Parte Prima – Capitolo 13.1

La sera ci incontrammo finalmente con Xiao Dongge andando a trovarlo direttamente al suo pub. Non c’era un gran che d’illuminazione né dentro né fuori. C’erano solamente alcuni lumi fosforescenti dipinti a mano e anche le pareti erano imbrattate da murales sgargianti che con la strobo riflettevano luce come pappagalli psichedelici nella foresta.

Xiao Dongge sembrava un messicano, nel modo di vestire e anche la pelle era un po’ scura, olivastra. Ci accolse in maniera schiva, frettolosa, non s’aspettava ch’io fossi un laowai. Evidentemente Ajie aveva omesso questo piccolo dettaglio, ma non mi preoccupavo, ero apposto e non avevo nulla da nascondere.

“È un vero compagno” dicevano di lui, “è forte” diceva Ajie.

Per alzare qualche soldo, oltre la gestione del locale che si trovava sul retro di un palazzo orrendo in cemento, come quelli a cui ero abituato da giovanissimo, le case popolari kubrickiane del Nuovo Salario, del Tufello o di San Basilio, nella periferia nord di Roma, Xiao Dongge spacciava. Era un pusher. Si muoveva tra i giovani negli ambienti musicali underground di Chongqing e tutti lo rispettavano. Era specializzato praticamente in tutto e tutta roba buona: coca, ero, anfetamine, acidi artigianali, pasticche e ovviamente erba. Tutti lo conoscevano e lui tutti conosceva. Aveva una testa particolarmente bombata e qualcosa di misterioso negli occhi, ma forse era solo la droga che lo rendeva strano e leggermente asimmetrico. Dal canto mio amavo la chimica a scuola e la geografia astronomica al liceo, cose che messe insieme se ti prendi una pasticca potrebbero avere in comune teoremi e corollari, ma non ho mai amato confondere le due cose, chimica e sangue. Non ho mai amato le pasticche e tanto meno le varie polveri da inalare o sparare. Tutta roba non aveva mai avuto nessun attrazione su di me. Anzi la odiavo. Alcune sostanze erano strumenti per lo sviluppo dell’io, e non per lo sviluppo del business della morte.

Xiao Dongge diffidava di tutti, doveva farlo, questa era la sua deformazione professionale. Parlava poco, molto poco, e faceva bene. Parlare poco è sempre un bene. Senza considerare che la polizia cinese aveva spie dappertutto e si poteva intrufolare ovunque e comunque se solo avesse voluto.

Ma Xiao Dongge non era così ambizioso da cacciarsi in grossi guai, amava troppo la vita e il divertimento per farsi fottere facendosi incastrare. Non aveva nessuna intenzione di perdere la sua amata libertà.

Partimmo la mattina presto, nonostante la lunga nottata. Aveva una sgangerata station wagon rosso bordeaux, che probabilmente non veniva lavata dalla rivoluzione culturale dei anni Sessanta. Ma andava una bellezza e a noi questo bastava.
Ajie era entusiasta e sul suo sedile saltava come un pargoletto che andava in una gita fuori porta alle cascate delle Marmore. Erano anni che non rivedeva Xiao Dongge, e mettersi sulla strada con lui e con me lo esaltava. Non la smetteva di parlare di volersi calare subito qualche goccia di LSD non appena fosse arrivato, e mancavano ancora alcune ore di macchina alla nostra destinazione.

Prendemmo la superstrada sessantacinque verso est in direzione Guizhou guidando per circa duecento chilometri, e la strada, via via che ci allontanavamo da Chongqing, diventava sempre più verde e cominciava a salire gradualmente. Aumentavano i tunnel e si facevano più rade le auto con tutte le altre solite fastidiose interferenze umane. “Avrebbero rovinato il panorama” ci dicevamo concordando vicendevolmente sulla cosa.

Raggiungemmo la contea di WuLong nel primo pomeriggio e da l ìmancava pochissimo, eravamo praticamente arrivati.

Ad aspettarci vi era una radura con un dolce declivio sulla sinistra, ai lati un fitto bosco stile Appennini. Sembrava effettivamente di essere tornati in Italia, sui nostri monti Simbruini. Il parcheggio era costellato di grandi pietre che slalomeggiammo attentamente con la macchina fermandoci di fronte a un grande masso di due o tre metri con dei bracci in pietra a mo’ di ganci. Ci avremmo potuto legare i cavalli se mai ne avessimo avuti.

Un grande palco con grandi fari e innumerevoli strobo era già pronto sullo sfondo e un paio di stand sulla destra erano stati già allestiti a mo’ di fiera di paese.

Si preannunciava un gran casino. Un rave party nel bosco. Ci eravamo trovati proprio in occasione di questo enorme evento estivo che ormai ogni anno si ripeteva per la gioia di molti.

Ajie avrebbe rivisto amici da tutte le regioni vicine, accorsi per celebrare l’estate e gli ultimi anni di gioventù e di vita. Tutti erano desiderosi di abbandonare la morsa opprimente della società cinese e i suoi obblighi culturali e sociali anche solo per un paio di giorni.

I giovani cinesi stavano maturando una fortissima spinta ed esigenza di libertà. Cosa che avevano sempre desiderato nel corso della storia e mai ottenuto. Zhuzi Paidui (Bambù Party), così si chiamava, anche se di bambù (Oddiomio ancora bambù!) non ce n’era neanche la minima ombra, e tutti partecipavano straripando dalle quattro direzioni, tutti i freak, i beatnik e i punk provenienti da Chongqing, Chengdu, Guiyang, Xi’an e le maggiori altre megalopoli cinesi. Qualcuno anche da Pechino e Shanghai. Bambù party era un vero e proprio festival psichedelico tra i monti, nel nulla. Non volevano nulla svanendo nel nulla. Eravamo fantasmi, spiriti alla ricerca di un’illusione di vita visto che ce l’avevano uccisa.

“Ei DeLuFa, vieni qua! Un paio di gocce di LSD? È purissimo, vuoi?” mi chiese un’amica di Xiao Dongge, con un gentile gesto del viso e della mano, e mentre impugnava il contagocce continuava a dispensare doni eleusini a una lunga fila di giovani convenuti per la celebrazione. “Cento renminbi a dose! Cento renminbi a dose!” diceva a tutti.

“No grazie, magari più tardi, preferisco le cose naturali, l’erba o i funghi… ” risposi senza scompormi. Sembrava non capire come mai fosse possibile dire no a quell’acido e una piccola smorfia di disappunto le apparve sul volto. Ma la perse subito. Era troppo impegnata a continuare lo stillicidio di sogni siderali, che di lingua in lingua, elargiva ai ragazzi e alle ragazze (alcune bellissime) ormai o già pronti ad accogliere questo sacramento della saggezza universale. Bastava una goccia e ti ritrovavi a parlare con entità aliene, potevi venire colto in fragrante da una qualche astronave ed esser sottoposto a torture o a esperimenti da entità -folletto o da esseri metà uomo metà bestia. Tutto poteva succedere al Zhuzi Party!

Xiao Dongge sembrava conoscere bene la zona, perché si muoveva agevolmente tra i grandi massi e le buche del terreno, e conosceva tutti. Eravamo arrivati molto presto, c’era solamente un centinaio di persone al massimo. Non c’era fretta. Le altre sarebbero arrivate con il calar del sole come vampiri in un film di Tarantino.

Ajie occhieggiava in giro per vedere se riusciva a trovare qualche altro amico e amica e ne incrociò vari prima di essere catapultato lisergicamente nell’iperspazio a salutare per un tempo infinito i cristalli gotici della percezione.

Verso cena cominciò ad arrivare il grosso della gente, carovane di giovani, pullman come quelli di Woodstock, senza fiori e senza chitarre.

I volti dei commensali chimici erano tesi, venuti tutti in cerca di distensione. Questa generazione della disperazione acida. Succhiavano alberi, ingurgitavano di tutto, tutto andava bene pur di dimenticare. Dimenticare la fisicità della sofferenza e dell’oppressione. Il ricordo non era cosa buona e giusta. Non volevano ricordare, mi davano l’impressione come di voler solamente disintegrarsi. Volevano solo evanescentemente sparire. Con un semplice e candido “puff”. Come quando ti scoppia una bolla di sapone sul naso e poco prima riesci di sfuggita a vedere le striature della luce sulla sua superficie gommosa e saponosa. “Puff!”. Ne spariva uno. “Puff!”. Eccone scomparire un altro. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. Verso il nonscientifico brio dell’universo sconosciuto delle loro visioni.

Arrivò presto un’altra macchina con alcuni amici di Ajie e Xiao Dongge e, dopo essersi abbracciati tutti calorosamente, si calarono chi una chi due gocce di LSD purissimo, ridendo come bambini stesi al vento. Io ancora una volta non ne volli, continuando a fumare la mia dolce erbamica. Volevo avere la situazione sotto controllo, e vedere con occhi comuni questo nostro viaggio. Non mi fidavo neanche molto di queste droghe chimiche fatte in casa da mani potenzialmente inesperte. Chissà da chi. Continuai a modo mio guardando i colori dei loro occhi mutare angolazioni di visuale e nessuno di loro aveva allacciato la cintura di sicurezza.

Ajie si stava lavorando una ragazza molto giovane e molto svestita, sembrava quasi di essercisi unito alchemicamente; avevano entrambi preso l’acido e aspettavano salisse rotolandosi nel prato via via sempre più buio della Montagna delle Fate.

Mentre la notte diventava sempre più invisibile, una fiumana di figure, via via meno distinguibili dalla massa presente, confluiva lentamente come comparendo da una porta multidimensionale sul lato esterno del bosco. Il battito della musica elettronica di sottofondo cominciava a farsi più forte, era cominciata la festa. Ed era un pandemonio!

Sembrava di essere caduti in una burella infernale, anzi in un ring infernal-paradisiaco, dove angeli e demoni potevano mischiarsi e copulare, strafarsi, ingiuriarsi, amarsi senza nessun giudizio e nessun giudicatore, perché lui era alla consolle. Erano spiriti che si cibavano delle paure e delle gioie, di tutti i reconditi desideri umani. Erano tutti là, a portata di mano e di vista. Sesso, droga e disperazione, tutti shakarati in un ago psichedelico dritto al centro del cervello e poi BUM! Dritto all’interno dei nervi, giù al centro del terzo occhio. BUM! Dove tutto si vede senza occhio e tutto ha un senso maggiore.

“Ajie, io vado a vedere là che cosa ci sta in quegli stand, ok? Vuoi venire?”

“Dai, vengo con te, De Lu Fa! Dovrebbero essere anche loro amici miei… lo so che cosa hanno… andiamo a provare…” rispose con i muscoli del viso che si tiravano sempre più. Il sorriso si contraeva. Il naso induriva. Aveva cominciato il trip.

“Ei! Chi si rivede!? Il vecchio Ajie! Come mai da queste parti?”.

Era una ragazza con rossetto nero e un vistoso piercing sulla lingua. Capelli rossi-viola e lenti a contatto bianche.

“Sono qui con questo mio amico, De Lu Fa! È italiano ed è il mio bodyguard, quindi no farlo incazzare sennò spacca tutto!”.

“Ah Ah! – sorrise vagamente senza badare troppo alle sue parole – Piacere, De Lu Fa”. Dandomi la mano e scrutandomi da dietro le pennellate di colori e i pentagrammi di note che venivano sputati dalle case che aveva dritto dritto dietro di lei.

“Piacere…”.

“Xiao Li – disse presentandosi – , chiamami Xiao Li. Vuoi delle spacecakes al cioccolato? Le abbiamo fatte con le nostre mani…”

“Be’ perché no? Dammene una, anzi due… adoro il cioccolato!”.

“Uaaaaaaaaaaaaaa! Bravo De Lu Fa!” cominciò a ridere Ajie incontrollatamente. L’acido gli stava bussando nell’animo passandogli per la testa. Lo guardai senza dire nulla, mi piacevano i suoi occhi scuri ancora più grandi e tondi. Vedeva più cose, percepiva più cose, pensava più cose.

Pagai le due tortine, erano un po’ più grandi delle vecchie camille del Mulino Bianco, solo che queste erano speciali. E poi non si sa mai che cosa ci ficchino dentro le merendine per bambini oggi come oggi, no? Almeno in queste si sapeva, noooooo? Cioccolato plus erba. Il sapore era indescrivibilmente sessuale. Non poteva essere altrimenti. Erano fatte dalle fate della montagna, e Xiao Li doveva essere sicuramente una di queste. Mi guardava fissa, mentre tutto vibrava con quegli occhi bianchi! Aveva voglia e desiderio di uccidermi o forse di mangiarmi mentre mi cavalcava nel fitto del bosco e tutto girava girava nel fuoco e nelle stelle su su tra i rami degli alberi, mentre i nostri capelli si mischiavano e si aprivano porte su dimensioni incommensurabili. Il flash si spense. Eravamo ancora lì e mi guardava ancora.

“Sono contenta ti piaccia, De Lu…” si era scordata il mio nome.

“…Fa. De Lu Fa! Non preoccuparti sono abituato. Non potevo certo chiamarmi Xiao Long. Troppo cinese, no?”.

Annui. Non le interessavo già più. Era disfatta. La gente, lentamente, protendeva le braccia da dietro al bancone e la assalivano per più tortini psichedelici come zombie affamati di carne e sangue.

Finii di masticare la prima tortina (Ajie ne prese solo un morso) e misi la seconda dentro il sacchetto di carta marrone che mi avevano dato. Lo inserii attentissimamente, con una lentezza quasi polifemica, dritto giù nella tasca. Ero pronto. Incosciente, sembravo un bambino al luna park che aveva perso la famiglia sentendo di attraversare la vita con gli occhi di chi la vede per la prima volta da solo. Il bosco attorno mi si stringeva come in un abbraccio e i ragazzi si stringevano al centro del bosco con una palpabile esplosione di vitalità. Volevano gioia, tutti vogliono gioia, no? Felicità! Saltavano, ballavano, come cercando di scrollarsi di dosso strati e strati di volti, livelli di marcio, di lordure, alcuni si svestivano, non sentendo più l’umidità, il fresco di quella notte apparente.

“Vieni Ajie, andiamo!” gli gridai tirandolo per la maglietta mentre mi intrufolavo tra la gente. Stralunati loro, stralunato io. Sembravo essere l’unico straniero tra migliaia di cinesi e per questo mi guardavano ancor più come un alieno. Simile tra dissimili, dissimile tra simili.

“Dove vuoi andare De Lu Faaaaaaa?”, sentivo la voce di Ajie provenire attutita da tutte le direzioni e dalla massa sonora. L’impatto della musica era assordante, era un esplosione di suoni e di colori. Solo le stelle erano fisse, sulle nostre spalle e sulle nostre teste. Un cielo stellato incommensurabile, di quelli che raramente possono esser visti in Cina. Lo smog era stato messo dentro per eccesso di velocità: non riusciva a raggiungere cotanta bellezza, non quella sera almeno. Qualcuno avrebbe dovuto pagare la cauzione, ma nessuno voleva. Eravamo tutti presi mentre Mr. Smog rimaneva imprigionato tra le cappelle dei grattacieli di città. Voleva schiacciare l’umanità sempre più verso il basso. Voleva schiacciare tutti coloro che non riescono a convertirsi o a scappare, ripetendo sempre il monito “Non potrai sfuggire, non potrai sfuggire, non potrai sfuggire…”

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 13.1

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