Parte Prima – Capitolo 9

Calma.

La notte continuava come la notte precedente e come quella prima ancora, in un buio monumentale. Le stelle erano spettatrici di movimenti di carne umana e noi spettatori di corpi celesti.

Per un periodo, prima che finissimo i lavori, ci ritrovavamo presso un vecchio locale sulla spiaggia, aperto da un personaggio silenzioso. Un po’ obliquo. Si faceva chiamare DaHai (Grandemare). Grande mare non era del posto. Proveniva dall’estremo nord della Cina. Era un dongbeiren (cinese del nord ovest) così come venivano chiamati in maniera a volte un po’ dispregiativa i cinesi della sua zona. Zona estremamente fredda e povera, al confine con la Siberia e con la Mongolia. Là gli inverni potevano raggiungere quasi i cinquanta gradi sottozero. E l’unico modo per resistere a queste temperature era bere. Così bevevano tutti. Ma Grandemare no, lui non resisteva là, il solo bere non lo acquietava. Non poteva farcela. Doveva andarsene, scappare, anche senza niente in tasca, nessun soldo, nessun aiuto. Puro nulla.

Proveniva da una famiglia distrutta, genitori dispersi. Dahai era stato il primo ad arrivare a Houhai, non sapendolo, per avviare la creazione di una nuova Cina, basata sulla semplicità delle onde e sulla forza dell’oceano. Una nuova Cina fatta di silenzio, voluto, desiderato, agognato, sognato, mai imposto. Silenzio indotto da una costante e continuativa meditazione dinamica, assorto in un quotidiano gongfu surfistico, come prendere coscienza di sé, svuotando la propria coppa, in fiduciosa attesa della prossima mareggiata, della prossima occasione donata dalla vita.

GrandeMare alla fine si era sistemato proprio bene. Aveva la discesa diretta in spiaggia e, dalla sua posizione, poteva abbracciare con lo sguardo l’intera baia, lunga circa due chilometri a forma di falce di luna. Spesso lo potevi vedere, sdraiato, coi piedi appoggiati sulle funi a mo’ di ringhiera (che aveva fissato per evitare che qualcuno cadesse dalla sua terrazza). Stava là, solo, a guardare il mare in silenzio bevendo qualcosa. Aveva un’esplosione di tormenti che solo il mare poteva placare, Dahai.

Poi, da lì, si poteva vedere bene, sul lato sinistro, una zona militare. Inaccessibile. Un filo spinato impediva ai civili di addentrarsi a esplorare la giungla di quell’angolo di paradiso; dall’altra parte della spiaggia invece, simmetricamente opposta, verso sud, vi era invece una grande cava di pietra. Si potevano vedere luci e fuochi, fino a notte fonda. Erano camion e altre macchine da lavoro in continuo movimento che, nel buio, apparivano come puntini luminosi in un cielo basso. Non si poteva distinguere esattamente cosa fossero, ma si sapeva, tutti sapevano, che c’era un continuo operare.

Qualcuno viveva differenti esistenze, a pochi passi da noi. Esistenze connesse solo alla pietra del luogo. Scavavano la montagna, e, su grandi chiatte, navi abissali, grandi blocchi grigi venivano trasportati lontano. Via. Noi del posto potevamo facilmente riconoscerla quella pietra. La trovavamo tagliuzzata e diposta altrove in diverse parti dell’isola. Spesso il materiale era usato per costruire moli e banchine per l’attracco delle navi dei ricchi o per alzare il livello del fondale e creare barriere all’impetuosità di Nettuno.

Ogni tanto si sentiva qualche esplosione, anche a sera, con il buio. Bombardavano la montagna con la dinamite. Booooaaaaarghh!

Boati come squilli di telefono notturni, quando si dorme, trilli che si insinuano nei sogni da tutte le direzioni, svelando che in realtà c’è un’altra dimensione oltre quella del sogno. E non importa cosa stiamo sognando, se sognamo di essere vincenti giocatori di baseball, eroi vichinghi su navi draconiane, amanti focosi e insaziabili, guerrieri moribondi su un campo di battaglia, o impiegati in cioccolatinosi supermercati fatti di marzapane e oro; i boati ci ricordavano che un mondo, in sbattimento, insoddisfatto e in costruzione-distruzione, era lì fuori, al di là della nostra visuale, al di là del nostro monte, della nostra baia, delle nostre onde e delle nostre vite. Un mondo che non era mai sazio e che stava avanzando. Che avanza sempre portando, presto o tardi, sofferenza a tutti.

“Dai ma che dici? Facciamone un’altra Ajie!” dissi mentre osservavo il mio piede dondolare dal verde-blu dell’amaca e sbattere sul pavimento di tallone.

“E dai su! DeLuFa, una piccola però” mentre improvvisava sul suo malandato basso qualche giro tanto improbabile quanto indimenticabile.

“Questa è roba speciale, viene direttamente da Chengdu, sai cosa vuol dire, no?”.

L’avevo imparato. La marijuana sichuanese o dello Yunnan era una roba pazzesca. In conformità con le regole taoiste della regione apriva a un rilassamento e a una creatività senza eguali.

Una delle regioni in cui si espanse particolarmente il Taoismo era proprio il Sichuan, al confine sud ovest della Cina, vicino al Tibet, non lontano dall’India. Zona montuosa, boschiva, ricca di misteri e psichedelie in cui la spiritualità era profonda, anche solo nella stessa terra, nella Natura.

Dal Sichuan si potevano prendere tutte le direzioni possibili. Ci si poteva disperdere nel cuore dell’Asia con pochissime decine di ore di viaggio, pochi giorni nell’antichità.

Le strade proseguivano a nord a sud a est a ovest, in su, in giù, e volendo si poteva raggiungere “l’altra parte” in un batter d’occhio. Senza dubbio una terra mistica, in espansione continua. Colline silenziose, laghi cristallini, imponenti al nord vi erano i piedi dell’Himalaya. Erano stati sempre là guardando le genti accanirsi e cercando di stare al passo coi tempi, col progresso, riproducendosi esageratamente, come insetti. Locuste.

La Cina aveva tumulato il proprio passato negli ultimi decenni, in nome di un grande balzo economico che ci sta tutt’ora portando all’autodistruzione mondiale. Eh già!

“Ma come facevi a stare a Chengdu, come resistevi poi quando tornavi a casa a ChongQing? Non ti sentivi mancare l’aria? Tutta quella gente, tutte quelle macchine, quei coglioni che si muovo inconsapevoli come piccoli robot a batteria sanguigna!” chiesi mentre Ajie cacciava dalle sue tasche tutto l’occorrente per una rollare nuova trella. Mi guardava assorto.

“Infatti non resistevo. Sono scappato appena ho potuto, poi la strada mi ha portato sino a qui, a incontrare un laowai con la faccia da schiaffi come la tua, era destino! No?”

“Idiota!” dissi ridendo.

“Ah ah ah, DeLuFa, l’italiano, il Marco Polo del duemila. Ma cosa sei venuto a fare tu (enfatizzando) in Cina? Ma non te ne potevi restare in Italia, a casa tua? Tutti vogliono scappare da qui, tutti vogliono andare in America, in Australia, in Canada o in Europa e… invece tu che fai? Scappi da lì per venire in Cina? Non è mica tanto normale…”

“Dai lo sai, era destino, ero predestinato. Yuanfen! (destino), dite voi cinesi, no? Pensa quando stavo a Pechino o a Tianjin allora! Sono stati anni incredibili, nel cercare vita sotto la coltre oscura dell’animo frantumato della società moderna cinese. E chi meglio di te lo sa! Ma se sei attento, se non vivi come se non vivessi, anche da non cinese si può vedere benissimo che ormai… lo sai sì ? …vi state annientando, anzi lo avete già fatto, fratello! Tu sei fortunato, non hai nulla da annientare o di annientabile! Sei intoccabile tu!”

“Ma quanto ti piace parlare a te…”

“Senti questa va!” dissi strimpellando con una chitarretta da viaggio un giro in B minore e Ajie continuava a girare la trella e ascoltava, e annuiva quando gli piaceva qualcosa sorridendo. Ogni tanto. Mi guardava con il suo fare ironico e beffardo, senza dire nulla. Troppe parole erano veramente superflue.

La Cina aveva ucciso la propria filosofia, la propria arte, la propria spiritualità. Il ventre dei cinesi si stavano gonfiando, i fegati spappolando. Fiumi di grappa, fiumi di Chivas e di vini d’importazione stavano inondando i loro corpi vuoti. Manager, avvocati, governatori, tutti in una spasmodica ricerca di potere, denaro e gloria. Tutti cercavano una rivincita personale. Semplici verità davanti agli occhi di tutti e tutti che stavano zitti e si appecoronavano. Di qua e di là.

Se andrai mai in Cina o se ci hai vissuto, se ci sei oggi che stai leggendo questo libro che hai in mano, allora dovresti saper bene, anche meglio di me, quel che vado dicendo. Come sia facile vedere donne, vecchi e bambini, in pericolo, in difficoltà infernali, negli angoli di città , e nessuno, nessuno, nessuno tende loro una mano. La stessa cosa avviene negli altri Paesi del mondo, ma in Cina, oh in Cina, la gente muore per strada nel disinteresse più totale. Non si ha tempo, non si hanno occhi, non si ha più un’anima.

In una città come Sanya poi, la capitale del lusso, la Miami della Cina, la gente appare ancora più distratta dalla morte. Spiritualmente morta. Le persone sono atomizzate, divise e frammentate. Come se l’anima stessa fosse materiale, per loro, ancor più facile da corrompere! Sono sempre alla ricerca di una qualche altra cosa, sempre qualche altra cosa, qualche novità purché non abbia nulla a che fare con la natura più profonda dell’uomo. Scimmie-anime-scheletro con il telefonino.

Per questo decisi me ne andai in un villaggio, dove i valori, i loro valori, quelli dell’appiattimento al silicio, stentavano ancora ad arrivare. Evidentemente ancora non avevano individuato bene la posizione di Houhai. Ma lo avrebbero scoperto presto.

Sanya, che dovete immaginare come tutte le altre città tropicali della zona, è una specie di avamposto sino-vietnamita, muro di confine tra il governo cinese, le mafie e i narcotrafficanti del sudest asiatico. Un paradiso del malaffare e del sesso. Yachts e zattere di pescatori ovunque che navigano tra mutande, champagne, e vino francese. Vive la France! Una Miami asiatica rampante, dove tutti i criminali, i ricchi e i potenti della zona si trovavano per qualche giorno, con famiglia o cone le amanti, e dove apparivano i più loschi individui da tutto il continente. Dalla Russia, dalla Cina, dalla Thailandia e chissà da dove altro ancora.

Si riunivano nei ristoranti o negli alberghi, nei migliori locali del centro o sopra le loro barche. A Sanya anche io ho portato per la prima volta una barca a vela! La mia prima esperienza di navigazione, per la prima volta ho preso il timone e scavallato le onde lunghe dell’oceano pacifico, andando a sud sempre più a sud. Sensazione indimenticabile!

Eppure mi sentivo un outsider anche là, anche ad Hainan, così come a Roma.

Camminavo e cammino per strada non riconoscendo la gente, il perché dei modi e dei luoghi. E non immagino di potermi mai più abituare ex novo agli abiti occidentali, a un lavoro o a una famiglia, a un mutuo o a una pensione, a un dente in meno o a un giorno di vita in più. Sono un sognatore, credo che ancora, che qualcosa possa cambiare, che sia ancora possibile influenzarsi positivamente per un mondo migliore. E per cambiare dovremmo forse ritrovarci quotidianamente sulle metropolitane, per le strade, nei mercati, o nelle banche, nelle stazioni postali, o agli incroci dei semafori e abbracciarci senza parlare. Come vecchi amici che non s’incontrano da tanti anni. Dovremmo fare questo. Forse l’unico modo per risollevare le nostri sorti umane. Magia del tocco. Pranoterapia sociale. Ma chi mai lo farà? E anche tu che sei seduta o seduto in metropolitana e che leggi queste due righe, anche tu hai un sogno – lo so, lo sai – e che cosa fai? Devi perseguirlo, così come facevamo noi, nel nostro villaggio, nonostante tutto. Un sogno comune, un sogno in comune. Espressione di sé. Ora alzati e abbracciamoci, che non c’è tempo.

“Wow, questa roba è grandiosa, Ajie!” mentre tossivo.

“Sì fratello! Te l’avevo detto!”

“Sì ma non pensavo fino a questo punto, Ginociccio!”

“Ah ah ah, senti ma questa chitarretta chi te l’ha data?” chiese così dal nulla.

“Jiya! L’ha portata da Hohhot, dopo il suo ultimo viaggio a casa. È una Martin!”

“Sì e io sono Biancaneve!”

“Che vuoi dire ?”

“Che se te l’ha portata lui è probabilmente falsa! Non è originale! Non può esserlo! Ti pare che Jiya possa permettersi di comprare una Martin originale per tuo compleanno? E chi sei? Sua madre? Che fai ci scopi con Jiya che ti fa di questi regali? Di’ la verità, DeLuFaaaa!”

“Maccheddici!! Ma sei scemo? Tu piuttosto!! E comunque anche se non è originale suona bene e questo è quel che conta. Poi non possiamo essere sicuri che non lo sia, e poi sai che ti dico, a caval donato non si guarda in bocca! È pur sempre un regalo fatto di cuore, gliel’ho visto negli occhi quando me l’ha data! Tiè, fuma va!”

Espirai nuvole sulla terrazza. Sembravano prender forma di dragoni di vento al vento.

“Stasera dobbiamo scrivere una canzone – ripresi subito a dire mentre lui fumava- la chiameremo Guniang (ragazza) !”

“Sono tuned in, lo sai! Quando vuoi” rispose.

Continuammo a suonare e a fumare fino a quel punto del tempo che si ferma in estasi e si ripete, e tu stai lì a guardarlo e lui ti guarda,  e che esiste e che vibra in ogni istante e in ogni attimo. Anche ora. Anche qui.

“Guniang wo hen xiang ni, guniang, ni shi wode guniang ni shi wo de guniang!”. (Ragazza, mi manchi, ragazza, tu sei mia, sei la mia ragazza!)

Il canto poi si spense nella notte immobile.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima Capitolo 9

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 6

“DeLuFa, mi prepari il tuo special? Pleeease

“Allora ti piace, eh? Ma non avevi detto che era troppo dolce per te?”

“Dipende dalle circostanze. Me lo fai o no? Una volta tanto che ti chiedo quel tuo dannato cocktail fai pure l’ironico?” disse Elvis.

Elvis, eccone un altro! Che personaggio!

Sembrava uscito da una rivista di aste fallimentari, a fumetto. Personaggio incomprensibile da capire, specialmente forse descrivendolo in questo modo. Anche perché non ci sono riviste di aste fallimentari fatte a fumetto e così voi non avreste potuto quindi mai leggerne alcuna. Lui però era esattamente così. Un personaggio di una rivista che non esiste, un Dylan senza Dog. Un pechinese non pechinese. Non pechinese pechinese. Un perfetto cinese, perfettamente egocentrico. Ma era anche un tipo interessante, a suo modo, che ricercava fama e soddisfazione fino all’eccesso, per saziare la propria fame di attenzione. Questo gli aveva insegnato la buona scuola altolocata dell’alta borghesia pechinensis. Ma nonostante tutto eravamo amici io ed Elvis.

Lo chiamavamo TuYu (cioè pesce di terra. Avete mai visto voi un pesce di terra?). Un pechinese ricco, ma non troppo, agiato ma non troppo, uscito dalla facoltà di lettere della migliore università della capitale, poi messosi a rincorrere il sogno sino-americano: Arricchirsi, fare business, fare carriera, fottere più donne possibili, scalare la società fino a un’altezza non bene individuata. Indorare oltremodo il proprio bisogno narcisitico di pavoneggiante mandarinità . D’altronde erano quelli gli anni, proprio quelli. Non era colpa sua. Lui non sapeva di non saperlo.

La Cina e il primo decennio del Duemila. Una Cina paninara. Sì, paninarismo cinese, apoteosi dello yuppismo mondiale.

Nel suo scorrere d’acque, lo Yangtze continuava a fluire senza badare a spese, senza interessarsi al costo di sangue e di carne umani. I millenni di storia erano scolpiti nelle rughe dei contadini come dei gridi grigi. Poveramente. Nelle miniere le luci non si accendevano più. Un’unica grande coltre di buio copriva gli occhi di tutti. Sopra di tutti un silenzio plumbeo. Storia al passato che si ripeteva e che si perdeva sputata fuori dalle ciminiere delle fabbriche pesanti. Il mondo non poteva guardare, perché non sapeva più né cosa né dove guardare. Di millenni si ricopriva la storia, dimenticandosi di se stessa. Millenni. Uno a uno. Specialmente dopo infiniti anni dell’oscura rivoluzione culturale, quando non potevi fidarti di nessuno, quando non potevi incrociare lo sguardo inquisitorio né del tuo vicino né di tuo zio, quando per una fuga d’amore “la devi pagare!”, venivi rinchiuso in un Laogai, ai lavori forzati, forzatamente manipolato al grido “Zhonghua renmin gongheguo wanwansui!” (Lunga vita alla Repubblica Popolare Cinese!); dopo le riforme di Deng XiaoPing e del “suo” PCC, il PaeseCina, negli anni Ottanta, cominciò piano piano a cambiare, certo sì. Iniziò a industrializzarsi, a espandersi. I paesi videro cambiarsi d’aspetto, divenendo città, le città diventarono metropoli. Le metropoli divennero mostri pachidermici con la testa di squalo e milleuno denti che spuntano di continuo e non perdono mai la morsa. Non perdono mai un’anima, non una vittoria. E se questa è la visione passatami davanti agli occhi ora chiedo: di chi la sconfitta? Forse non tradurranno mai questo libro in cinese, ma dovranno farlo in tutte le lingue del mondo.

E se prima Pechino aveva una delle cinte murarie medievali meglio conservate del mondo… fu demolita. Si vedeva apparire l’ideogramma chai (abbattere-demolire) ovunque, su tutti i muri. Esso aveva il compito di cancellare non solo la memoria dei popoli, ma anche di creare una nuova percezione del mondo. Si sa che la percezione risiede nella memoria e nell’immaginazione della gente. Poteva non saperlo Mao?

E l’Occidente dov’era? Lasciò che tutto si compisse, mentre era ancora intento a contare i denari delle appena terminate guerre dell’oppio e di tutte le altre guerre che lo impegnavano. Noi occidentali, no. Non volevamo guardare. Non potevamo guardare. Non avevamo occhi per guardare, per vedere.

E loro? Loro dovevano solo pensare in grande, pensare in positivo. Tutti. E tutti, potevano far carriera ascoltando le pericolose direttive del partito. Tutti. Tanti. Milioni di bravi bambini, automi senza fegato e senza cervello, senza cuore e senza compassione, se formati a dovere, come doveva e come deve esser fatto, tutti potevano e possono manifestare, glorificare le cinque stelle della bandiera rossa, gridando su piazza Tiananmen l’inno nazionale. Tutti. E chissenefrega del millenovecentottantanove. Chissenefrega dei morti e di chi ha combattuto per un mondo e per una Cina migliori. “Noi siamo i figli della grande Cina! Del grande balzo in avanti!”, questo pensavano in molti. Qualcuno ancora lo pensa tutt’ora, tacendo. Accettano la volontà del partito, divenendone complici.

Mao aveva avuto una grande visione atemporale. Una visione che poteva essere tentata forse solo qualche decennio dopo. Quando la gente vestiva meglio, aveva toufu e mantou (pane cinese) da mangiare, erguotou (grappa) in gola e gli inverni facevano meno paura.

Eppure oggi la paura resta, là dove chi guarda non sa riconoscere un faro da una candela. In Cina, la notte resta notte, senza possibilità di luce alcuna.

Questa tabula rasa umana faceva male a vedersi. Guardarli negli occhi, talvolta, faceva male, sembrava di osservare lo sguardo vitreo di un cadavere di due giorni. Vedere i loro occhi piccoli serrati, come stretti dalla paura. Dalla paura di non dover guardare, dalla voglia di volersi nascondere, scappare, cambiare pelle, cambiare colore, cambiare il proprio destino.

In questo, io sguazzavo, mi muovevo, incolume e santo. Nuotavo tra le loro fisicità come a sinfonizzare un battito che non poteva essere percepito da nessuno e che pulsava, come un colore dimetiltriptaminico nella coscienza cosmica di un io che agonizzava di fronte alla fine dei mondi e la fine della specie umana.

Ma nonostante tutto questo mi frullasse per la testa, anche solo nel guardarlo negli occhi, eravamo amici io ed Elvis, come avete capito. Dal canto mio, gli avevo visto dentro, vedendo passione, ma anche paura e frustrazione. Paura di non sapere come cambiare, dove scappare, dove rifugiarsi. Come fare. Non sapeva più da dove veniva. Il suo Paese lo aveva ucciso, tradito, deportato, ghettizzato. Avevano massacrato tutti gli artisti, i dissidenti, i contrari alla linea politica. I grandi filosofi erano sepolti, vivi.

E che cosa c’entrava mai una linea di partito con la ricerca della perfezione dell’anima e dell’arte?

Mi raccomando non parlate di queste cose con un homo erectus con gli occhi a mandorla, specialmente se porta la divisa. Un semplice consiglio. A meno che non oliate per bene la loro comprensione con qualche bustarella sotto banco. Così la loro rabbia e incomprensione, il loro odio diventerà miracolosamente reverenza. Se già nel mondo l’oro compra quasi tutto, in Cina hanno già la quota di maggioranza dell’Inferno stesso! Certo non tutti i cinesi sono così , ma erano tutti così quelli che odiavo io e che odiava Elvis. Cinese contro cinesi. Erano tanti e tanti e noi, solo in due. Don Quiscotte e Sancio Panza isolani. Combattevamo mulini a vento psichici.

Elvis faceva parte di una delle più grandi società di finanziamento e incubazione di start up di Pechino. Incredibile. Sembrava una cosa interessante e utile, effettivamente lo era. “Non potrei mai farlo”, pensavo tra me e me quando ne parlavamo. “Specialmente non potrei mai lavorare in una società del genere con te come capo! Ti sfotterei di continuo!” gli dicevo.

E lui faceva finta di non badare quasi alla mia ironia. Captava dietro il velo dell’ironia che tutta questa spasmodica ricerca del denaro e del successo non erano poi tutto.

Non si sa come per vie traverse anche Elvis aveva trovato la strada per Houhai, quel microscopico paesino sull’oceano. Nessuno in Cina infatti lo conosceva. Lui che proveniva dalla capitale, quattro ore di aereo a nord, lui infatti aveva altre mire. La vita lo stava portando altrove. Investimenti, riunioni, meetingsS, macchine, cene… che noia mortale! Ma un giorno come un altro incontrò un altro suo destino. Non doveva essere quell’Elvis. No, no! Forse che l’energia cosmica di cui faceva parte avesse già programmato che lui, in quel determinato istante, avesse dovuto incontrarsi, incontrare se stesso. Attraverso me, uomo venuto dal Paeseitaldeitalia, perché a tali distanze anche l’Italia era solo un puntino lontano lontano.

Spunti di riflessione.

Non trovate che tutti noi, spesso, talmente concentrati su noi stessi, unidirezionalmente, perdiamo di vista l’oggettività del vivere? Che la vita non sia nostra, ma Nostra? Viviamo assieme, parti viventi dell’organismo vivente Vita.

Questo aveva intuito anche Elvis, questo si dimenava nelle sue vene, nelle mie viene e brancola in quelle di tutti. Questo dà vigore alla vita del tuo vicino, delle nostre madri, di una zebra che bruca nella savana o di un pulcino che dorme beato.

Per questo mi era subito piaciuto Pesce-di-terra, sì. Giovane, sbandato e convinto-nonconvinto della propria missione di ricchezza. Che lui confondeva con bellezza.

“Devo impegnarmi e fare tanti soldi quanti me ne bastano per andare in pensione a trent’anni! Ricorda DeLuFa, ho detto trent’anni!” soleva dirmi muovendo le dita come se fossero legate a pallottolieri invisibili. Aveva delle dita molto lunghe, da musicista.

“Sì sì, Pesce-di-Terra” gli ripetevo io per dargli soddisfazione sfottendolo un po’. “A quanti anni hai detto scusa?”

“A trent’anni, scemo che non sei altro!”

“A ok, scusami, a trent’anni! Ho capito, sì.”

Quello era il suo sogno espresso. Non parlava mai del suo sogno profondo. Quello inespresso. Sembrava non conoscere cosa volesse dire sognare con occhi liberi, con la mente sgombra, guardando l’orizzonte, facendosi attrarre dalle energie invisibili. Non riusciva a trovare pace nel dubbio e nell’imponderabile. Pace nel buio dell’incognito. Sapete? Quel sognare che risveglia dall’incubo di una vita non nostra, di una vita passata non capendo di cosa si è stati spettatori, neanche attori, ma solo sottopagate comparse.

Questa invece è la mia pace.

“Sai DeLuFa, sono il più giovane finanziatore cinese della storia!” andava sempre farneticando, non convincente ma convinto.

“Ma Tuyu (Pesce-di-Terra), sei un pesce felice?”

Questa semplice domanda lo lasciava di sasso e si metteva a ridere innervosito. Perché erano considerazioni sconnesse da tutte le sue elucubrazioni mentali. Quel che andava considerando era ben altro. La felicità? Seguire la felicità? Ma non sono i soldi la felicità? Ma come tutti dicono così!

Si aspettava probabilmente che lo adulassi o lo invidiassi. Ma non andò proprio così. Vedeva solo biasimo e tenerezza nei miei occhi.

No. Non lo invidiavo né disprezzavo. Non avrei potuto farlo, eravamo amici. Anzi, conoscevo bene l’inferno da cui proveniva: Pechino. Sapevo esattamente di quale animale stavamo parlando. Un animale senza collo, per far scendere i bocconi ancor più velocemente all’interno del proprio stomaco. Un pachiderma oscuro, coperto di placche d’oro: la capitale cinese del Mondo del Duemila! La capitale della fine del mondo!

Non potevo invidiarlo. Avevo un po’ pena per lui, ma non per quel che lui era, bensì per il liquido in cui era stato immerso una volta uscito dalla placenta materna.

Un mondo avvelenato, in cui ogni uomo non si riconosce più uomo. Nella capitale del nord. Vi siete mai chiesti perché moltissimi film apocalittici degli ultimi ventanni sono ambientati o rimandano al mondo orientale? Perché da lì, se non sapremo riprenderci, avrà inizio la fine di tutto.

E proprio in quell’immensità tropicale tutto diventava più chiaro.

L’allontanamento totale da ogni forma di cività e di società, almeno come l’intendiamo noi, rendeva manifesto il non manifesto. Quello che non può essere insegnato, solo esperito, e che può esser trasmesso attraverso il simbolo e il suono della parola. Il suono della parola, non la parola stessa. L’oltre-parola. Dove scorre questo reticolo d’energia che un giorno si rimanifestò davanti a noi, e all’oceano. Sulla sabbia calda, con il sole allo zenit.

Quel flusso sconquassava i contorni, attraverso la solida materia, e la spiaggia e il flusso e riflusso delle onde sulla battigia. Noi stessi ci percepivamo fluire, ne avevamo coscienza. Eravamo finalmente liberi. Sapete qual è la più erotizzante sensazione di libertà? Quando scopri che la materia non può fermare il tuo spirito. Conoscete questa sensazione? Certamente. L’abbiamo solamente dimenticata.

La temperatura corporea cambia, senti come venti freddi in gola, gelo là dove vi è calore e calore là dove vi è freddo. Senti un vento dentro che dall’interno esce e poi entra e ti porta avanti. Le gambe seguono, ti portano a casa. Nella tua attuale casa, verso la futura, verso la tua passata. In un cono di vita verso la luce e verso il buio.

Oltre.

“Sai cosa dovresti fare TuYu?” gli chiesi così su due piedi.

“Cosa?” rispose giocando con le dita sulla sabbia, guardando triste l’orizzonte.

“Dovresti fregartene un po’! Dovresti mollare tutto! Si fottano le aspettative! Si fottano le immagini riflesse di te! Si fotta il piano pensionistico!”

“Ma noi non abbiamo piani pensionistici!”

“Un motivo in più per fottersene!”

“Non capisco” rispose.

“Lascia perdere non è questo il punto!”, provando a spiegare.

“Devi lasciare andare tutto se vuoi essere veramente felice. Non puoi continuare a rincorrere un miraggio di vita che ci è stato inculcato poi chissà da chi e quando! Ma ci pensi? Milioni e milioni di persone, poi a Pechino o Shanghai non ne parliamo proprio! Ma anche a New York, a Parigi, a Roma… tutti ad inseguire un sogno, uno stile, un modo, una sola verità, che non è quella delle cose! Una verità che non è quella del mondo! Ma ci pensi Tuyu che non sei altro? E anche tu ti ritrovi a rincorrere i milioni! Ma milioni di che?”

“DeLuFa! – con la faccia imbronciata – Ma se non hai soldi come fai a campare, scusa? Io voglio essere libero, non voglio più lavorare, voglio godermi la vita, voglio vivere di musica. Voglio suonare, lo sai da quanti anni non tocco neanche più la mia amata chitarra! Non ho tempo per farlo!”. I suoi occhi si rigarono di commozione, di dolore.

Illusioni.

“Poi quando il mio autista viene a prendermi in ufficio…”

“Ancora con questa storia dell’autista! Ma lo sai che sei proprio un pallone gonfiato? Ti devi sempre fare grosso, ma sei solo un Pesce di Terra! Ah ah ah!”

“Cretino!” rispose indispettito e divertito. Avevo come la sensazione che a lui piacesse essere trattato finalmente per quel che era. Un giovane alla ricerca e non solo un finanziatore alla ribalta da cui forse si potevano scucire soldi, e il tanto bramato successo.

“Se mi fai finire di parlare…” continuò lui.

“Vai vai, continua, te lo concedo…” strizzandogli l’occhio, ma non lo vide.

“Quando sono in macchina…”, si fermò un attimo notando il mio sorrisetto smaliziato. “Ecco, ora va meglio?” lanciandomi un mucchio di sabbia in testa.

“Meglio! Meglio! Comunque se vuoi te lo faccio io l’autista sulle autostrade dell’infinito! Quelle che ti condurranno nel paese delle surfiste nude, dove le onde sono fatte di birra e le colline coperte di ganja e funghi psichedelici!”

“Ah” comicamente secco. “Comunque, quando sono in macchina e passo da un appuntamento a un altro, da una riunione a un’altra, da anni, per ricordarmi chi sono, per ricordarmi che voglio essere un chitarrista, apro e chiudo le mie mani, per allenarmi i tendini. Così quando riprenderò in mano la mia amata chitarra spagnola, prima o poi, non sarò così malmesso. Almeno le dita mi si muoveranno ancora basicamente bene!”, e cominciò a farmi vedere quel movimento. Aprendo e chiudendo le mani a pugno con una velocità impressionante. Quasi schizofrenica.

A dire il vero sembrava quasi un pazzo. Immaginate la scena. Dallo sguardo pazzo di un pazzo che guarda un altro pazzo e ognuno ha le proprie ragioni per pensare di avere ragione. Verità che si nasconde!

Sullo sfondo l’oceano stava a guardare e le palme occhieggiavano da dietro una linea di vegetazione bassa. Qualche fiore di stramonio si sentiva ridacchiare da sotto il palmeto. Certo non ridevano di lui, né di me. Ridevano di loro, di tutti quei morti che non sanno di essere morti e che si ostinano a distruggere la vita di chi vive e vuole continuare a farlo. I zombies sociali che comprano gelati nei centri commerciali vestiti da incontro galante, quando guardi gli occhi di lei, e lei guarda gli occhi di lui e in realtà sono entrambi depressi e non sanno che intanto farebbero bene prima ad amarsi un po’ per poi scoprirsi completamente ciechi e inconsapevoli di chi siano veramente.

Provai anche io a aprire e chiudere le mani alla sua velocità e intensità. Impossibile, eppure suonavo. Su doveva aver sofferto molto. Non avrei mai potuto batterlo a quel gioco dei pugni aperti pugni chiusi. Ci aveva buttato dentro tutta la sua frustrazione degli anni e l’anima si nascondeva sotto le unghie corte, con poco spazio.

“Capisco cosa intendi, TuYu. Ma quello che non capisco è perché perdere tempo. Perché ostinarsi a contribuire a questo sistema malato, contribuire alla sua maturazione che porta dritti alla fine. Perché continuare a incoraggiare giovani e meno giovani a produrre produrre produrre, mantenendo uno stile di vita che è inconciliabile con l’alito spirituale dell’uomo. Perché continuare a fare soldi fare soldi fare soldi per apparire apparire apparire. Ma non siete stanchi voi cinesi?”

“Be’…” non rispose, guardando il vuoto.

“Non che siate solo voi, per carità. Lo sai quanto io ami e odi la Cina! Altrimenti non sarei qui a parlare con te, un Pesce-di-Terra, in cinese, su di un’isola cinese, nel mare cinese a criticare il sistema cinese, o sbaglio? Mi farei i fatti miei. Solo chi ama grida, scalpita e si arrabbia! Solo chi ama ti cerca e ti dice le cose come stanno. Gli egoisti gongolano nel silenzio dell’invidia e nel freddume della vendetta, non trovi? Sbaglio?”

“Tu sbagli sempre DeLuFaaaa! ah! ah! ah!” scoppiando in una sana risata liberatoria.

“E meno male che sbaglio sempre! Ancor più meno male che io sia così cocciuto da continuare a parlare con te, altrimenti sarei già impazzito nel silenzio della mia mente sola!” risposi un po’ ansioso.

“Comunque quel che volevo dirti è questo. Al di là di tutti i miei errori, In fondo guardami. Non ho nulla, non sono nulla, non voglio veramente nulla! Anche se non ci credi questa è la verità! Non pretendo forse neanche di valere nulla. Vorrei solo svanire in una gioia sublimamente liquida! (cercando di fare gesti che potessero mettere in scena in qualche modo quel che stavo dicendo. Impossibile, ora lo so!) Guarda come sono felice oggi, qui ora, con te, su questa maledetta-benedetta spiaggia. Vecchio Tuyu che non sei altro! Che se guardi bene poi, questa non è neanche la più bella delle spiagge del mondo, ma è la nostra spiaggia. La spiaggia su cui siamo. Dentro cui siamo. La spiaggia siamo noi. E respiriamo pure questa dolce aria di mare, dopo una splendida surfata! E se non sappiamo surfare come sanno i pro, a noi che ci frega? Siamo qui. Capisci? Ci ha illuminato qualcosa. Eppure siamo lucidi! E quel qualcosa ha illuminato anche te, ora, te che non sai ancora di esserlo!”

“Esserlo cosa?”

“Illuminato!! E guarda come volano quei due uccelli. Perfetti. Sono perfetti!”

Mi guardava commosso.

“La perfezione è una scoperta! Paradossale, non trovi? Ti porta a scalare le più alte montagne, a superare deserti, ad attraversare le metropoli più lontane, a discutere coi matti, ti fa intrufolare nelle bische dei demoni, ti fa affrontare gli uragani, bivaccare coi ladri e gli assassini e poi, alla fine, dopo tutto questo infinito peregrinare, quando pensi proprio di aver perso completamente il lume della ragione e il senso stesso della vita, del vagare… capisci che era lì, proprio lì.. la perfezione era lì. Capisci? È sempre stata lì, ancora lo è, davanti a te, che ride! Senza parlare ti guarda con gli occhi di un bambino! Per questo noi dobbiamo combattere! ”

Mi guardava annuendo, cercando il significato segreto delle mie parole. Scrutava i lati dei miei occhi, cercando di capire se stessi mentendo o se lo stessi prendendo in giro. Ma il mio stile di vita era inconfutabile e tutti sanno che non sono un bravo attore (e neanche scrittore!). Da bravo cinese sapeva bene che le parole non hanno potere se non vengono seguite dall’azione e solo chi agisce ha il diritto di parlare. Gli altri be’, dovrebbero forse tacere.

“Molla tutto! Abbandona tutto quel che pensi di essere e diventa compiutamente te stesso! So che puoi farcela, anche perché ti vedo. Tu ce l’hai già fatta in realtà, non ti riesci solo a vedere!”.

“Ma io… e se tu fossi solo un pazzo?”

“Bene, allora potete anche bruciarmi! Ma penso che tu, nel tuo profondo, sappia già quel che vero da quel che non lo è . È che hai solo paura di farlo e di fallire, ma non si fallisce mai in una prospettiva infinita… o forse sì, hai ragione… sono solo un pazzo! ” Non rispose altro. Stemmo in silenzio.

Non so in realtà neanch’io perché dissi quelle parole. A che titolo poi mi arrogavo il diritto di farmi suo fantomatico guru. Già la mia testa mi gridava contro “Tu non sei il guru di nessuno, hai fallito tutta la tua vita, non hai una lira, non hai una famiglia e non una professione! Tu un guru? Ma fammi il piacere!”.

Io effetivamente non sapevo nulla, forse la mia mente aveva ragione. Avevo lasciato tutto e non avevo certezze. Io che sotto tanti punti di vista avevo veramente fallito. Avevo distrutto tutto, bruciato tutte mie piccole conquiste, quel che mi stava vicino per ricercare l’invisibilità e seguire un miraggio d’illuminazione. Ma poi che cos’è quest’illuminazione? Ma non ci avevano già scritto tutti? Eccone un altro.

Saranno stati gli occhi forse a convincerlo, l’intensità dello sguardo o forse qualcosa nascosto sotto la nostra spiaggia, un’antica runa extraterrestre a onde alfa?

Magari un ufo, un razzo spaziale emanava frequenze inintellegibili, invisibili ma efficaci. Onde che influenzano il nostro pensiero e che possono vedersi, svelarsi solo nel successo di chi ne ha subito l’influsso senza paura. Non so perché, ma sono sicuro che qualora esista quest’astronave, sia nel profondo del nostro essere. Sì. Noi siamo astronavi. O forse questi pensieri, tutto questo stream di coscienza era solo dovuto al vento tropicale, all’irrazionalità del mare, alla sua potenza? Niente veniva da me, ma siamo nulla se restiamo nel flusso del loro mondo, nel mondo dei morti al mondo.

Tutto era passato.

“Andiamo dai, è l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Torniamo a casa, e poi chissà che starà pensando Sange! Gli avevo detto che andavo a fare un bagnetto! Ancora dobbiamo finire la tettoia del terrazzo…”

“Non preoccuparti di quel vecchio lamentone. Guarda che onde, altro giro?”

“Lo so, fratello! Le vedo, ho le braccia a pezzi, abbiamo lavorato già tutta la mattina in ostello. Torniamo al tramonto. Ma andiamo a mangiare qualcosa ora, questo sole mi sta incocciando la testa”.

M’incamminai sulla spiaggia.

Lui non mi seguì.

“Oh, mbe’!”

“Vai tu, dai. Non preoccuparti. Voglio rimanere un poco solo qui a pensare”.

“Tutto ok?”

“Sì, non preoccuparti. Mai stato meglio.” Sorrise tristemente.

“Va bene, come preferisci, ma sbrigati che ti offro una birra!”

Haode” (va bene).

“Ok, wo zoule” (vado) presi la mia tavola, la misi sopra la testa per coprirmi dal sole e tornai a casa.

Era una splendida giornata. Un’altra splendida giornata. Le onde si ammalgamavano le une dentro le altre, sembravano impastare dolci salati liquidi, squisiti e nessuno era in acqua a mangiarne, nessuno che sapesse trovare la gioia dove la trovavamo noi. Ma forse era meglio così! Più onde per noi.

Acqua calda, libera, lì da sempre. Non per sempre.

E noi l’accarezzavamo se non con le dita col pensiero. Ancora come faccio ora.

Malinconia d’istanti, malinconia del sapere che la bellezza non dura per sempre, rimane, esiste sì, ma cambia. Trasmuta. Malinconia del sapere anime perdute e sofferenti di fronte a questo oceano di bellezza che tutti meritano, di cui non tutti sanno godere. Siamo avidi e non siamo tutti surfisti. D’altronde non tutti sono scivolatori di liquida divinità.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 6

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Parte Prima – Capitolo 2.2

Come al solito non si portavano mai scarpe. Eppure le riponevo sempre belle, in linea, sopra la scarpiera che doveva immancabilmente esserci. Scarpe pronte all’uso, in un paese dove non se ne usano molte. Eppure loro sempre pronte, lì sulla sinistra della scala. La scala di casa era bellissima, ripida e liscia, di finto marmo color sabbia. Sempre insabbiata, qualora le linee sabbiose del marmo non bastassero a dar l’idea di continuità sabbiosa dalla spiaggia al mio uscio.

I bambini, poi, amavano venirmi a trovare. Non capisco come, a dei bambini, possa balenare l’idea di venirmi a trovare e farmi delle smancerie. A volte certo mi lusingava e a loro volevo bene, così come ne volevo a Sanwa, a Steven, agli altri di cui ancora non vi ho parlato. Forse i bambini lo avvertivano e per questo cicloneggiavano dentro casa mia. Volevo bene anche alla strega. Quella a cui non ho mai portato la frutta. Ma parlavo della sabbia.

Incredibilmente sono sempre stato un tipo con il piede anti-sabbia. Me ne accorsi subito vivendo tutto il giorno in spiaggia e tornando su quelle scale color sabbia, e camminando in una casa decisamente non contraria alla presenza di sabbia. Sabbia ovunque, tutto era una duna continua, fino all’uscio. Dopodiché, la sabbia svaniva. Come se i peli dei miei piedi avessero la capacità di distogliere la sabbia dall’idea di cadere, a fine percorso, dentro casa. Una sabbia educata. Lei si faceva convincere a distaccarsi da me al momento opportuno, mai casuale. Nulla è lasciato al caso. La quasi totalià dei granelli preferiva rimanere sulla spiaggia piuttosto che essere sparpagliata e dispersa lungo la strada. Avrei spesso dovuto seguire il consiglio dei peli dei miei piedi e dei granelli, e parlare con gli elementi, che ne sanno più di me, sicuramente.
Comunque non avevo mai avuto una casa tanto ampia e luminosa. Erano quasi duecento metri quadri di pura psichedelia e libertà. Intendiamoci, non che io ne abbia cercata intenzionalmente una cos ìgrande. A dire poi “dueeeceeeentttooo meeettri quuuaaddri” ti si riempie quasi la bocca. Ci vuole troppo a dirlo. Non la volevo, ci trovammo. E subito diventò la nostra privata comune nel paese delle meraviglie.

Alice non c’era né venne mai, ma il bianconiglio correva spensierato nel corridoio, non dovendo rincorrere di proposito nessuno. Una corsa libera da compiti specifici, senza orologi. Vi erano due saloni con cucina e quattro camere da letto con quattro bagni in camera più un mega balcone e tutto questo a soli cinque metri dall’oceano, che sembrava quasi entrare dalla finestra al mattino per dire “buongiorno! Questo è ancora un altro bellissimo giorno nel paradiso del surf cinese e nel cosmo della tua mente, giovanotto! Ora caffè!”.

Uscivo tutte le mattine e pagaiavo da una parte all’altra della baia, con la mia tavola. Qualche chilometro in scioltezza per risvegliare il corpo addormentato. Canottiere estremo di flussi d’energia. Flussi energetici dentro la materia solida, materia pulsante, irraggiante. L’ho sempre vista così quest’energia, liquida e luminosa, sciolta dentro l’acqua del mare su cui scivolavo.

Vicino la mia porta di casa vi erano un paio di alberghetti, tutti gestiti da amici. E lì potevamo prendere in prestito kayak o longboard, ma avreste potuto prendere quello volevate. Un tavolo d’architetto? Perché non un contrabasso? Cosa volete surfare oggi? Quale oggetto volete usare oggi per scivolare sul tutto? A voi la scelta, è tuo.

Importante era solo individuare i canali, i canali energetici. Così si fa, me lo hanno insegnato gli alberi e confermato le onde. Non è roba mia, nulla di quel che abbiamo è veramente nostro.

Finito il training mattutino tornavo a casa per una ricca colazione a base di frutta tropicale. Dalla cucina c’era una graziosa vista sul mini albergo vicino, blu e bianco, su degli alberi di mango, e su di una goffissima palma che, quando soffiava forte il vento da nordest, curvandosi, tendeva a coprirmi la visuale sullo spot principe della baia. Che diamine!

I surfisti locali erano pochi, ma tutti concordavano nel chiamare quello spot, davanti casa Xiaojin (leggi siaogin). Era il nome della dolce e incazzosa ragazza del solito Sanwa. Lui era un piccolo boss qui a Houhai, o così avrebbe voluto, ma tutti lo conoscevano. Era già un buon inizio. In realtà non è che ci volesse molto, il paese in tutto contava circa milleduecento anime. Più quelle dei cani e dei topi. Dei tantissimi topi che amoreggiavano, specialmente di notte, lungo i crocicchi e dentro i canali bordo strada, sempre pieni di ogni zozzeria: pacchetti di patatine, sigarette, bottiglie, frutta, verdura. Non ho mai visto un preservativo ora che ci penso, cosa abbastanza comune invece a Roma. Quando ero un pischello e correvo per i prati seguendo una palla ci imbattevamo spesso in preservativi usati e siringhe. Altre storiee. Eppure sono certo che qualcuno praticava il sesso sicuro anche a Houhai. Non i topi.

Nella mia casa si nascondevano cose. Ne sono sicuro. Vi erano cose nei muri della costruzione. Forse erano occhi.

Quella era la mia casa, casa-occhiopsichedelico, rifugio e stimolo della notte. Non si poteva dormire troppo in una casa piena di occhi pronti e fissi a guardarti. Bisognava quindi sballarsi e lo facevamo spesso fuori, la parte più bella sicuramente, era un grande terrazzo. Ampio largo, larghissimo.

Il proprietario era un vecchio pescatore originario del Guangdong. Parlava con un tono altissimo tanto che decidemmo di soprannominarlo Pavarotti. Aveva effettivamente non solo un tono altisonante, ma anche una profondità notevole. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vecchio Luciano. Chissà. Forse lo avrebbe accoppato. Era comunque un vecchio simpaticone il sig. Li, così si chiamava, Li, come quasi tutti i cinesi che non si chiamano altrimenti. Gli altri se non sono Wang, almeno sono Zhang.

Sotto la nostra casa-occhiopsichedelico abitava lui, con tutta la famiglia. Inclusa una figlia innamorata persa di me. Ogni volta che passavo diventava sensibilmente rossa e abbassava lo sguardo a volte a terra a volte sui miei pantaloni.

Anche Fratello Li aveva, come Sanwa ai tempi di Chengdu, una bisca. Certo la sua, chiamarla bisca, forse è un parolone. Erano un paio di tavoli, uno con la roulette incorporata, un paio di frigoriferi per la vendita delle bibite e degli alcolici e qualche sedia buttata un po’ qua un po’ là. Fatto sta che ogni giorno, fino a tardi, i locali si ritrovavano da lui per scommettere e giocare a Majiang. Un gioco amatissimo dai cinesi, specialmente quelli del sud. Urlavano si sbracciavano fumando pacchetti su pacchetti di sigarette e sorseggiando qualunque cosa. Una vera pacchia di vita senza ombra di dubbio. Almeno se riesci a viverla fino in fondo.

Il nostro terrazzo era esattamente sopra la bisca. Quindi eravamo al corrente di ogni arrivo e di ogni partenza, di ogni mano, di ogni vincita e di ogni sconfitta.

E io adoravo questo spazio, il terrazzo. Avevo montato una bellissima amaca, comprata su Taobao, l’Amazon cinese. Blu a strisce azzurre. Comodissima. Quando ci si era sdraiati sopra sembrava di dondolare sul mare e sulle sue correnti. La posizione era perfetta, il vento là rinfrescava tutto l’anno. Quante notti al buio più totale passate ad ascoltare solamente il suono delle onde dondolando su quell’amaca! Di sottofondo ci raccontavano ninnananne non finite, in linguaggi incomprensibili, e non perchè il mio cinese non fosse buono. Lo masticavo terribilmente bene, cos ìcome lo amavo visceralmente. Tanto che i cinesi spesso pensavano io stesso fossi cinese. Venivo tradito solo dai miei grandi occhi.

Lì, le onde parlavano a giorni alterni e quando lo facevano era per lo più in cantonese, vietnamita e portoghese.

Il pavimento del terrazzo lo avevo fatto di un verde intenso, non chiaro e non scuro, che si illuminava quando pioveva. L’acqua sembrava riflettere tonalità violacee. A volta gialle. Chissà da dove proveniva il viola ripensandoci.

Fiori agli angoli e piante rampicanti che abbracciavano le balaustre. Ecco il nostro paradiso casalingo! Quando non volevamo stare fuori fuori, potevamo stare fuori dentro.

Quando mi affacciavo vi era un inspiegabile via vai di persone indaffarate, di tuc tuc motorizzati che sfrecciavano con roboanti marmitte fuoriditesta. Ce n’era uno, un guidatore di tuc tuc, un giovane coi denti rossi, sempre sorridente e sempre con lo sguardo assente, perso nel vuoto, come se ti guardasse sempre la ghiandola pineale, oltre la linea degli occhi. Lui, lui aveva il più micidiale impianto stereo mai montato su qualunque tuc tuc di tutta l’Asia! Lo sapeva, e per questo era anche molto ambito dalle donne del posto. Uomo panzuto e felice, tuc tuc possidente, con impianto stereo campione di potenza, offresi per procreazione o semplici sveltine occasionali.

Questo lui diceva correndo per il paese a velocità ridicolmente lente. Eppure era anche lui un genio. A suo modo. Ne sono convinto.

E poi c’era tutta questa massa di gente che sguizzava via. Il paese era piccolo, vi erano pochi umani, ma in fin dei conti, era tutto proporzionato. Così sembravano in molti a camminare su e giù. Mi ero sicuramente disabituato alle masse mostruose degli strusci pechinesi o di città. Anche Via del Corso il sabato pomeriggio non scherzava negli anni Novanta quando andavamo da Energie a comprare cose di tendenza. Allora avevamo le lire. Oggi di lira c’è rimasto solo lo strumento.

Comunque sia, dall’alto della mia terrazza, a mo’ di Truman Show, ero al centro dell’attenzione di tutto il villaggio. Erano tutti rigorosamente incuriositi da questo Laowai (così chiamano gli stranieri in Cina). Ero sicuramente famoso tra di loro, ma come si fa ad essere famosi e non saperlo? Di Rodriguez ce n’è solo uno. Bene, a Houhai era ed è invece possibile.

Immaginate voi di vivere di un paesino sperduto del sud, magari nella nostra splendida Sicilia e vedersi arrivare un maori che si trasferisce sorridente. Non solo. Immaginate altres ìche questo maori parli un perfetto italiano e anche alcune parole di dialetto siciliano. Cosa penserebbero gli abitanti di Acitrezza? Ecco io per loro ero quel Maori. ero questo ai loro occhi. Un maori, un maori selvaggio, un assassino forse, uno che era scappato o che nascondeva chissà cosa. Ero un tipo misterioso, da cui diffidare o da spolpare se possibile. Ma pur sempre un maori con il sorriso e non mi avrebbero mai fatto del male. Ricordo le parole di Terzani “quando ti puntano un fucile contro, tu ridi!”. Non si spara a un uomo felice.

Anche loro, i villeggianti, se non erano persi con lo sguardo nel vuoto, forse per i fumi dell’oppio, erano molto sorridenti. Avevano un bel sorriso stampato davanti e un lungo pugnale di dietro, lungo la schiena. Erano gli ignari figli della grande scimmia madre.

Ed io amavo far loro ascoltare Woodstock, Bob (Marley) o Aoxomoxoa dei Grateful Dead a tutto volume. Li vedevi allora subito occhieggiare da sotto incuriositi. Ma anche i semplici rumori stimolavano la loro curiosità. Gli idiomi misteriosi che talvolta sentivano provenire dal mio terrazzo li affascinavano poi oltre modo.

Niente, non c’era niente da fare con quel primo piano di quella casa sul lungomare ovest. La casa del pazzo Fratello Li, tanto pazzo da averla affittata a quel tipo capellone e strano.

“Da da dove hai detto che viene?” chiedeva il primo

“Non ne ho idea” rispondeva il secondo

“Sembra dall’Italia” affermava intellettuale il terzo.

“Oooooooo!” rantolava il quarto.

“Affittare propria casa a un italiano!” asseriva un quinto.

E gli italiani si sa, sono tutti mafiosi col mandolino in mano. Io avevo una Martin da viaggio.

Mi sconcertava, prendendo un taxi a Sanya, città non lontana dal villaggio, o ai miei tempi di studio a Pechino, come gli autisti non conoscessero neanche la posizione del nostro Paese-Italia. Qualcuno domandava insicuro “Dov’è? È in Europa, o no?”. Qualcun’altro s’insinuava in discorsi complicati “Sì, certo, la patria di Giulio Cesare che aveva combattuto contro Napoleone!”

“Italia? Veramente!! Altobelli!! Maldini!! Totti!!” gridava con sguardo estasiato qualcun’altro ancora, agitando il pugno destro dopo aver inserito la terza marcia, mentre imboccavamo a tutta birra il terzo anello, per tornare al quartiere universitario, Haidian. Questo o poco più è quello che sapevano di noi. Peccato per la FIAT e per Michelangelo!

Dalla finestra della mia stanza, quella grande che dava sul terrazzo, si intravedeva un palazzo, da sempre sfitto. Disabitato, alto quattro piani. Solo, là che aspettava e là ancora aspetta forse il mio ritorno. Tutti i giorni al mattino gli lanciavo un’occhiata e lui apriva le sue finestre azzurre come a salutare ogni risveglio, ogni siesta pomeridiana, ogni placida notte. Sembrava quasi vivere di vita propria, ancora lo ricordo con un alone, non alcolico, un alone di luce. Si stagliava. E non è detto che tutti i palazzi sappiano stagliarsi, ma quello sì, si stagliava. Forse perché  la luna ai tropici illumina tutto con potenza. Abbaglia e i mattoni degli edifici ne traggono giovamento. Serotonina strutturale. Stessa luna, stesso cielo.

Ci vogliono talvolta però occhi nuovi per percepirne differenti intensità e sfumature di luce, in questo mondo che è prepotentemente fatto di sola ombra.

LuLu e MiaoMiao erano i miei due coinquilini. Si erano letteralmente conosciuti sulla mia terrazza e si erano innamorati di un amore tenero, in una notte d’estate.

Ci facevamo compagnia. Lui era un ottimo cuoco di cucina sichuanese, lei un’amorevole ragazza hainanese. Avevamo messo su una famiglia, ci comportavamo come se lo fossimo stati. E lo eravamo in un certo senso.

Passavamo molto tempo a discorrere di Taoismo io e Lulu, e non mi stancavo mai di sentire le sue storie del Sichuan, di quando viveva ancora a Chengdu, di quando aveva ancora i capelli lunghi e vendeva bong e chilum in un centro commerciale, in centro città, fino a quando non ebbe l’illuminazione. Era un tipo in gamba, di cuore.

“DeLuFa, ti va un po’ di cha (tè in cinese) ?”

“Va bene, quale facciamo? Puer, Lulu, ti va?”

“Hao ya! (Va bene) Mentre bolle, ti va di andare a comprare le sigarette? sono finite.” La stamberga delle sigarette era strillante come al solito. Giovani locali, vestiti tutti uguali, come i giovani locali che passeggiano lungo le nostre vie delle città occidentali sono vestiti tutti uguali. Fumavano, presi da febbri misteriose, pensieri semplici e affilati da stimolanti. Bastava guardarli negli occhi per capire. Erano anime dirette, destrutturate, semplici come una lama che entra nel costato piano piano. Eppure sembravano così felici, ignari di tutto quel che c’è fuori. Verso nord verso sud, verso dove vuoi tu.

I loro volti mi rammentavano sempre il dono del presente. Dovevo in ogni modo riuscire a festeggiare quell’altra giornata da leoni. Giornata di libertà e di onde solitarie autosrotolantesi su un fondale piatto e bianco.

Il tè ormai era quasi pronto e Lulu canticchiava come suo solito seduto sulla sua solita sedia a girare una nuova trella. Era stato un bassista professionista quand’era ventenne. Suonava nei migliori locali di Chengdu. Lo aveva fatto per anni, prima di ammalarsi di depressione. Niente aveva più senso per lui. La città lo opprimeva.

Le grandi città cinesi sono infatti come grandi culi d’elefante. Oppure pensatele così: come un marasma di energie negative che si mischiano l’un l’altra e cercano di divorare quelle positive, per poi defecarle immondizia dal loro grande orifizio economico commercial-anale. Città luci nella nebbia, fari lontani che non salvano.

Molto lontani.

E così, anche Lulu era un riconvertito, uno che aveva visto, che aveva capito, silenziosamente intravisto una via di fuga all’interno di questo enorme meccanismo senza senso della vita del Duemila. Uomini come macchine che alimentano serbatoi di altre macchine. Che lavorano solo per pagarsi debiti e non hanno tempo per se stessi, per la famiglia, per i figli, per la gloria, per la giustizia, per l’arte, per lo spirito, per il futuro. Non hanno tempo per il futuro. Non vivono. Annichiliti in bare trasparenti, i cui gli occhi sono due miseri e piccoli spiragli. Occhielli sul mondo che se ne va. Distruzione spirituale al cubo! Zombies!

Anche Lulu lo aveva capito! Bisognava partire, anzi dipartire!

Risvegliarsi dall’incanto.

Città che non funzionano più, qui là ora, adesso. Domani?

Consci del dolore che questo olocausto spirituale provocava in noi, nel nostro profondo, consci del soffocamento che questo Nulla planetario provoca sulle menti di tutti, noi celebravamo la vita! Soli sperduti, ai margini del mondo e della società, noi inneggiavamo all’attimo che passava e diceva “Hey, dude, alzati! Diamine! Sei ancora vivo, ma non lo vedi?”.

Dovevamo celebrare ogni istante di questa vita semplice – e monotona? Sì, monotona se volete! – Celebrare questa monotonia del vivere, serenamente, lontani dall’incombenza di tutto un resto, di tutte quelle aspettative, di tutte quelle speranze e di tutte quelle tensioni dell’essere (che abbiamo confuso con l’avere) in cui no, noi non ci riconoscevamo più! Né in Oriente, né in Occidente.

Ci hanno fottuto il mondo, fratelli! Non ve ne siete accorti? E che cosa contiamo di fare per riprendercelo? Per riprenderci quello che noi siamo! Niente?

Insetti come pachidermi, enormi, voraci, con gambe schifose, pelose e putride, divorano le coscienze. Incombono su di noi, sotto la nostra pelle e s’insinuano, strisciando tra ogni capillare, ogni vena, ogni cartilagine. Al ritmo di un battito di cuore. Vermi, vermi nelle ossa e nella carne! Infezioni che dobbiamo debellare, demoni terrestri assetati di vendetta!

Il pachiderma della distruzione umana, dell’inquinamento globale, della morte, dell’ombra del partito e di tutti i partiti, incombeva ogni istante sulla bellezza di quell’angolo di paradiso. E noi? Noi celebravamo ogni respiro, come fosse l’ultimo. Fino al raggiungimento del prossimo nome, al prossimo lettino, fino al prossimo ritorno, alla prossima famiglia, al prossimo essere parte di questo infinito continuum d’esistenze che si ripete fino all’ultimo giorno della nostra cecità spirituale. Fino all’ultimo respiro! E tu respira non lasciandoti dire quel che è bene e quel che è male! L’uomo lo sa istintivamente distinguire, così è sempre è stato e così sempre sarà. La mela dell’albero della conoscenza è un tabu che ritorna, che incombe di continuo sui nostri colli come una ghigliottina, non di liberazione però, ma d’oppressione e menzogna!

Le giornate si strotolavano lentamente seguendo la marea. Si allungavano e si ritiravano in momenti di gioia. Quella vera, che si nasconde in ogni anfratto del tuo corpo e che appare nuovamente, quando deve, senza bussare. Lasciando senza fiato! Rivelazione della meraviglia! Del resto non ci sono porte tra l’anima e il resto. Quando deve ricordarci chi siamo e cosa facciamo, siamo fottuti, appare in un voilà ! “DeLuFaaaaa! Sbrigati, dai che è pronto il tè!” mi chiamava Lulu, senza neanche affacciarsi dalla balaustra del terrazzo. Non c’era bisogno, ero là a pochi passi.

Sapeva che potevo sentirlo lungo tutta la via, a meno che non stessi bighellonando nel paradiso artificiale gratuito della mia mente. Cosa che spesso faccio, sapete. Saper vedere è come un’arte. Così come lo è preparare il tè. E LuLu era un maestro in questo. Come moltissimi sichuanesi amava spasmodicamente il tè, ne vanno matti. “Arrrrriiiivoooo fratello!” risposi correndo per finta.

Non vi era motivo per correre, ero a soli dieci metri più scale sabbiose. Quelle di cui vi avevo parlato, color sabbia senza sabbia. Grazie peli!

“Libera la tua mente se vuoi veramente usare la testa, DeLuFa! Dai su, passami il tuo bicchiere”. E io tacevo.

Erano questi gli echi della nostra quotidianità. Balordamente liberi di costrizioni sociali! Si fottano i possessori di controllo. Schiavi schiavisti schiavizzati.

C’erano periodi e periodi.

Mode passeggere e anche voglie di cambiamento in quella perenne stasi tropicale. Talvolta ci riunivamo sul terrazzo iperspaziale di casa, e passavamo serate intere a parlare di oceano, di onde, facendo musica. Talvolta cercavamo la verità sul fondo di tutte le bottiglie del nostro vicinato. Andavamo dall’“arrosticinaro”, l’equivalente del notturno “zozzone” romano. Quello che di notte, non dorme mai. Che poteva solo fare quello, oppure il ladro o il killer di professione. E invece no, ha scelto di cucinare per tutti. Quello che ti prepara l’impossibile solamente comprendendo il tuo sguardo perso nel vuoto della notte e le tue pupille rosse fuoco. Anche quando non ti esprimi in maniera chiara, grammaticalmente e semanticamente corretta, lui capisce e realizza tutti i desideri, scioglie tutte le fami chimiche. Quelle Verdi, quelle gialle e quelle blu. Che non siano angeli caduti dal cielo?

In quel periodo ci vedevamo talvolta poi al Nanuna.

Un piccolo hotel per vagabondi, per surfisti, a pochi passi da casa. Una terrazza sulla spiaggia. Camminando a passo lento, scalzo, dinoccolato, ci mettevo trentacinquesecondi incluso saluto ai bambini e alle ragazze della casa di fronte.

Vi era un’atmosfera distensiva e familiare. Addirittura una grande piscina sull’orizzonte. Dall’acqua si poteva ammirare tutta la maestosità della Baia
dell’Imperatrice. Era uno dei nostri punti di ritrovo imprescindibili.

Sdraio malconce si gongolavano di fronte al bar non desiderose di nessuno a sederle. Un bancone in legno martoriato, lungo cinque metri, ricavato dalle assi che i pescatori avevano utilizzato in passato per raggiungere, da una banchina del porticciolo, le barche in mare. Le loro passerelle erano diventate le nostre passerelle verso il mondo dell’infinito. Su quei legni passavano bicchieri di ogni forma e dimensione, di ogni colore. Sabbie dorate e polveri di tabacco. Tutto rimaneva in quel legno e tutto spariva, fino al prossimo giro. Un legno scurissimo, vecchissimo e, a sentir dire loro, vivo. Al suo interno si nascondevano gli spiriti degli uomini morti in mare, che avevano ancora fame di vita. E noi li nutrivamo col rum, ogni notte fino quasi all’alba, fino al richiamo del mare e del surf.

Sanwa, ovviamente, era uno dei soci fondatori del Nanuna. Quella era casa sua. Ci aveva vissuto anche fisicamente qualche anno, con la sua ex, XiaoJin, la ragazza che aveva dato il nome allo spot davanti casa. Che poi è anche davanti al Nanuna.

Sanwa aveva investito, pulendoli, parte dei soldi guadagnati durante la sua attività clandestina di Chengdu. E spessissimo alcuni suoi pengyou (amici) lo venivano a trovare. Ingresso, saluto e panza all’aria. Mostravano i propri dragoni tatuati dietro le spalle taurine, ed enormi mazzi di soldi apparivano fuori dalle tasche. Fumi infiniti di sigarette. Questo il loro stile, condito con qualche cicciotta tastata di culo alle loro geishe personali, ragazze che era meglio non fissare troppo. Dopodiché si tuffavano subito nel gioco. Carte. La loro passione era nelle carte e nelle montagne di soldi facili tramite le carte. Le sigarette ipnotizzavano, creavano atmosfera, l’alcol era un deterrente. Serviva a rifiutare di avere un domani. Se ne ingurgitava quantità tali da chiedersi, lucidamente una domanda “Perché?”. Non avevano bisogno di altro, solo di soldi, di sesso, e di morte.

E furono proprio i soldi a convincere Sanwa a lasciare il suo amato Nanuna. Tutti quegli anni passati, gli avevano lasciato una forte malinconia. Xiaojin se n’era andata, pare a Guilin, nella natura incontaminata. Troppi ricordi per lui, voleva voltare pagina senza andare troppo lontano. Rimettersi in gioco, sempre. Conosco Sanwa, la mia offerta capitò come una chiamata del destino.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.2   

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