Parte Prima – Capitolo 12.2

Una distesa di cemento, di vetro e di acciaio oltre ogni immaginazione.

Una prova della vista e della vita. Chongqing si gonfiava come un pulsare della materia dentro la materia a dire “Signori, voi non potrete vincere! Non potete opporvi! Perciò piegatevi! Piegatevi tutti al mio giogo! Non potrete mai farcela! Vedete? Guardate cosa vi offro in cambio: cibo, sesso e gioco d’azzardo! Venite su! Venitee! Venite a meee!”.

“Che cosa te ne pare? Non è una vera catastrofe umana?” mi domandò ridendo con i pollici sotto le due spalline del suo zaino, uno a destra e uno a sinistra, mentre camminavamo sul marciapiede, “nessuna persona sana di mente potrebbe resistere a lungo in questo posto senza cedere alla pazzia. Io non ce la facevo proprio, sai? Non respiravo, mi mancava l’aria… guarda l’orizzonte… – indicandomi col dito lo skyline della città – su, là per quelle colline… che cosa vedi?” continuò guardando a est. Strizzai gli occhi per guardare meglio, nonostante i miei occhiali “Grattacieli e grattacieli e palazzi, solamente palazzi e grattacieli. Grigio, fumi e nero…” risposi con un misto di disgusto e di tristezza.

Sembrava un avanzare di melma fin l’orizzonte. Non era ancora buio, il nostro volo era atterrato di giorno e avevamo preso al volo un autobus dall’aeroporto fino al centro città, giusto giusto poco prima che chiudesse le porte d’ingresso. Ajie voleva andare da alcuni vecchi amici. Aveva qualcosa in mente forse, anche se magari era solo la mia impressione e non c’era nulla di deciso. Comunque nulla sapevo di quel posto e a dir la verità neanche mi interessava sapere dove stessimo andando. Lo stavo accompagnando in un certo senso. O forse era lui che accompagnava me. Voleva mostrarmi qualcosa. In quel vagare senza meta, camminavamo a ritroso nei suoi ricordi. Tutto quel che aveva già visto, già rifiutato, già vomitato. Era un’ulteriore conferma per lui. Vedeva anche nei miei occhi e nelle mie poche parole, che seguivo i battiti del suo cuore passo passo.

“Già – prese una lunga lunghissima pausa – hai capito, DeLuFa, eh? – guardandomi amaramente – questa è la grande Chongqing! Una città in cui gli uomini si massacrano tra di loro, senza neanche sapere il perché e senza neanche accorgersene! Non sanno neanche se sono vivi o sono morti! Un’allucinazione collettiva di gloria vomitevole! Ma noi no! Oooooooh noi no, amico italiano! Ora ho te, e tu sarai la mia guardia del corpo! Io ormai non ho più paura! haha!”.

“La tua che?” lo guardai divertito, calciando un brik di cartone accartocciato per terra. Qualcuno aveva bevuto un succo e lasciato il suo segno sul marciapiede come se sapesse che qualcun’altro – io – avesse avuto bisogno di calciare il suo brik.

“La mia guardia del corpo, il mio bodyguard con il pullover di peli. Sei italiano tu, no?”.

“Embè?!”

“Ecco tu sei il mio bodyguard mafioso italiano peloso! Non oserà toccarci nessuno qui, vedrai, avranno tutti paura di te con il tuo maglione da gorilla e temeranno anche me!”. Non smetteva di dire idiozie. Meglio così. Talvolta è meglio ridere.

“Ma dai che non ho tutti questi peli!”.

“Questo lo dici tu!” continuando a ridere e accelerando un po’ il passo.

Intanto la strada proseguiva in salita con un lunga curva sulla destra, nel cui centro, si stagliava un palazzo veramente imponente: una SPA formato Hollywood. Scritte al led alte metri inquantificabili illuminavano l’intero angolo di strada, attirando falene e clienti arrapati carichi di soldi.

Chongqing è piena di salite e discese, centri massaggi e una miriade di piccoli e grandi ristorantini. Al centro città, scorre un grande fiume (grande dal punto di vista europeo sicuramente). Su cui una distesa di chiatte, in attesa, ferme, aspettano, alcune lentissime, con movimenti quasi impercettibili, come se non ci fosse corrente e movimento. Vanno da qualche parte.

La linea dell’orizzonte era inesistente, spezzata di continuo da filari semininterrotti di grattacieli e cartelloni pubblicitari; scenario che spesso ricercavo nei film, be’ ora era là.

Grattacieli mangiauomini. Bunga Bunga. Eppure avevo già vissuto a Pechino, ci ero stato anni, avevo viaggiato in lungo e in largo per la Cina orientale, quella più industrializzata, quella delle città più brutte, dei grandi centri urbani coi soldi. Ma Chongqing indubbiamente era un mostro sconfinato di cemento. Oltre ogni immaginazione. Non riuscivo infatti a capacitarmi di come oltre trentamilioni di persone potessero incrociarsi e vivere così strettamente, le une con le altre, senza uno straccio di natura e di primordialità. Non c’era uno straccio di verde. Solo cemento e gru per altre costruzioni e nessuno che dicesse niente.

Vedevo donne e uomini camminare per le strade quasi fossero fantasmi. Rassegnati a una dannazione eterna. Il tronco stabile, fermo, le braccia lungo i fianchi morte. Le gambe, movimenti lenti e monotoni, lungo le stesse salite e le stesse discese, giorno dopo anno.
Effettivamente le donne erano molto belle. Una percentuale di bellezza altissima.

Sembravo un invasato. Ogni volta che ne incrociavo una, camminando sul marciapiede, giravo la testa per seguirne l’andamento dei capelli sulla schiena. Erano capelli lunghi che scintillavano con tutte quelle luminarie e tutti quei led dei ristoranti e dei locali sulla strada. Ero in un incubo. In un incubo in cui l’unico sollievo era il sesso o l’oblio. Sentivo quasi già il freddo della pietra incombere su di me. Dovevo andare oltre, quanto prima, andare avanti, non dovevo pensarci troppo, sarei diventato un mostro, un mostro d’inferno, l’anima mi si sarebbe strappata via da sola.

Loro, gli altri passanti, a differenza di me, non guardavano mai. Era come se non riuscissero a vedermi. Come se fossi un invisibile fantasma per loro. Avrei anche potuto afferrarli per vedere se mi fossi davvero ritrovato le braccia al petto cadendo fragorosamente a terra. Io-ectoplasma. Io spirito del viaggio ectoplasmico. Viaggio astrale. Ero e non ero, stavo e non stavo, pensavo e non capivo, capivo senza pensare. Scorrevo su un lungo, infinito tapis roulant ai cui lati i palazzi, le costruzioni, i ponti, i fiumi, i popoli e le vite si alternavano, s’intercambiavano in lungo, su di un palco. Una scenografia di cartone per il mio viaggio transuranico. Era tutto nella mia mente. Tutto avvenne senza essere avvenuto. Soffiatemi sul viso. Soffi sul viso, i loro respiri luminosi. Sino all’ultimo attimo. Soffi sul viso.

“Dove mi stai portando Ajie? Sono ore che camminiamo”.

“Non preoccuparti, siamo arrivati. Andiamo a trovare un vecchio amico. E poi voglio portarti a una festa se c’è ancora, non lo so se la fanno quest’anno. Ma se ci sarà… allora si che ci divertiremo!” disse guardandomi con l’aria di chi sa un segreto che non può rivelare subito. Ché come le migliori rivelazioni, c’è sempre da aspettare. “Da questa parte DeLuFa. – indicandomi qualcosa più in là – siamo quasi arrivati, vedi quel ponte?”.

“Sì!”.

“Ecco il nostro posto sta là sotto.”

Tai hao le! (Benissimo)”. Dissi contento di essere arrivato da una qualche parte che potesse essere considerata un momentaneo arrivo.

Mi affacciai per osservare il fiume, alla mia destra, i soliti grattacieli e le luci del tramonto, lontano a occidente. Non c’erano nuvole, ma una nuvola continua, ininterrotta, che si intrufolava lungo le verticali dei palazzi.

Distolsi lo sguardo. Non avevo già più nulla da vedere. Era troppo per me. Animo fragile. Disadatto alla complessità delle forme moderne di vita.

Figuriamoci poi a Chongqing.

Avevo bisogno di rilassarmi un po’, fumarmi una trella e addentare qualcosa di buono.

E per fortuna eravamo arrivati.

Davanti al ponte-cavalcavia, sulla sinistra c’era una piccola porticina verde e un giardinetto stretto e lungo, di circa tre metri per dieci, con un ammasso di oggetti in legno e di strumenti buttati alla rinfusa, anche appesi ai lati, sulle grondaie, che davano l’idea di trovarsi in un vecchio emporio o in un locale di un artigiano.

Una piccola fontana in pietra con degli assonnati pesci rossi cercava di pulire l’atmosfera contratta dell’ingresso. Feng Shui lo chiamano in Cina. Ora di moda anche in Occidente anche se, in verità , non molti ci credono.

Un tipo sulla cinquantina ci aprì amabilmente la porta sorridendo. Aveva il viso liscio, raggiante, modesto. Sembrava quasi un monaco.

Si chiamava Da DongGe, era un falegname. Un vecchio amico di Ajie. Successivamente venni a sapere che era molto conosciuto e rispettato, in un circuito a Chongqing, specialmente in un giro di artisti dissidenti, molto underground. Anche lui era un artista. Esprimeva la sua creatività con le mani. Con il legno. Aveva creato un piccolo angolo di paradiso spirituale, in quel piccolo loft invisibile, a lato del cavalcavia. All’esterno della porta d’ingresso pendevano un paio di suoi lavori fatti a mano e dei bellissimi sonagli a vento che lanciavano nell’aria un suono incantato. Entrando subito sulla destra vi erano una sediola bassa e un tronco a mo’ di panca, un po’ scavato. Dei vasi di latta, appesi alle pareti e sopra degli scaffali, lasciavano al loro interno nascere e arricchirsi le radici di diverse piante selvatiche. Anche le piante erano a loro agio. Rilassate e osservatrici.

“Da Dongge!” salutò Ajie con la sua voce squillante, abbassando la testa in saluto di rispetto.

“Ajie! Come stai? Quanto tempo! Tutto bene?”

“Tutto bene, tutto bene, grazie Da Dongge. Lui è DeLuFa, il mio bodyguard!” rispose indicandomi con la testa con un leggero movimento del mento sorridendo.

“Salve Da DongGe, felice di conoscerla!” dissi allungando la mano e guardando Ajie per un attimo come a dargli un morso sulla lingua per le cazzate che andava sempre sparando.

Mi guardava.

“Piacere”, rispose lentamente.

“Piacere mio, questo posto è splendido!”.

Apprezzò il complimento, accendendosi una sigaretta, mostrando un grosso anello sul mignolo destro. “Ti ringrazio De Lu Fa, questo è il posto di noi tutti. E tu sei il benvenuto!”

“Grazie mille”.

“Ma prego, posate pure i vostri zaini liberamente sul divano e fate come se foste a casa vostra. Prendete del tè?”, disse facendoci largo con il braccio come a invitarci a tavola.

“Io sì, grazie Da DongGe!” rispose frettolosamente Ajie, che nel giro di un secondo era già a suo agio sul divano, aveva poggiato il cappello sul mobile a lato e già cacciava l’occorrente per girare una trella di classe.

Io lo guardai. Lui mi guardò. Da Dongge ci guardò. Fumammo insieme, quasi in silenzio, mentre l’acqua raggiungeva la temperatura giusta per il tè.

“E così, di dove sei, De Lu…”

“…Fa! DeLuFa.” Continuai aiutandolo nel ricordare il mio strambo nome da straniero, “sono italiano, vengo a Roma. Ma sono tanti anni che ormai vivo in Cina. È un po’ la mia seconda casa adesso.”

“Da Roma?!” ripetè lui espirando una spessa coltre di fumo. “Davvero? E da quanto tempo? Dove sei stato?” continuò sempre più interessato a questo misterioso italiano seduto sul suo divano, davanti a lui.

“Sì, davvero. Mah, non so neanche io bene, saranno più o meno otto anni adesso. Non ininterrotti ovviamente. Ogni tanto torno a casa a trovare la famiglia, specialmente a Natale…”

“A sì, il Natale…” ripetè svogliatamente passandomi la trella.

“Ora vivo ad Hainan. È lì che ho conosciuto Ajie. Prima ho abitato molti anni al nord. Tra Pechino e Tianjin…”

“Tianjin? – disse sorpreso – e cosa sei andato a fare a Tianjin?”

“La mia ex moglie è di Tianjin…” cercando di imitare il dialetto tianjinese, universalmente conosciuto in Cina come uno dei più comici.

Sorrise di gusto, tossendo per il fumo che gli era andato di traverso. Sicuramente non si aspettava di sentirmi parlare in tianjinese.

“Capisco. Allora sei quasi un cinese – disse mentre si stiracchiava un poco sulla poltrona – Ma che cosa ci sei venuto a fare qui nella lontana Cina? Non ti piaceva l’Italia?” sempre incuriosito mentre verificava se l’acqua bolliva. (Ero probabilmente il primo italiano con cui gli capitava di parlare liberamente in cinese, per giunta seduto nel salotto di casa sua).

“È una storia lunga. Potremmo dire Yuanfen (destino)” . Con quella risposta svicolai tante domande a cui ero ormai abituato, che mi annoiavano. Da anni infatti mi trovavo a dover rispondere sempre alle solite domande di repertorio che necessitavano spesso di lunghe spiegazioni e considerazioni da parte loro. Rispondendo “Destino”, invece, lo avevo reso felice utilizzando un cinesismo che chiariva concisamente tutta una serie di pensieri che altrimenti avrei dovuto esprimere per seguire la psicologia cinese. Avevo spiegato bene che mi trovano nella situazione di chi si lascia andare semplicemente alla chiamata della vita, senza forzature.

Non aveva bisogno di fare altre domande.

“Io e DeLuFa siamo venuti a fare un giro in zona. Nei prossimi giorni dovrebbe anche esserci la grande festa sulla Montagna delle Fate. Che tu sappia la fanno quest’anno?” chiese Ajie ormai sbragato sempre più sul divano.

“Certo che la fanno, ormai si tiene ogni estate da anni… lo sai, no?”

“E tu ci vai Da Dongge?” continuò esultante Ajie.

Non sapevo nulla circa la festa sulla montagna. Ajie non mi aveva accennato minimamente la cosa. Ma conoscendolo non aveva premeditato di non farlo. Si era semplicemente ricordato del fatto ora, grazie al fumo e alla presenza di Da Dongge.

“Non ci andrò quest’anno, ma puoi parlarne con Xiao Dongge però, lui non se la perde neanche cascasse il mondo, lo sai, non lo farebbe mai e poi mai!”.

Intanto era arrivata l’ora di cena. Avevamo chiacchierato già per un po’ e il tempo era volato amabilmente senza che ce ne accorgessimo minimamente.

Quello era un posto sciamanico. Vi era una strana percezione dilatata. Tutto era più lento. Era forse la cura zen con cui Da Dongge aveva sistemato il suo spazio di vita, la sua dimensione. Il rumore dell’acqua sulla fontana in pietra alle nostre spalle, la soffusa, quasi impercettibile musica orientale di sottofondo, mi facevano venir voglia di dormire, di abbandonarmi a sogni e a sonni liberatori. Volevo quasi docciarmi in quell’aria, liberarmi da molti dei miei pensieri, preconcetti, tensioni, volontà. Non avevo bisogno di nulla di tutto questo. Ha ragione McKenna quando dice che la cultura non è nostra amica. Ci chiude, tarpandoci le ali della conoscenza, chiudendoci gli occhi alla scoperta senza limiti. E io volevo solo godere di quel momento, come se non ci fosse altro al mondo che quel unico infinito momento di stasi cosmica. Noi tre, il nostro fumo, il nostro viaggio, il nostro sentirci vivi e speciali nell’infinito attimo presente.

Avevo la sensazione che ci conoscessimo già da tempo. Sembravamo vecchi amici ritrovatisi, lontani da casa, per caso, così , magari in un pub di periferia, lungo un viaggio tirato come da fili di marionetta, dalle mani di Dio. Eravamo come fuggitivi che scappavano da una guerra che, in un battito di ciglia, si ritrovavano agli antipodi della Terra, salvi. E per me era effettivamente così. Venivo dall’altra parte del mondo e le mie peripezie, mi avevano portato da loro, ero entrato in contatto proprio con loro. Perché proprio loro? Eppure ci sono un miliardo e mezzo di cinesi. Perché mi sentivo a casa?

Mi piombò in mente un episodio di qualche anno addietro. Lasciate che ve lo racconti. La prima volta che misi piede in Cina era il duemilacinque. Arrivai allo Shoudu guoji Jichang (Aereoporto Internazionale della Capitale) di Pechino in una tiepida giornata di Settembre. Scendendo la scaletta del boeing incominciai a sentire qualcosa di strano. Una sensazione misteriosa che non mi abbandonò mai nel tempo, negli anni a seguire. “Sono a casa! Sono tornato a casa!”.

Appena toccai con il piede la terra mi scorsero le lacrime giù dal viso. Sentivo di essere tornato a casa dopo secoli e secoli. Ero mancato dalla Cina per troppo troppo tempo. Questa esperienza psichica, perché così la definirei, mi colpì molto. Quella non poteva essere casa mia. Non vi ero mai stato prima, almeno in questa che riconoscevo come vita. Stanislav Grof si sarebbe mostrato interessato al mio pensare e a queste mie emozioni. Avrei volentieri partecipato a qualcuno dei suoi esperimenti sull’esperienza prenatale. Forse che io abbia vissuto una delle mie vite precedenti proprio nella Cina imperiale? Non sono il primo né sarò l’ultimo a parlare di esperienze di questo tipo. Negli anni, poi viaggiando per quel Paese sconfinato, ebbi modo di parlare dell’accaduto con diversi cinesi, amici e conoscenti. Li vedevo rimanere silenziosi per un po’, pensierosi. I cinesi sono molto attenti e sensibili al paranormale. Una volta a Fuzhou, nella provincia del Fujian, avevo preso una piccola camera in un alberghetto impossibile da riscovare. Forse neanche i vicini sapevano che c’era un alberghetto in quell’angolo di via. Il proprietario era molto generoso e cerimonioso. Mi invitò a sedere assieme agli altri suoi ospiti per un tè. Che c’era di male? Mi sedetti e passai del tempo amabile a conversare con loro. Perlopiù erano commercianti di passaggio per la città. Uscì
improvvisamente l’argomento parapsicologia, non ricordo come. Insomma andò a finire che mi dissero “Ecco allora perché con te ci sentiamo così a nostro agio! Non sembra quasi che tu sia un laowai! È vero o no – disse l’albergatore guardando gli altri cinesi – sembrava già dalla prima impressione che tu fossi uno di noi… a livello percettivo dico… ti sentivamo come tu fossi un cinese! Strano, no?”.

Un’altra volta a Pechino capitò qualcosa di simile. Era un freddo inverno. Come solo nel buio Nord del mondo può accadere. Nei Sud, no. Nel Sud la gente e il cielo sono solari, hanno il cuore più grosso e più rosso. Forse sarà il caldo o l’inclinazione terrestre che riceve meglio i raggi d’amore dall’universo infinito. Camminavo alla ricerca di arredamento antico. (Allora lavoravo nell’import-export. Per passione di oggetti meravigliosi che adoravo scovare e importare in Italia come un bambino che trova qualcosa di meraviglioso nella sabbia e corre da propria madre dicendo “Mamma, mamma, guarda che cosa ho trovato! Te lo regalo!”).

Bighellonando per i famosi hutong (vicoli) della città, passai davanti la porta di un negozietto. Un bugigattolo tutto rotto e sgangherato. C’era poca roba dentro. Era freddo e nessuna attrattiva. Ma notai un improvviso cambiamento del vento. Come un sussulto nel suo fluire. Sembra un assurdità per molti, ma sono fenomeni che avvengono chiari e che si può notare solo con predisposizione d’animo giusta. Come un’attesa del miracolo. “You ren ma? You ren ma?” (c’è qualcuno? c’è qualcuno?) chiesi mentre facevo qualche passo sbirciando tra le cianfrusaglie. Ah, potessi tornarci ora! Le comprerei tutte. Vecchi libri strappati in cinese, vecchie sedie, molle di qualche letto su cui forse qualcuno era stato assassinato o su cui magari qualcuno era nato, bamboline, scatoli, un mucchio di scatoli e scatoloni, orologi, statutine di Mao, occhiali rotti e occhiali sani. Ero nel mio meraviglioso mondo di Willie Wanka. Mi rotolavo spiritualmente in quei sussurri temporali polverosi. Porte della percezione sull’iride del Mistero. Camminando fui colpito da un immagine di Giovanni Paolo II sul muro. Il Papa. E Pensai “Cosa ci fa un immagine mezza strappata del Papa in questo vicolo di Pechino. Così lontano da casa. Lo sanno tutti che la Cina è contraria a ogni forma di religiosità. Il credo non deve esistere qui. C’è solo il credo politico. Evviva il partito! Evviva sua santità Mao ZeDong!”.

Dopo qualche istante fece capolino un signore sulla sessantina. Un po’ timoroso.

Non ricordo cosa successe bene, ma faceva tenerezza. Mi chiese da dove provenissi e quando sentì rispondersi “Roma” quasi svenne. Trasecolò. Venivo dalla casa del suo amato Papa. “Se vuole possiamo fare una preghiera assieme?” gli chiesi neanche io so come né perché. E così ci sedemmo sull’uscio del suo mondo, sotto lo stipide della porta da cui vedeva solo un canale col parapetto in pietra. Uno di quelli soliti che vedi passeggiando per Pechino. Coi leoni intarsiati ogni ics metri.

Pregammo assieme, in un’unità spirituale indescrivibile. Lui in cinese, io in italiano. Al mio “Yi, er san! Kaishi! (Uno, due e tre! Via!)” “women de tianfu, yuan nide mingshou xianyang” lui diceva in cinese e “Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…” io in italiano. Potevamo mettere su una band. Ricordo la lanterna rossa che ciondolava dal soffitto, lentamente. Come una nenia, un diapason che scandiva il tempo del nostro respiro e del nostro incapace misticismo. Il vento s’insinuava tra le nostre parole sanando qualcuno chissà dove.

Finita l’esperienza stemmo in silenzio un po’. Mi guardò, chiamandomi amico. Ma poi avevo da fare, e andai via subito.

Così ogni qualvolta mi trovavo in una situazione di estremo agio coi cinesi, mi venivano in mente tutti i volti delle persone che si erano manifestate in questo mio peregrinare. Con cui avevo avuto un rapporto magico. Qui ve ne ho riportati due, ma ce ne furono molti altri. Erano volti di quale vita? Di quale dimensione? Mi sentivo come passare da uno spazio a un tempo e tramite un tempo in un differente spazio.

“Quest’erba è dannatamente buona, Ajie!”

“È quella di Da Dongge! Lui si tratta bene, d’altronde cosa resta all’uomo se non la gioia della ricerca e del miglioramento di se stesso? E se l’uomo non tenta con tutti gli strumenti messi a sua disposizione dalla natura come potrebbe mai riuscire in un compito così arduo? Fuma fratello! Fuma! Non ci pensare alle guardie che qui, non valgono niente… basta dare loro un pacchetto di sigarette e sai cosa ci fanno poi con la legge? Con la legge di chi poi? Per chi? Rilassati… non c’è problema!” continuò a farfugliare mentre assaggiavo quella prelibatezza.

“Ma te la sei sturata tutta!” dissi. Mi aveva dato solamente un filtro mezzo malconcio e bagnaticcio.

“Non c’è problema ah ah ah ne facciamo un’altra!”.

Ormai andava con il pilota automatico, senza neanche mettere in dubbio la possibilità che non potesse essere così. Bisognava fare un’altra trella!

“Subito? Aspetta un attimo, l’abbiamo appena finita! Mica possiamo fumare così in continuazione…” dissi ingenuamente. Oggi, ripensando a quel momento, mi vedo quasi come un grommet alle prime armi. Un bambino che, dalle medie passa al primo anno di liceo, con tutte le feste e le donne e le droghe e le scoperte di una vita nuova, in un attimo.

Lui mi guardò un po’ sorpreso, con un sorrisetto leggermente abbozzato.

“Ancora non hai capito qui le cose come vanno… il viaggio è continuo e l’hai appena cominciato! Non lo si può interrompere…” Era vero, pensai. Perché interromperlo? Paura forse? Forse inadeguatezza? La sua non era una frase buttata là per convincere gli amici a fumare, come avviene tra i giovani borghesi in ambienti di bivaccamento e di goliardia, magari ai Parioli o a Prati, alle feste, tra bambini e giovani annoiati. Figli di una tristezza quasi museale, figli dell’ovvietà e della vacuità delle città moderne dallo stomaco appesantito. Non c’è nulla da dire! Così questi giovanissimi si riempiono di droghe! Perché questo è. Ma noi no, eravamo come dei monaci sulla via, dei vagabondi taoisti, dei religiosi. Alle pendici dei monti sacri lungo la via che conduce all’illuminazione e alla rinuncia.

La sua dichiarazione era stata tanto lapidaria, quanto semplice e vera. Non avevo mai veramente notato il profondo pensiero che si nascondeva dietro il “semplice fumare” di Ajie. Lui era uno spirito puro che molti avrebbero scambiato per un semplice sbandato sociale, un dannato, un emerginato, un fattone. Non era così. Lo vedevo, lo sentivo. Ajie era un saggio, in un certo senso un’illuminato. Un giovane che aveva sofferto molto nella vita e che aveva capito. Aveva esperito il mistero che si nasconde dietro il velo apparente della vita. Lo aveva visto, ci aveva parlato, amoreggiato, ci aveva fatto a botte, lo aveva morso, era stato graffiato, eppure continuava a cercarlo per definire un rapporto equo e stabile. Era un rapporto di amore e odio con il lato top secret della vita. E aveva anche due puntini rossi sul braccio, come se fosse stato morso dal serpente del destino.

L’ispirazione, si nascondeva dietro ogni angolo, dietro ogni vaso, ogni fiore, ogni bellezza, ogni penna, ogni pezzo di carta, ogni gingillo e sopramobile. I quadri erano disposti con una cura e una perfezione berniniana. Tutto fluiva in quel fumo che si mescolava all’aria creando una stabilità d’intenti e di desideri inimmaginabile per chi non è stato seduto su quel divano e non ha avuto esattamente le nostre esperienze e le nostre illuminazioni. È semplicemente così. Quel raggio di luce sul tavolino in un giorno di smog, oscuro, in quell’angolo di mondo senza Dio (?). Eravamo lì e celebravamo assieme, e come in un dipinto decadente, autocreavamo la nostra tela sotto le pennellate di colore spesse e decise. Flussi e riflussi di coscienza. La marijuana in quel contesto era un catalizzatore di pensieri e di entità invisibili.
Creatore enteogenico.

Non so per quanto non parlammo, non so per quanto non ci guardammo, distratti da pensieri felici e distanti, ma eravamo appagati di essere, eravamo uniti da un’avventura che avrebbe deciso per sempre le sorti della nostra vita.

“E voi in Italia potete fumare marijuana liberamente?” chiese all’improvviso Ajie, come risvegliandosi da un torpore accettato, deliberato.

“Purtroppo no. Un po’ come qua, non ci si può esporre troppo. È ancora illegale, sembrerebbe che a breve qualcosa possa cambiare. Ci sono nuovi movimenti politici, partiti che fingono di essere veramente interessati alla salute fisica e spirituale del popolo. Ma c’è carenza d’intellettuali e di gente che si sbatta, anche rischiando, sull’argomento. Ho letto su internet che in Italia qualcuno sta portando avanti battaglie sempre più serrate per la legalizzazione, ma non sono aggiornato, perché non mi piace la politica di oggi. Speriamo nel futuro…” L’argomento mi intristiva. Avevo dedicato tempo e meditato sulla questione, ma purtroppo sul discorso droghe leggere predomina un’ignoranza paperoniana, anche se la verità scientifica, storica e religiosa è alla portata di tutti. Com’è possibile che i politici ancora possano ancora pensare di mascherarsi compiutamente dietro le falsità del lobbismo e della farmacologia moderna? Questo rimaneva un mistero, forse perché ho sempre avuto un rapporto molto ingenuo con la politica e con il potere.

Comunque l’argomento non avrebbe cambiato la mia vita, ero lontano da tutti. Ma la sola idea che l’Italia potesse finalmente liberalizzare una pianta che era stata demonizzata per decenni a causa degli interessi industriali, mi avrebbe reso talmente felice da abbracciare tutti per strada, tutti i miei fratelli in madrepatria. Là, oltre tutto.

Lontano lontano.

“Capisco…” disse dal silenzio Da Dongge. Non sembrava molto interessato all’argomento. Lui aveva perso assolutamente la fiducia nel genere umano e ancor di più nel suo governo. Non importava di quale nazione stessimo parlando o di quale gruppo di partiti, per lui erano tutti uguali. Tutti vogliono solamente potere, solamente accrescere il controllo e accumulare influenza su influenza, denaro su denaro a discapito della sofferenza del popolo. Da Dongge non era uno sciocco. Aveva una buona cultura. In passato era anche stato professore di letteratura cinese nell’università nonsodove. E poi, abbandonò. Forse qualche sconfitta di troppo, qualche risposta di troppo, debolezze, atavicità, incompatibilità sociali. Fuggì nella materia e, grazie a Dio, il legno era stato sempre la sua passione. Era stufo della sua vita di prima. Non voleva più essere dipendente e scendere a compromessi. Voleva essere l’artefice del proprio destino, voleva demiurgizzarsi. Così, coi pochi soldi che aveva messo da parte negli anni in cui lavorava come schiavo, come diceva lui, aveva messo su quella piccola bottega di falegnameria. Uno studio zen più che altro.

“A proposito ragazzi, ma questa sera dove andrete a stare?” chiese di punto in bianco.

“Mah, non lo sappiamo ancora Da Dongge, possiamo cercare un posto nei paraggi, così domani andiamo assieme da Xiao Dongge, se non hai impegni. Che ne dici?” rispose Ajie leccando l’angolo della sua nuova trella. Non c’è niente da fare, era un treno nel rollaggio, io non ce l’avrei mai fatta a rollare così velocemente e così perfettamente.
“Ah no no no! Non se ne parla nemmeno! Se volete state qui da me per la notte. Tra poco vado a casa per la cena e, se siete d’accordo, potete unirvi a me e a mia figlia che sicuramente avrà già preparato qualcosa di buono. Tanto sono qui a pochi metri. Questo posto lo uso solo occasionalmente per dormire, quando magari sono fino a tardi al lavoro o sono sbronzo e non mi va di tornare a casa perché magari fuori d’inverno gela. Vi do le chiavi, potete restare, senza problemi! Ne sarei molto felice e c’è un divano qui, e uno là, in quell’angolo laggiù… vedete?” indicando la stanza al di là di una colonna centrale dietro il fumo che Ajie già sparpagliava distrattamente. Ci guardammo, sorpresi, esitammo un attimo, ma accettammo con molta gioia il suo invito. In un secondo avevamo svoltato una cena e un tetto sopra la testa. “Grazie Da Dongge!” , recitammo in coro macchiati da un fumo che intaccava tutto.

La mattina dopo il sole entrava timido dai grandi finestroni che affacciavano sulla strada. Era caldo, afoso. Bevemmo un po’ di tè e uscimmo ancora assonnati. Non vedemmo né sentimmo Da Dongge per tutta la mattina. D’altronde ci aveva avvisati che avrebbe avuto da fare dei giri per clienti, legno chissà. Così prendemmo il nostro tempo e gironzolammo per la zona. In realtà non c’era assolutamente niente che ci interessasse, non c’era nulla da vedere. Era un quartiere completamente anonimo. Le uniche cose che attirassero la nostra attenzione erano le macchine che sfrecciavano rumorosamente, e i grattacieli e ancora altre macchine e qualche pulzella di passaggio. Ajie fece un paio di telefonate per concordare un incontro la sera. Al telefono era Xiao Dongge. “Gradioso! Grandioso! Certo ci vediamo stasera!”.

Riagganciò.

“È fatta!” disse.

“Cosa è fatta? Fatta cosa?”

“Xiao Dongge, ha detto che può darci un passaggio per la grande festa nei boschi su a la Montagna delle Fate! Dobbiamo andarci DeLuFa! Fidati di me! È un evento splendido e poi Xiao Dongge è un tipo ok, vedrai!” tutto eccitato.

Non vedeva quei suoi amici, quei posti da molto tempo ormai.

Non potevo dire di no né volevo farlo. Ero anch’io curioso. Non sapevo assolutamente di cosa stesse parlando, che tipo di posto fosse questa Montagna delle Fate e di quale party si trattasse. Ma poco importava. Tutto suonava perfetto. Cosa meglio di una festa nei boschi al confine sichuanese? Suonava meraviglioso, tutto davanti agli occhi mi si presentava come un dono. Incondizionatamente accettavo tutto. Ero al sicuro, nell’accettazione sincera di ogni mistero.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 12.2

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