Parte Prima – Capitolo 3.1

3.

“Ei Sanwa, che ne dici allora dell’idea del locale? Ci hai pensato?”

“Ci sto pensando DeLuFa. Direi che forse è arrivato per me il momento di buttarmi nuovamente nella mischia, di rimettermi in discussione. Intraprendere qualche nuova impresa, magari con un folle come te”.

Mi guardava.

“Vuoi quindi aprire un locale con me, tu dici, eh? Ne sei sicuro?” continuò.

“Ma questa domanda veramente te l’avevo fatta io!”.

Sorrise alzando una Qingdao.

Aspettò un attimo, mi guardò negli occhi, scrollando le spalle come a chiarire all’ambiente circostante la sua intenzione di stoccare nuove energie per il futuro:

“DE LU FAAA!” altisonò Sanwa “Rock and roll?”.

Era un sì.

“Troviamo il posto”.

“Sono sicuro, verrà il locale più forte di Hainan, passerà alla storia, ci siamo fratello! Questo è il momento, le congiunture ci sono tutte. Non lo senti nell’aria il richiamo dell’energia? Voi cinesi lo chiamate Qi, giusto? Be, chiamalo come preferisci, come vuoi, per me è un Dio cosmico. È qui intorno a noi e ci sta invitando a realizzare un punto algebrico, una piramide. Troveremo il posto come rabdomanti, ne sono sicuro. Se si seguono i soldi, si sarà solo trasmettitore di conti, debiti e crediti! E noi seguiremo invece l’energia per diventare trasmettitori di energia!”.

Sanwa mi guardava senza espressione, ma dentro era entusiasta, percepiva la carica. Allo stesso tempo era colpito da tanta ingenuità, candore plasmabile. Lui voleva aprire solamente un nuovo un locale, un ostello per giovani, non giovani, per chi volete, basta saldassero il conto al momento del check out, anzi meglio ancora se al check in. Voleva campare in qualche modo. Fare qualche soldo, insomma. Doveva anche mantenere una figlia e fottere la gente.

Ma lo vedevo, nonostante tutto voleva continuare a sentirsi libero, attivo e giovane. Sono convito, mentre facevamo quella storia, che quella storia già esistesse, noi dovevamo solo lasciarla affiorare. Come un pallone sott’acqua, trattenuto e poi rilasciato che inevitabilmente viene sospinto in alto dal Sig. Archimede in persona, con tanto di occhialetti e cuffietta. La nostra era una storia nella storia della Cina.

Il primo ostello, la prima comune surfistica cinese! Sentivamo di fare quel che dovevamo fare esattamente quando ci apparve il da farsi. D’innanzi, a mani alzate, lo potevamo vedere sbracciarsi come l’omino che, sulla pista d’atterraggio di un aereoporto, indica ai piloti direzioni e precedenze. Solo che la nostra era una pista destinata solo ai decolli. Nessun aereo scendeva, nessuno atterrava. Salivano tutti. Verticalmente anche. Shuttles mentali. Buddha-Cristo era uno gnomo alieno disceso dal cielo della profondità del cuore, su di un astronave invisibile, nascosta dietro ogni cometa, dietro ogni costellazione conosciuta e sconosciuta. Da qui, da Andromeda dall’infinità dell’essere ben oltre ancora. Ovunque.

Così, come ognuno di voi, come ognuno di noi, quando si crea la propria storia personale. Unica. Cementificata. Quando si crea la propria storia, come una tela di ragno, perfetta. Perfettamente la si può vedere intrecciare, tessere il fluire nel sospiro vitale del mondo. Non resta poi che osservarla andare via, lontano vicino, e turbinare come un coriandolo ghiacciato lanciato da un boingsettequattrosette a tutta velocità nella stratosfera. Vederla poeticamente espandersi e intrecciarsi. IN-TRE-CC-I-A-RSI.

“Sì, siamo flussi d’energia, Sanwa! Ma non lo senti? Come fai a non rendertene conto? Sarà il posto più cool e più TE che tu abbia mai realizzato!”.

Continuava ad annuire, come prima, guardandomi da sotto le folte sopracciglia. Un po’ titubava, ma seguiva. Aveva la tipica faccia da uomo cinese titubante a cui viene proposto di impazzire abbandonando la propria castrante cinesità. Eppure l’unico modo per abbandonare la propria terraferma, le proprie certezze, per creare, per dipartire verso una destinazione non chiara, alla scoperta di un sé di cui non si sa ancora nulla, è proprio impazzire, abbandonare le certezze. Fare altro, nuovo, andare alla scoperta!

Sanwa avrebbe dovuto proprio collaborare con uno straniero pazzo. Con un italiano. Sono strani gli italiani. Amano parlare, e spesso non realizzano le proprie intenzioni. Parlano, parlano. Questo lui lo sapeva. Era un uomo d’esperienza dopotutto. Per questo titubava.

Non sapeva se la mia fosse follia o se avessi una ricetta alchemica, magari fossi in possesso di coordinate segrete per raggiungere un’altra dimensione, un altro e un alto o profondo livello di consapevolezza, e sperava che lui avrebbe potuto utilizzare tutto questo, commercialmente. Ovvio, no? Pensava d’essere lui a ignorare l’esistenza di una nuova formula applicabile al suo contesto. Voleva di più e doveva osare.

Ci sono troppi forse nelle nostre menti, troppi ma e troppe paure. A volte basterebbe invece un semplice sì o un semplice no, ed ecco! Realizzarsi tutti i nostri sogni. Materializzarsi di fronte a noi. Quasi da soli. Bastano due lettere.

Sanwa non era uno stolto, lo sapevo, era un businessman cinese capace e ancora giovane e, una parte di lui, voleva credere ancora nella magia delle cose, alle possibilità infinite della vita. In un certo senso, era attratto dalla carica dell’idea, come chi si lascia sorprendere da una luce dopo tanto buio e stropiccia gli occhi istintivamente. Non è che non voglia vedere, non può vedere chiaramente. Almeno non subito. Inoltre era un surfista, dopotutto, stava imparando quindi a trattenere l’energia dell’acqua. Era uno dei pochi, pochissimi surfisti che avevano risposto al richiamo del mare, al richiamo delle onde. Dopo aver abbandonato la città, sapeva di dover abbandonare ogni modalità cittadinesca di pensiero, doveva staccarsi da ogni punto di riferimento strutturale. Le dinamiche della grande società, della grande città, non funzionano più quando si è in due, quando si è in quattro, quando si è in mille. Funzionano solo per fottere le masse e per distogliere gli uomini dall’essere uomini, le donne dall’esser madri e modelle di sé .

Sanwa e io ricercavamo spensieratezza e spontaneità. Immediatezza di vita. Volevamo deframmentare il velo davanti agli occhi e spiattellarlo ai quattro cantoni dell’angolo estremo di quel buco d’Asia. Magari da lì avrebbe raggiunto distanze incommensurabili. Cercavamo la resurrezione, senza conoscer nessun Dio, o senza almeno conoscerne il nome. Lui, Sanwa, pur rispettando e conoscendo fino ad allora, come unico maestro e signore, il dio di carta, quello che si piega in tasca e nei portafogli, il renminbi, lui voleva tentare un dio nuovo. Cambiare. Voleva convertire il proprio sistema operativo mentale, abbandonare il server del denaro imperante, acquattandosi nell’ultimo lembo di terra, l’ultimo promontorio, l’ultima baia della Repubblica Popolare Cinese e dire “sì, io credo!”.

Quella sera prendemmo solo qualche birra, al vecchio locale di Dahai. Quello sulla spiaggia, con le tavole da surf mezze rotte appese fuori. Sull’entrata di sotto, l’ingresso dalla duna. E sul muro Dahai aveva scritto a caratteri occidentali, in rosso: Impossible is nothing. Ci passavo davanti ogni giorno, con o senza tavola, con o senza trucco, con o senza amici al seguito. E quella scritta era diventata come un monito, un richiamo, una sicurezza. Mi invitava tutti i giorni a credere nell’invisibile. Credere in tutto quello che stanno cercando di sopprimere, di uccidere, di far estinguere. Dahai, in italiano vuol dire Grandemare.

Un altro personaggio mitico nella storia di Houhai. Rispettato e isolato, passava il tempo solo, a guardare il mare, silenzioso come sempre. Una persona di pochissime parole, abbronzato e scolpito dal vento in ogni fibra del suo corpo. Portava spesso un cappellino da baseball con la visiera girata dietro la testa. Aveva denti leggermente ingialliti dal fumo, enormi, e sorrideva sempre.

Originario del Dongbei, nord ovest cinese, quello povero. Molto povero.

Spesso andavamo da lui solamente per porgergli omaggio, non tanto per prendere una birra, anche se poi la prendevamo sempre.

Eravamo in pochi ad andare da lui, ma questo non gli interessava. Anzi meglio così. Bevevamo molto. Questo a lui invece interessava. E quando cominciava a salire l’effetto dell’alcol, talvolta lui si avvicinava al nostro tavolo. Prendevamo sempre il primo in fondo sulla destra della terrazza, davanti l’immensità del mare. Forse in tutto il pub ogni sera c’erano sì e no quattro persone. Da sfondo una immensa, sterminata, incommensurabile calma tropicale. Nessuna luce. Nera. Noi eravamo l’ultima luce prima della distesa buia dell’acqua, delle onde e del vento del Pacifico.

Avete mai sentito la calma tropicale entrarvi nelle vene?

Be’, specialmente se stai sorseggiando una birra ghiacciata, magari con le stelle sul capo e con il rumore dell’oceano di sottofondo lì, a pochi passi, ieri, oggi e domani, ve lo dico io cosa vuol dire sentire la calma tropicale nelle vene.

Vuol dire sgomento.

Vuol dire sgomento per tutto quello che giorno dopo giorno, nelle nostre vite cittadine, lasciamo andare, tutto quello a cui rinunciamo, che non tornerà mai più. Un senso di libertà e di incertezza tali da salire su per il ventre, come se avessimo dentro un alieno, un figlio, qualcosa che si muove e che vibra dicendo ancora, ancora, ancora!

Eppure tutti noi abbiamo una spiaggia, un luogo in cui dovremmo essere perfettamente presenti al momento, tutti noi abbiamo tramonti sui mari del sud o dell’ovest o dell’est. Tutti abbiamo momenti che non torneranno più, che dovremmo afferrare fino all’ultimo stridìo di strati di tempo e ciucciare alla goccia! Dobbiamo succhiarli questi momenti, resuscitano dai morti.

“Ah! Ah! Ah! Hai visto le previsioni Sange?” dissi sorseggiando la mia ennesima birra serale. Camicia aperta, scalzo, bello, me stesso. Ero il cane di un dio.

“No, ma non sei tu quello che smanetta sempre sui cellulari o sta davanti al computer? Non sei tu Mr. Chinasurfreport che dovebbe dire a noi cinesi come e quando arrivano le onde? Pensavo guardassi tu le previ, ma poi scusa, domani hai qualcosa da fare in particolare? Devi decidere se andare in città o cosa? Svegliati e vedi il mare com’è dalla finestra, no?”.

Aveva ragione.

“Lo so, vecchiume ambulante che non sei altro! L’ho chiesto solo per prepararmi emotivamente, altrimenti, se Magicseaweed dà belle onde per domani smetto di bere stasera. Così mi posso svegliare prima e fotterti tutte le onde migliori mentre tu dormi e scureggi ancora a letto, no? Leale, cristallino! Ah! Ah! Ah!” sorridendogli in faccia. “Ma va… dai, domani ci svegliamo presto e andiamo all’alba…”.

“Ma se sono già le due di notte! E poi lo dici sempre. Quand’è l’alba domani!?”

“E che ne so! Faceva molto western detto in quel modo, con la birra e la sigaretta in mano, guardami, guarda adesso… che te ne sembra?” mi diceva ubriachissimo.

“Sanwa, sei sbronzo!”

Sbofonchiò qualcosa sorseggiando ancora l’ultima goccia dalla bottiglia.

“Ei Fantastico, porti altre due di birre, per favore? Spasibo!” urlai.

“Subito ragazzi!”

Fantastico era un ragazzo di vicino Mosca, un kitesurfer veramente fuori di testa. Non poteva più vivere senza il mare e soprattutto senza vento tropicale. In Russia il vento certo non manca, ma mancano “l’umanità delle temperature” come diceva lui. Così si era trasferito a Houhai e faceva il barman sulla spiaggia. Felicemente senza fregarsene di niente. Il padre era un pilota della compagnia aerea russa. Non aveva particolari ambizioni se non quella di vivere alla grande e felicemente.

Parlava cinese e inglese anche se con un marcato accento russo. Era una bellezza d’anima. Per questo noi tutti lo chiamavano Fantastico. Perchè era semplicemente un tipo… Fantastico! Aveva inoltre le più ricercate raccolte di chillout music che avessi mai sentito. Il suo soprannome era perfetto, gli calzava a pennello. Non ho mai visto un individuo che lo eguagliasse in reattività, in felicità, in gioia di vivere, in sorriso. Era energia allo stato puro. Incontrollabile.

“Domani vieni a surfare con noi” gli chiesi non appena arrivò con le tre birre ghiacciate (ne prendeva sempre una in più per lui!).

Camminava perennemente scalzo, coi piedi finti a papera, come soleva fare lui, per divertirsi a fare il buffone. Gli piaceva farlo, gli metteva l’allegria.

E giù a ridere, ma non per sciocchezza, per stoltezza, era pura traboccante felicità. Per pura decisione di esser felice a tutti i costi. Come quando sei piccolo e ti guardano facendo bugi bugi bugi bugi ecco, lui aveva le stesse reazioni, senza bugi bugi bugi bugi. Ogni volta che serviva ai tavoli per il lui il mondo si fermava. Era il suo momento, il suo palcoscenico, e noi gli spettatori che lo osservavamo arrivare e sorridere di gioia. La vera gioia. Gioia scalza.

“Allora, che dici, Franceska?”, sedendosi vicino a noi.

“FrancescO!, in Italiano si dice Fra-nce-scO!” gli ripetei per la millesima volta, sottolineando la pronuncia unendo indice e pollice in un perfetto ok linguistico maniacale.

“Ah! ah! ah! Francesc….O! ah! ah! ah! In Russia si usa la A per i maschi, lo sai ormai, no?”

“Lascia perde, AndreY!” usando il suo vero nome, sottolineandone il peso semantico. Non penso lo colse e penso fosse anche stupido cercar di farglielo cogliere.

“Allora salute! Ganbei!”

Ganbei DeLufa, ma a che brindiamo?” chiese Sange.

“All’ADESSO, alla nostra vita assieme, fratelli, brindiamo all’adesso!”.

Gan” che in cinese letteralmente vuol dire bevituttodunfiato.

Gan, davvero?”

“Ah! ah! ah! daiiii! Jiayou! (coraggio!)” urlò ridendo Fantastico mentre mi guardava. Muoveva indietro la fronte, in alto in mento, come per incitarmi a bere tutta la bottiglia alla russa, appunto.

Li guardai, sorrisi un po’ “Gan!” e mandai giù tutta la nuova bottiglia di birra. Scendeva giù una bellezza, giù per la gola e dritta nel mio corpo. La sento ancora viva in me quella birra. Le sue molecole si fondevano alle mie divenendo per sempre vive in me. Navigheranno nelle mie vene per sempre. Proprio quella birra, proprio quelle molecole, di quella birra di quella notte.

E “Gan Gan Gan” ancora riecheggia nella mia mente il suono di quei sorrisi strappati al tempo, strappati a qualunque tempo, a qualunque modo d’essere, in qualunque posto del mondo, con mille sguardi e mille ancora. In quei Gan si proiettavano tutti i sorrisi e tutti gli sguardi degli uomini del mondo. Quanto splendore… Gan Gan Gan… via via sempre più velocemente fino all’essere una sola immagine fatta delle molteplici immagini dei volti umani del presente e del passato.

Eppure tutto passa.

“Andrè – dissi alla romana- vabbe dai, portamene un’altra… graziiiiieeee”

“ah! ah! ah!, ok FrancescA”, accentuando di nuovo la A.

Amavo quell’uomo.

 

Drin Drin Drin Driiiiin

“Sì?”

We’, DeLuFa!”. Era la voce di Sanwa.

Aveva il suo solito forte accento sichuanese scocciato, apparentemente assonnato. Sembrava sempre assonato per telefono. Incredibile, a qualunque ora del giorno e della notte. Anche quando non aveva minimamente sonno. Ma quando era al telefono cambiava la voce e il mood. Aveva sonno.

Wei Sanwa, che c’è?”

“DeLuFa, vuoi venire qui che sto facendo un sopralluogo al palazzo dove potremmo fare il locale. L’ho trovato, penso. Vieni! Voglio sentire la tua opinione. Sbrigati, sono qui…”

“Dove?” chiesi.

“…in quel palazzo davanti al Nanuna, quel palazzo alto sulla sinistra, con le tegole blu. Hai presente?”

Annuivo dall’altra parte della cornetta come se mi potesse vedere, poi dissi “Certo che ho presente lo vedo tutti i giorni. Sta davanti casa mia!”.

“Bene – sempre scocciato – vieni! Mi affaccio così mi vedi e sali, ora siamo sul rooftop, qui pensavo potremmo fare il bar!”

“Ok, due minuti, e arrivo!”

Hao, ok, hao (bene, ok, bene)”. Attaccò.

 

Mi sciacquai la faccia, bagnai i capelli, legai l’elastico dei miei boardshorts e presi la strada per il Nanuna. Percorsi neanche trenta secondi a piedi. Ero già sul luogo. E in ritardo. La cosa mi divertiva, perché scocciava sicuramente Sanwa.

“Ei, Sange?! Dove sei? Mi senti?” urlai.

“DeluFa! Sono qui, ma che ti urli!? Vieni è qua, siamo sopra. Terzo piano! Ma non avevi detto che conoscevi il palazzo?”.

“Sì, l’ho detto!”, non aggiungendo altro.

Salii le scale a due a due fino al penultimo piano. Non ero mai salito fin prima, perchè mai avrei dovuto farlo? Avevo sempre visto il palazzo e la balconata da casa mia o passandolo a piedi da sotto, mentre andavo chissà dove a fare chissà cosa. Da su l’aria, il vento del mare si sentivano esaltanti.

Mi si arruffarono i capelli legati già male.

Il palazzo era anonimo, semplice, lineare, un rettangolo di mattonelle color giallo-ocra. Ogni tanto si alternavano linee orizzontali di mattonelle bordeaux, sul lato esterno. Era molto carino, a me piaceva. Mi ricordava esattamente quello che mi avrebbe ricordato oggi nel ripensarlo e nello scriverlo.

Salii ancora un’altra rampa di scale e mi girai. Guardai l’oceano dalla terrazza dell’ingresso e chiusi gli occhi. Alcune chitarre suonavano da qualche parte, in qualche casetta più bassa verso est, nella direzione del promontorio. Le palme sbadigliavano. Sul pianerottolo c’era già un letto in legno, lasciato chissà da chi, uno di quegli antichi letti locali. “Chissà quanto avrà questo legno” pensai.

Scolorito, si intravedevano ancora le pennellate dei diversi colori che negli anni si erano alternati sulle assi di legno. A tratti si intravedeva un giallino, un verde, un blu scoloritissimo. Si sentiva che le doghe erano vecchie ancor di più quando ci si sedeva sopra. Gracchiavano. Scricchiolavano con la dolcezza di una miriade di notti, di albe, di tramonti e mezzogiorni. Era un legno vivo, più vivo del legno giovane che ancora non ha capito nulla. Un po’ come i giovani di oggi, più vecchi dei loro vecchi. Quel meraviglioso letto era lì da molti anni, abbandonato, di fronte alla baia più a sud del continente cinese, esattamente quella all’estremo del culo del mondo dell’Asia. Che poesia! Era così. Lo era. Non so perché ma tutto questo mi sembrava meraviglioso. Una scoperta continua.

“Ma da qui si vede l’infinito!” escalamai a bocca aperta. “Sanwa, questo posto è splendido! Peccato per le case in prima fila sul mare che bloccano leggermente la visuale verso destra, di là, vedi?” dissi insoddisfatto come un bambino a cui non hanno comprato un secondo giocattolo, di ritorno dal parco giochi.

“Be, certo, considerando che in una di quelle case ci abiti tu…” rispose ironico, “potremmo considerare l’idea di abbatterle!” con il suo tono inconfondibile. Se avesse potuto farlo lo avrebbe anche fatto.

Avrebbe potuto fare il cowboy in qualche film western cinese. Recitare la parte del buono che è anche un po’ cattivo. Con il sigaro in bocca, nell’angolo in basso a destra. Un piccolissimo rigangnolo di saliva a scendere, fronte abbassata per coprirsi un poco gli occhi dal sole con il cappello. Ce lo vedo. Sì.

“Eh eh, lo sai, quella casa me l’aveva trovata DongGe? A proposito dov’è ora? Sempre nella riserva?”.

Dongge era un cinesone, veramente grosso, con la pancia di rispetto, alto quasi un metro e novanta, sposato con una sexyssima donna tibetana. Amico atavico di Sanwa. Sono sempre silenziosi i tibetani, tendenzialmente, come i nepalesi pensavo, o almeno quelli che avevo conosciuto io. D’altronde, hanno sempre avuto a che fare con le montagne e gli spazi sovrumani. Ti forgia, ti cambia.

“Sì, è sempre al confine ovest del Sichuan, nella riserva con la moglie. Lo sai com’è fatto, no? Disprezza il mondo.”

“Sì, lo so.” risposi.

Amava tutto, per questo disprezzava il modo in cui veniva trattato il mondo. Così si ritirò con la moglie, praticamente in Tibet, a vivere di allevamento e di turismo. Per quei pochi amici e amici di amici che andavano a trovarli lassù.

Era stato lui che mi aveva presentato il landlord, Fratello Li, Pavarotti, per capirsi. Dongge aveva fatto da tramite, superando le resistenze mosse dalla diffidenza che un pescatore hainanese di origine cantonese poteva avere nei confronti di un forestiero italiano, capellone come me. Gli faceva un po’ strano, al fratello Li, vedermi sul suo territorio.

“È forse una spia?” pensava, “Perché parla così bene il cinese? Forse è qui per rubare qualche nostro segreto nazionale? O magari per portar via le nostre donne, mia figlia! Loro occidentali ci hanno invaso! E ora, noi che facciamo? Li facciamo entrare spontaneamente nelle nostre case? I laowai (straniero) non possono capirci, sono pericolosi!”.

Ni zhongwen weishenme jiangde zheme hao a?” (perché parli così bene il cinese?) mi chiedevano spesso. Dopo millenni di oppressione, prima imperialistica poi comunista, i cinesi sono sempre stati timorosi e diffidenti e non guardano di buon occhio gli stranieri, specialmente quelli che parlano cinese, e specialmente se questi si avventurano nei piccoli centri, nei paeselli. Forse che vogliano nascondersi da qualcosa? Nelle grandi città invece, come Pechino o Shanghai, gli stranieri ormai si vedono quasi a ogni angolo, è diverso.

Per i paesani noi siamo un potenziale pericolo. Siamo qualcosa difficile da capire. Figuriamoci poi un laowai che parla cinese, un laowai che ti capisce, che può comprendere la tua lingua. Lingua lasciata volutamente impossibile da compredere nel corso dei millenni per una volontà di isolamento razziale e territoriale. I Cinesi non si sono mai voluti integrare, sono sempre stati volutamente indipendenti e isolati. E un muro di mattoni non bastava. Ci voleva anche una lingua e una scrittura indecifrabili. “Tian bu pa, di bu pa, jiu pa laowai shuo zhongghuohua” un antico detto, diffuso ancora oggi in Cina. (Non temere il cielo, non temere la terra, temi uno straniero che parla cinese).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 3.1 

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1