Parte Prima – Capitolo 11

Mancava tutto. Dovevamo andare a Linwang.

Linwang è un piccolo paese a pochi chilometri di distanza dove spesso ci recavamo per fare acquisti meno essenziali rispetto a quelli che si potevano fare anche a Houhai. Il vecchio Li, il mio landlord, aveva uno dei più fiammanti tuc tuc del villaggio e noi, ogni qual volta lo incrociavamo per strada, lo chiamavamo per portarci in giro. Per lui era un vero motivo di vanto, così si mostrava sempre felicissimo di scarrozzarci a tutta velocità. Urlava come un matto, comicamente, urlava oltre ogni necessità comunicativa e uditiva, specialmente quando andava a tutta birra col suo bolide rosso con cappottina gialla che sembrava una dune buggy. Mangiava quel breve tratto di strada che dal nostro rifugio di vita portava al primo avamposto della civiltà.

Al centro di LinWang, destinazione mercato.

Che poltiglia di liquami c’era al suo interno! Il sangue dei maiali colava giù dai banchi di pietra e si mischiava all’acqua di mare e alle lacrime non viste dei pesci. Ma non importava, qui si poteva acquistare qualunque cosa, qualcunque tipo di frutto, qualunque tipo di verdura, di spezia, di pesce e di carne. Biciclette, fili elettrici, lampadari, scale estendibili, carte da parati, ruote, copertoni, spazzolini da denti, vestiti, estintori. Potevi anche comprarti una moglie, una donna, un uomo, un bambino. Non vi erano segni di Dio. Lui lì non c’era, si nascondeva, aveva debiti troppo alti. Nessuno gli faceva più credito.

“Eccoci qui! Vi aspetto dall’altra parte della strada ok?” disse Fratello Li sgommando a super velocità quasi impennando col suo trabiccolo rosso inferno.

Era sempre necessario accordarsi sul dove ritrovarsi, sarebbe stato difficile trovarsi altrimenti, perché era tutto un brulicare di tuc tuc guidati dai personaggi più improbabili. Facce arcimboldiane. Alcuni sembravano usciti direttamente dalla salita al calvario di Bosch, altri erano pupazzi cicciotti usciti dalle migliori opere di Brugel. Vi era anche un Botero e il leone del Mago di Oz. Altri avevano volti scavati dai secoli, seppur lontani dal freddo delle nevi fiamminghe, erano scavati dal vento e dal sole. La povertà è sempre la stessa.

Sebbene tutto, quei provetti viaggiatori del nulla erano sorridenti, apparivano veramente felici. Non possedevano nulla, se non l’ignoranza di chi conosce al massimo solo il limite della propria strada. Una lunga e rettilinea strada che univa Linwang con la provinciale e che arrivava massimo fino all’ospedale militare. Uno dei migliori della Cina. Sì, ebbè, perché lì non lontano aveva la villa di vacanza nientepocodimeno che il Sig. Hu JinTao, il Presidente. Se aveva una colica doveva pure potersi curare al meglio, no? Se facevi la strada quando arrivavi a un grande semaforo, dovevi giravi a destra e giù ad accelerare per una strada ad anello che attraversava campi incolti. Si potevano vedere solo delle vacche, un finto mulino a vento. Acquitrini estesi, ma questo solo dopo le pioggie. Qualche uccello simile agli aironi.

Il percorso era tutto un filare di palme che l’apparente velocità dei tuc tuc trasformavano in pennellate di colore verde e blu, con qualche spruzzo di bianco. I nuvoloni oceanici dietro il verde riempivano lo sfondo mettendo le cose finalmente in chiaro. “Tu sei qui. Tu sei mio! Quindi vai forte, vai veloce, respira!” sembravano dirci. E noi li ringraziavamo sempre. Bisogna sempre ringraziare le nuvole. Ah sì, poi c’era l’ospedale del Sig. Presidente.

“Che siamo venuti a prendere? L’hai fatta tu la lista della spesa LuLu?” gli dissi passeggiando tra i banconi del mercato.

E bisognava fare pure molta attenzione a non scivolare per il fango e la lordura. Qualcuno infatti aveva avuto la geniale idea di utilizzare similmarmo liscio per fare il pavimento e, non si sa come, solo noi, i surfisti, scivolavamo, tra gli sguardi divertiti e perplessi dei locali, tutti intenti a masticare, come al solito, qualche binglang.

“Sì, l’ho preparata io la lista. Ti cucino qualcosa di buono stasera ti va?”.

“E me lo chiedi pure? Grazieee certo che mi va!”.

LuLu era un grande cuoco. Non nasceva come chef, in realtà , a Chengdu gestiva una catena di autofficine. Fu costretto ad andarsene per motivi di salute. Il gran lavoro, il clima e lo stress lo stavano uccidendo piano piano, fisicamente e spiritualmente.

Si ammalò poi qualche anno più tardi, andando a finire purtroppo in dialisi. Un artista taoista, Lulu, e sapeva come mantenersi vivo.

“Ok allora ti faccio un MalaDoufu! (Tofu piccante) Visto che ti piace tanto! Poi ricordiamoci di passare dal corriere che MiaoMiao stava aspettando dei pacchi. Dovrebbero essere arrivati.”

“No problem.” risposi con l’acquolina in bocca.

Per me andava bene tutto quello che avrebbe cucinato, era veramente un cuoco eccezionale. Una delle tante tantissime qualità che purtroppo spesso vengono sprecate dall’incapacità della gente ad apprezzare gli altri.

Al mercato c’era la mia solita splendida ragazza. Era sempre là, all’ingresso. La venditrice di frutta. Ogni volta che potevo andavo da lei, anche fosse solo per due banane. La sua bellezza lo meritava. Sembrava una gazella etiope. Longilinea. Scavata in viso, anche lei dalla semplicità. Era una bellezza atemporale. Parlammo solo poche volte oltre il dovuto perché era molto timida, schivava sempre lo sguardo. Si difese dagli assalti di questo straniero impossibile da capire, oltre ogni lingua e oltre ogni gesto. Talvolta quando io e lei incrociavano gli intendimenti, inavvertitamente, arrossiva con un sorriso remissivo girando la testa. Guardava in basso cercando qualcosa o qualcuno, forse un perché proprio lei, o forse cercava la forza per guardare dritto nei miei occhi. Verdi. Un verde che lei conosceva solo per via degli alberi. In un mare di occhi neri. Era così bella, senza nulla da invidiare alle donne occidentali o a quelle di città. A quelle viziate, viziate dal piacere, che hanno dita di colore e capelli curati da centomilalire. Mi veniva da sorridere al pensiero di come a Roma non si possa più guardare, neanche innocentemente, una donna, senza ricevere sguardi di ghiaccio o di disprezzo. A Roma è tutto un “stronzo, cazzo te guardi?”.

Ma lei no. Lei era candida. Lei a me stronzo non me lo aveva mai detto neanche con lo sguardo. Muoveva leggermente le dita affusolate delle mani, agitata, in maniera innocente. Potevo quasi sentire il suo cuore battere più velocemente e la sua mente viaggiare e sognare un amore impossibile oltre ogni distanza siderea. Di quelli di cui si può scrivere storie nei libri. La mia splendida venditrice di frutta di LinWang! Che arrossiva per nascondere la proprià sessualità. Con un corpo scultoreo, ambrato e liscio, e due seni due capezzoli come chiodi su cui appendere banane in saldo. Sarebbero andate a ruba.

Linwang era il primo centro fuori Houhai che poteva essere considerato civiltà , distavano circa otto chilometri. Vi erano banche, la Posta di zona con dipendenti che se Kafka li avesse visti sarebbe scoppiato in una risata meritata, e c’erano le sedi di tutti i corrieri privati, che noi tutti utilizzavamo per comprare online prodotti introvabili sull’isola. Si usava Taobao (tipo Ebay). Era l’unico modo, in quell’angolo di terra per fare acquisti che non fossero cibo, sapone o carta igienica. Alcolici e sigarette e droghe, quelle si trovano ovunque in Cina così come negli angoli più sperduti di tutti i Paesi del mondo. Tutto era contraffatto chiaramente, con diverse qualità e livelli di contraffazione. Questioni di abilità e d’ingegno.

Dal mercato, se seguivi la strada verso Nord, non potevi andare molto lontano in tuc tuc. Erano piccoli e non avevano abbastanza autonomia. Oltre, vi era il nulla per chilometri e chilometri. Avevi bisogno di una macchina o di una moto o dovevi portarti taniche di benzina e, in meno di due ore, si poteva arrivare a Wanning. Un’inutile e grigia cittadina leggermente spostata verso l’interno rispetto all’Oceano, città che la municipalità stava cercando di promuovere internazionalmente come nuove destinazioni turistiche d’Asia. Il loro piano era trasformarle presto in una California del golf e del badmington! Immaginate spiagge tropicali destinate al badmington? Con tutto quel vento! Comunque se volete andare a giocare a Badmington là, dovete attraversare tutta Haitang Bay, Lingshui Bay, passando il tunnel che delimita la linea immaginaria che divide la zona climatica tropicale da quella subtropicale. Non di rado si percepisce una netta differenza di temperatura, come se quella linea immaginaria tagliasse col coltello l’aria e i flussi dei venti. Superato questo tunnel sai che manca ormai poco per arrivare alla rampante Riyue Bay (la Baia del Sole e della Luna), un’ampia linea di spiaggia intervallata da scogli e da baracche in legno. I locali s’impegnano a offrire tutto il possibile, perché sono ancora rari i turisti, e ancora pochi i surfisti, che si avventurano al centro della East Coast hainanese. Oltre all’oceano, non vi è ancora nulla. A parte il Badmington, il surf e le palme. Non lontano l’isola delle scimmie. Ma già ce n’erano tante in città, e tutte col telefonino in mano.

Il governo cinese stava sostenendo la promozione del surfing. Aveva captato alcuni segnali economici interessanti al riguardo. Avranno pensato, se si possono fare soldi perché no? Così erano riusciti a ospitare le finali del campionato del mondo professionistico di longboard. Decisione acclamata dai surfisti di tutto il mondo che, come si sa, cercano sempre nuovi spot e nuove destinazioni per colmare la loro inesauribile fame di avventura e di adrenalina. Adrenalina cinese.

Comunque, torniamo a noi.

“Avete fatto ragazzi?” chiese Fratello Li, urlando come se stesse già in piena corsa e il vento ci impedisse di sentire la sua voce.

“Sì sì, abbiamo fatto, possiamo andare” rispose divertito LuLu, mentre caricavamo le buste della spesa sul bolide che già ci attendeva raggiante di strada.

“ALLORA MONTANTE INSELLACHE SITORNAA CASAAA!!” continuando ad urlando come al solito.

Fratello Li era visibilmente orgoglioso, si vedeva. Quel trabiccolo dava da mangiare a tutta la sua famiglia, nipoti inclusi. Era uno che si barcamenava lui, che faceva tutto il necessario per guadagnare qualcosa in più, anche pochi spicci, quando non stava giocando a carte o a majiang nella sua bisca famigliare, ovviamente. Quella rimaneva sempre la sua migliore fonte di reddito e di divertimento.

Tornare al villaggio pieni di buste e di pacchi, ci dava come un senso di potenza, era come uno scrollarsi di dosso ogni volta la modernità. Ogni volta era un rafforzamento del nostro desiderio di abbandono, una potente presa di coscienza. Una riaffermazione del “Sì, lo voglio. Vi lascio! Ne sono consapevole, vado via! Preferisco la semplicità alla tracotanza dell’abbondanza che presto vi seppellirà tutti senza via di scampo, idioti!” . Ma provavo, comunque, un profondo senso di pena per tutti, noi inclusi.

Houhai, in un certo senso, stava subendo una vera invasione da parte di gente che abbandonava la vita moderna, che la pensava così. Un’invasione di emarginati – volendo -, ma comunque di artisti , di musicisti , di pensatori e di criminali. Tutti, serenamente, avevano come unico desiderio condividere uno spazio neutro, nuovo, dove non funzionassero le dinamiche, ormai immodificabili, dei grandi agglomerati umani. Dove potevano materializzare il miraggio di una nuova umanità. Houhai era l’isola che non c’è. Una terra di nessuno, la cui bellezza doveva e poteva rimanere libera, vergine dai possessi. Almeno fin quando qualcuno non avesse tanto avuto bisogno di quel lembo di terra, tanto da costruirci un nuovo mega centro commerciale, o uno sterminato villaggio vacanze per ricchi e stressati di città. Gli indemoniati.

Ai locali invece non interessava il possesso, erano troppo troppo scolpiti dall’interno del loro nulla, da poter capire e sviluppare un moderno concetto di avidità. Era una comunità in cui tutti conoscevano tutti, in un cui bisognava essere responsabili per il bene di tutti. Dove i figli, i bambini, per strada erano i figli di tutti. Era un posto in cui la strada maestra, uscendo dal paese, portava troppo lontano e secondo loro a niente d’importante.

Quella sera LuLu fece del suo meglio, preparandoci una cenetta che, come sempre, faceva sognare il palato. Mentre MiaoMiao, perfetta donna di casa, badava a tutto il resto. Una vera hainanese doc. Aveva sempre un sorriso raggiante, come solo chi è originario dei tropici può avere. Era nata e cresciuta tra i fiori e il mare. Piccolina di corporatura, emanava una possente energia positiva. I fiori con lei stavano bene, e anche noi. Si prendeva cura di tutti con amore floreale, come se ogni persona fosse un petalo, non solo un fiore, ma un singolo petalo di un singolo bocciolo.

MiaoMiao badava sempre a non far mancare sulla tavola un qualche incenso a bruciare, dei fiori, e si divertiva a fabbricare piccoli vasi e scatoline a mano, ridacchiando di gioia; usava tutto quello che riusciva a rimediare, riciclava tutto, in tutto vedeva bellezza e utilità.

Qualche tempo più tardi, quando seppi amaramente che LuLu era malato e che aveva dovuto abbandonare il nostro angolo di paradiso, perché non vi erano strutture adatte alle sue cure (anche il paradiso ha dei limiti), fui colto al cuore. MiaoMiao andò fortunatamente con lui e questo mi faceva stare meglio.

“De LuFa, come stai fratello?” così mi disse al telefono LuLu “ti devo dire una cosa. Io e MiaoMiao ci vogliamo sposare!”. Ero senza parole. Una splendida notizia. Cura d’amore per il suo tremendo male.

Oggi combatte in un qualche ospedale sichuanese e siamo rimasti d’accordo: quando ha voglia di vedermi basta girare la testa a Occidente, chiudere gli occhi e sorridere un po’. Allora io mi girerò a Oriente, dritto verso la luce del sol levante, verso di lui, e saremo vicini.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 11

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Parte Prima – Capitolo 10

Avevamo quasi finito di sistemare il bancone, e già pensavamo ai prossimi lavori da fare. Mancava sempre poco, sempre poco, ma alla fine non si finiva mai. O almeno così sembrava. Mancavano alcuni parapetti e visto che dovevamo lavorarci comunque su, pensammo di costruire un piccolo controparapetto che potevamo alzare tanto quanto bastava per fare dei vasconi lungo tutto il perimetro della terrazza. Volevamo fare delle fioriere torno torno e piantare alcune palmette o delle bauganville. Crescendo, col tempo, avrebbero potuto ammantare le balaustre e scendere a mo’ di corona sugli angoli del palazzo e salutare il mare. Sciare sui fiori, giù dal tetto fino in spiaggia, nei giorni migliori.

Poi finito il bancone, erano rimaste alcune traverse in legno e decidemmo così di fare dei tavoli artigianali. A mano. Con martello e chiodi. Tavoli vibranti, su cui fare l’amore, sotto cui nascondersi dalla pioggia, da cui vedere le onde del mare stiracchiarsi intorpidite tra un’attesa e un’altra. Tavoli ideali su cui far colare la cera delle candele, su cui polverizzare incensi, tavoli perfetti su cui mischiare alcol e giorni di vita, a sacchi.

Ma mentre lavoravo sentivo tutti quei troppi strappi emotivi che avevano sorvolato con me gli Urali, oltre l’Himalaya, sino a quello scoglio sconosciuto d’isola, caldo, appiccicaticcio, schiavo d’amore sensuale, amante dei monsoni oceanici. Là, sulla rotta delle Indie Orientali. Ecco, mi sentivo come un capitano di una nave, sì, proprio sulla rotta delle Indie Orientali! Ma forse ero potenzialmente anche io un ladro e un assassino, qualcuno che non poteva rimanere dov’era cresciuto e che doveva nascondersi e cercare fortuna. Quanto poco romanticismo c’era in quel che fecero gli inglesi da queste parti! Non è così? Non ce n’era.

Luoghi-tornadi-d-energia, che tu preghi per restare vivo di notte, mentre fuori soffia la rabbia della Terra, e non sai chi invocare Gaia o Dio, non sai bene, e così bevi, cercando di dimenticare tutti i nomi, consapevole del fatto che tanto, il mattino si leverà sempre, in qualunque modo, anche e soprattutto, senza di te.

Troppe tensioni e troppi graffi sulla pelle, troppe notti insonni e troppe albe indelebili, partendo da Roma fino al terzo anello di Pechino, lungo il mostro portuale della commerciale Tianjin, verso il sud-est dove i reattori nucleari risucchiano le nuvole in nubi di grigio di Hangzhou, e ancora verso le strade brulicanti di deformi e sciatti straccioni a Zhengzhou. Tutte anime, sì, tutte morte! Viaggeremo oltre ogni strada del mondo, oltre ogni highway sessantasei e quando le gambe non ce la faranno più allora cammineremo con ginocchia e braccia, saremo bretelle spirituali tra uomini e uomini, tra città divise e città vicine. Che vi piaccia o no.

E quelle strade del mondo confluivano mischiandosi all’interno delle venature dei nostri legni, delle nostre traverse. Legni che mai avrebbero pensato di essere “quello scelto”, “legno eletto”, legno che crea bellezza, legno che guarda l’oceano da posizioni privilegiate, distanti solo spazio, ma non tempo. Fratello, questo lo sai? Accarezzare questo legno, sotto le dita, era come sfiorare una pelle di donna, nei posti più segreti e più sensibili. Vederne le venature fluire e confluire, con colori e voglie di spasmodici desideri, colori vibranti e diretti, rende redenti. Mentre fuori il mare aveva solo voglia di mare e l’Oceano Pacifico si mescolava caramente a se stesso  e si rigirava come nel suo letto al mattino riscaldandosi, guardando il sole. Qui che non ci sono gabbiani. Ma allora qual’è il mio presente? Sono ancora davanti quelle balaustre a scrutare attento il mare? Mentre le barche, rade, dei pescatori potevano andare e tornare lente, così, con la marea, portando tonni, squali, tartarughe.

“Bisogna pur mangiare! Noi mangiamo quel che peschiamo! Quel che ci dona il mare…” mi disse un giorno un pescatore mentre mi guardava dritto negli occhi, con i suoi occhi rossi, iniettati di sangue, strafatto di sole e di sale, di vento e di oppio, indicando con la testa nella direzione dell’acqua. Mi stava offrendo il frutto della sua fatica, della sua ansia di fallire, di non portare nulla a casa. Mi stava donando un pezzo della propria carne, un sacrificio maya: aveva catturato un delfino e lo mangiò con me. Non potevo rifiutare la sua sofferenza. Quella era caccia, quella era pesca, si chiamano vita! In quella crudezza si manifestavano connessioni ancestrali tra uomo e natura, tra vita e morte. E quando si esce dalla città, dalla civiltà e ci si depura da tutto il lordume che la società di massa ci butta addosso giorno dopo giorno, solo allora ce se ne rende pienamente conto. Mangiai quella carne di delfino come se fossi steso sull’altare del supplizio, come fossi un toro, in attesa della morte, sotto lo sguardo di Mitra. Noi che siamo tutti Mitra e tutti toro. Cannibali di noi stessi.

Comunque. Ci sono strappi nell’anima che rimangono latenti e che mai si rimarginano, né si possono ricucire. Non varrebbe la pena tentare, sono tagli insanabili. Tanto vale lasciare le ferite aperte. Far nascere larve dalla putrefazione e rinascere nuovamente. Forse proprio l’essere spacciati alla fine cura. Si chiama accettazione del male, accettazione del dolore. Accettare per superare con l’energia del bene il cambiamento spirituale di stato del male.

Noi questo facevamo trasportando legni marci, duri, sani, corti, larghi, spessi, lunghi. Legni umani, mentre Virgilio diceva a Dante “non ti curar di loro ma guarda e passa!”, come dei Cristo non potevamo neanche esser messi in croce perché i legni li avevamo usati tutti per fare il bancone. Eravamo troppo estasiati! Alcuni erano legni di bara, legni che avevano visto la marcescenza del corpo umano. Che avevano veduto l’anima andare via, decollare e ridere librandosi tra i rami degli alberi della spiaggia, confondendosi con la luce.

Non potevamo però usare proprio i pezzi di legno delle bare. Essi emanavano delle vaghe luminescenze giallo-verde d’energia. Avrebbero soffocato la gioia delle nostre bagorde notti, dei nostri amici e dei nostri clienti. Avrebbero invaso di morte la vita. Invece noi dovevamo invadere di vita la morte. A maggior gioia.

Sissignore, dovevamo appoggiarci sui nostri sogni di vita, appoggiati sulle balaustre fiorite, guardare il gancio in ferro pendere come uno strallo di prua di una nave a vela, immaginarci di dondolare fino alla fine del mondo, fino allo scadere del tempo. E noi questo facevamo. Come da istruzioni. Avevamo raggiunto la pace dei sensi attraverso il contatto con lo spirito della materia, lo spirito del luogo e lo spirito dell’Oceano Pacifico, con le sostanze di potere e le emozioni che la natura ci offriva. Quanta perfezione si rivela in questo modo!

Noi surfisti scivolavamo come spiriti, perché siamo spiriti, con le nostre tavole sotto braccio, tra i vicoli del villaggio, e questa scena si ripeteva all’infinito come una preghiera, come un mantra. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.

Quasi ci nascondevamo, non volevamo essere notati, a maggior libertà di tutti. Volevamo una libertà radicale, oltre ogni argine e regola. Sorprendendoci nel suo successo. Volevamo la libertà di chi rifiuta ogni sistema, ogni invadenza culturale, che rifiuta quella morsa allo stomaco. Quale morsa? Lo strappo che il visibile, l’ovvio, la percezione condivisa di atti sociali errati, crea in ognuno di noi, condizionando così la nostra vera vita, quella invisibile, interiore che si ripete infinitamente.

Solo così ci si può rendere conto di cosa combiniamo, dei guai che abbiamo commesso, delle sofferenze che abbiamo causato. Dovevo allontanarmi a squarciagola da chi pensavo di essere. Un ottimo metodo, per riuscire ad alienarsi da sé per me è stato lavorare i materiali. Ora et labora.

Ora, non rimaneva che sistemare le pareti interne del lounge bar. Bianco. Dovevamo fare tutto bianco. Avevamo anche pensato al blu, ma avrebbe cozzato troppo con i colori cangianti, multipli delle canne di bambù. Sanwa mi lasciava stare su questo, ero io il creativo, l’italiano. Decisamente colpa di Dolce&Gabbana. Mi mancava solamente un foulard attorno al collo, il bocchino in mano e avrei potuto, con la evvemoscia, impartire ordini creativi fingendomi omosessuale. Che oggi come oggi, al di là della bravura, se non lo ostenti, non hai successo. E guai a dire il contrario.

“DeLuFa, lo sai su questo hai carta bianca!” mi ripeteva Sange. Decisi per il bianco, coerentemente in sintonia con le sue parole.

Bisognava sistemare qualche parete prima, così preparai personalmente la malta. Avevo sempre desiderato farlo. Come un bambino sulla spiaggia. Presi il mio secchiello e la mia paletta, acqua quanto basta e cominciai a mantecarla, mantecarla per poi posarla. Volevo sperimentarne la pastosità, notare come andava a creare linee e curve, come si confaceva, come si adattava alle diverse inclinazioni delle superfici, degli angoli dei muri, delle colonne, del pavimento. Ero sporco, lordo, mi ci sarei coperto di malta. Avevo mani e piedi inzozzati e mi sentivo bene, ero un provetto creatore. Così si doveva esser sentito Dio dal lunedì al sabato. Solo che a Lui veniva meglio. Ma potevo ritenermi soddisfatto anch’io. Non c’è cosa migliore, sensazione più appagante per un uomo, di quella di far prender forma ai propri pensieri, sotto i propri occhi, tra le proprie mani. Un po’ come avviene per gli scultori, i pittori, i contadini, gli edili, gli alchimisti. I surfisti… sotto i piedi.

Il giorno in cui finimmo i lavori vi era pace. Era una splendida giornata d’inizio estate, ma quella calma faceva presagire tempeste lontane. I tifoni ormai si delineavano chiaramente all’orizzonte anche se non potevamo ancora vederli, potevamo percepirli. L’aria era carica di elettricità e una serenità che solo un’estate senza fine può donarti. Chiudendo gli occhi ancora adesso posso rivivere quella semplice imperturbabilità. Atarassiaportamivia.

Un leggero languore, sotterraneo, però mi ricordava sempre d’essere di passaggio, di non poter capire in fondo, di non essere ancora pronto, mi dava una leggera tensione. Paura di perdere qualcosa, quella sensazione divina di tonda realizzazione.

Dovevo in tutti i modi smettere di cercare una ragione a tutto.

Perché il troppo cercare spesso non mi rivelava un bel niente. Solo guai. Avevo bisogno di smettere di pretendere di capire. Rinunciare alla ricerca. Ci stavo provando. Per questo mi ero messo a fare malte e spostare travi di bare. Mi sporcavo le mani, per pulirmi l’anima. Ora il lavoro era finito. Ma addosso, e dentro, c’era ancora qualche macchia.

 

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