come un pugno allo stomaco. Molto forte per i miei gusti d’occidentale d’allora.

Solo dopo, anni dopo, cominciai ad apprezzare il suo istinto cinese. La sua verità cinese.

 

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima. Capitolo 1