Parte Prima – Capitolo 15

Prendemmo il treno della notte. Un bel treno. Se lo vedevi da fuori era tutto pulito come uno scolaretto col paniere. A ogni fermata lunga, apparivano da ogni dove omini vestiti di blu che sudavano sudavano per pulirci il guscio. I vetri sembravano invisibili, si poteva avere quasi l’illusione che non ce ne fosse alcuno, tanto sudavano per la perfezione ingrata. Dentro invece era tutto duro.

Prendemmo delle birre nel vagone ristorante che bevemmo guardandoci in faccia e guardando fuori in ansia di vedere oltre ancora.

Da Chengdu volevamo raggiungere Guiyang, nella provincia del Guizhou. Una delle zone più povere della Cina. Non era lontanissimo in termini cinesi, eppure ci aspettava un viaggio di circa novecento chilometri. In una nottata ce l’avremmo fatta senza problemi e io ero curioso, non ero mai stato neanche là. Ne avevo sentito parlare bene da chi era povero e male di chi era ricco e io, non sapendo quali parametri utilizzare, non sapevo cosa fossi, povero o ricco. Non ascoltavo nessuno e volevo andarci di persona anche solo per guardare e testimoniare. Non m’interessavano le opinioni degli altri sugli altri. Tanto è vero solo quel che si crede sia vero. Io volevo vedere con i miei occhi, quell’altro sputo di mondo cinese. Volevo capire dove cadevano e dove si rialzavano, volevo mettere un dito nelle cicatrici e svelare il bello e il brutto, incrociandoli sulla lingua delle persone così come ai crocicchi ci paese. Ero interessato a scoprire il non senso di suoni che si sente dalla sofferenza e dalla gioia umana. Senza senso. Come un fischietto per cani che tu non senti, ma il cane, sì, lo sente. Come un’esplosione di stati d’animo umani. Questo sentivo, viaggiando dentro me stesso. Non c’era povertà e non c’era ricchezza. C’erano solo giusto e sbagliato, verità e menzogna, Dio e Satana, luce e ombra.

Fuori dal finestrino potevo distinguere scorrere e salutare con la mano anche tutte le mie paure e le mie angosce. La paura di non arrivare, la paura della paura, la paura di non esser mai partito davvero, la paura di morire, la paura di vivere.

Mia moglie mi odiava. La mia famiglia piangeva, mentre io vagavo come un cavaliere sotto la pioggia chimica del futuro. Non guardavo neanche la cartina per vedere chiaramente dov’ero o dove non ero: da qualche parte là, e questo mi bastava. Lontano dalle rotte tradizionali (che vuol dire tradizionale?), dai luoghi del commercio e dei turisti. Oddio quanto odio i turisti! Sono l’apoteosi dell’impoverimento umano da superficialità vacanziera. E poi tutta quella felicità smielata di cosa? Libertà a scadenza. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette, meno sei, meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno. Dannazione, sono di nuovo schiavo per un anno! Devo pagare il mutuo!

I turisti sono la dimostrazione di come l’uomo sia stupidamente incapace di cambiare vita, sempre più schiavo della macchina e del sistema. E così viaggiano desiderosi di perdersi nelle vite e nelle usanze altrui, di rilassarsi (“Oddio Claire, cara, ho proprio bisogno di rilassarmi in questa vacanza, ho già preso appuntamento dal parrucchiere per giovedi prossimo e poi parto, non vedo l’ora, ne ho proprio bisogno!”) senza avere neanche la forza necessaria per cambiare se stessi.

Be’, ho sempre pensato che solo abbandonando si ha veramente amato. Solo lasciando andare, non vedendo, non abbracciando, non sentendo, non baciando; solo distaccandosi totalmente, solo lasciandosi veramente, indescrivibilmente, senza compromessi, pratici o mentali, solo così facendo si può capire veramente, globalmente, unicamente cosa voglia dire restare, amare, decidere. E il viaggio non è contemplato in questa dinamica di mutazione dell’essere.

Io non volevo e non voglio nulla se non vedermi in faccia, ma finora nessuno specchio ha mai potuto riflettere la mia vera immagine, tanto meno quelli degli hotel turistici di periferia. Sentii che anche Budda era andato in vacanza. Dicevano avesse lasciato il Paese. Secondo me aveva abbandonato il pianeta o si era nascosto, entrando sotto la pelle di un animale invisibile, serpentino, cambiando apparenza, ma non sostanza, e adesso gioca a carte con Cristo (ma nessuno dei due sa barare!); giocano nudi e nessuno dei due vince mai. Si accorgono solo alla fine che, ogni volta, manca sempre una carta. E sempre la stessa.

Guardavo Ajie dormire, con la testa poggiata sul tavolino ripiegabile del treno e avrei tanto voluto dormire anch’io un sonno chiaro e definitivo.

Andare in treno è una delle più profonde esperienze spirituali che un uomo possa fare sotto i quarantanni. Superati i quaranta, cambiano le cose. Ne sono convinto. Se non cambiano, vuol dire che non si è saltato su treni a sufficienza e non si è scavato a dovere in precedenza. Ora per me, poco sotto i quaranta, è presto o è già tardi?

Fatto sta che quel dannato treno correva nella notte, in un buio forsennato e mi veniva quasi la febbre solo a guardare fuori l’oscurità.

Girai una trella da me e Ajie si svegliò subito, neanche avesse avuto il radar o l’antifurto per sottrazione indebita di marijuana dal taschino. Era un controllore di ganja. Meglio così. Può sempre risultare un potere utile, prima o poi, avere  un amico così.

“Dà qua, faccio io” disse, prendendo l’impasto di tabacco ed erba che avevo nel palmo della mano sinistra.

“Perché scusa? Sto facendo io, che cambia?”.

“Non ti posso vedere fartela fare da mancino, e poi sono io il rollatore ufficiale della spedizione! Tu sei il baobiao (bodyguard)! Non confondiamo i ruoli per favore! Ah!” disse mezzo sbadigliando e bevendo una lunga sorsata di birra ormai calda. Poi fece una faccia insoddisfatta ma, senza lamentarsi, continuò nella sua opera.

“Dai te ne offro un’altra io… PADRONE! Ti va?” dissi alzandomi. E la trovai anche una buona occasione per sgranchirmi un po’ le gambe. Erano ormai già alcune ore che eravamo in viaggio e non mi ero mai alzato.

“Torno subito” dissi.

Annuì sorridendo, con la sua solita faccia da schiaffi, come a dire “ok ok zitto zitto ci sono quasi!” mentre finiva il rollaggio.

Potevo finalmente camminare un poco. Percorrevo i vagoni sbirciando dentro i vari scompartimenti. Ci si può trovare di tutto, tutti i tipi di persone, quando si viaggia in treno la notte. Chi ha il demone del non dormire può imbattersi nei propri simili, ritrovandosi spesso a raccontare la propria vita o a sentire storie lontane e struggenti. O belle. Avevo viaggiato spesso in treno in tutti quegli anni di Cina, conoscendo miriadi di sconosciuti, gente schiacciata dalle incombenze, dal proprio lavoro, oppure da una vorace famiglia, dalle responsabilità o dal destino.

La Cina non è mai stato un posto clemente per chi vuole vivere differentemente gli ultimi anni che restano di giubilo sulla Terra, e non si può infrangere troppo il regolamento. Bisogna attenersi alla tradizione, stare attenti. Essere rispettosi del fallimento dell’umanità. Così, quando sei in treno, vedi migliaia di diseredati psichici sbattersi da una parte all’altra del Paese, tirati come da cordoni ombelicali attorcigliati intorno al collo. Viandanti lebbrosi senza campanello, scavati in volto, coi denti all’infuori, che percorrono enormi distanze per trovare un po’ di pace e di armonia. Dormono per terra o dove capita, mangiando spaghetti istantanei da pochi kuai ( 1 kuai è l’equivalente di 10 centesimi di euro circa) l’uno, e non si lavano. Si riscaldano bevendo acqua bollente, acqua che non manca mai specialmente sui vagoni dei treni notturni. Nei passaggi tra un vagone e l’altro infatti, ogni due o tre al massimo, si possono incontrare questi grandi bollitori grigi, da cui si può gratuitamente attingere acqua fumante. Loro unico conforto d’inverno, oltre la grappa. E ai jiaozi (ravioli) con l’aglio, s’intende. Molto aglio.

Presi quattro birre e tornai al nostro vagone.

I bambini erano sempre quelli più incuriositi dalla presenza di noi stranieri. Alcuni sorridono, altri si nascondono dietro le mani o dietro il corpo dei nonni. Altri fanno capolino con un solo occhio come a prendere la mira tutelandosi un po’. Chissà cosa pensano? I più piccoli ti indicano e se sanno parlare fagotteggiano “Laowai! Laowai! Laowai!”, sicuro che te lo dicono! Laowai (straniero), l’unica sorpresa in un mondo che destinerà loro sorprendentemente poco di nuovo e di vero.

Ajie mi aspettava per fumare.

Non bisognava preoccuparsi molto in queste circostanze, sui treni notturni, in Cina, puoi fumare, tranquillamente. La maggior parte dei controllori e dei viaggiatori non sa minimamente poi cosa voglia dire erba. Cosa sia, come sia fatta, che odore abbia e che cosa ci si faccia. Quindi, se ti metti vicino a un finestrino o nel passaggio tra due vagoni, lì dove tutti gli altri fumatori si nascondono per fumare, non ci sono mica problemi. Ti allieti il viaggio, sorridendo e chiacchierando con qualche sdentato amico che avevi incontrato già prima, magari lungo il vagone sette, specialmente se sei un tipo a cui piace camminare sui treni, come me. Anche loro, come i bambini, chissà cosa pensano veramente di noi stranieri? Sperduti su treni notturni, da soli, al centro del loro mondo visibile, lontani dai bar e dai club di Hong Kong o di Shanghai, dalle nostre Ambasciate luccicanti di bicchieri di cristallo e di tacchi a spillo ribaltabili, lontani dai nostri ambasciatori panzoni e ignoranti – arrivisti sociali! – o dalle ex-oppierìe, ora locali notturni, come il Suzie Wang. Notturne spremute di rosso agli angoli delle lanterne del drago!

Bello invece è vagare perdendosi tra la gente comune nella notte, lontano dagli uffici e dai numeri di telefono d’emergenza degli sconsolanti Consolati, dei ristoranti da mille kuai a portata e dai sorrisi delle cameriere con plus. Protezioni mentali per gente debole senza anima! Che tanto, più ci vuoi mettere dentro soldi e potere, e più sei povero e senz’anima dentro! E questa lista di possibili identità si potrebbe allungare infinitamente.

Questi amici fumatori lo sanno che sei diverso, ti guardano quasi tu fossi pericoloso, perché imprevedibile, ti guardano un po’ impauriti un po’ rispettosi, ansiosi di sapere chi sei. E tu sai. Fai silenzio. Fumi. Guardi il fumo denso salire anche di notte, come da una ciminiera, su su, fin nell’alto spazio, nel vuoto tra loro e noi, tra noi e noi.

Silenzio nella notte che scorre, neanche il freddo acciaio delle rotaie ha più nulla da dire e tace. Non gracchia, non schiocca. Binari vuoti e silenziosi, che ti portano a destinazione, come scivolando, mentre la tua prossima boccata ti aspetta inesorabile quasi a delimitare il tuo momentaneo angolo d’osservazione

“Mmmmm” inspiri.

“Uuuuuuuu” espiri.

Eravamo tutti belli e immacolati in quell’angolo di treno notturno. Capelli al vento, a guardare fuori dal finestrino. Buio notturno. Amici contadini con cui condividere attimi di niente misti a un momento dinamico tra presente e futuro. Ci scambiavamo occhiate, accendini e qualche risata complice. Una tentativo di comunicazione e di ponte tra generazioni di nemici e millenni di noncuranza. A qualcuno, pelato, brillava anche la testa.

“Ajie, arrivati a Guiyang dove si va?” chiesi un po’ assonnato distratto da qualche bagaglio mal messo nel corridoio del treno.

“Dove? Non saprei sinceramente. Arriviamo prima, mancano ancora un paio di ore”.

“Perfetto! Andiamo dove non sappiamo. Andiamo senza sapere perché andiamo!”.

“Esatto! Ma perché c’è sempre bisogno di una motivazione per tutto? Nel viaggio, se di viaggio stiamo parlando, non è importante dove e come arrivare, quando arrivare, perché arrivare… l’importante è andare.”

“E ritornare!”.

“Sì, …e ritornare, in un modo o nell’altro… in un mondo o nell’altro”.

Eravamo alla ricerca della ricerca stessa, viaggiando il viaggio, senza una destinazione fissa. Ma per fortuna avevamo amici in giro ed eravamo acquiescenti. Accettavamo le proposte del caso e abbracciavamo i segnali davanti a noi come una verità indissolubile su cui non potevamo fare nulla. Non avevamo ragione in nessun modo. Era come se in realtà il viaggio volesse viaggiare attraverso di noi e non il contrario. Il viaggio si era scocciato di osservare viaggiatori con mappe e tempi delimitati, persone con il cuore fermo, che neanche batteva più da tempo. Il viaggio voleva portarci a Guiyang che era ancora avanti a noi. Mancavano ancora due ore.

L’alba fu maestosa.

Maestoso è il termine esatto. Aveva un cappello di nubi e il sole ci salutava chiamandoci per nome. Per davvero. Non è la solita descrizione di un libro. Non è solo per aggiungere due righe a questa storia.

Era presto, non ricordo l’ora, e dovevamo carburare mangiando qualcosa di buono. Fuori dalla stazione se si girava a destra, non lontano c’era un chioschetto in un angolo della strada. Faceva Bingzhou. Una specialità del Guizhou. Una zuppa fredda e dolce con sopra marmellata e dentro pezzi di cocco, fagioli, mais farro e quant’altro. Una vera delizia per il palato, la fame chimica e la disperazione universale che, con un po’ di sbandamento e di eccitazione quanto basta, rendeva tutto indimenticabile. Bingzhou per tutti. Offro io! Importiamola in Italia, esportiamola in America. Creiamo catene di negozi che fanno Bingzhou in Africa e apriamo qualche chiosco sulle spiagge del Sud America. L’uomo soddisfatto fa meno guerre.

“Mo’ che facciamo? Dove andiamo? Conosci qualcuno qui?” gli chiesi sazio e finalmente appagato. Avevo un po’ voglia di tornare a Houhai, tornare a casa per surfare le nostre onde. Mi mancava l’oceano. Mi ero abituato al suo rumore, alla sua umidità nelle ossa, sulla pelle. Negli anni precedenti al mio trasferimento a Houhai mi era impossibile surfare così tanto e consecutivamente, ma a Houhai, le onde e il mare erano talmente costanti che potevi surfare per settimane di seguito senza mai fermarti. Mi ero assuefatto. L’oceano non si stancava mai e non era mai piatto, le onde si divertivano già solo a esistere per sé. E la gioia bisogna saperla cogliere, non bisogna abituarsi alla sensazione di mancanza di gioia. Questa frega tutte le società, quelle orientali così come quelle occidentali. Ci marca lo spirito. Ci marca lo spirito. Questo pensavo. Pensate che effetto che fanno le bingzhou e le onde!

“Ajie, facciamo un altro giretto da qualche parte qui vicino e poi torniamo. Tra l’altro, tra qualche giorno arriva tutto il resto della roba che serve per finire l’ostello e a Sanwa serve una mano. Non mi va di lasciarlo solo! Poi mi manca il mare, devo surfare, ormai sono giorni che giriamo e l’oceano mi sta chiamando… girare in posti senza mare è per me… non lo so… una sofferenza. L’oceano lo devo quanto meno vedere, sentire… capisci no?”.

Sorrideva annuendo.

“Ma sì, che problema c’è? Facciamo una cosa, c’è un mio vecchio amico, che non vedo da anni ormai, pare abbia aperto una piccola locanda in un posto dove possiamo mangiare e dormire per qualche giorno. Non è qui a Guiyang, ma sempre nel Guizhou, non ricordo il posto preciso. So però che è bello e fuori dal caos, ho visto in passato alcune foto che aveva postato su internet. Cerco di contattarlo su QQ (chat cinese) e vediamo se risponde e se non è lontanissimo ci andiamo, che ne dici? Se non riusciamo a sentirci prendiamo il primo aereo economico da qui per Hainan. Tanto ormai siamo vicini, da qui il biglietto dovrebbe costare la metà che da Chengdu…”

“Perfetto!”.

“E poi abbiamo… ehm… hai… abbiamo ancora i funghi che ti ha dato Joe! Vero?”

“Sì, ce  l’ho qua – toccandomi la tasca dei pantaloncini – non me li sono mica mangiati da solo!”

“Ok, ora vedo se il mio amico è in chat e gli scrivo. Vediamo se da questa storia ne esce fuori qualcosa”.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema!

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 15

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 14.1

Il treno scorreva gongolandosi sulle rotaie, felice di assolvere al proprio compito.

Il percorso tra Chongqing e Chengdu era monotono, lineare, grigio, come la maggior parte dei percorsi in treno nell’entroterra, sperduti in mezzo a quei diecimilioni di chilometri quadrati del PaeseCina. In poche ore comunque arrivammo a destinazione. Piedi sul selciato. Pioveva ancora. Pioveva bene. Una pioggia estiva annoiata, pioveva perché doveva. Era la mia prima volta a Chengdu. Ne avevo sentito parlare tantissimo. Sanwa era di Chengdu, Laoli era di Chengdu, il proprietario panciuto del ristorante sichuanese di Houhai era di Chengdu. Junjun e la sua jiajiamian erano di Chengdu.

Tramite wechat venni a sapere da Sanwa che era tornato a casa anche lui, ma solo per qualche giorno; voleva vedere sua figlia e gestire alcune cose che non disse, né io chiesi, ma alla fine, si ritrovava sempre seduto al tavolo di carte. Così come lo trovai. Non potevo non andare a trovarlo, sarei stato irrispettoso. Così salutai Ajie. Lui aveva una pseudoragazza in zona, io avevo Sanwa.

“Ci sentiamo poi per telefono, divertiti. Cerca di perdere la verginità almeno oggi e se hai problemi chiama il tuo amico italiano che ti fa vedere come si fa, ok?” gli dissi.

“Ha ha ha, ciao Baobiao (bodyguard) DeLuFaaa!”.

Ci salutammo.

Sanwa mi messaggiò l’indirizzo. Mi aspettava in una SPA dove giocava amabilmente con un gruppo di amici dall’aspetto moderatamente poco raccomandabile. Li raggiunsi con facilità. Ormai il mio cinese era pressoché fluente e poter girare in un Paese così sconfinato potendo discorrere con tutti, avendo riferimenti culturali, ecc era molto soddisfacente. Potevo riportare a memoria cose sentite, cose viste, amici, amici di amici, luoghi sentiti, luoghi visitati. Una canzone, un profumo, una star. Tutto questo mi avvicinava incredibilmente ai locali. Ero loro forse troppo vicino, quasi dentro.

A differenza di Pechino e di Tianjin, in cui ho abitato anni, città che conoscevo abbastanza bene, Chengdu è molto più verde. Si ha finalmente la sensazione di poter respirare. Il cielo ha sempre una sfumatura di grigio potente, ma lo strato di smog è sensibilmente inferiore aiutando lo spirito a non abbattersi troppo.

La gente poi è diversa. Decisamente diversa. I sichuanesi sono meridionali. Simili, per alcuni versi, agli italiani del nostro Sud. Amano la vita, amano divertirsi. Amano cucinare, mangiare e bere a sazietà. Non vivono per lavorare, ma lavorano per vivere. A Chengdu ci sono i panda. Al sud d’Italia ci sono molte panda. Costano meno, inquinano meno, si infilano bene nei vicoli e c’è anche il modello quattroperquattro che tanto viene utilizzato dalla Forestale e dai Caramba. Ho sempre pensato che la FIAT andasse benissimo per portare un cadavere di nascosto fuori città , lungo le
stradine di campagna, per poi farlo sparire. Tutte cose che al Sud vanno più che bene, considerata la morfologia del territorio.

Arrivai da Sanwa.

Mi accolse distrattamente, con un sorriso di godimento. Per lui era indubbiamente motivo d’orgoglio che io fossi andato a porgergli saluto, poi davanti ai suoi amici. E lo sapevo.

Non conoscevo i presenti, tranne uno, che avevo avuto modo di incontrare a Houhai. Gli avevo anche fatto lezione di surf. Non era molto agile, appesantito com’era dal troppo cibo, dal troppo alcol, dal troppo troppo fumo.

Nella stanza, infatti, quasi non ci si vedeva. Tutto era fumeggiante, onirico. La luce a centro tavola appena illuminava lo spazio sottostante. Spettralmente come in un film coreano o di Wang Kar-Wai. Evidentemente avevano fumato ininterrottamente dal primo giro di carte. Era una situazione grottesca, e al tempo stesso comica, loro serissimi, quasi fosse questione di vita o di morte, intenti da chissà quante ore in una partita totale, finale, quella in cui ci metti tutto te stesso, in cui preghi tra te e te e fai promesse col destino, con la vita e con la morte. In cui però alla fine sono sempre le carte che ti hanno in mano. Per questo non mi è mai piaciuto giocare. Siamo già sin troppo nelle mani del cosmo, di questa corrente irrefrenabile che ci sballottola da una parte all’altra senza darci spiegazioni, senza soluzioni, senza lasciti. Potevo anche rinunciare alle carte.

Sanwa mi fece preparare un bel bagno e un apoteosi di massaggio. Di quelli che, con gli incensi e gli oli profumati, ti fanno sentire onnipresente. Massaggi che ti sciolgono la fisicità e la staticità del pensiero, per cui puoi vagare fino all’epoca faraonica degli egizi e crogiolarti sotto un albero, mangiando datteri, bevendo vino e miele, e osservare il Nilo fluire, lentamente, assieme al tuo sangue caldo nelle vene.

E in questo, non c’è da dire, i cinesi sono maestri. Ospitalità orientale.

Sii rispettoso e sarai rispettato. Regola universale, scordata da molti, che vale un po’ ovunque, non solo in Sicilia, non solo in Cina.

“Ma non eri partito con Ajie?” mi chiese sbuffando una nuvola di fumo dall’angolo sinistro della bocca dopo che mi ero ripreso dal massaggio.

“Sì, ma sai com’è lui, no? Gli incuti timore e poi pare abbia una ragazza qui in città, l’ha voluta raggiungere. Ha detto che forse viene dopo, ma sinceramente non ci conterei. Forse non ha neanche una ragazza, era solo un modo per fuggire e fare quel cacchio che voleva fare senza legarsi a noi…”.

“Capisco. Comunque se vuoi DeLuFa, stasera puoi dormire da me. Io domani riparto, torno ad Hainan, ma devo passare un attimo per Canton. Comunque, se vuoi ti lascio le chiavi e puoi stare quanto vuoi. Basta che ti ricordi però che tra qualche giorno arriva tutta la roba ordinata e dobbiamo starci entrambi, altrimenti si rallenta tutto. Dobbiamo finire i lavori e aprire, ok?”.

“No problem, Sange. Grazie!” risposi rilassatamente. Anche in quel occasione l’avevo sfangata. Ero ospite di un amico e non sarei dovuto andare a dormire in albergo. Il mio motto era affidati senza pensieri e troverai il meglio per te. Ne ero certo e andavo avanti così.

Sanwa risprofondò nelle carte e io mi addormentai per un paio di ore nella mia stanza-tana, in quella SPA che da solo non mi sarei certo potuto pagare. Ero coccolato, come un bambino che ha appena ciucciato il latte da una tetta enorme e fa colare un rigagnolo della propria bava sul collo di un ubriaco e arrapato Morfeo.

Più tardi andammo tutti assieme (tranne Ajie, di cui si erano perse le tracce sparito e irragiungibile chissà dove in città) a mangiare uno speziatissimo Huoguo, piatto tipico sichuanese.

I sichuanesi sono un po’ come i calabresi nostrani. Amano follemente il piccante.

Lo Huoguo, alias hotpot, non è altro che un grande pentola, talvolta divisa internamente in due, a mo’ di Tai Ji, per permettere di cucinare due condimenti differenti all’unisono. Uno scompartimento agrodolce e uno piccante.

Ognuno può bollire quel che desidera, prendendo a la carte, secondo i propri gusti. La pentola viene posizionata sopra una piastra elettrica o a gas, a centro tavola, aspettando che l’acqua bolla. Dopodiché si può cominciare a calare il cibo, tutti assieme, con le proprie bacchette. Ci sono tutti i tipi di carne, bianca o rossa, anche carne di struzzo e pesce, crostacei, verdure, insalata, uova grandi e uova piccole, polpette vegetali e chi più ne ha più ne metta. È un vero calderone, compatibile con tutti i palati e tutti i livelli di sopportazione di piccantezza o di stranezza.

Mi hanno sempre affascinato questi pentoloni che, specialmente nei giorni d’inverno, vaporeggiavano per strada, creando tanti piccoli comignoli spumeggianti e rassicuranti. La gente, i passanti, a frotte si ferma sempre per mangiucchiare e piluccare qua e là due tre cosucce e riscaldarsi un po’; è sempre stato così in Cina, da secoli. I prezzi erano modicissimi, spesso si riesce a mangiare con uno o due euro e poi via, di nuovo pronti a pedalare seguendo la propria recita quotidiana. Gente abbandonata, che ha così modo di sentirsi meno sola, di stare in compagnia, in un Paese ormai asocialmente sovrapopolato e che lo Huoguo in parte salva.

Ho sempre pensato che la società cinese potesse essere rappresentata simbolicamente proprio da questo piatto tipico, al cui interno c’è di tutto, in cui si può calare di tutto, da cui si può estrarre di tutto, sperimentando abbinamenti anche d’azzardo e dissonanti. Sta a noi, con un abile utilizzo delle bacchette, riuscire a trovare e ad afferrare quello che soddisfa il nostro appetito, il nostro gusto, e tutto aspetta di essere scovato al di sotto della superficie che ribolle, tutto si nasconde all’interno della zozza mistura della vita che vaporeggia senza tregua. La Cina è il perfetto esempio di come si possa paragonare la vita a una pentola bollente, da cui nustrirsi, da cui scegliere il cibo, componenti che si mischiano senza mai ammalgamarsi del tutto. Tutto questo, giocando d’equilibrio. Con le bacchette.

I sichuanesi di solito prediligono il tè ai superalcolici, così prendemmo solamente delle birre. Non sono come gli intirizziti nordici. Il loro clima è diverso e anche il loro cuore sembra diverso. Il loro sguardo è orientato diversamente. Sono più inclini a cedere ai sensi.

La cena era squisita, il livello di piccantezza del cibo quasi marziale. Un umano qualunque non può essere in grado di sopportare il loro livello cinque. I piatti comincerebbero altrimenti a girare, come astronavi, sì.              E prenderebbero il volo.

Nei locali migliori viene talvolta offerto un servizio navetta da e per l’area
cinquantuno, con tanto di cintura di sicurezza obbligatoria, valido per tutti coloro che scelgono il massimo grado di piccantezza. Noi ci sbilanciammo sul terzo, per me già offlimits. Forse è solo una questione di sopportazione del dolore, gioia delle viscere. Il piccante sale, scende, poi si muove circolarmente, entra in tutti i capillari e si nasconde dietro le tempie, incomincia così a pulsare, e allora i microbi scappano dalle orecchie, dalle narici. Tutto si disinfetta e torniamo a essere più leggeri. Ecco, i sichuanesi amano dannatamente questa sensazione. Anche le donne. E che donne!

Sanwa e i suoi amici erano stati gentili ma scostanti, avevano sicuramente vari impegni cui era impossibile sottrarsi, così come non potevano sottrarsi all’ospitalità dovuta. Ci ritirammo presto. Il che per me non era un male. Potevo riposare un poco, specialmente dopo la lunga nottata sulla Montagna delle Fate. Anche Sanwa sembrava dover fare cose, molto pensieroso, se non addirittura preoccupato. Ovviamente non chiesi nulla.

La mattina al risveglio mi portò comunque a fare un giro nella zona turistica della città che, dalla sua abitazione, era a due tiri di schioppo. Ero vestito in maniera totalmente inappropriata. Ciabatte infradito, maglietta arancione folgore con la scritta cinese Wushu bisai (torneo di kung fu), attirando l’attenzione di tutti gli sguardi, ispirando tante domande innocentemente noiose. “Ma sei un artista marziale?” “Ah! Ma parli cinese!” “E come mai?” e da lì tutta una serie infinita di mille altre curiosità latenti. Mai più abbinamento infradito maglietta arancione folgore barba capelli lunghi. Non quando si cammina in Cina a Chengdu. Si rischia di essere scambiati per Gesù e tutti vogliono toccarti.

Anche Chengdu è stata letteralmente cancellata dal Partito Comunista. La città non c’è più. Tutto quel che si può vedere in realtà non è vero, non è originale.

I mattoni sono puliti, interstizialmente candidi. Si ha l’impressione che vi sia stata una decisione lucida e cristallina da parte di una mente superiore malefica: cancellare tutto quello che possa indurre le anime – badate bene, non gli uomini! – a ritrovare un’identità profonda, antica, con il proprio io perduto. Oltre l’ORA, oltre quello che gli occhi vedono in questo momento, non si deve pensare ad altro. I ricordi sono pericolosi! Banditi! Ricordare è pericolo! La memoria non deve esser più, deve venire sistematicamente smantellata, abbattuta, frustata, alienata, lobotomizzata, cancellata.

Questo è quel che percepivo mentre visitavo Chengdu. Ma non solo là, certo. Anzi, tutto sommato molto meglio che altrove. A differenza di Pechino, che non è nient’altro che un buco abissale, a Chengdu le persone appaiono molto meno in sofferenza. Hanno ancora una parvenza di legame con lo spirito della loro terra e il sorriso incurva ancora le loro labbra, illuminando i loro occhi. Questo non si può non notare. Bisogna essere ciechi per non accorgersene. E per questa ragione i sichuanesi sono anche più belli, più sensuali dei nordici. Il clima dona poi loro ancora una pelle di seta.

La natura in persona non è poi tanto lontana. Questo popolo è riuscito a conservarne la presenza e lo scintillìo delle foglie, in maniera meno costretta e artificiosa delle gemelle Pechino o Tianjin. A Chengdu, il verde non sempre è disposto e controllato. Talvolta torna imprevedibile. Istrionico.

Camminando per la città vecchia vedevo che ormai di vecchio non c’era che il nome. Tutto era stato rifatto a immagine e somiglianza dell’atemporale originale. Immagine platonica di se stessa.

Di vecchio ormai c’erano solo i vecchi e in particolare un vecchio mi colpì , come una candela immobile nel vento. Il resto era un flusso amorfo, magma freddo. Le persone avevano sfumature più chiare, eppure grigie, erano buchi di antimateria. Con gli occhi vuoti camminavano sopra salsicce di carne in un mondo di vegetariani.

Quel vecchio no. Lui era un Caronte. Traghettava il marasma delle persone, aspettando, in un angolo calmo. Seduto sulla sua sedia, fumando una pipa. Una lunga pipa, scavata nel legno, secondo la maniera tradizionale. Dalle fosse dei suoi due occhi cinerini osservava il suo mondo interiore. Non parlava neanche più. Non aveva bisogno di parlare, si era abituato a non farlo. Parlava con gli occhi. Come i gatti. Telepaticamente forse. Sembrava aver raggiunto una profondità di coscienza o di sofferenza e mi diceva “puoi farlo!”. Ne sono sicuro. Potevo sentirlo urlare quel vecchio, era una tromba d’oro sgargiante, al centro di un’oasi, in un caravanserraglio spirituale. Occhi fissi, ancora fissi. Fissi oltre la morte corporea. Fissi, come un raggio x, ultravioletto, fisso nel suo flusso, fisso come il rossore di un universo che si espande piano, lontano. Uno sguardo presente alla sorgente così come al più estremo più estremo punto di lontananza dal proprio essere nascente. Aveva occhi universali al di là della nebbia della sua pipa. Non vendeva nulla, non faceva nulla, non chiedeva nulla. Era semplicemente là, al centro di questo mondo che continuava a cambiare inspiegabilmente, in una direzione inconcepibile. Né giusta, né sbagliata. Per lui e per me. Fumava la pipa a sfottò della rotazione dei testicoli malati del mondo immobile.

Mi avvicinai dicendo qualcosa. Non ricordo cosa ma sorrise un sorriso senza denti. Ricordo solo lo sguardo. Mi invitò a fare un tiro dalla sua pipa porgendomela piano. Ispirai. Sentii la sua saliva invadermi la bocca. Calda. Ebbi quasi un conato, ma lo trattenni. Così doveva essere.

Restituendogli il suo scettro di fumo, sorrisi dolcemente salutandolo con la mano. Voltandogli le spalle non sentii il suo sguardo su di me. Era tornato a non essere, nel suo angolo di mondo. Nella totalità del suo appagante tutto di bodhisattva.

Sgattaiolai con Sanwa per le vie, entrando in qualche chiostro, mirabilmente ricostruito e quasi vedevo gli occhi vuoti del vecchio intorno a me, accompagnarmi come una fede che difende dalle insidie dell’oscurità e dei demoni del mondo.

Scattai qualche foto di cui ancora conservo il ricordo.

La sera di quel giorno venne presto.

“Allora ti è piaciuta Chengdu, DeLuFa?” mi chiese Sanwa, spaparanzato sul suo divano bianco.

“Sì molto…”.

“Ne sono contento, ci sono affezionato. È la mia città. Sappi comunque che puoi venire quando vuoi e sarai sempre benvenuto a casa mia!” aggiunse sorseggiando il suo solito tè, nella sua tazzina preferita. Quella marrone con le foglioline di bambù intarsiate sopra.

“Ti ringrazio…”.

“Domani allora parto. Se vuoi puoi rimanere qui, non farti problemi zhende mei wenti (veramente senza problemi) Stai quanto vuoi, basta che insomma, ti ricordi sì?”.

“Certo, non preoccuparti Sange. Tra qualche giorno torno, torno… a proposito, perché Ajie ha paura di te? Da quando siamo arrivati, ormai sono due giorni, non si è fatto vivo una sola volta. Che gli hai fatto? È forse successo qualcosa che non so?”.

“DeeeeLuuuuFaaaaa (con il tono di chi ti prende in giro per la grande cavolata sciabordata) Ma che deve essere successo? Non è successo assolutamente nulla. Lo dovresti conoscere Ajie, lui è solamente completamente fuori di testa. E poi sai, io non mi drogo e questo lo mette a disagio… lui senza marijuana quasi non sa stare. E te, mi raccomando, cerca di non fumare troppo che poi ti bruci la testa…” disse sorseggiando il suo ennesimo bicchierino mentre giocherellava col pacchetto di sigarette.

“Non preoccuparti, vecchio! Il discorso comunque è lungo, lo sai. La marijuana non è così come i nostri governi vogliono farci credere e come ci hanno inculcato in testa! L’uomo la utilizza da secoli, anzi da millenni e tra l’altro tutto è cominciato proprio qui, in Cina! Lo sai? Veramente! Solo che non ce lo diranno mai… e tutto questo da almeno cinquemila anni. E poi che succede? Nel ventesimo secolo, spunta fuori una cavolo di legge, prima in America e poi in Europa e tutto diventa illegale. Puff! Così! Per lo schioccare di dita di una lobby di potere e per gli interessi di qualcuno. Ma ti rendi conto? Si fottano questi maledetti porci! E la chiamano anche droga! Siamo in un mondo in cui ormai la menzogna proclama la verità e tutti annuiscono convinti e coglionati. Bè, io non ci sto! Sanwa, io non ci sto! Sono libero di pensare e di cercarmi la verità da solo, non c’è bisogno che vengano loro a dirmi cosa devo o non devo fare! Ora s’interessano alla salute e benessere della gente – con tono ironico – ma quando maiiiiii??? Hanno solo paura!! Hanno paura di perdere il controllo sulla gente che si affranchi, che si risvegli dai miraggi e dalle menzogne che hanno cercato di propinarci solo per il loro porco, porcissimo interesse… questa è la faccenda, Sanwa! Quindi io dico evviva la libertà di pensiero e d’espressione! Evviva Dio!”.

“Lo so, me lo avrai già detto mille volte, e so come la pensi… – disse mentre si alzava un po’ arruginito dalla stanchezza – e come sai a me non me ne frega proprio un bel niente. E ora, amico mio, vado a dormire. Domani devo partire presto. Tu che fai esci?”.

“Sì penso di sì. Vedi? – mostrandogli il display del cellulare – Shuo Caocao Caocao jiu dao le! Ah ah ah (Proverbio che letteralmente vuol dire Parli di Caocao – personaggio storico – e Caocao arriva! Simile al nostro “parli del diavolo e spuntano le corna”) Ajie, mi ha messaggiato proprio ora… dice di trovarsi al Jiaba…”.

“Il locale di Laoli?”

“Sì, esattamente, e pare ci sia anche lui. È tornato da qualche giorno per aiutare la moglie a sistemare alcune cose al locale, non so. Appena fatto ritorna anche lui a Houhai. Lo passo a salutare, dai. E poi sono curioso di vedere questo Jiaba cittadino. Conosco solo quello in spiaggia…”.

“Fai come vuoi, lascio le chiavi dietro il tubo fuori la porta a sinistra, così quando torni puoi entrare senza bussare… e senza fare casino!”.

“Grazie Sange!”.

“Notte DeLuFaaaa!”.

“Notte Sange!”.

Non pioveva più ma era umidissimo. “Come al solito”, pensai prendendo al volo il primo taxi che passava. Mi diressi verso Laonanmen (La vecchia porta sud), il Jiaba era proprio lì, non distante, davanti al fiume Funan. E non ci volle molto per arrivare. Chengdu è molto più piccola di Pechino. Chiacchierare con gli autisti locali poi fa passare il tempo, e basta anche solo sentirli parlare, per sorridere del loro comico accento, mentre ci si addentra nella notte. Oltre tutto.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 13.2

Dietro il declivio si nascondeva un campeggio libero, una tendopoli improvvisata, su di una radura dietro la radura. Per passare la notte in un posto che né dal parcheggio né dal palco o dalla strada poteva essere visto. Bisognava camminare in discesa per un tempo considerato infinito e poi girare sulla sinistra dietro una fila di abeti stretti che facevano da paravento naturale fatto di aghi e di sottobosco.

Lì, centinaia di tende colorate erano accese nella notte. Brillavano con tenui bagliori. Al loro interno le luci accese facevano risplendere quei nascondigli come tante lucciole sull’erba. Alcune avevano forme a cappuccio, altre a lanterna altre a fungo della prateria. E la gente andava e veniva e rideva, cadeva, sbavava, banchettava, si drogava, si amava. Nel buio della notte. Sembrava un quadro a olio nella rete neuronale di un collettore celebrale di cui il mio campo visuale non era che un nulla, un poro, un atomo, una sinapsi del mio cervello, e conscio del suo essere nulla immaginavo dimensioni ancora più grandi e ancora più grandi.

Seguii Ajie tra le tende, improvvisamente prese velocità, come se sapesse dove andare. Io lo seguivo girando la testa intorno cercando connessioni di colore tra i colori delle tende e il cielo e me e tutto quel che non riuscivo a vedere ma che cercavo perché lo percepivo ed era là, ero io che ancora non lo vedevo.
“Entriamo!” e si ficcò in una tenda gialla.

Era di un suo amico, uno un po’ piccolo di corporatura. Stava solo, seduto a gambe incrociate al suo interno e ci guardava con uno sguardo spiritoso e irriverente. Sembrava uno gnomo appena risvegliatosi da un sonno appagante, di quelli che ti lasciano la bocca impastata, e sembrava perciò desideroso di dispensar regali a tutti i mortali che avrebbe incontrato. Aveva gli occhi luminosi.

“Sedetevi ragazzi, Ajie chi è il tuo amico?”.

Mi sembrò evidentemente strafatto di allucinogeni. Anche perché le cose erano due. O lo era lui o lo ero io, oppure c’era anche una terza ipotesi: lo eravamo entrambi.

“La mia guardia del corpo siciliana! Ah Ah Ah!” rispose Ajie cominciando a ridere con una voce che riecheggiava nella tenda neanche fossimo dentro una caverna.

Risi. Risero. Fummo contenti. Fumammo contenti erba e funghi psichedelici mischiati assieme.

“Chiamami Joe!” così aveva detto di chiamarsi lo gnomo della tenda, mi offrì una manciata intera di funghi allucinogeni con un gran sorriso.

“Non mi devi niente, li ho curati io, non posso portarmeli indietro, in città. Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città… Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città…” ero in un loop e non ne potevo uscire vivo. Incastrato in un nonsodove. Tu sai precisamente e sicuramente dove sei? Qualcosa non andava. Anzi, qualcosa andava diversamente dal solito. Al che pensai tra me e me, chi ha detto che il solito sia insolito e l’insolito sia falso? E se in realtà tutto ciò che noi consideriamo solito non sia altro che una menzogna e un irretimento da parte della materia? E se il nostro compito non sia altro che liberarci dall’ovvio che ci circonda? Se siamo vittime di un gioco, di un complotto, di un esperimento mal riuscito, di un arcano, di una menzogna… e se l’unico modo per scoprirlo sia rifiutare il reale, perché l ìrisiede tutto il dolore? E se questo non sia altro ciò che i santi andavano predicando? Il mondo dei cieli… non siamo di questo mondo… gli angeli… i demoni… tutto ruotava…

Lo guardai. Aveva occhi enormi, aveva un occhio più grande, l’altro era nascosto dal profilo buio del suo volto, sembrava girare su se stesso, passando da occhio di drago a occhio umano e poi di nuovo a quello di drago o di felino se preferisci. Rosso, giallo, viola, lillà. “Prendili… prendili…” mi pregò senza agitazione e senza forzatura, incoraggiandomi con un gentile e lento gesto del suo braccio a prendere i funghi. Aveva le mani a forma di coppa, come a contenere dell’acqua di fiume, vi erano delle luccicanze all’interno dei suoi palmi.

Presi i suoi funghi. Erano secchi, belli, e già divisi per dosi all’interno di bustine accuratamente piegate e pronte all’uso. Era l’eucarestia dell’allucinazione. La tenda del destino quantico, il nostro altare dell’unità universale. E questa volta, sacerdote fu Joe, questo gnomo cinese che diventava piccolo e che diventava grande, con un occhio diverso dall’altro, con una parte del viso illuminata e un lato oscuro. Le gambe erano rimaste incrociate per tutto il tempo e non dava segni di doversi muovere,
sembrava come se fosse ovunque all’interno della sua tenda, come se il suo spirito fosse più grande del corpo, visibile, che siamo abituati a percepire.

In quel suo spazio intimo vagava, parlava e sorrideva con fare deliziato.

Rapito dalla magia di Joe, quasi persi la presenza di Ajie, che a tratti scompariva per poi ricomparire, ed era come se non ci fossero altri che Joe e io. Come se Ajie fosse solo un ricordologramma che appariva dal nulla per poi dissolversi come un vapore sinaptico. Avevo anche il dubbio e la sensazione che in realtà lo gnomo, Joe, non fosse altro che il mio amico Ajie, che non so per quale magia, mi avesse portato nella tenda a incontrarlo sotto diverse spoglie, a conclusione di un rito sacrificale, di cui io ero vittima incosciente.

La musica forte, all’esterno, veniva quasi filtrata dalle pareti della tenda. Eravamo in un’altra dimensione, non eravamo più là, galleggianti e soddisfatti, come in una bolla. Accettare i funghi era come accettare il sacramento della comunione, come prendere un’ostia sacra. L’ostia della visione, il bottone del quintoelemento. I funghi portavano desideri incompiuti a compiersi, e il non visto si rivelava, il velo del giorno svaniva con un rutto di fata. Poichè tutto è un bluff. La vita è solo un bluff. Solo un bluff.

“Be’, dobbiamo andare DeLuFa, – disse Ajie, riapparendo – grazie Joe! Ci vediamo dopo, andiamo a cercare Xiao Dongge… è rimasto là da qualche parte…”.

“Nessun problema ragazzi… a presto De Lu Fa…” salutandomi come se dovesse dirmi qualcosa tramite la forza del pensiero, qualcosa che non poteva esser detto altrimenti che così. Il suo sguardo mi seguiva, lo sentivo anche sulle spalle, sulla nuca, mentre richiudevo la tenda uscendo. Era dietro di me.

“Grazie Joe, ci vediamo Joe!”, risposi non sicuro di averglielo detto, ero già fuori, lui dentro. C’era veramente stato? Chi diavolo c’era dentro questa tenda? Possibile essere ingannati a questo modo dai sensi? Volevo rientrare per guardare un’occhiata. E se poi fossi ricaduto di nuovo vittima del suo sortilegio? Mi aveva ipnotizzato? E se poi, senza Ajie, non avessi potuto sfuggire ai vortici del suo occhio drago-felino? Cosa avrebbe pensato un sino-gnomo-Budda se mi avesse visto rientrare sopraeccitato e dubbioso della sua stessa esisteza? Se ne sarebbe accorto? Sìsì , se ne sarebbe accorto e per me sarebbe finita, per sempre, intrappolato nella sua tenda come dentro la lampada del Genio. Ma no no, quella era la tenda di Joe, lì poteva esserci solo Joe. Chi volevo mai che ci fosse? Chi poteva mai essere se non Joe? Non credevo davvero alla fantasia degni gnomi della montagna delle fate? E poi nessuno mi aveva mai parlato di gnomi su questa benedetta montagna! I funghi questo sì, loro forse mi avevano mostrato qualcosa, saranno stati i funghi! E le torte, sì saranno state le tortine! Colpa di Xiao Li, andavo pensando! Le tortine… anzi ne avevo ancora una nella mia tasca, me lo dovevo ricordare. Che cosa ho detto? Ho parlato, mi sono sentito o l’ho solo scritto? E se quel mio pensiero di allora, che sentivo dubbioso nella mente, strano, inadatto, non fosse altro che la mia mente, quella di oggi, di ora che sto scrivendo, che inspiegabilmente ripoppava nel passato dei miei pensieri? E se riuscivo a sentire il pensiero del me futuro? Dovevamo andare. Ma andare dove? Ma se stavamo già camminando tra la gente! Eravamo già andati.

Era la più malvagia e angelica festa dei boschi a cui avessi mai preso parte.

“Ma da dove diavolo è uscita mai tutta questa GENTEEEEE?” chiesi ad Ajie inseguendolo, ritrovandomi quasi a corrergli dietro. La luce stroboscopica mi permetteva a tratti di vederlo, illuminandolo come un ladro-attore su di palco-prigione, a tratti nascondendomelo, per poi riapparire l’attimo dopo, quando il buio ingoiava di nuovo tutto trasformandosi in luce. Così via. La fuga dei folli! La vita non è che una psicosi di massa dove tutto il possibile viene rinchiuso in una scatolina piccola piccola così. La mente.

Ero sbattuto da tutti i lati eppure riuscivo a infilarmi tra la gente che continuava a guardarmi con mille occhi, mille mani e mille braccia e mi accettava respingendomi. Me ne fregavo, continuando a infilarmi tra di loro pensando di conoscere bene allucinazione e verità. Tanto bene da aver deciso di smettere di pretendere di distinguere vero e falso, dovevo smettere di spaventarmi e di eccitarmi, dovevo lasciar fluire. Dovevo lasciarmi fluire. Ero protagonista cospettatore della mia vita di flusso nella sezione-casella-albo-anagrafe del duemilaxxx. E quante e quante ne avevo passate e ne passeranno ancora! Andavo incuneandomi tra ombre di altre vite, alcune erano semi nude, altre ferme e mi guardavano come nei primi piani del genio Fellini. Non dicevano mai una parola, in nessun linguaggio, senza alcun movimento. Non sentivo neanche più musica, ma solo un rombo di tuono che sembrava dover squarciare il cielo giù dalla montagna incenerendomi.

Ajie nel frattempo era come al solito sparito. Non lo ritrovai per non so quanto ancora. Così decisi che mi ero scocciato di combattere la natura delle cose e presi la direzione della macchina ficcandomici dentro. Avevo bisogno di tranquillità. Non so quanto era passato dall’inizio della serata e da quando Ajie era scomparso l’ultima volta. Ajie era strafatto di LSD e io, non so, no, sicuramente no. Non l’avevo preso, non lo avevo fatto. Rimasi nell’auto con due amici che dormivano sul sedile di dietro con la bocca semiaperta e il collo schiacciato all’indietro. Reclinai il sedile anteriore sdraiandomi più comodamente. Ah, ero alla guida, non volevo stare lato guida, dannazione a me e quando salgo dal lato sbagliato! Avevo il volante in mezzo e mi opprimeva, ma non potevo farci niente, uscire e rientrare sarebbe stata un’impresa titanica ed era fuori discussione. Mi sarei riesposto al suono, al vento, e chissà a che cos’altro ancora. Ora invece ero al sicuro, ero dentro e nulla poteva accadermi di male. E così rimasi, non volendo uscire, sentendo freddo. Tanto freddo. Era buio, ma stavo bene. Volevo solo andare via da quel caos, sentivo come un forte desiderio di tornare altrove. Da qualche parte, ma non a casa! No, non a casa! Volevo solo andare via. Abbandonare quel via vai di flussi e di tensioni tra umani e umani, di disequilibri che non facevano per me.

“Respira! Respira!” mi ripetevo e più lo dicevo più prendevo coscienza del mio respiro, dell’espansione della mia cassa toracica. Sembrava enorme, potevo nasconderci navi e galeoni e lanciarli fuori con forza a ogni singola espirazione. “Uuuuuuuuuuuuuuuu!” Respiravo. Ero vivo. Mi sentii meglio. Mangiai un altro po’ di tortina. La carta scrocchiava come la pelle di un crostaceo che si muove semivivo con le zampe disperate, sulla graticola. La tortina era squisita. La cioccolata si scioglieva in bocca e si mischiava all’aroma e al gusto della marijuana in un’estasi di piacere.

Bellezza di notte! Fortuna a me! Fortuna a voi! Non possiamo essere ricondotti solo a questioni di chimica! No!

Qualcuno all’improvviso sbatté la portiera della macchina. Era Ajie, tutto di corsa come se stesse fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Era sudato, con la camicia sbottonata, ma non sembrava agitato dalla paura, anzi rideva senza suono come un santo che aveva visto la luce.

“Ei Baobiao (bodyguard), sei qui? Ecco dove ti eri ficcato? Ti stavo cercando, mi sono girato e non ti ho visto più! Ma perché ti sei messo a correre fino a qui?”.

“A correre? – chiesi lento – mica mi sono messo a correre, anzi ti ho cercato per chissà quanto là fuori e… non ti ho trovato, così sono tornato in macchina, e poi ho freddo… comunque eccomi, sono qui. Ero qui…” .

I vicini, quelli della macchina a fianco, erano impegnati in un intercorso amoroso improvviso. Silenzio.

Fumammo una trella. L’LSD ancora non abbandonava Ajie. Erano passate forse cinque o sei ore da quando lo aveva preso e avevamo ancora mezza nottata davanti a noi. Arrivarono gli altri, ridendo e cadendo sul prato.

“Ei, ma voi state sempre a fumare? Ajieeeeee, vieni Ajieeee, esci fuori! Ajieee!” una sua amica lo chiamava con voce mezza stridula. Era in condizioni disarmanti. Mi aspettavo che da un momento all’altro si calasse spontaneamente il tanga da sotto la gonna, eccitata e fattissima. “Dammene un tiro, Ajie! Voglio un tiro e voglio un tiro anche dell’amico tuo! Ajieee! Vieni Ajie!! Vieni amico di Ajiee!”

La notte andava piano piano placandosi. La musica di sottofondo mutava d’intensità, ma forse erano solo gli effetti delle droghe che cominciavano a scemare lentamente. Chiacchierammo con Xiao Dongge e gli altri, durante l’ora più oscura della notte, seduti chi su sediole improvvisate, chi su pietre, chi sui cofani delle auto parcheggiate. Faceva freddo. Le ragazze erano distrutte, alcune avevano il trucco colato vangoghianamente e si coprivano come potevano le gambe dall’umidità con giacche o qualche plaid.

La notte scendeva sempre più buia da un lato mentre un chiarore appariva leggero leggero dall’altro. Era l’alba. Passai gli ultimi istanti di quel buio in silenzio a guardare. Guardavo tutto. Come un predicatore estatico stanco che, dopo aver passato una notte d’amore con l’infinità, si concedeva un po’ di riposo. E poi, finalmente il sonno.

La mattina arrivò che era un lampo e ci schiaffeggiò. Era ora di andare altrove. Ci alzammo come pesci in un acquario senza predatori. Lenti. Dovevamo andare, sì . Avevamo un po’ d’ansia. Almeno io. Alcune mattine mi sveglio con l’ansia ma già allora avevo imparato a non badarci più. Non potevamo rimanere in quel posto idilliaco, lo avevamo scaricato e necessitava di ricarburare. Altrimenti si sarebbe risucchiato nuovamente l’energia via da noi. Ajie, come al solito, era già sveglio. Si svegliava sempre prima di me, indipendentemente da cosa avessimo fatto la sera prima. Soldato Ajie a rapporto! Comunque in un baleno, noi della stationwagon rosso bourdeaux, eravamo già in piedi e, sgranchite un attimo le gambe, risalimmo in macchina per tornare in città. Era tutto apparso un sogno, tranne per il fatto che avevo per davvero delle bustine di funghi allucinogeni in tasca e non potevano essersi materializzate così dal nulla. Quelle me le aveva date davvero lo gnomo della tenda gialla. Joe, forse l’unica cosa vera di tutta la notte.

Lungo la strada ci fermammo per mangiare qualcosa in una specie di Shining Autogrill, sempre sulla superstrada sessantacinque. Divorammo di gusto degli spaghettini istantanei, occhieggiandoci addosso tipo ladri. Neanche sorridevamo più, eravamo stanchi, ma si poteva ben vedere dai nostri sguardi che eravamo in possesso di un segreto prezioso che non si può rivelare. Un segreto di cui si deve far tesoro. Finito il mangiare, pagammo e schizzammo in macchina, con la velocità di chi invece non ama pagare e se ne pente, sbattendo lo sportello.

Chongqing era là come al solito. Nauseabonda, assieme al suo orizzonte distopico. Ci si poteva aspettare un auto volante spuntare dalla linea dei grattacieli lontani, come nei film anni Ottanta, come in Blade Runner, con la musica di Vangelis di sottofondo e una nebbia costante e diffusa.

Xiao Dongge, lungo il percorso di ritorno aveva parlato ancora meno del solito.

Era metà pomeriggio quando ci scaricò vicino al loft di Da Dongge, lungo il fiume, sotto il cavalcavia, nel grigio del cielo. Ce l’avevamo fatta. Eravamo tornati, sembrava passato infinito. Avevamo lasciato il verde e il blu, i colori delle tende sul declivio, i nostri guerrieri del Dharma e le fate delle montagne, Xiao Li e Joe. Erano ora tutti lontani, verso est. E noi nuovamente lì dove non arrivano i sogni, dove gli uomini sono dimentichi di se stessi e della vita, lì nell’immensa metropoli.

Eravamo appena arrivati e già volevamo andare oltre.

Scesi dall’auto, salutammo Xiao Dongge e gli altri nelle macchine in fila dietro.

Quando entrammo Da Dongge era impegnato nella sua dimensione a scolpire il legno. Si abbassò gli occhiali da lavoro, piccoli e un po’ storti, ancora concentrato, con un gran sorriso, annuendo leggermente con la testa, felice della nostra gioventù, del nostro dissenso, della nostra comprensione del cosmo e del dolore dell’uomo. Non avevamo detto nulla ma lui aveva già capito. Sapeva cosa può succedere quando un uomo ricerca, quando si spinge oltre. Sapeva anche che quelle erano tutte cose di cui non si può parlare, tutte cose che non si possono dire, trasmettere, far capire appieno non è questo il modo. Sono coscienza nel profondo del cuore. Bisogna lasciarle sedimentare, al massimo sono verità da nascondere tra le pagine di un libro. E Da Dongge lo sapeva questo, l’aveva imparato inclinando lo scalpello sulla superficie del legno. Guardando ogni truciolo rotolare, cadere, ogni ricciolo di legno seguire l’energia gravitazionale, strofinarsi poi sul pavimento, perfettamente, come in un gioco di allineamenti e di continua scoperta di giochi forza.

Quello fu l’ultimo giorno che vidi Da Dongge e la sua illuminata dolcezza di uomo del legno.

Lasciammo Chongqing in treno, sotto una pioggerella malinconica, salutando l’omino che si sbracciava col fischietto sulla banchina, quello che aveva ceduto, dimenticando i propri sogni, e che ora fischiava ai treni.

“Tutti in carroooooooozza! Fiuuuuu Fiuuuuuuu!” sbofonchiò soffiando.

Addio Da Dongge, addio boschi amici. Divenne tutto piccolo piccolo, come un’ala di fata o di farfalla, vista da lontano.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema!

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima Capitolo 13.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 12.2

Una distesa di cemento, di vetro e di acciaio oltre ogni immaginazione.

Una prova della vista e della vita. Chongqing si gonfiava come un pulsare della materia dentro la materia a dire “Signori, voi non potrete vincere! Non potete opporvi! Perciò piegatevi! Piegatevi tutti al mio giogo! Non potrete mai farcela! Vedete? Guardate cosa vi offro in cambio: cibo, sesso e gioco d’azzardo! Venite su! Venitee! Venite a meee!”.

“Che cosa te ne pare? Non è una vera catastrofe umana?” mi domandò ridendo con i pollici sotto le due spalline del suo zaino, uno a destra e uno a sinistra, mentre camminavamo sul marciapiede, “nessuna persona sana di mente potrebbe resistere a lungo in questo posto senza cedere alla pazzia. Io non ce la facevo proprio, sai? Non respiravo, mi mancava l’aria… guarda l’orizzonte… – indicandomi col dito lo skyline della città – su, là per quelle colline… che cosa vedi?” continuò guardando a est. Strizzai gli occhi per guardare meglio, nonostante i miei occhiali “Grattacieli e grattacieli e palazzi, solamente palazzi e grattacieli. Grigio, fumi e nero…” risposi con un misto di disgusto e di tristezza.

Sembrava un avanzare di melma fin l’orizzonte. Non era ancora buio, il nostro volo era atterrato di giorno e avevamo preso al volo un autobus dall’aeroporto fino al centro città, giusto giusto poco prima che chiudesse le porte d’ingresso. Ajie voleva andare da alcuni vecchi amici. Aveva qualcosa in mente forse, anche se magari era solo la mia impressione e non c’era nulla di deciso. Comunque nulla sapevo di quel posto e a dir la verità neanche mi interessava sapere dove stessimo andando. Lo stavo accompagnando in un certo senso. O forse era lui che accompagnava me. Voleva mostrarmi qualcosa. In quel vagare senza meta, camminavamo a ritroso nei suoi ricordi. Tutto quel che aveva già visto, già rifiutato, già vomitato. Era un’ulteriore conferma per lui. Vedeva anche nei miei occhi e nelle mie poche parole, che seguivo i battiti del suo cuore passo passo.

“Già – prese una lunga lunghissima pausa – hai capito, DeLuFa, eh? – guardandomi amaramente – questa è la grande Chongqing! Una città in cui gli uomini si massacrano tra di loro, senza neanche sapere il perché e senza neanche accorgersene! Non sanno neanche se sono vivi o sono morti! Un’allucinazione collettiva di gloria vomitevole! Ma noi no! Oooooooh noi no, amico italiano! Ora ho te, e tu sarai la mia guardia del corpo! Io ormai non ho più paura! haha!”.

“La tua che?” lo guardai divertito, calciando un brik di cartone accartocciato per terra. Qualcuno aveva bevuto un succo e lasciato il suo segno sul marciapiede come se sapesse che qualcun’altro – io – avesse avuto bisogno di calciare il suo brik.

“La mia guardia del corpo, il mio bodyguard con il pullover di peli. Sei italiano tu, no?”.

“Embè?!”

“Ecco tu sei il mio bodyguard mafioso italiano peloso! Non oserà toccarci nessuno qui, vedrai, avranno tutti paura di te con il tuo maglione da gorilla e temeranno anche me!”. Non smetteva di dire idiozie. Meglio così. Talvolta è meglio ridere.

“Ma dai che non ho tutti questi peli!”.

“Questo lo dici tu!” continuando a ridere e accelerando un po’ il passo.

Intanto la strada proseguiva in salita con un lunga curva sulla destra, nel cui centro, si stagliava un palazzo veramente imponente: una SPA formato Hollywood. Scritte al led alte metri inquantificabili illuminavano l’intero angolo di strada, attirando falene e clienti arrapati carichi di soldi.

Chongqing è piena di salite e discese, centri massaggi e una miriade di piccoli e grandi ristorantini. Al centro città, scorre un grande fiume (grande dal punto di vista europeo sicuramente). Su cui una distesa di chiatte, in attesa, ferme, aspettano, alcune lentissime, con movimenti quasi impercettibili, come se non ci fosse corrente e movimento. Vanno da qualche parte.

La linea dell’orizzonte era inesistente, spezzata di continuo da filari semininterrotti di grattacieli e cartelloni pubblicitari; scenario che spesso ricercavo nei film, be’ ora era là.

Grattacieli mangiauomini. Bunga Bunga. Eppure avevo già vissuto a Pechino, ci ero stato anni, avevo viaggiato in lungo e in largo per la Cina orientale, quella più industrializzata, quella delle città più brutte, dei grandi centri urbani coi soldi. Ma Chongqing indubbiamente era un mostro sconfinato di cemento. Oltre ogni immaginazione. Non riuscivo infatti a capacitarmi di come oltre trentamilioni di persone potessero incrociarsi e vivere così strettamente, le une con le altre, senza uno straccio di natura e di primordialità. Non c’era uno straccio di verde. Solo cemento e gru per altre costruzioni e nessuno che dicesse niente.

Vedevo donne e uomini camminare per le strade quasi fossero fantasmi. Rassegnati a una dannazione eterna. Il tronco stabile, fermo, le braccia lungo i fianchi morte. Le gambe, movimenti lenti e monotoni, lungo le stesse salite e le stesse discese, giorno dopo anno.
Effettivamente le donne erano molto belle. Una percentuale di bellezza altissima.

Sembravo un invasato. Ogni volta che ne incrociavo una, camminando sul marciapiede, giravo la testa per seguirne l’andamento dei capelli sulla schiena. Erano capelli lunghi che scintillavano con tutte quelle luminarie e tutti quei led dei ristoranti e dei locali sulla strada. Ero in un incubo. In un incubo in cui l’unico sollievo era il sesso o l’oblio. Sentivo quasi già il freddo della pietra incombere su di me. Dovevo andare oltre, quanto prima, andare avanti, non dovevo pensarci troppo, sarei diventato un mostro, un mostro d’inferno, l’anima mi si sarebbe strappata via da sola.

Loro, gli altri passanti, a differenza di me, non guardavano mai. Era come se non riuscissero a vedermi. Come se fossi un invisibile fantasma per loro. Avrei anche potuto afferrarli per vedere se mi fossi davvero ritrovato le braccia al petto cadendo fragorosamente a terra. Io-ectoplasma. Io spirito del viaggio ectoplasmico. Viaggio astrale. Ero e non ero, stavo e non stavo, pensavo e non capivo, capivo senza pensare. Scorrevo su un lungo, infinito tapis roulant ai cui lati i palazzi, le costruzioni, i ponti, i fiumi, i popoli e le vite si alternavano, s’intercambiavano in lungo, su di un palco. Una scenografia di cartone per il mio viaggio transuranico. Era tutto nella mia mente. Tutto avvenne senza essere avvenuto. Soffiatemi sul viso. Soffi sul viso, i loro respiri luminosi. Sino all’ultimo attimo. Soffi sul viso.

“Dove mi stai portando Ajie? Sono ore che camminiamo”.

“Non preoccuparti, siamo arrivati. Andiamo a trovare un vecchio amico. E poi voglio portarti a una festa se c’è ancora, non lo so se la fanno quest’anno. Ma se ci sarà… allora si che ci divertiremo!” disse guardandomi con l’aria di chi sa un segreto che non può rivelare subito. Ché come le migliori rivelazioni, c’è sempre da aspettare. “Da questa parte DeLuFa. – indicandomi qualcosa più in là – siamo quasi arrivati, vedi quel ponte?”.

“Sì!”.

“Ecco il nostro posto sta là sotto.”

Tai hao le! (Benissimo)”. Dissi contento di essere arrivato da una qualche parte che potesse essere considerata un momentaneo arrivo.

Mi affacciai per osservare il fiume, alla mia destra, i soliti grattacieli e le luci del tramonto, lontano a occidente. Non c’erano nuvole, ma una nuvola continua, ininterrotta, che si intrufolava lungo le verticali dei palazzi.

Distolsi lo sguardo. Non avevo già più nulla da vedere. Era troppo per me. Animo fragile. Disadatto alla complessità delle forme moderne di vita.

Figuriamoci poi a Chongqing.

Avevo bisogno di rilassarmi un po’, fumarmi una trella e addentare qualcosa di buono.

E per fortuna eravamo arrivati.

Davanti al ponte-cavalcavia, sulla sinistra c’era una piccola porticina verde e un giardinetto stretto e lungo, di circa tre metri per dieci, con un ammasso di oggetti in legno e di strumenti buttati alla rinfusa, anche appesi ai lati, sulle grondaie, che davano l’idea di trovarsi in un vecchio emporio o in un locale di un artigiano.

Una piccola fontana in pietra con degli assonnati pesci rossi cercava di pulire l’atmosfera contratta dell’ingresso. Feng Shui lo chiamano in Cina. Ora di moda anche in Occidente anche se, in verità , non molti ci credono.

Un tipo sulla cinquantina ci aprì amabilmente la porta sorridendo. Aveva il viso liscio, raggiante, modesto. Sembrava quasi un monaco.

Si chiamava Da DongGe, era un falegname. Un vecchio amico di Ajie. Successivamente venni a sapere che era molto conosciuto e rispettato, in un circuito a Chongqing, specialmente in un giro di artisti dissidenti, molto underground. Anche lui era un artista. Esprimeva la sua creatività con le mani. Con il legno. Aveva creato un piccolo angolo di paradiso spirituale, in quel piccolo loft invisibile, a lato del cavalcavia. All’esterno della porta d’ingresso pendevano un paio di suoi lavori fatti a mano e dei bellissimi sonagli a vento che lanciavano nell’aria un suono incantato. Entrando subito sulla destra vi erano una sediola bassa e un tronco a mo’ di panca, un po’ scavato. Dei vasi di latta, appesi alle pareti e sopra degli scaffali, lasciavano al loro interno nascere e arricchirsi le radici di diverse piante selvatiche. Anche le piante erano a loro agio. Rilassate e osservatrici.

“Da Dongge!” salutò Ajie con la sua voce squillante, abbassando la testa in saluto di rispetto.

“Ajie! Come stai? Quanto tempo! Tutto bene?”

“Tutto bene, tutto bene, grazie Da Dongge. Lui è DeLuFa, il mio bodyguard!” rispose indicandomi con la testa con un leggero movimento del mento sorridendo.

“Salve Da DongGe, felice di conoscerla!” dissi allungando la mano e guardando Ajie per un attimo come a dargli un morso sulla lingua per le cazzate che andava sempre sparando.

Mi guardava.

“Piacere”, rispose lentamente.

“Piacere mio, questo posto è splendido!”.

Apprezzò il complimento, accendendosi una sigaretta, mostrando un grosso anello sul mignolo destro. “Ti ringrazio De Lu Fa, questo è il posto di noi tutti. E tu sei il benvenuto!”

“Grazie mille”.

“Ma prego, posate pure i vostri zaini liberamente sul divano e fate come se foste a casa vostra. Prendete del tè?”, disse facendoci largo con il braccio come a invitarci a tavola.

“Io sì, grazie Da DongGe!” rispose frettolosamente Ajie, che nel giro di un secondo era già a suo agio sul divano, aveva poggiato il cappello sul mobile a lato e già cacciava l’occorrente per girare una trella di classe.

Io lo guardai. Lui mi guardò. Da Dongge ci guardò. Fumammo insieme, quasi in silenzio, mentre l’acqua raggiungeva la temperatura giusta per il tè.

“E così, di dove sei, De Lu…”

“…Fa! DeLuFa.” Continuai aiutandolo nel ricordare il mio strambo nome da straniero, “sono italiano, vengo a Roma. Ma sono tanti anni che ormai vivo in Cina. È un po’ la mia seconda casa adesso.”

“Da Roma?!” ripetè lui espirando una spessa coltre di fumo. “Davvero? E da quanto tempo? Dove sei stato?” continuò sempre più interessato a questo misterioso italiano seduto sul suo divano, davanti a lui.

“Sì, davvero. Mah, non so neanche io bene, saranno più o meno otto anni adesso. Non ininterrotti ovviamente. Ogni tanto torno a casa a trovare la famiglia, specialmente a Natale…”

“A sì, il Natale…” ripetè svogliatamente passandomi la trella.

“Ora vivo ad Hainan. È lì che ho conosciuto Ajie. Prima ho abitato molti anni al nord. Tra Pechino e Tianjin…”

“Tianjin? – disse sorpreso – e cosa sei andato a fare a Tianjin?”

“La mia ex moglie è di Tianjin…” cercando di imitare il dialetto tianjinese, universalmente conosciuto in Cina come uno dei più comici.

Sorrise di gusto, tossendo per il fumo che gli era andato di traverso. Sicuramente non si aspettava di sentirmi parlare in tianjinese.

“Capisco. Allora sei quasi un cinese – disse mentre si stiracchiava un poco sulla poltrona – Ma che cosa ci sei venuto a fare qui nella lontana Cina? Non ti piaceva l’Italia?” sempre incuriosito mentre verificava se l’acqua bolliva. (Ero probabilmente il primo italiano con cui gli capitava di parlare liberamente in cinese, per giunta seduto nel salotto di casa sua).

“È una storia lunga. Potremmo dire Yuanfen (destino)” . Con quella risposta svicolai tante domande a cui ero ormai abituato, che mi annoiavano. Da anni infatti mi trovavo a dover rispondere sempre alle solite domande di repertorio che necessitavano spesso di lunghe spiegazioni e considerazioni da parte loro. Rispondendo “Destino”, invece, lo avevo reso felice utilizzando un cinesismo che chiariva concisamente tutta una serie di pensieri che altrimenti avrei dovuto esprimere per seguire la psicologia cinese. Avevo spiegato bene che mi trovano nella situazione di chi si lascia andare semplicemente alla chiamata della vita, senza forzature.

Non aveva bisogno di fare altre domande.

“Io e DeLuFa siamo venuti a fare un giro in zona. Nei prossimi giorni dovrebbe anche esserci la grande festa sulla Montagna delle Fate. Che tu sappia la fanno quest’anno?” chiese Ajie ormai sbragato sempre più sul divano.

“Certo che la fanno, ormai si tiene ogni estate da anni… lo sai, no?”

“E tu ci vai Da Dongge?” continuò esultante Ajie.

Non sapevo nulla circa la festa sulla montagna. Ajie non mi aveva accennato minimamente la cosa. Ma conoscendolo non aveva premeditato di non farlo. Si era semplicemente ricordato del fatto ora, grazie al fumo e alla presenza di Da Dongge.

“Non ci andrò quest’anno, ma puoi parlarne con Xiao Dongge però, lui non se la perde neanche cascasse il mondo, lo sai, non lo farebbe mai e poi mai!”.

Intanto era arrivata l’ora di cena. Avevamo chiacchierato già per un po’ e il tempo era volato amabilmente senza che ce ne accorgessimo minimamente.

Quello era un posto sciamanico. Vi era una strana percezione dilatata. Tutto era più lento. Era forse la cura zen con cui Da Dongge aveva sistemato il suo spazio di vita, la sua dimensione. Il rumore dell’acqua sulla fontana in pietra alle nostre spalle, la soffusa, quasi impercettibile musica orientale di sottofondo, mi facevano venir voglia di dormire, di abbandonarmi a sogni e a sonni liberatori. Volevo quasi docciarmi in quell’aria, liberarmi da molti dei miei pensieri, preconcetti, tensioni, volontà. Non avevo bisogno di nulla di tutto questo. Ha ragione McKenna quando dice che la cultura non è nostra amica. Ci chiude, tarpandoci le ali della conoscenza, chiudendoci gli occhi alla scoperta senza limiti. E io volevo solo godere di quel momento, come se non ci fosse altro al mondo che quel unico infinito momento di stasi cosmica. Noi tre, il nostro fumo, il nostro viaggio, il nostro sentirci vivi e speciali nell’infinito attimo presente.

Avevo la sensazione che ci conoscessimo già da tempo. Sembravamo vecchi amici ritrovatisi, lontani da casa, per caso, così , magari in un pub di periferia, lungo un viaggio tirato come da fili di marionetta, dalle mani di Dio. Eravamo come fuggitivi che scappavano da una guerra che, in un battito di ciglia, si ritrovavano agli antipodi della Terra, salvi. E per me era effettivamente così. Venivo dall’altra parte del mondo e le mie peripezie, mi avevano portato da loro, ero entrato in contatto proprio con loro. Perché proprio loro? Eppure ci sono un miliardo e mezzo di cinesi. Perché mi sentivo a casa?

Mi piombò in mente un episodio di qualche anno addietro. Lasciate che ve lo racconti. La prima volta che misi piede in Cina era il duemilacinque. Arrivai allo Shoudu guoji Jichang (Aereoporto Internazionale della Capitale) di Pechino in una tiepida giornata di Settembre. Scendendo la scaletta del boeing incominciai a sentire qualcosa di strano. Una sensazione misteriosa che non mi abbandonò mai nel tempo, negli anni a seguire. “Sono a casa! Sono tornato a casa!”.

Appena toccai con il piede la terra mi scorsero le lacrime giù dal viso. Sentivo di essere tornato a casa dopo secoli e secoli. Ero mancato dalla Cina per troppo troppo tempo. Questa esperienza psichica, perché così la definirei, mi colpì molto. Quella non poteva essere casa mia. Non vi ero mai stato prima, almeno in questa che riconoscevo come vita. Stanislav Grof si sarebbe mostrato interessato al mio pensare e a queste mie emozioni. Avrei volentieri partecipato a qualcuno dei suoi esperimenti sull’esperienza prenatale. Forse che io abbia vissuto una delle mie vite precedenti proprio nella Cina imperiale? Non sono il primo né sarò l’ultimo a parlare di esperienze di questo tipo. Negli anni, poi viaggiando per quel Paese sconfinato, ebbi modo di parlare dell’accaduto con diversi cinesi, amici e conoscenti. Li vedevo rimanere silenziosi per un po’, pensierosi. I cinesi sono molto attenti e sensibili al paranormale. Una volta a Fuzhou, nella provincia del Fujian, avevo preso una piccola camera in un alberghetto impossibile da riscovare. Forse neanche i vicini sapevano che c’era un alberghetto in quell’angolo di via. Il proprietario era molto generoso e cerimonioso. Mi invitò a sedere assieme agli altri suoi ospiti per un tè. Che c’era di male? Mi sedetti e passai del tempo amabile a conversare con loro. Perlopiù erano commercianti di passaggio per la città. Uscì
improvvisamente l’argomento parapsicologia, non ricordo come. Insomma andò a finire che mi dissero “Ecco allora perché con te ci sentiamo così a nostro agio! Non sembra quasi che tu sia un laowai! È vero o no – disse l’albergatore guardando gli altri cinesi – sembrava già dalla prima impressione che tu fossi uno di noi… a livello percettivo dico… ti sentivamo come tu fossi un cinese! Strano, no?”.

Un’altra volta a Pechino capitò qualcosa di simile. Era un freddo inverno. Come solo nel buio Nord del mondo può accadere. Nei Sud, no. Nel Sud la gente e il cielo sono solari, hanno il cuore più grosso e più rosso. Forse sarà il caldo o l’inclinazione terrestre che riceve meglio i raggi d’amore dall’universo infinito. Camminavo alla ricerca di arredamento antico. (Allora lavoravo nell’import-export. Per passione di oggetti meravigliosi che adoravo scovare e importare in Italia come un bambino che trova qualcosa di meraviglioso nella sabbia e corre da propria madre dicendo “Mamma, mamma, guarda che cosa ho trovato! Te lo regalo!”).

Bighellonando per i famosi hutong (vicoli) della città, passai davanti la porta di un negozietto. Un bugigattolo tutto rotto e sgangherato. C’era poca roba dentro. Era freddo e nessuna attrattiva. Ma notai un improvviso cambiamento del vento. Come un sussulto nel suo fluire. Sembra un assurdità per molti, ma sono fenomeni che avvengono chiari e che si può notare solo con predisposizione d’animo giusta. Come un’attesa del miracolo. “You ren ma? You ren ma?” (c’è qualcuno? c’è qualcuno?) chiesi mentre facevo qualche passo sbirciando tra le cianfrusaglie. Ah, potessi tornarci ora! Le comprerei tutte. Vecchi libri strappati in cinese, vecchie sedie, molle di qualche letto su cui forse qualcuno era stato assassinato o su cui magari qualcuno era nato, bamboline, scatoli, un mucchio di scatoli e scatoloni, orologi, statutine di Mao, occhiali rotti e occhiali sani. Ero nel mio meraviglioso mondo di Willie Wanka. Mi rotolavo spiritualmente in quei sussurri temporali polverosi. Porte della percezione sull’iride del Mistero. Camminando fui colpito da un immagine di Giovanni Paolo II sul muro. Il Papa. E Pensai “Cosa ci fa un immagine mezza strappata del Papa in questo vicolo di Pechino. Così lontano da casa. Lo sanno tutti che la Cina è contraria a ogni forma di religiosità. Il credo non deve esistere qui. C’è solo il credo politico. Evviva il partito! Evviva sua santità Mao ZeDong!”.

Dopo qualche istante fece capolino un signore sulla sessantina. Un po’ timoroso.

Non ricordo cosa successe bene, ma faceva tenerezza. Mi chiese da dove provenissi e quando sentì rispondersi “Roma” quasi svenne. Trasecolò. Venivo dalla casa del suo amato Papa. “Se vuole possiamo fare una preghiera assieme?” gli chiesi neanche io so come né perché. E così ci sedemmo sull’uscio del suo mondo, sotto lo stipide della porta da cui vedeva solo un canale col parapetto in pietra. Uno di quelli soliti che vedi passeggiando per Pechino. Coi leoni intarsiati ogni ics metri.

Pregammo assieme, in un’unità spirituale indescrivibile. Lui in cinese, io in italiano. Al mio “Yi, er san! Kaishi! (Uno, due e tre! Via!)” “women de tianfu, yuan nide mingshou xianyang” lui diceva in cinese e “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…” io in italiano. Potevamo mettere su una band. Ricordo la lanterna rossa che ciondolava dal soffitto, lentamente. Come una nenia, un diapason che scandiva il tempo del nostro respiro e del nostro incapace misticismo. Il vento s’insinuava tra le nostre parole sanando qualcuno chissà dove.

Finita l’esperienza stemmo in silenzio un po’. Mi guardò, chiamandomi amico. Ma poi avevo da fare, e andai via subito.

Così ogni qualvolta mi trovavo in una situazione di estremo agio coi cinesi, mi venivano in mente tutti i volti delle persone che si erano manifestate in questo mio peregrinare. Con cui avevo avuto un rapporto magico. Qui ve ne ho riportati due, ma ce ne furono molti altri. Erano volti di quale vita? Di quale dimensione? Mi sentivo come passare da uno spazio a un tempo e tramite un tempo in un differente spazio.

“Quest’erba è dannatamente buona, Ajie!”

“È quella di Da Dongge! Lui si tratta bene, d’altronde cosa resta all’uomo se non la gioia della ricerca e del miglioramento di se stesso? E se l’uomo non tenta con tutti gli strumenti messi a sua disposizione dalla natura come potrebbe mai riuscire in un compito così arduo? Fuma fratello! Fuma! Non ci pensare alle guardie che qui, non valgono niente… basta dare loro un pacchetto di sigarette e sai cosa ci fanno poi con la legge? Con la legge di chi poi? Per chi? Rilassati… non c’è problema!” continuò a farfugliare mentre assaggiavo quella prelibatezza.

“Ma te la sei sturata tutta!” dissi. Mi aveva dato solamente un filtro mezzo malconcio e bagnaticcio.

“Non c’è problema ah ah ah ne facciamo un’altra!”.

Ormai andava con il pilota automatico, senza neanche mettere in dubbio la possibilità che non potesse essere così. Bisognava fare un’altra trella!

“Subito? Aspetta un attimo, l’abbiamo appena finita! Mica possiamo fumare così in continuazione…” dissi ingenuamente. Oggi, ripensando a quel momento, mi vedo quasi come un grommet alle prime armi. Un bambino che, dalle medie passa al primo anno di liceo, con tutte le feste e le donne e le droghe e le scoperte di una vita nuova, in un attimo.

Lui mi guardò un po’ sorpreso, con un sorrisetto leggermente abbozzato.

“Ancora non hai capito qui le cose come vanno… il viaggio è continuo e l’hai appena cominciato! Non lo si può interrompere…” Era vero, pensai. Perché interromperlo? Paura forse? Forse inadeguatezza? La sua non era una frase buttata là per convincere gli amici a fumare, come avviene tra i giovani borghesi in ambienti di bivaccamento e di goliardia, magari ai Parioli o a Prati, alle feste, tra bambini e giovani annoiati. Figli di una tristezza quasi museale, figli dell’ovvietà e della vacuità delle città moderne dallo stomaco appesantito. Non c’è nulla da dire! Così questi giovanissimi si riempiono di droghe! Perché questo è. Ma noi no, eravamo come dei monaci sulla via, dei vagabondi taoisti, dei religiosi. Alle pendici dei monti sacri lungo la via che conduce all’illuminazione e alla rinuncia.

La sua dichiarazione era stata tanto lapidaria, quanto semplice e vera. Non avevo mai veramente notato il profondo pensiero che si nascondeva dietro il “semplice fumare” di Ajie. Lui era uno spirito puro che molti avrebbero scambiato per un semplice sbandato sociale, un dannato, un emerginato, un fattone. Non era così. Lo vedevo, lo sentivo. Ajie era un saggio, in un certo senso un’illuminato. Un giovane che aveva sofferto molto nella vita e che aveva capito. Aveva esperito il mistero che si nasconde dietro il velo apparente della vita. Lo aveva visto, ci aveva parlato, amoreggiato, ci aveva fatto a botte, lo aveva morso, era stato graffiato, eppure continuava a cercarlo per definire un rapporto equo e stabile. Era un rapporto di amore e odio con il lato top secret della vita. E aveva anche due puntini rossi sul braccio, come se fosse stato morso dal serpente del destino.

L’ispirazione, si nascondeva dietro ogni angolo, dietro ogni vaso, ogni fiore, ogni bellezza, ogni penna, ogni pezzo di carta, ogni gingillo e sopramobile. I quadri erano disposti con una cura e una perfezione berniniana. Tutto fluiva in quel fumo che si mescolava all’aria creando una stabilità d’intenti e di desideri inimmaginabile per chi non è stato seduto su quel divano e non ha avuto esattamente le nostre esperienze e le nostre illuminazioni. È semplicemente così. Quel raggio di luce sul tavolino in un giorno di smog, oscuro, in quell’angolo di mondo senza Dio (?). Eravamo lì e celebravamo assieme, e come in un dipinto decadente, autocreavamo la nostra tela sotto le pennellate di colore spesse e decise. Flussi e riflussi di coscienza. La marijuana in quel contesto era un catalizzatore di pensieri e di entità invisibili.
Creatore enteogenico.

Non so per quanto non parlammo, non so per quanto non ci guardammo, distratti da pensieri felici e distanti, ma eravamo appagati di essere, eravamo uniti da un’avventura che avrebbe deciso per sempre le sorti della nostra vita.

“E voi in Italia potete fumare marijuana liberamente?” chiese all’improvviso Ajie, come risvegliandosi da un torpore accettato, deliberato.

“Purtroppo no. Un po’ come qua, non ci si può esporre troppo. È ancora illegale, sembrerebbe che a breve qualcosa possa cambiare. Ci sono nuovi movimenti politici, partiti che fingono di essere veramente interessati alla salute fisica e spirituale del popolo. Ma c’è carenza d’intellettuali e di gente che si sbatta, anche rischiando, sull’argomento. Ho letto su internet che in Italia qualcuno sta portando avanti battaglie sempre più serrate per la legalizzazione, ma non sono aggiornato, perché non mi piace la politica di oggi. Speriamo nel futuro…” L’argomento mi intristiva. Avevo dedicato tempo e meditato sulla questione, ma purtroppo sul discorso droghe leggere predomina un’ignoranza paperoniana, anche se la verità scientifica, storica e religiosa è alla portata di tutti. Com’è possibile che i politici ancora possano ancora pensare di mascherarsi compiutamente dietro le falsità del lobbismo e della farmacologia moderna? Questo rimaneva un mistero, forse perché ho sempre avuto un rapporto molto ingenuo con la politica e con il potere.

Comunque l’argomento non avrebbe cambiato la mia vita, ero lontano da tutti. Ma la sola idea che l’Italia potesse finalmente liberalizzare una pianta che era stata demonizzata per decenni a causa degli interessi industriali, mi avrebbe reso talmente felice da abbracciare tutti per strada, tutti i miei fratelli in madrepatria. Là, oltre tutto.

Lontano lontano.

“Capisco…” disse dal silenzio Da Dongge. Non sembrava molto interessato all’argomento. Lui aveva perso assolutamente la fiducia nel genere umano e ancor di più nel suo governo. Non importava di quale nazione stessimo parlando o di quale gruppo di partiti, per lui erano tutti uguali. Tutti vogliono solamente potere, solamente accrescere il controllo e accumulare influenza su influenza, denaro su denaro a discapito della sofferenza del popolo. Da Dongge non era uno sciocco. Aveva una buona cultura. In passato era anche stato professore di letteratura cinese nell’università nonsodove. E poi, abbandonò. Forse qualche sconfitta di troppo, qualche risposta di troppo, debolezze, atavicità, incompatibilità sociali. Fuggì nella materia e, grazie a Dio, il legno era stato sempre la sua passione. Era stufo della sua vita di prima. Non voleva più essere dipendente e scendere a compromessi. Voleva essere l’artefice del proprio destino, voleva demiurgizzarsi. Così, coi pochi soldi che aveva messo da parte negli anni in cui lavorava come schiavo, come diceva lui, aveva messo su quella piccola bottega di falegnameria. Uno studio zen più che altro.

“A proposito ragazzi, ma questa sera dove andrete a stare?” chiese di punto in bianco.

“Mah, non lo sappiamo ancora Da Dongge, possiamo cercare un posto nei paraggi, così domani andiamo assieme da Xiao Dongge, se non hai impegni. Che ne dici?” rispose Ajie leccando l’angolo della sua nuova trella. Non c’è niente da fare, era un treno nel rollaggio, io non ce l’avrei mai fatta a rollare così velocemente e così perfettamente.
“Ah no no no! Non se ne parla nemmeno! Se volete state qui da me per la notte. Tra poco vado a casa per la cena e, se siete d’accordo, potete unirvi a me e a mia figlia che sicuramente avrà già preparato qualcosa di buono. Tanto sono qui a pochi metri. Questo posto lo uso solo occasionalmente per dormire, quando magari sono fino a tardi al lavoro o sono sbronzo e non mi va di tornare a casa perché magari fuori d’inverno gela. Vi do le chiavi, potete restare, senza problemi! Ne sarei molto felice e c’è un divano qui, e uno là, in quell’angolo laggiù… vedete?” indicando la stanza al di là di una colonna centrale dietro il fumo che Ajie già sparpagliava distrattamente. Ci guardammo, sorpresi, esitammo un attimo, ma accettammo con molta gioia il suo invito. In un secondo avevamo svoltato una cena e un tetto sopra la testa. “Grazie Da Dongge!” , recitammo in coro macchiati da un fumo che intaccava tutto.

La mattina dopo il sole entrava timido dai grandi finestroni che affacciavano sulla strada. Era caldo, afoso. Bevemmo un po’ di tè e uscimmo ancora assonnati. Non vedemmo né sentimmo Da Dongge per tutta la mattina. D’altronde ci aveva avvisati che avrebbe avuto da fare dei giri per clienti, legno chissà. Così prendemmo il nostro tempo e gironzolammo per la zona. In realtà non c’era assolutamente niente che ci interessasse, non c’era nulla da vedere. Era un quartiere completamente anonimo. Le uniche cose che attirassero la nostra attenzione erano le macchine che sfrecciavano rumorosamente, e i grattacieli e ancora altre macchine e qualche pulzella di passaggio. Ajie fece un paio di telefonate per concordare un incontro la sera. Al telefono era Xiao Dongge. “Gradioso! Grandioso! Certo ci vediamo stasera!”.

Riagganciò.

“È fatta!” disse.

“Cosa è fatta? Fatta cosa?”

“Xiao Dongge, ha detto che può darci un passaggio per la grande festa nei boschi su a la Montagna delle Fate! Dobbiamo andarci DeLuFa! Fidati di me! È un evento splendido e poi Xiao Dongge è un tipo ok, vedrai!” tutto eccitato.

Non vedeva quei suoi amici, quei posti da molto tempo ormai.

Non potevo dire di no né volevo farlo. Ero anch’io curioso. Non sapevo assolutamente di cosa stesse parlando, che tipo di posto fosse questa Montagna delle Fate e di quale party si trattasse. Ma poco importava. Tutto suonava perfetto. Cosa meglio di una festa nei boschi al confine sichuanese? Suonava meraviglioso, tutto davanti agli occhi mi si presentava come un dono. Incondizionatamente accettavo tutto. Ero al sicuro, nell’accettazione sincera di ogni mistero.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema!

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 12.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 12.1

A parte l’arredamento e qualche dettaglio avevamo ormai veramente quasi finito la ristrutturazione. Ci sentivamo al settimo cielo. Tutto procedeva liscio come l’olio, Sanwa era contento, Jiya che, da bravo mongolo, trovava sempre una scusa per sparire sul più bello, era euforico, e non solo per via della marijuana che fumava a ruota libera; e poi c’ero io, che forse c’avevo messo più braccia. Ero appagato.

Era venuto un bel lavoro, soprattutto, vero. Vivo. Vissuto. Sembrava una taverna marina, uno di quei posti che incontri nei vicoli di un borgo, a sorpresa, mentre ti sei perso e non sai assolutamente cosa ci sia oltre e dove tu stia andando. Era un posto che folgorava quasi per la sua austera semplicità spirituale. Un monastero invisibile.

Anche il nostro locale era difficile da trovare, neanche si vedeva dalla strada. Certo avremmo poi messo un’insegna, con tanto di bel logo a forma di loto, ma al primo piano c’era pur sempre la famiglia del landlord, con le sue secchiate di bambini stesi a terra a giocare con i loro non-giochi, a guardare cartoni animati gialli, e con le donne a spennare polli. I pesci erano sulle reti a seccare. Tutto secondo copione. Insomma tutto poteva sembrare fuorché l’ingresso di uno dei più folli locali dell’isola, frequentato dai cinesi e dai forestieri più psichedelici ed enigmatici che si potessero incontrare in quello sputo di terra.

La musica certo sarebbe andata avanti per tutto il giorno, e forse solo quella ci avrebbe aiutati a farci sentire dalla strada. Oltre all’insegna, certo, che però svaniva sempre dietro alla palma della signora davanti, quella imbalsamata. Avevamo anche fatto alcuni test audio e l’impianto che avevamo comprato (ci aveva pensato Jiya che ne capiva parecchio), con casse grandi come tronchi d’albero, ci garantiva decibel a go go.

Del resto affacciavamo su di un vicolo in cui il suono avrebbe rimbombato giù , dritto sino alla spiaggia. Dai tre gradini d’ingresso, dove noi avevamo sistemato dei racks per le tavole da surf, si poteva ammirare tutta la baia turchese, la cava, i palmeti fino all’orizzonte. Pensavamo che si sarebbe ben presto sparsa la voce di questo nuovo locale. Non avevamo fretta, tranne Sange forse.

Certo Sanwa non sarebbe stato con le mani in mano, aveva investito più di quanto potesse fare (anche se in realtà non erano tanti soldi, ma per noi decisamente sì) e voleva cominciare a far “girare la baracca”.

Jiya in Mongolia Interna aveva moltissime conoscenze, ma non ad Hainan. Io venivo non si sa da dove, italiano già da sette anni in Cina, itinerante sì, con un passato di studi e di lavori commerciali a Pechino, un matrimonio andato a male a Tianjin, ma non ero un grande PR, tanto meno ad Hainan. O almeno non mi reputavo tale. Così gran parte del lavoro di promozione sarebbe spettato sicuramente al grande boss, a Sange.

Non potevamo proprio essere tanto d’aiuto, era lui il PR della situazione. Avremmo aiutato solo come potevamo.

A questo punto dovevamo cominciare a pensare all’organizzazione di una festa.

Dovevamo organizzare un’inaugurazione indimenticabile e far conoscere a tutti cosa volesse dire party! Cosa volesse dire SIAMO VIVI! SIAMO QUI! Spaccare la noia, cambiare direzione al declivio del mondo. Belushizzarci. Volevamo mandare un segnale, un messaggio nello spazio. Fare casino. E tanto. “We want the world and we want it NOW!” gracchiava Jim.

Era Giugno. Stagione perfetta. Estate mentale in un posto in cui regna perennemente estate e solo estate.

Avremmo avuto più bikini, più cocktails, più salsedine, più droghe, più testosterone, più irrefrenabilità, più bagordigia e più prelibatezze noi, che i migliori alberghi cinquestelle di YaLong Bay. Quella zozza e ricca baia dietro l’angolo, al di là della cava di pietra del monte davanti, quello che esplodeva puntualmente la sera. Tutti quegli alberghi, destinazione di lusso per tristi e annoiati turisti russi che non sapevano come spendere i propri mazzi di soldi, dovevano essere cancellati. La vivevamo come una lotta di classe. Poveri e liberi contro ricchi e schiavi. Nella nostra ottica, quella di chi non aveva molto al di fuori della propria libertà di essere come vuole, i ricchi ci facevano pena. Erano anime più inquiete di noi, malate, strabiche di valori.

Mancavano ancora diversi giorni prima di porre il puntino finale sui lavori. Io e Sanwa avevamo scelto meticolosamente ogni singolo orpello o diadema che avrebbe dovuto abbellire il nostro bambino. Tazze tazzine, distillatori, bicchieri, bicchierini, moka (in un locale “italiano” non poteva certo mancare il caffè!) luci, tante luci. Luci in ferro battuto, lampadine ora tanto di moda, a mo’ di old factory, con cui avremmo fatto tendenza (anche le lampadine sono fonte d’illuminazione!). Infatti subito dopo la nostra inaugurazione, in tutti gli altri locali del paese, cominciarono a spuntare come funghi indovinate un po’? Lampadine e lampade old factory style! Avevamo un futuro come influenzatori di gusto lampadariesco!

In fine mancavano ancora i mobili e i letti a castello del secondo piano, quello che ci era costato tanta fatica e tanto amore. I dormitori nella jungla di bambù, quelli. Sanwa aveva scelto dei letti minimali in legno, su suggerimento di Jiya che, nonostante non si fosse impegnato molto, sempre impegnato in qualcosa di vago e giustificabile, riusciva sempre a intortare chiunque con le sue esigenze e i suoi affari, i suoi giri, i suoi amici, la sua risata stridula. Quando però era alle strette e agiva era velocissimo, efficientissimo e chirurgico. Sorprendentemente lucido e lasciava tutti con tanto di naso.

Comunque i letti, alcuni tavoli e il resto sarebbero arrivati solo dopo due o tre settimane. Dovevamo ordinarli e aspettare che venissero prodotti e poi spediti. Avevamo ancora tempo, quindi, di esprimere al meglio i nostri giorni, senza il sacramento del lavoro.

Fu così che io e Ajie decidemmo di partire. Maledizione e follia all’orizzonte.

“Chongqing è una municipalità della Cina centro-meridionale con una popolazione di circa 32.355.000 abitanti. Essa rappresenta una delle quattro municipalità autonome, parificate al livello provinciale, della Repubblica Popolare Cinese, delle quali, con 29.914.000 abitanti (dato 2010), è la più popolosa, oltre che la più estesa per superficie. Si stima che in essa ci siano circa 3 milioni di immigrati da altre province della repubblica senza permesso di soggiorno regolare. È considerata uno degli agglomerati urbani più grandi al mondo, con il totale degli abitanti ufficiali della municipalità conteggiato in quasi 29 milioni nel 2010, ma ritenuto oggi vicino ai 34 milioni di abitanti. Nel 1189 il principe Zhao Dun, della Dinastia…”.

“Ma che diavolo vai blaterando?” sbraitò Ajie girandosi di scatto con un nuvolone di fumo che gli abbraccio tutta la tempia e l’orecchio.

“Wikipedia! Scusa non stiamo andando a Chongqing? Davo un’occhiata giusto per vedere se eri preparato e poi, quanto mi piace infastidirti un po’!” dissi ridendo.

“Ma quanto sei… mmmm… lasciam perdere.”

“Piuttosto abbiamo preso tutto, Ajie?” chiesi chiudendo lo zaino. Volavamo leggeri.

“Tanto coraggio! E tu l’hai preso?”

“Preso!” risposi.

“Andiamo, allora?”.

“Andiamo!”.

Il volo tanto per cambiare era in ritardo. I voli da e per le isole sono sempre in ritardo, almeno da e per quell’isola.

Il nostro volo lo avevamo comprato all’ultimo momento, online, a un prezzo veramente stracciato, considerando che nessuno di noi navigava economicamente in buone acque fu un successone. Per quel che riguarda l’organizzazione del viaggio in sé, avremmo vagato, andando a trovare solo amici o amici di amici e, in caso, ne avremmo fatti di nuovi. Non saremmo certo andati negli alberghi. Era assolutamente fuori discussione. Non potevamo neanche permetterceli a dirla tutta. Così prendemmo gli ultimi biglietti del volo più scomodo e più economico disponibile, aspettandomi quasi un aereo monoala, con posti fronte wc, e via. L’importante era volare lontano.

Un volo diretto – signore e signori! – Sanya – Chongqing, in grande stile!

Prima destinazione sì, proprio Chongqing che, come avevo letto prima su Wikipedia, era davvero una cazzo di città.

Ajie ci era cresciuto, anche se proveniva da un piccolo paesino nelle immediate vicinanze dell’estrema periferia.

“Trentamilionidiabitanti!” gli ripetevo mentre aspettavamo seduti a terra che il display ci indicasse il gate e il momento dell’imbarco. “La mia Italia conta circa sessantamilioni di persone in tutto! E qui, ci sono città di metà Italia! Da diventare matti. Ma ti rendi conto?”.

“Mi rendo conto sì. Ci sono nato! E poi ci si chiede perché i cinesi sono completamente fuori di testa e non si sopportano più. E ti credo! Quando vedono una persona morire per strada sono quasi contenti. Meno uno!” rispose distratto e ironico come al solito.

Distratto sempre, ma non sempre per via dell’erba. Come Jiya, Ajie era un’anima in pena. Sempre alla ricerca di un senso più profondo, senso che andava ricercando tra gli oggetti e le manifestazioni visibili del quotidiano. Tra le corde del suo basso, tra le onde del mare e tra la gente. Si trovava a brancolare esattamente al confine tra Taoismo e Rastafarianesimo. Un unicum vagante, un Li XiaoLong, alias Bruce Lee, del XXI secolo, che aveva saputo svuotare la propria coppa da tutto il proprio dolore e da tutta la propria sofferenza, da tutti i preconcetti e dalle stronzate della società contemporanea assassina, occidentalmente cinese. Lui quella la conosceva bene. Era cresciuto sulla strada. Non aveva mai smesso di fluire, di scorrere, letteramente, per vedere e capire che forse alla fine non c’è proprio niente da capire. Accettava col sorriso. Aveva attraversato senza un renminbi in tasca tutte le regioni del centro e del sud-est, quelle a lui tanto care. “L’energia positiva è qui!” diceva. Le vibrazioni positive della Cina provengono da queste zone. Sichuan, Yunnan, Guizhou, Tibet. Posti poveri di monete, sì , ma estremamente ricchi di spirito, come l’Italia del Sud.

Ajie aveva vissuto sempre al limite, arrangiandosi, facendo mille lavori, anche il manovale, il contadino o il venditore di telefonini, perseguendo il suo sogno. La musica. E anche oggi, sperduto tra spiagge e monti, sarà nel suo giro in C, in B o in D. Ajie.

Mi aveva raccontato di aver mangiato, in alcuni periodi, solamente una tazza di riso in bianco al giorno. Di aver dormito in zone dove non c’erano vetri alle finestre e porte tra gli stipidi, anche d’inverno. Dove non c’era acqua corrente o energia elettrica. Nel Duemila del paese Made in China che produce i nostri bicchieri, bicchierini, piatti e piattini dell’IkEA (che ho visto fare con i miei occhi da ragazzini buttati a terra, d’inverno, senza riscaldamento, letteralmente coperti di polvere; mentre il boss, il capo snob della fabbrichetta, uscendo dalla sua scintillante Audi A6, con tanto di scarpe italiane, nuove di pacca, diceva “te le vendo a 1 euro!”. Prodotti, oggetti, che in Italia paghi 9,99 in offerta! E tutte le famigliole, la domenica pomeriggio, vanno a mangiarsi quei stramaledetti biscotti svedesi con questi cazzo di piattini, mortai o bicchierini, fatti là, da quelle piccole manine, da quelle anime distrutte! E allora ti vien da dire “Ficcatelarculo quell’euro!”, e così dissi!). Ajie era stato in paesini dove ci si spezza le mani per portare qualche radice sulla tavola assieme a un qualcos’altro, un po’ di cibo, che fa comunque piangere a dirlo.  Cibo benedetto!

Lo avevo conosciuto per caso un giorno a caso, mentre mangiavamo dei grandiosi zhajiangmian da JunJun. Non avete mai mangiato zhajiangmian  (noodles)? Mai mangiati i zhajiangmian  di Junjun? Non sapete cosa vi perdete! Se non siete schiacciati dalla vita, se non avete tutti questi conti da pagare, se non avete da rendicontare qualcosa a qualcuno, a un capo o a un superiore, a un socio o a una moglie, un marito, prendete il primo volo per Sanya. Andate a Houhai. Arrivati lì, non curatevi delle valigie, buttate tutto a terra, anzi non portatevele neanche le valigie, e cominciate a correre, gridando verso l’interno del paese, lungo l’unica via principale. Correte come pazzi, scrollatevi di dosso tutto e correte. Lì, sul lato sinistro, dopo circa a un terzo di strada, troverete un piccolo negozietto. In realtà non ha nulla di speciale e non è neanche un negozio, ma una casa su strada senza licenza, né contratto d’affitto. Ma fate attenzione perché non la vedrete se correte troppo veloce. È un posto tranquillo. Due piante all’ingresso, una a destra, una a sinistra. Quattro tavolini e, al centro, un fuoco che non c’è. Troverete probabilmente una bambina a giocare a terra. Sua figlia, con le treccine nere ai lati e con degli elastici rosa stretti come nei manga. Chiedete di JunJun, vi manda De Lu Fa.

Lui uscirà con un sorriso pacato e un movimento lento. Occhi marroni.

Misticismo del palato mischiato a schiaffi di cemento e succulentismo erotico, i suoi noodles. Non so come abbia fatto, ma ci ha anche ficcato dentro la tradizione, JunJun. Altra anima del sud che tutto ha fatto tranne rinnegare il proprio diritto a dire NO!

Alla propria libertà. Difficile farlo fratelli. È difficile farlo.

Proprio lì , incontrai per la prima volta Ajie. Era appena arrivato camminando dall’orizzonte con un cagnolino in braccio. A mo’ di Cristo che suona il sitar. Vestito ancora di polvere della strada e di città. Capelli lunghi, un cappellone sulla testa e un misto di sofferenza e speranza. Un orfano. Lui si può vedere di lato nel quadro dei mangiatori di patate di Van Gogh. È proprio lui. Facemmo subito amicizia.

Aveva un alone doppio. Nero e arancione, ma la società non le vuole vedere queste cose. Perciò shhhhhh! Ma questo lo sentiva lui stesso, e per questo non si fermava in nessun luogo, voleva scrollarsi di dosso il nero, il nerume, il petrolio-sangue che scorre nelle vene delle città: la disumanità. E finalmente lo stava perdendo, dopo due anni di surf, di oceano e di Houhai. Di musica e di follie clandestine, lungo la linea dove il tempo non esiste. Vivere la vita non è sopravvivere alla vita. Lo sapevamo, per questo lo facevamo. Irridendo il resto. Il cagnetto lo aveva chiamato Jita (Chitarra). Che carina mi saltava sempre addosso con quel suo pancino liscio.

Ben presto diventammo inseparabili. Ci ritrovavamo tutte le sere da LaoLi, nella casa blu d’angolo, o sul mio terrazzo, ma già da prima che arrivassero Lulu e MiaoMiao a farmi compagnia, già da prima lui era ospite fisso. Per ore e ore, per nottate intere, suonavamo un blues-reggae isolano. Ad ascoltarci c’era sempre la strega della casa del crocicchio davanti. Era ancora viva allora, e stava lì ad ascoltare tutto, nel buio. La strega, con gli occhi scintillanti come quelli di un gatto, mentre noi investigavamo il mistero in maniera dinamica, con la musica, lei ascoltava, e approvava.

Ajie coltivava erba sul terrazzo del palazzo di LaoLi. Loro si conoscevano già dai tempi di Chengdu, quando un giovanissimo lui era arrivato, scappando dalle campagne e dalla povertà, col sogno d’imbracciare la vita attraverso le quattro corde di un strumento musicale. Di un basso. Era anche un eccellente batterista, ma non lo sapeva ancora, né lo ammetteva se glielo dicevi. Così ogni sera fumando erba, facendo qualche trella, ascoltavamo l’oceano, meditando nel buio musicale delle nostre menti.

Le luci sviano lo sguardo, ne eravamo coscienti, basta leggere i grandi saggi o ascoltare le parole non parole dei testi sacri, antichi, di tutte le religioni. Poche luci, pochi rumori, introspezione. Meditazione. Pentimento. Di questo avevamo bisogno e questo cercavamo. Così semplice e così chiaro. E che cazzo!

Ma tutto questo ha un prezzo altissimo. La felicità ha un prezzo molto alto, prezzo che bisogna essere pronti a pagare se non si vuole rimanere ustionati.

Ajie dormiva da me. Appena arrivato a Houhai non aveva una casa, mentre io ne avevo una enorme e vuota, e la mia solitudine, in quel periodo, dopo che mia moglie se n’era andata, aiutava a vedere in profondità la gente. A vedere anche in loro quanta solitudine, questa zavorra, ci fosse e come fosse cinica e spietata con tutti. Con tutti noi. Mia moglie non poteva sopportare la vita libera. Desiderava la schiavitù di una vita pianificata, piatta, come l’elettrocardiogramma quando si muore morti all’anagrafe.

“Non mi dai sicurezza!” mi ripeteva. Ci credo! Del resto la vita stessa non ne dà a nessuno, soprattutto se la cerchi. E noi cercavamo cose differenti. Io volevo la scoperta, vederci chiaro, passare attraverso il cristallino dell’occhio di Dio! Non cercavo certo una sicurezza. Poi sicurezza di cosa? La sicurezza porta solo alla morte, unica cosa certa. E anche su questo De Lu Fa avrebbe da ridire.

Fatto sta che con tutte le stanze a disposizione, libere, Ajie preferiva comunque dormire sul pavimento. “Fa fresco a terra!” diceva. Ai piedi del mio letto. Eravamo Bonnie e Clyde e ci prendevamo sempre in giro.

“Ma il tuo maglione non te lo levi mai, DeLuFa, neanche per dormire?! Ah ah ah!”.

Parlava dei peli sul mio petto. E come si divertiva all’idea che fossi così peloso.

Loro, i cinesi, perlopiù non hanno peli, sono totalmente glabri. Eppure quanto piacevano i miei peli alle donne! Ma questo lo sapeva anche lui e, quando glielo ricordavo, rispondeva sempre con un “Puaff!”.

“O sbrigati cavolo! Hanno chiamato il nostro volo dai, è ora di andare!”. Disse preso da un modo di fare che non era il suo.

In un nano secondo eravamo già in piedi.

“Ora vedrai che schifo che fa la mia città! Ma un grande pregio ce l’ha, vedrai!”.

“E qual è?”risposi.

“Le donne più belle della Cina! Tante donne, fratello! La percentuale di belle donne più alta del Paese! Come anche a Chengdu” spiegò soddisfatto.

Decollammo.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema!

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Cap 12.1

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

 

Parte Prima – Capitolo 11

Mancava tutto. Dovevamo andare a Linwang.

Linwang è un piccolo paese a pochi chilometri di distanza dove spesso ci recavamo per fare acquisti meno essenziali rispetto a quelli che si potevano fare anche a Houhai. Il vecchio Li, il mio landlord, aveva uno dei più fiammanti tuc tuc del villaggio e noi, ogni qual volta lo incrociavamo per strada, lo chiamavamo per portarci in giro. Per lui era un vero motivo di vanto, così si mostrava sempre felicissimo di scarrozzarci a tutta velocità. Urlava come un matto, comicamente, urlava oltre ogni necessità comunicativa e uditiva, specialmente quando andava a tutta birra col suo bolide rosso con cappottina gialla che sembrava una dune buggy. Mangiava quel breve tratto di strada che dal nostro rifugio di vita portava al primo avamposto della civiltà.

Al centro di LinWang, destinazione mercato.

Che poltiglia di liquami c’era al suo interno! Il sangue dei maiali colava giù dai banchi di pietra e si mischiava all’acqua di mare e alle lacrime non viste dei pesci. Ma non importava, qui si poteva acquistare qualunque cosa, qualcunque tipo di frutto, qualunque tipo di verdura, di spezia, di pesce e di carne. Biciclette, fili elettrici, lampadari, scale estendibili, carte da parati, ruote, copertoni, spazzolini da denti, vestiti, estintori. Potevi anche comprarti una moglie, una donna, un uomo, un bambino. Non vi erano segni di Dio. Lui lì non c’era, si nascondeva, aveva debiti troppo alti. Nessuno gli faceva più credito.

“Eccoci qui! Vi aspetto dall’altra parte della strada ok?” disse Fratello Li sgommando a super velocità quasi impennando col suo trabiccolo rosso inferno.

Era sempre necessario accordarsi sul dove ritrovarsi, sarebbe stato difficile trovarsi altrimenti, perché era tutto un brulicare di tuc tuc guidati dai personaggi più improbabili. Facce arcimboldiane. Alcuni sembravano usciti direttamente dalla salita al calvario di Bosch, altri erano pupazzi cicciotti usciti dalle migliori opere di Brugel. Vi era anche un Botero e il leone del Mago di Oz. Altri avevano volti scavati dai secoli, seppur lontani dal freddo delle nevi fiamminghe, erano scavati dal vento e dal sole. La povertà è sempre la stessa.

Sebbene tutto, quei provetti viaggiatori del nulla erano sorridenti, apparivano veramente felici. Non possedevano nulla, se non l’ignoranza di chi conosce al massimo solo il limite della propria strada. Una lunga e rettilinea strada che univa Linwang con la provinciale e che arrivava massimo fino all’ospedale militare. Uno dei migliori della Cina. Sì, ebbè, perché lì non lontano aveva la villa di vacanza nientepocodimeno che il Sig. Hu JinTao, il Presidente. Se aveva una colica doveva pure potersi curare al meglio, no? Se facevi la strada quando arrivavi a un grande semaforo, dovevi giravi a destra e giù ad accelerare per una strada ad anello che attraversava campi incolti. Si potevano vedere solo delle vacche, un finto mulino a vento. Acquitrini estesi, ma questo solo dopo le pioggie. Qualche uccello simile agli aironi.

Il percorso era tutto un filare di palme che l’apparente velocità dei tuc tuc trasformavano in pennellate di colore verde e blu, con qualche spruzzo di bianco. I nuvoloni oceanici dietro il verde riempivano lo sfondo mettendo le cose finalmente in chiaro. “Tu sei qui. Tu sei mio! Quindi vai forte, vai veloce, respira!” sembravano dirci. E noi li ringraziavamo sempre. Bisogna sempre ringraziare le nuvole. Ah sì, poi c’era l’ospedale del Sig. Presidente.

“Che siamo venuti a prendere? L’hai fatta tu la lista della spesa LuLu?” gli dissi passeggiando tra i banconi del mercato.

E bisognava fare pure molta attenzione a non scivolare per il fango e la lordura. Qualcuno infatti aveva avuto la geniale idea di utilizzare similmarmo liscio per fare il pavimento e, non si sa come, solo noi, i surfisti, scivolavamo, tra gli sguardi divertiti e perplessi dei locali, tutti intenti a masticare, come al solito, qualche binglang.

“Sì, l’ho preparata io la lista. Ti cucino qualcosa di buono stasera ti va?”.

“E me lo chiedi pure? Grazieee certo che mi va!”.

LuLu era un grande cuoco. Non nasceva come chef, in realtà , a Chengdu gestiva una catena di autofficine. Fu costretto ad andarsene per motivi di salute. Il gran lavoro, il clima e lo stress lo stavano uccidendo piano piano, fisicamente e spiritualmente.

Si ammalò poi qualche anno più tardi, andando a finire purtroppo in dialisi. Un artista taoista, Lulu, e sapeva come mantenersi vivo.

“Ok allora ti faccio un MalaDoufu! (Tofu piccante) Visto che ti piace tanto! Poi ricordiamoci di passare dal corriere che MiaoMiao stava aspettando dei pacchi. Dovrebbero essere arrivati.”

“No problem.” risposi con l’acquolina in bocca.

Per me andava bene tutto quello che avrebbe cucinato, era veramente un cuoco eccezionale. Una delle tante tantissime qualità che purtroppo spesso vengono sprecate dall’incapacità della gente ad apprezzare gli altri.

Al mercato c’era la mia solita splendida ragazza. Era sempre là, all’ingresso. La venditrice di frutta. Ogni volta che potevo andavo da lei, anche fosse solo per due banane. La sua bellezza lo meritava. Sembrava una gazella etiope. Longilinea. Scavata in viso, anche lei dalla semplicità. Era una bellezza atemporale. Parlammo solo poche volte oltre il dovuto perché era molto timida, schivava sempre lo sguardo. Si difese dagli assalti di questo straniero impossibile da capire, oltre ogni lingua e oltre ogni gesto. Talvolta quando io e lei incrociavano gli intendimenti, inavvertitamente, arrossiva con un sorriso remissivo girando la testa. Guardava in basso cercando qualcosa o qualcuno, forse un perché proprio lei, o forse cercava la forza per guardare dritto nei miei occhi. Verdi. Un verde che lei conosceva solo per via degli alberi. In un mare di occhi neri. Era così bella, senza nulla da invidiare alle donne occidentali o a quelle di città. A quelle viziate, viziate dal piacere, che hanno dita di colore e capelli curati da centomilalire. Mi veniva da sorridere al pensiero di come a Roma non si possa più guardare, neanche innocentemente, una donna, senza ricevere sguardi di ghiaccio o di disprezzo. A Roma è tutto un “stronzo, cazzo te guardi?”.

Ma lei no. Lei era candida. Lei a me stronzo non me lo aveva mai detto neanche con lo sguardo. Muoveva leggermente le dita affusolate delle mani, agitata, in maniera innocente. Potevo quasi sentire il suo cuore battere più velocemente e la sua mente viaggiare e sognare un amore impossibile oltre ogni distanza siderea. Di quelli di cui si può scrivere storie nei libri. La mia splendida venditrice di frutta di LinWang! Che arrossiva per nascondere la proprià sessualità. Con un corpo scultoreo, ambrato e liscio, e due seni due capezzoli come chiodi su cui appendere banane in saldo. Sarebbero andate a ruba.

Linwang era il primo centro fuori Houhai che poteva essere considerato civiltà , distavano circa otto chilometri. Vi erano banche, la Posta di zona con dipendenti che se Kafka li avesse visti sarebbe scoppiato in una risata meritata, e c’erano le sedi di tutti i corrieri privati, che noi tutti utilizzavamo per comprare online prodotti introvabili sull’isola. Si usava Taobao (tipo Ebay). Era l’unico modo, in quell’angolo di terra per fare acquisti che non fossero cibo, sapone o carta igienica. Alcolici e sigarette e droghe, quelle si trovano ovunque in Cina così come negli angoli più sperduti di tutti i Paesi del mondo. Tutto era contraffatto chiaramente, con diverse qualità e livelli di contraffazione. Questioni di abilità e d’ingegno.

Dal mercato, se seguivi la strada verso Nord, non potevi andare molto lontano in tuc tuc. Erano piccoli e non avevano abbastanza autonomia. Oltre, vi era il nulla per chilometri e chilometri. Avevi bisogno di una macchina o di una moto o dovevi portarti taniche di benzina e, in meno di due ore, si poteva arrivare a Wanning. Un’inutile e grigia cittadina leggermente spostata verso l’interno rispetto all’Oceano, città che la municipalità stava cercando di promuovere internazionalmente come nuove destinazioni turistiche d’Asia. Il loro piano era trasformarle presto in una California del golf e del badmington! Immaginate spiagge tropicali destinate al badmington? Con tutto quel vento! Comunque se volete andare a giocare a Badmington là, dovete attraversare tutta Haitang Bay, Lingshui Bay, passando il tunnel che delimita la linea immaginaria che divide la zona climatica tropicale da quella subtropicale. Non di rado si percepisce una netta differenza di temperatura, come se quella linea immaginaria tagliasse col coltello l’aria e i flussi dei venti. Superato questo tunnel sai che manca ormai poco per arrivare alla rampante Riyue Bay (la Baia del Sole e della Luna), un’ampia linea di spiaggia intervallata da scogli e da baracche in legno. I locali s’impegnano a offrire tutto il possibile, perché sono ancora rari i turisti, e ancora pochi i surfisti, che si avventurano al centro della East Coast hainanese. Oltre all’oceano, non vi è ancora nulla. A parte il Badmington, il surf e le palme. Non lontano l’isola delle scimmie. Ma già ce n’erano tante in città, e tutte col telefonino in mano.

Il governo cinese stava sostenendo la promozione del surfing. Aveva captato alcuni segnali economici interessanti al riguardo. Avranno pensato, se si possono fare soldi perché no? Così erano riusciti a ospitare le finali del campionato del mondo professionistico di longboard. Decisione acclamata dai surfisti di tutto il mondo che, come si sa, cercano sempre nuovi spot e nuove destinazioni per colmare la loro inesauribile fame di avventura e di adrenalina. Adrenalina cinese.

Comunque, torniamo a noi.

“Avete fatto ragazzi?” chiese Fratello Li, urlando come se stesse già in piena corsa e il vento ci impedisse di sentire la sua voce.

“Sì sì, abbiamo fatto, possiamo andare” rispose divertito LuLu, mentre caricavamo le buste della spesa sul bolide che già ci attendeva raggiante di strada.

“ALLORA MONTANTE INSELLACHE SITORNAA CASAAA!!” continuando ad urlando come al solito.

Fratello Li era visibilmente orgoglioso, si vedeva. Quel trabiccolo dava da mangiare a tutta la sua famiglia, nipoti inclusi. Era uno che si barcamenava lui, che faceva tutto il necessario per guadagnare qualcosa in più, anche pochi spicci, quando non stava giocando a carte o a majiang nella sua bisca famigliare, ovviamente. Quella rimaneva sempre la sua migliore fonte di reddito e di divertimento.

Tornare al villaggio pieni di buste e di pacchi, ci dava come un senso di potenza, era come uno scrollarsi di dosso ogni volta la modernità. Ogni volta era un rafforzamento del nostro desiderio di abbandono, una potente presa di coscienza. Una riaffermazione del “Sì, lo voglio. Vi lascio! Ne sono consapevole, vado via! Preferisco la semplicità alla tracotanza dell’abbondanza che presto vi seppellirà tutti senza via di scampo, idioti!” . Ma provavo, comunque, un profondo senso di pena per tutti, noi inclusi.

Houhai, in un certo senso, stava subendo una vera invasione da parte di gente che abbandonava la vita moderna, che la pensava così. Un’invasione di emarginati – volendo -, ma comunque di artisti , di musicisti , di pensatori e di criminali. Tutti, serenamente, avevano come unico desiderio condividere uno spazio neutro, nuovo, dove non funzionassero le dinamiche, ormai immodificabili, dei grandi agglomerati umani. Dove potevano materializzare il miraggio di una nuova umanità. Houhai era l’isola che non c’è. Una terra di nessuno, la cui bellezza doveva e poteva rimanere libera, vergine dai possessi. Almeno fin quando qualcuno non avesse tanto avuto bisogno di quel lembo di terra, tanto da costruirci un nuovo mega centro commerciale, o uno sterminato villaggio vacanze per ricchi e stressati di città. Gli indemoniati.

Ai locali invece non interessava il possesso, erano troppo troppo scolpiti dall’interno del loro nulla, da poter capire e sviluppare un moderno concetto di avidità. Era una comunità in cui tutti conoscevano tutti, in un cui bisognava essere responsabili per il bene di tutti. Dove i figli, i bambini, per strada erano i figli di tutti. Era un posto in cui la strada maestra, uscendo dal paese, portava troppo lontano e secondo loro a niente d’importante.

Quella sera LuLu fece del suo meglio, preparandoci una cenetta che, come sempre, faceva sognare il palato. Mentre MiaoMiao, perfetta donna di casa, badava a tutto il resto. Una vera hainanese doc. Aveva sempre un sorriso raggiante, come solo chi è originario dei tropici può avere. Era nata e cresciuta tra i fiori e il mare. Piccolina di corporatura, emanava una possente energia positiva. I fiori con lei stavano bene, e anche noi. Si prendeva cura di tutti con amore floreale, come se ogni persona fosse un petalo, non solo un fiore, ma un singolo petalo di un singolo bocciolo.

MiaoMiao badava sempre a non far mancare sulla tavola un qualche incenso a bruciare, dei fiori, e si divertiva a fabbricare piccoli vasi e scatoline a mano, ridacchiando di gioia; usava tutto quello che riusciva a rimediare, riciclava tutto, in tutto vedeva bellezza e utilità.

Qualche tempo più tardi, quando seppi amaramente che LuLu era malato e che aveva dovuto abbandonare il nostro angolo di paradiso, perché non vi erano strutture adatte alle sue cure (anche il paradiso ha dei limiti), fui colto al cuore. MiaoMiao andò fortunatamente con lui e questo mi faceva stare meglio.

“De LuFa, come stai fratello?” così mi disse al telefono LuLu “ti devo dire una cosa. Io e MiaoMiao ci vogliamo sposare!”. Ero senza parole. Una splendida notizia. Cura d’amore per il suo tremendo male.

Oggi combatte in un qualche ospedale sichuanese e siamo rimasti d’accordo: quando ha voglia di vedermi basta girare la testa a Occidente, chiudere gli occhi e sorridere un po’. Allora io mi girerò a Oriente, dritto verso la luce del sol levante, verso di lui, e saremo vicini.

 

Scarica il PDF e metti insieme la tua copia Gratis! Distruggiamo i confini imposti dell’editoria di sistema!

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 11

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 8

Per il bancone Sanwa ed io eravamo d’accordo. Volevamo usare il legno. Non per una semplice motivazione estetica. Il bancone, dopotutto, è o non è il fulcro del bar? È o non è l’epicentro del cataclisma alcolico che avviene nell’anima del bevitore? Cosa dovevamo fare quindi? Non c’erano negozi di materiali nelle vicinanze e avremmo dovuto aspettare consegne, ecc. Ma eravamo in un villaggio di pescatori no?

“De Lu Fa, di che cosa sono fatte le barche?” chiese Sanwa.

“Be’ dipende. Alcune di resina, altre di legno, altre… boh” risposi bradipamente.

“Bravo! E sai cosa faremo noi? Noi andremo dai pescatori e con due soldi riusciremo sicuramente a prendere un po’ di legno e ci faremo il bancone! Loro hanno tanti rimasugli di antiche barche, di passerelle, e chissà cos’altro ancora, e sicuramente non ci fanno niente. Qui neanche ci accendi il fuoco l’inverno, fa caldo!”.

“Mi sembra un’ottima idea”. E lo era.

Mi strizzò l’occhio maldestramente felice della mia immediata e sincera approvazione. Una cosa però non avevamo preventivato, o almeno non lo avevo fatto io. Le tavole erano pazzescamente pesanti e molto sporche, incrostate di decenni di mare e di terra, di sabbia e chissà che altro ancora. Non ci volevamo neanche pensare. Lunghe anche a cinque metri ma, nonostante tutto, portarle sulle spalle era il massimo del pensiero della felicità. A mo’ di croci spezzate. Potevamo sporcarci di qualsiasi cosa, anche di letame, senza dover dare conto a nessuno se non a noi stessi. E in villaggio anche il letame non aveva più valenza di letame. Sì, era sporco, sì era disgustoso (alcune lo giuro, erano coperte di liquami oscuri!), ma noi ci giocavamo come pazzi. Eravamo tutto quello che volevamo essere, trasportatori di travi di legno dal passato, di croci coperte di letame.

Ma alla fine i pescatori ci gabbarono.

Seppur perfette per quel che dovevamo farci noi, Sanwa le pagò troppo e ne ebbe da dire per almeno una settimana.

Chissà come fanno i pescatori a sapere sempre tutto quel che devono sapere. Loro sapevano che quel legno era perfetto per noi. Loro che avevano visto tempeste lontane e tifoni memorabili sapevano che quei legni erano perfetti per il nostro bancone, così tirarono su il prezzo.

“La vedi quella roccia lì davanti” mi disse un’altra volta un pescatore locale, parlando un cinese mezzo cantonese. Bocca sdentata, occhi piccoli, guance rugose e arrossate dal sole.

Annuii.

“Ricordo quando venne il tifone più grande. Nella mia vita nulla può essere paragonato a quella potenza. Non ne ho mai visto uno più forte. Le onde superavano la roccia e si infrangevano al di qua! Era una cosa spaventosa! Ti rendi conto? Al di qua della roccia!”

“Saranno almeno cinque metri quel faraglione!”

“Anche di più, io direi otto metri. Pensa quindi quelle onde quanto erano grandi!”.

Tutto questo mentre Sanwa cercava di mercanteggiare con loro. E loro lo facevano apposta. “Queste travi hanno superato prove indicibili! Sono le migliori travi che puoi trovare sull’isola!” continuava il pescatore sdentato.

Fatto sta che alla fine le portammo a casa pagandole troppo.

Finalmente quelle travi diventarono poggiagomiti e scartavetrasogni da bar. Nel nostro bar. E che bar! Sembrava una nave sull’oceano più che un bar. Una nave che poteva ondeggiare a suon di vento e al suon di tutte le emozioni umane che lo attraversavano. Un avamposto. L’ultimo faro prima del nulla. Catalizzava energie sessuali, pulsioni intellettuali, mischiandole con semplice apatia e indifferenza. Sempre cara sia l’apatia a chi vuol creare bellezza! Dal vuoto viene il pieno, non viceversa.

“Sanwa, ora che le abbiamo prese, queste travi mi spieghi però come le portiamo su? Queste pesano! Mica vorrai farti quattro piano a piedi vero? E poi, non possono girare per le scale, sono troppo lunghe, dovremmo segarle prima. Sarebbe un peccato!”.

Mentre le movimentavamo avevo un cappello rosso, un bellissimo cappello rosso, perso poi nei flutti, in acqua, un giorno che onde particolarmente impegnative mi schiaffeggiavano particolarmente. Era uno dei più bei cappelli rossi che abbia mai visto. Piccolo e inadeguato per la mia testa e i miei capelli boccoluti. E nessun lupo di mare mi cercava per quel mio rossore in testa. Ero io il lupo e mi cercavo da solo affamato della carne della verità, non trovandola mai.

“Non preoccuparti per ora le mettiamo qui – rispose Sange indicando un posto subito sotto le finestre del piano terra- ho già comprato un montacarichi, sai, quello a bandiera! Dovrebbe arrivare tra un paio di giorni e nel frattempo il padrone di casa ci butterà sempre un occhio sulla legna così che nessuno gli venga in mente di portarsele via! Con tutto quello che ci sono costate?”

“Perfetto”.

“Così non appena arriva questo benedetto montacarichi lo possiamo montare fuori dal balcone di destra, là – indicandomi la posizione sul parapetto del piano attico – e dovremmo poter issarle tutte, una ad una, senza problemi. A turno andiamo su o stiamo giù. Tutto sta ad imbragare bene le travi!”.

“Ottimo!” riposi.

“Mi raccomando, quando giù ci sei tu, spostati da sotto mentre noi da sopra le solleviamo. Se cadono… sei fritto fratello!”.

Non c’è che dire aveva pensato bene tutto, anche al mio auspicabile schiacciamento con cappello rosso.

Due giorni dopo il montacarichi puntualmente arrivò. Se c’è una cosa meravigliosa della Cina è la velocità nelle consegne, la puntualità nel fare ciò che si è detto, i massaggi e i ravioli al vapore.
La ditta che consegnava era anche incaricata di istallarlo e così fecero, in men che non si dica, così, in giornata, iniziammo la delicatissima e chirurgica operazione di carico delle travi, dal piano terra al bar. Piano piano, una ad una, tutte furono prima assicurate al cavo di acciaio tramite un gancio massiccio e delle funi che dio solo sa dove erano state trovate e, senza particolari difficoltà, le innalzammo sino al quarto piano.

Frotte di bambini come libellule si divertivano ad additarci, neanche fossimo ingegneri egiziani impegnati nella realizzazione di una piramide o di un obelisco.

Nessuna trave uccise nessuno, né me, né i bambini, e neanche venne eliminata la signora del piano davanti che guardava curiosa, ogni tanto, tutte le nostre operazioni. Aveva uno sguardo assente, ma instancabile durante tutto il nostro lavoro di fissaggio e di carico. Forse non stava veramente osservando noi, si stava facendo semplicemente i fatti suoi alla finestra oppure era morta da tempo e imbalsamata apparendo solo quando qualcuno lavorava sotto la sua palma. Quale palma? C’era una vecchissima palma davanti al palazzo, proprio dove stavamo faticando col montacarichi. Era sempre stata là, evidentemente, prima delle costruzioni perché altissima. Era calma come una palma e mi aveva sempre colpito la sua possenza. Forse perché la palma è un tipo di albero che ho sempre ammirato e osservato su tutte le riviste di viaggio o di surf, sin da bambino. Le palme mi fanno sentire semplicemente bene.

Purtroppo le rovinammo alcuni rami. Me ne dispiacque molto, ma non sembrò soffrirne troppo. Ci era riconoscente del fatto che le volevamo bene. Comunque palma o non palma, la giornata fu lunga e dopo le operazioni di carico la signora sparì nuovamente. Non la vidi più, infatti.

Piallammo, pulimmo e scartavetrammo tutte le travi. Era come modellare corpi di antiche e splendide modelle. Come se in esse, l’essere antiche, l’esser vecchie e imponenti, sposasse perfettamente la natura della bellezza. Potevamo intravedere corpi statuari, mani nodose, seni e natiche grecoromane sopra ogni curva nascosta.

La più bella trave, la più aggraziata e regolare, cantava di gioia. Le sue porosità erano gioiose, come vestali ateniesi che si docciano al chiaro di luna. Sarebbe divenuta presto il nostro bancone, il luogo in cui le anime si incontravano la notte, strusciandosi le une nelle altre. Facendosi le fusa come i felini a Salomè.

Alcune avevano dei fori, dei buchi grandi circa come una nespola, probabili ferite da fuoco, colpi di lancia inferti ancora da un qualche Longino. Li riempimmo, curandole. Donando nuovamente continuità al loro flusso ligneo.

Anche noi ne avevamo bisogno, sapete? Dovevamo riempire tutti i nostri buchi, donare continuità al nostro flusso mentre il lavoro continuava fino a sera, ogni sera per diverse sere.

Sanwa era distrutto e anche io. Ma sentivo un’energia inestinguibile, come una cura. Come se la stanchezza che avvertivamo fosse solo un ricordo passato.

Quando col trapano mettemmo l’ultimo stop sull’ultima trave, l’intero locale tirò un lungo respiro liberatorio. Come una bolla che fa blop! Avevamo quasi completato il nostro progetto e tutto stava venendo esattamente come lo avevamo immaginato, e forse anche meglio.

Ogni nostro singolo pensiero, ogni vite inserita, ogni piallata data, ogni stuccatura erano scavo interiore. Infatti non ci sentivamo dei lavoratori, né eravamo degli operai, eravamo cavalieri estatici. Cavalli bradi che pascolavano sulla prateria del Dharma. Eravamo cavalcati dalle voci del destino. Altri nomi. Altri luoghi. Quaqquaqquà.

Ogni blocco di materia e ogni frangente di pensiero combaciavano perfettamente, e non potevamo sottrarci alla nostra opera-non opera di definizione. Avevamo un ruolo, quello del rabdomante, del mago che riesce a intendere la Natura, dopo anni e anni di praticantato silenzioso. Finalmente quasi riuscivamo a capire cosa volesse da noi il futuro, senza però comprenderne intellegibilmente il linguaggio. Il suo era un linguaggio non linguaggio, fatto semplicemente di significati e di significanti senza un codice specifico, con nessi non chiari, e noi intuivamo qualcosa senza riuscire a metterlo ancora pienamente a fuoco.

 

Scarica liberamente il PDF e fatti la tua copia. Basta delegare a editori appoltronati e lobbizzanti.

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte 1 Capitolo 8

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 7

Avevamo trovato le corde di canapa. Grondavo gioia.

Dare forma alle proprie immagini mentali, creare con la materia quello che si era solo immaginato prima era per me la più grande soddisfazione.

“De Lu Faaaaaa” gridava Sange per divertimento e per darmi la carica.

“Secondo te, Sange, dovremmo fare i nodi così o in quest’altro modo?” chiesi tutto coperto di polvere di bambù e di sudore appiccicaticcio mentre cercavo il modo migliore per intrecciare la canapa attorno alle canne di bambù.

Il calore specialmente in alcuni mesi dell’anno era quasi insopportabile, anche per me che amo il caldo tropicale, sicuramente il caldo il più sexy del pianeta. L’aria si faceva immobile di succosa umidità. L’aria non era aria, ma acqua satura d’ossigeno che si espandeva. Fosse stata ancora un po’ più umida avremmo visto i pesci volare, camminare sulla terra ferma, con cappello e bastone, e cantare Under Pressure. Avrebbero potuto assorbire ossigeno direttamente da questo nuovo suo stato, come faceva Bowie.

Io avevo sempre un bel costume a righe, capelli indietro, muscoli in tiro ed energia da svendere. Un vulcanico uomo trentenne sulla soglia del suo non so cosa, ignaro di tutto, slanciato verso le stelle. Anche se delle stelle si sa, noi non vediamo che un chiarore passato, un’ombra oscura, qualche scia luminosa.

“Mah, non so, potremmo provare in questo modo”, mi mostrò Sanwa, cercando di fare qualche nodo da marinaio senza aver mai veleggiato.

Le corde di canapa sono dure all’intreccio, alla lunga ti fanno male le dita. Sono fatte di un materiale semplice e molto antico. Bisogna saperle apprezzare. Bisogna trovare la giusta intenzione. Come se l’intreccio dipendesse molto anche dal respiro e dal rilassamento di chi le lavora.

Stavamo giorni e giorni a intrecciare bambù con canapa, come due artigiani – anche se non posso definirmi tale, ma anche gli artigiani sono artisti! – . Volevamo finire quanto prima quel lavoro di legatura per passare poi alla prossima rifinitura, al prossimo dettaglio. Quanto cari mi furono quei muri! Belli, densi come una notte primaverile dopo anni di tempesta. Dentro le canne del bambù si saranno poi anche annidate anime e stelle. Rinchiuse – attenzione! – non intrappolate. Nascoste, non addormentate. Desiderose di scandagliare ogni angolo di quelle tubazioni, come organi secolari. Eppure semplici tubi naturali, semplice bambù. Nato d’acqua.

Andavamo piano piano condensando una volontà che non era di mercato né di sola bellezza. Non potevamo creare il bello cercando di volerlo. Non ne saremmo mai stati all’altezza. Ma si condensava una volontà di vita, in fibrose canne verdi gialle e marroni. Gioiosamente. E molti amici ci venivano a trovare sganasciandosi dalle risate per il nostro lavorare folle.

La segatura del bambù, quando li tagli, vola pesante e leggera, i corpuscoli si
insinuano nell’aria creando colori felici nella luce come una taverna fantastica.

Al tramonto poi è commovente lavorare il bambù. Come bere un tè, non troppo caldo, non troppo freddo, in silenzio e perdersi negli occhi di un caro amico e di un ricordo delicato e lontano, e questi corpuscoli che volano ga ga ga ga kiu kiu kiu felici.

Un ricordo a cui il pensiero dà presenza, nel momento che dura e dura e dura ancora dura; non solo là ma anche sulla terrazza della psichedelico-casa del primo piano, sotto il promontorio, dove i fantasmi dei bimbi morti non ci disturbavano, anzi s’incuriosivano della nostra presenza ingenua. Ignari cercatori che cercavano solo il modo di comunicare al meglio la bellezza in un vento di corpuscoli colorati ga ga ga ga kiu kiu kiu kiu felici!

E noi continuavamo a tagliare a intrecciare.

“Dai, dai che non ne mancano poi così tanti Sanwa!” lo incoraggiavo. Asciugandomi il sudore con il mio braccio polverosamente peloso.

“Sì, dai, ce l’abbiamo quasi fatta! Ma dopo questo muro, sia chiaro, sopra cerchiamo di fare qualcosa di più semplice, va bene DeLuFa? Niente spaghi e niente incannucciati di bambù! Non farmi altre sorprese, ok?”

“Ok.”.

Non fu così. Come temeva. Ga ga ga.

Finita la nostra missione giornaliera a base di bambù, andammo a cena. Oh quanto erano poderose le nostre cene sichuanesi! Lungo la via principale del paese vi erano tre quattro ristorantini locali, ma noi andavamo perlopiù sempre allo stesso. Non era niente di più di una stamberga familiare, una grande stanza allungata, un patio e quattro tavoli circolari e ben due frigoriferi strapieni di alcol. Ah, avevano anche un patio retrostante che incorniciava le nostre possibilità di gaudio, ma non so perché, là, non andavamo mai. Il proprietario era un panzone piazzato e sorridente. Un tipo allegro, e talvolta si poteva incontrare anche lui fare surf giù alla spiaggia. Lo riconoscevamo anche da lontano per via del bombato profilo rinascimentale. Mi scordavo sempre il suo nome e si vede, non l’ho scritto, anche perché tutti lo chiamavano semplicemente Laoban (capo). Così facevo io. Un appellativo comune che si usa per tutti i capi in tutti contesti lavorativi in Cina. Tant’è. Sul patio i tavoli erano sbilenchi, non si reggevano in piedi bene da soli, specialmente se dovevano reggere il peso degli ubriachi che si appoggiavano sopra farneticando storie. Si poteva assistere a spettacoli serali senza biglietto e senza esclusione di colpi di scena. Personaggi improbabili che probabilmente sarebbero riapparsi per nuove serate si alternavano sul palcoscenico del “Sichuanese” (nessun nome per il ristorante, tutti lo chiamavano così. Faceva cucina sichuanese del resto). La chiarezza batte la fantasia quando si ha fame! I pilastri della tettoia, in ferro laccato nero facevano cornice e siparietto a tutto. I loro angoli erano già mezzi arrugginiti e ovunque spuntavano i primi stickers surfistici, alcuni anche vagamente rivoluzionari. Un nuovo sole stava per sorgere in Cina. Già, e chi ci credeva? Noi sì. I primi marchi, cominciavano a fare capolino facendosi largo e facendo cultura. Là dove ancora non c’era nulla di simile, volevamo instillare l’amore per la libertà attraverso il surfing e la vita da spiaggia.

La Cina non era infatti mai stato un paese balneare, nonostante i suoi ben
quattordicimilacinquecento chilometri – ripeto quattordicimilacinquecentochilometri! – , di costa bagnata dall’Oceano Pacifico.

Ma da poco tempo gli houhainesi avevano cominciato a fare l’abitudine a queste tavole colorate, di ogni forma e dimensione. Tavole fornite di mannaie appuntite (le pinne) che, alcuni forestieri e qualche timido cinese, portavano in giro tutti bagnati, con sorrisi a quattrocento denti ciaffettando i piedi nudi nelle pozzanghere del villaggio.

I primi marchi ad arrivare furono Santa Cruz, Mescaline e poi c’era Chinasurfreport, un webmagazine che gestivo in solitaria per la promozione del surf in Cina. Che follia! La prima “rivista” online di surf della Cina. Ma erano giorni entusiasmanti per tutti! Decine e decine di altri brand nazionali, specialmente di skaters, cominciarono ad apparire sui muri del paese e, piano piano, su quelli di tutte le città. Nel nostro caso nei corner dei ristoranti-bettola e nei bagni dei pub, e anche sopra la tazza. Nanshan (Montagna del sud), era uno dei più rivoluzionari gruppi di skaters cinesi, fondato da un visionario Liu Bao, e si espandeva bene. Erano rigogliosamente folli e non ce la facevano più ai soprusi sociali. Venivano da Xi’an, la città del famoso esercito di terracotta, la tomba del grande primo imperatore della Cina, QingShiHuang. Tutti questi brand cercavano di avviare una vera rivoluzione culturale pacifica. La rivoluzione del surf. Anche se… a dire il vero, nell’antichità, i cinesi conoscevano già
l’ebbrezza di cavalcare le onde. Lo chiamavano Nongchao (usare la marea), ne parla anche Li Yi, già ai tempi dell’epoca Tang. Cosa facevano esattamente questi avanguardisti orientali? Cavalcavano le grandi onde del fiume Qiangtang, che passa per Hangzhou, ma non usando tavole da surf, bensì tronchi leggermente smussati ai lati. Le prime primordiali tavole da surf-canoe! Incredibile, no?! Quindi scoprimmo in Cina che il surf non era solamente un primato hawaiiano. Anche nell’oscurità cinese qualcuno aveva osato cavalcare masse d’acqua. Però, a differenza di come andò poi a finire a Waikiki, l’imperatore cinese ben presto vietò il Nongchao, ufficialmente perché ritenuto pericoloso. Ma dai, non siamo ridicoli! Da quando in quando il sovrano, di una nazione, di oggi come di ieri, tiene veramente così ansiosamente alla salute e alla vita dei propri sudditi? Tanto poi da vietare loro un’attività ludica e spirituale come quella del Nongchao! L’imperatore aveva probabilmente paura che il popolo potesse distrarsi e affrancarsi spiritualmente dal lavoro dei campi, produrre meno. Il popolo doveva lavorare, sudare, produrre produrre produrre. Come richiesto oggi e da sempre dovuto. Il popolo no! Non può evolversi spiritualmente, se non nei modi e nei luoghi previsti dal credo ufficiale di ogni civiltà . Il Popolo deve rimanere prigioniero della produttività e del progresso in onore del Re.

Sì, ma cosa c’entravamo poi noi in tutto questo?

Cercavo d’immaginarmi un altro quando, un’altra epoca, mentre guardavo attorno la scena, mentre aspettavo che il panzuto Laoban venisse a prendere l’ordinazione. E pensavo come sarebbe stato utile liberare la Cina dalla morsa del capitalismo esasperante, un capitalismo mascherato da comunismo, in cui la fratellanza finiva lì dove cominciava il tornaconto personale e dove gli zeri veramente valevano tanto, troppo. Se pensate che troppo da noi sia troppo, be’ non lo è ancora abbastanza! Liberare la Cina, voleva dire anche liberare l’Occidente. In un’ottica di connessioni. E
il surf era il nostro cavallo di Troia. E sempre di mare si tratta.

Oh! Finalmente si poteva ordinare da mangiare! Arrivò il Capo.

Ni hao, DeLuFa, non ti ho visto oggi in mare! Come mai?” ruppe le acque preparandosi matita e blocknotes.

“Ei Capo! Hai ragione, ma sai, io e Sanwa stiamo cercando di portare avanti il lavoro più velocemente e le onde non erano delle migliori oggi, almeno quando sono andato a controllare prima…” risposi guardando il menu. Un foglio ingiallito dal sole, senza figure. (se non sapevi il cinese eri fottuto, fratello!).

“Mmmm – annuì finendo di girare le ultime pagine del suo quadernino minuscolo su cui sembravano esserci anche dei disegnini – Allora, che cosa prendete?” disse pronto. “A me, del maladoufu (toufu piccante) con del riso, e un bel piatto di jiucai (erba cipollina) alla piastra come la fai tu! Prendo anche due bottiglie di Haimagong, e due lattine di succodi cocco” quello volevo… delizioso.

“Ok, serviti pure per l’alcol. L’haimagong lo abbiamo spostato ieri sera, sta nel frigo di sinistra!” Mi alzai di scatto assetato com’ero.

Haode, wo kan dao le! (va bene, l’ho visto) grazie!”. Era sempre alla temperatura perfetta! Sange volle come al solito la carne di maiale, adorava mangiare lo huiguorou, melanzane a tocchettini e riso.

Prima di arrivare ad Hainan non avevo mai sentito parlare di tanti tipi di liquori e distillati, di tanti tipi di piante. Avete mai provato a bere latte di cocco mischiato a liquore di cavalluccio marino? Un gusto assolutamente pazzesco da far uscire di testa! Spesso le serate finivano o cominciavano prima del previsto proprio grazie all’influsso alcolico dei cavallucci marini misti al cocco! Che sbronze passesche sotto luci cinesi, in locali cinesi, assieme a cinesi bevendo bevande cinesi. Ma i cavallucci marini no, non erano cinesi. Pare venissero dal Giappone.

Riben gui” (diavoli giapponesi) così li chiamavano spesso. Diavoli giapponesi.

Lo stupro di Nanchino, e non solo quello, non era mai stato digerito del tutto, e i cinesi non dimenticano.

I bambini e i vecchi non dormivano mai ad Houhai. Certo non erano neanche apparentemente mai troppo svegli. In relazione al nostro modo d’intendere una persona sveglia, vispa d’intelletto. Qual era il loro miglior passatempo? Il dolce far nulla. Starsene seduti ore e ore, giorni, mesi, presumo interi anni a guardare spiriti passare davanti le loro case. Che solo loro potevano vedere coi loro occhi allenati.

Forse che invece siamo noi i fantasmi di una dimensione in cui quelli che noi consideriamo spiriti sono in realtà viventi? Sulle entrate delle case, cos ìcome dei ristoranti, c’erano dei piccoli amuleti, come piccoli orologi da muro, esagonali, con trigrammi su ogni lato e uno specchio al centro o tanti specchi concentrici rifrangenti i raggi del sole e, di notte, della luna.

Amuleti per allontanare i demoni, spiriti maligni, o forse noi stranieri, o forse il partito, forse qualcosa di ancora peggiore. Chissà, magari il cambiamento.

“AAAAAAAAAAA dai Sanwa ganbei! ganbei ganbei!” (salute salute salute)

“Ganbei DeLuFa, al nostro prossimo locale!”

“Alla nostra DI-MEN-SIO-NE! Non è un locale è una DI-MEN-SIO-NE! S,ì perché noi siamo diversi Sanwa, non te lo dimenticare mai. Siamo magici! Abbiamo creato, stiamo creando qualcosa che non aveva mai fatto nessuno qui nei tempi dei tempi e che mai rifarà mai nessuno più! O non così!”

“Nei tempi dei tempi…” bisbigliò Sanwa portandosi alla bocca un altro bicchierino, “Sei proprio sciroccato, è solamente un locale…”

Zai shuo yi bian!?” (ridillo ancora!?) intimandogli scherzosamente a brutto muso di fare chissà che.

“ ok ok è una DI-MEN-SIO-NE! Hai ragione tu!”

“Meglio! È così , esattamente come dev’essere”

Ganbei”.

Ganbei”.

Continuavamo a bere scoppiando di tanto in tanto in fragorose risate, come bambini sul dorso di cavalli a dondolo volanti. Cavalli che potevano non solo andare avanti e indietro, ma che potevano mostrarci viaggi meravigliosi, che potevano andare oltre la magia.

“LLLLAOOBBANNN! Il conto, grazie!” gridò Sanwa.

“Arrivaaaaa!” rispose mentre finiva di sistemare alcuni piatti e alcuni bicchieri sporchi. Pagava sempre Sanwa.

Dopo mangiato c’incamminammo verso est, in direzione dei locali, dei due tre semplici localetti, nella fitta oscurità della baia. Le linee sulla via erano come pennellate d’oro sotto la luna. Non ricordo nessuna luna hainanese più piccola della grandezza di una noce. Erano gigantesche! Prendete una noce e mettetela tra voi e la luna. Vedrete che la luna occidentale, cittadina inbombettata, non è mai più grande di una noce. Ma a Houhai, oh a Houhai, la luna era enorme! Ci potevi anche quasi aprire le noci sbattendogliele addosso, le potevi spaccare in due, frantumare, e questo solo con la luce lunare. Poi l’aria calda si infiltrava tra i profumi, come una panna accogliente, e le gambe alleggerite dall’alcol potevano camminare fino oltre la spiaggia e la scogliera. Semplicemente per osservare l’infinito. E lo facevamo spesso e non ci tradiva mai lui, lui era sempre lì, l’infinito.

Il giorno dopo, come ogni giorno dopo, mi svegliavo presto. Le onde chiamavano. Erano sempre pronte prima di me. Alba dopo alba, tramonto dopo tramonto, mareggiata dopo mareggiata. D’altronde vivendo sulla spiaggia non ci si può esimere dall’addormentarsi col ruggire del mare e con lo scrociare dei diluvi. Quando le onde erano veramente grandi mi svegliavo dal fragore sin dentro le orecchie. Il suono lanciava coltelli contro le finestre. Così non restava che ficcarsi la licra per ripararsi dal sole, ficcarsi il cappello e via in acqua, lungo la scala di sabbia color sabbia.

Le nostre session non erano mai da sfinimento. Non ci strafogavamo mai di onde perché erano abbondanti, onnipresenti. Preferivo di solito, uscire dall’acqua un poco prima della distruzione totale. Volevo lasciarmi dentro un languore, dolce, un più grande desiderio per la session seguente.

Bella la vita ad Hainan! Sapevamo tutto, perché non c’era niente da sapere. Né volevamo fare più del dovuto. La nostra era pura commemorazione, una preghiera continua. E stavamo finendo il locale, in una saggezza contemplante, una calma come quella di agosto a Roma, quando a mezzogiorno e mezzo, nell’ora più calda, non c’è nessuno per strada. Questa era la dimensione del nostro cuore. Ricolmo di calma e staticità di desideri. Avevamo tutto. Nulla di più destabilizzante di un mezzogiorno e mezzo nel cuore.

 

Scarica il PDF e stampa gratuitamente la copia del tuo libro.

Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 7

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1