Parte Prima – Capitolo 12.1

A parte l’arredamento e qualche dettaglio avevamo ormai veramente quasi finito la ristrutturazione. Ci sentivamo al settimo cielo. Tutto procedeva liscio come l’olio, Sanwa era contento, Jiya che, da bravo mongolo, trovava sempre una scusa per sparire sul più bello, era euforico, e non solo per via della marijuana che fumava a ruota libera; e poi c’ero io, che forse c’avevo messo più braccia. Ero appagato.

Era venuto un bel lavoro, soprattutto, vero. Vivo. Vissuto. Sembrava una taverna marina, uno di quei posti che incontri nei vicoli di un borgo, a sorpresa, mentre ti sei perso e non sai assolutamente cosa ci sia oltre e dove tu stia andando. Era un posto che folgorava quasi per la sua austera semplicità spirituale. Un monastero invisibile.

Anche il nostro locale era difficile da trovare, neanche si vedeva dalla strada. Certo avremmo poi messo un’insegna, con tanto di bel logo a forma di loto, ma al primo piano c’era pur sempre la famiglia del landlord, con le sue secchiate di bambini stesi a terra a giocare con i loro non-giochi, a guardare cartoni animati gialli, e con le donne a spennare polli. I pesci erano sulle reti a seccare. Tutto secondo copione. Insomma tutto poteva sembrare fuorché l’ingresso di uno dei più folli locali dell’isola, frequentato dai cinesi e dai forestieri più psichedelici ed enigmatici che si potessero incontrare in quello sputo di terra.

La musica certo sarebbe andata avanti per tutto il giorno, e forse solo quella ci avrebbe aiutati a farci sentire dalla strada. Oltre all’insegna, certo, che però svaniva sempre dietro alla palma della signora davanti, quella imbalsamata. Avevamo anche fatto alcuni test audio e l’impianto che avevamo comprato (ci aveva pensato Jiya che ne capiva parecchio), con casse grandi come tronchi d’albero, ci garantiva decibel a go go.

Del resto affacciavamo su di un vicolo in cui il suono avrebbe rimbombato giù , dritto sino alla spiaggia. Dai tre gradini d’ingresso, dove noi avevamo sistemato dei racks per le tavole da surf, si poteva ammirare tutta la baia turchese, la cava, i palmeti fino all’orizzonte. Pensavamo che si sarebbe ben presto sparsa la voce di questo nuovo locale. Non avevamo fretta, tranne Sange forse.

Certo Sanwa non sarebbe stato con le mani in mano, aveva investito più di quanto potesse fare (anche se in realtà non erano tanti soldi, ma per noi decisamente sì) e voleva cominciare a far “girare la baracca”.

Jiya in Mongolia Interna aveva moltissime conoscenze, ma non ad Hainan. Io venivo non si sa da dove, italiano già da sette anni in Cina, itinerante sì, con un passato di studi e di lavori commerciali a Pechino, un matrimonio andato a male a Tianjin, ma non ero un grande PR, tanto meno ad Hainan. O almeno non mi reputavo tale. Così gran parte del lavoro di promozione sarebbe spettato sicuramente al grande boss, a Sange.

Non potevamo proprio essere tanto d’aiuto, era lui il PR della situazione. Avremmo aiutato solo come potevamo.

A questo punto dovevamo cominciare a pensare all’organizzazione di una festa.

Dovevamo organizzare un’inaugurazione indimenticabile e far conoscere a tutti cosa volesse dire party! Cosa volesse dire SIAMO VIVI! SIAMO QUI! Spaccare la noia, cambiare direzione al declivio del mondo. Belushizzarci. Volevamo mandare un segnale, un messaggio nello spazio. Fare casino. E tanto. “We want the world and we want it NOW!” gracchiava Jim.

Era Giugno. Stagione perfetta. Estate mentale in un posto in cui regna perennemente estate e solo estate.

Avremmo avuto più bikini, più cocktails, più salsedine, più droghe, più testosterone, più irrefrenabilità, più bagordigia e più prelibatezze noi, che i migliori alberghi cinquestelle di YaLong Bay. Quella zozza e ricca baia dietro l’angolo, al di là della cava di pietra del monte davanti, quello che esplodeva puntualmente la sera. Tutti quegli alberghi, destinazione di lusso per tristi e annoiati turisti russi che non sapevano come spendere i propri mazzi di soldi, dovevano essere cancellati. La vivevamo come una lotta di classe. Poveri e liberi contro ricchi e schiavi. Nella nostra ottica, quella di chi non aveva molto al di fuori della propria libertà di essere come vuole, i ricchi ci facevano pena. Erano anime più inquiete di noi, malate, strabiche di valori.

Mancavano ancora diversi giorni prima di porre il puntino finale sui lavori. Io e Sanwa avevamo scelto meticolosamente ogni singolo orpello o diadema che avrebbe dovuto abbellire il nostro bambino. Tazze tazzine, distillatori, bicchieri, bicchierini, moka (in un locale “italiano” non poteva certo mancare il caffè!) luci, tante luci. Luci in ferro battuto, lampadine ora tanto di moda, a mo’ di old factory, con cui avremmo fatto tendenza (anche le lampadine sono fonte d’illuminazione!). Infatti subito dopo la nostra inaugurazione, in tutti gli altri locali del paese, cominciarono a spuntare come funghi indovinate un po’? Lampadine e lampade old factory style! Avevamo un futuro come influenzatori di gusto lampadariesco!

In fine mancavano ancora i mobili e i letti a castello del secondo piano, quello che ci era costato tanta fatica e tanto amore. I dormitori nella jungla di bambù, quelli. Sanwa aveva scelto dei letti minimali in legno, su suggerimento di Jiya che, nonostante non si fosse impegnato molto, sempre impegnato in qualcosa di vago e giustificabile, riusciva sempre a intortare chiunque con le sue esigenze e i suoi affari, i suoi giri, i suoi amici, la sua risata stridula. Quando però era alle strette e agiva era velocissimo, efficientissimo e chirurgico. Sorprendentemente lucido e lasciava tutti con tanto di naso.

Comunque i letti, alcuni tavoli e il resto sarebbero arrivati solo dopo due o tre settimane. Dovevamo ordinarli e aspettare che venissero prodotti e poi spediti. Avevamo ancora tempo, quindi, di esprimere al meglio i nostri giorni, senza il sacramento del lavoro.

Fu così che io e Ajie decidemmo di partire. Maledizione e follia all’orizzonte.

“Chongqing è una municipalità della Cina centro-meridionale con una popolazione di circa 32.355.000 abitanti. Essa rappresenta una delle quattro municipalità autonome, parificate al livello provinciale, della Repubblica Popolare Cinese, delle quali, con 29.914.000 abitanti (dato 2010), è la più popolosa, oltre che la più estesa per superficie. Si stima che in essa ci siano circa 3 milioni di immigrati da altre province della repubblica senza permesso di soggiorno regolare. È considerata uno degli agglomerati urbani più grandi al mondo, con il totale degli abitanti ufficiali della municipalità conteggiato in quasi 29 milioni nel 2010, ma ritenuto oggi vicino ai 34 milioni di abitanti. Nel 1189 il principe Zhao Dun, della Dinastia…”.

“Ma che diavolo vai blaterando?” sbraitò Ajie girandosi di scatto con un nuvolone di fumo che gli abbraccio tutta la tempia e l’orecchio.

“Wikipedia! Scusa non stiamo andando a Chongqing? Davo un’occhiata giusto per vedere se eri preparato e poi, quanto mi piace infastidirti un po’!” dissi ridendo.

“Ma quanto sei… mmmm… lasciam perdere.”

“Piuttosto abbiamo preso tutto, Ajie?” chiesi chiudendo lo zaino. Volavamo leggeri.

“Tanto coraggio! E tu l’hai preso?”

“Preso!” risposi.

“Andiamo, allora?”.

“Andiamo!”.

Il volo tanto per cambiare era in ritardo. I voli da e per le isole sono sempre in ritardo, almeno da e per quell’isola.

Il nostro volo lo avevamo comprato all’ultimo momento, online, a un prezzo veramente stracciato, considerando che nessuno di noi navigava economicamente in buone acque fu un successone. Per quel che riguarda l’organizzazione del viaggio in sé, avremmo vagato, andando a trovare solo amici o amici di amici e, in caso, ne avremmo fatti di nuovi. Non saremmo certo andati negli alberghi. Era assolutamente fuori discussione. Non potevamo neanche permetterceli a dirla tutta. Così prendemmo gli ultimi biglietti del volo più scomodo e più economico disponibile, aspettandomi quasi un aereo monoala, con posti fronte wc, e via. L’importante era volare lontano.

Un volo diretto – signore e signori! – Sanya – Chongqing, in grande stile!

Prima destinazione sì, proprio Chongqing che, come avevo letto prima su Wikipedia, era davvero una cazzo di città.

Ajie ci era cresciuto, anche se proveniva da un piccolo paesino nelle immediate vicinanze dell’estrema periferia.

“Trentamilionidiabitanti!” gli ripetevo mentre aspettavamo seduti a terra che il display ci indicasse il gate e il momento dell’imbarco. “La mia Italia conta circa sessantamilioni di persone in tutto! E qui, ci sono città di metà Italia! Da diventare matti. Ma ti rendi conto?”.

“Mi rendo conto sì. Ci sono nato! E poi ci si chiede perché i cinesi sono completamente fuori di testa e non si sopportano più. E ti credo! Quando vedono una persona morire per strada sono quasi contenti. Meno uno!” rispose distratto e ironico come al solito.

Distratto sempre, ma non sempre per via dell’erba. Come Jiya, Ajie era un’anima in pena. Sempre alla ricerca di un senso più profondo, senso che andava ricercando tra gli oggetti e le manifestazioni visibili del quotidiano. Tra le corde del suo basso, tra le onde del mare e tra la gente. Si trovava a brancolare esattamente al confine tra Taoismo e Rastafarianesimo. Un unicum vagante, un Li XiaoLong, alias Bruce Lee, del XXI secolo, che aveva saputo svuotare la propria coppa da tutto il proprio dolore e da tutta la propria sofferenza, da tutti i preconcetti e dalle stronzate della società contemporanea assassina, occidentalmente cinese. Lui quella la conosceva bene. Era cresciuto sulla strada. Non aveva mai smesso di fluire, di scorrere, letteramente, per vedere e capire che forse alla fine non c’è proprio niente da capire. Accettava col sorriso. Aveva attraversato senza un renminbi in tasca tutte le regioni del centro e del sud-est, quelle a lui tanto care. “L’energia positiva è qui!” diceva. Le vibrazioni positive della Cina provengono da queste zone. Sichuan, Yunnan, Guizhou, Tibet. Posti poveri di monete, sì , ma estremamente ricchi di spirito, come l’Italia del Sud.

Ajie aveva vissuto sempre al limite, arrangiandosi, facendo mille lavori, anche il manovale, il contadino o il venditore di telefonini, perseguendo il suo sogno. La musica. E anche oggi, sperduto tra spiagge e monti, sarà nel suo giro in C, in B o in D. Ajie.

Mi aveva raccontato di aver mangiato, in alcuni periodi, solamente una tazza di riso in bianco al giorno. Di aver dormito in zone dove non c’erano vetri alle finestre e porte tra gli stipidi, anche d’inverno. Dove non c’era acqua corrente o energia elettrica. Nel Duemila del paese Made in China che produce i nostri bicchieri, bicchierini, piatti e piattini dell’IkEA (che ho visto fare con i miei occhi da ragazzini buttati a terra, d’inverno, senza riscaldamento, letteralmente coperti di polvere; mentre il boss, il capo snob della fabbrichetta, uscendo dalla sua scintillante Audi A6, con tanto di scarpe italiane, nuove di pacca, diceva “te le vendo a 1 euro!”. Prodotti, oggetti, che in Italia paghi 9,99 in offerta! E tutte le famigliole, la domenica pomeriggio, vanno a mangiarsi quei stramaledetti biscotti svedesi con questi cazzo di piattini, mortai o bicchierini, fatti là, da quelle piccole manine, da quelle anime distrutte! E allora ti vien da dire “Ficcatelarculo quell’euro!”, e così dissi!). Ajie era stato in paesini dove ci si spezza le mani per portare qualche radice sulla tavola assieme a un qualcos’altro, un po’ di cibo, che fa comunque piangere a dirlo.  Cibo benedetto!

Lo avevo conosciuto per caso un giorno a caso, mentre mangiavamo dei grandiosi zhajiangmian da JunJun. Non avete mai mangiato zhajiangmian  (noodles)? Mai mangiati i zhajiangmian  di Junjun? Non sapete cosa vi perdete! Se non siete schiacciati dalla vita, se non avete tutti questi conti da pagare, se non avete da rendicontare qualcosa a qualcuno, a un capo o a un superiore, a un socio o a una moglie, un marito, prendete il primo volo per Sanya. Andate a Houhai. Arrivati lì, non curatevi delle valigie, buttate tutto a terra, anzi non portatevele neanche le valigie, e cominciate a correre, gridando verso l’interno del paese, lungo l’unica via principale. Correte come pazzi, scrollatevi di dosso tutto e correte. Lì, sul lato sinistro, dopo circa a un terzo di strada, troverete un piccolo negozietto. In realtà non ha nulla di speciale e non è neanche un negozio, ma una casa su strada senza licenza, né contratto d’affitto. Ma fate attenzione perché non la vedrete se correte troppo veloce. È un posto tranquillo. Due piante all’ingresso, una a destra, una a sinistra. Quattro tavolini e, al centro, un fuoco che non c’è. Troverete probabilmente una bambina a giocare a terra. Sua figlia, con le treccine nere ai lati e con degli elastici rosa stretti come nei manga. Chiedete di JunJun, vi manda De Lu Fa.

Lui uscirà con un sorriso pacato e un movimento lento. Occhi marroni.

Misticismo del palato mischiato a schiaffi di cemento e succulentismo erotico, i suoi noodles. Non so come abbia fatto, ma ci ha anche ficcato dentro la tradizione, JunJun. Altra anima del sud che tutto ha fatto tranne rinnegare il proprio diritto a dire NO!

Alla propria libertà. Difficile farlo fratelli. È difficile farlo.

Proprio lì , incontrai per la prima volta Ajie. Era appena arrivato camminando dall’orizzonte con un cagnolino in braccio. A mo’ di Cristo che suona il sitar. Vestito ancora di polvere della strada e di città. Capelli lunghi, un cappellone sulla testa e un misto di sofferenza e speranza. Un orfano. Lui si può vedere di lato nel quadro dei mangiatori di patate di Van Gogh. È proprio lui. Facemmo subito amicizia.

Aveva un alone doppio. Nero e arancione, ma la società non le vuole vedere queste cose. Perciò shhhhhh! Ma questo lo sentiva lui stesso, e per questo non si fermava in nessun luogo, voleva scrollarsi di dosso il nero, il nerume, il petrolio-sangue che scorre nelle vene delle città: la disumanità. E finalmente lo stava perdendo, dopo due anni di surf, di oceano e di Houhai. Di musica e di follie clandestine, lungo la linea dove il tempo non esiste. Vivere la vita non è sopravvivere alla vita. Lo sapevamo, per questo lo facevamo. Irridendo il resto. Il cagnetto lo aveva chiamato Jita (Chitarra). Che carina mi saltava sempre addosso con quel suo pancino liscio.

Ben presto diventammo inseparabili. Ci ritrovavamo tutte le sere da LaoLi, nella casa blu d’angolo, o sul mio terrazzo, ma già da prima che arrivassero Lulu e MiaoMiao a farmi compagnia, già da prima lui era ospite fisso. Per ore e ore, per nottate intere, suonavamo un blues-reggae isolano. Ad ascoltarci c’era sempre la strega della casa del crocicchio davanti. Era ancora viva allora, e stava lì ad ascoltare tutto, nel buio. La strega, con gli occhi scintillanti come quelli di un gatto, mentre noi investigavamo il mistero in maniera dinamica, con la musica, lei ascoltava, e approvava.

Ajie coltivava erba sul terrazzo del palazzo di LaoLi. Loro si conoscevano già dai tempi di Chengdu, quando un giovanissimo lui era arrivato, scappando dalle campagne e dalla povertà, col sogno d’imbracciare la vita attraverso le quattro corde di un strumento musicale. Di un basso. Era anche un eccellente batterista, ma non lo sapeva ancora, né lo ammetteva se glielo dicevi. Così ogni sera fumando erba, facendo qualche trella, ascoltavamo l’oceano, meditando nel buio musicale delle nostre menti.

Le luci sviano lo sguardo, ne eravamo coscienti, basta leggere i grandi saggi o ascoltare le parole non parole dei testi sacri, antichi, di tutte le religioni. Poche luci, pochi rumori, introspezione. Meditazione. Pentimento. Di questo avevamo bisogno e questo cercavamo. Così semplice e così chiaro. E che cazzo!

Ma tutto questo ha un prezzo altissimo. La felicità ha un prezzo molto alto, prezzo che bisogna essere pronti a pagare se non si vuole rimanere ustionati.

Ajie dormiva da me. Appena arrivato a Houhai non aveva una casa, mentre io ne avevo una enorme e vuota, e la mia solitudine, in quel periodo, dopo che mia moglie se n’era andata, aiutava a vedere in profondità la gente. A vedere anche in loro quanta solitudine, questa zavorra, ci fosse e come fosse cinica e spietata con tutti. Con tutti noi. Mia moglie non poteva sopportare la vita libera. Desiderava la schiavitù di una vita pianificata, piatta, come l’elettrocardiogramma quando si muore morti all’anagrafe.

“Non mi dai sicurezza!” mi ripeteva. Ci credo! Del resto la vita stessa non ne dà a nessuno, soprattutto se la cerchi. E noi cercavamo cose differenti. Io volevo la scoperta, vederci chiaro, passare attraverso il cristallino dell’occhio di Dio! Non cercavo certo una sicurezza. Poi sicurezza di cosa? La sicurezza porta solo alla morte, unica cosa certa. E anche su questo De Lu Fa avrebbe da ridire.

Fatto sta che con tutte le stanze a disposizione, libere, Ajie preferiva comunque dormire sul pavimento. “Fa fresco a terra!” diceva. Ai piedi del mio letto. Eravamo Bonnie e Clyde e ci prendevamo sempre in giro.

“Ma il tuo maglione non te lo levi mai, DeLuFa, neanche per dormire?! Ah ah ah!”.

Parlava dei peli sul mio petto. E come si divertiva all’idea che fossi così peloso.

Loro, i cinesi, perlopiù non hanno peli, sono totalmente glabri. Eppure quanto piacevano i miei peli alle donne! Ma questo lo sapeva anche lui e, quando glielo ricordavo, rispondeva sempre con un “Puaff!”.

“O sbrigati cavolo! Hanno chiamato il nostro volo dai, è ora di andare!”. Disse preso da un modo di fare che non era il suo.

In un nano secondo eravamo già in piedi.

“Ora vedrai che schifo che fa la mia città! Ma un grande pregio ce l’ha, vedrai!”.

“E qual è?”risposi.

“Le donne più belle della Cina! Tante donne, fratello! La percentuale di belle donne più alta del Paese! Come anche a Chengdu” spiegò soddisfatto.

Decollammo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Cap 12.1

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

 

Parte Prima – Capitolo 3.1

3.

“Ei Sanwa, che ne dici allora dell’idea del locale? Ci hai pensato?”

“Ci sto pensando DeLuFa. Direi che forse è arrivato per me il momento di buttarmi nuovamente nella mischia, di rimettermi in discussione. Intraprendere qualche nuova impresa, magari con un folle come te”.

Mi guardava.

“Vuoi quindi aprire un locale con me, tu dici, eh? Ne sei sicuro?” continuò.

“Ma questa domanda veramente te l’avevo fatta io!”.

Sorrise alzando una Qingdao.

Aspettò un attimo, mi guardò negli occhi, scrollando le spalle come a chiarire all’ambiente circostante la sua intenzione di stoccare nuove energie per il futuro:

“DE LU FAAA!” altisonò Sanwa “Rock and roll?”.

Era un sì.

“Troviamo il posto”.

“Sono sicuro, verrà il locale più forte di Hainan, passerà alla storia, ci siamo fratello! Questo è il momento, le congiunture ci sono tutte. Non lo senti nell’aria il richiamo dell’energia? Voi cinesi lo chiamate Qi, giusto? Be, chiamalo come preferisci, come vuoi, per me è un Dio cosmico. È qui intorno a noi e ci sta invitando a realizzare un punto algebrico, una piramide. Troveremo il posto come rabdomanti, ne sono sicuro. Se si seguono i soldi, si sarà solo trasmettitore di conti, debiti e crediti! E noi seguiremo invece l’energia per diventare trasmettitori di energia!”.

Sanwa mi guardava senza espressione, ma dentro era entusiasta, percepiva la carica. Allo stesso tempo era colpito da tanta ingenuità, candore plasmabile. Lui voleva aprire solamente un nuovo un locale, un ostello per giovani, non giovani, per chi volete, basta saldassero il conto al momento del check out, anzi meglio ancora se al check in. Voleva campare in qualche modo. Fare qualche soldo, insomma. Doveva anche mantenere una figlia e fottere la gente.

Ma lo vedevo, nonostante tutto voleva continuare a sentirsi libero, attivo e giovane. Sono convito, mentre facevamo quella storia, che quella storia già esistesse, noi dovevamo solo lasciarla affiorare. Come un pallone sott’acqua, trattenuto e poi rilasciato che inevitabilmente viene sospinto in alto dal Sig. Archimede in persona, con tanto di occhialetti e cuffietta. La nostra era una storia nella storia della Cina.

Il primo ostello, la prima comune surfistica cinese! Sentivamo di fare quel che dovevamo fare esattamente quando ci apparve il da farsi. D’innanzi, a mani alzate, lo potevamo vedere sbracciarsi come l’omino che, sulla pista d’atterraggio di un aereoporto, indica ai piloti direzioni e precedenze. Solo che la nostra era una pista destinata solo ai decolli. Nessun aereo scendeva, nessuno atterrava. Salivano tutti. Verticalmente anche. Shuttles mentali. Buddha-Cristo era uno gnomo alieno disceso dal cielo della profondità del cuore, su di un astronave invisibile, nascosta dietro ogni cometa, dietro ogni costellazione conosciuta e sconosciuta. Da qui, da Andromeda dall’infinità dell’essere ben oltre ancora. Ovunque.

Così, come ognuno di voi, come ognuno di noi, quando si crea la propria storia personale. Unica. Cementificata. Quando si crea la propria storia, come una tela di ragno, perfetta. Perfettamente la si può vedere intrecciare, tessere il fluire nel sospiro vitale del mondo. Non resta poi che osservarla andare via, lontano vicino, e turbinare come un coriandolo ghiacciato lanciato da un boingsettequattrosette a tutta velocità nella stratosfera. Vederla poeticamente espandersi e intrecciarsi. IN-TRE-CC-I-A-RSI.

“Sì, siamo flussi d’energia, Sanwa! Ma non lo senti? Come fai a non rendertene conto? Sarà il posto più cool e più TE che tu abbia mai realizzato!”.

Continuava ad annuire, come prima, guardandomi da sotto le folte sopracciglia. Un po’ titubava, ma seguiva. Aveva la tipica faccia da uomo cinese titubante a cui viene proposto di impazzire abbandonando la propria castrante cinesità. Eppure l’unico modo per abbandonare la propria terraferma, le proprie certezze, per creare, per dipartire verso una destinazione non chiara, alla scoperta di un sé di cui non si sa ancora nulla, è proprio impazzire, abbandonare le certezze. Fare altro, nuovo, andare alla scoperta!

Sanwa avrebbe dovuto proprio collaborare con uno straniero pazzo. Con un italiano. Sono strani gli italiani. Amano parlare, e spesso non realizzano le proprie intenzioni. Parlano, parlano. Questo lui lo sapeva. Era un uomo d’esperienza dopotutto. Per questo titubava.

Non sapeva se la mia fosse follia o se avessi una ricetta alchemica, magari fossi in possesso di coordinate segrete per raggiungere un’altra dimensione, un altro e un alto o profondo livello di consapevolezza, e sperava che lui avrebbe potuto utilizzare tutto questo, commercialmente. Ovvio, no? Pensava d’essere lui a ignorare l’esistenza di una nuova formula applicabile al suo contesto. Voleva di più e doveva osare.

Ci sono troppi forse nelle nostre menti, troppi ma e troppe paure. A volte basterebbe invece un semplice sì o un semplice no, ed ecco! Realizzarsi tutti i nostri sogni. Materializzarsi di fronte a noi. Quasi da soli. Bastano due lettere.

Sanwa non era uno stolto, lo sapevo, era un businessman cinese capace e ancora giovane e, una parte di lui, voleva credere ancora nella magia delle cose, alle possibilità infinite della vita. In un certo senso, era attratto dalla carica dell’idea, come chi si lascia sorprendere da una luce dopo tanto buio e stropiccia gli occhi istintivamente. Non è che non voglia vedere, non può vedere chiaramente. Almeno non subito. Inoltre era un surfista, dopotutto, stava imparando quindi a trattenere l’energia dell’acqua. Era uno dei pochi, pochissimi surfisti che avevano risposto al richiamo del mare, al richiamo delle onde. Dopo aver abbandonato la città, sapeva di dover abbandonare ogni modalità cittadinesca di pensiero, doveva staccarsi da ogni punto di riferimento strutturale. Le dinamiche della grande società, della grande città, non funzionano più quando si è in due, quando si è in quattro, quando si è in mille. Funzionano solo per fottere le masse e per distogliere gli uomini dall’essere uomini, le donne dall’esser madri e modelle di sé .

Sanwa e io ricercavamo spensieratezza e spontaneità. Immediatezza di vita. Volevamo deframmentare il velo davanti agli occhi e spiattellarlo ai quattro cantoni dell’angolo estremo di quel buco d’Asia. Magari da lì avrebbe raggiunto distanze incommensurabili. Cercavamo la resurrezione, senza conoscer nessun Dio, o senza almeno conoscerne il nome. Lui, Sanwa, pur rispettando e conoscendo fino ad allora, come unico maestro e signore, il dio di carta, quello che si piega in tasca e nei portafogli, il renminbi, lui voleva tentare un dio nuovo. Cambiare. Voleva convertire il proprio sistema operativo mentale, abbandonare il server del denaro imperante, acquattandosi nell’ultimo lembo di terra, l’ultimo promontorio, l’ultima baia della Repubblica Popolare Cinese e dire “sì, io credo!”.

Quella sera prendemmo solo qualche birra, al vecchio locale di Dahai. Quello sulla spiaggia, con le tavole da surf mezze rotte appese fuori. Sull’entrata di sotto, l’ingresso dalla duna. E sul muro Dahai aveva scritto a caratteri occidentali, in rosso: Impossible is nothing. Ci passavo davanti ogni giorno, con o senza tavola, con o senza trucco, con o senza amici al seguito. E quella scritta era diventata come un monito, un richiamo, una sicurezza. Mi invitava tutti i giorni a credere nell’invisibile. Credere in tutto quello che stanno cercando di sopprimere, di uccidere, di far estinguere. Dahai, in italiano vuol dire Grandemare.

Un altro personaggio mitico nella storia di Houhai. Rispettato e isolato, passava il tempo solo, a guardare il mare, silenzioso come sempre. Una persona di pochissime parole, abbronzato e scolpito dal vento in ogni fibra del suo corpo. Portava spesso un cappellino da baseball con la visiera girata dietro la testa. Aveva denti leggermente ingialliti dal fumo, enormi, e sorrideva sempre.

Originario del Dongbei, nord ovest cinese, quello povero. Molto povero.

Spesso andavamo da lui solamente per porgergli omaggio, non tanto per prendere una birra, anche se poi la prendevamo sempre.

Eravamo in pochi ad andare da lui, ma questo non gli interessava. Anzi meglio così. Bevevamo molto. Questo a lui invece interessava. E quando cominciava a salire l’effetto dell’alcol, talvolta lui si avvicinava al nostro tavolo. Prendevamo sempre il primo in fondo sulla destra della terrazza, davanti l’immensità del mare. Forse in tutto il pub ogni sera c’erano sì e no quattro persone. Da sfondo una immensa, sterminata, incommensurabile calma tropicale. Nessuna luce. Nera. Noi eravamo l’ultima luce prima della distesa buia dell’acqua, delle onde e del vento del Pacifico.

Avete mai sentito la calma tropicale entrarvi nelle vene?

Be’, specialmente se stai sorseggiando una birra ghiacciata, magari con le stelle sul capo e con il rumore dell’oceano di sottofondo lì, a pochi passi, ieri, oggi e domani, ve lo dico io cosa vuol dire sentire la calma tropicale nelle vene.

Vuol dire sgomento.

Vuol dire sgomento per tutto quello che giorno dopo giorno, nelle nostre vite cittadine, lasciamo andare, tutto quello a cui rinunciamo, che non tornerà mai più. Un senso di libertà e di incertezza tali da salire su per il ventre, come se avessimo dentro un alieno, un figlio, qualcosa che si muove e che vibra dicendo ancora, ancora, ancora!

Eppure tutti noi abbiamo una spiaggia, un luogo in cui dovremmo essere perfettamente presenti al momento, tutti noi abbiamo tramonti sui mari del sud o dell’ovest o dell’est. Tutti abbiamo momenti che non torneranno più, che dovremmo afferrare fino all’ultimo stridìo di strati di tempo e ciucciare alla goccia! Dobbiamo succhiarli questi momenti, resuscitano dai morti.

“Ah! Ah! Ah! Hai visto le previsioni Sange?” dissi sorseggiando la mia ennesima birra serale. Camicia aperta, scalzo, bello, me stesso. Ero il cane di un dio.

“No, ma non sei tu quello che smanetta sempre sui cellulari o sta davanti al computer? Non sei tu Mr. Chinasurfreport che dovebbe dire a noi cinesi come e quando arrivano le onde? Pensavo guardassi tu le previ, ma poi scusa, domani hai qualcosa da fare in particolare? Devi decidere se andare in città o cosa? Svegliati e vedi il mare com’è dalla finestra, no?”.

Aveva ragione.

“Lo so, vecchiume ambulante che non sei altro! L’ho chiesto solo per prepararmi emotivamente, altrimenti, se Magicseaweed dà belle onde per domani smetto di bere stasera. Così mi posso svegliare prima e fotterti tutte le onde migliori mentre tu dormi e scureggi ancora a letto, no? Leale, cristallino! Ah! Ah! Ah!” sorridendogli in faccia. “Ma va… dai, domani ci svegliamo presto e andiamo all’alba…”.

“Ma se sono già le due di notte! E poi lo dici sempre. Quand’è l’alba domani!?”

“E che ne so! Faceva molto western detto in quel modo, con la birra e la sigaretta in mano, guardami, guarda adesso… che te ne sembra?” mi diceva ubriachissimo.

“Sanwa, sei sbronzo!”

Sbofonchiò qualcosa sorseggiando ancora l’ultima goccia dalla bottiglia.

“Ei Fantastico, porti altre due di birre, per favore? Spasibo!” urlai.

“Subito ragazzi!”

Fantastico era un ragazzo di vicino Mosca, un kitesurfer veramente fuori di testa. Non poteva più vivere senza il mare e soprattutto senza vento tropicale. In Russia il vento certo non manca, ma mancano “l’umanità delle temperature” come diceva lui. Così si era trasferito a Houhai e faceva il barman sulla spiaggia. Felicemente senza fregarsene di niente. Il padre era un pilota della compagnia aerea russa. Non aveva particolari ambizioni se non quella di vivere alla grande e felicemente.

Parlava cinese e inglese anche se con un marcato accento russo. Era una bellezza d’anima. Per questo noi tutti lo chiamavano Fantastico. Perchè era semplicemente un tipo… Fantastico! Aveva inoltre le più ricercate raccolte di chillout music che avessi mai sentito. Il suo soprannome era perfetto, gli calzava a pennello. Non ho mai visto un individuo che lo eguagliasse in reattività, in felicità, in gioia di vivere, in sorriso. Era energia allo stato puro. Incontrollabile.

“Domani vieni a surfare con noi” gli chiesi non appena arrivò con le tre birre ghiacciate (ne prendeva sempre una in più per lui!).

Camminava perennemente scalzo, coi piedi finti a papera, come soleva fare lui, per divertirsi a fare il buffone. Gli piaceva farlo, gli metteva l’allegria.

E giù a ridere, ma non per sciocchezza, per stoltezza, era pura traboccante felicità. Per pura decisione di esser felice a tutti i costi. Come quando sei piccolo e ti guardano facendo bugi bugi bugi bugi ecco, lui aveva le stesse reazioni, senza bugi bugi bugi bugi. Ogni volta che serviva ai tavoli per il lui il mondo si fermava. Era il suo momento, il suo palcoscenico, e noi gli spettatori che lo osservavamo arrivare e sorridere di gioia. La vera gioia. Gioia scalza.

“Allora, che dici, Franceska?”, sedendosi vicino a noi.

“FrancescO!, in Italiano si dice Fra-nce-scO!” gli ripetei per la millesima volta, sottolineando la pronuncia unendo indice e pollice in un perfetto ok linguistico maniacale.

“Ah! ah! ah! Francesc….O! ah! ah! ah! In Russia si usa la A per i maschi, lo sai ormai, no?”

“Lascia perde, AndreY!” usando il suo vero nome, sottolineandone il peso semantico. Non penso lo colse e penso fosse anche stupido cercar di farglielo cogliere.

“Allora salute! Ganbei!”

Ganbei DeLufa, ma a che brindiamo?” chiese Sange.

“All’ADESSO, alla nostra vita assieme, fratelli, brindiamo all’adesso!”.

Gan” che in cinese letteralmente vuol dire bevituttodunfiato.

Gan, davvero?”

“Ah! ah! ah! daiiii! Jiayou! (coraggio!)” urlò ridendo Fantastico mentre mi guardava. Muoveva indietro la fronte, in alto in mento, come per incitarmi a bere tutta la bottiglia alla russa, appunto.

Li guardai, sorrisi un po’ “Gan!” e mandai giù tutta la nuova bottiglia di birra. Scendeva giù una bellezza, giù per la gola e dritta nel mio corpo. La sento ancora viva in me quella birra. Le sue molecole si fondevano alle mie divenendo per sempre vive in me. Navigheranno nelle mie vene per sempre. Proprio quella birra, proprio quelle molecole, di quella birra di quella notte.

E “Gan Gan Gan” ancora riecheggia nella mia mente il suono di quei sorrisi strappati al tempo, strappati a qualunque tempo, a qualunque modo d’essere, in qualunque posto del mondo, con mille sguardi e mille ancora. In quei Gan si proiettavano tutti i sorrisi e tutti gli sguardi degli uomini del mondo. Quanto splendore… Gan Gan Gan… via via sempre più velocemente fino all’essere una sola immagine fatta delle molteplici immagini dei volti umani del presente e del passato.

Eppure tutto passa.

“Andrè – dissi alla romana- vabbe dai, portamene un’altra… graziiiiieeee”

“ah! ah! ah!, ok FrancescA”, accentuando di nuovo la A.

Amavo quell’uomo.

 

Drin Drin Drin Driiiiin

“Sì?”

We’, DeLuFa!”. Era la voce di Sanwa.

Aveva il suo solito forte accento sichuanese scocciato, apparentemente assonnato. Sembrava sempre assonato per telefono. Incredibile, a qualunque ora del giorno e della notte. Anche quando non aveva minimamente sonno. Ma quando era al telefono cambiava la voce e il mood. Aveva sonno.

Wei Sanwa, che c’è?”

“DeLuFa, vuoi venire qui che sto facendo un sopralluogo al palazzo dove potremmo fare il locale. L’ho trovato, penso. Vieni! Voglio sentire la tua opinione. Sbrigati, sono qui…”

“Dove?” chiesi.

“…in quel palazzo davanti al Nanuna, quel palazzo alto sulla sinistra, con le tegole blu. Hai presente?”

Annuivo dall’altra parte della cornetta come se mi potesse vedere, poi dissi “Certo che ho presente lo vedo tutti i giorni. Sta davanti casa mia!”.

“Bene – sempre scocciato – vieni! Mi affaccio così mi vedi e sali, ora siamo sul rooftop, qui pensavo potremmo fare il bar!”

“Ok, due minuti, e arrivo!”

Hao, ok, hao (bene, ok, bene)”. Attaccò.

 

Mi sciacquai la faccia, bagnai i capelli, legai l’elastico dei miei boardshorts e presi la strada per il Nanuna. Percorsi neanche trenta secondi a piedi. Ero già sul luogo. E in ritardo. La cosa mi divertiva, perché scocciava sicuramente Sanwa.

“Ei, Sange?! Dove sei? Mi senti?” urlai.

“DeluFa! Sono qui, ma che ti urli!? Vieni è qua, siamo sopra. Terzo piano! Ma non avevi detto che conoscevi il palazzo?”.

“Sì, l’ho detto!”, non aggiungendo altro.

Salii le scale a due a due fino al penultimo piano. Non ero mai salito fin prima, perchè mai avrei dovuto farlo? Avevo sempre visto il palazzo e la balconata da casa mia o passandolo a piedi da sotto, mentre andavo chissà dove a fare chissà cosa. Da su l’aria, il vento del mare si sentivano esaltanti.

Mi si arruffarono i capelli legati già male.

Il palazzo era anonimo, semplice, lineare, un rettangolo di mattonelle color giallo-ocra. Ogni tanto si alternavano linee orizzontali di mattonelle bordeaux, sul lato esterno. Era molto carino, a me piaceva. Mi ricordava esattamente quello che mi avrebbe ricordato oggi nel ripensarlo e nello scriverlo.

Salii ancora un’altra rampa di scale e mi girai. Guardai l’oceano dalla terrazza dell’ingresso e chiusi gli occhi. Alcune chitarre suonavano da qualche parte, in qualche casetta più bassa verso est, nella direzione del promontorio. Le palme sbadigliavano. Sul pianerottolo c’era già un letto in legno, lasciato chissà da chi, uno di quegli antichi letti locali. “Chissà quanto avrà questo legno” pensai.

Scolorito, si intravedevano ancora le pennellate dei diversi colori che negli anni si erano alternati sulle assi di legno. A tratti si intravedeva un giallino, un verde, un blu scoloritissimo. Si sentiva che le doghe erano vecchie ancor di più quando ci si sedeva sopra. Gracchiavano. Scricchiolavano con la dolcezza di una miriade di notti, di albe, di tramonti e mezzogiorni. Era un legno vivo, più vivo del legno giovane che ancora non ha capito nulla. Un po’ come i giovani di oggi, più vecchi dei loro vecchi. Quel meraviglioso letto era lì da molti anni, abbandonato, di fronte alla baia più a sud del continente cinese, esattamente quella all’estremo del culo del mondo dell’Asia. Che poesia! Era così. Lo era. Non so perché ma tutto questo mi sembrava meraviglioso. Una scoperta continua.

“Ma da qui si vede l’infinito!” escalamai a bocca aperta. “Sanwa, questo posto è splendido! Peccato per le case in prima fila sul mare che bloccano leggermente la visuale verso destra, di là, vedi?” dissi insoddisfatto come un bambino a cui non hanno comprato un secondo giocattolo, di ritorno dal parco giochi.

“Be, certo, considerando che in una di quelle case ci abiti tu…” rispose ironico, “potremmo considerare l’idea di abbatterle!” con il suo tono inconfondibile. Se avesse potuto farlo lo avrebbe anche fatto.

Avrebbe potuto fare il cowboy in qualche film western cinese. Recitare la parte del buono che è anche un po’ cattivo. Con il sigaro in bocca, nell’angolo in basso a destra. Un piccolissimo rigangnolo di saliva a scendere, fronte abbassata per coprirsi un poco gli occhi dal sole con il cappello. Ce lo vedo. Sì.

“Eh eh, lo sai, quella casa me l’aveva trovata DongGe? A proposito dov’è ora? Sempre nella riserva?”.

Dongge era un cinesone, veramente grosso, con la pancia di rispetto, alto quasi un metro e novanta, sposato con una sexyssima donna tibetana. Amico atavico di Sanwa. Sono sempre silenziosi i tibetani, tendenzialmente, come i nepalesi pensavo, o almeno quelli che avevo conosciuto io. D’altronde, hanno sempre avuto a che fare con le montagne e gli spazi sovrumani. Ti forgia, ti cambia.

“Sì, è sempre al confine ovest del Sichuan, nella riserva con la moglie. Lo sai com’è fatto, no? Disprezza il mondo.”

“Sì, lo so.” risposi.

Amava tutto, per questo disprezzava il modo in cui veniva trattato il mondo. Così si ritirò con la moglie, praticamente in Tibet, a vivere di allevamento e di turismo. Per quei pochi amici e amici di amici che andavano a trovarli lassù.

Era stato lui che mi aveva presentato il landlord, Fratello Li, Pavarotti, per capirsi. Dongge aveva fatto da tramite, superando le resistenze mosse dalla diffidenza che un pescatore hainanese di origine cantonese poteva avere nei confronti di un forestiero italiano, capellone come me. Gli faceva un po’ strano, al fratello Li, vedermi sul suo territorio.

“È forse una spia?” pensava, “Perché parla così bene il cinese? Forse è qui per rubare qualche nostro segreto nazionale? O magari per portar via le nostre donne, mia figlia! Loro occidentali ci hanno invaso! E ora, noi che facciamo? Li facciamo entrare spontaneamente nelle nostre case? I laowai (straniero) non possono capirci, sono pericolosi!”.

Ni zhongwen weishenme jiangde zheme hao a?” (perché parli così bene il cinese?) mi chiedevano spesso. Dopo millenni di oppressione, prima imperialistica poi comunista, i cinesi sono sempre stati timorosi e diffidenti e non guardano di buon occhio gli stranieri, specialmente quelli che parlano cinese, e specialmente se questi si avventurano nei piccoli centri, nei paeselli. Forse che vogliano nascondersi da qualcosa? Nelle grandi città invece, come Pechino o Shanghai, gli stranieri ormai si vedono quasi a ogni angolo, è diverso.

Per i paesani noi siamo un potenziale pericolo. Siamo qualcosa difficile da capire. Figuriamoci poi un laowai che parla cinese, un laowai che ti capisce, che può comprendere la tua lingua. Lingua lasciata volutamente impossibile da compredere nel corso dei millenni per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I Cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre stati volutamente indipendenti e isolati. E un muro di mattoni non bastava. Ci voleva anche una lingua e una scrittura indecifrabili. “Tian bu pa, di bu pa, jiu pa laowai shuo zhongghuohua” un antico detto, diffuso ancora oggi in Cina. (Non temere il cielo, non temere la terra, temi uno straniero che parla cinese).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 3.1 

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

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Parte Prima – Capitolo 1

1.

Le palme ondeggiavano dolcemente. L’aria entrava fresca in gola per la prima volta, come se prima d’allora non ci fosse mai stata né aria né gola. Era una respirazione differente, nuova.

Al di là della spiaggia un giardino curato, naturalmente curato. Il verde spumeggiava di un verde smeraldino come le onde del mare e le nuvole erano alianti senza ali. Erano loro a spingere il vento e a creare quella dimensione che nei sogni si riconosce come sogno. Eppure ero sveglio. Lontano da Pechino, lontano dalle tempeste di sabbia, lontano dal tumulto dell’ansia e dal grido strozzato della sua notte nero pece. Le industrie erano ancora là, ma i fumi e gli odori delle viuzze del Gulou non mi raggiungevano più e io tornavo a essere libero come non ero mai stato prima.

Eppure una serie di pensieri, grovigli di forme geometriche, container in un alto mare, navi mercantili e marinai si susseguivano in un pensiero non pensiero che col pensiero avevano poco a che fare, ma affascinavano, erano un non pensiero cos ìcome può esserlo un dipinto al muro. Non ero più il me che conoscevo o che avevo conosciuto fino a quel momento. Ero un flusso di luce nella luce del meriggio e pulsavo. La luce stessa respirava con ritmicità. Soffusa, potente. Ero ricco di vita.

Sono sicuro che voi tutti abbiate sperimentato questa sensazione o che lo farete un giorno o l’altro, anche fosse il vostro ultimo giorno.

Avevo immerso i piedi tante volte nel mare, mai nel Mare della Cina del Sud. Erano in acqua pensavo, cercavo di muoverli, facevo ruotare le dita e tastavo la sabbia sotto la pianta. Non c’erano sassolini né ghiaia, solo sabbia, soffice, pura, molliccia. La stessa sabbia che si desidera quando si pensa a posti lontani, quando si vuole scappare da tutto e tutti, senza saper bene come fare, dove andare. Come quando si sa che bisogna partire. Andare via. Ecco, esattamente quella sabbia.

Potevo anche sentire il flusso caldo e avvolgente della corrente. Incredibile come questo mare, a mo’ di placenta di madre, fosse impercepibile! Incredibile come la mia epidermide non potesse percepirlo! L’acqua aveva la stessa temperatura del corpo o il corpo casualmente lo stesso dolce calore dell’acqua. Una vera libidine sensoriale! Come indossare un guanto di seta liquida. Matrioska di fluidi cosmici. Uomo, mente, mente, uomo, altro, l’Altro.

In quel momento pensai che mi sarei dovuto trasferire in quel luogo quanto prima. Avrei dovuto seguire quel flusso marino senza flusso, incondizionatamente. Perché avevo da fare. Era come un richiamo per me.

Dovevo seguire il tintinnoì che proveniva dalla caverna. “Liberati! Liberati!” una voce dal profondo “e seguimi”. “Sì ma quale voce? Sto forse impazzendo?” Un alito di vento mi fece trasalire.

L’aria era dolce, gli alberi forti e fieri, come soldati antichi, abbronzati da un sole sconosciuto. E fiori, fiori, tanti fiori. Nessun pesce nuotava durante l’ora della siesta. Eppure avrebbero dovuto, non vi erano umani, nessuna lenza, nessuna barca. Finalmente un po’ di libertà!

Mi voltai a guardarla. Mi osservava con fare interrogativo. Guardava un po’ me un po’ il sole mettendosi la mano davanti agli occhi, lasciando filtrare solamente alcuni raggi per truccarsi le palpebre con ombretti di luce.

Non percepiva evidentemente il profumo che il mio vergine naso stava sperimentando per la prima volta, il mio viso non aveva tradito il mio sentire.

“Andiamo via dai, sono stanca, torniamo più tardi, ho un forte mal di testa”. “Arrivo, eccomi…”, la presi per mano. Spalle all’oceano c’incamminammo verso l’albergo. Ogni tanto mi giravo per osservare lo splendore che là, si gongolava, cercando di ammaliarmi di nuovo. Quel mare mi chiamava a due mani, come un hawaiiana nuda, coperta di fiori profumati “Vieni! Vieni! Vieni da me!”.

Le onde si strusciavano le une sopra le altre e quel suono, quel suono maestoso proveniva da ovunque, da sopra da sotto dai lati, era come un tuono marino, un grido di delfino notturno. E io ho sempre avuto paura della notte se immerso in un liquido oscuro. Non si può infatti vedere cosa mai si aggiri sotto. Si è troppo fragili, decisamente troppo indifesi.

Tornammo all’albergo. Ero convinto che la mia prima sensazione si sarebbe rivelata essere un passaggio spazio-temporale. Sarei tornato a Sanya molto presto, quando meno me lo aspettavo, e dopo qualche anno mi ci trasferii per davvero. Testimonianza del volere?

Ni! Poichè il flusso della materia sconquassa i contorni. Ho sempre creduto che la materia solida, le pietre anche, tutto, noi stessi, fluiamo all’unisono. Anche se quel giorno non pensai nulla di tutto questo, ero tutto questo senza saperlo. O per lo meno senza saperlo ancora. Ero un turista stanco e impagliato, questo ero. Un bel cappello sulla zucca, un sorriso a quattrocento denti, gambe svelte a muoversi in diverse direzioni per scoprire differenti e nuove situazioni: i locali, la frutta, la gente, un volo di uccello, differenti sorrisi, cibi, lussi, droghe, animali e così via. Seguivo il mio destino. Cosa avreste fatto voi?

Ero giunto lì dopo quasi quattro ore di volo, da Pechino, la Città del Nord (in cinese BeiJing, Bei vuol dire Nord e Jing città), metropoli lugubre e misteriosa, antica e spasmodicamente plastificata.

Durante le primavere il cielo si vestiva di arancione, arancione giallo e ocra… come il colore della sabbia del Gobi che, trasportata dai venti settentrionali, volava sulla città coprendo tutto. Venti che parlavano molteplici lingue, percorrendo sterminate distanze, valicando monti e lontane steppe. Luoghi in cui gli eserciti del Grande Khan avevano cavalcato sfidando il vento freddo in gola, succhiando sangue di cavallo, massacrando oppressori e traditori, ladri e fuggiaschi. Si poteva fantasticare il suono di nenie mongole e di canti siberiani. Niente più selle oggi, niente più onore, i nemici sono nascosti e invisibili.

A Pechino i sellini delle biciclette, le macchine e le luci venivano filtrate come attraverso un velo fitto; lo smog, infatti, si mischiava alla luminosità della sabbia a filtrare le insegne al neon delle strade. Mancava solamente che la gente cominciasse a correre atterrita gridando “L’Apocalisse! L’Apocalisse è arrivata! Scappate gente!” per rispettare il vecchio libretto di Giovanni e le sue futuristiche visioni.

Non era infatti quasi mai veramente giorno. Il sole lo si poteva investigare e scrutare anche a occhi nudi. La cappa dell’aria, malsana, cancerogena, era sempre lì, stagnante. Irrespirabile.

Ero in Cina, il paese di mezzo, per avventura e per disgusto della nostra Italia, del declino del nostro Occidente, abbandonato a se stesso. Da tutti noi incompreso. Il dolore aveva fatto da collante, e come diceva il mio amico Enrique “Usa il dolore, usa la rabbia!”. Soleva ripetermelo sempre quando c’incontravamo seduti su un divano da me o in rete, tra flussi elettronici di bit superveloci. Così feci. Partii. Ma questo avvenne dopo, o prima?

Ricordo ancora il primo corridoio d’aereo, la prima hostess, con il suo vestitino che sapeva, che serviva a coprire solo per l’occasione, mentre mi allontanavo da tutto il mondo conosciuto. Le lacrime scendevano libere, libere di affermare il mio io. Potevo dirlo forte.

“Ora partirò madre, ora partirò padre, ora partirò amici, ora partirò vecchi tutti, vecchi dentro, voi con le vostre lavatrici sempre pronte al lavaggio, le vostre convinzioni da pinacoteca, i vostri panini da paninoteca, voi che avete infangato la società con il vostro non voler fare e il non voler ascoltare. Che andate avanti senza porvi domande e che, quando lo fate, vi ponete domande errate. Voi! Voi! Che vi siete dimenticati di tutto quel che c’è stato. Che vi dimenticate dell’onore e del sangue, degli abissi e delle vette del nostro più profondo essere, voi, che non badate più all’oltreluogo, che non conoscete più l’oltreumano, che non conoscete l’oltretempo. In cui tutti siamo! Ma non lo sapete? A sì? Non lo sapete, allora tacete! Ascoltate! Ascoltate gente! Io me ne vado! V’interessa vero? Io me ne vado! C’incontreremo ancora prima o poi, ma sappiate una cosa, nessuno può scappare da se stesso, neanche voi che fingete di rimanere, voi fuggite più di me che vado via! Nessuno potrà mai scappare da se stesso. Né ora, né mai!”

Questo era il suono dei motori dell’aereoplano; un abbaiare rabbioso e di paura. Io che non ero mai riuscito ad aggredire nessuno, neanche verbalmente. Io che odiavo lo scontro, sì mi dava fastidio, e che non ho mai voluto fare la guerra tra uova.

Non rimaneva che partire, senza sapere quando tornare, senza sapere dove sarei andato, cosa avrei fatto, chi avrei abbracciato, in quali occhi mi sarei perso. Non mi restava che confidare. Delegare. Affidarmi al cosmo.

L’hostess mi portò il mio primo tè. Non era buono, mi sembrò crudo, duro, come un pugno allo stomaco. Molto forte per i miei gusti d’occidentale d’allora.

Solo dopo, anni dopo, cominciai ad apprezzare il suo istinto cinese. La sua verità cinese.

 

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima. Capitolo 1