Parte Prima – Capitolo 4

4.

Era ormai finito l’inverno e le giornate non sembravano né lunghe né corte. Non cambiavano mai, erano sempre inesauribili fonte di estasi e di oceanicità . Aspettavamo l’arrivo dei monsoni per fare finalmente un po’ di big surf.

Certo, non ero mai stato un grande rider, ma miglioravo di mese in mese e le onde, che un tempo sembravano troppo pericolose, si rivelavano essere domabili. Arrivai a cavalcarle con sempre maggiore sicurezza e godimento, con serenità.

Spiritualmente, già da tempo, mi sentivo risucchiato come in una voragine, in un grande enorme buco nero, della conoscenza e della percezione, e in questo il surf ha avuto sicuramente un ruolo fondamentale.

C’era un posto, uno spot, talmente nascosto che lo conoscevano già fin troppe persone. Si chiamava Matou, che vuol dire molo. Si attraversava tutto il paesino, ci volevano cinque minuti cinque d’orologio a piedi. A passo estasiato qualcosa in meno.

Vi erano due strade maestre che si incontravano amalgamandosi alle due estremità orientali del villaggio, formando un’ampia curva. Lì, era stato costruito il porticciolo, da cui, volendo, si poteva raggiungere l’unica meta un po’ commercialmente turistica e famosa della zona: un’isola artificiale di nome Wuzhizhou. C’è da ammettere però che la sua vegetazione lussureggiante, un po’ finta sì, come quasi tutto quel che viene toccato dalle mani cinesi, era affascinante. Avevano portato anche dei pavoni. Si poteva camminare nei tropicaleggianti giardini, accerchiati da fiori enormi, più grandi della faccia di un bambino di sette anni, come nel paradiso persiano. Rincorrevo i pavoni quando ci andavo. Il mitico re della Frigia, Mida, trasformava gli oggetti in oro, i cinesi trasformano la vita in plastica. C’è poi sempre chi dalla plastica riesce a ricavarne oro, ma queste sono altre storie e Mida non c’entra poi più niente. Non ci riguardano, né ci riguarderanno mai. Una mattina qualunque ci portai in visita il Sig. Cressi. Cressi, sì quello delle attrezzature subacquee. Voleva espandere il suo marchio in Cina. Non potevo investire una lira, non voleva investire un euro. Non se ne fece più nulla, ma vide anche lui i bei pavoni.

Tornando invece a Houhai.

Camminando verso est, si susseguivano casette a uno o massimo a due piani, curate nei minimi dettagli, considerata la povertà e la semplicità dei villeggianti. Se si voleva allungare la camminata di qualche minuto, con tavole da surf sotto braccio, passavamo a salutare l’unico tempietto sacro del villaggio.

Un Budda silenzioso, più povero dei tanti altri visti in giro per la Cina continentale, stava là, pasciuto, a guardare verso nord est il lunghissimo spiaggione di HaiTang bay. Non era importante quel Budda. Non vi erano molte candele, molti doni, la gente non aveva moltissimo da offrire. Quel poco che avevano era del pesce e qualche pollo, e preferivano mangiarseli a casa, ben stufati e ben conditi.
A Pechino, invece, i templi sono un po’ come le nostre chiese occidentali. Ricchi e prosperosi. Le statue sono elaborate, docciate e pronte alle cene serali e per i galà. Il tempietto di Houhai no. Era più una sorta di statuina di gesso poggiata su delle stecche di sigarette di contrabbando. Clandestine, americane, russe e finte marche cinesi. Con nomi improbabili. Tra tutte io compravo le più economiche. Le Zhongnanhai o le Hongta. Mi ci ero affezionato, e quelle io sottraevo al Budda, pagando gentilmente la vecchina che, masticando binglang, protendeva le mani alla ricerca dei miei soldi.

Shi kuai qian!” (dieci) diceva senza denti.

E subito faceva sparire i soldi in una tasca del proprio vestitino a fiori.

Le Zhongnanhai mi ricordavano il mio primo viaggio in Cina, nel duemilacinque, quando vagavo di notte per le stradine di Pingyao. Antico borgo medievale nel cuore della Cina centrale. Lì le assaggiai per la prima volta e le fumai durante tutto il viaggio, fino a Kaifeng e Dengfeng, antiche capitali del primo impero cinese, proseguendo verso sud si trova Shaolin e il suo tempio sacro.

Pagata la vecchietta si arrivava subito all’estremità est del villaggio. Attraversavamo un cumulo di detriti, impossibili da smaltire. O almeno così pensavo. Erano un rimasuglio di una qualche costruzione abbattuta nelle vicinanze, ormai non più visibile. Probabilmente dietro la stazione della polizia locale che era proprio lì davanti. Sicuramente la più fallimentare stazione di polizia dell’intero continente asiatico. Era proprio lì. La polizia locale l’aveva però decorata di semplice eleganza primordiale. Quindi sebbene fosse la più fallimentare, era anche uno dei più spensierati commissariati del mondo. Si poteva quasi pescare da dentro gli uffici. Bastava lanciare la lenza e abboccavano pesci, pescatori e surfisti con un grande “WAAA”.

Superata la polizia, con il suo grande stemma rosso a cinque stelle gialle, badando bene a non svegliare i poliziotti che riposavano buttati su alcune panche messe alla buona in giardino, e senza distrarre quei due che si mostravano impegnati in operazioni inintellegibili e delicatissime, si raggiungeva un piccolo cancello.

Ecco, al cancello invece bisognava fermarsi, perché sorvegliato da un soldato con tanto di fucile e cappellino militare come quello che si compra sulle bancarelle di tutto il mondo. Al Panjiayuan di Pechino (un mercato famoso) ce ne sono quanti ne vuoi, per la modica somma di trenta renminbi e ce ne sono anche a Portaportese.

Vi era affisso un cartello con su scritto “zona militare vietato il passaggio bla bla bla”.

Tutti annuivano, si grattavano la testa e poi passavano indifferenti.

“Ma com’è possibile che sia vietato il passaggio qui?”

“dice zona militare!”

“Zona militare della minchia, noi dobbiamo surfare! Basta con questa militarizzazione del mondo, basta con queste guerre, ma perché non danno un bel cannone d’erba ai soldati invece dei loro cannoni a lunga gittata? Perché non dotarli di un bel Gun (Tavola adatta alle onde giganti) invece di dare loro pistole e proiettili? Questo mondo va veramente all’incontrario, veramente all’incontrario! Combattere la guerra con la guerra, il militarismo con il militarismo! Puaff!”

Questi erano pressapoco i dialoghi che si facevamo ogni qual volta superavamo il cancello militare e guardavamo in faccia i soldati e le loro divise ridicole. Subito dopo tornavamo nuovamente ammantati dalla natura e dal mare. Si fottano i panzer, si fotta la guerra!

Perlopiù bastava essere disinvolti, essere cordiali, magari scambiare quattro chiacchiere con il soldato di turno, offrirgli un pacchetto di sigarette e solitamente la via era libera. Dargli considerazione e importanza. Era anche lui un giovane, probabilmente pensava alla sua ragazza, non aveva la minima intenzione di fare il piantone a un dannato cancello attraversato solo da surfisti capelloni scalzi. E magari sapeva pure che la sua lei lo tradiva con il suo migliore amico. O magari invece no, era un soldato perfettamente a suo agio e sentiva quella mansione, il suo ruolo, come fondamentale nell’ordine del Paese, della Nazione; nell’ordine delle cose. O che onore e che gioia delle madri e dei padri il giorno in cui aveva fatto il giuramento! Che onore essere un soldato in un mondo di guerre! Così come un becchino.

Il sentiero all’inizio tortuoso si faceva un po’ più largo, stiracchiandosi tra l’oceano, a sinistra, e una parete rocciosa e la natura, a destra. Bisognava praticamente girare attorno al promontorio che giaceva alle notre spalle. Quando bazzicavamo le viuzze e la spiaggia dell’Imperatrice, la mia casa, il Nanuna e il nostro palazzo con la terrazza astronomica, eravamo dall’altro lato del monte.

Qui, lungo il sentiero, il profumo della vegetazione era più intenso. Ogni volta mi ricordava gli odori, i profumi, gli aromi del nostro amato Mediterraneo. In particolare quelli della nostra terra di Sardegna. Con il suo mare ruggente, il maestrale e il mirto. Le dune di Piscinas, i suoi guadi, il suoi degradi. La sua semplicità. Amavo e amo la Sardegna, terra selvaggia e pura. Antica. La mia prima vera boccata di vita forse fu proprio là, durante una delle vacanze in famiglia, nell’Italia degli anni Ottanta, nell’Italia estiva, quella dei Righeira, di Gerry Calà e del sapore di mare. Quella degli italiani più felici, perché più innocenti. Più spensierati. Quando si aveva meno e si pretendeva meno. Si sognava di più . Oggi, chiudiamo i pugni e sbattendoli sui tavoli, sui professori e sul rispetto. Oggi, non si trovano più gli stessi i profumi. Così prendo lo zippo e accendo la mia malinconia.

Ma su quel francescano viottolo hainanese bastava, invece, chiudere gli occhi e, magicamente, eravamo a casa. A dodicimila chilometri di distanza. Ai tempi dell’università poi andavo spesso vicino Masua, Buggerru o Alghero. Sulla costa ovest sarda, dove soffia forte il maestrale. Oristano si diceva fosse troppo aggressivo, surfisticamente parlando. Troppo localismo. Si diceva. Non l’ho mai appurato. Credetti a una menzogna popolare, una diceria, pur di non affrontare le sue onde granitiche. Oggi ci andrei e so che sarebbe splendido. Ma da giovane ne avevo paura. Che brutta cosa la paura!

Amavo passeggiare, tavola sotto braccio in quella natura incontaminata, lungo quel viottolo sperduto nel profondo sud. Vento e mare ruggente. E quell’odore! Quell’odore dell’aria inconfondibile che mi aveva seguito sino in Oriente. Seguivo la strada che mi si presentava davanti quasi a naso e a orecchio. Seguivo i profumi e i suoni delle onde sulle rocce affioranti. Alcuni granchi, incauti, correvano al passare degli umani, per nascondersi tra gli scogli. La stradicciola serpeggiava tra massi enormi e qualche seminascosto rifugio militare. C’era un bunker. Ma shhhhhhhhhhh! Non si può dire. Al suo interno un odore nauseabondo ci impediva l’ingresso. Come se alcuni cadaveri giacessero là da tempo, aspettando nell’oscurità dei misteri della Cina Popolare.

Camminando lungo il sentiero, mi sentivo un uomo nuovo a ogni passo. Morto a me stesso, e vagavo come se il tempo si fosse inceppato, dimentico del fatto che dovesse continuare a scorrere.

Dietro una roccia enorme, alcuni pescatori avevano creato la propria dimora. Quando parlo di casa, non intendo quelle che possiamo vedere noi oggi in città. Quelle in cui siamo stretti tra pareti e tra lastre di materialità. Lì tutto era spirituale. Era facile sorvolare sopra qualche bruttura architetturale. Quella era la dimora di alcuni pescatori eremiti. Immancabili le mutande stese ad asciugare vicino a foglie di lattuga. Si potevano vedere una molletta, una mutanda, una molletta, una lattuga. Interessante composizione.

E la più bella onda dell’isola si strotolava, come una sottana di seta, sulla lasciva superficie dell’oceano, solo a pochi metri da quelle mollette. Era potente e dentata. Sicura di sé , permissiva e pericolosa. Come i reef indonesiani, distanti soltanto poche ore d’areo a sud.

Quell’onda poteva essere una delle più splendide esperienze della nostra vita. E lo è stata.

Una parete tubante e cristallina si apriva a pochi metri dalla spiaggia rocciosa, liberando entusiasmo incontrollabile in chi era pronto ad incontrarla senza paura, a cavalcarla, a prenderla a due braccia. Ad accettarla così com’era.

Si poteva vedere la gioia che sprizzava dall’onda quando le si remava incontro e ci si incuneava dentro con un duckdive (tecnica che serve per lasciarsi passare sopra l’onda in arrivo senza venirne schiacciati).

Per lei era un gioco quello di risvegliare la roccia e la barriera corallina sottostante, impatto dopo impatto d’acqua sull’acqua. Come le donne delle isole del Pacifico, che suonano la superficie del mare, creando melodie e canzoni ancestrali.

Quell’onda era da sempre stata là. Era il Michelangelo del mare. Scolpiva la pietra liberandola dall’esser pietra, donandole nuova forma e nuova inclinazione, nei secoli. E tutto per la felicità di quei pochi fortunati surfisti che ne potevano godere.

Ed era tutta nostra!

Avventurieri del Dharma anche noi in un parco giochi rinfrescante e rinvigorente, a portata di mano. Basta solo concederci di cedere qualche certezza, abbracciando le possibilità dell’andare, e farlo. Tutto così incredibilmente semplice, mistico. Indipendentemente dall’isola in cui si viva c’è sempre un’onda così che ti aspetta.

I giorni si alternavano lentamente.

Io e Sanwa avevamo oramai deciso di iniziare i lavori. E quanto prima. Dovevamo aspettare che il camion ci portasse il nostro ordine di bambù. Centinaia di canne da scaricare e portare su per le scale, a mano. Una ad una. Per cominciare a costruire il nostro nido delle aquile.

Sange era sicuro che nel giro di una settimana avremmo visto arrivare tutto il necessario, quindi potevamo dedicarci alle nostre attività principali: vivere più a pieno possibile, scrivere, suonare, fare qualche lezione di surf. Lentamente.

Da non molto era arrivato in paese un tipo enigmatico.

Un musicista rasta di Chengdu. La stessa città del Sichuan da cui proveniva Sange. Quando mi venne presentato Lao Li, questo era suo nome, portava un berretto rosso calzato stretto sulla testa e un paio di occhiali con le staghette verde pisello. Un sorriso stampato in faccia. Era un vero Rasta, perennemente nel mondo di Jah. Secco, leggermente incurvato in avanti, ma questo si poteva notare solamente se lo si osservava attentamente. E lui sapeva sempre quando era osservato.

Lao Li era un tipo saggio, cresciuto sulla strada tra mille difficoltà. Eppure si era fatto da solo, era diventato rispettabile. Tutti gli volevano bene, aveva sempre il sorriso ed emanava un’attenta positività.

Nella sua città aveva un live club, in cui tutte le band più in voga del momento, da tutte le parti del sud-ovest della Cina, andavano a esibirsi, e dove le jam session duravano tutta la notte fino al mattino. Il locale si chiamava Jiaba, anche per assonanza con Jah, termine utilizzato nel rastafarianesimo per indicare Dio.

Un Dio buono, come dovrebbe essere, dagli occhi rossi, rilassato.

Il Jiaba era un luogo di ritrovo di hippies, di vagabondi e di anime inquiete della notte cinese. Nel Jiaba potevi veramente incontrare di tutto. E ci circolava di tutto. Tutti i tipi di sostanze stupefacenti, tutte persone stupefacenti.

Potevi riconoscere in alcuni un alone opaco, in altri quasi un luccichìo delicato. Altri ancora erano come una voragine buia. Non emanavano luce, la risucchiavano. Come se la loro energia fosse bloccata e rinchiusa all’interno di una bolla. Intrappolati da tutti i pensieri negativi degli uomini della terra. Forse erano demoni alla ricerca di qualche preda in un’ennesima notte asiatica allo sbando?

Al Jiaba (che in cinese vuol dire anche “FamigliaPub” oltre che “pub di Jah”) tutti potevano riuscire a scrollarsi di dosso, almeno momentaneamente, tutta la magia nera che aleggiava nell’aria di quel Paese dannato. Era un posto per diseredati sociali e per combattenti del Dharma. Alcuni erano esseri consapevoli, altri meno, altri ingenui. Alcuni erano destinati a una brutta fine, gridando nelle fogne di una città che uccide inesorabilmente tutti gli spiriti deboli. Avevano la morte che gli camminava dietro, si nascondeva dietro gli alberi, di fronte al fiume Funan, proprio di fronte all’entrata. Là dove si fermavano anche i bikers. E non era veduta.

C’erano molte Harley e molte Jialing, una marca di moto cinese, divenuta iconica tra i più giovani e i ribelli del Paese. Sì, quella moto sapeva il fatto suo, tutta cromata. Uno spettacolo. Facile da cavalcare.

Anche Lao Li era al corrente dell’alone opaco che inglobava le anime di città, di quella città e di tutte quelle città dove il dio denaro prevale sul dio-vita. Così anche lui aveva deciso di abbandonare la metropoli, e continuare la sua ricerca, il suo percorso verso la tanto anelata libertà, verso la pura gioia di vivere pienamente. Questa gioia, su questo eravamo d’accordo, solo la natura può donarla. Le più grandi vette, la campagna silenziosa, il deserto, la steppa e, ovviamente, il mare.

E noi tutti dovremmo tornare al mare! Dovremmo guardare il mare! Dovremmo tornare a navigare! A viaggiare sulle sue acque. E dovremmo eliminare il termine turismo dai nostri vocabolari. Il turismo ha ucciso le culture, assottigliato l’empatia dei popoli. Non c’è cosa più nauseabonda di un turista, homo insipidens, che passa graffiando i luoghi con la sua noncuranza, tracotanza e cecità da pagatore di biglietti. Morti-viaggiatori!

E Lao Li aveva capito tutto, e aveva portato con sé la famiglia, la moglie e il figlio MuMu, un violento monello, cresciuto a boccate di smog e a morsi di cibo contaminato. Un piccoletto di cinque anni sempre rasato come un piccolo bodhisattva, e sempre arrabbiato come una Essesse. Parlava con un accento fortemente sichuanese che spesso dovevano tradurmi in mandarino. Non capivo quello diceva.

Deeee Luuu Faa shushu” (Zio De Lu Fa, così mi chiamava). Era così comico.

Mi voleva bene Mu Mu, e così io a lui.

La loro casa Lao li la fece blu. Di un blu intenso come il cielo. E ogni sera potevamo prendere gli strumenti musicali che aveva portato con sé dal continente e cominciavano jam infinite, sino a che non ci reggevamo quasi più in piedi. Passavamo dal blues al reggae al rock, intentando, creando una musica nuova e singolare. Un simil reggae-blues-surf-rock tra ispirazione taoistica e pragmatismo occidentale. Eravamo taoisti del beat. Nulla sapevamo, nulla volevamo, nulla pretendevamo, ci aprivamo solo a quello che d’immensamente impensabile poteva succedere giorno dopo giorno, istante dopo istante, in quella non-dimensione. Inventavamo nella semplicità più estrema, dimenandoci nella più imbarazzante felicità e goliardia. Fumavamo erba dalla mattina alla sera e se non lo si poteva fare per una qualche ragione, o perché non c’era più erba, a nessuno interessava. Avevamo l’oceano e la musica e la fantasia. Anche i nostri muri erano semplici. Vuoti. Non parlavano nessuna lingua nota. Erano muri felici di essere muri e di racchiuderci in un ambiente intimo. Erano felici di stare con noi, perché noi eravamo felici di essere lì con loro. Una reciprocità sentimentale con la materia che gli uomini possono e devono riscoprire. Con la materia e con gli oggetti. Nostri spazi di vita.

Nulla da dire, la casa di Lao Li divenne un secondo e nuovo Jiaba, Jiaba balneare. La spiaggia stava divenendo, finalmente anche in Cina, una via di fuga per chi voleva abbandonare città affumicate di smog e di egoismo.

E ben presto molti volevano venire a suonare, e investigare il tutto, nella nostra blue(s) house.

Davanti al mare.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 4

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1