Parte Prima – Capitolo 10

Avevamo quasi finito di sistemare il bancone, e già pensavamo ai prossimi lavori da fare. Mancava sempre poco, sempre poco, ma alla fine non si finiva mai. O almeno così sembrava. Mancavano alcuni parapetti e visto che dovevamo lavorarci comunque su, pensammo di costruire un piccolo controparapetto che potevamo alzare tanto quanto bastava per fare dei vasconi lungo tutto il perimetro della terrazza. Volevamo fare delle fioriere torno torno e piantare alcune palmette o delle bauganville. Crescendo, col tempo, avrebbero potuto ammantare le balaustre e scendere a mo’ di corona sugli angoli del palazzo e salutare il mare. Sciare sui fiori, giù dal tetto fino in spiaggia, nei giorni migliori.

Poi finito il bancone, erano rimaste alcune traverse in legno e decidemmo così di fare dei tavoli artigianali. A mano. Con martello e chiodi. Tavoli vibranti, su cui fare l’amore, sotto cui nascondersi dalla pioggia, da cui vedere le onde del mare stiracchiarsi intorpidite tra un’attesa e un’altra. Tavoli ideali su cui far colare la cera delle candele, su cui polverizzare incensi, tavoli perfetti su cui mischiare alcol e giorni di vita, a sacchi.

Ma mentre lavoravo sentivo tutti quei troppi strappi emotivi che avevano sorvolato con me gli Urali, oltre l’Himalaya, sino a quello scoglio sconosciuto d’isola, caldo, appiccicaticcio, schiavo d’amore sensuale, amante dei monsoni oceanici. Là, sulla rotta delle Indie Orientali. Ecco, mi sentivo come un capitano di una nave, sì, proprio sulla rotta delle Indie Orientali! Ma forse ero potenzialmente anche io un ladro e un assassino, qualcuno che non poteva rimanere dov’era cresciuto e che doveva nascondersi e cercare fortuna. Quanto poco romanticismo c’era in quel che fecero gli inglesi da queste parti! Non è così? Non ce n’era.

Luoghi-tornadi-d-energia, che tu preghi per restare vivo di notte, mentre fuori soffia la rabbia della Terra, e non sai chi invocare Gaia o Dio, non sai bene, e così bevi, cercando di dimenticare tutti i nomi, consapevole del fatto che tanto, il mattino si leverà sempre, in qualunque modo, anche e soprattutto, senza di te.

Troppe tensioni e troppi graffi sulla pelle, troppe notti insonni e troppe albe indelebili, partendo da Roma fino al terzo anello di Pechino, lungo il mostro portuale della commerciale Tianjin, verso il sud-est dove i reattori nucleari risucchiano le nuvole in nubi di grigio di Hangzhou, e ancora verso le strade brulicanti di deformi e sciatti straccioni a Zhengzhou. Tutte anime, sì, tutte morte! Viaggeremo oltre ogni strada del mondo, oltre ogni highway sessantasei e quando le gambe non ce la faranno più allora cammineremo con ginocchia e braccia, saremo bretelle spirituali tra uomini e uomini, tra città divise e città vicine. Che vi piaccia o no.

E quelle strade del mondo confluivano mischiandosi all’interno delle venature dei nostri legni, delle nostre traverse. Legni che mai avrebbero pensato di essere “quello scelto”, “legno eletto”, legno che crea bellezza, legno che guarda l’oceano da posizioni privilegiate, distanti solo spazio, ma non tempo. Fratello, questo lo sai? Accarezzare questo legno, sotto le dita, era come sfiorare una pelle di donna, nei posti più segreti e più sensibili. Vederne le venature fluire e confluire, con colori e voglie di spasmodici desideri, colori vibranti e diretti, rende redenti. Mentre fuori il mare aveva solo voglia di mare e l’Oceano Pacifico si mescolava caramente a se stesso  e si rigirava come nel suo letto al mattino riscaldandosi, guardando il sole. Qui che non ci sono gabbiani. Ma allora qual’è il mio presente? Sono ancora davanti quelle balaustre a scrutare attento il mare? Mentre le barche, rade, dei pescatori potevano andare e tornare lente, così, con la marea, portando tonni, squali, tartarughe.

“Bisogna pur mangiare! Noi mangiamo quel che peschiamo! Quel che ci dona il mare…” mi disse un giorno un pescatore mentre mi guardava dritto negli occhi, con i suoi occhi rossi, iniettati di sangue, strafatto di sole e di sale, di vento e di oppio, indicando con la testa nella direzione dell’acqua. Mi stava offrendo il frutto della sua fatica, della sua ansia di fallire, di non portare nulla a casa. Mi stava donando un pezzo della propria carne, un sacrificio maya: aveva catturato un delfino e lo mangiò con me. Non potevo rifiutare la sua sofferenza. Quella era caccia, quella era pesca, si chiamano vita! In quella crudezza si manifestavano connessioni ancestrali tra uomo e natura, tra vita e morte. E quando si esce dalla città, dalla civiltà e ci si depura da tutto il lordume che la società di massa ci butta addosso giorno dopo giorno, solo allora ce se ne rende pienamente conto. Mangiai quella carne di delfino come se fossi steso sull’altare del supplizio, come fossi un toro, in attesa della morte, sotto lo sguardo di Mitra. Noi che siamo tutti Mitra e tutti toro. Cannibali di noi stessi.

Comunque. Ci sono strappi nell’anima che rimangono latenti e che mai si rimarginano, né si possono ricucire. Non varrebbe la pena tentare, sono tagli insanabili. Tanto vale lasciare le ferite aperte. Far nascere larve dalla putrefazione e rinascere nuovamente. Forse proprio l’essere spacciati alla fine cura. Si chiama accettazione del male, accettazione del dolore. Accettare per superare con l’energia del bene il cambiamento spirituale di stato del male.

Noi questo facevamo trasportando legni marci, duri, sani, corti, larghi, spessi, lunghi. Legni umani, mentre Virgilio diceva a Dante “non ti curar di loro ma guarda e passa!”, come dei Cristo non potevamo neanche esser messi in croce perché i legni li avevamo usati tutti per fare il bancone. Eravamo troppo estasiati! Alcuni erano legni di bara, legni che avevano visto la marcescenza del corpo umano. Che avevano veduto l’anima andare via, decollare e ridere librandosi tra i rami degli alberi della spiaggia, confondendosi con la luce.

Non potevamo però usare proprio i pezzi di legno delle bare. Essi emanavano delle vaghe luminescenze giallo-verde d’energia. Avrebbero soffocato la gioia delle nostre bagorde notti, dei nostri amici e dei nostri clienti. Avrebbero invaso di morte la vita. Invece noi dovevamo invadere di vita la morte. A maggior gioia.

Sissignore, dovevamo appoggiarci sui nostri sogni di vita, appoggiati sulle balaustre fiorite, guardare il gancio in ferro pendere come uno strallo di prua di una nave a vela, immaginarci di dondolare fino alla fine del mondo, fino allo scadere del tempo. E noi questo facevamo. Come da istruzioni. Avevamo raggiunto la pace dei sensi attraverso il contatto con lo spirito della materia, lo spirito del luogo e lo spirito dell’Oceano Pacifico, con le sostanze di potere e le emozioni che la natura ci offriva. Quanta perfezione si rivela in questo modo!

Noi surfisti scivolavamo come spiriti, perché siamo spiriti, con le nostre tavole sotto braccio, tra i vicoli del villaggio, e questa scena si ripeteva all’infinito come una preghiera, come un mantra. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.

Quasi ci nascondevamo, non volevamo essere notati, a maggior libertà di tutti. Volevamo una libertà radicale, oltre ogni argine e regola. Sorprendendoci nel suo successo. Volevamo la libertà di chi rifiuta ogni sistema, ogni invadenza culturale, che rifiuta quella morsa allo stomaco. Quale morsa? Lo strappo che il visibile, l’ovvio, la percezione condivisa di atti sociali errati, crea in ognuno di noi, condizionando così la nostra vera vita, quella invisibile, interiore che si ripete infinitamente.

Solo così ci si può rendere conto di cosa combiniamo, dei guai che abbiamo commesso, delle sofferenze che abbiamo causato. Dovevo allontanarmi a squarciagola da chi pensavo di essere. Un ottimo metodo, per riuscire ad alienarsi da sé per me è stato lavorare i materiali. Ora et labora.

Ora, non rimaneva che sistemare le pareti interne del lounge bar. Bianco. Dovevamo fare tutto bianco. Avevamo anche pensato al blu, ma avrebbe cozzato troppo con i colori cangianti, multipli delle canne di bambù. Sanwa mi lasciava stare su questo, ero io il creativo, l’italiano. Decisamente colpa di Dolce&Gabbana. Mi mancava solamente un foulard attorno al collo, il bocchino in mano e avrei potuto, con la evvemoscia, impartire ordini creativi fingendomi omosessuale. Che oggi come oggi, al di là della bravura, se non lo ostenti, non hai successo. E guai a dire il contrario.

“DeLuFa, lo sai su questo hai carta bianca!” mi ripeteva Sange. Decisi per il bianco, coerentemente in sintonia con le sue parole.

Bisognava sistemare qualche parete prima, così preparai personalmente la malta. Avevo sempre desiderato farlo. Come un bambino sulla spiaggia. Presi il mio secchiello e la mia paletta, acqua quanto basta e cominciai a mantecarla, mantecarla per poi posarla. Volevo sperimentarne la pastosità, notare come andava a creare linee e curve, come si confaceva, come si adattava alle diverse inclinazioni delle superfici, degli angoli dei muri, delle colonne, del pavimento. Ero sporco, lordo, mi ci sarei coperto di malta. Avevo mani e piedi inzozzati e mi sentivo bene, ero un provetto creatore. Così si doveva esser sentito Dio dal lunedì al sabato. Solo che a Lui veniva meglio. Ma potevo ritenermi soddisfatto anch’io. Non c’è cosa migliore, sensazione più appagante per un uomo, di quella di far prender forma ai propri pensieri, sotto i propri occhi, tra le proprie mani. Un po’ come avviene per gli scultori, i pittori, i contadini, gli edili, gli alchimisti. I surfisti… sotto i piedi.

Il giorno in cui finimmo i lavori vi era pace. Era una splendida giornata d’inizio estate, ma quella calma faceva presagire tempeste lontane. I tifoni ormai si delineavano chiaramente all’orizzonte anche se non potevamo ancora vederli, potevamo percepirli. L’aria era carica di elettricità e una serenità che solo un’estate senza fine può donarti. Chiudendo gli occhi ancora adesso posso rivivere quella semplice imperturbabilità. Atarassiaportamivia.

Un leggero languore, sotterraneo, però mi ricordava sempre d’essere di passaggio, di non poter capire in fondo, di non essere ancora pronto, mi dava una leggera tensione. Paura di perdere qualcosa, quella sensazione divina di tonda realizzazione.

Dovevo in tutti i modi smettere di cercare una ragione a tutto.

Perché il troppo cercare spesso non mi rivelava un bel niente. Solo guai. Avevo bisogno di smettere di pretendere di capire. Rinunciare alla ricerca. Ci stavo provando. Per questo mi ero messo a fare malte e spostare travi di bare. Mi sporcavo le mani, per pulirmi l’anima. Ora il lavoro era finito. Ma addosso, e dentro, c’era ancora qualche macchia.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 10   

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Parte Prima – Capitolo 5

Finalmente il camion, dopo una settimana d’attesa, arrivò.

Blu scuro, sgangherato e rugginoso, era uno dei camion più belli che avessi mai visto. L’autista masticava binglang, l’aiutante masticava binglang. Chiesi loro una binglang visto che ci aspettava un gran mazzo, almeno mi avrebbe dato un po’ di euforia durante la fatica. Dovevamo scaricare prima tutto il bambù e metterlo da qualche parte lungo la strada così da permettere loro di andare a casa. Poi dovevamo portarlo su, piano piano, smistandolo tra il secondo, il terzo e il al quarto piano della palazzina, dove poi ci avrebbe aspettato un altro gran mazzo: esaminarlo, selezionarlo, stoccarlo, riselezionarlo, pulirlo, segarlo, abbracciarlo. Volendo, anche baciarlo (io lo baciai, era splendido). Avete mai visto quanto è bello il bambù che arriva con guidatori strafatti di binglang in un perfetto ora? Non puoi non volergli bene a quel bambù, bambù sacro, e non puoi non volerlo baciare. Fu un lavoro duro e bellissimo.

“Dai Sange! Coraggio!! Ci penso io a quelle canne là! Quando non ce la fai più dimmelo che ti tiro appresso quell’altra catasta! ” per tirargli su il morale del lavoro. “Ma va va! DeeeLuuuuFaaaa!” con il suo solito accento sichuanese, lo stesso di MuMu, lo stesso di LaoLi.

Spostare bambù era un lavoro rumoroso.

Tutto il villaggio aveva infatti cominciato a curioseggiare attorno a questo straniero pazzo che masticava binglang, come facevano loro, e indicare quell’altro, il cinese, il forestiero del Sichuan, Sanwa, quello sempre con la faccia imbronciata.

Facevano sorridere gli anziani e rotolare a terra dalle risa i bambini più piccoli. Le ragazze invece guardavano i nostri muscoli tesi. Eravamo due Adoni, belli come il sole, in confronto ai piccoli uomini locali. Per lo più bassottelli, magri come chiodi con le pance gonfie di birra.

In tensione muscolare continua, il sudore colava luminoso sulla nostra pelle. I muscoli si ingrossavano, mentre noi potevamo sentirli diventare sempre più grandi, sempre più grandi. Avevo perso molti chili in quei giorni d’intenso lavoro, senza accorgermene.

I bambù in compenso stavano beati sul selciato, in attesa, asciutti. Lunghi, verdi gialli, sembravano non finire mai. Ed effettivamente non finivano mai! Ce n’erano sempre di altri, sempre di nuovi. Altri e altri ancora ne venivano scaricati di continuo dal cassone posteriore del camion blu ruggine.

Lunghi fino a cinque metri, avremmo potuto provare a iscriverci ad una gara di salto in alto, alle successive olimpiadi isolane. Ma non ci sono olimpiadi isolane ad Hainan e il nostro era un lavoro che nessuno mai avrebbe istituito o riconosciuto. Mai.
Ci sentivamo però carichi di energia e di volontà . Eravamo superuomini, con una forza mostruosa e non solo grazie alle binglang.

Non avevo mai pensato di poter avere una tale forza, eppure l’avevo, sorprendendomi. Quell’energia era sempre stata là, noi tutti l’abbiamo, ne sono certo.

In realtà non sentivo di star lavorando su dei bambù. Era come se gli stessi bambù non esistessero per nulla. Non c’era nessun bambù. Tutto era nella nostra mente. Stavamo usando il cuore, stavamo creando non solo qualcosa di materiale, manipolando la materia, ma soprattutto creando dall’immateriale un sogno. Attraverso i bambù i nostri sogni stavano divenendo realtà. L’ho visto. Questo abbiamo fatto. Così come quando decisi di abbandonare l’Italia anni e anni addietro, quando decisi di fare della mia vita poesia, non solo di scriverla. Queste cose tu già le sai. Io, dal canto mio, dovetti passarci attraverso per rendermene completamente conto.

Le giornate cominciavano tutte con uno splendido sole.

Sempre più vicini, lontani ancora quanto bastava, erano i monsoni, che da Maggio fino a Ottobre spirano in tutto l’arco di mare. Lo sanno bene i marinai.

Al risveglio, la prima cosa da farsi era gettare un occhio al mare. Alla grande Baia dell’Imperatrice, per vedere se il l’oceano regalava onde degne di essere amate SU-BI-TO. A discapito dei lavori di ristrutturazione del nostro piccolo ostello, ovviamente.

Dopodichè, prima di continuare un altro lungo giorno di lavoro, facevamo una ricca colazione da imperatori. Con Millemille calorie in un sol fiato. Frutta, frullati, miele, caffè, uova, marmellata.

Pensavamo di cavarcela in circa un mese di lavoro. Non dovevamo infatti smantellare o demolire nulla, la ristrutturazione non era strutturale. Ma quello era per noi il nostro mese titanico. Per noi era uno scavo, un continuo scavo, come un “om” piatto o un “hu” profondo. Dovevamo riuscire a cacciar fuori tutto quello che avevamo dentro. Anche solo tagliando, legando, lavorando delle semplici canne di bambù. Semplicemente così. Cavalcavamo questa tensione che a quelle bibliche latitudini raggiungeva apici di rispetto. Ci trovavamo, misteriosamente, come in un incrocio di linee invisibili, in un reticolo cosmico che sembrava donare equilibrio alla psiche collettiva. Lì dove il sole incontrava l’orizzonte a Oriente. L’ultimo lembo di terra d’Asia. Tutto poteva accadere. E noi dovevamo districarci in questa semplice e necessaria impresa reticolare per far sì che un mistero ci venisse rivelato. Una sorta di prova. Bisognava lavorare la materia e liberare energia e respiro.

E per tutte le notti a venire, e per quelle passate, se mi mettevo bene in ascolto di questa tensione, nessun suono si poteva sentire due volte uguale. Vi era però come una eco senza eco in un plasma solido che risuonava. Quello della vita. E così mi muovevo come un uomo-pesce ignaro di navigare in un oceano sterminato di luce. Quel che sto scrivendo è esattamente quel che era. Prendetemi alla lettera, capito?

Il piano terra (che in Cina è considerato primo piano) era, come avevamo spiegato, ancora abitato dai proprietari, e non potevamo toccarlo. Ogni volta che passavamo davanti il loro ingresso, sempre rigorosamente aperto, la famiglia era tranquilla, quasi anestetizzata. I bimbi giocavano senza giochi e la tv mandava a rotazione sempre gli stessi cartoni animati. Anche i loro personaggi erano molto gialli, come i bambini che s’intrattenevano a guardarli. O forse era solo il riflesso del sole sullo schermo della tv.

Il secondo piano (equivalente al nostro primo piano) era invece, come anticipato, a nostro uso e abuso e dovevamo renderlo quanto più selvaggio possibile. Sanwa, a cui era piaciuta la mia idea di creare due stanze dormitorio con i muri in bambù, era sempre più euforico, perché ora dovevamo realizzar tutto. Ci sarebbe così stato un un lungo corridoio centrale che sfociava poi, in fondo, direttamente su quel balcone posteriore. Quello che dava sull’orto di un vicino mai visto. Sulla sinistra già c’erano due ampie camerate con bagno e fortunatamente e non avevamo molto da fare. Avremmo successivamente solo dovuto montare dei letti a castello, in legno, come suggerito da Sange. Questo solo alla fine. Dettagli.

La prima cosa era procurarci metri e metri di corda di canapa per legare i singoli bambù, tagliati tutti alla stessa altezza (circa due metri e mezzo) per creare i muri a mo’ di fortino indiano. Dovevamo ricordarci di aprire due porte al loro interno, altrimenti nessuno sarebbe riuscito a entrare o uscire da queste gabbie.

Non avevo mai creato una parete né di bambù né di qualsiasi altro materiale, e all’inizio non fu per niente facile coordinarci o individuare il metodo corretto per legare le singole canne, fianco a fianco. Ma solo così avremmo avuto la nostra desiderata foresta, la nostra jungla privata.

Dovevamo riuscire a creare con gli oggetti, con gli odori dei materiali, un senso di vaghezza e di libertà insolite, un’immagine primordiale. Così come anche un’angoscia inspiegabile. Senso di timore iniziale. Specialmente nel buio della notte, quando qualcuno ci avrebbe dormito dentro. Volevo incanalare quel potere del fluire della natura, inserendolo negli strati della materia interna di un palazzo.

Al terzo piano (cioè al nostro secondo), invece, avremmo lasciato la struttura così com’era. Avevamo pur bisogno di un luogo in cui ritrovarsi e fingere di essere normali, oltre ancora, la zona comune del lounge bar del piano attico.

Volevamo lasciare dei divanetti appartati, dove la gente sbronza, le coppie, gli uomini e le donne, le droghe e l’alcol, potevano mischiarsi liberamente in un’unica placenta infernale. Paradisiaca. Il nostro paradiso d’intenti. Sì perché l’unico modo per acquistare coscienza era dimenticarsi di tutto e di tutti. Questo avevamo inconsciamente stabilito. Dal piano superiore, la musica si sarebbe irradiata in tutti gli angoli del terzo piano, creando lontananza e vicinanza. Risonanza. Suono plasmico.

Attutito.

L’attico lo avevamo lasciato per ultimo. Avevamo bisogno di ordine mentale. Avanzare di gradino in gradino.

Non so perché, ma Sanwa volle fare un pavimento rialzato sul lato destro dell’ingresso dell’ultimo piano. L’idea comunque m’intrigava. Cambiava la prospettiva visuale e le sensazioni di coloro che si rilassavano in quella zona. Specialmente per me che ero già diversamente alto, l’idea di vedere tutto da venti centimetri in più già mi piaceva.

Sange voleva far diventare quell’area, la sua zona preferita. La zona del tè, della meditazione e del fumo dei giorni di pioggia. E così fu.

Nei mesi a seguire ci riunivamo spesso là, gambe incrociate, per prendere decisioni, per fare i conti degli incassi, per parlare degli acquisti degli alcolici, decidere quasiasi cosa. E durante le notti temporalesche, ci davamo appuntamento per vedere un film su di una grande, grandissima televisione a schermo piatto treD che Jiya, l’altro nostro socio, aveva portato dal suo locale, in Mongolia Interna. Aveva fatto tutta quella strada da Hohhot fino a Sanya, in macchina. La bellezza di tremilacinquecento chilometri in un furgoncino malconcio, sporco della sabbia del Gobi. Incredibile come riuscì a rimanere insabbiato lungo l’intero tragitto. Sembrava pioggiarifrangente. Pulito da laogai (campi di concentramento cinesi). Ma forse la sua auto produceva sabbia. Ne fuoriusciva in continuazione da tutti i suoi interstizi meccanici e colon tubinici. Aveva portato la macchina tutto il tempo completamente strafatto di marijuana, guidando la sua mariamobile fluttuando sulla strada.

Era un tipo silenzioso, Jiya, ma gaudente. Acuto come solo un cavaliere di interminabili spazi mongoli può essere. Si affezionava alle cose, apparentemente meno alle persone. Forse perché le persone muoiono, mentre le cose deperiscono, e questa cosa lo faceva sentire meno tradito dalla vita. Avrei dovuto chiedergli di più . Avrei dovuto investigare meglio l’universo che gli balenava dentro. Era misterioso e non solo per via del THC che continuamente gli fluiva nelle vene e nel cervello.

Proveniva dalla regione autonoma della mongolia e, come anticipato, dal capoluogo, Hohhot. Lì , gestiva un locale underground, nascosto soprattutto dalla polizia e dal controllo locale. Il White Castle.

Avete mai visto un mongolo suonare l’ukulele e colpire i topi con punte di freccia da distanze di diversi metri, nella semi oscurità di un locale? Jiya si divertiva a farlo, per alzare le mani in segno di vittoria con l’espressione di John Belushi. Tutta la gente del locale lo acclamava, per poi rimettersi subito a bere al bancone.

Prima di lui avevo conosciuto già un mongolo, durante i miei giorni di Pechino. Quando studiavo alla BLCU, la Beijing Language and Culture University. Eravamo soliti ritrovarci con gli amici al BlaBla Bar, un locale per studenti, frequentato soprattutto da stranieri, da expats. Ma in quel periodo solevo sbronzarmi particolarmente con cinesi, coi coreani e, appunto, mongoli.

Proprio una volta venni semi-assalito da uno di loro solo per aver chiesto ingenuamente “quindi sai andare a cavallo?”. Mai porre questa domanda a un mongolo ubriaco. Mi salvai offrendogli due giri da bere. Cosa che apprezzò tantissimo e rimanemmo amici per anni.

Ho già detto che Jiya non rideva spesso. Anzi, si potrebbe quasi definire un tipo serio. Ma quando lo faceva, rideva di gusto, e a pieni polmoni. Era come se la risata scaturisse dal suo aver visto troppo del mondo. Come se si decidesse talvolta di prendersi delle pause e di lasciarsi alle spalle tutte le brutture che lo opprimevano, impedendogli il riso. Lui conosceva la bellezza del mondo, sapeva quanto fosse bello e come fosse necessario dimenticarsi di tutto, edonizzarsi. Imbestialirsi se necessario, per difendere il proprio io di bellezza. Aveva vagato molto per il suo deserto. Il Gobi. Sapeva uscire dagli schemi imposti, dalle aspettative degli altri e rendersi libero, come solo un cavaliere mongolo che cavalca nella steppa, che impugna l’arco e che libra la sua ultima, scintillante freccia nella tempesta, nel vento carico di elettricità e di sabbia, sapeva fare. Sabbia elettrica e schiocchi di freccia. Come resistere a tutto questo? Come non ascoltare il richiamo dell’ignoto? Come non ridere e non strafarsi al chiarore dell’enigma? Jiya era un illuminato.

La sua presa di coscienza era una conseguenza del suo avventurarsi nell’ignoto, dove tutto risiede. E Jiya lo sapeva. Lo aveva visto nelle notti nel deserto. Lo sapeva e per questo taceva. Spesso mi scrutava, abbassando leggermente gli angoli della bocca, in un’espressione mista di simpatia e odio. Di comprensione e minaccia.

Avrei dovuto guidare con lui lungo tutto il viaggio, aiutandolo a lasciare la scia di sabbia del suo furgone e far perdere le sue tracce alle brutture del passato, attraversando tutte le sterminate e malsane autostrade cinesi, dove si muore per troppo poco. Tanto, uno più, uno meno!

Ma Sanwa e io dovevamo andare avanti con i lavori e non potevo lasciarlo solo. Non avrebbe mai fatta in tempo per la stagione. Per quale stagione? Cosa voleva dire essere pronti per la stagione? Accogliere carovane di turisti o viaggiatori australiani, malesi o americani? Portare manager confusi e insolventi lungo spiagge desiderose d’amore? Dovevamo veramente aiutarli a giocare un gioco che non comprendevano ancora? Non importava, dovevamo andare avanti. Ce lo richiedeva la natura delle cose. Dovevamo vedere cosa sarebbe successo dopo. Non era una questione di soldi. O almeno non lo era per me. Non in quell’occasione. Non là. Rifuggivo il concetto stesso di denaro. Era come se scottasse nelle mie mani.

Ma come potevo insegnare, facendo surf, a rifuggire il denaro a chi invece costantemente lo rincorre per natura? Come trasmettere il senso profondo della libertà dalla ricchezza e dal possesso a chi non brama altro che ricchezza e possesso?

Dovevamo continuare a lavorare, a lavorare su noi stessi per regalarci al mondo e agli altri, tramite un sogno, ma forse stavo solo creando la storia di questo libro?

I tramonti scandivano la fine delle giornate di scavo spirituale e ci permettevano di abbandonare momentaneamente attrezzi e sudore, e di prepararci alla sera.

Sere fatte di corpi seminudi, di corpi semivestiti e di luccichìo di pelli, sudate e pronte ad afferrarsi, a strusciarsi l’un l’altra. Notti tropicali di liquidi corporei. Umidità corporea. Sangue e whisky, sudore e amore. Petto nudo, che non coprivo mai. Non coprendo mai il cuore.

Quando sul tardi ci ritrovavamo su, al quarto piano, tutto si faceva più chiaro. Dovevamo essere là per concepire un ideale. Per dare fisicità a un ideale. All’ideale della fratellanza universale, in un buco di straccio di terra, al confine dei mondi. Non è forse al confine che si delimitano i contorni? Non è forse al confine che tutto torna più chiaro? Al limite, al confine, alla fine abbiamo possibilità di guardare oltre e alle spalle, possiamo fare un passo in avanti o uno indietro, uno avanti, uno indietro, e se non abbiamo capito bene, se qualcosa non ci è chiaro… due avanti… o due indietro. Su quel limite siamo compagni degli amici e dei nemici, degli alieni e degli umani, si può diventare esploratori ed esplorati, Indiana Jones e arca perduta, lato oscuro e lato buono della forza. Il confine è sempre stato il punto in cui sono nato per essere. Senza vie di mezzo. Il confine. Confine degli eccessi.

Così cavalcavamo il confine della notte, il confine della vita, di una redenzione buia, nelle cavernosità delle possibilità. Cercavamo possibilità di vita, scandagliando il nostro malessere sociale. Eppure di avventura si trattava.

La più possente e totalizzante che si potesse fare. Con la propria vita, senza scherzi e senza mezze misure. Dovevamo fortificarci nel cambiamento! Potevamo farlo solo denudandola e plasmandola a somiglianza di quello che avevamo visto, soli nei nostri sogni più radiosi.

Tutti i cinesi che si trovavano con noi, gli stranieri, tutti i banditi o i diseredati, tutti erano alla ricerca di sé. Tutti, incluso Sanwa, che nonostante la sua scorza dura e inintellegibile di uomo di mondo, amabile, era anche un uomo pericoloso. Un serpente con il rossetto. Senza denti. Il veleno era a parte, in un barilotto, come fanno i cani sanbernardo che se la portano al collo, per usarlo con discrezione, non visti, senza mani, senza dita. Sanwa avrebbe potuto e saputo avvelenarci così , per lui sarebbe bastato poco. Cosa aspettarsi da un ex malavitoso?

Ma è pur vero che Sange ci stava provando a cambiare vita, come tutti noi. Stava provando a rinnovarsi l’anima. La sua non era quindi una semplice fuga sociale – non sperimentava neanche sostanze stupefacenti, gli bastava l’alcol – era un ricercatore lucido. Lucidamente spietato che, attraverso il lavoro fisico, il sudore, il non sapere, la scoperta, le onde e la potenza dell’oceano cercava di risorgere come una fenice tropicale, su di una tavola da surf o sulla sommità di una nave di bambù. A Houhai.

Ecco tutto già alle nostre spalle!

Certo non volevamo cambiare il mondo, come avremmo mai solo potuto pensarlo? Volevamo cambiare noi stessi, cambiare la prospettiva da cui guardavamo la vita e, magari, poi influenzare altri, avviare un movimento liberatorio. Volevamo mostrarci diversi, cambiati, avere riflessi di cambiamento su riflessi. D’altronde non potevamo insegnare nulla, potevamo solo scoprire connessioni, sincronicità, misteri, dettagli, indizi. Stavamo scroprendo di non sapere nulla, potevamo per questo solo continuare a imparare. In silenzio.

Ci vogliono comunità e silenzio.

Nuove comunità del silenzio, in cui gli uomini ritornino a conoscersi nome nome e non siano più alienati, diffidenti, deumanizzati. Poichè solo riuscendo a cambiare noi stessi, cambiando la nostra coscienza, potevamo veramente cambiare parte della marea di fatti umani che ci inglobavano. Dovevamo provare a creare quel che era dentro di noi. Il nostro mondo. Il nostro mondo, che è dentro di noi, quello che altrimenti come potremmo mai vedere? Che è dentro la nostra coscienza.

Dovevamo liberarci, in primis, dalla voglia di potere e di denaro. Perché le persone legate al potere esteriore sono le più spaventate dalla liberazione dell’estasi di una coscienza espansa? Perché forse sanno, forse hanno intuito o sentito che, una volta aperta quella porta, quella della coscienza profonda, l’unica conseguenza possibile è perdersi, perdere il significato dei punti cardinali. Tutto assume nuove accezioni, i significati mutano, il valore si ritrae. A questo punto non si può solo che rinunciare a tutto il potere e a tutto il denaro dietro cui, prima, tanto si nascondevano. Tronfi e
fagocitanti, impegnati in una ricerca cieca.

Senso unico ad andare! Signore e signori! Strada senza uscita! Prego, fate attenzione al gradino!

E noi? Noi ci eravamo già perduti, inesorabilmente. Sì, avevamo assolutamente dovuto ricercare le radici profonde del sé . Ma un momento. Forse che sia venuto un giorno da noi qualcuno a dirci di impegnarci in questa ricerca invisibile? Perché avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per cercare qualcosa che noi stessi e, probabilmente anche voi, non sappiamo ancora cosa sia? Che cos’è questo anelito che ondeggia dietro la linea dell’orizzonte visibile? Come un pendolo che va su e va giù e che ci ipnotizza, tentandoci.

Comunque ormai eravamo stati decici. Il che può sembrare strano, passivo o forse buffo. Ma in realtà, il nostro era un puro wuwei (un non agire) che si faceva azione nell’atto stesso di essere, contrapponendosi a tutto quello che non eravamo. Al nostro non-essere. Ci stavamo continuando a perdere o forse già avevamo iniziato a trovare qualcosa di noi? Stavamo demolendo o già costruivamo una nuova e incantata architettura di noi stessi?

Eravamo bambini in attesa della notte di Natale della coscienza, lavorando la materialità in attesa dell’epifania del nostro essere, ritrovato nel buco del culo del mondo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 5

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