Parte Prima – Capitolo 14.2

Al Jiaba c’era una gran folla e Ajie ci sguazzava dentro con una risata potente, quasi ne fosse il padrone. Lo si poteva quasi sentire raccontare storie, nonostante la musica fosse sputata fuori dalle casse a volume alto.

“Ma dove diavolo si è cacciato…” pensavo tra me e me. Lo sentivo ma non lo vedevo. E niente, alla fine mi bussò lui sulle spalle. Mi aveva girato attorno già con una birra e una trella formato gigante. Entrambi regali per me. Un sorriso che solo un amico veramente contento di vederti poteva avere. Oppure un fattone. E lui era entrambe le cose.

Presi la birra facendogli capire di conservare la trella per qualche istante. Volevo prima andare a salutare Laoli, che trovai al bancone non intento a essere intento a far nulla. Una persona piena, Laoli, capace di vederti al centro.

“DeLuFaaaa! Che onore averti qui! Hai già una birra, vedo. Ei Juddy, guarda qui chi è arrivato!”

Juddy era sua moglie, la madre di MuMu.

“DeLuFa, non sapevo stessi a Chengdu! Sono sempre l’ultima a sapere le cose! Come stai?” abbracciandomi mentre teneva le dita infilate dentro alcune bottiglie di birra vuote. Juddy Mani di Bottiglia.

“Benone grazie! Questo posto è fantastico Juddy!”.

“Grazie grazie – con un gran sorriso – ma scusa devo continuare a servire, tu fai come se fossi a casa tua…” sparendo tra gli spiriti della notte.                 A questo punto non rimaneva che bermi la birra.

Bevvi.

“Usciamo, vieni De Lu Fa” disse Laoli, prendendomi per un braccio.

Fuori, si stava meglio effettivamente, c’era più aria. Una leggera brezza sorvolava il Fulan che scorreva cheto cheto davanti l’ingresso del pub. Non c’erano lucciole in giro nell’aria, ma è come se ce ne fossero state a frotte lo stesso, nel vento.

Laoli aveva il suo tavolo privato sulla destra dell’ingresso. Il tavolo del capo, del Laoban che, come in tutti i locali, era sempre ispezionato da tutti, tutti volevano vedere chi erano gli ospiti della serata.

Guardandomi attorno notai subito che non ero l’unico straniero al Jiaba. Effettivamente quella era Chengdu, e non Houhai. Per questo nessuno prestava troppa attenzione alla mia presenza, fortunatamente. Qui i cinesi si erano assuefatti agli uomini dai grandi occhi.

Nei piccoli centri no, non è così, talvolta le persone quando vedono apparire un laowai (straniero), spesso hanno come una rivelazione, e cominciano a scrutarti come quando si vede per la prima volta il mare e l’immensità delle onde.

Già, le onde. Mi mancavano. Ma pensai che potevo farne a meno ancora per qualche giorno. Ero vivo, mi sentivo all’avventura, sballottolato come una barca alla deriva, fiducioso di trovare sempre un porto sicuro. Incosciente e forte come una colonna di San Pietro. Ero un romano diamine e nessuno poteva farmi del male. Neanche da solo, neanche uno contro mille. Loro lo sentivano. Li amavo. Lo sentivano. Ed ero benvenuto. Lo sentivo.

“Ei DeLuFa, questi sono Dong Chong e Xiao Gou (Cagnolino). Due amici, sono musicisti del posto e vanno una bomba!” disse Ajie, e poi rivolto a loro “ Questo è DeLuFa, il mio bodyguard dal maglione di peli! Ah ah ah! Suona anche lui la chitarra da dio, ragazzi!”.

“Ma che dici, Ajie!? A mala pena strimpello un po’… comunque…”

Ci salutammo passandoci la trella dell’amicizia che nel frattempo già girava facendo un cerchio di luce attorno al nostro tavolo. Era roba potente, bella, felice, spensierata che sapeva ancora di gioventù. Non ce ne fregava niente di niente. Eravamo invincibili anche quella sera. Neanche la pioggia ci avrebbe bagnati qualora fosse caduta. E a dimostrazione della teoria dell’invincibilità, quella notte, non cadde pioggia.

“Quindi, dice Ajie che sei un gran chitarrista, è vero?” chiese Xiao Gou.

“Macché gran chitarrista. Me la cavo appena. Voi pure suonate no? Cosa suonate? ”.

“Sì, – rispose Xiao Gou – lui la chitarra io le percussioni… peccato tu non sia arrivato qualche giorno fa perché abbiamo fatto una bella serata a un locale qui vicino, al MaTang. Altrimenti ci avresti sentiti… comunque facciamo musica nostra, rock cinese… ma diverso dalla solita solfa che è in giro oggi come oggi… ”

“Mannaggia! Capiterà dai, magari la prossima volta.”

“A proposito, ti va di fare un salto al MaTang (Zucchero anestetico)?”

MaTang… ma che figata di nome è?” risposi a sorpresa.

Risero tutti non aspettandosi quel commento da uno straniero.

“È il locale di un nostro amico, GuoGuo” risposte Dong Chong.

“Ma sì, Guoguo, ricordi? Lo hai incontrato tempo fa a Houhai, DeWa! (diminutivo in sichuanese di DeLuFa) Quello con le mani tatuate con cui parlasti tutto un pomeriggio, ricordi? – continuava a dirmi Laoli per cercar di farmi ricordare di lui – Dai, DeWa! Non è possibile che non ti ricordi! Lui era venuto a Houhai perché voleva aprire una sala da tè davanti al Jiaba sulla spiaggia e siamo andati tutti assieme a vedere quella casa diroccata col solaio che cadeva a pezzi… la casa bianca…”.

“Aaaaaa, sì grande! Guoguo, come no? Lo ricordo! Non sapevo avesse un locale qui a Chengdu. Certo, andiamo a trovarlo! È lontano da qui?”

“Niente è lontano se davvero pensi che non sia lontano, no?” rispose Laoli mettendosi accendino e cartine in tasca.

“No, non è lontano, non è lontano, è qua dietro. Possiamo andare anche a piedi…” aggiunse Ajie.

Andammo tutti assieme sbighellonati, deframmentati e felici.

Il MaTang era un altro live club di Chengdu, un po’ come il Jiaba, dove gli artisti s’incontravano per ossigenarsi, confortarsi e per cercar d’impressionare la scena rock musicale e spirituale del capoluogo sichuanese. Alcuni avevano sfondato, ce l’avevano fatta, altri no, ma valeva sempre la pena provare, vale sempre la pena immergersi nel flusso, qualcosa succede sempre.

Si entrava in una grande sala con il bancone e un alto palco sulla destra. C’era un gruppo che suonava jazz e non era niente male. Una band internazionale: un paio di cinesi, un tedesco e un canadese. Riconobbi Bodo, il tedesco. Un virtuoso bassista di Francoforte. Viveva a Chengdu ormai da più di dieci anni e si era sposato, messo le radici, aveva anche un figlio. Suonava per mantenersi, amava calarsi acidi. LSD a go-go. Faceva anche surf quando capitava giù ad Hainan in vacanza. Bodo.

Non mi vide entrare, era troppo impegnato a suonare e aveva i fari in faccia. Era veramente forte con il basso! Mi fermai un poco ad ascoltarlo, l’avrei salutato dopo. Salimmo al piano di sopra, dove una terrazza con le ringhiere in legno ci donava a una leggera brezza. Decisamente meglio dell’afa interna.

Guoguo era in fondo accerchiato da alcuni suoi amici, ci fece un cenno che pareva il Padrino. Era contento di vederci. Contento di vedermi. Strafatto come al suo solito, e non era un boss.

“Ragazzi, siete a Chengdu! – abbracciando Ajie – anche tu DeLuFa! Cosa volete da bere? – chiamò subito un cameriere fischiando.

“Birra!” rispose Ajie.

“Due birre!” facendo il tipico gesto di chi chiede birra a distanza.

Il cameriere, un altro tipo strano, mentre mi porgeva la birra mi lanciò come un’occhiata di schifo coperta da un sorriso. Ma forse erano solo le mie paranoie. Comunque. Prendemmo da bere ma io subito mi defilai, lasciando Guoguo parlare coi suoi amici, cercavo di seguire le loro battute sichuanesi, ma non capivo molto il loro dialetto, solo qualche parola qua e là, soprattutto le loro folcloristiche parolacce. Per quel che riguarda il mero aspetto fonetico il sichuanese ha alcune cadenze e alcuni suoni che ricordano sorprendentemente il pugliese. Cercai di spiegarglielo, sorrisero un po’, ma non riuscii a fargli cogliere appieno la comicità del rapporto pugliese-sichuanese. D’altronde era un accostamento che aveva fatto la mia mente e che non sapevo riprodurre.

Mi guardavo attorno, guardavo i grattacieli vicini di Chengdu e mi sentivo lontano. Quasi dentro le cose. E quando ci sei dentro bene non vedi. Non vedi il cuore, vedi solo esteriorità, perché non ci sono specchi che allontanano lo sguardo dall’interno. Chissà cosa sarebbe successo alla mia vita se, invece di atterrare e rimanere impecolato nelle profondità del grigiume scuro di Pechino, avessi preso la via del grigio chiaro, soffuso, del Sichuan, nell’angolo Sud dell’Ovest cinese, o chissà cosa sarebbe successo se non avessi proprio preso la via della Cina, ma fossi rimasto a Roma o magari fossi salito su un aereo per Waikiki o per Timbuktu.

A chi voleva imparare la lingua ufficiale, il Putonghua, Pechino offriva la migliore università dello Stato, ma a parte questo, la città era di un decadentismo trincerante. I pochi italiani che avevo incontrato non se la passavano bene, psicologicamente, qualcuno sì, ma lo trovavo uno stolto, un idiota. Erano benestanti certo, avevano fiorenti stipendi e prospettive di crescita inimmaginabili per i giovani disoccupati in madrepatria. La nostra Italia delapidata dalla democratica e da una costituzionalizzata corruzione politica. Alcuni italiani a Pechino ricoprivano cariche governative, e potevano vantare attici sulla Jianguomenwai (una delle più ricche e prestigiose vie della città), ma a parte questo, mi sembravano tutti vivere, chi più chi meno, esistenze finte e misere. Le anime li avevano abbandonati in qualche fondo di bottiglia di baijiu (grappa cinese) o tra le cosce di una massaggiatrice dell’Anhui, una di quelle che si prostituiva per totale disperazione o per sfamare un figlio. Ne avevo viste molte, donne che non sapevano cosa fosse l’affetto, cosa una carezza. Potevo vederlo facilmente quando ci parlavo, perché io ci parlavo sempre, specialmente quando provavano a eccitarmi durante i loro massaggi tradizionali, uguali in tutti i centri massaggi in qualunque contrada, di qualunque boulevard, in qualunque vicolo di qualunque città cinese.

La povertà era al totale servizio dell’amoralità. E odiavo lo stereotipo dello straniero in Cina, dell’occidentale in carriera, del colletto bianco della domenica dell’umanità. Tedeschi, francesi, spagnoli e norvegesi, pensavano tutti di poter affrontare il grande Nord dal privilegio della loro altezza media e per la lunghezza mediamente superiore del loro pene rispetto a quello dei cinesi. Ma io mi sentivo diverso da questi expats, li guardavo con aria malinconica, come se fossero già ombre, ombre che potevano ancora far danni enormi, e che qualcuno avrebbe dovuto fermare.

L’occidentale medio in Oriente fa danni. Ancora distrugge e senza creare ponti di scambio culturale. Di arricchimento reciproco. Distrugge se stesso e distrugge gli altri. Quasi tutti lavorano nell’import/export, si danno al trading come preferiscono dire, e io mi lasciavo solo ai miei pensieri. Ero solo. Come un pulviscolo piccolo piccolo sballottato tra l’estremo Est e il medio Ovest. E sei fottutamente lontano quando sei lì.  Molto lontano. Lontano anche da loro, che hanno perso umanità, richiudendola in una cassetta di sicurezza di una banca tedesca, o peggio inglese.

Quando tornavo in Italia, volando sopra la Mongolia e poi sopra la Siberia, pensavo, ecco sono quasi a casa; tanta e tanta la distanza che divide. Cinque ore di volo erano e sono solamente necessarie per uscire dal continente cinese, per lasciare quel vasto, pachidermico, immenso Paese, il Zhongguo (PaesediMezzo). Guoguo e gli altri, nel frattempo, continuavano a chiacchierare mentre io mi perdevo nei miei pensieri.

Vedendomi silenzioso e diverso non mi disturbarono, né io disturbai loro.

Guoguo sembrava sinceramente contento di vedermi, tant’è che si alzò e venne a sedersi vicino a me, offrendomi di nuovo da bere.

“Cosa bevi De Lu Fa?” chiese distrutto e con lo sguardo di chi capisce le emozioni altrui.

“Una birra, una birra è ok, grazie GuoGuo!”

“E di che? Quindi cosa combini nel nostro Sichuan di bello? Ti piace?”

“Sì è bello, molto affascinante” dissi mentre mi massaggiavo le gambe con le mani.  Non facciamo niente di che, io e Ajie andiamo in giro senza meta fino a che possiamo. Passeremo per Guizhou prima di tornare ad Hainan. Almeno così pensavamo di fare, che ne dici?”

“Guizhou? Ci sono alcuni angoli di quel posto infame veramente belli…” e girandosi di scatto, come se la testa fosse stata tirata da una molla o da un elastico precedentemente caricato a dovere, guardando Ajie disse “sapete già dove state andando? Avete bisogno di qualche aiuto? Fammi sapere che ho molti amici laggiù, in quel posto infame…”.

“Grazie GuoGe (Fratello Guo)” rispose Ajie “pensavo di andare a un mio amico che ha un posto giù, vicino a GuiYang. Lo voglio far vedere a DeLuFa, è un posto fatto apposta per lui, secondo me gli piacerà…” si fermò un secondo per leccare la colla della cartina della prossima sua trella-bellezza “…moltissimo”. La chiuse.

“Bene allora! Ma se hai bisogno, basta che mi fai sapere” disse ad Ajie continuando poi a parlare in dialetto sichuanese. Avevo finito seguire il discorso. Forse era questo che mi frastornava e isolava un po’. Non ero in vena di molte parole quella sera, può succedere a chiunque, ma fortunatamente mi sentivo percettivo, distraendomi da solo. “Grazie GuoGuo” risposi al posto di Ajie. Sorrise. Ajie mi guardò. Avevo sbagliato clamorosamente il tempo di risposta. Ma chissenefrega.

“Eee, vieni DeWa, tieni, accendila tu” disse Ajie passandomi la trella.

Laoli nel frattempo si era dileguato, era sparito chissà dove.

Gli altri chiacchieravano tra loro in maniera silenziosa. Erano per lo più apparenti avanzi di galera. Persone sfrante, desiderose di redenzione. Non erano pericolose se non te l’andavi a cercare. Bastava solo parlarci tranquillamente. Rispettavano il fatto che li rispettavo senza alcuna vena di pregiudizio o altezzosità occidentale. Sapevo che il il mondo che ci circonda è fatto solo di impressioni, impressioni libere e mutevoli. Erano curiosi di conoscere persone diverse, mentalmente aperte, con il cuore aperto, con cui parlare e confrontarsi. Non so se lo fossi io, ma sapevo di rispettarli, per tutto quel che avevano passato e dovevano ancora sopportare fino alla fine dei giorni. Sì. Per me loro erano vittime, vittime di un sistema dall’estrema potenza di fuoco, dalla volontà d’acciaio. Come un carro armato sopra un lastricato di noccioline, vedevo come si sentivano: oppressi non solo da un sole che filtrava sempre meno, anno dopo anno, ma soprattuto oppressi dalle cieche convenzioni sociali cinesi. Si sarebbero scarnificati la pelle pur di liberarsi dall’angoscia e dal senso d’impotenza che li attanagliava in quella Nazione.

Corpi senza anime, anime senza corpo che non si trovavano mai.

Quale soluzione poteva mai esserci per superare quest’incubo? Bisognava scappare, trovare un rimedio o affrontare la grande bestia ringhiandogli in faccia, come un cavallo pazzo al galoppo.

Non possiamo sopravvivere senza ossigeno, senza libertà, senza speranza di crescere, di migliorare, di evolvere. E così, la soluzione la trovavano nell’alcol SMODATO, nel bere quantità tali da lasciare increduli anche i più acerrimi santi bevitori. Bukowski al confronto avrebbe smesso di scrivere dandosi al canto libero.

Così come i pesci d’acqua dolce non possono mai vivere nel mare salato, chi non vive in fondo il proprio totale annientamento non può capire cosa voglia dire essere annientato, distrutto culturamente, spiritualmente, psicologicamente, come lo erano questi giovani in Cina. Sì, in Cina, proprio il paese del nostro Made in PRC che va ancora tanto di moda leggere dietro le nostre etichette e sulle nostre scatoline regalo. E non c’è sollievo, non c’è via di scampo. Non c’è più senso. Non si vedono più stelle, non si vede più luna, e tutti i monaci sono ormai dispersi.

Il sole pésca nell’universo nuove direzioni, i raggi bighellonano oltre lo smog, disinteressati, impossibilitati a baciare i volti delle nuove generazioni di bambini. I nuovi nati non hanno la gioia di ruzzolare giù per un verde prato e di fermarsi poi, ansimanti di gioia, a guardare le nuvole passare. Chi di noi non lo ha fatto? Non sapranno mai cosa vuol dire assaggiare le fresche acque di un ruscello, vedere le stelle la notte di San Lorenzo abbracciati l’un l’altro aspettando l’occasione di baciare qualcuno, con l’ansia e il cuore che batte sin dentro la gola. Non potranno esprimere desideri perché non verranno mai esauditi. Per loro vi è solo autodistruzione, un lento meccanismo-esercito di distruzione, suicidio sociale-fisico-razziale-totale. Made in Occidente.

Si può fuggire allora in ogni droga, in ogni sostanza, in ogni bicchiere e in ogni palliativo consumistico, ma le cose non cambiano. Questi erano i miei compagni, lì al Jiaba di Chengdu, così come nei locali di Gongtibeilu (zona di locali a Pechino).

Ragazzi che dimenticano di essere umani, che si mascherano di cinismo e  di menefreghismo, che, totalmente distaccati da tutto quel ch’è sentimento, da tutto quel che è empatia, vedono i giorni passare rimanendo sempre gli stessi. In un incubo.

Si rifugiano nell’artificiale, nelle droghe sintetiche e in tinozze di Erguotou (grappa cinese super economica, che normalmente viene bevuta dai posteggiatori e da tutti quelli che lavorano di notte, al freddo, per strada, nelle città del Nord).

E in questo sistema di giovani morti viventi e anziani deturpati dalla storia, le città si espandono col cemento e la plastica, coi neon e con l’alluminio. Gli uomini con gli occhi a mandorla non devono ricordare di essere umani, di essere vivi e capaci di altro. Devono solamente ubbidire, produrre, fino alla fine dei loro giorni, vomitandosi addosso l’un l’altro quegli ultimi spicchi di anima loro rimasta. Vi è come una mano oscura palpabile, visibile, riscontrabile in ognidove nel PaesenonPaese, in questa Nazione in cui sogni e speranze sono stati rubati!

E noi no, non vogliamo sapere, non vogliamo sentire, anzi “ma che palle!” Che ci frega della Cina! Sta lì, lontano da tutti noi e dai nostri occhi, dai nostri modelli di comprensione.

Sinceramente non so cosa mi fosse preso quella sera, ma io, proprio io, ero lì, e li guardavo negli occhi con uno sguardo incerto, ma consapevole.

Dopo due o tre cocktails di troppo, sentivo tutta quella pressione, atmosfericamente umana, piombarmi addosso quasi a dire “Ei, tu che fai qui? Tu non dovresti essere qui! Vattene, vattene via subito o te ne pentirai! Vattene subito e stai zitto! Stai zitto, hai capito? Non devi parlare!” Ma io, io non gli davo retta a quella voce, di certo era solo l’alcol che sbatteva dentro le mie arterie come una pallina di pinball, era l’alcol che correva in ogni angolo del mio corpo, scampanellandomi nel cervello e smembrandomi il cuore. L’alcol. Serate d’alcol. Alcol dei popoli. Oppio dei popoli. Alcol d’inferno. Oppio uomo-bianco. Cosa altro poteva essere quella voce? Ché anche la voce coscienza è ormai stata rimossa dai nostri abbecedari.

La notte era anche un poco inglese. Inghilterra, Nazione di ammiragli e di invasori lungo la rotta delle indie orientali, quando contrabbandavano oppio per distruggere il presente e il futuro dei figli della terra e di un popolo sovrano. Oggi? Ieri e domani? Popoli distrutti in pile di fumo divenuta nebbia, fumo nella notte… fumo nella nebbia. Storie del passato che riecheggiano sulle tristi linee degli angoli di grattacielo. Giovani girovaghi alla ricerca d’identità gridano attraverso linee che non ascoltano più. “Dio salvi la regina! Dio salvi la regina!”.

“Ei DeLuFa, andiamo! EI DEWAA! – mi ripresi dai miei pensieri saltando quasi sul divanetto – Andiamo!” . Era Ajie, che mentre parlava era già in piedi, senza barcollare.

Mi alzai osservato da tutti i lati, con le nuvole che da sopra sembrava volessero tenermi sott’occhio fin l’ultimo istante.

Salutammo ingloriosamente i nostri amici-fratelli, disperatamente felici, e via. Tornammo a trotterellare nella notte.

I neon ci avvolgevano come un mantello nel buio di un cuore di tenebra. Non faceva freddo, non era possibile sentire freddo. Era umido, questo sì. Un’umidità cinese, differente da quella nostrana. Un’umidità magica di magia nera. Ti si attaccano cose sulla pelle, chimicità di cose. Come nelle avventure di Jack Burton, racconti che non potevano essere narrati, perché non plausibili, come quando le Furie uscivano fuori dal nulla, nei vicoli della Chinatown di San Francisco, tra grida in cantonese ed esplosioni verdi, uccidendo tutti quelli che si trovavano sulla loro strada. Nulla avrebbe salvato nessuno. Non c’erano santi a cui appellarsi o supereroi marvelliani.

Così camminavamo nella notte, mischiandoci alle leggende, spintonandoci dalle risate, toccandoci lo stomaco tumefatto. Eravamo noi le furie. Furie impenitenti in cerca delle nostre prossime vittime sacrificali.

Eppure Chengdu era stata clemente con me, “Sii clemente con tutti, sii clemente con tutti”, in un lontano passato ero stato qui, ma che importava adesso. La città era cambiata, oggi era la città del porcatroiaggio da cui dovevo andare via. Mi era chiaro ormai, sebbene più sana della mia amata-odiata Pechino, in agonia, nascondeva passaggi segreti. Dannata città biliosa! Da qualche parte ci sarà pure stato un passaggio! Un riparo! In una teahouse magari in una teahouse vi era un passaggio spazio temporale per una dimensione sicura e spirituale. Ma non lo trovavamo mai, non c’erano più passaggi e tante teahouse.

I vecchi, a quell’ora tarda, erano tutti a dormire, potevo sentire i loro respiri sui cuscini sapere ancora di aceto e aglio. Sarebbero poi usciti al mattino, per uccidere i fantasmi accumulando energia. Si chiama TaiJi, Taijiquan. Io lo chiamavo il fascino del morire lentamente in un’epoca senza draghi. Ed effettivamente li potevi vedere a frotte, aprire le porte, all’alba, senza curarsi del cammino, impugnando alabarde e spade, giorno dopo giorno, affrontando il drago dentro di loro. Disinteressati della Grande Bestia, che non uccidevano mai. A loro bastava fronteggiarlo negli occhi e non rimanerne turbati.

Basta, avevo fame.

“Prendiamo qualcosa da mangiare, Ajie, che ne dici?”.

“Eccome! Mi hai letto nel pensiero! C’è un posto meraviglioso, proprio dietro il locale di Laoli. Andiamo devi provare” disse accelerando subito il passo.

“Che fanno di buono?”.

Pugaimian, DeLuFa, Pugaimian!” (pasta molto spessa, a mo’ di paccheri, in salsa di olio infernalmente piccante).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 14.2

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 14.1

Il treno scorreva gongolandosi sulle rotaie, felice di assolvere al proprio compito.

Il percorso tra Chongqing e Chengdu era monotono, lineare, grigio, come la maggior parte dei percorsi in treno nell’entroterra, sperduti in mezzo a quei diecimilioni di chilometri quadrati del PaeseCina. In poche ore comunque arrivammo a destinazione. Piedi sul selciato. Pioveva ancora. Pioveva bene. Una pioggia estiva annoiata, pioveva perché doveva. Era la mia prima volta a Chengdu. Ne avevo sentito parlare tantissimo. Sanwa era di Chengdu, Laoli era di Chengdu, il proprietario panciuto del ristorante sichuanese di Houhai era di Chengdu. Junjun e la sua jiajiamian erano di Chengdu.

Tramite wechat venni a sapere da Sanwa che era tornato a casa anche lui, ma solo per qualche giorno; voleva vedere sua figlia e gestire alcune cose che non disse, né io chiesi, ma alla fine, si ritrovava sempre seduto al tavolo di carte. Così come lo trovai. Non potevo non andare a trovarlo, sarei stato irrispettoso. Così salutai Ajie. Lui aveva una pseudoragazza in zona, io avevo Sanwa.

“Ci sentiamo poi per telefono, divertiti. Cerca di perdere la verginità almeno oggi e se hai problemi chiama il tuo amico italiano che ti fa vedere come si fa, ok?” gli dissi.

“Ha ha ha, ciao Baobiao (bodyguard) DeLuFaaa!”.

Ci salutammo.

Sanwa mi messaggiò l’indirizzo. Mi aspettava in una SPA dove giocava amabilmente con un gruppo di amici dall’aspetto moderatamente poco raccomandabile. Li raggiunsi con facilità. Ormai il mio cinese era pressoché fluente e poter girare in un Paese così sconfinato potendo discorrere con tutti, avendo riferimenti culturali, ecc era molto soddisfacente. Potevo riportare a memoria cose sentite, cose viste, amici, amici di amici, luoghi sentiti, luoghi visitati. Una canzone, un profumo, una star. Tutto questo mi avvicinava incredibilmente ai locali. Ero loro forse troppo vicino, quasi dentro.

A differenza di Pechino e di Tianjin, in cui ho abitato anni, città che conoscevo abbastanza bene, Chengdu è molto più verde. Si ha finalmente la sensazione di poter respirare. Il cielo ha sempre una sfumatura di grigio potente, ma lo strato di smog è sensibilmente inferiore aiutando lo spirito a non abbattersi troppo.

La gente poi è diversa. Decisamente diversa. I sichuanesi sono meridionali. Simili, per alcuni versi, agli italiani del nostro Sud. Amano la vita, amano divertirsi. Amano cucinare, mangiare e bere a sazietà. Non vivono per lavorare, ma lavorano per vivere. A Chengdu ci sono i panda. Al sud d’Italia ci sono molte panda. Costano meno, inquinano meno, si infilano bene nei vicoli e c’è anche il modello quattroperquattro che tanto viene utilizzato dalla Forestale e dai Caramba. Ho sempre pensato che la FIAT andasse benissimo per portare un cadavere di nascosto fuori città , lungo le
stradine di campagna, per poi farlo sparire. Tutte cose che al Sud vanno più che bene, considerata la morfologia del territorio.

Arrivai da Sanwa.

Mi accolse distrattamente, con un sorriso di godimento. Per lui era indubbiamente motivo d’orgoglio che io fossi andato a porgergli saluto, poi davanti ai suoi amici. E lo sapevo.

Non conoscevo i presenti, tranne uno, che avevo avuto modo di incontrare a Houhai. Gli avevo anche fatto lezione di surf. Non era molto agile, appesantito com’era dal troppo cibo, dal troppo alcol, dal troppo troppo fumo.

Nella stanza, infatti, quasi non ci si vedeva. Tutto era fumeggiante, onirico. La luce a centro tavola appena illuminava lo spazio sottostante. Spettralmente come in un film coreano o di Wang Kar-Wai. Evidentemente avevano fumato ininterrottamente dal primo giro di carte. Era una situazione grottesca, e al tempo stesso comica, loro serissimi, quasi fosse questione di vita o di morte, intenti da chissà quante ore in una partita totale, finale, quella in cui ci metti tutto te stesso, in cui preghi tra te e te e fai promesse col destino, con la vita e con la morte. In cui però alla fine sono sempre le carte che ti hanno in mano. Per questo non mi è mai piaciuto giocare. Siamo già sin troppo nelle mani del cosmo, di questa corrente irrefrenabile che ci sballottola da una parte all’altra senza darci spiegazioni, senza soluzioni, senza lasciti. Potevo anche rinunciare alle carte.

Sanwa mi fece preparare un bel bagno e un apoteosi di massaggio. Di quelli che, con gli incensi e gli oli profumati, ti fanno sentire onnipresente. Massaggi che ti sciolgono la fisicità e la staticità del pensiero, per cui puoi vagare fino all’epoca faraonica degli egizi e crogiolarti sotto un albero, mangiando datteri, bevendo vino e miele, e osservare il Nilo fluire, lentamente, assieme al tuo sangue caldo nelle vene.

E in questo, non c’è da dire, i cinesi sono maestri. Ospitalità orientale.

Sii rispettoso e sarai rispettato. Regola universale, scordata da molti, che vale un po’ ovunque, non solo in Sicilia, non solo in Cina.

“Ma non eri partito con Ajie?” mi chiese sbuffando una nuvola di fumo dall’angolo sinistro della bocca dopo che mi ero ripreso dal massaggio.

“Sì, ma sai com’è lui, no? Gli incuti timore e poi pare abbia una ragazza qui in città, l’ha voluta raggiungere. Ha detto che forse viene dopo, ma sinceramente non ci conterei. Forse non ha neanche una ragazza, era solo un modo per fuggire e fare quel cacchio che voleva fare senza legarsi a noi…”.

“Capisco. Comunque se vuoi DeLuFa, stasera puoi dormire da me. Io domani riparto, torno ad Hainan, ma devo passare un attimo per Canton. Comunque, se vuoi ti lascio le chiavi e puoi stare quanto vuoi. Basta che ti ricordi però che tra qualche giorno arriva tutta la roba ordinata e dobbiamo starci entrambi, altrimenti si rallenta tutto. Dobbiamo finire i lavori e aprire, ok?”.

“No problem, Sange. Grazie!” risposi rilassatamente. Anche in quel occasione l’avevo sfangata. Ero ospite di un amico e non sarei dovuto andare a dormire in albergo. Il mio motto era affidati senza pensieri e troverai il meglio per te. Ne ero certo e andavo avanti così.

Sanwa risprofondò nelle carte e io mi addormentai per un paio di ore nella mia stanza-tana, in quella SPA che da solo non mi sarei certo potuto pagare. Ero coccolato, come un bambino che ha appena ciucciato il latte da una tetta enorme e fa colare un rigagnolo della propria bava sul collo di un ubriaco e arrapato Morfeo.

Più tardi andammo tutti assieme (tranne Ajie, di cui si erano perse le tracce sparito e irragiungibile chissà dove in città) a mangiare uno speziatissimo Huoguo, piatto tipico sichuanese.

I sichuanesi sono un po’ come i calabresi nostrani. Amano follemente il piccante.

Lo Huoguo, alias hotpot, non è altro che un grande pentola, talvolta divisa internamente in due, a mo’ di Tai Ji, per permettere di cucinare due condimenti differenti all’unisono. Uno scompartimento agrodolce e uno piccante.

Ognuno può bollire quel che desidera, prendendo a la carte, secondo i propri gusti. La pentola viene posizionata sopra una piastra elettrica o a gas, a centro tavola, aspettando che l’acqua bolla. Dopodiché si può cominciare a calare il cibo, tutti assieme, con le proprie bacchette. Ci sono tutti i tipi di carne, bianca o rossa, anche carne di struzzo e pesce, crostacei, verdure, insalata, uova grandi e uova piccole, polpette vegetali e chi più ne ha più ne metta. È un vero calderone, compatibile con tutti i palati e tutti i livelli di sopportazione di piccantezza o di stranezza.

Mi hanno sempre affascinato questi pentoloni che, specialmente nei giorni d’inverno, vaporeggiavano per strada, creando tanti piccoli comignoli spumeggianti e rassicuranti. La gente, i passanti, a frotte si ferma sempre per mangiucchiare e piluccare qua e là due tre cosucce e riscaldarsi un po’; è sempre stato così in Cina, da secoli. I prezzi erano modicissimi, spesso si riesce a mangiare con uno o due euro e poi via, di nuovo pronti a pedalare seguendo la propria recita quotidiana. Gente abbandonata, che ha così modo di sentirsi meno sola, di stare in compagnia, in un Paese ormai asocialmente sovrapopolato e che lo Huoguo in parte salva.

Ho sempre pensato che la società cinese potesse essere rappresentata simbolicamente proprio da questo piatto tipico, al cui interno c’è di tutto, in cui si può calare di tutto, da cui si può estrarre di tutto, sperimentando abbinamenti anche d’azzardo e dissonanti. Sta a noi, con un abile utilizzo delle bacchette, riuscire a trovare e ad afferrare quello che soddisfa il nostro appetito, il nostro gusto, e tutto aspetta di essere scovato al di sotto della superficie che ribolle, tutto si nasconde all’interno della zozza mistura della vita che vaporeggia senza tregua. La Cina è il perfetto esempio di come si possa paragonare la vita a una pentola bollente, da cui nustrirsi, da cui scegliere il cibo, componenti che si mischiano senza mai ammalgamarsi del tutto. Tutto questo, giocando d’equilibrio. Con le bacchette.

I sichuanesi di solito prediligono il tè ai superalcolici, così prendemmo solamente delle birre. Non sono come gli intirizziti nordici. Il loro clima è diverso e anche il loro cuore sembra diverso. Il loro sguardo è orientato diversamente. Sono più inclini a cedere ai sensi.

La cena era squisita, il livello di piccantezza del cibo quasi marziale. Un umano qualunque non può essere in grado di sopportare il loro livello cinque. I piatti comincerebbero altrimenti a girare, come astronavi, sì.              E prenderebbero il volo.

Nei locali migliori viene talvolta offerto un servizio navetta da e per l’area
cinquantuno, con tanto di cintura di sicurezza obbligatoria, valido per tutti coloro che scelgono il massimo grado di piccantezza. Noi ci sbilanciammo sul terzo, per me già offlimits. Forse è solo una questione di sopportazione del dolore, gioia delle viscere. Il piccante sale, scende, poi si muove circolarmente, entra in tutti i capillari e si nasconde dietro le tempie, incomincia così a pulsare, e allora i microbi scappano dalle orecchie, dalle narici. Tutto si disinfetta e torniamo a essere più leggeri. Ecco, i sichuanesi amano dannatamente questa sensazione. Anche le donne. E che donne!

Sanwa e i suoi amici erano stati gentili ma scostanti, avevano sicuramente vari impegni cui era impossibile sottrarsi, così come non potevano sottrarsi all’ospitalità dovuta. Ci ritirammo presto. Il che per me non era un male. Potevo riposare un poco, specialmente dopo la lunga nottata sulla Montagna delle Fate. Anche Sanwa sembrava dover fare cose, molto pensieroso, se non addirittura preoccupato. Ovviamente non chiesi nulla.

La mattina al risveglio mi portò comunque a fare un giro nella zona turistica della città che, dalla sua abitazione, era a due tiri di schioppo. Ero vestito in maniera totalmente inappropriata. Ciabatte infradito, maglietta arancione folgore con la scritta cinese Wushu bisai (torneo di kung fu), attirando l’attenzione di tutti gli sguardi, ispirando tante domande innocentemente noiose. “Ma sei un artista marziale?” “Ah! Ma parli cinese!” “E come mai?” e da lì tutta una serie infinita di mille altre curiosità latenti. Mai più abbinamento infradito maglietta arancione folgore barba capelli lunghi. Non quando si cammina in Cina a Chengdu. Si rischia di essere scambiati per Gesù e tutti vogliono toccarti.

Anche Chengdu è stata letteralmente cancellata dal Partito Comunista. La città non c’è più. Tutto quel che si può vedere in realtà non è vero, non è originale.

I mattoni sono puliti, interstizialmente candidi. Si ha l’impressione che vi sia stata una decisione lucida e cristallina da parte di una mente superiore malefica: cancellare tutto quello che possa indurre le anime – badate bene, non gli uomini! – a ritrovare un’identità profonda, antica, con il proprio io perduto. Oltre l’ORA, oltre quello che gli occhi vedono in questo momento, non si deve pensare ad altro. I ricordi sono pericolosi! Banditi! Ricordare è pericolo! La memoria non deve esser più, deve venire sistematicamente smantellata, abbattuta, frustata, alienata, lobotomizzata, cancellata.

Questo è quel che percepivo mentre visitavo Chengdu. Ma non solo là, certo. Anzi, tutto sommato molto meglio che altrove. A differenza di Pechino, che non è nient’altro che un buco abissale, a Chengdu le persone appaiono molto meno in sofferenza. Hanno ancora una parvenza di legame con lo spirito della loro terra e il sorriso incurva ancora le loro labbra, illuminando i loro occhi. Questo non si può non notare. Bisogna essere ciechi per non accorgersene. E per questa ragione i sichuanesi sono anche più belli, più sensuali dei nordici. Il clima dona poi loro ancora una pelle di seta.

La natura in persona non è poi tanto lontana. Questo popolo è riuscito a conservarne la presenza e lo scintillìo delle foglie, in maniera meno costretta e artificiosa delle gemelle Pechino o Tianjin. A Chengdu, il verde non sempre è disposto e controllato. Talvolta torna imprevedibile. Istrionico.

Camminando per la città vecchia vedevo che ormai di vecchio non c’era che il nome. Tutto era stato rifatto a immagine e somiglianza dell’atemporale originale. Immagine platonica di se stessa.

Di vecchio ormai c’erano solo i vecchi e in particolare un vecchio mi colpì , come una candela immobile nel vento. Il resto era un flusso amorfo, magma freddo. Le persone avevano sfumature più chiare, eppure grigie, erano buchi di antimateria. Con gli occhi vuoti camminavano sopra salsicce di carne in un mondo di vegetariani.

Quel vecchio no. Lui era un Caronte. Traghettava il marasma delle persone, aspettando, in un angolo calmo. Seduto sulla sua sedia, fumando una pipa. Una lunga pipa, scavata nel legno, secondo la maniera tradizionale. Dalle fosse dei suoi due occhi cinerini osservava il suo mondo interiore. Non parlava neanche più. Non aveva bisogno di parlare, si era abituato a non farlo. Parlava con gli occhi. Come i gatti. Telepaticamente forse. Sembrava aver raggiunto una profondità di coscienza o di sofferenza e mi diceva “puoi farlo!”. Ne sono sicuro. Potevo sentirlo urlare quel vecchio, era una tromba d’oro sgargiante, al centro di un’oasi, in un caravanserraglio spirituale. Occhi fissi, ancora fissi. Fissi oltre la morte corporea. Fissi, come un raggio x, ultravioletto, fisso nel suo flusso, fisso come il rossore di un universo che si espande piano, lontano. Uno sguardo presente alla sorgente così come al più estremo più estremo punto di lontananza dal proprio essere nascente. Aveva occhi universali al di là della nebbia della sua pipa. Non vendeva nulla, non faceva nulla, non chiedeva nulla. Era semplicemente là, al centro di questo mondo che continuava a cambiare inspiegabilmente, in una direzione inconcepibile. Né giusta, né sbagliata. Per lui e per me. Fumava la pipa a sfottò della rotazione dei testicoli malati del mondo immobile.

Mi avvicinai dicendo qualcosa. Non ricordo cosa ma sorrise un sorriso senza denti. Ricordo solo lo sguardo. Mi invitò a fare un tiro dalla sua pipa porgendomela piano. Ispirai. Sentii la sua saliva invadermi la bocca. Calda. Ebbi quasi un conato, ma lo trattenni. Così doveva essere.

Restituendogli il suo scettro di fumo, sorrisi dolcemente salutandolo con la mano. Voltandogli le spalle non sentii il suo sguardo su di me. Era tornato a non essere, nel suo angolo di mondo. Nella totalità del suo appagante tutto di bodhisattva.

Sgattaiolai con Sanwa per le vie, entrando in qualche chiostro, mirabilmente ricostruito e quasi vedevo gli occhi vuoti del vecchio intorno a me, accompagnarmi come una fede che difende dalle insidie dell’oscurità e dei demoni del mondo.

Scattai qualche foto di cui ancora conservo il ricordo.

La sera di quel giorno venne presto.

“Allora ti è piaciuta Chengdu, DeLuFa?” mi chiese Sanwa, spaparanzato sul suo divano bianco.

“Sì molto…”.

“Ne sono contento, ci sono affezionato. È la mia città. Sappi comunque che puoi venire quando vuoi e sarai sempre benvenuto a casa mia!” aggiunse sorseggiando il suo solito tè, nella sua tazzina preferita. Quella marrone con le foglioline di bambù intarsiate sopra.

“Ti ringrazio…”.

“Domani allora parto. Se vuoi puoi rimanere qui, non farti problemi zhende mei wenti (veramente senza problemi) Stai quanto vuoi, basta che insomma, ti ricordi sì?”.

“Certo, non preoccuparti Sange. Tra qualche giorno torno, torno… a proposito, perché Ajie ha paura di te? Da quando siamo arrivati, ormai sono due giorni, non si è fatto vivo una sola volta. Che gli hai fatto? È forse successo qualcosa che non so?”.

“DeeeeLuuuuFaaaaa (con il tono di chi ti prende in giro per la grande cavolata sciabordata) Ma che deve essere successo? Non è successo assolutamente nulla. Lo dovresti conoscere Ajie, lui è solamente completamente fuori di testa. E poi sai, io non mi drogo e questo lo mette a disagio… lui senza marijuana quasi non sa stare. E te, mi raccomando, cerca di non fumare troppo che poi ti bruci la testa…” disse sorseggiando il suo ennesimo bicchierino mentre giocherellava col pacchetto di sigarette.

“Non preoccuparti, vecchio! Il discorso comunque è lungo, lo sai. La marijuana non è così come i nostri governi vogliono farci credere e come ci hanno inculcato in testa! L’uomo la utilizza da secoli, anzi da millenni e tra l’altro tutto è cominciato proprio qui, in Cina! Lo sai? Veramente! Solo che non ce lo diranno mai… e tutto questo da almeno cinquemila anni. E poi che succede? Nel ventesimo secolo, spunta fuori una cavolo di legge, prima in America e poi in Europa e tutto diventa illegale. Puff! Così! Per lo schioccare di dita di una lobby di potere e per gli interessi di qualcuno. Ma ti rendi conto? Si fottano questi maledetti porci! E la chiamano anche droga! Siamo in un mondo in cui ormai la menzogna proclama la verità e tutti annuiscono convinti e coglionati. Bè, io non ci sto! Sanwa, io non ci sto! Sono libero di pensare e di cercarmi la verità da solo, non c’è bisogno che vengano loro a dirmi cosa devo o non devo fare! Ora s’interessano alla salute e benessere della gente – con tono ironico – ma quando maiiiiii??? Hanno solo paura!! Hanno paura di perdere il controllo sulla gente che si affranchi, che si risvegli dai miraggi e dalle menzogne che hanno cercato di propinarci solo per il loro porco, porcissimo interesse… questa è la faccenda, Sanwa! Quindi io dico evviva la libertà di pensiero e d’espressione! Evviva Dio!”.

“Lo so, me lo avrai già detto mille volte, e so come la pensi… – disse mentre si alzava un po’ arruginito dalla stanchezza – e come sai a me non me ne frega proprio un bel niente. E ora, amico mio, vado a dormire. Domani devo partire presto. Tu che fai esci?”.

“Sì penso di sì. Vedi? – mostrandogli il display del cellulare – Shuo Caocao Caocao jiu dao le! Ah ah ah (Proverbio che letteralmente vuol dire Parli di Caocao – personaggio storico – e Caocao arriva! Simile al nostro “parli del diavolo e spuntano le corna”) Ajie, mi ha messaggiato proprio ora… dice di trovarsi al Jiaba…”.

“Il locale di Laoli?”

“Sì, esattamente, e pare ci sia anche lui. È tornato da qualche giorno per aiutare la moglie a sistemare alcune cose al locale, non so. Appena fatto ritorna anche lui a Houhai. Lo passo a salutare, dai. E poi sono curioso di vedere questo Jiaba cittadino. Conosco solo quello in spiaggia…”.

“Fai come vuoi, lascio le chiavi dietro il tubo fuori la porta a sinistra, così quando torni puoi entrare senza bussare… e senza fare casino!”.

“Grazie Sange!”.

“Notte DeLuFaaaa!”.

“Notte Sange!”.

Non pioveva più ma era umidissimo. “Come al solito”, pensai prendendo al volo il primo taxi che passava. Mi diressi verso Laonanmen (La vecchia porta sud), il Jiaba era proprio lì, non distante, davanti al fiume Funan. E non ci volle molto per arrivare. Chengdu è molto più piccola di Pechino. Chiacchierare con gli autisti locali poi fa passare il tempo, e basta anche solo sentirli parlare, per sorridere del loro comico accento, mentre ci si addentra nella notte. Oltre tutto.

 

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Parte Prima – Capitolo 4

4.

Era ormai finito l’inverno e le giornate non sembravano né lunghe né corte. Non cambiavano mai, erano sempre inesauribili fonte di estasi e di oceanicità . Aspettavamo l’arrivo dei monsoni per fare finalmente un po’ di big surf.

Certo, non ero mai stato un grande rider, ma miglioravo di mese in mese e le onde, che un tempo sembravano troppo pericolose, si rivelavano essere domabili. Arrivai a cavalcarle con sempre maggiore sicurezza e godimento, con serenità.

Spiritualmente, già da tempo, mi sentivo risucchiato come in una voragine, in un grande enorme buco nero, della conoscenza e della percezione, e in questo il surf ha avuto sicuramente un ruolo fondamentale.

C’era un posto, uno spot, talmente nascosto che lo conoscevano già fin troppe persone. Si chiamava Matou, che vuol dire molo. Si attraversava tutto il paesino, ci volevano cinque minuti cinque d’orologio a piedi. A passo estasiato qualcosa in meno.

Vi erano due strade maestre che si incontravano amalgamandosi alle due estremità orientali del villaggio, formando un’ampia curva. Lì, era stato costruito il porticciolo, da cui, volendo, si poteva raggiungere l’unica meta un po’ commercialmente turistica e famosa della zona: un’isola artificiale di nome Wuzhizhou. C’è da ammettere però che la sua vegetazione lussureggiante, un po’ finta sì, come quasi tutto quel che viene toccato dalle mani cinesi, era affascinante. Avevano portato anche dei pavoni. Si poteva camminare nei tropicaleggianti giardini, accerchiati da fiori enormi, più grandi della faccia di un bambino di sette anni, come nel paradiso persiano. Rincorrevo i pavoni quando ci andavo. Il mitico re della Frigia, Mida, trasformava gli oggetti in oro, i cinesi trasformano la vita in plastica. C’è poi sempre chi dalla plastica riesce a ricavarne oro, ma queste sono altre storie e Mida non c’entra poi più niente. Non ci riguardano, né ci riguarderanno mai. Una mattina qualunque ci portai in visita il Sig. Cressi. Cressi, sì quello delle attrezzature subacquee. Voleva espandere il suo marchio in Cina. Non potevo investire una lira, non voleva investire un euro. Non se ne fece più nulla, ma vide anche lui i bei pavoni.

Tornando invece a Houhai.

Camminando verso est, si susseguivano casette a uno o massimo a due piani, curate nei minimi dettagli, considerata la povertà e la semplicità dei villeggianti. Se si voleva allungare la camminata di qualche minuto, con tavole da surf sotto braccio, passavamo a salutare l’unico tempietto sacro del villaggio.

Un Budda silenzioso, più povero dei tanti altri visti in giro per la Cina continentale, stava là, pasciuto, a guardare verso nord est il lunghissimo spiaggione di HaiTang bay. Non era importante quel Budda. Non vi erano molte candele, molti doni, la gente non aveva moltissimo da offrire. Quel poco che avevano era del pesce e qualche pollo, e preferivano mangiarseli a casa, ben stufati e ben conditi.
A Pechino, invece, i templi sono un po’ come le nostre chiese occidentali. Ricchi e prosperosi. Le statue sono elaborate, docciate e pronte alle cene serali e per i galà. Il tempietto di Houhai no. Era più una sorta di statuina di gesso poggiata su delle stecche di sigarette di contrabbando. Clandestine, americane, russe e finte marche cinesi. Con nomi improbabili. Tra tutte io compravo le più economiche. Le Zhongnanhai o le Hongta. Mi ci ero affezionato, e quelle io sottraevo al Budda, pagando gentilmente la vecchina che, masticando binglang, protendeva le mani alla ricerca dei miei soldi.

Shi kuai qian!” (dieci) diceva senza denti.

E subito faceva sparire i soldi in una tasca del proprio vestitino a fiori.

Le Zhongnanhai mi ricordavano il mio primo viaggio in Cina, nel duemilacinque, quando vagavo di notte per le stradine di Pingyao. Antico borgo medievale nel cuore della Cina centrale. Lì le assaggiai per la prima volta e le fumai durante tutto il viaggio, fino a Kaifeng e Dengfeng, antiche capitali del primo impero cinese, proseguendo verso sud si trova Shaolin e il suo tempio sacro.

Pagata la vecchietta si arrivava subito all’estremità est del villaggio. Attraversavamo un cumulo di detriti, impossibili da smaltire. O almeno così pensavo. Erano un rimasuglio di una qualche costruzione abbattuta nelle vicinanze, ormai non più visibile. Probabilmente dietro la stazione della polizia locale che era proprio lì davanti. Sicuramente la più fallimentare stazione di polizia dell’intero continente asiatico. Era proprio lì. La polizia locale l’aveva però decorata di semplice eleganza primordiale. Quindi sebbene fosse la più fallimentare, era anche uno dei più spensierati commissariati del mondo. Si poteva quasi pescare da dentro gli uffici. Bastava lanciare la lenza e abboccavano pesci, pescatori e surfisti con un grande “WAAA”.

Superata la polizia, con il suo grande stemma rosso a cinque stelle gialle, badando bene a non svegliare i poliziotti che riposavano buttati su alcune panche messe alla buona in giardino, e senza distrarre quei due che si mostravano impegnati in operazioni inintellegibili e delicatissime, si raggiungeva un piccolo cancello.

Ecco, al cancello invece bisognava fermarsi, perché sorvegliato da un soldato con tanto di fucile e cappellino militare come quello che si compra sulle bancarelle di tutto il mondo. Al Panjiayuan di Pechino (un mercato famoso) ce ne sono quanti ne vuoi, per la modica somma di trenta renminbi e ce ne sono anche a Portaportese.

Vi era affisso un cartello con su scritto “zona militare vietato il passaggio bla bla bla”.

Tutti annuivano, si grattavano la testa e poi passavano indifferenti.

“Ma com’è possibile che sia vietato il passaggio qui?”

“dice zona militare!”

“Zona militare della minchia, noi dobbiamo surfare! Basta con questa militarizzazione del mondo, basta con queste guerre, ma perché non danno un bel cannone d’erba ai soldati invece dei loro cannoni a lunga gittata? Perché non dotarli di un bel Gun (Tavola adatta alle onde giganti) invece di dare loro pistole e proiettili? Questo mondo va veramente all’incontrario, veramente all’incontrario! Combattere la guerra con la guerra, il militarismo con il militarismo! Puaff!”

Questi erano pressapoco i dialoghi che si facevamo ogni qual volta superavamo il cancello militare e guardavamo in faccia i soldati e le loro divise ridicole. Subito dopo tornavamo nuovamente ammantati dalla natura e dal mare. Si fottano i panzer, si fotta la guerra!

Perlopiù bastava essere disinvolti, essere cordiali, magari scambiare quattro chiacchiere con il soldato di turno, offrirgli un pacchetto di sigarette e solitamente la via era libera. Dargli considerazione e importanza. Era anche lui un giovane, probabilmente pensava alla sua ragazza, non aveva la minima intenzione di fare il piantone a un dannato cancello attraversato solo da surfisti capelloni scalzi. E magari sapeva pure che la sua lei lo tradiva con il suo migliore amico. O magari invece no, era un soldato perfettamente a suo agio e sentiva quella mansione, il suo ruolo, come fondamentale nell’ordine del Paese, della Nazione; nell’ordine delle cose. O che onore e che gioia delle madri e dei padri il giorno in cui aveva fatto il giuramento! Che onore essere un soldato in un mondo di guerre! Così come un becchino.

Il sentiero all’inizio tortuoso si faceva un po’ più largo, stiracchiandosi tra l’oceano, a sinistra, e una parete rocciosa e la natura, a destra. Bisognava praticamente girare attorno al promontorio che giaceva alle notre spalle. Quando bazzicavamo le viuzze e la spiaggia dell’Imperatrice, la mia casa, il Nanuna e il nostro palazzo con la terrazza astronomica, eravamo dall’altro lato del monte.

Qui, lungo il sentiero, il profumo della vegetazione era più intenso. Ogni volta mi ricordava gli odori, i profumi, gli aromi del nostro amato Mediterraneo. In particolare quelli della nostra terra di Sardegna. Con il suo mare ruggente, il maestrale e il mirto. Le dune di Piscinas, i suoi guadi, il suoi degradi. La sua semplicità. Amavo e amo la Sardegna, terra selvaggia e pura. Antica. La mia prima vera boccata di vita forse fu proprio là, durante una delle vacanze in famiglia, nell’Italia degli anni Ottanta, nell’Italia estiva, quella dei Righeira, di Gerry Calà e del sapore di mare. Quella degli italiani più felici, perché più innocenti. Più spensierati. Quando si aveva meno e si pretendeva meno. Si sognava di più . Oggi, chiudiamo i pugni e sbattendoli sui tavoli, sui professori e sul rispetto. Oggi, non si trovano più gli stessi i profumi. Così prendo lo zippo e accendo la mia malinconia.

Ma su quel francescano viottolo hainanese bastava, invece, chiudere gli occhi e, magicamente, eravamo a casa. A dodicimila chilometri di distanza. Ai tempi dell’università poi andavo spesso vicino Masua, Buggerru o Alghero. Sulla costa ovest sarda, dove soffia forte il maestrale. Oristano si diceva fosse troppo aggressivo, surfisticamente parlando. Troppo localismo. Si diceva. Non l’ho mai appurato. Credetti a una menzogna popolare, una diceria, pur di non affrontare le sue onde granitiche. Oggi ci andrei e so che sarebbe splendido. Ma da giovane ne avevo paura. Che brutta cosa la paura!

Amavo passeggiare, tavola sotto braccio in quella natura incontaminata, lungo quel viottolo sperduto nel profondo sud. Vento e mare ruggente. E quell’odore! Quell’odore dell’aria inconfondibile che mi aveva seguito sino in Oriente. Seguivo la strada che mi si presentava davanti quasi a naso e a orecchio. Seguivo i profumi e i suoni delle onde sulle rocce affioranti. Alcuni granchi, incauti, correvano al passare degli umani, per nascondersi tra gli scogli. La stradicciola serpeggiava tra massi enormi e qualche seminascosto rifugio militare. C’era un bunker. Ma shhhhhhhhhhh! Non si può dire. Al suo interno un odore nauseabondo ci impediva l’ingresso. Come se alcuni cadaveri giacessero là da tempo, aspettando nell’oscurità dei misteri della Cina Popolare.

Camminando lungo il sentiero, mi sentivo un uomo nuovo a ogni passo. Morto a me stesso, e vagavo come se il tempo si fosse inceppato, dimentico del fatto che dovesse continuare a scorrere.

Dietro una roccia enorme, alcuni pescatori avevano creato la propria dimora. Quando parlo di casa, non intendo quelle che possiamo vedere noi oggi in città. Quelle in cui siamo stretti tra pareti e tra lastre di materialità. Lì tutto era spirituale. Era facile sorvolare sopra qualche bruttura architetturale. Quella era la dimora di alcuni pescatori eremiti. Immancabili le mutande stese ad asciugare vicino a foglie di lattuga. Si potevano vedere una molletta, una mutanda, una molletta, una lattuga. Interessante composizione.

E la più bella onda dell’isola si strotolava, come una sottana di seta, sulla lasciva superficie dell’oceano, solo a pochi metri da quelle mollette. Era potente e dentata. Sicura di sé , permissiva e pericolosa. Come i reef indonesiani, distanti soltanto poche ore d’areo a sud.

Quell’onda poteva essere una delle più splendide esperienze della nostra vita. E lo è stata.

Una parete tubante e cristallina si apriva a pochi metri dalla spiaggia rocciosa, liberando entusiasmo incontrollabile in chi era pronto ad incontrarla senza paura, a cavalcarla, a prenderla a due braccia. Ad accettarla così com’era.

Si poteva vedere la gioia che sprizzava dall’onda quando le si remava incontro e ci si incuneava dentro con un duckdive (tecnica che serve per lasciarsi passare sopra l’onda in arrivo senza venirne schiacciati).

Per lei era un gioco quello di risvegliare la roccia e la barriera corallina sottostante, impatto dopo impatto d’acqua sull’acqua. Come le donne delle isole del Pacifico, che suonano la superficie del mare, creando melodie e canzoni ancestrali.

Quell’onda era da sempre stata là. Era il Michelangelo del mare. Scolpiva la pietra liberandola dall’esser pietra, donandole nuova forma e nuova inclinazione, nei secoli. E tutto per la felicità di quei pochi fortunati surfisti che ne potevano godere.

Ed era tutta nostra!

Avventurieri del Dharma anche noi in un parco giochi rinfrescante e rinvigorente, a portata di mano. Basta solo concederci di cedere qualche certezza, abbracciando le possibilità dell’andare, e farlo. Tutto così incredibilmente semplice, mistico. Indipendentemente dall’isola in cui si viva c’è sempre un’onda così che ti aspetta.

I giorni si alternavano lentamente.

Io e Sanwa avevamo oramai deciso di iniziare i lavori. E quanto prima. Dovevamo aspettare che il camion ci portasse il nostro ordine di bambù. Centinaia di canne da scaricare e portare su per le scale, a mano. Una ad una. Per cominciare a costruire il nostro nido delle aquile.

Sange era sicuro che nel giro di una settimana avremmo visto arrivare tutto il necessario, quindi potevamo dedicarci alle nostre attività principali: vivere più a pieno possibile, scrivere, suonare, fare qualche lezione di surf. Lentamente.

Da non molto era arrivato in paese un tipo enigmatico.

Un musicista rasta di Chengdu. La stessa città del Sichuan da cui proveniva Sange. Quando mi venne presentato Lao Li, questo era suo nome, portava un berretto rosso calzato stretto sulla testa e un paio di occhiali con le staghette verde pisello. Un sorriso stampato in faccia. Era un vero Rasta, perennemente nel mondo di Jah. Secco, leggermente incurvato in avanti, ma questo si poteva notare solamente se lo si osservava attentamente. E lui sapeva sempre quando era osservato.

Lao Li era un tipo saggio, cresciuto sulla strada tra mille difficoltà. Eppure si era fatto da solo, era diventato rispettabile. Tutti gli volevano bene, aveva sempre il sorriso ed emanava un’attenta positività.

Nella sua città aveva un live club, in cui tutte le band più in voga del momento, da tutte le parti del sud-ovest della Cina, andavano a esibirsi, e dove le jam session duravano tutta la notte fino al mattino. Il locale si chiamava Jiaba, anche per assonanza con Jah, termine utilizzato nel rastafarianesimo per indicare Dio.

Un Dio buono, come dovrebbe essere, dagli occhi rossi, rilassato.

Il Jiaba era un luogo di ritrovo di hippies, di vagabondi e di anime inquiete della notte cinese. Nel Jiaba potevi veramente incontrare di tutto. E ci circolava di tutto. Tutti i tipi di sostanze stupefacenti, tutte persone stupefacenti.

Potevi riconoscere in alcuni un alone opaco, in altri quasi un luccichìo delicato. Altri ancora erano come una voragine buia. Non emanavano luce, la risucchiavano. Come se la loro energia fosse bloccata e rinchiusa all’interno di una bolla. Intrappolati da tutti i pensieri negativi degli uomini della terra. Forse erano demoni alla ricerca di qualche preda in un’ennesima notte asiatica allo sbando?

Al Jiaba (che in cinese vuol dire anche “FamigliaPub” oltre che “pub di Jah”) tutti potevano riuscire a scrollarsi di dosso, almeno momentaneamente, tutta la magia nera che aleggiava nell’aria di quel Paese dannato. Era un posto per diseredati sociali e per combattenti del Dharma. Alcuni erano esseri consapevoli, altri meno, altri ingenui. Alcuni erano destinati a una brutta fine, gridando nelle fogne di una città che uccide inesorabilmente tutti gli spiriti deboli. Avevano la morte che gli camminava dietro, si nascondeva dietro gli alberi, di fronte al fiume Funan, proprio di fronte all’entrata. Là dove si fermavano anche i bikers. E non era veduta.

C’erano molte Harley e molte Jialing, una marca di moto cinese, divenuta iconica tra i più giovani e i ribelli del Paese. Sì, quella moto sapeva il fatto suo, tutta cromata. Uno spettacolo. Facile da cavalcare.

Anche Lao Li era al corrente dell’alone opaco che inglobava le anime di città, di quella città e di tutte quelle città dove il dio denaro prevale sul dio-vita. Così anche lui aveva deciso di abbandonare la metropoli, e continuare la sua ricerca, il suo percorso verso la tanto anelata libertà, verso la pura gioia di vivere pienamente. Questa gioia, su questo eravamo d’accordo, solo la natura può donarla. Le più grandi vette, la campagna silenziosa, il deserto, la steppa e, ovviamente, il mare.

E noi tutti dovremmo tornare al mare! Dovremmo guardare il mare! Dovremmo tornare a navigare! A viaggiare sulle sue acque. E dovremmo eliminare il termine turismo dai nostri vocabolari. Il turismo ha ucciso le culture, assottigliato l’empatia dei popoli. Non c’è cosa più nauseabonda di un turista, homo insipidens, che passa graffiando i luoghi con la sua noncuranza, tracotanza e cecità da pagatore di biglietti. Morti-viaggiatori!

E Lao Li aveva capito tutto, e aveva portato con sé la famiglia, la moglie e il figlio MuMu, un violento monello, cresciuto a boccate di smog e a morsi di cibo contaminato. Un piccoletto di cinque anni sempre rasato come un piccolo bodhisattva, e sempre arrabbiato come una Essesse. Parlava con un accento fortemente sichuanese che spesso dovevano tradurmi in mandarino. Non capivo quello diceva.

Deeee Luuu Faa shushu” (Zio De Lu Fa, così mi chiamava). Era così comico.

Mi voleva bene Mu Mu, e così io a lui.

La loro casa Lao li la fece blu. Di un blu intenso come il cielo. E ogni sera potevamo prendere gli strumenti musicali che aveva portato con sé dal continente e cominciavano jam infinite, sino a che non ci reggevamo quasi più in piedi. Passavamo dal blues al reggae al rock, intentando, creando una musica nuova e singolare. Un simil reggae-blues-surf-rock tra ispirazione taoistica e pragmatismo occidentale. Eravamo taoisti del beat. Nulla sapevamo, nulla volevamo, nulla pretendevamo, ci aprivamo solo a quello che d’immensamente impensabile poteva succedere giorno dopo giorno, istante dopo istante, in quella non-dimensione. Inventavamo nella semplicità più estrema, dimenandoci nella più imbarazzante felicità e goliardia. Fumavamo erba dalla mattina alla sera e se non lo si poteva fare per una qualche ragione, o perché non c’era più erba, a nessuno interessava. Avevamo l’oceano e la musica e la fantasia. Anche i nostri muri erano semplici. Vuoti. Non parlavano nessuna lingua nota. Erano muri felici di essere muri e di racchiuderci in un ambiente intimo. Erano felici di stare con noi, perché noi eravamo felici di essere lì con loro. Una reciprocità sentimentale con la materia che gli uomini possono e devono riscoprire. Con la materia e con gli oggetti. Nostri spazi di vita.

Nulla da dire, la casa di Lao Li divenne un secondo e nuovo Jiaba, Jiaba balneare. La spiaggia stava divenendo, finalmente anche in Cina, una via di fuga per chi voleva abbandonare città affumicate di smog e di egoismo.

E ben presto molti volevano venire a suonare, e investigare il tutto, nella nostra blue(s) house.

Davanti al mare.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 4

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1