Parte Prima – Capitolo 13.2

Dietro il declivio si nascondeva un campeggio libero, una tendopoli improvvisata, su di una radura dietro la radura. Per passare la notte in un posto che né dal parcheggio né dal palco o dalla strada poteva essere visto. Bisognava camminare in discesa per un tempo considerato infinito e poi girare sulla sinistra dietro una fila di abeti stretti che facevano da paravento naturale fatto di aghi e di sottobosco.

Lì, centinaia di tende colorate erano accese nella notte. Brillavano con tenui bagliori. Al loro interno le luci accese facevano risplendere quei nascondigli come tante lucciole sull’erba. Alcune avevano forme a cappuccio, altre a lanterna altre a fungo della prateria. E la gente andava e veniva e rideva, cadeva, sbavava, banchettava, si drogava, si amava. Nel buio della notte. Sembrava un quadro a olio nella rete neuronale di un collettore celebrale di cui il mio campo visuale non era che un nulla, un poro, un atomo, una sinapsi del mio cervello, e conscio del suo essere nulla immaginavo dimensioni ancora più grandi e ancora più grandi.

Seguii Ajie tra le tende, improvvisamente prese velocità, come se sapesse dove andare. Io lo seguivo girando la testa intorno cercando connessioni di colore tra i colori delle tende e il cielo e me e tutto quel che non riuscivo a vedere ma che cercavo perché lo percepivo ed era là, ero io che ancora non lo vedevo.
“Entriamo!” e si ficcò in una tenda gialla.

Era di un suo amico, uno un po’ piccolo di corporatura. Stava solo, seduto a gambe incrociate al suo interno e ci guardava con uno sguardo spiritoso e irriverente. Sembrava uno gnomo appena risvegliatosi da un sonno appagante, di quelli che ti lasciano la bocca impastata, e sembrava perciò desideroso di dispensar regali a tutti i mortali che avrebbe incontrato. Aveva gli occhi luminosi.

“Sedetevi ragazzi, Ajie chi è il tuo amico?”.

Mi sembrò evidentemente strafatto di allucinogeni. Anche perché le cose erano due. O lo era lui o lo ero io, oppure c’era anche una terza ipotesi: lo eravamo entrambi.

“La mia guardia del corpo siciliana! Ah Ah Ah!” rispose Ajie cominciando a ridere con una voce che riecheggiava nella tenda neanche fossimo dentro una caverna.

Risi. Risero. Fummo contenti. Fumammo contenti erba e funghi psichedelici mischiati assieme.

“Chiamami Joe!” così aveva detto di chiamarsi lo gnomo della tenda, mi offrì una manciata intera di funghi allucinogeni con un gran sorriso.

“Non mi devi niente, li ho curati io, non posso portarmeli indietro, in città. Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città… Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città…” ero in un loop e non ne potevo uscire vivo. Incastrato in un nonsodove. Tu sai precisamente e sicuramente dove sei? Qualcosa non andava. Anzi, qualcosa andava diversamente dal solito. Al che pensai tra me e me, chi ha detto che il solito sia insolito e l’insolito sia falso? E se in realtà tutto ciò che noi consideriamo solito non sia altro che una menzogna e un irretimento da parte della materia? E se il nostro compito non sia altro che liberarci dall’ovvio che ci circonda? Se siamo vittime di un gioco, di un complotto, di un esperimento mal riuscito, di un arcano, di una menzogna… e se l’unico modo per scoprirlo sia rifiutare il reale, perché l ìrisiede tutto il dolore? E se questo non sia altro ciò che i santi andavano predicando? Il mondo dei cieli… non siamo di questo mondo… gli angeli… i demoni… tutto ruotava…

Lo guardai. Aveva occhi enormi, aveva un occhio più grande, l’altro era nascosto dal profilo buio del suo volto, sembrava girare su se stesso, passando da occhio di drago a occhio umano e poi di nuovo a quello di drago o di felino se preferisci. Rosso, giallo, viola, lillà. “Prendili… prendili…” mi pregò senza agitazione e senza forzatura, incoraggiandomi con un gentile e lento gesto del suo braccio a prendere i funghi. Aveva le mani a forma di coppa, come a contenere dell’acqua di fiume, vi erano delle luccicanze all’interno dei suoi palmi.

Presi i suoi funghi. Erano secchi, belli, e già divisi per dosi all’interno di bustine accuratamente piegate e pronte all’uso. Era l’eucarestia dell’allucinazione. La tenda del destino quantico, il nostro altare dell’unità universale. E questa volta, sacerdote fu Joe, questo gnomo cinese che diventava piccolo e che diventava grande, con un occhio diverso dall’altro, con una parte del viso illuminata e un lato oscuro. Le gambe erano rimaste incrociate per tutto il tempo e non dava segni di doversi muovere,
sembrava come se fosse ovunque all’interno della sua tenda, come se il suo spirito fosse più grande del corpo, visibile, che siamo abituati a percepire.

In quel suo spazio intimo vagava, parlava e sorrideva con fare deliziato.

Rapito dalla magia di Joe, quasi persi la presenza di Ajie, che a tratti scompariva per poi ricomparire, ed era come se non ci fossero altri che Joe e io. Come se Ajie fosse solo un ricordologramma che appariva dal nulla per poi dissolversi come un vapore sinaptico. Avevo anche il dubbio e la sensazione che in realtà lo gnomo, Joe, non fosse altro che il mio amico Ajie, che non so per quale magia, mi avesse portato nella tenda a incontrarlo sotto diverse spoglie, a conclusione di un rito sacrificale, di cui io ero vittima incosciente.

La musica forte, all’esterno, veniva quasi filtrata dalle pareti della tenda. Eravamo in un’altra dimensione, non eravamo più là, galleggianti e soddisfatti, come in una bolla. Accettare i funghi era come accettare il sacramento della comunione, come prendere un’ostia sacra. L’ostia della visione, il bottone del quintoelemento. I funghi portavano desideri incompiuti a compiersi, e il non visto si rivelava, il velo del giorno svaniva con un rutto di fata. Poichè tutto è un bluff. La vita è solo un bluff. Solo un bluff.

“Be’, dobbiamo andare DeLuFa, – disse Ajie, riapparendo – grazie Joe! Ci vediamo dopo, andiamo a cercare Xiao Dongge… è rimasto là da qualche parte…”.

“Nessun problema ragazzi… a presto De Lu Fa…” salutandomi come se dovesse dirmi qualcosa tramite la forza del pensiero, qualcosa che non poteva esser detto altrimenti che così. Il suo sguardo mi seguiva, lo sentivo anche sulle spalle, sulla nuca, mentre richiudevo la tenda uscendo. Era dietro di me.

“Grazie Joe, ci vediamo Joe!”, risposi non sicuro di averglielo detto, ero già fuori, lui dentro. C’era veramente stato? Chi diavolo c’era dentro questa tenda? Possibile essere ingannati a questo modo dai sensi? Volevo rientrare per guardare un’occhiata. E se poi fossi ricaduto di nuovo vittima del suo sortilegio? Mi aveva ipnotizzato? E se poi, senza Ajie, non avessi potuto sfuggire ai vortici del suo occhio drago-felino? Cosa avrebbe pensato un sino-gnomo-Budda se mi avesse visto rientrare sopraeccitato e dubbioso della sua stessa esisteza? Se ne sarebbe accorto? Sìsì , se ne sarebbe accorto e per me sarebbe finita, per sempre, intrappolato nella sua tenda come dentro la lampada del Genio. Ma no no, quella era la tenda di Joe, lì poteva esserci solo Joe. Chi volevo mai che ci fosse? Chi poteva mai essere se non Joe? Non credevo davvero alla fantasia degni gnomi della montagna delle fate? E poi nessuno mi aveva mai parlato di gnomi su questa benedetta montagna! I funghi questo sì, loro forse mi avevano mostrato qualcosa, saranno stati i funghi! E le torte, sì saranno state le tortine! Colpa di Xiao Li, andavo pensando! Le tortine… anzi ne avevo ancora una nella mia tasca, me lo dovevo ricordare. Che cosa ho detto? Ho parlato, mi sono sentito o l’ho solo scritto? E se quel mio pensiero di allora, che sentivo dubbioso nella mente, strano, inadatto, non fosse altro che la mia mente, quella di oggi, di ora che sto scrivendo, che inspiegabilmente ripoppava nel passato dei miei pensieri? E se riuscivo a sentire il pensiero del me futuro? Dovevamo andare. Ma andare dove? Ma se stavamo già camminando tra la gente! Eravamo già andati.

Era la più malvagia e angelica festa dei boschi a cui avessi mai preso parte.

“Ma da dove diavolo è uscita mai tutta questa GENTEEEEE?” chiesi ad Ajie inseguendolo, ritrovandomi quasi a corrergli dietro. La luce stroboscopica mi permetteva a tratti di vederlo, illuminandolo come un ladro-attore su di palco-prigione, a tratti nascondendomelo, per poi riapparire l’attimo dopo, quando il buio ingoiava di nuovo tutto trasformandosi in luce. Così via. La fuga dei folli! La vita non è che una psicosi di massa dove tutto il possibile viene rinchiuso in una scatolina piccola piccola così. La mente.

Ero sbattuto da tutti i lati eppure riuscivo a infilarmi tra la gente che continuava a guardarmi con mille occhi, mille mani e mille braccia e mi accettava respingendomi. Me ne fregavo, continuando a infilarmi tra di loro pensando di conoscere bene allucinazione e verità. Tanto bene da aver deciso di smettere di pretendere di distinguere vero e falso, dovevo smettere di spaventarmi e di eccitarmi, dovevo lasciar fluire. Dovevo lasciarmi fluire. Ero protagonista cospettatore della mia vita di flusso nella sezione-casella-albo-anagrafe del duemilaxxx. E quante e quante ne avevo passate e ne passeranno ancora! Andavo incuneandomi tra ombre di altre vite, alcune erano semi nude, altre ferme e mi guardavano come nei primi piani del genio Fellini. Non dicevano mai una parola, in nessun linguaggio, senza alcun movimento. Non sentivo neanche più musica, ma solo un rombo di tuono che sembrava dover squarciare il cielo giù dalla montagna incenerendomi.

Ajie nel frattempo era come al solito sparito. Non lo ritrovai per non so quanto ancora. Così decisi che mi ero scocciato di combattere la natura delle cose e presi la direzione della macchina ficcandomici dentro. Avevo bisogno di tranquillità. Non so quanto era passato dall’inizio della serata e da quando Ajie era scomparso l’ultima volta. Ajie era strafatto di LSD e io, non so, no, sicuramente no. Non l’avevo preso, non lo avevo fatto. Rimasi nell’auto con due amici che dormivano sul sedile di dietro con la bocca semiaperta e il collo schiacciato all’indietro. Reclinai il sedile anteriore sdraiandomi più comodamente. Ah, ero alla guida, non volevo stare lato guida, dannazione a me e quando salgo dal lato sbagliato! Avevo il volante in mezzo e mi opprimeva, ma non potevo farci niente, uscire e rientrare sarebbe stata un’impresa titanica ed era fuori discussione. Mi sarei riesposto al suono, al vento, e chissà a che cos’altro ancora. Ora invece ero al sicuro, ero dentro e nulla poteva accadermi di male. E così rimasi, non volendo uscire, sentendo freddo. Tanto freddo. Era buio, ma stavo bene. Volevo solo andare via da quel caos, sentivo come un forte desiderio di tornare altrove. Da qualche parte, ma non a casa! No, non a casa! Volevo solo andare via. Abbandonare quel via vai di flussi e di tensioni tra umani e umani, di disequilibri che non facevano per me.

“Respira! Respira!” mi ripetevo e più lo dicevo più prendevo coscienza del mio respiro, dell’espansione della mia cassa toracica. Sembrava enorme, potevo nasconderci navi e galeoni e lanciarli fuori con forza a ogni singola espirazione. “Uuuuuuuuuuuuuuuu!” Respiravo. Ero vivo. Mi sentii meglio. Mangiai un altro po’ di tortina. La carta scrocchiava come la pelle di un crostaceo che si muove semivivo con le zampe disperate, sulla graticola. La tortina era squisita. La cioccolata si scioglieva in bocca e si mischiava all’aroma e al gusto della marijuana in un’estasi di piacere.

Bellezza di notte! Fortuna a me! Fortuna a voi! Non possiamo essere ricondotti solo a questioni di chimica! No!

Qualcuno all’improvviso sbatté la portiera della macchina. Era Ajie, tutto di corsa come se stesse fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Era sudato, con la camicia sbottonata, ma non sembrava agitato dalla paura, anzi rideva senza suono come un santo che aveva visto la luce.

“Ei Baobiao (bodyguard), sei qui? Ecco dove ti eri ficcato? Ti stavo cercando, mi sono girato e non ti ho visto più! Ma perché ti sei messo a correre fino a qui?”.

“A correre? – chiesi lento – mica mi sono messo a correre, anzi ti ho cercato per chissà quanto là fuori e… non ti ho trovato, così sono tornato in macchina, e poi ho freddo… comunque eccomi, sono qui. Ero qui…” .

I vicini, quelli della macchina a fianco, erano impegnati in un intercorso amoroso improvviso. Silenzio.

Fumammo una trella. L’LSD ancora non abbandonava Ajie. Erano passate forse cinque o sei ore da quando lo aveva preso e avevamo ancora mezza nottata davanti a noi. Arrivarono gli altri, ridendo e cadendo sul prato.

“Ei, ma voi state sempre a fumare? Ajieeeeee, vieni Ajieeee, esci fuori! Ajieee!” una sua amica lo chiamava con voce mezza stridula. Era in condizioni disarmanti. Mi aspettavo che da un momento all’altro si calasse spontaneamente il tanga da sotto la gonna, eccitata e fattissima. “Dammene un tiro, Ajie! Voglio un tiro e voglio un tiro anche dell’amico tuo! Ajieee! Vieni Ajie!! Vieni amico di Ajiee!”

La notte andava piano piano placandosi. La musica di sottofondo mutava d’intensità, ma forse erano solo gli effetti delle droghe che cominciavano a scemare lentamente. Chiacchierammo con Xiao Dongge e gli altri, durante l’ora più oscura della notte, seduti chi su sediole improvvisate, chi su pietre, chi sui cofani delle auto parcheggiate. Faceva freddo. Le ragazze erano distrutte, alcune avevano il trucco colato vangoghianamente e si coprivano come potevano le gambe dall’umidità con giacche o qualche plaid.

La notte scendeva sempre più buia da un lato mentre un chiarore appariva leggero leggero dall’altro. Era l’alba. Passai gli ultimi istanti di quel buio in silenzio a guardare. Guardavo tutto. Come un predicatore estatico stanco che, dopo aver passato una notte d’amore con l’infinità, si concedeva un po’ di riposo. E poi, finalmente il sonno.

La mattina arrivò che era un lampo e ci schiaffeggiò. Era ora di andare altrove. Ci alzammo come pesci in un acquario senza predatori. Lenti. Dovevamo andare, sì . Avevamo un po’ d’ansia. Almeno io. Alcune mattine mi sveglio con l’ansia ma già allora avevo imparato a non badarci più. Non potevamo rimanere in quel posto idilliaco, lo avevamo scaricato e necessitava di ricarburare. Altrimenti si sarebbe risucchiato nuovamente l’energia via da noi. Ajie, come al solito, era già sveglio. Si svegliava sempre prima di me, indipendentemente da cosa avessimo fatto la sera prima. Soldato Ajie a rapporto! Comunque in un baleno, noi della stationwagon rosso bourdeaux, eravamo già in piedi e, sgranchite un attimo le gambe, risalimmo in macchina per tornare in città. Era tutto apparso un sogno, tranne per il fatto che avevo per davvero delle bustine di funghi allucinogeni in tasca e non potevano essersi materializzate così dal nulla. Quelle me le aveva date davvero lo gnomo della tenda gialla. Joe, forse l’unica cosa vera di tutta la notte.

Lungo la strada ci fermammo per mangiare qualcosa in una specie di Shining Autogrill, sempre sulla superstrada sessantacinque. Divorammo di gusto degli spaghettini istantanei, occhieggiandoci addosso tipo ladri. Neanche sorridevamo più, eravamo stanchi, ma si poteva ben vedere dai nostri sguardi che eravamo in possesso di un segreto prezioso che non si può rivelare. Un segreto di cui si deve far tesoro. Finito il mangiare, pagammo e schizzammo in macchina, con la velocità di chi invece non ama pagare e se ne pente, sbattendo lo sportello.

Chongqing era là come al solito. Nauseabonda, assieme al suo orizzonte distopico. Ci si poteva aspettare un auto volante spuntare dalla linea dei grattacieli lontani, come nei film anni Ottanta, come in Blade Runner, con la musica di Vangelis di sottofondo e una nebbia costante e diffusa.

Xiao Dongge, lungo il percorso di ritorno aveva parlato ancora meno del solito.

Era metà pomeriggio quando ci scaricò vicino al loft di Da Dongge, lungo il fiume, sotto il cavalcavia, nel grigio del cielo. Ce l’avevamo fatta. Eravamo tornati, sembrava passato infinito. Avevamo lasciato il verde e il blu, i colori delle tende sul declivio, i nostri guerrieri del Dharma e le fate delle montagne, Xiao Li e Joe. Erano ora tutti lontani, verso est. E noi nuovamente lì dove non arrivano i sogni, dove gli uomini sono dimentichi di se stessi e della vita, lì nell’immensa metropoli.

Eravamo appena arrivati e già volevamo andare oltre.

Scesi dall’auto, salutammo Xiao Dongge e gli altri nelle macchine in fila dietro.

Quando entrammo Da Dongge era impegnato nella sua dimensione a scolpire il legno. Si abbassò gli occhiali da lavoro, piccoli e un po’ storti, ancora concentrato, con un gran sorriso, annuendo leggermente con la testa, felice della nostra gioventù, del nostro dissenso, della nostra comprensione del cosmo e del dolore dell’uomo. Non avevamo detto nulla ma lui aveva già capito. Sapeva cosa può succedere quando un uomo ricerca, quando si spinge oltre. Sapeva anche che quelle erano tutte cose di cui non si può parlare, tutte cose che non si possono dire, trasmettere, far capire appieno non è questo il modo. Sono coscienza nel profondo del cuore. Bisogna lasciarle sedimentare, al massimo sono verità da nascondere tra le pagine di un libro. E Da Dongge lo sapeva questo, l’aveva imparato inclinando lo scalpello sulla superficie del legno. Guardando ogni truciolo rotolare, cadere, ogni ricciolo di legno seguire l’energia gravitazionale, strofinarsi poi sul pavimento, perfettamente, come in un gioco di allineamenti e di continua scoperta di giochi forza.

Quello fu l’ultimo giorno che vidi Da Dongge e la sua illuminata dolcezza di uomo del legno.

Lasciammo Chongqing in treno, sotto una pioggerella malinconica, salutando l’omino che si sbracciava col fischietto sulla banchina, quello che aveva ceduto, dimenticando i propri sogni, e che ora fischiava ai treni.

“Tutti in carroooooooozza! Fiuuuuu Fiuuuuuuu!” sbofonchiò soffiando.

Addio Da Dongge, addio boschi amici. Divenne tutto piccolo piccolo, come un’ala di fata o di farfalla, vista da lontano.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima Capitolo 13.2

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Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 13.1

La sera ci incontrammo finalmente con Xiao Dongge andando a trovarlo direttamente al suo pub. Non c’era un gran che d’illuminazione né dentro né fuori. C’erano solamente alcuni lumi fosforescenti dipinti a mano e anche le pareti erano imbrattate da murales sgargianti che con la strobo riflettevano luce come pappagalli psichedelici nella foresta.

Xiao Dongge sembrava un messicano, nel modo di vestire e anche la pelle era un po’ scura, olivastra. Ci accolse in maniera schiva, frettolosa, non s’aspettava ch’io fossi un laowai. Evidentemente Ajie aveva omesso questo piccolo dettaglio, ma non mi preoccupavo, ero apposto e non avevo nulla da nascondere.

“È un vero compagno” dicevano di lui, “è forte” diceva Ajie.

Per alzare qualche soldo, oltre la gestione del locale che si trovava sul retro di un palazzo orrendo in cemento, come quelli a cui ero abituato da giovanissimo, le case popolari kubrickiane del Nuovo Salario, del Tufello o di San Basilio, nella periferia nord di Roma, Xiao Dongge spacciava. Era un pusher. Si muoveva tra i giovani negli ambienti musicali underground di Chongqing e tutti lo rispettavano. Era specializzato praticamente in tutto e tutta roba buona: coca, ero, anfetamine, acidi artigianali, pasticche e ovviamente erba. Tutti lo conoscevano e lui tutti conosceva. Aveva una testa particolarmente bombata e qualcosa di misterioso negli occhi, ma forse era solo la droga che lo rendeva strano e leggermente asimmetrico. Dal canto mio amavo la chimica a scuola e la geografia astronomica al liceo, cose che messe insieme se ti prendi una pasticca potrebbero avere in comune teoremi e corollari, ma non ho mai amato confondere le due cose, chimica e sangue. Non ho mai amato le pasticche e tanto meno le varie polveri da inalare o sparare. Tutta roba non aveva mai avuto nessun attrazione su di me. Anzi la odiavo. Alcune sostanze erano strumenti per lo sviluppo dell’io, e non per lo sviluppo del business della morte.

Xiao Dongge diffidava di tutti, doveva farlo, questa era la sua deformazione professionale. Parlava poco, molto poco, e faceva bene. Parlare poco è sempre un bene. Senza considerare che la polizia cinese aveva spie dappertutto e si poteva intrufolare ovunque e comunque se solo avesse voluto.

Ma Xiao Dongge non era così ambizioso da cacciarsi in grossi guai, amava troppo la vita e il divertimento per farsi fottere facendosi incastrare. Non aveva nessuna intenzione di perdere la sua amata libertà.

Partimmo la mattina presto, nonostante la lunga nottata. Aveva una sgangerata station wagon rosso bordeaux, che probabilmente non veniva lavata dalla rivoluzione culturale dei anni Sessanta. Ma andava una bellezza e a noi questo bastava.
Ajie era entusiasta e sul suo sedile saltava come un pargoletto che andava in una gita fuori porta alle cascate delle Marmore. Erano anni che non rivedeva Xiao Dongge, e mettersi sulla strada con lui e con me lo esaltava. Non la smetteva di parlare di volersi calare subito qualche goccia di LSD non appena fosse arrivato, e mancavano ancora alcune ore di macchina alla nostra destinazione.

Prendemmo la superstrada sessantacinque verso est in direzione Guizhou guidando per circa duecento chilometri, e la strada, via via che ci allontanavamo da Chongqing, diventava sempre più verde e cominciava a salire gradualmente. Aumentavano i tunnel e si facevano più rade le auto con tutte le altre solite fastidiose interferenze umane. “Avrebbero rovinato il panorama” ci dicevamo concordando vicendevolmente sulla cosa.

Raggiungemmo la contea di WuLong nel primo pomeriggio e da l ìmancava pochissimo, eravamo praticamente arrivati.

Ad aspettarci vi era una radura con un dolce declivio sulla sinistra, ai lati un fitto bosco stile Appennini. Sembrava effettivamente di essere tornati in Italia, sui nostri monti Simbruini. Il parcheggio era costellato di grandi pietre che slalomeggiammo attentamente con la macchina fermandoci di fronte a un grande masso di due o tre metri con dei bracci in pietra a mo’ di ganci. Ci avremmo potuto legare i cavalli se mai ne avessimo avuti.

Un grande palco con grandi fari e innumerevoli strobo era già pronto sullo sfondo e un paio di stand sulla destra erano stati già allestiti a mo’ di fiera di paese.

Si preannunciava un gran casino. Un rave party nel bosco. Ci eravamo trovati proprio in occasione di questo enorme evento estivo che ormai ogni anno si ripeteva per la gioia di molti.

Ajie avrebbe rivisto amici da tutte le regioni vicine, accorsi per celebrare l’estate e gli ultimi anni di gioventù e di vita. Tutti erano desiderosi di abbandonare la morsa opprimente della società cinese e i suoi obblighi culturali e sociali anche solo per un paio di giorni.

I giovani cinesi stavano maturando una fortissima spinta ed esigenza di libertà. Cosa che avevano sempre desiderato nel corso della storia e mai ottenuto. Zhuzi Paidui (Bambù Party), così si chiamava, anche se di bambù (Oddiomio ancora bambù!) non ce n’era neanche la minima ombra, e tutti partecipavano straripando dalle quattro direzioni, tutti i freak, i beatnik e i punk provenienti da Chongqing, Chengdu, Guiyang, Xi’an e le maggiori altre megalopoli cinesi. Qualcuno anche da Pechino e Shanghai. Bambù party era un vero e proprio festival psichedelico tra i monti, nel nulla. Non volevano nulla svanendo nel nulla. Eravamo fantasmi, spiriti alla ricerca di un’illusione di vita visto che ce l’avevano uccisa.

“Ei DeLuFa, vieni qua! Un paio di gocce di LSD? È purissimo, vuoi?” mi chiese un’amica di Xiao Dongge, con un gentile gesto del viso e della mano, e mentre impugnava il contagocce continuava a dispensare doni eleusini a una lunga fila di giovani convenuti per la celebrazione. “Cento renminbi a dose! Cento renminbi a dose!” diceva a tutti.

“No grazie, magari più tardi, preferisco le cose naturali, l’erba o i funghi… ” risposi senza scompormi. Sembrava non capire come mai fosse possibile dire no a quell’acido e una piccola smorfia di disappunto le apparve sul volto. Ma la perse subito. Era troppo impegnata a continuare lo stillicidio di sogni siderali, che di lingua in lingua, elargiva ai ragazzi e alle ragazze (alcune bellissime) ormai o già pronti ad accogliere questo sacramento della saggezza universale. Bastava una goccia e ti ritrovavi a parlare con entità aliene, potevi venire colto in fragrante da una qualche astronave ed esser sottoposto a torture o a esperimenti da entità -folletto o da esseri metà uomo metà bestia. Tutto poteva succedere al Zhuzi Party!

Xiao Dongge sembrava conoscere bene la zona, perché si muoveva agevolmente tra i grandi massi e le buche del terreno, e conosceva tutti. Eravamo arrivati molto presto, c’era solamente un centinaio di persone al massimo. Non c’era fretta. Le altre sarebbero arrivate con il calar del sole come vampiri in un film di Tarantino.

Ajie occhieggiava in giro per vedere se riusciva a trovare qualche altro amico e amica e ne incrociò vari prima di essere catapultato lisergicamente nell’iperspazio a salutare per un tempo infinito i cristalli gotici della percezione.

Verso cena cominciò ad arrivare il grosso della gente, carovane di giovani, pullman come quelli di Woodstock, senza fiori e senza chitarre.

I volti dei commensali chimici erano tesi, venuti tutti in cerca di distensione. Questa generazione della disperazione acida. Succhiavano alberi, ingurgitavano di tutto, tutto andava bene pur di dimenticare. Dimenticare la fisicità della sofferenza e dell’oppressione. Il ricordo non era cosa buona e giusta. Non volevano ricordare, mi davano l’impressione come di voler solamente disintegrarsi. Volevano solo evanescentemente sparire. Con un semplice e candido “puff”. Come quando ti scoppia una bolla di sapone sul naso e poco prima riesci di sfuggita a vedere le striature della luce sulla sua superficie gommosa e saponosa. “Puff!”. Ne spariva uno. “Puff!”. Eccone scomparire un altro. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. Verso il nonscientifico brio dell’universo sconosciuto delle loro visioni.

Arrivò presto un’altra macchina con alcuni amici di Ajie e Xiao Dongge e, dopo essersi abbracciati tutti calorosamente, si calarono chi una chi due gocce di LSD purissimo, ridendo come bambini stesi al vento. Io ancora una volta non ne volli, continuando a fumare la mia dolce erbamica. Volevo avere la situazione sotto controllo, e vedere con occhi comuni questo nostro viaggio. Non mi fidavo neanche molto di queste droghe chimiche fatte in casa da mani potenzialmente inesperte. Chissà da chi. Continuai a modo mio guardando i colori dei loro occhi mutare angolazioni di visuale e nessuno di loro aveva allacciato la cintura di sicurezza.

Ajie si stava lavorando una ragazza molto giovane e molto svestita, sembrava quasi di essercisi unito alchemicamente; avevano entrambi preso l’acido e aspettavano salisse rotolandosi nel prato via via sempre più buio della Montagna delle Fate.

Mentre la notte diventava sempre più invisibile, una fiumana di figure, via via meno distinguibili dalla massa presente, confluiva lentamente come comparendo da una porta multidimensionale sul lato esterno del bosco. Il battito della musica elettronica di sottofondo cominciava a farsi più forte, era cominciata la festa. Ed era un pandemonio!

Sembrava di essere caduti in una burella infernale, anzi in un ring infernal-paradisiaco, dove angeli e demoni potevano mischiarsi e copulare, strafarsi, ingiuriarsi, amarsi senza nessun giudizio e nessun giudicatore, perché lui era alla consolle. Erano spiriti che si cibavano delle paure e delle gioie, di tutti i reconditi desideri umani. Erano tutti là, a portata di mano e di vista. Sesso, droga e disperazione, tutti shakarati in un ago psichedelico dritto al centro del cervello e poi BUM! Dritto all’interno dei nervi, giù al centro del terzo occhio. BUM! Dove tutto si vede senza occhio e tutto ha un senso maggiore.

“Ajie, io vado a vedere là che cosa ci sta in quegli stand, ok? Vuoi venire?”

“Dai, vengo con te, De Lu Fa! Dovrebbero essere anche loro amici miei… lo so che cosa hanno… andiamo a provare…” rispose con i muscoli del viso che si tiravano sempre più. Il sorriso si contraeva. Il naso induriva. Aveva cominciato il trip.

“Ei! Chi si rivede!? Il vecchio Ajie! Come mai da queste parti?”.

Era una ragazza con rossetto nero e un vistoso piercing sulla lingua. Capelli rossi-viola e lenti a contatto bianche.

“Sono qui con questo mio amico, De Lu Fa! È italiano ed è il mio bodyguard, quindi no farlo incazzare sennò spacca tutto!”.

“Ah Ah! – sorrise vagamente senza badare troppo alle sue parole – Piacere, De Lu Fa”. Dandomi la mano e scrutandomi da dietro le pennellate di colori e i pentagrammi di note che venivano sputati dalle case che aveva dritto dritto dietro di lei.

“Piacere…”.

“Xiao Li – disse presentandosi – , chiamami Xiao Li. Vuoi delle spacecakes al cioccolato? Le abbiamo fatte con le nostre mani…”

“Be’ perché no? Dammene una, anzi due… adoro il cioccolato!”.

“Uaaaaaaaaaaaaaa! Bravo De Lu Fa!” cominciò a ridere Ajie incontrollatamente. L’acido gli stava bussando nell’animo passandogli per la testa. Lo guardai senza dire nulla, mi piacevano i suoi occhi scuri ancora più grandi e tondi. Vedeva più cose, percepiva più cose, pensava più cose.

Pagai le due tortine, erano un po’ più grandi delle vecchie camille del Mulino Bianco, solo che queste erano speciali. E poi non si sa mai che cosa ci ficchino dentro le merendine per bambini oggi come oggi, no? Almeno in queste si sapeva, noooooo? Cioccolato plus erba. Il sapore era indescrivibilmente sessuale. Non poteva essere altrimenti. Erano fatte dalle fate della montagna, e Xiao Li doveva essere sicuramente una di queste. Mi guardava fissa, mentre tutto vibrava con quegli occhi bianchi! Aveva voglia e desiderio di uccidermi o forse di mangiarmi mentre mi cavalcava nel fitto del bosco e tutto girava girava nel fuoco e nelle stelle su su tra i rami degli alberi, mentre i nostri capelli si mischiavano e si aprivano porte su dimensioni incommensurabili. Il flash si spense. Eravamo ancora lì e mi guardava ancora.

“Sono contenta ti piaccia, De Lu…” si era scordata il mio nome.

“…Fa. De Lu Fa! Non preoccuparti sono abituato. Non potevo certo chiamarmi Xiao Long. Troppo cinese, no?”.

Annui. Non le interessavo già più. Era disfatta. La gente, lentamente, protendeva le braccia da dietro al bancone e la assalivano per più tortini psichedelici come zombie affamati di carne e sangue.

Finii di masticare la prima tortina (Ajie ne prese solo un morso) e misi la seconda dentro il sacchetto di carta marrone che mi avevano dato. Lo inserii attentissimamente, con una lentezza quasi polifemica, dritto giù nella tasca. Ero pronto. Incosciente, sembravo un bambino al luna park che aveva perso la famiglia sentendo di attraversare la vita con gli occhi di chi la vede per la prima volta da solo. Il bosco attorno mi si stringeva come in un abbraccio e i ragazzi si stringevano al centro del bosco con una palpabile esplosione di vitalità. Volevano gioia, tutti vogliono gioia, no? Felicità! Saltavano, ballavano, come cercando di scrollarsi di dosso strati e strati di volti, livelli di marcio, di lordure, alcuni si svestivano, non sentendo più l’umidità, il fresco di quella notte apparente.

“Vieni Ajie, andiamo!” gli gridai tirandolo per la maglietta mentre mi intrufolavo tra la gente. Stralunati loro, stralunato io. Sembravo essere l’unico straniero tra migliaia di cinesi e per questo mi guardavano ancor più come un alieno. Simile tra dissimili, dissimile tra simili.

“Dove vuoi andare De Lu Faaaaaaa?”, sentivo la voce di Ajie provenire attutita da tutte le direzioni e dalla massa sonora. L’impatto della musica era assordante, era un esplosione di suoni e di colori. Solo le stelle erano fisse, sulle nostre spalle e sulle nostre teste. Un cielo stellato incommensurabile, di quelli che raramente possono esser visti in Cina. Lo smog era stato messo dentro per eccesso di velocità: non riusciva a raggiungere cotanta bellezza, non quella sera almeno. Qualcuno avrebbe dovuto pagare la cauzione, ma nessuno voleva. Eravamo tutti presi mentre Mr. Smog rimaneva imprigionato tra le cappelle dei grattacieli di città. Voleva schiacciare l’umanità sempre più verso il basso. Voleva schiacciare tutti coloro che non riescono a convertirsi o a scappare, ripetendo sempre il monito “Non potrai sfuggire, non potrai sfuggire, non potrai sfuggire…”

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 13.1

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1