Parte Prima – Capitolo 9

Calma.

La notte continuava come la notte precedente e come quella prima ancora, in un buio monumentale. Le stelle erano spettatrici di movimenti di carne umana e noi spettatori di corpi celesti.

Per un periodo, prima che finissimo i lavori, ci ritrovavamo presso un vecchio locale sulla spiaggia, aperto da un personaggio silenzioso. Un po’ obliquo. Si faceva chiamare DaHai (Grandemare). Grande mare non era del posto. Proveniva dall’estremo nord della Cina. Era un dongbeiren (cinese del nord ovest) così come venivano chiamati in maniera a volte un po’ dispregiativa i cinesi della sua zona. Zona estremamente fredda e povera, al confine con la Siberia e con la Mongolia. Là gli inverni potevano raggiungere quasi i cinquanta gradi sottozero. E l’unico modo per resistere a queste temperature era bere. Così bevevano tutti. Ma Grandemare no, lui non resisteva là, il solo bere non lo acquietava. Non poteva farcela. Doveva andarsene, scappare, anche senza niente in tasca, nessun soldo, nessun aiuto. Puro nulla.

Proveniva da una famiglia distrutta, genitori dispersi. Dahai era stato il primo ad arrivare a Houhai, non sapendolo, per avviare la creazione di una nuova Cina, basata sulla semplicità delle onde e sulla forza dell’oceano. Una nuova Cina fatta di silenzio, voluto, desiderato, agognato, sognato, mai imposto. Silenzio indotto da una costante e continuativa meditazione dinamica, assorto in un quotidiano gongfu surfistico, come prendere coscienza di sé, svuotando la propria coppa, in fiduciosa attesa della prossima mareggiata, della prossima occasione donata dalla vita.

GrandeMare alla fine si era sistemato proprio bene. Aveva la discesa diretta in spiaggia e, dalla sua posizione, poteva abbracciare con lo sguardo l’intera baia, lunga circa due chilometri a forma di falce di luna. Spesso lo potevi vedere, sdraiato, coi piedi appoggiati sulle funi a mo’ di ringhiera (che aveva fissato per evitare che qualcuno cadesse dalla sua terrazza). Stava là, solo, a guardare il mare in silenzio bevendo qualcosa. Aveva un’esplosione di tormenti che solo il mare poteva placare, Dahai.

Poi, da lì, si poteva vedere bene, sul lato sinistro, una zona militare. Inaccessibile. Un filo spinato impediva ai civili di addentrarsi a esplorare la giungla di quell’angolo di paradiso; dall’altra parte della spiaggia invece, simmetricamente opposta, verso sud, vi era invece una grande cava di pietra. Si potevano vedere luci e fuochi, fino a notte fonda. Erano camion e altre macchine da lavoro in continuo movimento che, nel buio, apparivano come puntini luminosi in un cielo basso. Non si poteva distinguere esattamente cosa fossero, ma si sapeva, tutti sapevano, che c’era un continuo operare.

Qualcuno viveva differenti esistenze, a pochi passi da noi. Esistenze connesse solo alla pietra del luogo. Scavavano la montagna, e, su grandi chiatte, navi abissali, grandi blocchi grigi venivano trasportati lontano. Via. Noi del posto potevamo facilmente riconoscerla quella pietra. La trovavamo tagliuzzata e diposta altrove in diverse parti dell’isola. Spesso il materiale era usato per costruire moli e banchine per l’attracco delle navi dei ricchi o per alzare il livello del fondale e creare barriere all’impetuosità di Nettuno.

Ogni tanto si sentiva qualche esplosione, anche a sera, con il buio. Bombardavano la montagna con la dinamite. Booooaaaaarghh!

Boati come squilli di telefono notturni, quando si dorme, trilli che si insinuano nei sogni da tutte le direzioni, svelando che in realtà c’è un’altra dimensione oltre quella del sogno. E non importa cosa stiamo sognando, se sognamo di essere vincenti giocatori di baseball, eroi vichinghi su navi draconiane, amanti focosi e insaziabili, guerrieri moribondi su un campo di battaglia, o impiegati in cioccolatinosi supermercati fatti di marzapane e oro; i boati ci ricordavano che un mondo, in sbattimento, insoddisfatto e in costruzione-distruzione, era lì fuori, al di là della nostra visuale, al di là del nostro monte, della nostra baia, delle nostre onde e delle nostre vite. Un mondo che non era mai sazio e che stava avanzando. Che avanza sempre portando, presto o tardi, sofferenza a tutti.

“Dai ma che dici? Facciamone un’altra Ajie!” dissi mentre osservavo il mio piede dondolare dal verde-blu dell’amaca e sbattere sul pavimento di tallone.

“E dai su! DeLuFa, una piccola però” mentre improvvisava sul suo malandato basso qualche giro tanto improbabile quanto indimenticabile.

“Questa è roba speciale, viene direttamente da Chengdu, sai cosa vuol dire, no?”.

L’avevo imparato. La marijuana sichuanese o dello Yunnan era una roba pazzesca. In conformità con le regole taoiste della regione apriva a un rilassamento e a una creatività senza eguali.

Una delle regioni in cui si espanse particolarmente il Taoismo era proprio il Sichuan, al confine sud ovest della Cina, vicino al Tibet, non lontano dall’India. Zona montuosa, boschiva, ricca di misteri e psichedelie in cui la spiritualità era profonda, anche solo nella stessa terra, nella Natura.

Dal Sichuan si potevano prendere tutte le direzioni possibili. Ci si poteva disperdere nel cuore dell’Asia con pochissime decine di ore di viaggio, pochi giorni nell’antichità.

Le strade proseguivano a nord a sud a est a ovest, in su, in giù, e volendo si poteva raggiungere “l’altra parte” in un batter d’occhio. Senza dubbio una terra mistica, in espansione continua. Colline silenziose, laghi cristallini, imponenti al nord vi erano i piedi dell’Himalaya. Erano stati sempre là guardando le genti accanirsi e cercando di stare al passo coi tempi, col progresso, riproducendosi esageratamente, come insetti. Locuste.

La Cina aveva tumulato il proprio passato negli ultimi decenni, in nome di un grande balzo economico che ci sta tutt’ora portando all’autodistruzione mondiale. Eh già!

“Ma come facevi a stare a Chengdu, come resistevi poi quando tornavi a casa a ChongQing? Non ti sentivi mancare l’aria? Tutta quella gente, tutte quelle macchine, quei coglioni che si muovo inconsapevoli come piccoli robot a batteria sanguigna!” chiesi mentre Ajie cacciava dalle sue tasche tutto l’occorrente per una rollare nuova trella. Mi guardava assorto.

“Infatti non resistevo. Sono scappato appena ho potuto, poi la strada mi ha portato sino a qui, a incontrare un laowai con la faccia da schiaffi come la tua, era destino! No?”

“Idiota!” dissi ridendo.

“Ah ah ah, DeLuFa, l’italiano, il Marco Polo del duemila. Ma cosa sei venuto a fare tu (enfatizzando) in Cina? Ma non te ne potevi restare in Italia, a casa tua? Tutti vogliono scappare da qui, tutti vogliono andare in America, in Australia, in Canada o in Europa e… invece tu che fai? Scappi da lì per venire in Cina? Non è mica tanto normale…”

“Dai lo sai, era destino, ero predestinato. Yuanfen! (destino), dite voi cinesi, no? Pensa quando stavo a Pechino o a Tianjin allora! Sono stati anni incredibili, nel cercare vita sotto la coltre oscura dell’animo frantumato della società moderna cinese. E chi meglio di te lo sa! Ma se sei attento, se non vivi come se non vivessi, anche da non cinese si può vedere benissimo che ormai… lo sai sì ? …vi state annientando, anzi lo avete già fatto, fratello! Tu sei fortunato, non hai nulla da annientare o di annientabile! Sei intoccabile tu!”

“Ma quanto ti piace parlare a te…”

“Senti questa va!” dissi strimpellando con una chitarretta da viaggio un giro in B minore e Ajie continuava a girare la trella e ascoltava, e annuiva quando gli piaceva qualcosa sorridendo. Ogni tanto. Mi guardava con il suo fare ironico e beffardo, senza dire nulla. Troppe parole erano veramente superflue.

La Cina aveva ucciso la propria filosofia, la propria arte, la propria spiritualità. Il ventre dei cinesi si stavano gonfiando, i fegati spappolando. Fiumi di grappa, fiumi di Chivas e di vini d’importazione stavano inondando i loro corpi vuoti. Manager, avvocati, governatori, tutti in una spasmodica ricerca di potere, denaro e gloria. Tutti cercavano una rivincita personale. Semplici verità davanti agli occhi di tutti e tutti che stavano zitti e si appecoronavano. Di qua e di là.

Se andrai mai in Cina o se ci hai vissuto, se ci sei oggi che stai leggendo questo libro che hai in mano, allora dovresti saper bene, anche meglio di me, quel che vado dicendo. Come sia facile vedere donne, vecchi e bambini, in pericolo, in difficoltà infernali, negli angoli di città , e nessuno, nessuno, nessuno tende loro una mano. La stessa cosa avviene negli altri Paesi del mondo, ma in Cina, oh in Cina, la gente muore per strada nel disinteresse più totale. Non si ha tempo, non si hanno occhi, non si ha più un’anima.

In una città come Sanya poi, la capitale del lusso, la Miami della Cina, la gente appare ancora più distratta dalla morte. Spiritualmente morta. Le persone sono atomizzate, divise e frammentate. Come se l’anima stessa fosse materiale, per loro, ancor più facile da corrompere! Sono sempre alla ricerca di una qualche altra cosa, sempre qualche altra cosa, qualche novità purché non abbia nulla a che fare con la natura più profonda dell’uomo. Scimmie-anime-scheletro con il telefonino.

Per questo decisi me ne andai in un villaggio, dove i valori, i loro valori, quelli dell’appiattimento al silicio, stentavano ancora ad arrivare. Evidentemente ancora non avevano individuato bene la posizione di Houhai. Ma lo avrebbero scoperto presto.

Sanya, che dovete immaginare come tutte le altre città tropicali della zona, è una specie di avamposto sino-vietnamita, muro di confine tra il governo cinese, le mafie e i narcotrafficanti del sudest asiatico. Un paradiso del malaffare e del sesso. Yachts e zattere di pescatori ovunque che navigano tra mutande, champagne, e vino francese. Vive la France! Una Miami asiatica rampante, dove tutti i criminali, i ricchi e i potenti della zona si trovavano per qualche giorno, con famiglia o cone le amanti, e dove apparivano i più loschi individui da tutto il continente. Dalla Russia, dalla Cina, dalla Thailandia e chissà da dove altro ancora.

Si riunivano nei ristoranti o negli alberghi, nei migliori locali del centro o sopra le loro barche. A Sanya anche io ho portato per la prima volta una barca a vela! La mia prima esperienza di navigazione, per la prima volta ho preso il timone e scavallato le onde lunghe dell’oceano pacifico, andando a sud sempre più a sud. Sensazione indimenticabile!

Eppure mi sentivo un outsider anche là, anche ad Hainan, così come a Roma.

Camminavo e cammino per strada non riconoscendo la gente, il perché dei modi e dei luoghi. E non immagino di potermi mai più abituare ex novo agli abiti occidentali, a un lavoro o a una famiglia, a un mutuo o a una pensione, a un dente in meno o a un giorno di vita in più. Sono un sognatore, credo che ancora, che qualcosa possa cambiare, che sia ancora possibile influenzarsi positivamente per un mondo migliore. E per cambiare dovremmo forse ritrovarci quotidianamente sulle metropolitane, per le strade, nei mercati, o nelle banche, nelle stazioni postali, o agli incroci dei semafori e abbracciarci senza parlare. Come vecchi amici che non s’incontrano da tanti anni. Dovremmo fare questo. Forse l’unico modo per risollevare le nostri sorti umane. Magia del tocco. Pranoterapia sociale. Ma chi mai lo farà? E anche tu che sei seduta o seduto in metropolitana e che leggi queste due righe, anche tu hai un sogno – lo so, lo sai – e che cosa fai? Devi perseguirlo, così come facevamo noi, nel nostro villaggio, nonostante tutto. Un sogno comune, un sogno in comune. Espressione di sé. Ora alzati e abbracciamoci, che non c’è tempo.

“Wow, questa roba è grandiosa, Ajie!” mentre tossivo.

“Sì fratello! Te l’avevo detto!”

“Sì ma non pensavo fino a questo punto, Ginociccio!”

“Ah ah ah, senti ma questa chitarretta chi te l’ha data?” chiese così dal nulla.

“Jiya! L’ha portata da Hohhot, dopo il suo ultimo viaggio a casa. È una Martin!”

“Sì e io sono Biancaneve!”

“Che vuoi dire ?”

“Che se te l’ha portata lui è probabilmente falsa! Non è originale! Non può esserlo! Ti pare che Jiya possa permettersi di comprare una Martin originale per tuo compleanno? E chi sei? Sua madre? Che fai ci scopi con Jiya che ti fa di questi regali? Di’ la verità, DeLuFaaaa!”

“Maccheddici!! Ma sei scemo? Tu piuttosto!! E comunque anche se non è originale suona bene e questo è quel che conta. Poi non possiamo essere sicuri che non lo sia, e poi sai che ti dico, a caval donato non si guarda in bocca! È pur sempre un regalo fatto di cuore, gliel’ho visto negli occhi quando me l’ha data! Tiè, fuma va!”

Espirai nuvole sulla terrazza. Sembravano prender forma di dragoni di vento al vento.

“Stasera dobbiamo scrivere una canzone – ripresi subito a dire mentre lui fumava- la chiameremo Guniang (ragazza) !”

“Sono tuned in, lo sai! Quando vuoi” rispose.

Continuammo a suonare e a fumare fino a quel punto del tempo che si ferma in estasi e si ripete, e tu stai lì a guardarlo e lui ti guarda,  e che esiste e che vibra in ogni istante e in ogni attimo. Anche ora. Anche qui.

“Guniang wo hen xiang ni, guniang, ni shi wode guniang ni shi wo de guniang!”. (Ragazza, mi manchi, ragazza, tu sei mia, sei la mia ragazza!)

Il canto poi si spense nella notte immobile.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima Capitolo 9

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 5

Finalmente il camion, dopo una settimana d’attesa, arrivò.

Blu scuro, sgangherato e rugginoso, era uno dei camion più belli che avessi mai visto. L’autista masticava binglang, l’aiutante masticava binglang. Chiesi loro una binglang visto che ci aspettava un gran mazzo, almeno mi avrebbe dato un po’ di euforia durante la fatica. Dovevamo scaricare prima tutto il bambù e metterlo da qualche parte lungo la strada così da permettere loro di andare a casa. Poi dovevamo portarlo su, piano piano, smistandolo tra il secondo, il terzo e il al quarto piano della palazzina, dove poi ci avrebbe aspettato un altro gran mazzo: esaminarlo, selezionarlo, stoccarlo, riselezionarlo, pulirlo, segarlo, abbracciarlo. Volendo, anche baciarlo (io lo baciai, era splendido). Avete mai visto quanto è bello il bambù che arriva con guidatori strafatti di binglang in un perfetto ora? Non puoi non volergli bene a quel bambù, bambù sacro, e non puoi non volerlo baciare. Fu un lavoro duro e bellissimo.

“Dai Sange! Coraggio!! Ci penso io a quelle canne là! Quando non ce la fai più dimmelo che ti tiro appresso quell’altra catasta! ” per tirargli su il morale del lavoro. “Ma va va! DeeeLuuuuFaaaa!” con il suo solito accento sichuanese, lo stesso di MuMu, lo stesso di LaoLi.

Spostare bambù era un lavoro rumoroso.

Tutto il villaggio aveva infatti cominciato a curioseggiare attorno a questo straniero pazzo che masticava binglang, come facevano loro, e indicare quell’altro, il cinese, il forestiero del Sichuan, Sanwa, quello sempre con la faccia imbronciata.

Facevano sorridere gli anziani e rotolare a terra dalle risa i bambini più piccoli. Le ragazze invece guardavano i nostri muscoli tesi. Eravamo due Adoni, belli come il sole, in confronto ai piccoli uomini locali. Per lo più bassottelli, magri come chiodi con le pance gonfie di birra.

In tensione muscolare continua, il sudore colava luminoso sulla nostra pelle. I muscoli si ingrossavano, mentre noi potevamo sentirli diventare sempre più grandi, sempre più grandi. Avevo perso molti chili in quei giorni d’intenso lavoro, senza accorgermene.

I bambù in compenso stavano beati sul selciato, in attesa, asciutti. Lunghi, verdi gialli, sembravano non finire mai. Ed effettivamente non finivano mai! Ce n’erano sempre di altri, sempre di nuovi. Altri e altri ancora ne venivano scaricati di continuo dal cassone posteriore del camion blu ruggine.

Lunghi fino a cinque metri, avremmo potuto provare a iscriverci ad una gara di salto in alto, alle successive olimpiadi isolane. Ma non ci sono olimpiadi isolane ad Hainan e il nostro era un lavoro che nessuno mai avrebbe istituito o riconosciuto. Mai.
Ci sentivamo però carichi di energia e di volontà . Eravamo superuomini, con una forza mostruosa e non solo grazie alle binglang.

Non avevo mai pensato di poter avere una tale forza, eppure l’avevo, sorprendendomi. Quell’energia era sempre stata là, noi tutti l’abbiamo, ne sono certo.

In realtà non sentivo di star lavorando su dei bambù. Era come se gli stessi bambù non esistessero per nulla. Non c’era nessun bambù. Tutto era nella nostra mente. Stavamo usando il cuore, stavamo creando non solo qualcosa di materiale, manipolando la materia, ma soprattutto creando dall’immateriale un sogno. Attraverso i bambù i nostri sogni stavano divenendo realtà. L’ho visto. Questo abbiamo fatto. Così come quando decisi di abbandonare l’Italia anni e anni addietro, quando decisi di fare della mia vita poesia, non solo di scriverla. Queste cose tu già le sai. Io, dal canto mio, dovetti passarci attraverso per rendermene completamente conto.

Le giornate cominciavano tutte con uno splendido sole.

Sempre più vicini, lontani ancora quanto bastava, erano i monsoni, che da Maggio fino a Ottobre spirano in tutto l’arco di mare. Lo sanno bene i marinai.

Al risveglio, la prima cosa da farsi era gettare un occhio al mare. Alla grande Baia dell’Imperatrice, per vedere se il l’oceano regalava onde degne di essere amate SU-BI-TO. A discapito dei lavori di ristrutturazione del nostro piccolo ostello, ovviamente.

Dopodichè, prima di continuare un altro lungo giorno di lavoro, facevamo una ricca colazione da imperatori. Con Millemille calorie in un sol fiato. Frutta, frullati, miele, caffè, uova, marmellata.

Pensavamo di cavarcela in circa un mese di lavoro. Non dovevamo infatti smantellare o demolire nulla, la ristrutturazione non era strutturale. Ma quello era per noi il nostro mese titanico. Per noi era uno scavo, un continuo scavo, come un “om” piatto o un “hu” profondo. Dovevamo riuscire a cacciar fuori tutto quello che avevamo dentro. Anche solo tagliando, legando, lavorando delle semplici canne di bambù. Semplicemente così. Cavalcavamo questa tensione che a quelle bibliche latitudini raggiungeva apici di rispetto. Ci trovavamo, misteriosamente, come in un incrocio di linee invisibili, in un reticolo cosmico che sembrava donare equilibrio alla psiche collettiva. Lì dove il sole incontrava l’orizzonte a Oriente. L’ultimo lembo di terra d’Asia. Tutto poteva accadere. E noi dovevamo districarci in questa semplice e necessaria impresa reticolare per far sì che un mistero ci venisse rivelato. Una sorta di prova. Bisognava lavorare la materia e liberare energia e respiro.

E per tutte le notti a venire, e per quelle passate, se mi mettevo bene in ascolto di questa tensione, nessun suono si poteva sentire due volte uguale. Vi era però come una eco senza eco in un plasma solido che risuonava. Quello della vita. E così mi muovevo come un uomo-pesce ignaro di navigare in un oceano sterminato di luce. Quel che sto scrivendo è esattamente quel che era. Prendetemi alla lettera, capito?

Il piano terra (che in Cina è considerato primo piano) era, come avevamo spiegato, ancora abitato dai proprietari, e non potevamo toccarlo. Ogni volta che passavamo davanti il loro ingresso, sempre rigorosamente aperto, la famiglia era tranquilla, quasi anestetizzata. I bimbi giocavano senza giochi e la tv mandava a rotazione sempre gli stessi cartoni animati. Anche i loro personaggi erano molto gialli, come i bambini che s’intrattenevano a guardarli. O forse era solo il riflesso del sole sullo schermo della tv.

Il secondo piano (equivalente al nostro primo piano) era invece, come anticipato, a nostro uso e abuso e dovevamo renderlo quanto più selvaggio possibile. Sanwa, a cui era piaciuta la mia idea di creare due stanze dormitorio con i muri in bambù, era sempre più euforico, perché ora dovevamo realizzar tutto. Ci sarebbe così stato un un lungo corridoio centrale che sfociava poi, in fondo, direttamente su quel balcone posteriore. Quello che dava sull’orto di un vicino mai visto. Sulla sinistra già c’erano due ampie camerate con bagno e fortunatamente e non avevamo molto da fare. Avremmo successivamente solo dovuto montare dei letti a castello, in legno, come suggerito da Sange. Questo solo alla fine. Dettagli.

La prima cosa era procurarci metri e metri di corda di canapa per legare i singoli bambù, tagliati tutti alla stessa altezza (circa due metri e mezzo) per creare i muri a mo’ di fortino indiano. Dovevamo ricordarci di aprire due porte al loro interno, altrimenti nessuno sarebbe riuscito a entrare o uscire da queste gabbie.

Non avevo mai creato una parete né di bambù né di qualsiasi altro materiale, e all’inizio non fu per niente facile coordinarci o individuare il metodo corretto per legare le singole canne, fianco a fianco. Ma solo così avremmo avuto la nostra desiderata foresta, la nostra jungla privata.

Dovevamo riuscire a creare con gli oggetti, con gli odori dei materiali, un senso di vaghezza e di libertà insolite, un’immagine primordiale. Così come anche un’angoscia inspiegabile. Senso di timore iniziale. Specialmente nel buio della notte, quando qualcuno ci avrebbe dormito dentro. Volevo incanalare quel potere del fluire della natura, inserendolo negli strati della materia interna di un palazzo.

Al terzo piano (cioè al nostro secondo), invece, avremmo lasciato la struttura così com’era. Avevamo pur bisogno di un luogo in cui ritrovarsi e fingere di essere normali, oltre ancora, la zona comune del lounge bar del piano attico.

Volevamo lasciare dei divanetti appartati, dove la gente sbronza, le coppie, gli uomini e le donne, le droghe e l’alcol, potevano mischiarsi liberamente in un’unica placenta infernale. Paradisiaca. Il nostro paradiso d’intenti. Sì perché l’unico modo per acquistare coscienza era dimenticarsi di tutto e di tutti. Questo avevamo inconsciamente stabilito. Dal piano superiore, la musica si sarebbe irradiata in tutti gli angoli del terzo piano, creando lontananza e vicinanza. Risonanza. Suono plasmico.

Attutito.

L’attico lo avevamo lasciato per ultimo. Avevamo bisogno di ordine mentale. Avanzare di gradino in gradino.

Non so perché, ma Sanwa volle fare un pavimento rialzato sul lato destro dell’ingresso dell’ultimo piano. L’idea comunque m’intrigava. Cambiava la prospettiva visuale e le sensazioni di coloro che si rilassavano in quella zona. Specialmente per me che ero già diversamente alto, l’idea di vedere tutto da venti centimetri in più già mi piaceva.

Sange voleva far diventare quell’area, la sua zona preferita. La zona del tè, della meditazione e del fumo dei giorni di pioggia. E così fu.

Nei mesi a seguire ci riunivamo spesso là, gambe incrociate, per prendere decisioni, per fare i conti degli incassi, per parlare degli acquisti degli alcolici, decidere quasiasi cosa. E durante le notti temporalesche, ci davamo appuntamento per vedere un film su di una grande, grandissima televisione a schermo piatto treD che Jiya, l’altro nostro socio, aveva portato dal suo locale, in Mongolia Interna. Aveva fatto tutta quella strada da Hohhot fino a Sanya, in macchina. La bellezza di tremilacinquecento chilometri in un furgoncino malconcio, sporco della sabbia del Gobi. Incredibile come riuscì a rimanere insabbiato lungo l’intero tragitto. Sembrava pioggiarifrangente. Pulito da laogai (campi di concentramento cinesi). Ma forse la sua auto produceva sabbia. Ne fuoriusciva in continuazione da tutti i suoi interstizi meccanici e colon tubinici. Aveva portato la macchina tutto il tempo completamente strafatto di marijuana, guidando la sua mariamobile fluttuando sulla strada.

Era un tipo silenzioso, Jiya, ma gaudente. Acuto come solo un cavaliere di interminabili spazi mongoli può essere. Si affezionava alle cose, apparentemente meno alle persone. Forse perché le persone muoiono, mentre le cose deperiscono, e questa cosa lo faceva sentire meno tradito dalla vita. Avrei dovuto chiedergli di più . Avrei dovuto investigare meglio l’universo che gli balenava dentro. Era misterioso e non solo per via del THC che continuamente gli fluiva nelle vene e nel cervello.

Proveniva dalla regione autonoma della mongolia e, come anticipato, dal capoluogo, Hohhot. Lì , gestiva un locale underground, nascosto soprattutto dalla polizia e dal controllo locale. Il White Castle.

Avete mai visto un mongolo suonare l’ukulele e colpire i topi con punte di freccia da distanze di diversi metri, nella semi oscurità di un locale? Jiya si divertiva a farlo, per alzare le mani in segno di vittoria con l’espressione di John Belushi. Tutta la gente del locale lo acclamava, per poi rimettersi subito a bere al bancone.

Prima di lui avevo conosciuto già un mongolo, durante i miei giorni di Pechino. Quando studiavo alla BLCU, la Beijing Language and Culture University. Eravamo soliti ritrovarci con gli amici al BlaBla Bar, un locale per studenti, frequentato soprattutto da stranieri, da expats. Ma in quel periodo solevo sbronzarmi particolarmente con cinesi, coi coreani e, appunto, mongoli.

Proprio una volta venni semi-assalito da uno di loro solo per aver chiesto ingenuamente “quindi sai andare a cavallo?”. Mai porre questa domanda a un mongolo ubriaco. Mi salvai offrendogli due giri da bere. Cosa che apprezzò tantissimo e rimanemmo amici per anni.

Ho già detto che Jiya non rideva spesso. Anzi, si potrebbe quasi definire un tipo serio. Ma quando lo faceva, rideva di gusto, e a pieni polmoni. Era come se la risata scaturisse dal suo aver visto troppo del mondo. Come se si decidesse talvolta di prendersi delle pause e di lasciarsi alle spalle tutte le brutture che lo opprimevano, impedendogli il riso. Lui conosceva la bellezza del mondo, sapeva quanto fosse bello e come fosse necessario dimenticarsi di tutto, edonizzarsi. Imbestialirsi se necessario, per difendere il proprio io di bellezza. Aveva vagato molto per il suo deserto. Il Gobi. Sapeva uscire dagli schemi imposti, dalle aspettative degli altri e rendersi libero, come solo un cavaliere mongolo che cavalca nella steppa, che impugna l’arco e che libra la sua ultima, scintillante freccia nella tempesta, nel vento carico di elettricità e di sabbia, sapeva fare. Sabbia elettrica e schiocchi di freccia. Come resistere a tutto questo? Come non ascoltare il richiamo dell’ignoto? Come non ridere e non strafarsi al chiarore dell’enigma? Jiya era un illuminato.

La sua presa di coscienza era una conseguenza del suo avventurarsi nell’ignoto, dove tutto risiede. E Jiya lo sapeva. Lo aveva visto nelle notti nel deserto. Lo sapeva e per questo taceva. Spesso mi scrutava, abbassando leggermente gli angoli della bocca, in un’espressione mista di simpatia e odio. Di comprensione e minaccia.

Avrei dovuto guidare con lui lungo tutto il viaggio, aiutandolo a lasciare la scia di sabbia del suo furgone e far perdere le sue tracce alle brutture del passato, attraversando tutte le sterminate e malsane autostrade cinesi, dove si muore per troppo poco. Tanto, uno più, uno meno!

Ma Sanwa e io dovevamo andare avanti con i lavori e non potevo lasciarlo solo. Non avrebbe mai fatta in tempo per la stagione. Per quale stagione? Cosa voleva dire essere pronti per la stagione? Accogliere carovane di turisti o viaggiatori australiani, malesi o americani? Portare manager confusi e insolventi lungo spiagge desiderose d’amore? Dovevamo veramente aiutarli a giocare un gioco che non comprendevano ancora? Non importava, dovevamo andare avanti. Ce lo richiedeva la natura delle cose. Dovevamo vedere cosa sarebbe successo dopo. Non era una questione di soldi. O almeno non lo era per me. Non in quell’occasione. Non là. Rifuggivo il concetto stesso di denaro. Era come se scottasse nelle mie mani.

Ma come potevo insegnare, facendo surf, a rifuggire il denaro a chi invece costantemente lo rincorre per natura? Come trasmettere il senso profondo della libertà dalla ricchezza e dal possesso a chi non brama altro che ricchezza e possesso?

Dovevamo continuare a lavorare, a lavorare su noi stessi per regalarci al mondo e agli altri, tramite un sogno, ma forse stavo solo creando la storia di questo libro?

I tramonti scandivano la fine delle giornate di scavo spirituale e ci permettevano di abbandonare momentaneamente attrezzi e sudore, e di prepararci alla sera.

Sere fatte di corpi seminudi, di corpi semivestiti e di luccichìo di pelli, sudate e pronte ad afferrarsi, a strusciarsi l’un l’altra. Notti tropicali di liquidi corporei. Umidità corporea. Sangue e whisky, sudore e amore. Petto nudo, che non coprivo mai. Non coprendo mai il cuore.

Quando sul tardi ci ritrovavamo su, al quarto piano, tutto si faceva più chiaro. Dovevamo essere là per concepire un ideale. Per dare fisicità a un ideale. All’ideale della fratellanza universale, in un buco di straccio di terra, al confine dei mondi. Non è forse al confine che si delimitano i contorni? Non è forse al confine che tutto torna più chiaro? Al limite, al confine, alla fine abbiamo possibilità di guardare oltre e alle spalle, possiamo fare un passo in avanti o uno indietro, uno avanti, uno indietro, e se non abbiamo capito bene, se qualcosa non ci è chiaro… due avanti… o due indietro. Su quel limite siamo compagni degli amici e dei nemici, degli alieni e degli umani, si può diventare esploratori ed esplorati, Indiana Jones e arca perduta, lato oscuro e lato buono della forza. Il confine è sempre stato il punto in cui sono nato per essere. Senza vie di mezzo. Il confine. Confine degli eccessi.

Così cavalcavamo il confine della notte, il confine della vita, di una redenzione buia, nelle cavernosità delle possibilità. Cercavamo possibilità di vita, scandagliando il nostro malessere sociale. Eppure di avventura si trattava.

La più possente e totalizzante che si potesse fare. Con la propria vita, senza scherzi e senza mezze misure. Dovevamo fortificarci nel cambiamento! Potevamo farlo solo denudandola e plasmandola a somiglianza di quello che avevamo visto, soli nei nostri sogni più radiosi.

Tutti i cinesi che si trovavano con noi, gli stranieri, tutti i banditi o i diseredati, tutti erano alla ricerca di sé. Tutti, incluso Sanwa, che nonostante la sua scorza dura e inintellegibile di uomo di mondo, amabile, era anche un uomo pericoloso. Un serpente con il rossetto. Senza denti. Il veleno era a parte, in un barilotto, come fanno i cani sanbernardo che se la portano al collo, per usarlo con discrezione, non visti, senza mani, senza dita. Sanwa avrebbe potuto e saputo avvelenarci così , per lui sarebbe bastato poco. Cosa aspettarsi da un ex malavitoso?

Ma è pur vero che Sange ci stava provando a cambiare vita, come tutti noi. Stava provando a rinnovarsi l’anima. La sua non era quindi una semplice fuga sociale – non sperimentava neanche sostanze stupefacenti, gli bastava l’alcol – era un ricercatore lucido. Lucidamente spietato che, attraverso il lavoro fisico, il sudore, il non sapere, la scoperta, le onde e la potenza dell’oceano cercava di risorgere come una fenice tropicale, su di una tavola da surf o sulla sommità di una nave di bambù. A Houhai.

Ecco tutto già alle nostre spalle!

Certo non volevamo cambiare il mondo, come avremmo mai solo potuto pensarlo? Volevamo cambiare noi stessi, cambiare la prospettiva da cui guardavamo la vita e, magari, poi influenzare altri, avviare un movimento liberatorio. Volevamo mostrarci diversi, cambiati, avere riflessi di cambiamento su riflessi. D’altronde non potevamo insegnare nulla, potevamo solo scoprire connessioni, sincronicità, misteri, dettagli, indizi. Stavamo scroprendo di non sapere nulla, potevamo per questo solo continuare a imparare. In silenzio.

Ci vogliono comunità e silenzio.

Nuove comunità del silenzio, in cui gli uomini ritornino a conoscersi nome nome e non siano più alienati, diffidenti, deumanizzati. Poichè solo riuscendo a cambiare noi stessi, cambiando la nostra coscienza, potevamo veramente cambiare parte della marea di fatti umani che ci inglobavano. Dovevamo provare a creare quel che era dentro di noi. Il nostro mondo. Il nostro mondo, che è dentro di noi, quello che altrimenti come potremmo mai vedere? Che è dentro la nostra coscienza.

Dovevamo liberarci, in primis, dalla voglia di potere e di denaro. Perché le persone legate al potere esteriore sono le più spaventate dalla liberazione dell’estasi di una coscienza espansa? Perché forse sanno, forse hanno intuito o sentito che, una volta aperta quella porta, quella della coscienza profonda, l’unica conseguenza possibile è perdersi, perdere il significato dei punti cardinali. Tutto assume nuove accezioni, i significati mutano, il valore si ritrae. A questo punto non si può solo che rinunciare a tutto il potere e a tutto il denaro dietro cui, prima, tanto si nascondevano. Tronfi e
fagocitanti, impegnati in una ricerca cieca.

Senso unico ad andare! Signore e signori! Strada senza uscita! Prego, fate attenzione al gradino!

E noi? Noi ci eravamo già perduti, inesorabilmente. Sì, avevamo assolutamente dovuto ricercare le radici profonde del sé . Ma un momento. Forse che sia venuto un giorno da noi qualcuno a dirci di impegnarci in questa ricerca invisibile? Perché avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per cercare qualcosa che noi stessi e, probabilmente anche voi, non sappiamo ancora cosa sia? Che cos’è questo anelito che ondeggia dietro la linea dell’orizzonte visibile? Come un pendolo che va su e va giù e che ci ipnotizza, tentandoci.

Comunque ormai eravamo stati decici. Il che può sembrare strano, passivo o forse buffo. Ma in realtà, il nostro era un puro wuwei (un non agire) che si faceva azione nell’atto stesso di essere, contrapponendosi a tutto quello che non eravamo. Al nostro non-essere. Ci stavamo continuando a perdere o forse già avevamo iniziato a trovare qualcosa di noi? Stavamo demolendo o già costruivamo una nuova e incantata architettura di noi stessi?

Eravamo bambini in attesa della notte di Natale della coscienza, lavorando la materialità in attesa dell’epifania del nostro essere, ritrovato nel buco del culo del mondo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 5

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Parte Prima – Capitolo 4

4.

Era ormai finito l’inverno e le giornate non sembravano né lunghe né corte. Non cambiavano mai, erano sempre inesauribili fonte di estasi e di oceanicità . Aspettavamo l’arrivo dei monsoni per fare finalmente un po’ di big surf.

Certo, non ero mai stato un grande rider, ma miglioravo di mese in mese e le onde, che un tempo sembravano troppo pericolose, si rivelavano essere domabili. Arrivai a cavalcarle con sempre maggiore sicurezza e godimento, con serenità.

Spiritualmente, già da tempo, mi sentivo risucchiato come in una voragine, in un grande enorme buco nero, della conoscenza e della percezione, e in questo il surf ha avuto sicuramente un ruolo fondamentale.

C’era un posto, uno spot, talmente nascosto che lo conoscevano già fin troppe persone. Si chiamava Matou, che vuol dire molo. Si attraversava tutto il paesino, ci volevano cinque minuti cinque d’orologio a piedi. A passo estasiato qualcosa in meno.

Vi erano due strade maestre che si incontravano amalgamandosi alle due estremità orientali del villaggio, formando un’ampia curva. Lì, era stato costruito il porticciolo, da cui, volendo, si poteva raggiungere l’unica meta un po’ commercialmente turistica e famosa della zona: un’isola artificiale di nome Wuzhizhou. C’è da ammettere però che la sua vegetazione lussureggiante, un po’ finta sì, come quasi tutto quel che viene toccato dalle mani cinesi, era affascinante. Avevano portato anche dei pavoni. Si poteva camminare nei tropicaleggianti giardini, accerchiati da fiori enormi, più grandi della faccia di un bambino di sette anni, come nel paradiso persiano. Rincorrevo i pavoni quando ci andavo. Il mitico re della Frigia, Mida, trasformava gli oggetti in oro, i cinesi trasformano la vita in plastica. C’è poi sempre chi dalla plastica riesce a ricavarne oro, ma queste sono altre storie e Mida non c’entra poi più niente. Non ci riguardano, né ci riguarderanno mai. Una mattina qualunque ci portai in visita il Sig. Cressi. Cressi, sì quello delle attrezzature subacquee. Voleva espandere il suo marchio in Cina. Non potevo investire una lira, non voleva investire un euro. Non se ne fece più nulla, ma vide anche lui i bei pavoni.

Tornando invece a Houhai.

Camminando verso est, si susseguivano casette a uno o massimo a due piani, curate nei minimi dettagli, considerata la povertà e la semplicità dei villeggianti. Se si voleva allungare la camminata di qualche minuto, con tavole da surf sotto braccio, passavamo a salutare l’unico tempietto sacro del villaggio.

Un Budda silenzioso, più povero dei tanti altri visti in giro per la Cina continentale, stava là, pasciuto, a guardare verso nord est il lunghissimo spiaggione di HaiTang bay. Non era importante quel Budda. Non vi erano molte candele, molti doni, la gente non aveva moltissimo da offrire. Quel poco che avevano era del pesce e qualche pollo, e preferivano mangiarseli a casa, ben stufati e ben conditi.
A Pechino, invece, i templi sono un po’ come le nostre chiese occidentali. Ricchi e prosperosi. Le statue sono elaborate, docciate e pronte alle cene serali e per i galà. Il tempietto di Houhai no. Era più una sorta di statuina di gesso poggiata su delle stecche di sigarette di contrabbando. Clandestine, americane, russe e finte marche cinesi. Con nomi improbabili. Tra tutte io compravo le più economiche. Le Zhongnanhai o le Hongta. Mi ci ero affezionato, e quelle io sottraevo al Budda, pagando gentilmente la vecchina che, masticando binglang, protendeva le mani alla ricerca dei miei soldi.

Shi kuai qian!” (dieci) diceva senza denti.

E subito faceva sparire i soldi in una tasca del proprio vestitino a fiori.

Le Zhongnanhai mi ricordavano il mio primo viaggio in Cina, nel duemilacinque, quando vagavo di notte per le stradine di Pingyao. Antico borgo medievale nel cuore della Cina centrale. Lì le assaggiai per la prima volta e le fumai durante tutto il viaggio, fino a Kaifeng e Dengfeng, antiche capitali del primo impero cinese, proseguendo verso sud si trova Shaolin e il suo tempio sacro.

Pagata la vecchietta si arrivava subito all’estremità est del villaggio. Attraversavamo un cumulo di detriti, impossibili da smaltire. O almeno così pensavo. Erano un rimasuglio di una qualche costruzione abbattuta nelle vicinanze, ormai non più visibile. Probabilmente dietro la stazione della polizia locale che era proprio lì davanti. Sicuramente la più fallimentare stazione di polizia dell’intero continente asiatico. Era proprio lì. La polizia locale l’aveva però decorata di semplice eleganza primordiale. Quindi sebbene fosse la più fallimentare, era anche uno dei più spensierati commissariati del mondo. Si poteva quasi pescare da dentro gli uffici. Bastava lanciare la lenza e abboccavano pesci, pescatori e surfisti con un grande “WAAA”.

Superata la polizia, con il suo grande stemma rosso a cinque stelle gialle, badando bene a non svegliare i poliziotti che riposavano buttati su alcune panche messe alla buona in giardino, e senza distrarre quei due che si mostravano impegnati in operazioni inintellegibili e delicatissime, si raggiungeva un piccolo cancello.

Ecco, al cancello invece bisognava fermarsi, perché sorvegliato da un soldato con tanto di fucile e cappellino militare come quello che si compra sulle bancarelle di tutto il mondo. Al Panjiayuan di Pechino (un mercato famoso) ce ne sono quanti ne vuoi, per la modica somma di trenta renminbi e ce ne sono anche a Portaportese.

Vi era affisso un cartello con su scritto “zona militare vietato il passaggio bla bla bla”.

Tutti annuivano, si grattavano la testa e poi passavano indifferenti.

“Ma com’è possibile che sia vietato il passaggio qui?”

“dice zona militare!”

“Zona militare della minchia, noi dobbiamo surfare! Basta con questa militarizzazione del mondo, basta con queste guerre, ma perché non danno un bel cannone d’erba ai soldati invece dei loro cannoni a lunga gittata? Perché non dotarli di un bel Gun (Tavola adatta alle onde giganti) invece di dare loro pistole e proiettili? Questo mondo va veramente all’incontrario, veramente all’incontrario! Combattere la guerra con la guerra, il militarismo con il militarismo! Puaff!”

Questi erano pressapoco i dialoghi che si facevamo ogni qual volta superavamo il cancello militare e guardavamo in faccia i soldati e le loro divise ridicole. Subito dopo tornavamo nuovamente ammantati dalla natura e dal mare. Si fottano i panzer, si fotta la guerra!

Perlopiù bastava essere disinvolti, essere cordiali, magari scambiare quattro chiacchiere con il soldato di turno, offrirgli un pacchetto di sigarette e solitamente la via era libera. Dargli considerazione e importanza. Era anche lui un giovane, probabilmente pensava alla sua ragazza, non aveva la minima intenzione di fare il piantone a un dannato cancello attraversato solo da surfisti capelloni scalzi. E magari sapeva pure che la sua lei lo tradiva con il suo migliore amico. O magari invece no, era un soldato perfettamente a suo agio e sentiva quella mansione, il suo ruolo, come fondamentale nell’ordine del Paese, della Nazione; nell’ordine delle cose. O che onore e che gioia delle madri e dei padri il giorno in cui aveva fatto il giuramento! Che onore essere un soldato in un mondo di guerre! Così come un becchino.

Il sentiero all’inizio tortuoso si faceva un po’ più largo, stiracchiandosi tra l’oceano, a sinistra, e una parete rocciosa e la natura, a destra. Bisognava praticamente girare attorno al promontorio che giaceva alle notre spalle. Quando bazzicavamo le viuzze e la spiaggia dell’Imperatrice, la mia casa, il Nanuna e il nostro palazzo con la terrazza astronomica, eravamo dall’altro lato del monte.

Qui, lungo il sentiero, il profumo della vegetazione era più intenso. Ogni volta mi ricordava gli odori, i profumi, gli aromi del nostro amato Mediterraneo. In particolare quelli della nostra terra di Sardegna. Con il suo mare ruggente, il maestrale e il mirto. Le dune di Piscinas, i suoi guadi, il suoi degradi. La sua semplicità. Amavo e amo la Sardegna, terra selvaggia e pura. Antica. La mia prima vera boccata di vita forse fu proprio là, durante una delle vacanze in famiglia, nell’Italia degli anni Ottanta, nell’Italia estiva, quella dei Righeira, di Gerry Calà e del sapore di mare. Quella degli italiani più felici, perché più innocenti. Più spensierati. Quando si aveva meno e si pretendeva meno. Si sognava di più . Oggi, chiudiamo i pugni e sbattendoli sui tavoli, sui professori e sul rispetto. Oggi, non si trovano più gli stessi i profumi. Così prendo lo zippo e accendo la mia malinconia.

Ma su quel francescano viottolo hainanese bastava, invece, chiudere gli occhi e, magicamente, eravamo a casa. A dodicimila chilometri di distanza. Ai tempi dell’università poi andavo spesso vicino Masua, Buggerru o Alghero. Sulla costa ovest sarda, dove soffia forte il maestrale. Oristano si diceva fosse troppo aggressivo, surfisticamente parlando. Troppo localismo. Si diceva. Non l’ho mai appurato. Credetti a una menzogna popolare, una diceria, pur di non affrontare le sue onde granitiche. Oggi ci andrei e so che sarebbe splendido. Ma da giovane ne avevo paura. Che brutta cosa la paura!

Amavo passeggiare, tavola sotto braccio in quella natura incontaminata, lungo quel viottolo sperduto nel profondo sud. Vento e mare ruggente. E quell’odore! Quell’odore dell’aria inconfondibile che mi aveva seguito sino in Oriente. Seguivo la strada che mi si presentava davanti quasi a naso e a orecchio. Seguivo i profumi e i suoni delle onde sulle rocce affioranti. Alcuni granchi, incauti, correvano al passare degli umani, per nascondersi tra gli scogli. La stradicciola serpeggiava tra massi enormi e qualche seminascosto rifugio militare. C’era un bunker. Ma shhhhhhhhhhh! Non si può dire. Al suo interno un odore nauseabondo ci impediva l’ingresso. Come se alcuni cadaveri giacessero là da tempo, aspettando nell’oscurità dei misteri della Cina Popolare.

Camminando lungo il sentiero, mi sentivo un uomo nuovo a ogni passo. Morto a me stesso, e vagavo come se il tempo si fosse inceppato, dimentico del fatto che dovesse continuare a scorrere.

Dietro una roccia enorme, alcuni pescatori avevano creato la propria dimora. Quando parlo di casa, non intendo quelle che possiamo vedere noi oggi in città. Quelle in cui siamo stretti tra pareti e tra lastre di materialità. Lì tutto era spirituale. Era facile sorvolare sopra qualche bruttura architetturale. Quella era la dimora di alcuni pescatori eremiti. Immancabili le mutande stese ad asciugare vicino a foglie di lattuga. Si potevano vedere una molletta, una mutanda, una molletta, una lattuga. Interessante composizione.

E la più bella onda dell’isola si strotolava, come una sottana di seta, sulla lasciva superficie dell’oceano, solo a pochi metri da quelle mollette. Era potente e dentata. Sicura di sé , permissiva e pericolosa. Come i reef indonesiani, distanti soltanto poche ore d’areo a sud.

Quell’onda poteva essere una delle più splendide esperienze della nostra vita. E lo è stata.

Una parete tubante e cristallina si apriva a pochi metri dalla spiaggia rocciosa, liberando entusiasmo incontrollabile in chi era pronto ad incontrarla senza paura, a cavalcarla, a prenderla a due braccia. Ad accettarla così com’era.

Si poteva vedere la gioia che sprizzava dall’onda quando le si remava incontro e ci si incuneava dentro con un duckdive (tecnica che serve per lasciarsi passare sopra l’onda in arrivo senza venirne schiacciati).

Per lei era un gioco quello di risvegliare la roccia e la barriera corallina sottostante, impatto dopo impatto d’acqua sull’acqua. Come le donne delle isole del Pacifico, che suonano la superficie del mare, creando melodie e canzoni ancestrali.

Quell’onda era da sempre stata là. Era il Michelangelo del mare. Scolpiva la pietra liberandola dall’esser pietra, donandole nuova forma e nuova inclinazione, nei secoli. E tutto per la felicità di quei pochi fortunati surfisti che ne potevano godere.

Ed era tutta nostra!

Avventurieri del Dharma anche noi in un parco giochi rinfrescante e rinvigorente, a portata di mano. Basta solo concederci di cedere qualche certezza, abbracciando le possibilità dell’andare, e farlo. Tutto così incredibilmente semplice, mistico. Indipendentemente dall’isola in cui si viva c’è sempre un’onda così che ti aspetta.

I giorni si alternavano lentamente.

Io e Sanwa avevamo oramai deciso di iniziare i lavori. E quanto prima. Dovevamo aspettare che il camion ci portasse il nostro ordine di bambù. Centinaia di canne da scaricare e portare su per le scale, a mano. Una ad una. Per cominciare a costruire il nostro nido delle aquile.

Sange era sicuro che nel giro di una settimana avremmo visto arrivare tutto il necessario, quindi potevamo dedicarci alle nostre attività principali: vivere più a pieno possibile, scrivere, suonare, fare qualche lezione di surf. Lentamente.

Da non molto era arrivato in paese un tipo enigmatico.

Un musicista rasta di Chengdu. La stessa città del Sichuan da cui proveniva Sange. Quando mi venne presentato Lao Li, questo era suo nome, portava un berretto rosso calzato stretto sulla testa e un paio di occhiali con le staghette verde pisello. Un sorriso stampato in faccia. Era un vero Rasta, perennemente nel mondo di Jah. Secco, leggermente incurvato in avanti, ma questo si poteva notare solamente se lo si osservava attentamente. E lui sapeva sempre quando era osservato.

Lao Li era un tipo saggio, cresciuto sulla strada tra mille difficoltà. Eppure si era fatto da solo, era diventato rispettabile. Tutti gli volevano bene, aveva sempre il sorriso ed emanava un’attenta positività.

Nella sua città aveva un live club, in cui tutte le band più in voga del momento, da tutte le parti del sud-ovest della Cina, andavano a esibirsi, e dove le jam session duravano tutta la notte fino al mattino. Il locale si chiamava Jiaba, anche per assonanza con Jah, termine utilizzato nel rastafarianesimo per indicare Dio.

Un Dio buono, come dovrebbe essere, dagli occhi rossi, rilassato.

Il Jiaba era un luogo di ritrovo di hippies, di vagabondi e di anime inquiete della notte cinese. Nel Jiaba potevi veramente incontrare di tutto. E ci circolava di tutto. Tutti i tipi di sostanze stupefacenti, tutte persone stupefacenti.

Potevi riconoscere in alcuni un alone opaco, in altri quasi un luccichìo delicato. Altri ancora erano come una voragine buia. Non emanavano luce, la risucchiavano. Come se la loro energia fosse bloccata e rinchiusa all’interno di una bolla. Intrappolati da tutti i pensieri negativi degli uomini della terra. Forse erano demoni alla ricerca di qualche preda in un’ennesima notte asiatica allo sbando?

Al Jiaba (che in cinese vuol dire anche “FamigliaPub” oltre che “pub di Jah”) tutti potevano riuscire a scrollarsi di dosso, almeno momentaneamente, tutta la magia nera che aleggiava nell’aria di quel Paese dannato. Era un posto per diseredati sociali e per combattenti del Dharma. Alcuni erano esseri consapevoli, altri meno, altri ingenui. Alcuni erano destinati a una brutta fine, gridando nelle fogne di una città che uccide inesorabilmente tutti gli spiriti deboli. Avevano la morte che gli camminava dietro, si nascondeva dietro gli alberi, di fronte al fiume Funan, proprio di fronte all’entrata. Là dove si fermavano anche i bikers. E non era veduta.

C’erano molte Harley e molte Jialing, una marca di moto cinese, divenuta iconica tra i più giovani e i ribelli del Paese. Sì, quella moto sapeva il fatto suo, tutta cromata. Uno spettacolo. Facile da cavalcare.

Anche Lao Li era al corrente dell’alone opaco che inglobava le anime di città, di quella città e di tutte quelle città dove il dio denaro prevale sul dio-vita. Così anche lui aveva deciso di abbandonare la metropoli, e continuare la sua ricerca, il suo percorso verso la tanto anelata libertà, verso la pura gioia di vivere pienamente. Questa gioia, su questo eravamo d’accordo, solo la natura può donarla. Le più grandi vette, la campagna silenziosa, il deserto, la steppa e, ovviamente, il mare.

E noi tutti dovremmo tornare al mare! Dovremmo guardare il mare! Dovremmo tornare a navigare! A viaggiare sulle sue acque. E dovremmo eliminare il termine turismo dai nostri vocabolari. Il turismo ha ucciso le culture, assottigliato l’empatia dei popoli. Non c’è cosa più nauseabonda di un turista, homo insipidens, che passa graffiando i luoghi con la sua noncuranza, tracotanza e cecità da pagatore di biglietti. Morti-viaggiatori!

E Lao Li aveva capito tutto, e aveva portato con sé la famiglia, la moglie e il figlio MuMu, un violento monello, cresciuto a boccate di smog e a morsi di cibo contaminato. Un piccoletto di cinque anni sempre rasato come un piccolo bodhisattva, e sempre arrabbiato come una Essesse. Parlava con un accento fortemente sichuanese che spesso dovevano tradurmi in mandarino. Non capivo quello diceva.

Deeee Luuu Faa shushu” (Zio De Lu Fa, così mi chiamava). Era così comico.

Mi voleva bene Mu Mu, e così io a lui.

La loro casa Lao li la fece blu. Di un blu intenso come il cielo. E ogni sera potevamo prendere gli strumenti musicali che aveva portato con sé dal continente e cominciavano jam infinite, sino a che non ci reggevamo quasi più in piedi. Passavamo dal blues al reggae al rock, intentando, creando una musica nuova e singolare. Un simil reggae-blues-surf-rock tra ispirazione taoistica e pragmatismo occidentale. Eravamo taoisti del beat. Nulla sapevamo, nulla volevamo, nulla pretendevamo, ci aprivamo solo a quello che d’immensamente impensabile poteva succedere giorno dopo giorno, istante dopo istante, in quella non-dimensione. Inventavamo nella semplicità più estrema, dimenandoci nella più imbarazzante felicità e goliardia. Fumavamo erba dalla mattina alla sera e se non lo si poteva fare per una qualche ragione, o perché non c’era più erba, a nessuno interessava. Avevamo l’oceano e la musica e la fantasia. Anche i nostri muri erano semplici. Vuoti. Non parlavano nessuna lingua nota. Erano muri felici di essere muri e di racchiuderci in un ambiente intimo. Erano felici di stare con noi, perché noi eravamo felici di essere lì con loro. Una reciprocità sentimentale con la materia che gli uomini possono e devono riscoprire. Con la materia e con gli oggetti. Nostri spazi di vita.

Nulla da dire, la casa di Lao Li divenne un secondo e nuovo Jiaba, Jiaba balneare. La spiaggia stava divenendo, finalmente anche in Cina, una via di fuga per chi voleva abbandonare città affumicate di smog e di egoismo.

E ben presto molti volevano venire a suonare, e investigare il tutto, nella nostra blue(s) house.

Davanti al mare.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 4

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Parte Prima – Capitolo 3.1

3.

“Ei Sanwa, che ne dici allora dell’idea del locale? Ci hai pensato?”

“Ci sto pensando DeLuFa. Direi che forse è arrivato per me il momento di buttarmi nuovamente nella mischia, di rimettermi in discussione. Intraprendere qualche nuova impresa, magari con un folle come te”.

Mi guardava.

“Vuoi quindi aprire un locale con me, tu dici, eh? Ne sei sicuro?” continuò.

“Ma questa domanda veramente te l’avevo fatta io!”.

Sorrise alzando una Qingdao.

Aspettò un attimo, mi guardò negli occhi, scrollando le spalle come a chiarire all’ambiente circostante la sua intenzione di stoccare nuove energie per il futuro:

“DE LU FAAA!” altisonò Sanwa “Rock and roll?”.

Era un sì.

“Troviamo il posto”.

“Sono sicuro, verrà il locale più forte di Hainan, passerà alla storia, ci siamo fratello! Questo è il momento, le congiunture ci sono tutte. Non lo senti nell’aria il richiamo dell’energia? Voi cinesi lo chiamate Qi, giusto? Be, chiamalo come preferisci, come vuoi, per me è un Dio cosmico. È qui intorno a noi e ci sta invitando a realizzare un punto algebrico, una piramide. Troveremo il posto come rabdomanti, ne sono sicuro. Se si seguono i soldi, si sarà solo trasmettitore di conti, debiti e crediti! E noi seguiremo invece l’energia per diventare trasmettitori di energia!”.

Sanwa mi guardava senza espressione, ma dentro era entusiasta, percepiva la carica. Allo stesso tempo era colpito da tanta ingenuità, candore plasmabile. Lui voleva aprire solamente un nuovo un locale, un ostello per giovani, non giovani, per chi volete, basta saldassero il conto al momento del check out, anzi meglio ancora se al check in. Voleva campare in qualche modo. Fare qualche soldo, insomma. Doveva anche mantenere una figlia e fottere la gente.

Ma lo vedevo, nonostante tutto voleva continuare a sentirsi libero, attivo e giovane. Sono convito, mentre facevamo quella storia, che quella storia già esistesse, noi dovevamo solo lasciarla affiorare. Come un pallone sott’acqua, trattenuto e poi rilasciato che inevitabilmente viene sospinto in alto dal Sig. Archimede in persona, con tanto di occhialetti e cuffietta. La nostra era una storia nella storia della Cina.

Il primo ostello, la prima comune surfistica cinese! Sentivamo di fare quel che dovevamo fare esattamente quando ci apparve il da farsi. D’innanzi, a mani alzate, lo potevamo vedere sbracciarsi come l’omino che, sulla pista d’atterraggio di un aereoporto, indica ai piloti direzioni e precedenze. Solo che la nostra era una pista destinata solo ai decolli. Nessun aereo scendeva, nessuno atterrava. Salivano tutti. Verticalmente anche. Shuttles mentali. Buddha-Cristo era uno gnomo alieno disceso dal cielo della profondità del cuore, su di un astronave invisibile, nascosta dietro ogni cometa, dietro ogni costellazione conosciuta e sconosciuta. Da qui, da Andromeda dall’infinità dell’essere ben oltre ancora. Ovunque.

Così, come ognuno di voi, come ognuno di noi, quando si crea la propria storia personale. Unica. Cementificata. Quando si crea la propria storia, come una tela di ragno, perfetta. Perfettamente la si può vedere intrecciare, tessere il fluire nel sospiro vitale del mondo. Non resta poi che osservarla andare via, lontano vicino, e turbinare come un coriandolo ghiacciato lanciato da un boingsettequattrosette a tutta velocità nella stratosfera. Vederla poeticamente espandersi e intrecciarsi. IN-TRE-CC-I-A-RSI.

“Sì, siamo flussi d’energia, Sanwa! Ma non lo senti? Come fai a non rendertene conto? Sarà il posto più cool e più TE che tu abbia mai realizzato!”.

Continuava ad annuire, come prima, guardandomi da sotto le folte sopracciglia. Un po’ titubava, ma seguiva. Aveva la tipica faccia da uomo cinese titubante a cui viene proposto di impazzire abbandonando la propria castrante cinesità. Eppure l’unico modo per abbandonare la propria terraferma, le proprie certezze, per creare, per dipartire verso una destinazione non chiara, alla scoperta di un sé di cui non si sa ancora nulla, è proprio impazzire, abbandonare le certezze. Fare altro, nuovo, andare alla scoperta!

Sanwa avrebbe dovuto proprio collaborare con uno straniero pazzo. Con un italiano. Sono strani gli italiani. Amano parlare, e spesso non realizzano le proprie intenzioni. Parlano, parlano. Questo lui lo sapeva. Era un uomo d’esperienza dopotutto. Per questo titubava.

Non sapeva se la mia fosse follia o se avessi una ricetta alchemica, magari fossi in possesso di coordinate segrete per raggiungere un’altra dimensione, un altro e un alto o profondo livello di consapevolezza, e sperava che lui avrebbe potuto utilizzare tutto questo, commercialmente. Ovvio, no? Pensava d’essere lui a ignorare l’esistenza di una nuova formula applicabile al suo contesto. Voleva di più e doveva osare.

Ci sono troppi forse nelle nostre menti, troppi ma e troppe paure. A volte basterebbe invece un semplice sì o un semplice no, ed ecco! Realizzarsi tutti i nostri sogni. Materializzarsi di fronte a noi. Quasi da soli. Bastano due lettere.

Sanwa non era uno stolto, lo sapevo, era un businessman cinese capace e ancora giovane e, una parte di lui, voleva credere ancora nella magia delle cose, alle possibilità infinite della vita. In un certo senso, era attratto dalla carica dell’idea, come chi si lascia sorprendere da una luce dopo tanto buio e stropiccia gli occhi istintivamente. Non è che non voglia vedere, non può vedere chiaramente. Almeno non subito. Inoltre era un surfista, dopotutto, stava imparando quindi a trattenere l’energia dell’acqua. Era uno dei pochi, pochissimi surfisti che avevano risposto al richiamo del mare, al richiamo delle onde. Dopo aver abbandonato la città, sapeva di dover abbandonare ogni modalità cittadinesca di pensiero, doveva staccarsi da ogni punto di riferimento strutturale. Le dinamiche della grande società, della grande città, non funzionano più quando si è in due, quando si è in quattro, quando si è in mille. Funzionano solo per fottere le masse e per distogliere gli uomini dall’essere uomini, le donne dall’esser madri e modelle di sé .

Sanwa e io ricercavamo spensieratezza e spontaneità. Immediatezza di vita. Volevamo deframmentare il velo davanti agli occhi e spiattellarlo ai quattro cantoni dell’angolo estremo di quel buco d’Asia. Magari da lì avrebbe raggiunto distanze incommensurabili. Cercavamo la resurrezione, senza conoscer nessun Dio, o senza almeno conoscerne il nome. Lui, Sanwa, pur rispettando e conoscendo fino ad allora, come unico maestro e signore, il dio di carta, quello che si piega in tasca e nei portafogli, il renminbi, lui voleva tentare un dio nuovo. Cambiare. Voleva convertire il proprio sistema operativo mentale, abbandonare il server del denaro imperante, acquattandosi nell’ultimo lembo di terra, l’ultimo promontorio, l’ultima baia della Repubblica Popolare Cinese e dire “sì, io credo!”.

Quella sera prendemmo solo qualche birra, al vecchio locale di Dahai. Quello sulla spiaggia, con le tavole da surf mezze rotte appese fuori. Sull’entrata di sotto, l’ingresso dalla duna. E sul muro Dahai aveva scritto a caratteri occidentali, in rosso: Impossible is nothing. Ci passavo davanti ogni giorno, con o senza tavola, con o senza trucco, con o senza amici al seguito. E quella scritta era diventata come un monito, un richiamo, una sicurezza. Mi invitava tutti i giorni a credere nell’invisibile. Credere in tutto quello che stanno cercando di sopprimere, di uccidere, di far estinguere. Dahai, in italiano vuol dire Grandemare.

Un altro personaggio mitico nella storia di Houhai. Rispettato e isolato, passava il tempo solo, a guardare il mare, silenzioso come sempre. Una persona di pochissime parole, abbronzato e scolpito dal vento in ogni fibra del suo corpo. Portava spesso un cappellino da baseball con la visiera girata dietro la testa. Aveva denti leggermente ingialliti dal fumo, enormi, e sorrideva sempre.

Originario del Dongbei, nord ovest cinese, quello povero. Molto povero.

Spesso andavamo da lui solamente per porgergli omaggio, non tanto per prendere una birra, anche se poi la prendevamo sempre.

Eravamo in pochi ad andare da lui, ma questo non gli interessava. Anzi meglio così. Bevevamo molto. Questo a lui invece interessava. E quando cominciava a salire l’effetto dell’alcol, talvolta lui si avvicinava al nostro tavolo. Prendevamo sempre il primo in fondo sulla destra della terrazza, davanti l’immensità del mare. Forse in tutto il pub ogni sera c’erano sì e no quattro persone. Da sfondo una immensa, sterminata, incommensurabile calma tropicale. Nessuna luce. Nera. Noi eravamo l’ultima luce prima della distesa buia dell’acqua, delle onde e del vento del Pacifico.

Avete mai sentito la calma tropicale entrarvi nelle vene?

Be’, specialmente se stai sorseggiando una birra ghiacciata, magari con le stelle sul capo e con il rumore dell’oceano di sottofondo lì, a pochi passi, ieri, oggi e domani, ve lo dico io cosa vuol dire sentire la calma tropicale nelle vene.

Vuol dire sgomento.

Vuol dire sgomento per tutto quello che giorno dopo giorno, nelle nostre vite cittadine, lasciamo andare, tutto quello a cui rinunciamo, che non tornerà mai più. Un senso di libertà e di incertezza tali da salire su per il ventre, come se avessimo dentro un alieno, un figlio, qualcosa che si muove e che vibra dicendo ancora, ancora, ancora!

Eppure tutti noi abbiamo una spiaggia, un luogo in cui dovremmo essere perfettamente presenti al momento, tutti noi abbiamo tramonti sui mari del sud o dell’ovest o dell’est. Tutti abbiamo momenti che non torneranno più, che dovremmo afferrare fino all’ultimo stridìo di strati di tempo e ciucciare alla goccia! Dobbiamo succhiarli questi momenti, resuscitano dai morti.

“Ah! Ah! Ah! Hai visto le previsioni Sange?” dissi sorseggiando la mia ennesima birra serale. Camicia aperta, scalzo, bello, me stesso. Ero il cane di un dio.

“No, ma non sei tu quello che smanetta sempre sui cellulari o sta davanti al computer? Non sei tu Mr. Chinasurfreport che dovebbe dire a noi cinesi come e quando arrivano le onde? Pensavo guardassi tu le previ, ma poi scusa, domani hai qualcosa da fare in particolare? Devi decidere se andare in città o cosa? Svegliati e vedi il mare com’è dalla finestra, no?”.

Aveva ragione.

“Lo so, vecchiume ambulante che non sei altro! L’ho chiesto solo per prepararmi emotivamente, altrimenti, se Magicseaweed dà belle onde per domani smetto di bere stasera. Così mi posso svegliare prima e fotterti tutte le onde migliori mentre tu dormi e scureggi ancora a letto, no? Leale, cristallino! Ah! Ah! Ah!” sorridendogli in faccia. “Ma va… dai, domani ci svegliamo presto e andiamo all’alba…”.

“Ma se sono già le due di notte! E poi lo dici sempre. Quand’è l’alba domani!?”

“E che ne so! Faceva molto western detto in quel modo, con la birra e la sigaretta in mano, guardami, guarda adesso… che te ne sembra?” mi diceva ubriachissimo.

“Sanwa, sei sbronzo!”

Sbofonchiò qualcosa sorseggiando ancora l’ultima goccia dalla bottiglia.

“Ei Fantastico, porti altre due di birre, per favore? Spasibo!” urlai.

“Subito ragazzi!”

Fantastico era un ragazzo di vicino Mosca, un kitesurfer veramente fuori di testa. Non poteva più vivere senza il mare e soprattutto senza vento tropicale. In Russia il vento certo non manca, ma mancano “l’umanità delle temperature” come diceva lui. Così si era trasferito a Houhai e faceva il barman sulla spiaggia. Felicemente senza fregarsene di niente. Il padre era un pilota della compagnia aerea russa. Non aveva particolari ambizioni se non quella di vivere alla grande e felicemente.

Parlava cinese e inglese anche se con un marcato accento russo. Era una bellezza d’anima. Per questo noi tutti lo chiamavano Fantastico. Perchè era semplicemente un tipo… Fantastico! Aveva inoltre le più ricercate raccolte di chillout music che avessi mai sentito. Il suo soprannome era perfetto, gli calzava a pennello. Non ho mai visto un individuo che lo eguagliasse in reattività, in felicità, in gioia di vivere, in sorriso. Era energia allo stato puro. Incontrollabile.

“Domani vieni a surfare con noi” gli chiesi non appena arrivò con le tre birre ghiacciate (ne prendeva sempre una in più per lui!).

Camminava perennemente scalzo, coi piedi finti a papera, come soleva fare lui, per divertirsi a fare il buffone. Gli piaceva farlo, gli metteva l’allegria.

E giù a ridere, ma non per sciocchezza, per stoltezza, era pura traboccante felicità. Per pura decisione di esser felice a tutti i costi. Come quando sei piccolo e ti guardano facendo bugi bugi bugi bugi ecco, lui aveva le stesse reazioni, senza bugi bugi bugi bugi. Ogni volta che serviva ai tavoli per il lui il mondo si fermava. Era il suo momento, il suo palcoscenico, e noi gli spettatori che lo osservavamo arrivare e sorridere di gioia. La vera gioia. Gioia scalza.

“Allora, che dici, Franceska?”, sedendosi vicino a noi.

“FrancescO!, in Italiano si dice Fra-nce-scO!” gli ripetei per la millesima volta, sottolineando la pronuncia unendo indice e pollice in un perfetto ok linguistico maniacale.

“Ah! ah! ah! Francesc….O! ah! ah! ah! In Russia si usa la A per i maschi, lo sai ormai, no?”

“Lascia perde, AndreY!” usando il suo vero nome, sottolineandone il peso semantico. Non penso lo colse e penso fosse anche stupido cercar di farglielo cogliere.

“Allora salute! Ganbei!”

Ganbei DeLufa, ma a che brindiamo?” chiese Sange.

“All’ADESSO, alla nostra vita assieme, fratelli, brindiamo all’adesso!”.

Gan” che in cinese letteralmente vuol dire bevituttodunfiato.

Gan, davvero?”

“Ah! ah! ah! daiiii! Jiayou! (coraggio!)” urlò ridendo Fantastico mentre mi guardava. Muoveva indietro la fronte, in alto in mento, come per incitarmi a bere tutta la bottiglia alla russa, appunto.

Li guardai, sorrisi un po’ “Gan!” e mandai giù tutta la nuova bottiglia di birra. Scendeva giù una bellezza, giù per la gola e dritta nel mio corpo. La sento ancora viva in me quella birra. Le sue molecole si fondevano alle mie divenendo per sempre vive in me. Navigheranno nelle mie vene per sempre. Proprio quella birra, proprio quelle molecole, di quella birra di quella notte.

E “Gan Gan Gan” ancora riecheggia nella mia mente il suono di quei sorrisi strappati al tempo, strappati a qualunque tempo, a qualunque modo d’essere, in qualunque posto del mondo, con mille sguardi e mille ancora. In quei Gan si proiettavano tutti i sorrisi e tutti gli sguardi degli uomini del mondo. Quanto splendore… Gan Gan Gan… via via sempre più velocemente fino all’essere una sola immagine fatta delle molteplici immagini dei volti umani del presente e del passato.

Eppure tutto passa.

“Andrè – dissi alla romana- vabbe dai, portamene un’altra… graziiiiieeee”

“ah! ah! ah!, ok FrancescA”, accentuando di nuovo la A.

Amavo quell’uomo.

 

Drin Drin Drin Driiiiin

“Sì?”

We’, DeLuFa!”. Era la voce di Sanwa.

Aveva il suo solito forte accento sichuanese scocciato, apparentemente assonnato. Sembrava sempre assonato per telefono. Incredibile, a qualunque ora del giorno e della notte. Anche quando non aveva minimamente sonno. Ma quando era al telefono cambiava la voce e il mood. Aveva sonno.

Wei Sanwa, che c’è?”

“DeLuFa, vuoi venire qui che sto facendo un sopralluogo al palazzo dove potremmo fare il locale. L’ho trovato, penso. Vieni! Voglio sentire la tua opinione. Sbrigati, sono qui…”

“Dove?” chiesi.

“…in quel palazzo davanti al Nanuna, quel palazzo alto sulla sinistra, con le tegole blu. Hai presente?”

Annuivo dall’altra parte della cornetta come se mi potesse vedere, poi dissi “Certo che ho presente lo vedo tutti i giorni. Sta davanti casa mia!”.

“Bene – sempre scocciato – vieni! Mi affaccio così mi vedi e sali, ora siamo sul rooftop, qui pensavo potremmo fare il bar!”

“Ok, due minuti, e arrivo!”

Hao, ok, hao (bene, ok, bene)”. Attaccò.

 

Mi sciacquai la faccia, bagnai i capelli, legai l’elastico dei miei boardshorts e presi la strada per il Nanuna. Percorsi neanche trenta secondi a piedi. Ero già sul luogo. E in ritardo. La cosa mi divertiva, perché scocciava sicuramente Sanwa.

“Ei, Sange?! Dove sei? Mi senti?” urlai.

“DeluFa! Sono qui, ma che ti urli!? Vieni è qua, siamo sopra. Terzo piano! Ma non avevi detto che conoscevi il palazzo?”.

“Sì, l’ho detto!”, non aggiungendo altro.

Salii le scale a due a due fino al penultimo piano. Non ero mai salito fin prima, perchè mai avrei dovuto farlo? Avevo sempre visto il palazzo e la balconata da casa mia o passandolo a piedi da sotto, mentre andavo chissà dove a fare chissà cosa. Da su l’aria, il vento del mare si sentivano esaltanti.

Mi si arruffarono i capelli legati già male.

Il palazzo era anonimo, semplice, lineare, un rettangolo di mattonelle color giallo-ocra. Ogni tanto si alternavano linee orizzontali di mattonelle bordeaux, sul lato esterno. Era molto carino, a me piaceva. Mi ricordava esattamente quello che mi avrebbe ricordato oggi nel ripensarlo e nello scriverlo.

Salii ancora un’altra rampa di scale e mi girai. Guardai l’oceano dalla terrazza dell’ingresso e chiusi gli occhi. Alcune chitarre suonavano da qualche parte, in qualche casetta più bassa verso est, nella direzione del promontorio. Le palme sbadigliavano. Sul pianerottolo c’era già un letto in legno, lasciato chissà da chi, uno di quegli antichi letti locali. “Chissà quanto avrà questo legno” pensai.

Scolorito, si intravedevano ancora le pennellate dei diversi colori che negli anni si erano alternati sulle assi di legno. A tratti si intravedeva un giallino, un verde, un blu scoloritissimo. Si sentiva che le doghe erano vecchie ancor di più quando ci si sedeva sopra. Gracchiavano. Scricchiolavano con la dolcezza di una miriade di notti, di albe, di tramonti e mezzogiorni. Era un legno vivo, più vivo del legno giovane che ancora non ha capito nulla. Un po’ come i giovani di oggi, più vecchi dei loro vecchi. Quel meraviglioso letto era lì da molti anni, abbandonato, di fronte alla baia più a sud del continente cinese, esattamente quella all’estremo del culo del mondo dell’Asia. Che poesia! Era così. Lo era. Non so perché ma tutto questo mi sembrava meraviglioso. Una scoperta continua.

“Ma da qui si vede l’infinito!” escalamai a bocca aperta. “Sanwa, questo posto è splendido! Peccato per le case in prima fila sul mare che bloccano leggermente la visuale verso destra, di là, vedi?” dissi insoddisfatto come un bambino a cui non hanno comprato un secondo giocattolo, di ritorno dal parco giochi.

“Be, certo, considerando che in una di quelle case ci abiti tu…” rispose ironico, “potremmo considerare l’idea di abbatterle!” con il suo tono inconfondibile. Se avesse potuto farlo lo avrebbe anche fatto.

Avrebbe potuto fare il cowboy in qualche film western cinese. Recitare la parte del buono che è anche un po’ cattivo. Con il sigaro in bocca, nell’angolo in basso a destra. Un piccolissimo rigangnolo di saliva a scendere, fronte abbassata per coprirsi un poco gli occhi dal sole con il cappello. Ce lo vedo. Sì.

“Eh eh, lo sai, quella casa me l’aveva trovata DongGe? A proposito dov’è ora? Sempre nella riserva?”.

Dongge era un cinesone, veramente grosso, con la pancia di rispetto, alto quasi un metro e novanta, sposato con una sexyssima donna tibetana. Amico atavico di Sanwa. Sono sempre silenziosi i tibetani, tendenzialmente, come i nepalesi pensavo, o almeno quelli che avevo conosciuto io. D’altronde, hanno sempre avuto a che fare con le montagne e gli spazi sovrumani. Ti forgia, ti cambia.

“Sì, è sempre al confine ovest del Sichuan, nella riserva con la moglie. Lo sai com’è fatto, no? Disprezza il mondo.”

“Sì, lo so.” risposi.

Amava tutto, per questo disprezzava il modo in cui veniva trattato il mondo. Così si ritirò con la moglie, praticamente in Tibet, a vivere di allevamento e di turismo. Per quei pochi amici e amici di amici che andavano a trovarli lassù.

Era stato lui che mi aveva presentato il landlord, Fratello Li, Pavarotti, per capirsi. Dongge aveva fatto da tramite, superando le resistenze mosse dalla diffidenza che un pescatore hainanese di origine cantonese poteva avere nei confronti di un forestiero italiano, capellone come me. Gli faceva un po’ strano, al fratello Li, vedermi sul suo territorio.

“È forse una spia?” pensava, “Perché parla così bene il cinese? Forse è qui per rubare qualche nostro segreto nazionale? O magari per portar via le nostre donne, mia figlia! Loro occidentali ci hanno invaso! E ora, noi che facciamo? Li facciamo entrare spontaneamente nelle nostre case? I laowai (straniero) non possono capirci, sono pericolosi!”.

Ni zhongwen weishenme jiangde zheme hao a?” (perché parli così bene il cinese?) mi chiedevano spesso. Dopo millenni di oppressione, prima imperialistica poi comunista, i cinesi sono sempre stati timorosi e diffidenti e non guardano di buon occhio gli stranieri, specialmente quelli che parlano cinese, e specialmente se questi si avventurano nei piccoli centri, nei paeselli. Forse che vogliano nascondersi da qualcosa? Nelle grandi città invece, come Pechino o Shanghai, gli stranieri ormai si vedono quasi a ogni angolo, è diverso.

Per i paesani noi siamo un potenziale pericolo. Siamo qualcosa difficile da capire. Figuriamoci poi un laowai che parla cinese, un laowai che ti capisce, che può comprendere la tua lingua. Lingua lasciata volutamente impossibile da compredere nel corso dei millenni per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I Cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre stati volutamente indipendenti e isolati. E un muro di mattoni non bastava. Ci voleva anche una lingua e una scrittura indecifrabili. “Tian bu pa, di bu pa, jiu pa laowai shuo zhongghuohua” un antico detto, diffuso ancora oggi in Cina. (Non temere il cielo, non temere la terra, temi uno straniero che parla cinese).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 3.1 

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 2.2

Come al solito non si portavano mai scarpe. Eppure le riponevo sempre belle, in linea, sopra la scarpiera che doveva immancabilmente esserci. Scarpe pronte all’uso, in un paese dove non se ne usano molte. Eppure loro sempre pronte, lì sulla sinistra della scala. La scala di casa era bellissima, ripida e liscia, di finto marmo color sabbia. Sempre insabbiata, qualora le linee sabbiose del marmo non bastassero a dar l’idea di continuità sabbiosa dalla spiaggia al mio uscio.

I bambini, poi, amavano venirmi a trovare. Non capisco come, a dei bambini, possa balenare l’idea di venirmi a trovare e farmi delle smancerie. A volte certo mi lusingava e a loro volevo bene, così come ne volevo a Sanwa, a Steven, agli altri di cui ancora non vi ho parlato. Forse i bambini lo avvertivano e per questo cicloneggiavano dentro casa mia. Volevo bene anche alla strega. Quella a cui non ho mai portato la frutta. Ma parlavo della sabbia.

Incredibilmente sono sempre stato un tipo con il piede anti-sabbia. Me ne accorsi subito vivendo tutto il giorno in spiaggia e tornando su quelle scale color sabbia, e camminando in una casa decisamente non contraria alla presenza di sabbia. Sabbia ovunque, tutto era una duna continua, fino all’uscio. Dopodiché, la sabbia svaniva. Come se i peli dei miei piedi avessero la capacità di distogliere la sabbia dall’idea di cadere, a fine percorso, dentro casa. Una sabbia educata. Lei si faceva convincere a distaccarsi da me al momento opportuno, mai casuale. Nulla è lasciato al caso. La quasi totalià dei granelli preferiva rimanere sulla spiaggia piuttosto che essere sparpagliata e dispersa lungo la strada. Avrei spesso dovuto seguire il consiglio dei peli dei miei piedi e dei granelli, e parlare con gli elementi, che ne sanno più di me, sicuramente.
Comunque non avevo mai avuto una casa tanto ampia e luminosa. Erano quasi duecento metri quadri di pura psichedelia e libertà. Intendiamoci, non che io ne abbia cercata intenzionalmente una cos ìgrande. A dire poi “dueeeceeeentttooo meeettri quuuaaddri” ti si riempie quasi la bocca. Ci vuole troppo a dirlo. Non la volevo, ci trovammo. E subito diventò la nostra privata comune nel paese delle meraviglie.

Alice non c’era né venne mai, ma il bianconiglio correva spensierato nel corridoio, non dovendo rincorrere di proposito nessuno. Una corsa libera da compiti specifici, senza orologi. Vi erano due saloni con cucina e quattro camere da letto con quattro bagni in camera più un mega balcone e tutto questo a soli cinque metri dall’oceano, che sembrava quasi entrare dalla finestra al mattino per dire “buongiorno! Questo è ancora un altro bellissimo giorno nel paradiso del surf cinese e nel cosmo della tua mente, giovanotto! Ora caffè!”.

Uscivo tutte le mattine e pagaiavo da una parte all’altra della baia, con la mia tavola. Qualche chilometro in scioltezza per risvegliare il corpo addormentato. Canottiere estremo di flussi d’energia. Flussi energetici dentro la materia solida, materia pulsante, irraggiante. L’ho sempre vista così quest’energia, liquida e luminosa, sciolta dentro l’acqua del mare su cui scivolavo.

Vicino la mia porta di casa vi erano un paio di alberghetti, tutti gestiti da amici. E lì potevamo prendere in prestito kayak o longboard, ma avreste potuto prendere quello volevate. Un tavolo d’architetto? Perché non un contrabasso? Cosa volete surfare oggi? Quale oggetto volete usare oggi per scivolare sul tutto? A voi la scelta, è tuo.

Importante era solo individuare i canali, i canali energetici. Così si fa, me lo hanno insegnato gli alberi e confermato le onde. Non è roba mia, nulla di quel che abbiamo è veramente nostro.

Finito il training mattutino tornavo a casa per una ricca colazione a base di frutta tropicale. Dalla cucina c’era una graziosa vista sul mini albergo vicino, blu e bianco, su degli alberi di mango, e su di una goffissima palma che, quando soffiava forte il vento da nordest, curvandosi, tendeva a coprirmi la visuale sullo spot principe della baia. Che diamine!

I surfisti locali erano pochi, ma tutti concordavano nel chiamare quello spot, davanti casa Xiaojin (leggi siaogin). Era il nome della dolce e incazzosa ragazza del solito Sanwa. Lui era un piccolo boss qui a Houhai, o così avrebbe voluto, ma tutti lo conoscevano. Era già un buon inizio. In realtà non è che ci volesse molto, il paese in tutto contava circa milleduecento anime. Più quelle dei cani e dei topi. Dei tantissimi topi che amoreggiavano, specialmente di notte, lungo i crocicchi e dentro i canali bordo strada, sempre pieni di ogni zozzeria: pacchetti di patatine, sigarette, bottiglie, frutta, verdura. Non ho mai visto un preservativo ora che ci penso, cosa abbastanza comune invece a Roma. Quando ero un pischello e correvo per i prati seguendo una palla ci imbattevamo spesso in preservativi usati e siringhe. Altre storiee. Eppure sono certo che qualcuno praticava il sesso sicuro anche a Houhai. Non i topi.

Nella mia casa si nascondevano cose. Ne sono sicuro. Vi erano cose nei muri della costruzione. Forse erano occhi.

Quella era la mia casa, casa-occhiopsichedelico, rifugio e stimolo della notte. Non si poteva dormire troppo in una casa piena di occhi pronti e fissi a guardarti. Bisognava quindi sballarsi e lo facevamo spesso fuori, la parte più bella sicuramente, era un grande terrazzo. Ampio largo, larghissimo.

Il proprietario era un vecchio pescatore originario del Guangdong. Parlava con un tono altissimo tanto che decidemmo di soprannominarlo Pavarotti. Aveva effettivamente non solo un tono altisonante, ma anche una profondità notevole. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vecchio Luciano. Chissà. Forse lo avrebbe accoppato. Era comunque un vecchio simpaticone il sig. Li, così si chiamava, Li, come quasi tutti i cinesi che non si chiamano altrimenti. Gli altri se non sono Wang, almeno sono Zhang.

Sotto la nostra casa-occhiopsichedelico abitava lui, con tutta la famiglia. Inclusa una figlia innamorata persa di me. Ogni volta che passavo diventava sensibilmente rossa e abbassava lo sguardo a volte a terra a volte sui miei pantaloni.

Anche Fratello Li aveva, come Sanwa ai tempi di Chengdu, una bisca. Certo la sua, chiamarla bisca, forse è un parolone. Erano un paio di tavoli, uno con la roulette incorporata, un paio di frigoriferi per la vendita delle bibite e degli alcolici e qualche sedia buttata un po’ qua un po’ là. Fatto sta che ogni giorno, fino a tardi, i locali si ritrovavano da lui per scommettere e giocare a Majiang. Un gioco amatissimo dai cinesi, specialmente quelli del sud. Urlavano si sbracciavano fumando pacchetti su pacchetti di sigarette e sorseggiando qualunque cosa. Una vera pacchia di vita senza ombra di dubbio. Almeno se riesci a viverla fino in fondo.

Il nostro terrazzo era esattamente sopra la bisca. Quindi eravamo al corrente di ogni arrivo e di ogni partenza, di ogni mano, di ogni vincita e di ogni sconfitta.

E io adoravo questo spazio, il terrazzo. Avevo montato una bellissima amaca, comprata su Taobao, l’Amazon cinese. Blu a strisce azzurre. Comodissima. Quando ci si era sdraiati sopra sembrava di dondolare sul mare e sulle sue correnti. La posizione era perfetta, il vento là rinfrescava tutto l’anno. Quante notti al buio più totale passate ad ascoltare solamente il suono delle onde dondolando su quell’amaca! Di sottofondo ci raccontavano ninnananne non finite, in linguaggi incomprensibili, e non perchè il mio cinese non fosse buono. Lo masticavo terribilmente bene, cos ìcome lo amavo visceralmente. Tanto che i cinesi spesso pensavano io stesso fossi cinese. Venivo tradito solo dai miei grandi occhi.

Lì, le onde parlavano a giorni alterni e quando lo facevano era per lo più in cantonese, vietnamita e portoghese.

Il pavimento del terrazzo lo avevo fatto di un verde intenso, non chiaro e non scuro, che si illuminava quando pioveva. L’acqua sembrava riflettere tonalità violacee. A volta gialle. Chissà da dove proveniva il viola ripensandoci.

Fiori agli angoli e piante rampicanti che abbracciavano le balaustre. Ecco il nostro paradiso casalingo! Quando non volevamo stare fuori fuori, potevamo stare fuori dentro.

Quando mi affacciavo vi era un inspiegabile via vai di persone indaffarate, di tuc tuc motorizzati che sfrecciavano con roboanti marmitte fuoriditesta. Ce n’era uno, un guidatore di tuc tuc, un giovane coi denti rossi, sempre sorridente e sempre con lo sguardo assente, perso nel vuoto, come se ti guardasse sempre la ghiandola pineale, oltre la linea degli occhi. Lui, lui aveva il più micidiale impianto stereo mai montato su qualunque tuc tuc di tutta l’Asia! Lo sapeva, e per questo era anche molto ambito dalle donne del posto. Uomo panzuto e felice, tuc tuc possidente, con impianto stereo campione di potenza, offresi per procreazione o semplici sveltine occasionali.

Questo lui diceva correndo per il paese a velocità ridicolmente lente. Eppure era anche lui un genio. A suo modo. Ne sono convinto.

E poi c’era tutta questa massa di gente che sguizzava via. Il paese era piccolo, vi erano pochi umani, ma in fin dei conti, era tutto proporzionato. Così sembravano in molti a camminare su e giù. Mi ero sicuramente disabituato alle masse mostruose degli strusci pechinesi o di città. Anche Via del Corso il sabato pomeriggio non scherzava negli anni Novanta quando andavamo da Energie a comprare cose di tendenza. Allora avevamo le lire. Oggi di lira c’è rimasto solo lo strumento.

Comunque sia, dall’alto della mia terrazza, a mo’ di Truman Show, ero al centro dell’attenzione di tutto il villaggio. Erano tutti rigorosamente incuriositi da questo Laowai (così chiamano gli stranieri in Cina). Ero sicuramente famoso tra di loro, ma come si fa ad essere famosi e non saperlo? Di Rodriguez ce n’è solo uno. Bene, a Houhai era ed è invece possibile.

Immaginate voi di vivere di un paesino sperduto del sud, magari nella nostra splendida Sicilia e vedersi arrivare un maori che si trasferisce sorridente. Non solo. Immaginate altres ìche questo maori parli un perfetto italiano e anche alcune parole di dialetto siciliano. Cosa penserebbero gli abitanti di Acitrezza? Ecco io per loro ero quel Maori. ero questo ai loro occhi. Un maori, un maori selvaggio, un assassino forse, uno che era scappato o che nascondeva chissà cosa. Ero un tipo misterioso, da cui diffidare o da spolpare se possibile. Ma pur sempre un maori con il sorriso e non mi avrebbero mai fatto del male. Ricordo le parole di Terzani “quando ti puntano un fucile contro, tu ridi!”. Non si spara a un uomo felice.

Anche loro, i villeggianti, se non erano persi con lo sguardo nel vuoto, forse per i fumi dell’oppio, erano molto sorridenti. Avevano un bel sorriso stampato davanti e un lungo pugnale di dietro, lungo la schiena. Erano gli ignari figli della grande scimmia madre.

Ed io amavo far loro ascoltare Woodstock, Bob (Marley) o Aoxomoxoa dei Grateful Dead a tutto volume. Li vedevi allora subito occhieggiare da sotto incuriositi. Ma anche i semplici rumori stimolavano la loro curiosità. Gli idiomi misteriosi che talvolta sentivano provenire dal mio terrazzo li affascinavano poi oltre modo.

Niente, non c’era niente da fare con quel primo piano di quella casa sul lungomare ovest. La casa del pazzo Fratello Li, tanto pazzo da averla affittata a quel tipo capellone e strano.

“Da da dove hai detto che viene?” chiedeva il primo

“Non ne ho idea” rispondeva il secondo

“Sembra dall’Italia” affermava intellettuale il terzo.

“Oooooooo!” rantolava il quarto.

“Affittare propria casa a un italiano!” asseriva un quinto.

E gli italiani si sa, sono tutti mafiosi col mandolino in mano. Io avevo una Martin da viaggio.

Mi sconcertava, prendendo un taxi a Sanya, città non lontana dal villaggio, o ai miei tempi di studio a Pechino, come gli autisti non conoscessero neanche la posizione del nostro Paese-Italia. Qualcuno domandava insicuro “Dov’è? È in Europa, o no?”. Qualcun’altro s’insinuava in discorsi complicati “Sì, certo, la patria di Giulio Cesare che aveva combattuto contro Napoleone!”

“Italia? Veramente!! Altobelli!! Maldini!! Totti!!” gridava con sguardo estasiato qualcun’altro ancora, agitando il pugno destro dopo aver inserito la terza marcia, mentre imboccavamo a tutta birra il terzo anello, per tornare al quartiere universitario, Haidian. Questo o poco più è quello che sapevano di noi. Peccato per la FIAT e per Michelangelo!

Dalla finestra della mia stanza, quella grande che dava sul terrazzo, si intravedeva un palazzo, da sempre sfitto. Disabitato, alto quattro piani. Solo, là che aspettava e là ancora aspetta forse il mio ritorno. Tutti i giorni al mattino gli lanciavo un’occhiata e lui apriva le sue finestre azzurre come a salutare ogni risveglio, ogni siesta pomeridiana, ogni placida notte. Sembrava quasi vivere di vita propria, ancora lo ricordo con un alone, non alcolico, un alone di luce. Si stagliava. E non è detto che tutti i palazzi sappiano stagliarsi, ma quello sì, si stagliava. Forse perché  la luna ai tropici illumina tutto con potenza. Abbaglia e i mattoni degli edifici ne traggono giovamento. Serotonina strutturale. Stessa luna, stesso cielo.

Ci vogliono talvolta però occhi nuovi per percepirne differenti intensità e sfumature di luce, in questo mondo che è prepotentemente fatto di sola ombra.

LuLu e MiaoMiao erano i miei due coinquilini. Si erano letteralmente conosciuti sulla mia terrazza e si erano innamorati di un amore tenero, in una notte d’estate.

Ci facevamo compagnia. Lui era un ottimo cuoco di cucina sichuanese, lei un’amorevole ragazza hainanese. Avevamo messo su una famiglia, ci comportavamo come se lo fossimo stati. E lo eravamo in un certo senso.

Passavamo molto tempo a discorrere di Taoismo io e Lulu, e non mi stancavo mai di sentire le sue storie del Sichuan, di quando viveva ancora a Chengdu, di quando aveva ancora i capelli lunghi e vendeva bong e chilum in un centro commerciale, in centro città, fino a quando non ebbe l’illuminazione. Era un tipo in gamba, di cuore.

“DeLuFa, ti va un po’ di cha (tè in cinese) ?”

“Va bene, quale facciamo? Puer, Lulu, ti va?”

“Hao ya! (Va bene) Mentre bolle, ti va di andare a comprare le sigarette? sono finite.” La stamberga delle sigarette era strillante come al solito. Giovani locali, vestiti tutti uguali, come i giovani locali che passeggiano lungo le nostre vie delle città occidentali sono vestiti tutti uguali. Fumavano, presi da febbri misteriose, pensieri semplici e affilati da stimolanti. Bastava guardarli negli occhi per capire. Erano anime dirette, destrutturate, semplici come una lama che entra nel costato piano piano. Eppure sembravano così felici, ignari di tutto quel che c’è fuori. Verso nord verso sud, verso dove vuoi tu.

I loro volti mi rammentavano sempre il dono del presente. Dovevo in ogni modo riuscire a festeggiare quell’altra giornata da leoni. Giornata di libertà e di onde solitarie autosrotolantesi su un fondale piatto e bianco.

Il tè ormai era quasi pronto e Lulu canticchiava come suo solito seduto sulla sua solita sedia a girare una nuova trella. Era stato un bassista professionista quand’era ventenne. Suonava nei migliori locali di Chengdu. Lo aveva fatto per anni, prima di ammalarsi di depressione. Niente aveva più senso per lui. La città lo opprimeva.

Le grandi città cinesi sono infatti come grandi culi d’elefante. Oppure pensatele così: come un marasma di energie negative che si mischiano l’un l’altra e cercano di divorare quelle positive, per poi defecarle immondizia dal loro grande orifizio economico commercial-anale. Città luci nella nebbia, fari lontani che non salvano.

Molto lontani.

E così, anche Lulu era un riconvertito, uno che aveva visto, che aveva capito, silenziosamente intravisto una via di fuga all’interno di questo enorme meccanismo senza senso della vita del Duemila. Uomini come macchine che alimentano serbatoi di altre macchine. Che lavorano solo per pagarsi debiti e non hanno tempo per se stessi, per la famiglia, per i figli, per la gloria, per la giustizia, per l’arte, per lo spirito, per il futuro. Non hanno tempo per il futuro. Non vivono. Annichiliti in bare trasparenti, i cui gli occhi sono due miseri e piccoli spiragli. Occhielli sul mondo che se ne va. Distruzione spirituale al cubo! Zombies!

Anche Lulu lo aveva capito! Bisognava partire, anzi dipartire!

Risvegliarsi dall’incanto.

Città che non funzionano più, qui là ora, adesso. Domani?

Consci del dolore che questo olocausto spirituale provocava in noi, nel nostro profondo, consci del soffocamento che questo Nulla planetario provoca sulle menti di tutti, noi celebravamo la vita! Soli sperduti, ai margini del mondo e della società, noi inneggiavamo all’attimo che passava e diceva “Hey, dude, alzati! Diamine! Sei ancora vivo, ma non lo vedi?”.

Dovevamo celebrare ogni istante di questa vita semplice – e monotona? Sì, monotona se volete! – Celebrare questa monotonia del vivere, serenamente, lontani dall’incombenza di tutto un resto, di tutte quelle aspettative, di tutte quelle speranze e di tutte quelle tensioni dell’essere (che abbiamo confuso con l’avere) in cui no, noi non ci riconoscevamo più! Né in Oriente, né in Occidente.

Ci hanno fottuto il mondo, fratelli! Non ve ne siete accorti? E che cosa contiamo di fare per riprendercelo? Per riprenderci quello che noi siamo! Niente?

Insetti come pachidermi, enormi, voraci, con gambe schifose, pelose e putride, divorano le coscienze. Incombono su di noi, sotto la nostra pelle e s’insinuano, strisciando tra ogni capillare, ogni vena, ogni cartilagine. Al ritmo di un battito di cuore. Vermi, vermi nelle ossa e nella carne! Infezioni che dobbiamo debellare, demoni terrestri assetati di vendetta!

Il pachiderma della distruzione umana, dell’inquinamento globale, della morte, dell’ombra del partito e di tutti i partiti, incombeva ogni istante sulla bellezza di quell’angolo di paradiso. E noi? Noi celebravamo ogni respiro, come fosse l’ultimo. Fino al raggiungimento del prossimo nome, al prossimo lettino, fino al prossimo ritorno, alla prossima famiglia, al prossimo essere parte di questo infinito continuum d’esistenze che si ripete fino all’ultimo giorno della nostra cecità spirituale. Fino all’ultimo respiro! E tu respira non lasciandoti dire quel che è bene e quel che è male! L’uomo lo sa istintivamente distinguire, così è sempre è stato e così sempre sarà. La mela dell’albero della conoscenza è un tabu che ritorna, che incombe di continuo sui nostri colli come una ghigliottina, non di liberazione però, ma d’oppressione e menzogna!

Le giornate si strotolavano lentamente seguendo la marea. Si allungavano e si ritiravano in momenti di gioia. Quella vera, che si nasconde in ogni anfratto del tuo corpo e che appare nuovamente, quando deve, senza bussare. Lasciando senza fiato! Rivelazione della meraviglia! Del resto non ci sono porte tra l’anima e il resto. Quando deve ricordarci chi siamo e cosa facciamo, siamo fottuti, appare in un voilà ! “DeLuFaaaaa! Sbrigati, dai che è pronto il tè!” mi chiamava Lulu, senza neanche affacciarsi dalla balaustra del terrazzo. Non c’era bisogno, ero là a pochi passi.

Sapeva che potevo sentirlo lungo tutta la via, a meno che non stessi bighellonando nel paradiso artificiale gratuito della mia mente. Cosa che spesso faccio, sapete. Saper vedere è come un’arte. Così come lo è preparare il tè. E LuLu era un maestro in questo. Come moltissimi sichuanesi amava spasmodicamente il tè, ne vanno matti. “Arrrrriiiivoooo fratello!” risposi correndo per finta.

Non vi era motivo per correre, ero a soli dieci metri più scale sabbiose. Quelle di cui vi avevo parlato, color sabbia senza sabbia. Grazie peli!

“Libera la tua mente se vuoi veramente usare la testa, DeLuFa! Dai su, passami il tuo bicchiere”. E io tacevo.

Erano questi gli echi della nostra quotidianità. Balordamente liberi di costrizioni sociali! Si fottano i possessori di controllo. Schiavi schiavisti schiavizzati.

C’erano periodi e periodi.

Mode passeggere e anche voglie di cambiamento in quella perenne stasi tropicale. Talvolta ci riunivamo sul terrazzo iperspaziale di casa, e passavamo serate intere a parlare di oceano, di onde, facendo musica. Talvolta cercavamo la verità sul fondo di tutte le bottiglie del nostro vicinato. Andavamo dall’“arrosticinaro”, l’equivalente del notturno “zozzone” romano. Quello che di notte, non dorme mai. Che poteva solo fare quello, oppure il ladro o il killer di professione. E invece no, ha scelto di cucinare per tutti. Quello che ti prepara l’impossibile solamente comprendendo il tuo sguardo perso nel vuoto della notte e le tue pupille rosse fuoco. Anche quando non ti esprimi in maniera chiara, grammaticalmente e semanticamente corretta, lui capisce e realizza tutti i desideri, scioglie tutte le fami chimiche. Quelle Verdi, quelle gialle e quelle blu. Che non siano angeli caduti dal cielo?

In quel periodo ci vedevamo talvolta poi al Nanuna.

Un piccolo hotel per vagabondi, per surfisti, a pochi passi da casa. Una terrazza sulla spiaggia. Camminando a passo lento, scalzo, dinoccolato, ci mettevo trentacinquesecondi incluso saluto ai bambini e alle ragazze della casa di fronte.

Vi era un’atmosfera distensiva e familiare. Addirittura una grande piscina sull’orizzonte. Dall’acqua si poteva ammirare tutta la maestosità della Baia
dell’Imperatrice. Era uno dei nostri punti di ritrovo imprescindibili.

Sdraio malconce si gongolavano di fronte al bar non desiderose di nessuno a sederle. Un bancone in legno martoriato, lungo cinque metri, ricavato dalle assi che i pescatori avevano utilizzato in passato per raggiungere, da una banchina del porticciolo, le barche in mare. Le loro passerelle erano diventate le nostre passerelle verso il mondo dell’infinito. Su quei legni passavano bicchieri di ogni forma e dimensione, di ogni colore. Sabbie dorate e polveri di tabacco. Tutto rimaneva in quel legno e tutto spariva, fino al prossimo giro. Un legno scurissimo, vecchissimo e, a sentir dire loro, vivo. Al suo interno si nascondevano gli spiriti degli uomini morti in mare, che avevano ancora fame di vita. E noi li nutrivamo col rum, ogni notte fino quasi all’alba, fino al richiamo del mare e del surf.

Sanwa, ovviamente, era uno dei soci fondatori del Nanuna. Quella era casa sua. Ci aveva vissuto anche fisicamente qualche anno, con la sua ex, XiaoJin, la ragazza che aveva dato il nome allo spot davanti casa. Che poi è anche davanti al Nanuna.

Sanwa aveva investito, pulendoli, parte dei soldi guadagnati durante la sua attività clandestina di Chengdu. E spessissimo alcuni suoi pengyou (amici) lo venivano a trovare. Ingresso, saluto e panza all’aria. Mostravano i propri dragoni tatuati dietro le spalle taurine, ed enormi mazzi di soldi apparivano fuori dalle tasche. Fumi infiniti di sigarette. Questo il loro stile, condito con qualche cicciotta tastata di culo alle loro geishe personali, ragazze che era meglio non fissare troppo. Dopodiché si tuffavano subito nel gioco. Carte. La loro passione era nelle carte e nelle montagne di soldi facili tramite le carte. Le sigarette ipnotizzavano, creavano atmosfera, l’alcol era un deterrente. Serviva a rifiutare di avere un domani. Se ne ingurgitava quantità tali da chiedersi, lucidamente una domanda “Perché?”. Non avevano bisogno di altro, solo di soldi, di sesso, e di morte.

E furono proprio i soldi a convincere Sanwa a lasciare il suo amato Nanuna. Tutti quegli anni passati, gli avevano lasciato una forte malinconia. Xiaojin se n’era andata, pare a Guilin, nella natura incontaminata. Troppi ricordi per lui, voleva voltare pagina senza andare troppo lontano. Rimettersi in gioco, sempre. Conosco Sanwa, la mia offerta capitò come una chiamata del destino.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.2   

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Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

 

Parte Prima – Capitolo 2 . 1

2.

“Ei Sanwa, che ne diresti se aprissimo un ostello assieme? Ho già il nome!” dissi, mentre mi tenevo in equilibrio sulla tavola. Mi aiutavo con entrambe le gambe facendo dei piccoli cerchi concentrici, per mantenere la posizione frontale rispetto a lui e alla spiaggia.

“Cosa? Aprire un ostello io e te? Sei sicuro? Non è che poi… arriva arriva arrivaaaa!” urlò osservando la linea dell’orizzonte e indicando fuori, verso il largo. Girai la testa e la vidi, era splendida! La mia onda!

“Miaaaaaa!” gridai come un guerriero Sioux.

Sì, perché quando prendi un’onda, esattamente nel momento del takeoff (partenza) senti il mare risucchiarti e spingerti via, mollarti via come un totem di legno, come un regalo al cosmo, libero di fluttuare sulla terra, sospeso tra il sopra e il sotto. Come se poi ci fosse una qualche differenza!

Che onda fantastica! Calda avvolgente come le gambe lisce e vellutate di una ventenne. E me l’aveva donata l’Oceano Pacifico e Sanwa.

La tavola slittava su per la parete dell’onda come se quest’ultima fosse di burro. L’acqua liscia come olio e il leggero vento offshore (da terra) arricchivano il momento donando perle di perfezione al tempo senza tempo della nostra surfata.

I nostri movimenti erano fluidi, lenti. Andavamo su e giù dalla cresta, “ecco ci sono, passo crociato fino alla punta” per poi fermarsi, guardare, occhieggiare e tornare in dietro. Respirare. Respirare. E poi di nuovo verso la prossima corsa tra spruzzi di gioia. Tornai pagagliando nuovamente verso la line up (la linea immaginaria dove i surfisti aspettano le onde frangere) ancora col fiatone in gola, eccitato e felice, provai a prenderne un’altra “Me lo sta chiedendo lei di prenderla, è lei che vuole me!” pensai. Ma caddi indegnamente all’indietro come un sacco di patate, ridendo.

“Ah ah ah , che cretino che sei, ma quando imparerai a surfare degnamente?” . “Lascia perdere Sanwa, il surf non è uno sport per tecnici, quelli sono i medici del surf o gli ingegneri dell’idrodinamica. Io sono un poeta! Percepisco l’onda non coi piedi ma con l’anima! Importante è cavalcarla con lo spirito, le gambe seguiranno e se non lo faranno, vuol dire che non importava poi tanto farlo”.

Neanche mi ascoltava più, già guardava a largo per vedere apparire la prossima goduria liquida.

Non ripetei, lo lasciai stare. Gli lasciai guardare l’orizzonte, godersi la sua dose giornaliera di felicità senza più distrarlo.

Diventiamo tutti bambini mentre aspettiamo la prossima onda, mentre galleggiamo sulle nostre tavole a largo. Bambini alla ricerca di risposte indecifrabili, misteriose, ma pur sempre risposte. Segnali morse dall’universo. Onde cosmiche.

“Allora, vuoi metter su un nuovo ostello qui nella baia…” disse, con il suo tipico modo pacato e un po’ insofferente. Era incredibile come ci riuscisse senza farsi mandare a quel paese da nessuno. Un vero maestro di dialettica dell’offesa e quando voleva diventava affilato come una lama.

“Quella era l’intenzione – risposi – E poi tu lo sai, già viviamo questa vita, ci si adatterebbe perfettamente addosso, a me cioè, a te forse un meno! ah ah ah no dai scherzo… che ne dici Sange? Apriamo un surf hostel assieme?”

Chi era Sanwa?

Era un tipo ambiguo, tutti lo chiamavano anche SanGE, che in cinese vuol dire letteralmente fratello terzo, sebbene non si sia mai saputo dove fossero andati a finire gli altri due. In Cina infatti, gli amici più grandi d’età solitamente vengono chiamati ge, fratello maggiore, in segno di rispetto. Così se tu ti chiamassi John, potresti essere chiamato amichevolmente, dai buoni amici, John Ge, che vuol dire, appunto, Fratello John. Può sembrare una reminiscenza comunista, ma in realtà non lo è. In cinese ci sono altri termini per quello.

Sanwa veniva dalla città di Chengdu, provincia del Sichuan, nel sud ovest del Paese, al confine col Tibet e con lo Yunnan. A un certo punto decise di trasferirsi, dalla sua città natale, nel paesino sperduto di Houhai, sull’isola di Hainan. Un coriandolo tropicale di terra sotto Hong Kong, sul parallelo di Hanoi, capitale del Vietnam. È la provincia più meridionale della Cina, ultimo avamposto dell’Impero capital-maoista. Sanwa era un ex malavitoso, gestiva bische clandestine, ma sostanzialmente era un buon uomo. Che io sappia non è mai stato fisicamente violento con nessuno. Era sempre pieno di strategie, questo sì! E un uomo d’affari cinese, che agisce in Cina, accerchiato da altri cinesi assetatidisoldi, ne ha tremendamente bisogno! Un fattore di sopravvivenza in un ambiente ostile. E Sanwa era un giovane imprenditore che si era fatto da sé. Non aveva creato imperi economici, come molti desiderano oggigiorno in Cina, ma quel poco che aveva concretizzato, lo aveva, deliberatamente e faticosamente, realizzato lui, con le sue mani. Sempre a spese degli altri ovviamente! Aveva tirato diverse sòle in giro, tradito per affari certamente, e serpenteggiava continuamente alla ricerca di un nuovo affare. Questo lo sapevo, ma non me ne curavo. Gli volevo bene, nonostante tutto, era come un fratello Sange.

Col tempo imparai che i cinesi difficilmente rispondono subito a una proposta, a una domanda, se non sono sicuri lasciano correre. Questa è una loro caratteristica, un’abitudine che, dobbiamo ammettere, li rende a volte più saggi di noi occidentali, che tanto amiamo parlare, parlare parlare, specialmente a sproposito, quando in realtà, sarebbe meglio tacere e riflettere. Così Sange non mi rispose subito. Continuò a surfare, e le onde non si fermavano mai. La nostra era una baia benedetta. Specialmente nei mesi da Novembre ad Aprile, le onde non finiscono mai. È un continuo lavoro di scavo, d’impastamento di sabbia. Le onde erano talvolta aggressive per essere un beachbreak cinese (certo non come quelle di Ocean Beach a San Francisco!), ma pur sempre onde rispettabili e potenzialmente pericolose. Sul lato destro della baia, vi era una insidiosa risacca, talvolta con muri d’acqua di due o tre metri. Non parliamone poi durante i tifoni. Le masse d’acqua superavano se stesse in volontà di potenza. Come pavoni arricciati che si mostrano in stato di grazia su di un piedistallo.

“Questa è mia però!” disse, ansimando e cercando di prendere la prossima in arrivo dal suo orizzonte visibile.

“Yeaaaaahh! Fratello dai!” incitandolo. L’aveva presa sì, presa benissimo, come al suo solito… in testa! La sua longboard si era impuntata creando una scena ilare. Avevo visto la faccia di Sange ingrugnirsi e prepararsi all’impatto, mentre la sua tavola prima andava giù, in avanti dentro l’acqua, per poi venir schizzata in alto come una pallina di carta lanciata da una cerbottana. Bisogna stare attenti in questi casi. Le tavole ricadendo possono colpire dritto dritto la testa. Ma questo lui lo sapeva. Anche se non aveva mai imparato veramente a surfare, era abilissimo nel proteggersi, nel prenderla con filosofia. Era già tanto, anzi tantissimo, che un cinese proveniente da Chengdu (dove l’oceano dista migliaia di chilometri), salisse su di un “legno” per surfare.

Ho sempre avuto l’impressione che volesse scappare da qualche pensiero che lo opprimeva gravemente in città. Non ho mai saputo cosa, ma in fin dei conti, tutti vogliamo scappare da qualcosa. Da qualche miraggio di sconfitta. Dall’insofferenza nei confronti di questa società che non funziona, che si è dimenticata del suo scopo ultimo e primo. Sostenere i suoi figli, aiutarsi a vicenda.

Ma non tutti per questo cominciano a fare surf e non tutti prendono le tavole in bocca mentre si viene frullati dentro una poderosa risacca. Anche quella era una gioia profonda. Nessun semaforo rosso all’orizzonte. Nessun cartellino da timbrare. Il blu. Sanwa era più grande di me di quasi dieci anni, fisico da giocatore di bisca, fumava come un turco (o meglio dire come un cinese), beveva come solo un giocatore di bisca sa fare. E come un vero giocatore da bisca sapeva rimanere lucido. Un tipo intelligente e amabile, curioso del mondo, e della gente del mondo. Un viaggiatore a suo modo, anche se non si era mai allontanato dalla sua terra. Non poteva lasciare sua figlia, diceva. Viaggiava attraverso gli occhi e i racconti della gente, dei suoi amici stranieri, dei vagabondi che capitavano lungo il suo sentiero di vita. Insomma, era Sanwa.

“Coff Coff” aveva bevuto quasi tutta l’acqua della baia. E che splendida baia era quella di Huanghou (letteralmente Baia dell’Imperatrice).

Oggi pare stia subendo l’influsso malefico dei soldi, dei tanti capitali provenienti dal Continente, dalla Cina. Lo sviluppo edilizio e il deturpamento naturalistico sono alle porte. Hanno già bussato e gli si sta aprendo piano piano. Avevo intravisto qualche cambiamento mentre abitavo là, ma non volli fissarci lo sguardo sopra, faceva troppo male. Oggi chissà, già sarà iniziata una massiccia cementificazione, l’ennesima distruzione in nome di un progresso che ci porterà tutti a dover vendere bottiglie di verde e di ossigeno.

I cinesi del XXI secolo, purtroppo, sono specialisti della distruzione. Riescono velocemente a rovinare bellezze naturalistiche mozzafiato, amano spasmodicamente il denaro e trovano soluzioni imprenditoriali dovunque e comunque a qualunque costo. Storicamente hanno dovuto subire sempre e questo loro senso di oppressione, questo dover ingurgitare sempre, questo dover mandare sempre giù, li ha trasformati in automini. Uomini che non sono più uomini, che si sono dimenticati di essere, senza nessun sentimento, senza empatia, senza speranza. Non tutti hanno subìto questa trasformazione, ovviamente, ma i pochi superstiti brancolano tra le vie annichiliti.

Magico, quel momento storico era magico. La concrezione temporale in cui andavamo a insinuarci piano piano, fluidamente, era perfetta. Un bimbo nato da una conchiglia smagliante. Ci trovavamo in una nuova golden age. Come negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, quando sulla West Coast Jim Morrison andava cantando “The west is the best!”. Era il millenovecentosessantasette e la febbre del surf e della controcultura si stave già poltigliando da anni in tutti gli States e, lentamente, si espandeva in giro per il mondo. L’Indonesia, Goa, Maui, le Azzorre, erano già divenute la Mecca di tutti gli hippies, gli storm riders, i cavalieri della tempesta dell’epoca.

Certo noi, che non avevamo vissuto direttamente il fermento di quegli anni, potevamo solamente immaginare l’elettricità che si respirava in quei frangenti, ma eravamo sicuri, si poteva sentire, palpare con mano quell’energia, quella stessa energia, aveva volato oltre lo spazio e il tempo e si stava mostrando altrove. In un paesino di pescatori, da cui tutto iniziò di nuovo. Era la California del surf orientale, l’alba kubrickiana della controcultura cinese. Le masse di giovani stavano per assumere una formazione diversa. I giovani erano pronti al grande balzo dalla testa del leone. Un leone marino. Avevano subito torti di cui non avevano colpa. Spiravano di energia repressa da troppo troppo tempo.

Era quello dell’estate senza fine del Duemilatredici un tempo magico, come una vibrazione universale, illuminazione animale, dematerializzazione sovrastrutturale, amore amore amore.

Un nuovo fermento, un periodo artistico giovanile che, appunto, dalla California si stava riversando dritta attraverso noi. Era una beat revolution asiatica, dove anche lo spirito musicale dei grandi, dei Doors, dei Jefferson Airplane, di Jimi Hendrix e il grido “Don’t drop that H-bomb on me!” dei Country Joe & The Fish riecheggiavano tra vicolo e vicolo di un villaggio di pescatori nello sperduto sud-est asiatico, in Cina. Perché? Perché eravamo proprio là? Cosa dovevamo compiere o cosa stavamo seguendo? Perché questo infinito intrecciarsi di esistenze e di anelli ci aveva mostrato quel sentire? Tutti d’altronde ci poniamo le stesse domande di sempre e rimaniamo sempre senza risposta. Forse non dovremmo porci nessuna domanda. Forse, essendo noi i plasmatori del nostro destino e del mondo intero, non abbiamo bisogno di porci domande e dovremmo solo fare. D’altronde non ci sono risposte per chi non conosce la domanda giusta da porre.

La rivoluzione delle droghe psichedeliche, dell’amore e della gioia di vivere erano dietro ogni angolo, in ogni elemento dell’aria e dell’acqua. Gli hippies, i capelloni americani che da tutti gli Stati Uniti si riunivano per ricreare quel senso di fratellanza e di unione, che l’umanità aveva perduto e ritrovato e poi riperduto nel corso della storia, ora assumevano occhi a mandorla e parlavano una lingua ideogrammatica. Ai più indecifrabile.

La prima e la seconda guerra mondiale avevano creato delle fratture profonde nella coscienza umana, di lì a poco il Vietnam ne avrebbe riprodotte di nuove, annientando la generazione che forse più di tutte aveva urlano “not in my name!”.

Nel frattempo, negli stessi anni Sessanta, in Cina, i giovani, con enormi sofferenze, passavano lungo un cinquantennio comunista, malnutrito e radicale. Sotto le ali di ferro del grande fratello visionario Mao. Quando era al governo, il suo grande balzo, provocò milioni di morti e inenarrabili violenze. La sua rivoluzione culturale massacrò intellettuali, artisti, musicisti, dissidenti. Ogni espressione del sé, dello spirituale e del divino, era bandita. Censurata. Smembrata. Schiacciata.

E io, nel mio piccolo, vivendo in Cina, potevo vedere tutto il loro passato di sofferenza della gente, nei loro occhi allungati. Mentre anche i mattoni delle case e delle strade parlavano con attenzione, guardandosi attorno, guardando alla porta, che non entrasse o uscisse nessuno, per paura.

Bisognava parlare poco, parlare poco. Tanto bastava già a far intendere significati, ad istillare dubbi. Tanto bastava per essere incolpati e portati via. Tanto bastava per far abbattere e bruciare i mobili delle proprie povere case. Non c’era certezza. Al di qua del muro nessuna certezza.

“Io non ho detto questo! Assolutamente!” una delle solite scappatoie con la lingua cinese. Con i cinesi. E si può sempre fingere di non capire fino alla fine, fino a trovare una via di fuga. Prendere tempo, pensare, per aver salva la vita o la faccia.

“Yo no hablo el cino senor!” Più o meno così! Fingere di non sapere, così come fanno loro. Fingere di non capire, così come fanno loro! Ma fingere di non sentire e di non vedere? Ce la fareste?

Tutto questo passato di dolore nazionale, tutto questo fermento internazionale, tutte queste energie erano ghiacciate, incatenate, in un parallelo spazio-tempo, e si stavano sciogliendo al caldo tropicale di un villaggio di pescatori. A Houhai.

Si poteva avvertire questo flusso come plasma nell’aria.

Il tempo ci sorrideva, ci aveva chiamati per insegnare a qualcuno qualcosa. Forse a noi stessi. Insegnare a noi stessi come vivere veramente, come essere veramente. Avreste potuto incontrare e passare ore e ore, nottate intere a parlare di quest’energia, di questa sensazione con il vecchio Steven, un altro cercatore di pepite invisibili.

Steven era un giovane canadese, anche lui surfista nonché grande batterista. Aveva il beat nel sangue.

Si era trasferito a Houhai dopo innumerevoli peripezie asiatiche e dopo una vita spesa alle Hawaii cercando di fare qualche soldo nel ramo immobiliare.

Ma l’ho visto sempre suonare e sorridere, e non penso abbia mai fatto grandi affari. Forse un giorno li farà, ne sono certo. Era più grande di me di qualche anno, nato verso la fine dei Sessanta, e aveva aperto la più bella frutteria della storia, nella nostra California cinese. Vendeva manghi, splendidi profumatissimi manghi, grossi, piccoli, rossi, rosa, verdi, con sfumature d’oro e rubino. Era forte Steven, un essere spirituale che infondeva pace. La sapeva lunga. Rimaneva ore e ore sulla sua sedia a dondolo nella calura, occhiali da sole alla Neo, ascoltando musica reggae o musica indiana, e salutava sempre con un largo sorriso. Perfettamente a suo agio nel momento presente. Ricordo il modo in cui pronunciava anche solo la parola now, allargando oltremodo le labbra come a creare un perfetto cerchio con la sua bocca, come per dare maggior tempo e pathos al suo semplice suono. “Now!” “Ora!”. Un cerchio di presenza.

Vedeva le essenze e continua a vederle, nella sua ricerca continua. Sembra sia ancora in viaggio, da qualche parte in Indonesia o Malesia, Thailandia, forse è a Bangkok. Ci rincontreremo, Steven. Ed eccoti qui, che sorridi di nuovo, mentre io scrivo di te.

Storie di fantasmi, di suggestioni marine si narravano la notte, tra le viuzze del paese, una strega occhieggiava nell’oscurità e mi scrutava. Ancora posso sentire il suo sguardo buio mentre batto sul computer questa storia. Lei sapeva, per questo l’anno uccisa. Povera strega, nessun rispetto ormai anche per la magia!

Sapeva che le avrei voluto portare un dono, eppure allora non sapevo lei fosse una figlia della luna. Avrei voluto portarle un po’ di frutta, solo un po’ di dolcezza per una vecchia sola.

Non l’ho mai fatto.

Poi un giorno ho sentito le ruspe buttare giù la sua umile catapecchia. Non era più grande di una stanza, un vero tugurio.

Una vita onorevole in un villaggio di poveri pescatori. Pescatori che sanno sempre tutto, non solo il modificarsi dei venti attraverso il semplice volo degli uccelli. I pescatori sanno sempre tutto, ne sono sicuro. Glielo rivela il mare. Chi va per mare conosce bene il silenzio, e solo il silenzio, sul mare, fa trapelare cose, informazioni, intuizioni… verità. Verità, una parola troppo grande per me.

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.1