Parte Prima – Capitolo 15

Prendemmo il treno della notte. Un bel treno. Se lo vedevi da fuori era tutto pulito come uno scolaretto col paniere. A ogni fermata lunga, apparivano da ogni dove omini vestiti di blu che sudavano sudavano per pulirci il guscio. I vetri sembravano invisibili, si poteva avere quasi l’illusione che non ce ne fosse alcuno, tanto sudavano per la perfezione ingrata. Dentro invece era tutto duro.

Prendemmo delle birre nel vagone ristorante che bevemmo guardandoci in faccia e guardando fuori in ansia di vedere oltre ancora.

Da Chengdu volevamo raggiungere Guiyang, nella provincia del Guizhou. Una delle zone più povere della Cina. Non era lontanissimo in termini cinesi, eppure ci aspettava un viaggio di circa novecento chilometri. In una nottata ce l’avremmo fatta senza problemi e io ero curioso, non ero mai stato neanche là. Ne avevo sentito parlare bene da chi era povero e male di chi era ricco e io, non sapendo quali parametri utilizzare, non sapevo cosa fossi, povero o ricco. Non ascoltavo nessuno e volevo andarci di persona anche solo per guardare e testimoniare. Non m’interessavano le opinioni degli altri sugli altri. Tanto è vero solo quel che si crede sia vero. Io volevo vedere con i miei occhi, quell’altro sputo di mondo cinese. Volevo capire dove cadevano e dove si rialzavano, volevo mettere un dito nelle cicatrici e svelare il bello e il brutto, incrociandoli sulla lingua delle persone così come ai crocicchi ci paese. Ero interessato a scoprire il non senso di suoni che si sente dalla sofferenza e dalla gioia umana. Senza senso. Come un fischietto per cani che tu non senti, ma il cane, sì, lo sente. Come un’esplosione di stati d’animo umani. Questo sentivo, viaggiando dentro me stesso. Non c’era povertà e non c’era ricchezza. C’erano solo giusto e sbagliato, verità e menzogna, Dio e Satana, luce e ombra.

Fuori dal finestrino potevo distinguere scorrere e salutare con la mano anche tutte le mie paure e le mie angosce. La paura di non arrivare, la paura della paura, la paura di non esser mai partito davvero, la paura di morire, la paura di vivere.

Mia moglie mi odiava. La mia famiglia piangeva, mentre io vagavo come un cavaliere sotto la pioggia chimica del futuro. Non guardavo neanche la cartina per vedere chiaramente dov’ero o dove non ero: da qualche parte là, e questo mi bastava. Lontano dalle rotte tradizionali (che vuol dire tradizionale?), dai luoghi del commercio e dei turisti. Oddio quanto odio i turisti! Sono l’apoteosi dell’impoverimento umano da superficialità vacanziera. E poi tutta quella felicità smielata di cosa? Libertà a scadenza. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette, meno sei, meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno. Dannazione, sono di nuovo schiavo per un anno! Devo pagare il mutuo!

I turisti sono la dimostrazione di come l’uomo sia stupidamente incapace di cambiare vita, sempre più schiavo della macchina e del sistema. E così viaggiano desiderosi di perdersi nelle vite e nelle usanze altrui, di rilassarsi (“Oddio Claire, cara, ho proprio bisogno di rilassarmi in questa vacanza, ho già preso appuntamento dal parrucchiere per giovedi prossimo e poi parto, non vedo l’ora, ne ho proprio bisogno!”) senza avere neanche la forza necessaria per cambiare se stessi.

Be’, ho sempre pensato che solo abbandonando si ha veramente amato. Solo lasciando andare, non vedendo, non abbracciando, non sentendo, non baciando; solo distaccandosi totalmente, solo lasciandosi veramente, indescrivibilmente, senza compromessi, pratici o mentali, solo così facendo si può capire veramente, globalmente, unicamente cosa voglia dire restare, amare, decidere. E il viaggio non è contemplato in questa dinamica di mutazione dell’essere.

Io non volevo e non voglio nulla se non vedermi in faccia, ma finora nessuno specchio ha mai potuto riflettere la mia vera immagine, tanto meno quelli degli hotel turistici di periferia. Sentii che anche Budda era andato in vacanza. Dicevano avesse lasciato il Paese. Secondo me aveva abbandonato il pianeta o si era nascosto, entrando sotto la pelle di un animale invisibile, serpentino, cambiando apparenza, ma non sostanza, e adesso gioca a carte con Cristo (ma nessuno dei due sa barare!); giocano nudi e nessuno dei due vince mai. Si accorgono solo alla fine che, ogni volta, manca sempre una carta. E sempre la stessa.

Guardavo Ajie dormire, con la testa poggiata sul tavolino ripiegabile del treno e avrei tanto voluto dormire anch’io un sonno chiaro e definitivo.

Andare in treno è una delle più profonde esperienze spirituali che un uomo possa fare sotto i quarantanni. Superati i quaranta, cambiano le cose. Ne sono convinto. Se non cambiano, vuol dire che non si è saltato su treni a sufficienza e non si è scavato a dovere in precedenza. Ora per me, poco sotto i quaranta, è presto o è già tardi?

Fatto sta che quel dannato treno correva nella notte, in un buio forsennato e mi veniva quasi la febbre solo a guardare fuori l’oscurità.

Girai una trella da me e Ajie si svegliò subito, neanche avesse avuto il radar o l’antifurto per sottrazione indebita di marijuana dal taschino. Era un controllore di ganja. Meglio così. Può sempre risultare un potere utile, prima o poi, avere  un amico così.

“Dà qua, faccio io” disse, prendendo l’impasto di tabacco ed erba che avevo nel palmo della mano sinistra.

“Perché scusa? Sto facendo io, che cambia?”.

“Non ti posso vedere fartela fare da mancino, e poi sono io il rollatore ufficiale della spedizione! Tu sei il baobiao (bodyguard)! Non confondiamo i ruoli per favore! Ah!” disse mezzo sbadigliando e bevendo una lunga sorsata di birra ormai calda. Poi fece una faccia insoddisfatta ma, senza lamentarsi, continuò nella sua opera.

“Dai te ne offro un’altra io… PADRONE! Ti va?” dissi alzandomi. E la trovai anche una buona occasione per sgranchirmi un po’ le gambe. Erano ormai già alcune ore che eravamo in viaggio e non mi ero mai alzato.

“Torno subito” dissi.

Annuì sorridendo, con la sua solita faccia da schiaffi, come a dire “ok ok zitto zitto ci sono quasi!” mentre finiva il rollaggio.

Potevo finalmente camminare un poco. Percorrevo i vagoni sbirciando dentro i vari scompartimenti. Ci si può trovare di tutto, tutti i tipi di persone, quando si viaggia in treno la notte. Chi ha il demone del non dormire può imbattersi nei propri simili, ritrovandosi spesso a raccontare la propria vita o a sentire storie lontane e struggenti. O belle. Avevo viaggiato spesso in treno in tutti quegli anni di Cina, conoscendo miriadi di sconosciuti, gente schiacciata dalle incombenze, dal proprio lavoro, oppure da una vorace famiglia, dalle responsabilità o dal destino.

La Cina non è mai stato un posto clemente per chi vuole vivere differentemente gli ultimi anni che restano di giubilo sulla Terra, e non si può infrangere troppo il regolamento. Bisogna attenersi alla tradizione, stare attenti. Essere rispettosi del fallimento dell’umanità. Così, quando sei in treno, vedi migliaia di diseredati psichici sbattersi da una parte all’altra del Paese, tirati come da cordoni ombelicali attorcigliati intorno al collo. Viandanti lebbrosi senza campanello, scavati in volto, coi denti all’infuori, che percorrono enormi distanze per trovare un po’ di pace e di armonia. Dormono per terra o dove capita, mangiando spaghetti istantanei da pochi kuai ( 1 kuai è l’equivalente di 10 centesimi di euro circa) l’uno, e non si lavano. Si riscaldano bevendo acqua bollente, acqua che non manca mai specialmente sui vagoni dei treni notturni. Nei passaggi tra un vagone e l’altro infatti, ogni due o tre al massimo, si possono incontrare questi grandi bollitori grigi, da cui si può gratuitamente attingere acqua fumante. Loro unico conforto d’inverno, oltre la grappa. E ai jiaozi (ravioli) con l’aglio, s’intende. Molto aglio.

Presi quattro birre e tornai al nostro vagone.

I bambini erano sempre quelli più incuriositi dalla presenza di noi stranieri. Alcuni sorridono, altri si nascondono dietro le mani o dietro il corpo dei nonni. Altri fanno capolino con un solo occhio come a prendere la mira tutelandosi un po’. Chissà cosa pensano? I più piccoli ti indicano e se sanno parlare fagotteggiano “Laowai! Laowai! Laowai!”, sicuro che te lo dicono! Laowai (straniero), l’unica sorpresa in un mondo che destinerà loro sorprendentemente poco di nuovo e di vero.

Ajie mi aspettava per fumare.

Non bisognava preoccuparsi molto in queste circostanze, sui treni notturni, in Cina, puoi fumare, tranquillamente. La maggior parte dei controllori e dei viaggiatori non sa minimamente poi cosa voglia dire erba. Cosa sia, come sia fatta, che odore abbia e che cosa ci si faccia. Quindi, se ti metti vicino a un finestrino o nel passaggio tra due vagoni, lì dove tutti gli altri fumatori si nascondono per fumare, non ci sono mica problemi. Ti allieti il viaggio, sorridendo e chiacchierando con qualche sdentato amico che avevi incontrato già prima, magari lungo il vagone sette, specialmente se sei un tipo a cui piace camminare sui treni, come me. Anche loro, come i bambini, chissà cosa pensano veramente di noi stranieri? Sperduti su treni notturni, da soli, al centro del loro mondo visibile, lontani dai bar e dai club di Hong Kong o di Shanghai, dalle nostre Ambasciate luccicanti di bicchieri di cristallo e di tacchi a spillo ribaltabili, lontani dai nostri ambasciatori panzoni e ignoranti – arrivisti sociali! – o dalle ex-oppierìe, ora locali notturni, come il Suzie Wang. Notturne spremute di rosso agli angoli delle lanterne del drago!

Bello invece è vagare perdendosi tra la gente comune nella notte, lontano dagli uffici e dai numeri di telefono d’emergenza degli sconsolanti Consolati, dei ristoranti da mille kuai a portata e dai sorrisi delle cameriere con plus. Protezioni mentali per gente debole senza anima! Che tanto, più ci vuoi mettere dentro soldi e potere, e più sei povero e senz’anima dentro! E questa lista di possibili identità si potrebbe allungare infinitamente.

Questi amici fumatori lo sanno che sei diverso, ti guardano quasi tu fossi pericoloso, perché imprevedibile, ti guardano un po’ impauriti un po’ rispettosi, ansiosi di sapere chi sei. E tu sai. Fai silenzio. Fumi. Guardi il fumo denso salire anche di notte, come da una ciminiera, su su, fin nell’alto spazio, nel vuoto tra loro e noi, tra noi e noi.

Silenzio nella notte che scorre, neanche il freddo acciaio delle rotaie ha più nulla da dire e tace. Non gracchia, non schiocca. Binari vuoti e silenziosi, che ti portano a destinazione, come scivolando, mentre la tua prossima boccata ti aspetta inesorabile quasi a delimitare il tuo momentaneo angolo d’osservazione

“Mmmmm” inspiri.

“Uuuuuuuu” espiri.

Eravamo tutti belli e immacolati in quell’angolo di treno notturno. Capelli al vento, a guardare fuori dal finestrino. Buio notturno. Amici contadini con cui condividere attimi di niente misti a un momento dinamico tra presente e futuro. Ci scambiavamo occhiate, accendini e qualche risata complice. Una tentativo di comunicazione e di ponte tra generazioni di nemici e millenni di noncuranza. A qualcuno, pelato, brillava anche la testa.

“Ajie, arrivati a Guiyang dove si va?” chiesi un po’ assonnato distratto da qualche bagaglio mal messo nel corridoio del treno.

“Dove? Non saprei sinceramente. Arriviamo prima, mancano ancora un paio di ore”.

“Perfetto! Andiamo dove non sappiamo. Andiamo senza sapere perché andiamo!”.

“Esatto! Ma perché c’è sempre bisogno di una motivazione per tutto? Nel viaggio, se di viaggio stiamo parlando, non è importante dove e come arrivare, quando arrivare, perché arrivare… l’importante è andare.”

“E ritornare!”.

“Sì, …e ritornare, in un modo o nell’altro… in un mondo o nell’altro”.

Eravamo alla ricerca della ricerca stessa, viaggiando il viaggio, senza una destinazione fissa. Ma per fortuna avevamo amici in giro ed eravamo acquiescenti. Accettavamo le proposte del caso e abbracciavamo i segnali davanti a noi come una verità indissolubile su cui non potevamo fare nulla. Non avevamo ragione in nessun modo. Era come se in realtà il viaggio volesse viaggiare attraverso di noi e non il contrario. Il viaggio si era scocciato di osservare viaggiatori con mappe e tempi delimitati, persone con il cuore fermo, che neanche batteva più da tempo. Il viaggio voleva portarci a Guiyang che era ancora avanti a noi. Mancavano ancora due ore.

L’alba fu maestosa.

Maestoso è il termine esatto. Aveva un cappello di nubi e il sole ci salutava chiamandoci per nome. Per davvero. Non è la solita descrizione di un libro. Non è solo per aggiungere due righe a questa storia.

Era presto, non ricordo l’ora, e dovevamo carburare mangiando qualcosa di buono. Fuori dalla stazione se si girava a destra, non lontano c’era un chioschetto in un angolo della strada. Faceva Bingzhou. Una specialità del Guizhou. Una zuppa fredda e dolce con sopra marmellata e dentro pezzi di cocco, fagioli, mais farro e quant’altro. Una vera delizia per il palato, la fame chimica e la disperazione universale che, con un po’ di sbandamento e di eccitazione quanto basta, rendeva tutto indimenticabile. Bingzhou per tutti. Offro io! Importiamola in Italia, esportiamola in America. Creiamo catene di negozi che fanno Bingzhou in Africa e apriamo qualche chiosco sulle spiagge del Sud America. L’uomo soddisfatto fa meno guerre.

“Mo’ che facciamo? Dove andiamo? Conosci qualcuno qui?” gli chiesi sazio e finalmente appagato. Avevo un po’ voglia di tornare a Houhai, tornare a casa per surfare le nostre onde. Mi mancava l’oceano. Mi ero abituato al suo rumore, alla sua umidità nelle ossa, sulla pelle. Negli anni precedenti al mio trasferimento a Houhai mi era impossibile surfare così tanto e consecutivamente, ma a Houhai, le onde e il mare erano talmente costanti che potevi surfare per settimane di seguito senza mai fermarti. Mi ero assuefatto. L’oceano non si stancava mai e non era mai piatto, le onde si divertivano già solo a esistere per sé. E la gioia bisogna saperla cogliere, non bisogna abituarsi alla sensazione di mancanza di gioia. Questa frega tutte le società, quelle orientali così come quelle occidentali. Ci marca lo spirito. Ci marca lo spirito. Questo pensavo. Pensate che effetto che fanno le bingzhou e le onde!

“Ajie, facciamo un altro giretto da qualche parte qui vicino e poi torniamo. Tra l’altro, tra qualche giorno arriva tutto il resto della roba che serve per finire l’ostello e a Sanwa serve una mano. Non mi va di lasciarlo solo! Poi mi manca il mare, devo surfare, ormai sono giorni che giriamo e l’oceano mi sta chiamando… girare in posti senza mare è per me… non lo so… una sofferenza. L’oceano lo devo quanto meno vedere, sentire… capisci no?”.

Sorrideva annuendo.

“Ma sì, che problema c’è? Facciamo una cosa, c’è un mio vecchio amico, che non vedo da anni ormai, pare abbia aperto una piccola locanda in un posto dove possiamo mangiare e dormire per qualche giorno. Non è qui a Guiyang, ma sempre nel Guizhou, non ricordo il posto preciso. So però che è bello e fuori dal caos, ho visto in passato alcune foto che aveva postato su internet. Cerco di contattarlo su QQ (chat cinese) e vediamo se risponde e se non è lontanissimo ci andiamo, che ne dici? Se non riusciamo a sentirci prendiamo il primo aereo economico da qui per Hainan. Tanto ormai siamo vicini, da qui il biglietto dovrebbe costare la metà che da Chengdu…”

“Perfetto!”.

“E poi abbiamo… ehm… hai… abbiamo ancora i funghi che ti ha dato Joe! Vero?”

“Sì, ce  l’ho qua – toccandomi la tasca dei pantaloncini – non me li sono mica mangiati da solo!”

“Ok, ora vedo se il mio amico è in chat e gli scrivo. Vediamo se da questa storia ne esce fuori qualcosa”.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 15

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 13.2

Dietro il declivio si nascondeva un campeggio libero, una tendopoli improvvisata, su di una radura dietro la radura. Per passare la notte in un posto che né dal parcheggio né dal palco o dalla strada poteva essere visto. Bisognava camminare in discesa per un tempo considerato infinito e poi girare sulla sinistra dietro una fila di abeti stretti che facevano da paravento naturale fatto di aghi e di sottobosco.

Lì, centinaia di tende colorate erano accese nella notte. Brillavano con tenui bagliori. Al loro interno le luci accese facevano risplendere quei nascondigli come tante lucciole sull’erba. Alcune avevano forme a cappuccio, altre a lanterna altre a fungo della prateria. E la gente andava e veniva e rideva, cadeva, sbavava, banchettava, si drogava, si amava. Nel buio della notte. Sembrava un quadro a olio nella rete neuronale di un collettore celebrale di cui il mio campo visuale non era che un nulla, un poro, un atomo, una sinapsi del mio cervello, e conscio del suo essere nulla immaginavo dimensioni ancora più grandi e ancora più grandi.

Seguii Ajie tra le tende, improvvisamente prese velocità, come se sapesse dove andare. Io lo seguivo girando la testa intorno cercando connessioni di colore tra i colori delle tende e il cielo e me e tutto quel che non riuscivo a vedere ma che cercavo perché lo percepivo ed era là, ero io che ancora non lo vedevo.
“Entriamo!” e si ficcò in una tenda gialla.

Era di un suo amico, uno un po’ piccolo di corporatura. Stava solo, seduto a gambe incrociate al suo interno e ci guardava con uno sguardo spiritoso e irriverente. Sembrava uno gnomo appena risvegliatosi da un sonno appagante, di quelli che ti lasciano la bocca impastata, e sembrava perciò desideroso di dispensar regali a tutti i mortali che avrebbe incontrato. Aveva gli occhi luminosi.

“Sedetevi ragazzi, Ajie chi è il tuo amico?”.

Mi sembrò evidentemente strafatto di allucinogeni. Anche perché le cose erano due. O lo era lui o lo ero io, oppure c’era anche una terza ipotesi: lo eravamo entrambi.

“La mia guardia del corpo siciliana! Ah Ah Ah!” rispose Ajie cominciando a ridere con una voce che riecheggiava nella tenda neanche fossimo dentro una caverna.

Risi. Risero. Fummo contenti. Fumammo contenti erba e funghi psichedelici mischiati assieme.

“Chiamami Joe!” così aveva detto di chiamarsi lo gnomo della tenda, mi offrì una manciata intera di funghi allucinogeni con un gran sorriso.

“Non mi devi niente, li ho curati io, non posso portarmeli indietro, in città. Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città… Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città…” ero in un loop e non ne potevo uscire vivo. Incastrato in un nonsodove. Tu sai precisamente e sicuramente dove sei? Qualcosa non andava. Anzi, qualcosa andava diversamente dal solito. Al che pensai tra me e me, chi ha detto che il solito sia insolito e l’insolito sia falso? E se in realtà tutto ciò che noi consideriamo solito non sia altro che una menzogna e un irretimento da parte della materia? E se il nostro compito non sia altro che liberarci dall’ovvio che ci circonda? Se siamo vittime di un gioco, di un complotto, di un esperimento mal riuscito, di un arcano, di una menzogna… e se l’unico modo per scoprirlo sia rifiutare il reale, perché l ìrisiede tutto il dolore? E se questo non sia altro ciò che i santi andavano predicando? Il mondo dei cieli… non siamo di questo mondo… gli angeli… i demoni… tutto ruotava…

Lo guardai. Aveva occhi enormi, aveva un occhio più grande, l’altro era nascosto dal profilo buio del suo volto, sembrava girare su se stesso, passando da occhio di drago a occhio umano e poi di nuovo a quello di drago o di felino se preferisci. Rosso, giallo, viola, lillà. “Prendili… prendili…” mi pregò senza agitazione e senza forzatura, incoraggiandomi con un gentile e lento gesto del suo braccio a prendere i funghi. Aveva le mani a forma di coppa, come a contenere dell’acqua di fiume, vi erano delle luccicanze all’interno dei suoi palmi.

Presi i suoi funghi. Erano secchi, belli, e già divisi per dosi all’interno di bustine accuratamente piegate e pronte all’uso. Era l’eucarestia dell’allucinazione. La tenda del destino quantico, il nostro altare dell’unità universale. E questa volta, sacerdote fu Joe, questo gnomo cinese che diventava piccolo e che diventava grande, con un occhio diverso dall’altro, con una parte del viso illuminata e un lato oscuro. Le gambe erano rimaste incrociate per tutto il tempo e non dava segni di doversi muovere,
sembrava come se fosse ovunque all’interno della sua tenda, come se il suo spirito fosse più grande del corpo, visibile, che siamo abituati a percepire.

In quel suo spazio intimo vagava, parlava e sorrideva con fare deliziato.

Rapito dalla magia di Joe, quasi persi la presenza di Ajie, che a tratti scompariva per poi ricomparire, ed era come se non ci fossero altri che Joe e io. Come se Ajie fosse solo un ricordologramma che appariva dal nulla per poi dissolversi come un vapore sinaptico. Avevo anche il dubbio e la sensazione che in realtà lo gnomo, Joe, non fosse altro che il mio amico Ajie, che non so per quale magia, mi avesse portato nella tenda a incontrarlo sotto diverse spoglie, a conclusione di un rito sacrificale, di cui io ero vittima incosciente.

La musica forte, all’esterno, veniva quasi filtrata dalle pareti della tenda. Eravamo in un’altra dimensione, non eravamo più là, galleggianti e soddisfatti, come in una bolla. Accettare i funghi era come accettare il sacramento della comunione, come prendere un’ostia sacra. L’ostia della visione, il bottone del quintoelemento. I funghi portavano desideri incompiuti a compiersi, e il non visto si rivelava, il velo del giorno svaniva con un rutto di fata. Poichè tutto è un bluff. La vita è solo un bluff. Solo un bluff.

“Be’, dobbiamo andare DeLuFa, – disse Ajie, riapparendo – grazie Joe! Ci vediamo dopo, andiamo a cercare Xiao Dongge… è rimasto là da qualche parte…”.

“Nessun problema ragazzi… a presto De Lu Fa…” salutandomi come se dovesse dirmi qualcosa tramite la forza del pensiero, qualcosa che non poteva esser detto altrimenti che così. Il suo sguardo mi seguiva, lo sentivo anche sulle spalle, sulla nuca, mentre richiudevo la tenda uscendo. Era dietro di me.

“Grazie Joe, ci vediamo Joe!”, risposi non sicuro di averglielo detto, ero già fuori, lui dentro. C’era veramente stato? Chi diavolo c’era dentro questa tenda? Possibile essere ingannati a questo modo dai sensi? Volevo rientrare per guardare un’occhiata. E se poi fossi ricaduto di nuovo vittima del suo sortilegio? Mi aveva ipnotizzato? E se poi, senza Ajie, non avessi potuto sfuggire ai vortici del suo occhio drago-felino? Cosa avrebbe pensato un sino-gnomo-Budda se mi avesse visto rientrare sopraeccitato e dubbioso della sua stessa esisteza? Se ne sarebbe accorto? Sìsì , se ne sarebbe accorto e per me sarebbe finita, per sempre, intrappolato nella sua tenda come dentro la lampada del Genio. Ma no no, quella era la tenda di Joe, lì poteva esserci solo Joe. Chi volevo mai che ci fosse? Chi poteva mai essere se non Joe? Non credevo davvero alla fantasia degni gnomi della montagna delle fate? E poi nessuno mi aveva mai parlato di gnomi su questa benedetta montagna! I funghi questo sì, loro forse mi avevano mostrato qualcosa, saranno stati i funghi! E le torte, sì saranno state le tortine! Colpa di Xiao Li, andavo pensando! Le tortine… anzi ne avevo ancora una nella mia tasca, me lo dovevo ricordare. Che cosa ho detto? Ho parlato, mi sono sentito o l’ho solo scritto? E se quel mio pensiero di allora, che sentivo dubbioso nella mente, strano, inadatto, non fosse altro che la mia mente, quella di oggi, di ora che sto scrivendo, che inspiegabilmente ripoppava nel passato dei miei pensieri? E se riuscivo a sentire il pensiero del me futuro? Dovevamo andare. Ma andare dove? Ma se stavamo già camminando tra la gente! Eravamo già andati.

Era la più malvagia e angelica festa dei boschi a cui avessi mai preso parte.

“Ma da dove diavolo è uscita mai tutta questa GENTEEEEE?” chiesi ad Ajie inseguendolo, ritrovandomi quasi a corrergli dietro. La luce stroboscopica mi permetteva a tratti di vederlo, illuminandolo come un ladro-attore su di palco-prigione, a tratti nascondendomelo, per poi riapparire l’attimo dopo, quando il buio ingoiava di nuovo tutto trasformandosi in luce. Così via. La fuga dei folli! La vita non è che una psicosi di massa dove tutto il possibile viene rinchiuso in una scatolina piccola piccola così. La mente.

Ero sbattuto da tutti i lati eppure riuscivo a infilarmi tra la gente che continuava a guardarmi con mille occhi, mille mani e mille braccia e mi accettava respingendomi. Me ne fregavo, continuando a infilarmi tra di loro pensando di conoscere bene allucinazione e verità. Tanto bene da aver deciso di smettere di pretendere di distinguere vero e falso, dovevo smettere di spaventarmi e di eccitarmi, dovevo lasciar fluire. Dovevo lasciarmi fluire. Ero protagonista cospettatore della mia vita di flusso nella sezione-casella-albo-anagrafe del duemilaxxx. E quante e quante ne avevo passate e ne passeranno ancora! Andavo incuneandomi tra ombre di altre vite, alcune erano semi nude, altre ferme e mi guardavano come nei primi piani del genio Fellini. Non dicevano mai una parola, in nessun linguaggio, senza alcun movimento. Non sentivo neanche più musica, ma solo un rombo di tuono che sembrava dover squarciare il cielo giù dalla montagna incenerendomi.

Ajie nel frattempo era come al solito sparito. Non lo ritrovai per non so quanto ancora. Così decisi che mi ero scocciato di combattere la natura delle cose e presi la direzione della macchina ficcandomici dentro. Avevo bisogno di tranquillità. Non so quanto era passato dall’inizio della serata e da quando Ajie era scomparso l’ultima volta. Ajie era strafatto di LSD e io, non so, no, sicuramente no. Non l’avevo preso, non lo avevo fatto. Rimasi nell’auto con due amici che dormivano sul sedile di dietro con la bocca semiaperta e il collo schiacciato all’indietro. Reclinai il sedile anteriore sdraiandomi più comodamente. Ah, ero alla guida, non volevo stare lato guida, dannazione a me e quando salgo dal lato sbagliato! Avevo il volante in mezzo e mi opprimeva, ma non potevo farci niente, uscire e rientrare sarebbe stata un’impresa titanica ed era fuori discussione. Mi sarei riesposto al suono, al vento, e chissà a che cos’altro ancora. Ora invece ero al sicuro, ero dentro e nulla poteva accadermi di male. E così rimasi, non volendo uscire, sentendo freddo. Tanto freddo. Era buio, ma stavo bene. Volevo solo andare via da quel caos, sentivo come un forte desiderio di tornare altrove. Da qualche parte, ma non a casa! No, non a casa! Volevo solo andare via. Abbandonare quel via vai di flussi e di tensioni tra umani e umani, di disequilibri che non facevano per me.

“Respira! Respira!” mi ripetevo e più lo dicevo più prendevo coscienza del mio respiro, dell’espansione della mia cassa toracica. Sembrava enorme, potevo nasconderci navi e galeoni e lanciarli fuori con forza a ogni singola espirazione. “Uuuuuuuuuuuuuuuu!” Respiravo. Ero vivo. Mi sentii meglio. Mangiai un altro po’ di tortina. La carta scrocchiava come la pelle di un crostaceo che si muove semivivo con le zampe disperate, sulla graticola. La tortina era squisita. La cioccolata si scioglieva in bocca e si mischiava all’aroma e al gusto della marijuana in un’estasi di piacere.

Bellezza di notte! Fortuna a me! Fortuna a voi! Non possiamo essere ricondotti solo a questioni di chimica! No!

Qualcuno all’improvviso sbatté la portiera della macchina. Era Ajie, tutto di corsa come se stesse fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Era sudato, con la camicia sbottonata, ma non sembrava agitato dalla paura, anzi rideva senza suono come un santo che aveva visto la luce.

“Ei Baobiao (bodyguard), sei qui? Ecco dove ti eri ficcato? Ti stavo cercando, mi sono girato e non ti ho visto più! Ma perché ti sei messo a correre fino a qui?”.

“A correre? – chiesi lento – mica mi sono messo a correre, anzi ti ho cercato per chissà quanto là fuori e… non ti ho trovato, così sono tornato in macchina, e poi ho freddo… comunque eccomi, sono qui. Ero qui…” .

I vicini, quelli della macchina a fianco, erano impegnati in un intercorso amoroso improvviso. Silenzio.

Fumammo una trella. L’LSD ancora non abbandonava Ajie. Erano passate forse cinque o sei ore da quando lo aveva preso e avevamo ancora mezza nottata davanti a noi. Arrivarono gli altri, ridendo e cadendo sul prato.

“Ei, ma voi state sempre a fumare? Ajieeeeee, vieni Ajieeee, esci fuori! Ajieee!” una sua amica lo chiamava con voce mezza stridula. Era in condizioni disarmanti. Mi aspettavo che da un momento all’altro si calasse spontaneamente il tanga da sotto la gonna, eccitata e fattissima. “Dammene un tiro, Ajie! Voglio un tiro e voglio un tiro anche dell’amico tuo! Ajieee! Vieni Ajie!! Vieni amico di Ajiee!”

La notte andava piano piano placandosi. La musica di sottofondo mutava d’intensità, ma forse erano solo gli effetti delle droghe che cominciavano a scemare lentamente. Chiacchierammo con Xiao Dongge e gli altri, durante l’ora più oscura della notte, seduti chi su sediole improvvisate, chi su pietre, chi sui cofani delle auto parcheggiate. Faceva freddo. Le ragazze erano distrutte, alcune avevano il trucco colato vangoghianamente e si coprivano come potevano le gambe dall’umidità con giacche o qualche plaid.

La notte scendeva sempre più buia da un lato mentre un chiarore appariva leggero leggero dall’altro. Era l’alba. Passai gli ultimi istanti di quel buio in silenzio a guardare. Guardavo tutto. Come un predicatore estatico stanco che, dopo aver passato una notte d’amore con l’infinità, si concedeva un po’ di riposo. E poi, finalmente il sonno.

La mattina arrivò che era un lampo e ci schiaffeggiò. Era ora di andare altrove. Ci alzammo come pesci in un acquario senza predatori. Lenti. Dovevamo andare, sì . Avevamo un po’ d’ansia. Almeno io. Alcune mattine mi sveglio con l’ansia ma già allora avevo imparato a non badarci più. Non potevamo rimanere in quel posto idilliaco, lo avevamo scaricato e necessitava di ricarburare. Altrimenti si sarebbe risucchiato nuovamente l’energia via da noi. Ajie, come al solito, era già sveglio. Si svegliava sempre prima di me, indipendentemente da cosa avessimo fatto la sera prima. Soldato Ajie a rapporto! Comunque in un baleno, noi della stationwagon rosso bourdeaux, eravamo già in piedi e, sgranchite un attimo le gambe, risalimmo in macchina per tornare in città. Era tutto apparso un sogno, tranne per il fatto che avevo per davvero delle bustine di funghi allucinogeni in tasca e non potevano essersi materializzate così dal nulla. Quelle me le aveva date davvero lo gnomo della tenda gialla. Joe, forse l’unica cosa vera di tutta la notte.

Lungo la strada ci fermammo per mangiare qualcosa in una specie di Shining Autogrill, sempre sulla superstrada sessantacinque. Divorammo di gusto degli spaghettini istantanei, occhieggiandoci addosso tipo ladri. Neanche sorridevamo più, eravamo stanchi, ma si poteva ben vedere dai nostri sguardi che eravamo in possesso di un segreto prezioso che non si può rivelare. Un segreto di cui si deve far tesoro. Finito il mangiare, pagammo e schizzammo in macchina, con la velocità di chi invece non ama pagare e se ne pente, sbattendo lo sportello.

Chongqing era là come al solito. Nauseabonda, assieme al suo orizzonte distopico. Ci si poteva aspettare un auto volante spuntare dalla linea dei grattacieli lontani, come nei film anni Ottanta, come in Blade Runner, con la musica di Vangelis di sottofondo e una nebbia costante e diffusa.

Xiao Dongge, lungo il percorso di ritorno aveva parlato ancora meno del solito.

Era metà pomeriggio quando ci scaricò vicino al loft di Da Dongge, lungo il fiume, sotto il cavalcavia, nel grigio del cielo. Ce l’avevamo fatta. Eravamo tornati, sembrava passato infinito. Avevamo lasciato il verde e il blu, i colori delle tende sul declivio, i nostri guerrieri del Dharma e le fate delle montagne, Xiao Li e Joe. Erano ora tutti lontani, verso est. E noi nuovamente lì dove non arrivano i sogni, dove gli uomini sono dimentichi di se stessi e della vita, lì nell’immensa metropoli.

Eravamo appena arrivati e già volevamo andare oltre.

Scesi dall’auto, salutammo Xiao Dongge e gli altri nelle macchine in fila dietro.

Quando entrammo Da Dongge era impegnato nella sua dimensione a scolpire il legno. Si abbassò gli occhiali da lavoro, piccoli e un po’ storti, ancora concentrato, con un gran sorriso, annuendo leggermente con la testa, felice della nostra gioventù, del nostro dissenso, della nostra comprensione del cosmo e del dolore dell’uomo. Non avevamo detto nulla ma lui aveva già capito. Sapeva cosa può succedere quando un uomo ricerca, quando si spinge oltre. Sapeva anche che quelle erano tutte cose di cui non si può parlare, tutte cose che non si possono dire, trasmettere, far capire appieno non è questo il modo. Sono coscienza nel profondo del cuore. Bisogna lasciarle sedimentare, al massimo sono verità da nascondere tra le pagine di un libro. E Da Dongge lo sapeva questo, l’aveva imparato inclinando lo scalpello sulla superficie del legno. Guardando ogni truciolo rotolare, cadere, ogni ricciolo di legno seguire l’energia gravitazionale, strofinarsi poi sul pavimento, perfettamente, come in un gioco di allineamenti e di continua scoperta di giochi forza.

Quello fu l’ultimo giorno che vidi Da Dongge e la sua illuminata dolcezza di uomo del legno.

Lasciammo Chongqing in treno, sotto una pioggerella malinconica, salutando l’omino che si sbracciava col fischietto sulla banchina, quello che aveva ceduto, dimenticando i propri sogni, e che ora fischiava ai treni.

“Tutti in carroooooooozza! Fiuuuuu Fiuuuuuuu!” sbofonchiò soffiando.

Addio Da Dongge, addio boschi amici. Divenne tutto piccolo piccolo, come un’ala di fata o di farfalla, vista da lontano.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima Capitolo 13.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 12.2

Una distesa di cemento, di vetro e di acciaio oltre ogni immaginazione.

Una prova della vista e della vita. Chongqing si gonfiava come un pulsare della materia dentro la materia a dire “Signori, voi non potrete vincere! Non potete opporvi! Perciò piegatevi! Piegatevi tutti al mio giogo! Non potrete mai farcela! Vedete? Guardate cosa vi offro in cambio: cibo, sesso e gioco d’azzardo! Venite su! Venitee! Venite a meee!”.

“Che cosa te ne pare? Non è una vera catastrofe umana?” mi domandò ridendo con i pollici sotto le due spalline del suo zaino, uno a destra e uno a sinistra, mentre camminavamo sul marciapiede, “nessuna persona sana di mente potrebbe resistere a lungo in questo posto senza cedere alla pazzia. Io non ce la facevo proprio, sai? Non respiravo, mi mancava l’aria… guarda l’orizzonte… – indicandomi col dito lo skyline della città – su, là per quelle colline… che cosa vedi?” continuò guardando a est. Strizzai gli occhi per guardare meglio, nonostante i miei occhiali “Grattacieli e grattacieli e palazzi, solamente palazzi e grattacieli. Grigio, fumi e nero…” risposi con un misto di disgusto e di tristezza.

Sembrava un avanzare di melma fin l’orizzonte. Non era ancora buio, il nostro volo era atterrato di giorno e avevamo preso al volo un autobus dall’aeroporto fino al centro città, giusto giusto poco prima che chiudesse le porte d’ingresso. Ajie voleva andare da alcuni vecchi amici. Aveva qualcosa in mente forse, anche se magari era solo la mia impressione e non c’era nulla di deciso. Comunque nulla sapevo di quel posto e a dir la verità neanche mi interessava sapere dove stessimo andando. Lo stavo accompagnando in un certo senso. O forse era lui che accompagnava me. Voleva mostrarmi qualcosa. In quel vagare senza meta, camminavamo a ritroso nei suoi ricordi. Tutto quel che aveva già visto, già rifiutato, già vomitato. Era un’ulteriore conferma per lui. Vedeva anche nei miei occhi e nelle mie poche parole, che seguivo i battiti del suo cuore passo passo.

“Già – prese una lunga lunghissima pausa – hai capito, DeLuFa, eh? – guardandomi amaramente – questa è la grande Chongqing! Una città in cui gli uomini si massacrano tra di loro, senza neanche sapere il perché e senza neanche accorgersene! Non sanno neanche se sono vivi o sono morti! Un’allucinazione collettiva di gloria vomitevole! Ma noi no! Oooooooh noi no, amico italiano! Ora ho te, e tu sarai la mia guardia del corpo! Io ormai non ho più paura! haha!”.

“La tua che?” lo guardai divertito, calciando un brik di cartone accartocciato per terra. Qualcuno aveva bevuto un succo e lasciato il suo segno sul marciapiede come se sapesse che qualcun’altro – io – avesse avuto bisogno di calciare il suo brik.

“La mia guardia del corpo, il mio bodyguard con il pullover di peli. Sei italiano tu, no?”.

“Embè?!”

“Ecco tu sei il mio bodyguard mafioso italiano peloso! Non oserà toccarci nessuno qui, vedrai, avranno tutti paura di te con il tuo maglione da gorilla e temeranno anche me!”. Non smetteva di dire idiozie. Meglio così. Talvolta è meglio ridere.

“Ma dai che non ho tutti questi peli!”.

“Questo lo dici tu!” continuando a ridere e accelerando un po’ il passo.

Intanto la strada proseguiva in salita con un lunga curva sulla destra, nel cui centro, si stagliava un palazzo veramente imponente: una SPA formato Hollywood. Scritte al led alte metri inquantificabili illuminavano l’intero angolo di strada, attirando falene e clienti arrapati carichi di soldi.

Chongqing è piena di salite e discese, centri massaggi e una miriade di piccoli e grandi ristorantini. Al centro città, scorre un grande fiume (grande dal punto di vista europeo sicuramente). Su cui una distesa di chiatte, in attesa, ferme, aspettano, alcune lentissime, con movimenti quasi impercettibili, come se non ci fosse corrente e movimento. Vanno da qualche parte.

La linea dell’orizzonte era inesistente, spezzata di continuo da filari semininterrotti di grattacieli e cartelloni pubblicitari; scenario che spesso ricercavo nei film, be’ ora era là.

Grattacieli mangiauomini. Bunga Bunga. Eppure avevo già vissuto a Pechino, ci ero stato anni, avevo viaggiato in lungo e in largo per la Cina orientale, quella più industrializzata, quella delle città più brutte, dei grandi centri urbani coi soldi. Ma Chongqing indubbiamente era un mostro sconfinato di cemento. Oltre ogni immaginazione. Non riuscivo infatti a capacitarmi di come oltre trentamilioni di persone potessero incrociarsi e vivere così strettamente, le une con le altre, senza uno straccio di natura e di primordialità. Non c’era uno straccio di verde. Solo cemento e gru per altre costruzioni e nessuno che dicesse niente.

Vedevo donne e uomini camminare per le strade quasi fossero fantasmi. Rassegnati a una dannazione eterna. Il tronco stabile, fermo, le braccia lungo i fianchi morte. Le gambe, movimenti lenti e monotoni, lungo le stesse salite e le stesse discese, giorno dopo anno.
Effettivamente le donne erano molto belle. Una percentuale di bellezza altissima.

Sembravo un invasato. Ogni volta che ne incrociavo una, camminando sul marciapiede, giravo la testa per seguirne l’andamento dei capelli sulla schiena. Erano capelli lunghi che scintillavano con tutte quelle luminarie e tutti quei led dei ristoranti e dei locali sulla strada. Ero in un incubo. In un incubo in cui l’unico sollievo era il sesso o l’oblio. Sentivo quasi già il freddo della pietra incombere su di me. Dovevo andare oltre, quanto prima, andare avanti, non dovevo pensarci troppo, sarei diventato un mostro, un mostro d’inferno, l’anima mi si sarebbe strappata via da sola.

Loro, gli altri passanti, a differenza di me, non guardavano mai. Era come se non riuscissero a vedermi. Come se fossi un invisibile fantasma per loro. Avrei anche potuto afferrarli per vedere se mi fossi davvero ritrovato le braccia al petto cadendo fragorosamente a terra. Io-ectoplasma. Io spirito del viaggio ectoplasmico. Viaggio astrale. Ero e non ero, stavo e non stavo, pensavo e non capivo, capivo senza pensare. Scorrevo su un lungo, infinito tapis roulant ai cui lati i palazzi, le costruzioni, i ponti, i fiumi, i popoli e le vite si alternavano, s’intercambiavano in lungo, su di un palco. Una scenografia di cartone per il mio viaggio transuranico. Era tutto nella mia mente. Tutto avvenne senza essere avvenuto. Soffiatemi sul viso. Soffi sul viso, i loro respiri luminosi. Sino all’ultimo attimo. Soffi sul viso.

“Dove mi stai portando Ajie? Sono ore che camminiamo”.

“Non preoccuparti, siamo arrivati. Andiamo a trovare un vecchio amico. E poi voglio portarti a una festa se c’è ancora, non lo so se la fanno quest’anno. Ma se ci sarà… allora si che ci divertiremo!” disse guardandomi con l’aria di chi sa un segreto che non può rivelare subito. Ché come le migliori rivelazioni, c’è sempre da aspettare. “Da questa parte DeLuFa. – indicandomi qualcosa più in là – siamo quasi arrivati, vedi quel ponte?”.

“Sì!”.

“Ecco il nostro posto sta là sotto.”

Tai hao le! (Benissimo)”. Dissi contento di essere arrivato da una qualche parte che potesse essere considerata un momentaneo arrivo.

Mi affacciai per osservare il fiume, alla mia destra, i soliti grattacieli e le luci del tramonto, lontano a occidente. Non c’erano nuvole, ma una nuvola continua, ininterrotta, che si intrufolava lungo le verticali dei palazzi.

Distolsi lo sguardo. Non avevo già più nulla da vedere. Era troppo per me. Animo fragile. Disadatto alla complessità delle forme moderne di vita.

Figuriamoci poi a Chongqing.

Avevo bisogno di rilassarmi un po’, fumarmi una trella e addentare qualcosa di buono.

E per fortuna eravamo arrivati.

Davanti al ponte-cavalcavia, sulla sinistra c’era una piccola porticina verde e un giardinetto stretto e lungo, di circa tre metri per dieci, con un ammasso di oggetti in legno e di strumenti buttati alla rinfusa, anche appesi ai lati, sulle grondaie, che davano l’idea di trovarsi in un vecchio emporio o in un locale di un artigiano.

Una piccola fontana in pietra con degli assonnati pesci rossi cercava di pulire l’atmosfera contratta dell’ingresso. Feng Shui lo chiamano in Cina. Ora di moda anche in Occidente anche se, in verità , non molti ci credono.

Un tipo sulla cinquantina ci aprì amabilmente la porta sorridendo. Aveva il viso liscio, raggiante, modesto. Sembrava quasi un monaco.

Si chiamava Da DongGe, era un falegname. Un vecchio amico di Ajie. Successivamente venni a sapere che era molto conosciuto e rispettato, in un circuito a Chongqing, specialmente in un giro di artisti dissidenti, molto underground. Anche lui era un artista. Esprimeva la sua creatività con le mani. Con il legno. Aveva creato un piccolo angolo di paradiso spirituale, in quel piccolo loft invisibile, a lato del cavalcavia. All’esterno della porta d’ingresso pendevano un paio di suoi lavori fatti a mano e dei bellissimi sonagli a vento che lanciavano nell’aria un suono incantato. Entrando subito sulla destra vi erano una sediola bassa e un tronco a mo’ di panca, un po’ scavato. Dei vasi di latta, appesi alle pareti e sopra degli scaffali, lasciavano al loro interno nascere e arricchirsi le radici di diverse piante selvatiche. Anche le piante erano a loro agio. Rilassate e osservatrici.

“Da Dongge!” salutò Ajie con la sua voce squillante, abbassando la testa in saluto di rispetto.

“Ajie! Come stai? Quanto tempo! Tutto bene?”

“Tutto bene, tutto bene, grazie Da Dongge. Lui è DeLuFa, il mio bodyguard!” rispose indicandomi con la testa con un leggero movimento del mento sorridendo.

“Salve Da DongGe, felice di conoscerla!” dissi allungando la mano e guardando Ajie per un attimo come a dargli un morso sulla lingua per le cazzate che andava sempre sparando.

Mi guardava.

“Piacere”, rispose lentamente.

“Piacere mio, questo posto è splendido!”.

Apprezzò il complimento, accendendosi una sigaretta, mostrando un grosso anello sul mignolo destro. “Ti ringrazio De Lu Fa, questo è il posto di noi tutti. E tu sei il benvenuto!”

“Grazie mille”.

“Ma prego, posate pure i vostri zaini liberamente sul divano e fate come se foste a casa vostra. Prendete del tè?”, disse facendoci largo con il braccio come a invitarci a tavola.

“Io sì, grazie Da DongGe!” rispose frettolosamente Ajie, che nel giro di un secondo era già a suo agio sul divano, aveva poggiato il cappello sul mobile a lato e già cacciava l’occorrente per girare una trella di classe.

Io lo guardai. Lui mi guardò. Da Dongge ci guardò. Fumammo insieme, quasi in silenzio, mentre l’acqua raggiungeva la temperatura giusta per il tè.

“E così, di dove sei, De Lu…”

“…Fa! DeLuFa.” Continuai aiutandolo nel ricordare il mio strambo nome da straniero, “sono italiano, vengo a Roma. Ma sono tanti anni che ormai vivo in Cina. È un po’ la mia seconda casa adesso.”

“Da Roma?!” ripetè lui espirando una spessa coltre di fumo. “Davvero? E da quanto tempo? Dove sei stato?” continuò sempre più interessato a questo misterioso italiano seduto sul suo divano, davanti a lui.

“Sì, davvero. Mah, non so neanche io bene, saranno più o meno otto anni adesso. Non ininterrotti ovviamente. Ogni tanto torno a casa a trovare la famiglia, specialmente a Natale…”

“A sì, il Natale…” ripetè svogliatamente passandomi la trella.

“Ora vivo ad Hainan. È lì che ho conosciuto Ajie. Prima ho abitato molti anni al nord. Tra Pechino e Tianjin…”

“Tianjin? – disse sorpreso – e cosa sei andato a fare a Tianjin?”

“La mia ex moglie è di Tianjin…” cercando di imitare il dialetto tianjinese, universalmente conosciuto in Cina come uno dei più comici.

Sorrise di gusto, tossendo per il fumo che gli era andato di traverso. Sicuramente non si aspettava di sentirmi parlare in tianjinese.

“Capisco. Allora sei quasi un cinese – disse mentre si stiracchiava un poco sulla poltrona – Ma che cosa ci sei venuto a fare qui nella lontana Cina? Non ti piaceva l’Italia?” sempre incuriosito mentre verificava se l’acqua bolliva. (Ero probabilmente il primo italiano con cui gli capitava di parlare liberamente in cinese, per giunta seduto nel salotto di casa sua).

“È una storia lunga. Potremmo dire Yuanfen (destino)” . Con quella risposta svicolai tante domande a cui ero ormai abituato, che mi annoiavano. Da anni infatti mi trovavo a dover rispondere sempre alle solite domande di repertorio che necessitavano spesso di lunghe spiegazioni e considerazioni da parte loro. Rispondendo “Destino”, invece, lo avevo reso felice utilizzando un cinesismo che chiariva concisamente tutta una serie di pensieri che altrimenti avrei dovuto esprimere per seguire la psicologia cinese. Avevo spiegato bene che mi trovano nella situazione di chi si lascia andare semplicemente alla chiamata della vita, senza forzature.

Non aveva bisogno di fare altre domande.

“Io e DeLuFa siamo venuti a fare un giro in zona. Nei prossimi giorni dovrebbe anche esserci la grande festa sulla Montagna delle Fate. Che tu sappia la fanno quest’anno?” chiese Ajie ormai sbragato sempre più sul divano.

“Certo che la fanno, ormai si tiene ogni estate da anni… lo sai, no?”

“E tu ci vai Da Dongge?” continuò esultante Ajie.

Non sapevo nulla circa la festa sulla montagna. Ajie non mi aveva accennato minimamente la cosa. Ma conoscendolo non aveva premeditato di non farlo. Si era semplicemente ricordato del fatto ora, grazie al fumo e alla presenza di Da Dongge.

“Non ci andrò quest’anno, ma puoi parlarne con Xiao Dongge però, lui non se la perde neanche cascasse il mondo, lo sai, non lo farebbe mai e poi mai!”.

Intanto era arrivata l’ora di cena. Avevamo chiacchierato già per un po’ e il tempo era volato amabilmente senza che ce ne accorgessimo minimamente.

Quello era un posto sciamanico. Vi era una strana percezione dilatata. Tutto era più lento. Era forse la cura zen con cui Da Dongge aveva sistemato il suo spazio di vita, la sua dimensione. Il rumore dell’acqua sulla fontana in pietra alle nostre spalle, la soffusa, quasi impercettibile musica orientale di sottofondo, mi facevano venir voglia di dormire, di abbandonarmi a sogni e a sonni liberatori. Volevo quasi docciarmi in quell’aria, liberarmi da molti dei miei pensieri, preconcetti, tensioni, volontà. Non avevo bisogno di nulla di tutto questo. Ha ragione McKenna quando dice che la cultura non è nostra amica. Ci chiude, tarpandoci le ali della conoscenza, chiudendoci gli occhi alla scoperta senza limiti. E io volevo solo godere di quel momento, come se non ci fosse altro al mondo che quel unico infinito momento di stasi cosmica. Noi tre, il nostro fumo, il nostro viaggio, il nostro sentirci vivi e speciali nell’infinito attimo presente.

Avevo la sensazione che ci conoscessimo già da tempo. Sembravamo vecchi amici ritrovatisi, lontani da casa, per caso, così , magari in un pub di periferia, lungo un viaggio tirato come da fili di marionetta, dalle mani di Dio. Eravamo come fuggitivi che scappavano da una guerra che, in un battito di ciglia, si ritrovavano agli antipodi della Terra, salvi. E per me era effettivamente così. Venivo dall’altra parte del mondo e le mie peripezie, mi avevano portato da loro, ero entrato in contatto proprio con loro. Perché proprio loro? Eppure ci sono un miliardo e mezzo di cinesi. Perché mi sentivo a casa?

Mi piombò in mente un episodio di qualche anno addietro. Lasciate che ve lo racconti. La prima volta che misi piede in Cina era il duemilacinque. Arrivai allo Shoudu guoji Jichang (Aereoporto Internazionale della Capitale) di Pechino in una tiepida giornata di Settembre. Scendendo la scaletta del boeing incominciai a sentire qualcosa di strano. Una sensazione misteriosa che non mi abbandonò mai nel tempo, negli anni a seguire. “Sono a casa! Sono tornato a casa!”.

Appena toccai con il piede la terra mi scorsero le lacrime giù dal viso. Sentivo di essere tornato a casa dopo secoli e secoli. Ero mancato dalla Cina per troppo troppo tempo. Questa esperienza psichica, perché così la definirei, mi colpì molto. Quella non poteva essere casa mia. Non vi ero mai stato prima, almeno in questa che riconoscevo come vita. Stanislav Grof si sarebbe mostrato interessato al mio pensare e a queste mie emozioni. Avrei volentieri partecipato a qualcuno dei suoi esperimenti sull’esperienza prenatale. Forse che io abbia vissuto una delle mie vite precedenti proprio nella Cina imperiale? Non sono il primo né sarò l’ultimo a parlare di esperienze di questo tipo. Negli anni, poi viaggiando per quel Paese sconfinato, ebbi modo di parlare dell’accaduto con diversi cinesi, amici e conoscenti. Li vedevo rimanere silenziosi per un po’, pensierosi. I cinesi sono molto attenti e sensibili al paranormale. Una volta a Fuzhou, nella provincia del Fujian, avevo preso una piccola camera in un alberghetto impossibile da riscovare. Forse neanche i vicini sapevano che c’era un alberghetto in quell’angolo di via. Il proprietario era molto generoso e cerimonioso. Mi invitò a sedere assieme agli altri suoi ospiti per un tè. Che c’era di male? Mi sedetti e passai del tempo amabile a conversare con loro. Perlopiù erano commercianti di passaggio per la città. Uscì
improvvisamente l’argomento parapsicologia, non ricordo come. Insomma andò a finire che mi dissero “Ecco allora perché con te ci sentiamo così a nostro agio! Non sembra quasi che tu sia un laowai! È vero o no – disse l’albergatore guardando gli altri cinesi – sembrava già dalla prima impressione che tu fossi uno di noi… a livello percettivo dico… ti sentivamo come tu fossi un cinese! Strano, no?”.

Un’altra volta a Pechino capitò qualcosa di simile. Era un freddo inverno. Come solo nel buio Nord del mondo può accadere. Nei Sud, no. Nel Sud la gente e il cielo sono solari, hanno il cuore più grosso e più rosso. Forse sarà il caldo o l’inclinazione terrestre che riceve meglio i raggi d’amore dall’universo infinito. Camminavo alla ricerca di arredamento antico. (Allora lavoravo nell’import-export. Per passione di oggetti meravigliosi che adoravo scovare e importare in Italia come un bambino che trova qualcosa di meraviglioso nella sabbia e corre da propria madre dicendo “Mamma, mamma, guarda che cosa ho trovato! Te lo regalo!”).

Bighellonando per i famosi hutong (vicoli) della città, passai davanti la porta di un negozietto. Un bugigattolo tutto rotto e sgangherato. C’era poca roba dentro. Era freddo e nessuna attrattiva. Ma notai un improvviso cambiamento del vento. Come un sussulto nel suo fluire. Sembra un assurdità per molti, ma sono fenomeni che avvengono chiari e che si può notare solo con predisposizione d’animo giusta. Come un’attesa del miracolo. “You ren ma? You ren ma?” (c’è qualcuno? c’è qualcuno?) chiesi mentre facevo qualche passo sbirciando tra le cianfrusaglie. Ah, potessi tornarci ora! Le comprerei tutte. Vecchi libri strappati in cinese, vecchie sedie, molle di qualche letto su cui forse qualcuno era stato assassinato o su cui magari qualcuno era nato, bamboline, scatoli, un mucchio di scatoli e scatoloni, orologi, statutine di Mao, occhiali rotti e occhiali sani. Ero nel mio meraviglioso mondo di Willie Wanka. Mi rotolavo spiritualmente in quei sussurri temporali polverosi. Porte della percezione sull’iride del Mistero. Camminando fui colpito da un immagine di Giovanni Paolo II sul muro. Il Papa. E Pensai “Cosa ci fa un immagine mezza strappata del Papa in questo vicolo di Pechino. Così lontano da casa. Lo sanno tutti che la Cina è contraria a ogni forma di religiosità. Il credo non deve esistere qui. C’è solo il credo politico. Evviva il partito! Evviva sua santità Mao ZeDong!”.

Dopo qualche istante fece capolino un signore sulla sessantina. Un po’ timoroso.

Non ricordo cosa successe bene, ma faceva tenerezza. Mi chiese da dove provenissi e quando sentì rispondersi “Roma” quasi svenne. Trasecolò. Venivo dalla casa del suo amato Papa. “Se vuole possiamo fare una preghiera assieme?” gli chiesi neanche io so come né perché. E così ci sedemmo sull’uscio del suo mondo, sotto lo stipide della porta da cui vedeva solo un canale col parapetto in pietra. Uno di quelli soliti che vedi passeggiando per Pechino. Coi leoni intarsiati ogni ics metri.

Pregammo assieme, in un’unità spirituale indescrivibile. Lui in cinese, io in italiano. Al mio “Yi, er san! Kaishi! (Uno, due e tre! Via!)” “women de tianfu, yuan nide mingshou xianyang” lui diceva in cinese e “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…” io in italiano. Potevamo mettere su una band. Ricordo la lanterna rossa che ciondolava dal soffitto, lentamente. Come una nenia, un diapason che scandiva il tempo del nostro respiro e del nostro incapace misticismo. Il vento s’insinuava tra le nostre parole sanando qualcuno chissà dove.

Finita l’esperienza stemmo in silenzio un po’. Mi guardò, chiamandomi amico. Ma poi avevo da fare, e andai via subito.

Così ogni qualvolta mi trovavo in una situazione di estremo agio coi cinesi, mi venivano in mente tutti i volti delle persone che si erano manifestate in questo mio peregrinare. Con cui avevo avuto un rapporto magico. Qui ve ne ho riportati due, ma ce ne furono molti altri. Erano volti di quale vita? Di quale dimensione? Mi sentivo come passare da uno spazio a un tempo e tramite un tempo in un differente spazio.

“Quest’erba è dannatamente buona, Ajie!”

“È quella di Da Dongge! Lui si tratta bene, d’altronde cosa resta all’uomo se non la gioia della ricerca e del miglioramento di se stesso? E se l’uomo non tenta con tutti gli strumenti messi a sua disposizione dalla natura come potrebbe mai riuscire in un compito così arduo? Fuma fratello! Fuma! Non ci pensare alle guardie che qui, non valgono niente… basta dare loro un pacchetto di sigarette e sai cosa ci fanno poi con la legge? Con la legge di chi poi? Per chi? Rilassati… non c’è problema!” continuò a farfugliare mentre assaggiavo quella prelibatezza.

“Ma te la sei sturata tutta!” dissi. Mi aveva dato solamente un filtro mezzo malconcio e bagnaticcio.

“Non c’è problema ah ah ah ne facciamo un’altra!”.

Ormai andava con il pilota automatico, senza neanche mettere in dubbio la possibilità che non potesse essere così. Bisognava fare un’altra trella!

“Subito? Aspetta un attimo, l’abbiamo appena finita! Mica possiamo fumare così in continuazione…” dissi ingenuamente. Oggi, ripensando a quel momento, mi vedo quasi come un grommet alle prime armi. Un bambino che, dalle medie passa al primo anno di liceo, con tutte le feste e le donne e le droghe e le scoperte di una vita nuova, in un attimo.

Lui mi guardò un po’ sorpreso, con un sorrisetto leggermente abbozzato.

“Ancora non hai capito qui le cose come vanno… il viaggio è continuo e l’hai appena cominciato! Non lo si può interrompere…” Era vero, pensai. Perché interromperlo? Paura forse? Forse inadeguatezza? La sua non era una frase buttata là per convincere gli amici a fumare, come avviene tra i giovani borghesi in ambienti di bivaccamento e di goliardia, magari ai Parioli o a Prati, alle feste, tra bambini e giovani annoiati. Figli di una tristezza quasi museale, figli dell’ovvietà e della vacuità delle città moderne dallo stomaco appesantito. Non c’è nulla da dire! Così questi giovanissimi si riempiono di droghe! Perché questo è. Ma noi no, eravamo come dei monaci sulla via, dei vagabondi taoisti, dei religiosi. Alle pendici dei monti sacri lungo la via che conduce all’illuminazione e alla rinuncia.

La sua dichiarazione era stata tanto lapidaria, quanto semplice e vera. Non avevo mai veramente notato il profondo pensiero che si nascondeva dietro il “semplice fumare” di Ajie. Lui era uno spirito puro che molti avrebbero scambiato per un semplice sbandato sociale, un dannato, un emerginato, un fattone. Non era così. Lo vedevo, lo sentivo. Ajie era un saggio, in un certo senso un’illuminato. Un giovane che aveva sofferto molto nella vita e che aveva capito. Aveva esperito il mistero che si nasconde dietro il velo apparente della vita. Lo aveva visto, ci aveva parlato, amoreggiato, ci aveva fatto a botte, lo aveva morso, era stato graffiato, eppure continuava a cercarlo per definire un rapporto equo e stabile. Era un rapporto di amore e odio con il lato top secret della vita. E aveva anche due puntini rossi sul braccio, come se fosse stato morso dal serpente del destino.

L’ispirazione, si nascondeva dietro ogni angolo, dietro ogni vaso, ogni fiore, ogni bellezza, ogni penna, ogni pezzo di carta, ogni gingillo e sopramobile. I quadri erano disposti con una cura e una perfezione berniniana. Tutto fluiva in quel fumo che si mescolava all’aria creando una stabilità d’intenti e di desideri inimmaginabile per chi non è stato seduto su quel divano e non ha avuto esattamente le nostre esperienze e le nostre illuminazioni. È semplicemente così. Quel raggio di luce sul tavolino in un giorno di smog, oscuro, in quell’angolo di mondo senza Dio (?). Eravamo lì e celebravamo assieme, e come in un dipinto decadente, autocreavamo la nostra tela sotto le pennellate di colore spesse e decise. Flussi e riflussi di coscienza. La marijuana in quel contesto era un catalizzatore di pensieri e di entità invisibili.
Creatore enteogenico.

Non so per quanto non parlammo, non so per quanto non ci guardammo, distratti da pensieri felici e distanti, ma eravamo appagati di essere, eravamo uniti da un’avventura che avrebbe deciso per sempre le sorti della nostra vita.

“E voi in Italia potete fumare marijuana liberamente?” chiese all’improvviso Ajie, come risvegliandosi da un torpore accettato, deliberato.

“Purtroppo no. Un po’ come qua, non ci si può esporre troppo. È ancora illegale, sembrerebbe che a breve qualcosa possa cambiare. Ci sono nuovi movimenti politici, partiti che fingono di essere veramente interessati alla salute fisica e spirituale del popolo. Ma c’è carenza d’intellettuali e di gente che si sbatta, anche rischiando, sull’argomento. Ho letto su internet che in Italia qualcuno sta portando avanti battaglie sempre più serrate per la legalizzazione, ma non sono aggiornato, perché non mi piace la politica di oggi. Speriamo nel futuro…” L’argomento mi intristiva. Avevo dedicato tempo e meditato sulla questione, ma purtroppo sul discorso droghe leggere predomina un’ignoranza paperoniana, anche se la verità scientifica, storica e religiosa è alla portata di tutti. Com’è possibile che i politici ancora possano ancora pensare di mascherarsi compiutamente dietro le falsità del lobbismo e della farmacologia moderna? Questo rimaneva un mistero, forse perché ho sempre avuto un rapporto molto ingenuo con la politica e con il potere.

Comunque l’argomento non avrebbe cambiato la mia vita, ero lontano da tutti. Ma la sola idea che l’Italia potesse finalmente liberalizzare una pianta che era stata demonizzata per decenni a causa degli interessi industriali, mi avrebbe reso talmente felice da abbracciare tutti per strada, tutti i miei fratelli in madrepatria. Là, oltre tutto.

Lontano lontano.

“Capisco…” disse dal silenzio Da Dongge. Non sembrava molto interessato all’argomento. Lui aveva perso assolutamente la fiducia nel genere umano e ancor di più nel suo governo. Non importava di quale nazione stessimo parlando o di quale gruppo di partiti, per lui erano tutti uguali. Tutti vogliono solamente potere, solamente accrescere il controllo e accumulare influenza su influenza, denaro su denaro a discapito della sofferenza del popolo. Da Dongge non era uno sciocco. Aveva una buona cultura. In passato era anche stato professore di letteratura cinese nell’università nonsodove. E poi, abbandonò. Forse qualche sconfitta di troppo, qualche risposta di troppo, debolezze, atavicità, incompatibilità sociali. Fuggì nella materia e, grazie a Dio, il legno era stato sempre la sua passione. Era stufo della sua vita di prima. Non voleva più essere dipendente e scendere a compromessi. Voleva essere l’artefice del proprio destino, voleva demiurgizzarsi. Così, coi pochi soldi che aveva messo da parte negli anni in cui lavorava come schiavo, come diceva lui, aveva messo su quella piccola bottega di falegnameria. Uno studio zen più che altro.

“A proposito ragazzi, ma questa sera dove andrete a stare?” chiese di punto in bianco.

“Mah, non lo sappiamo ancora Da Dongge, possiamo cercare un posto nei paraggi, così domani andiamo assieme da Xiao Dongge, se non hai impegni. Che ne dici?” rispose Ajie leccando l’angolo della sua nuova trella. Non c’è niente da fare, era un treno nel rollaggio, io non ce l’avrei mai fatta a rollare così velocemente e così perfettamente.
“Ah no no no! Non se ne parla nemmeno! Se volete state qui da me per la notte. Tra poco vado a casa per la cena e, se siete d’accordo, potete unirvi a me e a mia figlia che sicuramente avrà già preparato qualcosa di buono. Tanto sono qui a pochi metri. Questo posto lo uso solo occasionalmente per dormire, quando magari sono fino a tardi al lavoro o sono sbronzo e non mi va di tornare a casa perché magari fuori d’inverno gela. Vi do le chiavi, potete restare, senza problemi! Ne sarei molto felice e c’è un divano qui, e uno là, in quell’angolo laggiù… vedete?” indicando la stanza al di là di una colonna centrale dietro il fumo che Ajie già sparpagliava distrattamente. Ci guardammo, sorpresi, esitammo un attimo, ma accettammo con molta gioia il suo invito. In un secondo avevamo svoltato una cena e un tetto sopra la testa. “Grazie Da Dongge!” , recitammo in coro macchiati da un fumo che intaccava tutto.

La mattina dopo il sole entrava timido dai grandi finestroni che affacciavano sulla strada. Era caldo, afoso. Bevemmo un po’ di tè e uscimmo ancora assonnati. Non vedemmo né sentimmo Da Dongge per tutta la mattina. D’altronde ci aveva avvisati che avrebbe avuto da fare dei giri per clienti, legno chissà. Così prendemmo il nostro tempo e gironzolammo per la zona. In realtà non c’era assolutamente niente che ci interessasse, non c’era nulla da vedere. Era un quartiere completamente anonimo. Le uniche cose che attirassero la nostra attenzione erano le macchine che sfrecciavano rumorosamente, e i grattacieli e ancora altre macchine e qualche pulzella di passaggio. Ajie fece un paio di telefonate per concordare un incontro la sera. Al telefono era Xiao Dongge. “Gradioso! Grandioso! Certo ci vediamo stasera!”.

Riagganciò.

“È fatta!” disse.

“Cosa è fatta? Fatta cosa?”

“Xiao Dongge, ha detto che può darci un passaggio per la grande festa nei boschi su a la Montagna delle Fate! Dobbiamo andarci DeLuFa! Fidati di me! È un evento splendido e poi Xiao Dongge è un tipo ok, vedrai!” tutto eccitato.

Non vedeva quei suoi amici, quei posti da molto tempo ormai.

Non potevo dire di no né volevo farlo. Ero anch’io curioso. Non sapevo assolutamente di cosa stesse parlando, che tipo di posto fosse questa Montagna delle Fate e di quale party si trattasse. Ma poco importava. Tutto suonava perfetto. Cosa meglio di una festa nei boschi al confine sichuanese? Suonava meraviglioso, tutto davanti agli occhi mi si presentava come un dono. Incondizionatamente accettavo tutto. Ero al sicuro, nell’accettazione sincera di ogni mistero.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 12.2

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Parte Prima – Capitolo 12.1

A parte l’arredamento e qualche dettaglio avevamo ormai veramente quasi finito la ristrutturazione. Ci sentivamo al settimo cielo. Tutto procedeva liscio come l’olio, Sanwa era contento, Jiya che, da bravo mongolo, trovava sempre una scusa per sparire sul più bello, era euforico, e non solo per via della marijuana che fumava a ruota libera; e poi c’ero io, che forse c’avevo messo più braccia. Ero appagato.

Era venuto un bel lavoro, soprattutto, vero. Vivo. Vissuto. Sembrava una taverna marina, uno di quei posti che incontri nei vicoli di un borgo, a sorpresa, mentre ti sei perso e non sai assolutamente cosa ci sia oltre e dove tu stia andando. Era un posto che folgorava quasi per la sua austera semplicità spirituale. Un monastero invisibile.

Anche il nostro locale era difficile da trovare, neanche si vedeva dalla strada. Certo avremmo poi messo un’insegna, con tanto di bel logo a forma di loto, ma al primo piano c’era pur sempre la famiglia del landlord, con le sue secchiate di bambini stesi a terra a giocare con i loro non-giochi, a guardare cartoni animati gialli, e con le donne a spennare polli. I pesci erano sulle reti a seccare. Tutto secondo copione. Insomma tutto poteva sembrare fuorché l’ingresso di uno dei più folli locali dell’isola, frequentato dai cinesi e dai forestieri più psichedelici ed enigmatici che si potessero incontrare in quello sputo di terra.

La musica certo sarebbe andata avanti per tutto il giorno, e forse solo quella ci avrebbe aiutati a farci sentire dalla strada. Oltre all’insegna, certo, che però svaniva sempre dietro alla palma della signora davanti, quella imbalsamata. Avevamo anche fatto alcuni test audio e l’impianto che avevamo comprato (ci aveva pensato Jiya che ne capiva parecchio), con casse grandi come tronchi d’albero, ci garantiva decibel a go go.

Del resto affacciavamo su di un vicolo in cui il suono avrebbe rimbombato giù , dritto sino alla spiaggia. Dai tre gradini d’ingresso, dove noi avevamo sistemato dei racks per le tavole da surf, si poteva ammirare tutta la baia turchese, la cava, i palmeti fino all’orizzonte. Pensavamo che si sarebbe ben presto sparsa la voce di questo nuovo locale. Non avevamo fretta, tranne Sange forse.

Certo Sanwa non sarebbe stato con le mani in mano, aveva investito più di quanto potesse fare (anche se in realtà non erano tanti soldi, ma per noi decisamente sì) e voleva cominciare a far “girare la baracca”.

Jiya in Mongolia Interna aveva moltissime conoscenze, ma non ad Hainan. Io venivo non si sa da dove, italiano già da sette anni in Cina, itinerante sì, con un passato di studi e di lavori commerciali a Pechino, un matrimonio andato a male a Tianjin, ma non ero un grande PR, tanto meno ad Hainan. O almeno non mi reputavo tale. Così gran parte del lavoro di promozione sarebbe spettato sicuramente al grande boss, a Sange.

Non potevamo proprio essere tanto d’aiuto, era lui il PR della situazione. Avremmo aiutato solo come potevamo.

A questo punto dovevamo cominciare a pensare all’organizzazione di una festa.

Dovevamo organizzare un’inaugurazione indimenticabile e far conoscere a tutti cosa volesse dire party! Cosa volesse dire SIAMO VIVI! SIAMO QUI! Spaccare la noia, cambiare direzione al declivio del mondo. Belushizzarci. Volevamo mandare un segnale, un messaggio nello spazio. Fare casino. E tanto. “We want the world and we want it NOW!” gracchiava Jim.

Era Giugno. Stagione perfetta. Estate mentale in un posto in cui regna perennemente estate e solo estate.

Avremmo avuto più bikini, più cocktails, più salsedine, più droghe, più testosterone, più irrefrenabilità, più bagordigia e più prelibatezze noi, che i migliori alberghi cinquestelle di YaLong Bay. Quella zozza e ricca baia dietro l’angolo, al di là della cava di pietra del monte davanti, quello che esplodeva puntualmente la sera. Tutti quegli alberghi, destinazione di lusso per tristi e annoiati turisti russi che non sapevano come spendere i propri mazzi di soldi, dovevano essere cancellati. La vivevamo come una lotta di classe. Poveri e liberi contro ricchi e schiavi. Nella nostra ottica, quella di chi non aveva molto al di fuori della propria libertà di essere come vuole, i ricchi ci facevano pena. Erano anime più inquiete di noi, malate, strabiche di valori.

Mancavano ancora diversi giorni prima di porre il puntino finale sui lavori. Io e Sanwa avevamo scelto meticolosamente ogni singolo orpello o diadema che avrebbe dovuto abbellire il nostro bambino. Tazze tazzine, distillatori, bicchieri, bicchierini, moka (in un locale “italiano” non poteva certo mancare il caffè!) luci, tante luci. Luci in ferro battuto, lampadine ora tanto di moda, a mo’ di old factory, con cui avremmo fatto tendenza (anche le lampadine sono fonte d’illuminazione!). Infatti subito dopo la nostra inaugurazione, in tutti gli altri locali del paese, cominciarono a spuntare come funghi indovinate un po’? Lampadine e lampade old factory style! Avevamo un futuro come influenzatori di gusto lampadariesco!

In fine mancavano ancora i mobili e i letti a castello del secondo piano, quello che ci era costato tanta fatica e tanto amore. I dormitori nella jungla di bambù, quelli. Sanwa aveva scelto dei letti minimali in legno, su suggerimento di Jiya che, nonostante non si fosse impegnato molto, sempre impegnato in qualcosa di vago e giustificabile, riusciva sempre a intortare chiunque con le sue esigenze e i suoi affari, i suoi giri, i suoi amici, la sua risata stridula. Quando però era alle strette e agiva era velocissimo, efficientissimo e chirurgico. Sorprendentemente lucido e lasciava tutti con tanto di naso.

Comunque i letti, alcuni tavoli e il resto sarebbero arrivati solo dopo due o tre settimane. Dovevamo ordinarli e aspettare che venissero prodotti e poi spediti. Avevamo ancora tempo, quindi, di esprimere al meglio i nostri giorni, senza il sacramento del lavoro.

Fu così che io e Ajie decidemmo di partire. Maledizione e follia all’orizzonte.

“Chongqing è una municipalità della Cina centro-meridionale con una popolazione di circa 32.355.000 abitanti. Essa rappresenta una delle quattro municipalità autonome, parificate al livello provinciale, della Repubblica Popolare Cinese, delle quali, con 29.914.000 abitanti (dato 2010), è la più popolosa, oltre che la più estesa per superficie. Si stima che in essa ci siano circa 3 milioni di immigrati da altre province della repubblica senza permesso di soggiorno regolare. È considerata uno degli agglomerati urbani più grandi al mondo, con il totale degli abitanti ufficiali della municipalità conteggiato in quasi 29 milioni nel 2010, ma ritenuto oggi vicino ai 34 milioni di abitanti. Nel 1189 il principe Zhao Dun, della Dinastia…”.

“Ma che diavolo vai blaterando?” sbraitò Ajie girandosi di scatto con un nuvolone di fumo che gli abbraccio tutta la tempia e l’orecchio.

“Wikipedia! Scusa non stiamo andando a Chongqing? Davo un’occhiata giusto per vedere se eri preparato e poi, quanto mi piace infastidirti un po’!” dissi ridendo.

“Ma quanto sei… mmmm… lasciam perdere.”

“Piuttosto abbiamo preso tutto, Ajie?” chiesi chiudendo lo zaino. Volavamo leggeri.

“Tanto coraggio! E tu l’hai preso?”

“Preso!” risposi.

“Andiamo, allora?”.

“Andiamo!”.

Il volo tanto per cambiare era in ritardo. I voli da e per le isole sono sempre in ritardo, almeno da e per quell’isola.

Il nostro volo lo avevamo comprato all’ultimo momento, online, a un prezzo veramente stracciato, considerando che nessuno di noi navigava economicamente in buone acque fu un successone. Per quel che riguarda l’organizzazione del viaggio in sé, avremmo vagato, andando a trovare solo amici o amici di amici e, in caso, ne avremmo fatti di nuovi. Non saremmo certo andati negli alberghi. Era assolutamente fuori discussione. Non potevamo neanche permetterceli a dirla tutta. Così prendemmo gli ultimi biglietti del volo più scomodo e più economico disponibile, aspettandomi quasi un aereo monoala, con posti fronte wc, e via. L’importante era volare lontano.

Un volo diretto – signore e signori! – Sanya – Chongqing, in grande stile!

Prima destinazione sì, proprio Chongqing che, come avevo letto prima su Wikipedia, era davvero una cazzo di città.

Ajie ci era cresciuto, anche se proveniva da un piccolo paesino nelle immediate vicinanze dell’estrema periferia.

“Trentamilionidiabitanti!” gli ripetevo mentre aspettavamo seduti a terra che il display ci indicasse il gate e il momento dell’imbarco. “La mia Italia conta circa sessantamilioni di persone in tutto! E qui, ci sono città di metà Italia! Da diventare matti. Ma ti rendi conto?”.

“Mi rendo conto sì. Ci sono nato! E poi ci si chiede perché i cinesi sono completamente fuori di testa e non si sopportano più. E ti credo! Quando vedono una persona morire per strada sono quasi contenti. Meno uno!” rispose distratto e ironico come al solito.

Distratto sempre, ma non sempre per via dell’erba. Come Jiya, Ajie era un’anima in pena. Sempre alla ricerca di un senso più profondo, senso che andava ricercando tra gli oggetti e le manifestazioni visibili del quotidiano. Tra le corde del suo basso, tra le onde del mare e tra la gente. Si trovava a brancolare esattamente al confine tra Taoismo e Rastafarianesimo. Un unicum vagante, un Li XiaoLong, alias Bruce Lee, del XXI secolo, che aveva saputo svuotare la propria coppa da tutto il proprio dolore e da tutta la propria sofferenza, da tutti i preconcetti e dalle stronzate della società contemporanea assassina, occidentalmente cinese. Lui quella la conosceva bene. Era cresciuto sulla strada. Non aveva mai smesso di fluire, di scorrere, letteramente, per vedere e capire che forse alla fine non c’è proprio niente da capire. Accettava col sorriso. Aveva attraversato senza un renminbi in tasca tutte le regioni del centro e del sud-est, quelle a lui tanto care. “L’energia positiva è qui!” diceva. Le vibrazioni positive della Cina provengono da queste zone. Sichuan, Yunnan, Guizhou, Tibet. Posti poveri di monete, sì , ma estremamente ricchi di spirito, come l’Italia del Sud.

Ajie aveva vissuto sempre al limite, arrangiandosi, facendo mille lavori, anche il manovale, il contadino o il venditore di telefonini, perseguendo il suo sogno. La musica. E anche oggi, sperduto tra spiagge e monti, sarà nel suo giro in C, in B o in D. Ajie.

Mi aveva raccontato di aver mangiato, in alcuni periodi, solamente una tazza di riso in bianco al giorno. Di aver dormito in zone dove non c’erano vetri alle finestre e porte tra gli stipidi, anche d’inverno. Dove non c’era acqua corrente o energia elettrica. Nel Duemila del paese Made in China che produce i nostri bicchieri, bicchierini, piatti e piattini dell’IkEA (che ho visto fare con i miei occhi da ragazzini buttati a terra, d’inverno, senza riscaldamento, letteralmente coperti di polvere; mentre il boss, il capo snob della fabbrichetta, uscendo dalla sua scintillante Audi A6, con tanto di scarpe italiane, nuove di pacca, diceva “te le vendo a 1 euro!”. Prodotti, oggetti, che in Italia paghi 9,99 in offerta! E tutte le famigliole, la domenica pomeriggio, vanno a mangiarsi quei stramaledetti biscotti svedesi con questi cazzo di piattini, mortai o bicchierini, fatti là, da quelle piccole manine, da quelle anime distrutte! E allora ti vien da dire “Ficcatelarculo quell’euro!”, e così dissi!). Ajie era stato in paesini dove ci si spezza le mani per portare qualche radice sulla tavola assieme a un qualcos’altro, un po’ di cibo, che fa comunque piangere a dirlo.  Cibo benedetto!

Lo avevo conosciuto per caso un giorno a caso, mentre mangiavamo dei grandiosi zhajiangmian da JunJun. Non avete mai mangiato zhajiangmian  (noodles)? Mai mangiati i zhajiangmian  di Junjun? Non sapete cosa vi perdete! Se non siete schiacciati dalla vita, se non avete tutti questi conti da pagare, se non avete da rendicontare qualcosa a qualcuno, a un capo o a un superiore, a un socio o a una moglie, un marito, prendete il primo volo per Sanya. Andate a Houhai. Arrivati lì, non curatevi delle valigie, buttate tutto a terra, anzi non portatevele neanche le valigie, e cominciate a correre, gridando verso l’interno del paese, lungo l’unica via principale. Correte come pazzi, scrollatevi di dosso tutto e correte. Lì, sul lato sinistro, dopo circa a un terzo di strada, troverete un piccolo negozietto. In realtà non ha nulla di speciale e non è neanche un negozio, ma una casa su strada senza licenza, né contratto d’affitto. Ma fate attenzione perché non la vedrete se correte troppo veloce. È un posto tranquillo. Due piante all’ingresso, una a destra, una a sinistra. Quattro tavolini e, al centro, un fuoco che non c’è. Troverete probabilmente una bambina a giocare a terra. Sua figlia, con le treccine nere ai lati e con degli elastici rosa stretti come nei manga. Chiedete di JunJun, vi manda De Lu Fa.

Lui uscirà con un sorriso pacato e un movimento lento. Occhi marroni.

Misticismo del palato mischiato a schiaffi di cemento e succulentismo erotico, i suoi noodles. Non so come abbia fatto, ma ci ha anche ficcato dentro la tradizione, JunJun. Altra anima del sud che tutto ha fatto tranne rinnegare il proprio diritto a dire NO!

Alla propria libertà. Difficile farlo fratelli. È difficile farlo.

Proprio lì , incontrai per la prima volta Ajie. Era appena arrivato camminando dall’orizzonte con un cagnolino in braccio. A mo’ di Cristo che suona il sitar. Vestito ancora di polvere della strada e di città. Capelli lunghi, un cappellone sulla testa e un misto di sofferenza e speranza. Un orfano. Lui si può vedere di lato nel quadro dei mangiatori di patate di Van Gogh. È proprio lui. Facemmo subito amicizia.

Aveva un alone doppio. Nero e arancione, ma la società non le vuole vedere queste cose. Perciò shhhhhh! Ma questo lo sentiva lui stesso, e per questo non si fermava in nessun luogo, voleva scrollarsi di dosso il nero, il nerume, il petrolio-sangue che scorre nelle vene delle città: la disumanità. E finalmente lo stava perdendo, dopo due anni di surf, di oceano e di Houhai. Di musica e di follie clandestine, lungo la linea dove il tempo non esiste. Vivere la vita non è sopravvivere alla vita. Lo sapevamo, per questo lo facevamo. Irridendo il resto. Il cagnetto lo aveva chiamato Jita (Chitarra). Che carina mi saltava sempre addosso con quel suo pancino liscio.

Ben presto diventammo inseparabili. Ci ritrovavamo tutte le sere da LaoLi, nella casa blu d’angolo, o sul mio terrazzo, ma già da prima che arrivassero Lulu e MiaoMiao a farmi compagnia, già da prima lui era ospite fisso. Per ore e ore, per nottate intere, suonavamo un blues-reggae isolano. Ad ascoltarci c’era sempre la strega della casa del crocicchio davanti. Era ancora viva allora, e stava lì ad ascoltare tutto, nel buio. La strega, con gli occhi scintillanti come quelli di un gatto, mentre noi investigavamo il mistero in maniera dinamica, con la musica, lei ascoltava, e approvava.

Ajie coltivava erba sul terrazzo del palazzo di LaoLi. Loro si conoscevano già dai tempi di Chengdu, quando un giovanissimo lui era arrivato, scappando dalle campagne e dalla povertà, col sogno d’imbracciare la vita attraverso le quattro corde di un strumento musicale. Di un basso. Era anche un eccellente batterista, ma non lo sapeva ancora, né lo ammetteva se glielo dicevi. Così ogni sera fumando erba, facendo qualche trella, ascoltavamo l’oceano, meditando nel buio musicale delle nostre menti.

Le luci sviano lo sguardo, ne eravamo coscienti, basta leggere i grandi saggi o ascoltare le parole non parole dei testi sacri, antichi, di tutte le religioni. Poche luci, pochi rumori, introspezione. Meditazione. Pentimento. Di questo avevamo bisogno e questo cercavamo. Così semplice e così chiaro. E che cazzo!

Ma tutto questo ha un prezzo altissimo. La felicità ha un prezzo molto alto, prezzo che bisogna essere pronti a pagare se non si vuole rimanere ustionati.

Ajie dormiva da me. Appena arrivato a Houhai non aveva una casa, mentre io ne avevo una enorme e vuota, e la mia solitudine, in quel periodo, dopo che mia moglie se n’era andata, aiutava a vedere in profondità la gente. A vedere anche in loro quanta solitudine, questa zavorra, ci fosse e come fosse cinica e spietata con tutti. Con tutti noi. Mia moglie non poteva sopportare la vita libera. Desiderava la schiavitù di una vita pianificata, piatta, come l’elettrocardiogramma quando si muore morti all’anagrafe.

“Non mi dai sicurezza!” mi ripeteva. Ci credo! Del resto la vita stessa non ne dà a nessuno, soprattutto se la cerchi. E noi cercavamo cose differenti. Io volevo la scoperta, vederci chiaro, passare attraverso il cristallino dell’occhio di Dio! Non cercavo certo una sicurezza. Poi sicurezza di cosa? La sicurezza porta solo alla morte, unica cosa certa. E anche su questo De Lu Fa avrebbe da ridire.

Fatto sta che con tutte le stanze a disposizione, libere, Ajie preferiva comunque dormire sul pavimento. “Fa fresco a terra!” diceva. Ai piedi del mio letto. Eravamo Bonnie e Clyde e ci prendevamo sempre in giro.

“Ma il tuo maglione non te lo levi mai, DeLuFa, neanche per dormire?! Ah ah ah!”.

Parlava dei peli sul mio petto. E come si divertiva all’idea che fossi così peloso.

Loro, i cinesi, perlopiù non hanno peli, sono totalmente glabri. Eppure quanto piacevano i miei peli alle donne! Ma questo lo sapeva anche lui e, quando glielo ricordavo, rispondeva sempre con un “Puaff!”.

“O sbrigati cavolo! Hanno chiamato il nostro volo dai, è ora di andare!”. Disse preso da un modo di fare che non era il suo.

In un nano secondo eravamo già in piedi.

“Ora vedrai che schifo che fa la mia città! Ma un grande pregio ce l’ha, vedrai!”.

“E qual è?”risposi.

“Le donne più belle della Cina! Tante donne, fratello! La percentuale di belle donne più alta del Paese! Come anche a Chengdu” spiegò soddisfatto.

Decollammo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Cap 12.1

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