Parte Prima – Capitolo 15

Prendemmo il treno della notte. Un bel treno. Se lo vedevi da fuori era tutto pulito come uno scolaretto col paniere. A ogni fermata lunga, apparivano da ogni dove omini vestiti di blu che sudavano sudavano per pulirci il guscio. I vetri sembravano invisibili, si poteva avere quasi l’illusione che non ce ne fosse alcuno, tanto sudavano per la perfezione ingrata. Dentro invece era tutto duro.

Prendemmo delle birre nel vagone ristorante che bevemmo guardandoci in faccia e guardando fuori in ansia di vedere oltre ancora.

Da Chengdu volevamo raggiungere Guiyang, nella provincia del Guizhou. Una delle zone più povere della Cina. Non era lontanissimo in termini cinesi, eppure ci aspettava un viaggio di circa novecento chilometri. In una nottata ce l’avremmo fatta senza problemi e io ero curioso, non ero mai stato neanche là. Ne avevo sentito parlare bene da chi era povero e male di chi era ricco e io, non sapendo quali parametri utilizzare, non sapevo cosa fossi, povero o ricco. Non ascoltavo nessuno e volevo andarci di persona anche solo per guardare e testimoniare. Non m’interessavano le opinioni degli altri sugli altri. Tanto è vero solo quel che si crede sia vero. Io volevo vedere con i miei occhi, quell’altro sputo di mondo cinese. Volevo capire dove cadevano e dove si rialzavano, volevo mettere un dito nelle cicatrici e svelare il bello e il brutto, incrociandoli sulla lingua delle persone così come ai crocicchi ci paese. Ero interessato a scoprire il non senso di suoni che si sente dalla sofferenza e dalla gioia umana. Senza senso. Come un fischietto per cani che tu non senti, ma il cane, sì, lo sente. Come un’esplosione di stati d’animo umani. Questo sentivo, viaggiando dentro me stesso. Non c’era povertà e non c’era ricchezza. C’erano solo giusto e sbagliato, verità e menzogna, Dio e Satana, luce e ombra.

Fuori dal finestrino potevo distinguere scorrere e salutare con la mano anche tutte le mie paure e le mie angosce. La paura di non arrivare, la paura della paura, la paura di non esser mai partito davvero, la paura di morire, la paura di vivere.

Mia moglie mi odiava. La mia famiglia piangeva, mentre io vagavo come un cavaliere sotto la pioggia chimica del futuro. Non guardavo neanche la cartina per vedere chiaramente dov’ero o dove non ero: da qualche parte là, e questo mi bastava. Lontano dalle rotte tradizionali (che vuol dire tradizionale?), dai luoghi del commercio e dei turisti. Oddio quanto odio i turisti! Sono l’apoteosi dell’impoverimento umano da superficialità vacanziera. E poi tutta quella felicità smielata di cosa? Libertà a scadenza. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette, meno sei, meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno. Dannazione, sono di nuovo schiavo per un anno! Devo pagare il mutuo!

I turisti sono la dimostrazione di come l’uomo sia stupidamente incapace di cambiare vita, sempre più schiavo della macchina e del sistema. E così viaggiano desiderosi di perdersi nelle vite e nelle usanze altrui, di rilassarsi (“Oddio Claire, cara, ho proprio bisogno di rilassarmi in questa vacanza, ho già preso appuntamento dal parrucchiere per giovedi prossimo e poi parto, non vedo l’ora, ne ho proprio bisogno!”) senza avere neanche la forza necessaria per cambiare se stessi.

Be’, ho sempre pensato che solo abbandonando si ha veramente amato. Solo lasciando andare, non vedendo, non abbracciando, non sentendo, non baciando; solo distaccandosi totalmente, solo lasciandosi veramente, indescrivibilmente, senza compromessi, pratici o mentali, solo così facendo si può capire veramente, globalmente, unicamente cosa voglia dire restare, amare, decidere. E il viaggio non è contemplato in questa dinamica di mutazione dell’essere.

Io non volevo e non voglio nulla se non vedermi in faccia, ma finora nessuno specchio ha mai potuto riflettere la mia vera immagine, tanto meno quelli degli hotel turistici di periferia. Sentii che anche Budda era andato in vacanza. Dicevano avesse lasciato il Paese. Secondo me aveva abbandonato il pianeta o si era nascosto, entrando sotto la pelle di un animale invisibile, serpentino, cambiando apparenza, ma non sostanza, e adesso gioca a carte con Cristo (ma nessuno dei due sa barare!); giocano nudi e nessuno dei due vince mai. Si accorgono solo alla fine che, ogni volta, manca sempre una carta. E sempre la stessa.

Guardavo Ajie dormire, con la testa poggiata sul tavolino ripiegabile del treno e avrei tanto voluto dormire anch’io un sonno chiaro e definitivo.

Andare in treno è una delle più profonde esperienze spirituali che un uomo possa fare sotto i quarantanni. Superati i quaranta, cambiano le cose. Ne sono convinto. Se non cambiano, vuol dire che non si è saltato su treni a sufficienza e non si è scavato a dovere in precedenza. Ora per me, poco sotto i quaranta, è presto o è già tardi?

Fatto sta che quel dannato treno correva nella notte, in un buio forsennato e mi veniva quasi la febbre solo a guardare fuori l’oscurità.

Girai una trella da me e Ajie si svegliò subito, neanche avesse avuto il radar o l’antifurto per sottrazione indebita di marijuana dal taschino. Era un controllore di ganja. Meglio così. Può sempre risultare un potere utile, prima o poi, avere  un amico così.

“Dà qua, faccio io” disse, prendendo l’impasto di tabacco ed erba che avevo nel palmo della mano sinistra.

“Perché scusa? Sto facendo io, che cambia?”.

“Non ti posso vedere fartela fare da mancino, e poi sono io il rollatore ufficiale della spedizione! Tu sei il baobiao (bodyguard)! Non confondiamo i ruoli per favore! Ah!” disse mezzo sbadigliando e bevendo una lunga sorsata di birra ormai calda. Poi fece una faccia insoddisfatta ma, senza lamentarsi, continuò nella sua opera.

“Dai te ne offro un’altra io… PADRONE! Ti va?” dissi alzandomi. E la trovai anche una buona occasione per sgranchirmi un po’ le gambe. Erano ormai già alcune ore che eravamo in viaggio e non mi ero mai alzato.

“Torno subito” dissi.

Annuì sorridendo, con la sua solita faccia da schiaffi, come a dire “ok ok zitto zitto ci sono quasi!” mentre finiva il rollaggio.

Potevo finalmente camminare un poco. Percorrevo i vagoni sbirciando dentro i vari scompartimenti. Ci si può trovare di tutto, tutti i tipi di persone, quando si viaggia in treno la notte. Chi ha il demone del non dormire può imbattersi nei propri simili, ritrovandosi spesso a raccontare la propria vita o a sentire storie lontane e struggenti. O belle. Avevo viaggiato spesso in treno in tutti quegli anni di Cina, conoscendo miriadi di sconosciuti, gente schiacciata dalle incombenze, dal proprio lavoro, oppure da una vorace famiglia, dalle responsabilità o dal destino.

La Cina non è mai stato un posto clemente per chi vuole vivere differentemente gli ultimi anni che restano di giubilo sulla Terra, e non si può infrangere troppo il regolamento. Bisogna attenersi alla tradizione, stare attenti. Essere rispettosi del fallimento dell’umanità. Così, quando sei in treno, vedi migliaia di diseredati psichici sbattersi da una parte all’altra del Paese, tirati come da cordoni ombelicali attorcigliati intorno al collo. Viandanti lebbrosi senza campanello, scavati in volto, coi denti all’infuori, che percorrono enormi distanze per trovare un po’ di pace e di armonia. Dormono per terra o dove capita, mangiando spaghetti istantanei da pochi kuai ( 1 kuai è l’equivalente di 10 centesimi di euro circa) l’uno, e non si lavano. Si riscaldano bevendo acqua bollente, acqua che non manca mai specialmente sui vagoni dei treni notturni. Nei passaggi tra un vagone e l’altro infatti, ogni due o tre al massimo, si possono incontrare questi grandi bollitori grigi, da cui si può gratuitamente attingere acqua fumante. Loro unico conforto d’inverno, oltre la grappa. E ai jiaozi (ravioli) con l’aglio, s’intende. Molto aglio.

Presi quattro birre e tornai al nostro vagone.

I bambini erano sempre quelli più incuriositi dalla presenza di noi stranieri. Alcuni sorridono, altri si nascondono dietro le mani o dietro il corpo dei nonni. Altri fanno capolino con un solo occhio come a prendere la mira tutelandosi un po’. Chissà cosa pensano? I più piccoli ti indicano e se sanno parlare fagotteggiano “Laowai! Laowai! Laowai!”, sicuro che te lo dicono! Laowai (straniero), l’unica sorpresa in un mondo che destinerà loro sorprendentemente poco di nuovo e di vero.

Ajie mi aspettava per fumare.

Non bisognava preoccuparsi molto in queste circostanze, sui treni notturni, in Cina, puoi fumare, tranquillamente. La maggior parte dei controllori e dei viaggiatori non sa minimamente poi cosa voglia dire erba. Cosa sia, come sia fatta, che odore abbia e che cosa ci si faccia. Quindi, se ti metti vicino a un finestrino o nel passaggio tra due vagoni, lì dove tutti gli altri fumatori si nascondono per fumare, non ci sono mica problemi. Ti allieti il viaggio, sorridendo e chiacchierando con qualche sdentato amico che avevi incontrato già prima, magari lungo il vagone sette, specialmente se sei un tipo a cui piace camminare sui treni, come me. Anche loro, come i bambini, chissà cosa pensano veramente di noi stranieri? Sperduti su treni notturni, da soli, al centro del loro mondo visibile, lontani dai bar e dai club di Hong Kong o di Shanghai, dalle nostre Ambasciate luccicanti di bicchieri di cristallo e di tacchi a spillo ribaltabili, lontani dai nostri ambasciatori panzoni e ignoranti – arrivisti sociali! – o dalle ex-oppierìe, ora locali notturni, come il Suzie Wang. Notturne spremute di rosso agli angoli delle lanterne del drago!

Bello invece è vagare perdendosi tra la gente comune nella notte, lontano dagli uffici e dai numeri di telefono d’emergenza degli sconsolanti Consolati, dei ristoranti da mille kuai a portata e dai sorrisi delle cameriere con plus. Protezioni mentali per gente debole senza anima! Che tanto, più ci vuoi mettere dentro soldi e potere, e più sei povero e senz’anima dentro! E questa lista di possibili identità si potrebbe allungare infinitamente.

Questi amici fumatori lo sanno che sei diverso, ti guardano quasi tu fossi pericoloso, perché imprevedibile, ti guardano un po’ impauriti un po’ rispettosi, ansiosi di sapere chi sei. E tu sai. Fai silenzio. Fumi. Guardi il fumo denso salire anche di notte, come da una ciminiera, su su, fin nell’alto spazio, nel vuoto tra loro e noi, tra noi e noi.

Silenzio nella notte che scorre, neanche il freddo acciaio delle rotaie ha più nulla da dire e tace. Non gracchia, non schiocca. Binari vuoti e silenziosi, che ti portano a destinazione, come scivolando, mentre la tua prossima boccata ti aspetta inesorabile quasi a delimitare il tuo momentaneo angolo d’osservazione

“Mmmmm” inspiri.

“Uuuuuuuu” espiri.

Eravamo tutti belli e immacolati in quell’angolo di treno notturno. Capelli al vento, a guardare fuori dal finestrino. Buio notturno. Amici contadini con cui condividere attimi di niente misti a un momento dinamico tra presente e futuro. Ci scambiavamo occhiate, accendini e qualche risata complice. Una tentativo di comunicazione e di ponte tra generazioni di nemici e millenni di noncuranza. A qualcuno, pelato, brillava anche la testa.

“Ajie, arrivati a Guiyang dove si va?” chiesi un po’ assonnato distratto da qualche bagaglio mal messo nel corridoio del treno.

“Dove? Non saprei sinceramente. Arriviamo prima, mancano ancora un paio di ore”.

“Perfetto! Andiamo dove non sappiamo. Andiamo senza sapere perché andiamo!”.

“Esatto! Ma perché c’è sempre bisogno di una motivazione per tutto? Nel viaggio, se di viaggio stiamo parlando, non è importante dove e come arrivare, quando arrivare, perché arrivare… l’importante è andare.”

“E ritornare!”.

“Sì, …e ritornare, in un modo o nell’altro… in un mondo o nell’altro”.

Eravamo alla ricerca della ricerca stessa, viaggiando il viaggio, senza una destinazione fissa. Ma per fortuna avevamo amici in giro ed eravamo acquiescenti. Accettavamo le proposte del caso e abbracciavamo i segnali davanti a noi come una verità indissolubile su cui non potevamo fare nulla. Non avevamo ragione in nessun modo. Era come se in realtà il viaggio volesse viaggiare attraverso di noi e non il contrario. Il viaggio si era scocciato di osservare viaggiatori con mappe e tempi delimitati, persone con il cuore fermo, che neanche batteva più da tempo. Il viaggio voleva portarci a Guiyang che era ancora avanti a noi. Mancavano ancora due ore.

L’alba fu maestosa.

Maestoso è il termine esatto. Aveva un cappello di nubi e il sole ci salutava chiamandoci per nome. Per davvero. Non è la solita descrizione di un libro. Non è solo per aggiungere due righe a questa storia.

Era presto, non ricordo l’ora, e dovevamo carburare mangiando qualcosa di buono. Fuori dalla stazione se si girava a destra, non lontano c’era un chioschetto in un angolo della strada. Faceva Bingzhou. Una specialità del Guizhou. Una zuppa fredda e dolce con sopra marmellata e dentro pezzi di cocco, fagioli, mais farro e quant’altro. Una vera delizia per il palato, la fame chimica e la disperazione universale che, con un po’ di sbandamento e di eccitazione quanto basta, rendeva tutto indimenticabile. Bingzhou per tutti. Offro io! Importiamola in Italia, esportiamola in America. Creiamo catene di negozi che fanno Bingzhou in Africa e apriamo qualche chiosco sulle spiagge del Sud America. L’uomo soddisfatto fa meno guerre.

“Mo’ che facciamo? Dove andiamo? Conosci qualcuno qui?” gli chiesi sazio e finalmente appagato. Avevo un po’ voglia di tornare a Houhai, tornare a casa per surfare le nostre onde. Mi mancava l’oceano. Mi ero abituato al suo rumore, alla sua umidità nelle ossa, sulla pelle. Negli anni precedenti al mio trasferimento a Houhai mi era impossibile surfare così tanto e consecutivamente, ma a Houhai, le onde e il mare erano talmente costanti che potevi surfare per settimane di seguito senza mai fermarti. Mi ero assuefatto. L’oceano non si stancava mai e non era mai piatto, le onde si divertivano già solo a esistere per sé. E la gioia bisogna saperla cogliere, non bisogna abituarsi alla sensazione di mancanza di gioia. Questa frega tutte le società, quelle orientali così come quelle occidentali. Ci marca lo spirito. Ci marca lo spirito. Questo pensavo. Pensate che effetto che fanno le bingzhou e le onde!

“Ajie, facciamo un altro giretto da qualche parte qui vicino e poi torniamo. Tra l’altro, tra qualche giorno arriva tutto il resto della roba che serve per finire l’ostello e a Sanwa serve una mano. Non mi va di lasciarlo solo! Poi mi manca il mare, devo surfare, ormai sono giorni che giriamo e l’oceano mi sta chiamando… girare in posti senza mare è per me… non lo so… una sofferenza. L’oceano lo devo quanto meno vedere, sentire… capisci no?”.

Sorrideva annuendo.

“Ma sì, che problema c’è? Facciamo una cosa, c’è un mio vecchio amico, che non vedo da anni ormai, pare abbia aperto una piccola locanda in un posto dove possiamo mangiare e dormire per qualche giorno. Non è qui a Guiyang, ma sempre nel Guizhou, non ricordo il posto preciso. So però che è bello e fuori dal caos, ho visto in passato alcune foto che aveva postato su internet. Cerco di contattarlo su QQ (chat cinese) e vediamo se risponde e se non è lontanissimo ci andiamo, che ne dici? Se non riusciamo a sentirci prendiamo il primo aereo economico da qui per Hainan. Tanto ormai siamo vicini, da qui il biglietto dovrebbe costare la metà che da Chengdu…”

“Perfetto!”.

“E poi abbiamo… ehm… hai… abbiamo ancora i funghi che ti ha dato Joe! Vero?”

“Sì, ce  l’ho qua – toccandomi la tasca dei pantaloncini – non me li sono mica mangiati da solo!”

“Ok, ora vedo se il mio amico è in chat e gli scrivo. Vediamo se da questa storia ne esce fuori qualcosa”.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 15

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 14.2

Al Jiaba c’era una gran folla e Ajie ci sguazzava dentro con una risata potente, quasi ne fosse il padrone. Lo si poteva quasi sentire raccontare storie, nonostante la musica fosse sputata fuori dalle casse a volume alto.

“Ma dove diavolo si è cacciato…” pensavo tra me e me. Lo sentivo ma non lo vedevo. E niente, alla fine mi bussò lui sulle spalle. Mi aveva girato attorno già con una birra e una trella formato gigante. Entrambi regali per me. Un sorriso che solo un amico veramente contento di vederti poteva avere. Oppure un fattone. E lui era entrambe le cose.

Presi la birra facendogli capire di conservare la trella per qualche istante. Volevo prima andare a salutare Laoli, che trovai al bancone non intento a essere intento a far nulla. Una persona piena, Laoli, capace di vederti al centro.

“DeLuFaaaa! Che onore averti qui! Hai già una birra, vedo. Ei Juddy, guarda qui chi è arrivato!”

Juddy era sua moglie, la madre di MuMu.

“DeLuFa, non sapevo stessi a Chengdu! Sono sempre l’ultima a sapere le cose! Come stai?” abbracciandomi mentre teneva le dita infilate dentro alcune bottiglie di birra vuote. Juddy Mani di Bottiglia.

“Benone grazie! Questo posto è fantastico Juddy!”.

“Grazie grazie – con un gran sorriso – ma scusa devo continuare a servire, tu fai come se fossi a casa tua…” sparendo tra gli spiriti della notte.                 A questo punto non rimaneva che bermi la birra.

Bevvi.

“Usciamo, vieni De Lu Fa” disse Laoli, prendendomi per un braccio.

Fuori, si stava meglio effettivamente, c’era più aria. Una leggera brezza sorvolava il Fulan che scorreva cheto cheto davanti l’ingresso del pub. Non c’erano lucciole in giro nell’aria, ma è come se ce ne fossero state a frotte lo stesso, nel vento.

Laoli aveva il suo tavolo privato sulla destra dell’ingresso. Il tavolo del capo, del Laoban che, come in tutti i locali, era sempre ispezionato da tutti, tutti volevano vedere chi erano gli ospiti della serata.

Guardandomi attorno notai subito che non ero l’unico straniero al Jiaba. Effettivamente quella era Chengdu, e non Houhai. Per questo nessuno prestava troppa attenzione alla mia presenza, fortunatamente. Qui i cinesi si erano assuefatti agli uomini dai grandi occhi.

Nei piccoli centri no, non è così, talvolta le persone quando vedono apparire un laowai (straniero), spesso hanno come una rivelazione, e cominciano a scrutarti come quando si vede per la prima volta il mare e l’immensità delle onde.

Già, le onde. Mi mancavano. Ma pensai che potevo farne a meno ancora per qualche giorno. Ero vivo, mi sentivo all’avventura, sballottolato come una barca alla deriva, fiducioso di trovare sempre un porto sicuro. Incosciente e forte come una colonna di San Pietro. Ero un romano diamine e nessuno poteva farmi del male. Neanche da solo, neanche uno contro mille. Loro lo sentivano. Li amavo. Lo sentivano. Ed ero benvenuto. Lo sentivo.

“Ei DeLuFa, questi sono Dong Chong e Xiao Gou (Cagnolino). Due amici, sono musicisti del posto e vanno una bomba!” disse Ajie, e poi rivolto a loro “ Questo è DeLuFa, il mio bodyguard dal maglione di peli! Ah ah ah! Suona anche lui la chitarra da dio, ragazzi!”.

“Ma che dici, Ajie!? A mala pena strimpello un po’… comunque…”

Ci salutammo passandoci la trella dell’amicizia che nel frattempo già girava facendo un cerchio di luce attorno al nostro tavolo. Era roba potente, bella, felice, spensierata che sapeva ancora di gioventù. Non ce ne fregava niente di niente. Eravamo invincibili anche quella sera. Neanche la pioggia ci avrebbe bagnati qualora fosse caduta. E a dimostrazione della teoria dell’invincibilità, quella notte, non cadde pioggia.

“Quindi, dice Ajie che sei un gran chitarrista, è vero?” chiese Xiao Gou.

“Macché gran chitarrista. Me la cavo appena. Voi pure suonate no? Cosa suonate? ”.

“Sì, – rispose Xiao Gou – lui la chitarra io le percussioni… peccato tu non sia arrivato qualche giorno fa perché abbiamo fatto una bella serata a un locale qui vicino, al MaTang. Altrimenti ci avresti sentiti… comunque facciamo musica nostra, rock cinese… ma diverso dalla solita solfa che è in giro oggi come oggi… ”

“Mannaggia! Capiterà dai, magari la prossima volta.”

“A proposito, ti va di fare un salto al MaTang (Zucchero anestetico)?”

MaTang… ma che figata di nome è?” risposi a sorpresa.

Risero tutti non aspettandosi quel commento da uno straniero.

“È il locale di un nostro amico, GuoGuo” risposte Dong Chong.

“Ma sì, Guoguo, ricordi? Lo hai incontrato tempo fa a Houhai, DeWa! (diminutivo in sichuanese di DeLuFa) Quello con le mani tatuate con cui parlasti tutto un pomeriggio, ricordi? – continuava a dirmi Laoli per cercar di farmi ricordare di lui – Dai, DeWa! Non è possibile che non ti ricordi! Lui era venuto a Houhai perché voleva aprire una sala da tè davanti al Jiaba sulla spiaggia e siamo andati tutti assieme a vedere quella casa diroccata col solaio che cadeva a pezzi… la casa bianca…”.

“Aaaaaa, sì grande! Guoguo, come no? Lo ricordo! Non sapevo avesse un locale qui a Chengdu. Certo, andiamo a trovarlo! È lontano da qui?”

“Niente è lontano se davvero pensi che non sia lontano, no?” rispose Laoli mettendosi accendino e cartine in tasca.

“No, non è lontano, non è lontano, è qua dietro. Possiamo andare anche a piedi…” aggiunse Ajie.

Andammo tutti assieme sbighellonati, deframmentati e felici.

Il MaTang era un altro live club di Chengdu, un po’ come il Jiaba, dove gli artisti s’incontravano per ossigenarsi, confortarsi e per cercar d’impressionare la scena rock musicale e spirituale del capoluogo sichuanese. Alcuni avevano sfondato, ce l’avevano fatta, altri no, ma valeva sempre la pena provare, vale sempre la pena immergersi nel flusso, qualcosa succede sempre.

Si entrava in una grande sala con il bancone e un alto palco sulla destra. C’era un gruppo che suonava jazz e non era niente male. Una band internazionale: un paio di cinesi, un tedesco e un canadese. Riconobbi Bodo, il tedesco. Un virtuoso bassista di Francoforte. Viveva a Chengdu ormai da più di dieci anni e si era sposato, messo le radici, aveva anche un figlio. Suonava per mantenersi, amava calarsi acidi. LSD a go-go. Faceva anche surf quando capitava giù ad Hainan in vacanza. Bodo.

Non mi vide entrare, era troppo impegnato a suonare e aveva i fari in faccia. Era veramente forte con il basso! Mi fermai un poco ad ascoltarlo, l’avrei salutato dopo. Salimmo al piano di sopra, dove una terrazza con le ringhiere in legno ci donava a una leggera brezza. Decisamente meglio dell’afa interna.

Guoguo era in fondo accerchiato da alcuni suoi amici, ci fece un cenno che pareva il Padrino. Era contento di vederci. Contento di vedermi. Strafatto come al suo solito, e non era un boss.

“Ragazzi, siete a Chengdu! – abbracciando Ajie – anche tu DeLuFa! Cosa volete da bere? – chiamò subito un cameriere fischiando.

“Birra!” rispose Ajie.

“Due birre!” facendo il tipico gesto di chi chiede birra a distanza.

Il cameriere, un altro tipo strano, mentre mi porgeva la birra mi lanciò come un’occhiata di schifo coperta da un sorriso. Ma forse erano solo le mie paranoie. Comunque. Prendemmo da bere ma io subito mi defilai, lasciando Guoguo parlare coi suoi amici, cercavo di seguire le loro battute sichuanesi, ma non capivo molto il loro dialetto, solo qualche parola qua e là, soprattutto le loro folcloristiche parolacce. Per quel che riguarda il mero aspetto fonetico il sichuanese ha alcune cadenze e alcuni suoni che ricordano sorprendentemente il pugliese. Cercai di spiegarglielo, sorrisero un po’, ma non riuscii a fargli cogliere appieno la comicità del rapporto pugliese-sichuanese. D’altronde era un accostamento che aveva fatto la mia mente e che non sapevo riprodurre.

Mi guardavo attorno, guardavo i grattacieli vicini di Chengdu e mi sentivo lontano. Quasi dentro le cose. E quando ci sei dentro bene non vedi. Non vedi il cuore, vedi solo esteriorità, perché non ci sono specchi che allontanano lo sguardo dall’interno. Chissà cosa sarebbe successo alla mia vita se, invece di atterrare e rimanere impecolato nelle profondità del grigiume scuro di Pechino, avessi preso la via del grigio chiaro, soffuso, del Sichuan, nell’angolo Sud dell’Ovest cinese, o chissà cosa sarebbe successo se non avessi proprio preso la via della Cina, ma fossi rimasto a Roma o magari fossi salito su un aereo per Waikiki o per Timbuktu.

A chi voleva imparare la lingua ufficiale, il Putonghua, Pechino offriva la migliore università dello Stato, ma a parte questo, la città era di un decadentismo trincerante. I pochi italiani che avevo incontrato non se la passavano bene, psicologicamente, qualcuno sì, ma lo trovavo uno stolto, un idiota. Erano benestanti certo, avevano fiorenti stipendi e prospettive di crescita inimmaginabili per i giovani disoccupati in madrepatria. La nostra Italia delapidata dalla democratica e da una costituzionalizzata corruzione politica. Alcuni italiani a Pechino ricoprivano cariche governative, e potevano vantare attici sulla Jianguomenwai (una delle più ricche e prestigiose vie della città), ma a parte questo, mi sembravano tutti vivere, chi più chi meno, esistenze finte e misere. Le anime li avevano abbandonati in qualche fondo di bottiglia di baijiu (grappa cinese) o tra le cosce di una massaggiatrice dell’Anhui, una di quelle che si prostituiva per totale disperazione o per sfamare un figlio. Ne avevo viste molte, donne che non sapevano cosa fosse l’affetto, cosa una carezza. Potevo vederlo facilmente quando ci parlavo, perché io ci parlavo sempre, specialmente quando provavano a eccitarmi durante i loro massaggi tradizionali, uguali in tutti i centri massaggi in qualunque contrada, di qualunque boulevard, in qualunque vicolo di qualunque città cinese.

La povertà era al totale servizio dell’amoralità. E odiavo lo stereotipo dello straniero in Cina, dell’occidentale in carriera, del colletto bianco della domenica dell’umanità. Tedeschi, francesi, spagnoli e norvegesi, pensavano tutti di poter affrontare il grande Nord dal privilegio della loro altezza media e per la lunghezza mediamente superiore del loro pene rispetto a quello dei cinesi. Ma io mi sentivo diverso da questi expats, li guardavo con aria malinconica, come se fossero già ombre, ombre che potevano ancora far danni enormi, e che qualcuno avrebbe dovuto fermare.

L’occidentale medio in Oriente fa danni. Ancora distrugge e senza creare ponti di scambio culturale. Di arricchimento reciproco. Distrugge se stesso e distrugge gli altri. Quasi tutti lavorano nell’import/export, si danno al trading come preferiscono dire, e io mi lasciavo solo ai miei pensieri. Ero solo. Come un pulviscolo piccolo piccolo sballottato tra l’estremo Est e il medio Ovest. E sei fottutamente lontano quando sei lì.  Molto lontano. Lontano anche da loro, che hanno perso umanità, richiudendola in una cassetta di sicurezza di una banca tedesca, o peggio inglese.

Quando tornavo in Italia, volando sopra la Mongolia e poi sopra la Siberia, pensavo, ecco sono quasi a casa; tanta e tanta la distanza che divide. Cinque ore di volo erano e sono solamente necessarie per uscire dal continente cinese, per lasciare quel vasto, pachidermico, immenso Paese, il Zhongguo (PaesediMezzo). Guoguo e gli altri, nel frattempo, continuavano a chiacchierare mentre io mi perdevo nei miei pensieri.

Vedendomi silenzioso e diverso non mi disturbarono, né io disturbai loro.

Guoguo sembrava sinceramente contento di vedermi, tant’è che si alzò e venne a sedersi vicino a me, offrendomi di nuovo da bere.

“Cosa bevi De Lu Fa?” chiese distrutto e con lo sguardo di chi capisce le emozioni altrui.

“Una birra, una birra è ok, grazie GuoGuo!”

“E di che? Quindi cosa combini nel nostro Sichuan di bello? Ti piace?”

“Sì è bello, molto affascinante” dissi mentre mi massaggiavo le gambe con le mani.  Non facciamo niente di che, io e Ajie andiamo in giro senza meta fino a che possiamo. Passeremo per Guizhou prima di tornare ad Hainan. Almeno così pensavamo di fare, che ne dici?”

“Guizhou? Ci sono alcuni angoli di quel posto infame veramente belli…” e girandosi di scatto, come se la testa fosse stata tirata da una molla o da un elastico precedentemente caricato a dovere, guardando Ajie disse “sapete già dove state andando? Avete bisogno di qualche aiuto? Fammi sapere che ho molti amici laggiù, in quel posto infame…”.

“Grazie GuoGe (Fratello Guo)” rispose Ajie “pensavo di andare a un mio amico che ha un posto giù, vicino a GuiYang. Lo voglio far vedere a DeLuFa, è un posto fatto apposta per lui, secondo me gli piacerà…” si fermò un secondo per leccare la colla della cartina della prossima sua trella-bellezza “…moltissimo”. La chiuse.

“Bene allora! Ma se hai bisogno, basta che mi fai sapere” disse ad Ajie continuando poi a parlare in dialetto sichuanese. Avevo finito seguire il discorso. Forse era questo che mi frastornava e isolava un po’. Non ero in vena di molte parole quella sera, può succedere a chiunque, ma fortunatamente mi sentivo percettivo, distraendomi da solo. “Grazie GuoGuo” risposi al posto di Ajie. Sorrise. Ajie mi guardò. Avevo sbagliato clamorosamente il tempo di risposta. Ma chissenefrega.

“Eee, vieni DeWa, tieni, accendila tu” disse Ajie passandomi la trella.

Laoli nel frattempo si era dileguato, era sparito chissà dove.

Gli altri chiacchieravano tra loro in maniera silenziosa. Erano per lo più apparenti avanzi di galera. Persone sfrante, desiderose di redenzione. Non erano pericolose se non te l’andavi a cercare. Bastava solo parlarci tranquillamente. Rispettavano il fatto che li rispettavo senza alcuna vena di pregiudizio o altezzosità occidentale. Sapevo che il il mondo che ci circonda è fatto solo di impressioni, impressioni libere e mutevoli. Erano curiosi di conoscere persone diverse, mentalmente aperte, con il cuore aperto, con cui parlare e confrontarsi. Non so se lo fossi io, ma sapevo di rispettarli, per tutto quel che avevano passato e dovevano ancora sopportare fino alla fine dei giorni. Sì. Per me loro erano vittime, vittime di un sistema dall’estrema potenza di fuoco, dalla volontà d’acciaio. Come un carro armato sopra un lastricato di noccioline, vedevo come si sentivano: oppressi non solo da un sole che filtrava sempre meno, anno dopo anno, ma soprattuto oppressi dalle cieche convenzioni sociali cinesi. Si sarebbero scarnificati la pelle pur di liberarsi dall’angoscia e dal senso d’impotenza che li attanagliava in quella Nazione.

Corpi senza anime, anime senza corpo che non si trovavano mai.

Quale soluzione poteva mai esserci per superare quest’incubo? Bisognava scappare, trovare un rimedio o affrontare la grande bestia ringhiandogli in faccia, come un cavallo pazzo al galoppo.

Non possiamo sopravvivere senza ossigeno, senza libertà, senza speranza di crescere, di migliorare, di evolvere. E così, la soluzione la trovavano nell’alcol SMODATO, nel bere quantità tali da lasciare increduli anche i più acerrimi santi bevitori. Bukowski al confronto avrebbe smesso di scrivere dandosi al canto libero.

Così come i pesci d’acqua dolce non possono mai vivere nel mare salato, chi non vive in fondo il proprio totale annientamento non può capire cosa voglia dire essere annientato, distrutto culturamente, spiritualmente, psicologicamente, come lo erano questi giovani in Cina. Sì, in Cina, proprio il paese del nostro Made in PRC che va ancora tanto di moda leggere dietro le nostre etichette e sulle nostre scatoline regalo. E non c’è sollievo, non c’è via di scampo. Non c’è più senso. Non si vedono più stelle, non si vede più luna, e tutti i monaci sono ormai dispersi.

Il sole pésca nell’universo nuove direzioni, i raggi bighellonano oltre lo smog, disinteressati, impossibilitati a baciare i volti delle nuove generazioni di bambini. I nuovi nati non hanno la gioia di ruzzolare giù per un verde prato e di fermarsi poi, ansimanti di gioia, a guardare le nuvole passare. Chi di noi non lo ha fatto? Non sapranno mai cosa vuol dire assaggiare le fresche acque di un ruscello, vedere le stelle la notte di San Lorenzo abbracciati l’un l’altro aspettando l’occasione di baciare qualcuno, con l’ansia e il cuore che batte sin dentro la gola. Non potranno esprimere desideri perché non verranno mai esauditi. Per loro vi è solo autodistruzione, un lento meccanismo-esercito di distruzione, suicidio sociale-fisico-razziale-totale. Made in Occidente.

Si può fuggire allora in ogni droga, in ogni sostanza, in ogni bicchiere e in ogni palliativo consumistico, ma le cose non cambiano. Questi erano i miei compagni, lì al Jiaba di Chengdu, così come nei locali di Gongtibeilu (zona di locali a Pechino).

Ragazzi che dimenticano di essere umani, che si mascherano di cinismo e  di menefreghismo, che, totalmente distaccati da tutto quel ch’è sentimento, da tutto quel che è empatia, vedono i giorni passare rimanendo sempre gli stessi. In un incubo.

Si rifugiano nell’artificiale, nelle droghe sintetiche e in tinozze di Erguotou (grappa cinese super economica, che normalmente viene bevuta dai posteggiatori e da tutti quelli che lavorano di notte, al freddo, per strada, nelle città del Nord).

E in questo sistema di giovani morti viventi e anziani deturpati dalla storia, le città si espandono col cemento e la plastica, coi neon e con l’alluminio. Gli uomini con gli occhi a mandorla non devono ricordare di essere umani, di essere vivi e capaci di altro. Devono solamente ubbidire, produrre, fino alla fine dei loro giorni, vomitandosi addosso l’un l’altro quegli ultimi spicchi di anima loro rimasta. Vi è come una mano oscura palpabile, visibile, riscontrabile in ognidove nel PaesenonPaese, in questa Nazione in cui sogni e speranze sono stati rubati!

E noi no, non vogliamo sapere, non vogliamo sentire, anzi “ma che palle!” Che ci frega della Cina! Sta lì, lontano da tutti noi e dai nostri occhi, dai nostri modelli di comprensione.

Sinceramente non so cosa mi fosse preso quella sera, ma io, proprio io, ero lì, e li guardavo negli occhi con uno sguardo incerto, ma consapevole.

Dopo due o tre cocktails di troppo, sentivo tutta quella pressione, atmosfericamente umana, piombarmi addosso quasi a dire “Ei, tu che fai qui? Tu non dovresti essere qui! Vattene, vattene via subito o te ne pentirai! Vattene subito e stai zitto! Stai zitto, hai capito? Non devi parlare!” Ma io, io non gli davo retta a quella voce, di certo era solo l’alcol che sbatteva dentro le mie arterie come una pallina di pinball, era l’alcol che correva in ogni angolo del mio corpo, scampanellandomi nel cervello e smembrandomi il cuore. L’alcol. Serate d’alcol. Alcol dei popoli. Oppio dei popoli. Alcol d’inferno. Oppio uomo-bianco. Cosa altro poteva essere quella voce? Ché anche la voce coscienza è ormai stata rimossa dai nostri abbecedari.

La notte era anche un poco inglese. Inghilterra, Nazione di ammiragli e di invasori lungo la rotta delle indie orientali, quando contrabbandavano oppio per distruggere il presente e il futuro dei figli della terra e di un popolo sovrano. Oggi? Ieri e domani? Popoli distrutti in pile di fumo divenuta nebbia, fumo nella notte… fumo nella nebbia. Storie del passato che riecheggiano sulle tristi linee degli angoli di grattacielo. Giovani girovaghi alla ricerca d’identità gridano attraverso linee che non ascoltano più. “Dio salvi la regina! Dio salvi la regina!”.

“Ei DeLuFa, andiamo! EI DEWAA! – mi ripresi dai miei pensieri saltando quasi sul divanetto – Andiamo!” . Era Ajie, che mentre parlava era già in piedi, senza barcollare.

Mi alzai osservato da tutti i lati, con le nuvole che da sopra sembrava volessero tenermi sott’occhio fin l’ultimo istante.

Salutammo ingloriosamente i nostri amici-fratelli, disperatamente felici, e via. Tornammo a trotterellare nella notte.

I neon ci avvolgevano come un mantello nel buio di un cuore di tenebra. Non faceva freddo, non era possibile sentire freddo. Era umido, questo sì. Un’umidità cinese, differente da quella nostrana. Un’umidità magica di magia nera. Ti si attaccano cose sulla pelle, chimicità di cose. Come nelle avventure di Jack Burton, racconti che non potevano essere narrati, perché non plausibili, come quando le Furie uscivano fuori dal nulla, nei vicoli della Chinatown di San Francisco, tra grida in cantonese ed esplosioni verdi, uccidendo tutti quelli che si trovavano sulla loro strada. Nulla avrebbe salvato nessuno. Non c’erano santi a cui appellarsi o supereroi marvelliani.

Così camminavamo nella notte, mischiandoci alle leggende, spintonandoci dalle risate, toccandoci lo stomaco tumefatto. Eravamo noi le furie. Furie impenitenti in cerca delle nostre prossime vittime sacrificali.

Eppure Chengdu era stata clemente con me, “Sii clemente con tutti, sii clemente con tutti”, in un lontano passato ero stato qui, ma che importava adesso. La città era cambiata, oggi era la città del porcatroiaggio da cui dovevo andare via. Mi era chiaro ormai, sebbene più sana della mia amata-odiata Pechino, in agonia, nascondeva passaggi segreti. Dannata città biliosa! Da qualche parte ci sarà pure stato un passaggio! Un riparo! In una teahouse magari in una teahouse vi era un passaggio spazio temporale per una dimensione sicura e spirituale. Ma non lo trovavamo mai, non c’erano più passaggi e tante teahouse.

I vecchi, a quell’ora tarda, erano tutti a dormire, potevo sentire i loro respiri sui cuscini sapere ancora di aceto e aglio. Sarebbero poi usciti al mattino, per uccidere i fantasmi accumulando energia. Si chiama TaiJi, Taijiquan. Io lo chiamavo il fascino del morire lentamente in un’epoca senza draghi. Ed effettivamente li potevi vedere a frotte, aprire le porte, all’alba, senza curarsi del cammino, impugnando alabarde e spade, giorno dopo giorno, affrontando il drago dentro di loro. Disinteressati della Grande Bestia, che non uccidevano mai. A loro bastava fronteggiarlo negli occhi e non rimanerne turbati.

Basta, avevo fame.

“Prendiamo qualcosa da mangiare, Ajie, che ne dici?”.

“Eccome! Mi hai letto nel pensiero! C’è un posto meraviglioso, proprio dietro il locale di Laoli. Andiamo devi provare” disse accelerando subito il passo.

“Che fanno di buono?”.

Pugaimian, DeLuFa, Pugaimian!” (pasta molto spessa, a mo’ di paccheri, in salsa di olio infernalmente piccante).

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 14.2

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Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 14.1

Il treno scorreva gongolandosi sulle rotaie, felice di assolvere al proprio compito.

Il percorso tra Chongqing e Chengdu era monotono, lineare, grigio, come la maggior parte dei percorsi in treno nell’entroterra, sperduti in mezzo a quei diecimilioni di chilometri quadrati del PaeseCina. In poche ore comunque arrivammo a destinazione. Piedi sul selciato. Pioveva ancora. Pioveva bene. Una pioggia estiva annoiata, pioveva perché doveva. Era la mia prima volta a Chengdu. Ne avevo sentito parlare tantissimo. Sanwa era di Chengdu, Laoli era di Chengdu, il proprietario panciuto del ristorante sichuanese di Houhai era di Chengdu. Junjun e la sua jiajiamian erano di Chengdu.

Tramite wechat venni a sapere da Sanwa che era tornato a casa anche lui, ma solo per qualche giorno; voleva vedere sua figlia e gestire alcune cose che non disse, né io chiesi, ma alla fine, si ritrovava sempre seduto al tavolo di carte. Così come lo trovai. Non potevo non andare a trovarlo, sarei stato irrispettoso. Così salutai Ajie. Lui aveva una pseudoragazza in zona, io avevo Sanwa.

“Ci sentiamo poi per telefono, divertiti. Cerca di perdere la verginità almeno oggi e se hai problemi chiama il tuo amico italiano che ti fa vedere come si fa, ok?” gli dissi.

“Ha ha ha, ciao Baobiao (bodyguard) DeLuFaaa!”.

Ci salutammo.

Sanwa mi messaggiò l’indirizzo. Mi aspettava in una SPA dove giocava amabilmente con un gruppo di amici dall’aspetto moderatamente poco raccomandabile. Li raggiunsi con facilità. Ormai il mio cinese era pressoché fluente e poter girare in un Paese così sconfinato potendo discorrere con tutti, avendo riferimenti culturali, ecc era molto soddisfacente. Potevo riportare a memoria cose sentite, cose viste, amici, amici di amici, luoghi sentiti, luoghi visitati. Una canzone, un profumo, una star. Tutto questo mi avvicinava incredibilmente ai locali. Ero loro forse troppo vicino, quasi dentro.

A differenza di Pechino e di Tianjin, in cui ho abitato anni, città che conoscevo abbastanza bene, Chengdu è molto più verde. Si ha finalmente la sensazione di poter respirare. Il cielo ha sempre una sfumatura di grigio potente, ma lo strato di smog è sensibilmente inferiore aiutando lo spirito a non abbattersi troppo.

La gente poi è diversa. Decisamente diversa. I sichuanesi sono meridionali. Simili, per alcuni versi, agli italiani del nostro Sud. Amano la vita, amano divertirsi. Amano cucinare, mangiare e bere a sazietà. Non vivono per lavorare, ma lavorano per vivere. A Chengdu ci sono i panda. Al sud d’Italia ci sono molte panda. Costano meno, inquinano meno, si infilano bene nei vicoli e c’è anche il modello quattroperquattro che tanto viene utilizzato dalla Forestale e dai Caramba. Ho sempre pensato che la FIAT andasse benissimo per portare un cadavere di nascosto fuori città , lungo le
stradine di campagna, per poi farlo sparire. Tutte cose che al Sud vanno più che bene, considerata la morfologia del territorio.

Arrivai da Sanwa.

Mi accolse distrattamente, con un sorriso di godimento. Per lui era indubbiamente motivo d’orgoglio che io fossi andato a porgergli saluto, poi davanti ai suoi amici. E lo sapevo.

Non conoscevo i presenti, tranne uno, che avevo avuto modo di incontrare a Houhai. Gli avevo anche fatto lezione di surf. Non era molto agile, appesantito com’era dal troppo cibo, dal troppo alcol, dal troppo troppo fumo.

Nella stanza, infatti, quasi non ci si vedeva. Tutto era fumeggiante, onirico. La luce a centro tavola appena illuminava lo spazio sottostante. Spettralmente come in un film coreano o di Wang Kar-Wai. Evidentemente avevano fumato ininterrottamente dal primo giro di carte. Era una situazione grottesca, e al tempo stesso comica, loro serissimi, quasi fosse questione di vita o di morte, intenti da chissà quante ore in una partita totale, finale, quella in cui ci metti tutto te stesso, in cui preghi tra te e te e fai promesse col destino, con la vita e con la morte. In cui però alla fine sono sempre le carte che ti hanno in mano. Per questo non mi è mai piaciuto giocare. Siamo già sin troppo nelle mani del cosmo, di questa corrente irrefrenabile che ci sballottola da una parte all’altra senza darci spiegazioni, senza soluzioni, senza lasciti. Potevo anche rinunciare alle carte.

Sanwa mi fece preparare un bel bagno e un apoteosi di massaggio. Di quelli che, con gli incensi e gli oli profumati, ti fanno sentire onnipresente. Massaggi che ti sciolgono la fisicità e la staticità del pensiero, per cui puoi vagare fino all’epoca faraonica degli egizi e crogiolarti sotto un albero, mangiando datteri, bevendo vino e miele, e osservare il Nilo fluire, lentamente, assieme al tuo sangue caldo nelle vene.

E in questo, non c’è da dire, i cinesi sono maestri. Ospitalità orientale.

Sii rispettoso e sarai rispettato. Regola universale, scordata da molti, che vale un po’ ovunque, non solo in Sicilia, non solo in Cina.

“Ma non eri partito con Ajie?” mi chiese sbuffando una nuvola di fumo dall’angolo sinistro della bocca dopo che mi ero ripreso dal massaggio.

“Sì, ma sai com’è lui, no? Gli incuti timore e poi pare abbia una ragazza qui in città, l’ha voluta raggiungere. Ha detto che forse viene dopo, ma sinceramente non ci conterei. Forse non ha neanche una ragazza, era solo un modo per fuggire e fare quel cacchio che voleva fare senza legarsi a noi…”.

“Capisco. Comunque se vuoi DeLuFa, stasera puoi dormire da me. Io domani riparto, torno ad Hainan, ma devo passare un attimo per Canton. Comunque, se vuoi ti lascio le chiavi e puoi stare quanto vuoi. Basta che ti ricordi però che tra qualche giorno arriva tutta la roba ordinata e dobbiamo starci entrambi, altrimenti si rallenta tutto. Dobbiamo finire i lavori e aprire, ok?”.

“No problem, Sange. Grazie!” risposi rilassatamente. Anche in quel occasione l’avevo sfangata. Ero ospite di un amico e non sarei dovuto andare a dormire in albergo. Il mio motto era affidati senza pensieri e troverai il meglio per te. Ne ero certo e andavo avanti così.

Sanwa risprofondò nelle carte e io mi addormentai per un paio di ore nella mia stanza-tana, in quella SPA che da solo non mi sarei certo potuto pagare. Ero coccolato, come un bambino che ha appena ciucciato il latte da una tetta enorme e fa colare un rigagnolo della propria bava sul collo di un ubriaco e arrapato Morfeo.

Più tardi andammo tutti assieme (tranne Ajie, di cui si erano perse le tracce sparito e irragiungibile chissà dove in città) a mangiare uno speziatissimo Huoguo, piatto tipico sichuanese.

I sichuanesi sono un po’ come i calabresi nostrani. Amano follemente il piccante.

Lo Huoguo, alias hotpot, non è altro che un grande pentola, talvolta divisa internamente in due, a mo’ di Tai Ji, per permettere di cucinare due condimenti differenti all’unisono. Uno scompartimento agrodolce e uno piccante.

Ognuno può bollire quel che desidera, prendendo a la carte, secondo i propri gusti. La pentola viene posizionata sopra una piastra elettrica o a gas, a centro tavola, aspettando che l’acqua bolla. Dopodiché si può cominciare a calare il cibo, tutti assieme, con le proprie bacchette. Ci sono tutti i tipi di carne, bianca o rossa, anche carne di struzzo e pesce, crostacei, verdure, insalata, uova grandi e uova piccole, polpette vegetali e chi più ne ha più ne metta. È un vero calderone, compatibile con tutti i palati e tutti i livelli di sopportazione di piccantezza o di stranezza.

Mi hanno sempre affascinato questi pentoloni che, specialmente nei giorni d’inverno, vaporeggiavano per strada, creando tanti piccoli comignoli spumeggianti e rassicuranti. La gente, i passanti, a frotte si ferma sempre per mangiucchiare e piluccare qua e là due tre cosucce e riscaldarsi un po’; è sempre stato così in Cina, da secoli. I prezzi erano modicissimi, spesso si riesce a mangiare con uno o due euro e poi via, di nuovo pronti a pedalare seguendo la propria recita quotidiana. Gente abbandonata, che ha così modo di sentirsi meno sola, di stare in compagnia, in un Paese ormai asocialmente sovrapopolato e che lo Huoguo in parte salva.

Ho sempre pensato che la società cinese potesse essere rappresentata simbolicamente proprio da questo piatto tipico, al cui interno c’è di tutto, in cui si può calare di tutto, da cui si può estrarre di tutto, sperimentando abbinamenti anche d’azzardo e dissonanti. Sta a noi, con un abile utilizzo delle bacchette, riuscire a trovare e ad afferrare quello che soddisfa il nostro appetito, il nostro gusto, e tutto aspetta di essere scovato al di sotto della superficie che ribolle, tutto si nasconde all’interno della zozza mistura della vita che vaporeggia senza tregua. La Cina è il perfetto esempio di come si possa paragonare la vita a una pentola bollente, da cui nustrirsi, da cui scegliere il cibo, componenti che si mischiano senza mai ammalgamarsi del tutto. Tutto questo, giocando d’equilibrio. Con le bacchette.

I sichuanesi di solito prediligono il tè ai superalcolici, così prendemmo solamente delle birre. Non sono come gli intirizziti nordici. Il loro clima è diverso e anche il loro cuore sembra diverso. Il loro sguardo è orientato diversamente. Sono più inclini a cedere ai sensi.

La cena era squisita, il livello di piccantezza del cibo quasi marziale. Un umano qualunque non può essere in grado di sopportare il loro livello cinque. I piatti comincerebbero altrimenti a girare, come astronavi, sì.              E prenderebbero il volo.

Nei locali migliori viene talvolta offerto un servizio navetta da e per l’area
cinquantuno, con tanto di cintura di sicurezza obbligatoria, valido per tutti coloro che scelgono il massimo grado di piccantezza. Noi ci sbilanciammo sul terzo, per me già offlimits. Forse è solo una questione di sopportazione del dolore, gioia delle viscere. Il piccante sale, scende, poi si muove circolarmente, entra in tutti i capillari e si nasconde dietro le tempie, incomincia così a pulsare, e allora i microbi scappano dalle orecchie, dalle narici. Tutto si disinfetta e torniamo a essere più leggeri. Ecco, i sichuanesi amano dannatamente questa sensazione. Anche le donne. E che donne!

Sanwa e i suoi amici erano stati gentili ma scostanti, avevano sicuramente vari impegni cui era impossibile sottrarsi, così come non potevano sottrarsi all’ospitalità dovuta. Ci ritirammo presto. Il che per me non era un male. Potevo riposare un poco, specialmente dopo la lunga nottata sulla Montagna delle Fate. Anche Sanwa sembrava dover fare cose, molto pensieroso, se non addirittura preoccupato. Ovviamente non chiesi nulla.

La mattina al risveglio mi portò comunque a fare un giro nella zona turistica della città che, dalla sua abitazione, era a due tiri di schioppo. Ero vestito in maniera totalmente inappropriata. Ciabatte infradito, maglietta arancione folgore con la scritta cinese Wushu bisai (torneo di kung fu), attirando l’attenzione di tutti gli sguardi, ispirando tante domande innocentemente noiose. “Ma sei un artista marziale?” “Ah! Ma parli cinese!” “E come mai?” e da lì tutta una serie infinita di mille altre curiosità latenti. Mai più abbinamento infradito maglietta arancione folgore barba capelli lunghi. Non quando si cammina in Cina a Chengdu. Si rischia di essere scambiati per Gesù e tutti vogliono toccarti.

Anche Chengdu è stata letteralmente cancellata dal Partito Comunista. La città non c’è più. Tutto quel che si può vedere in realtà non è vero, non è originale.

I mattoni sono puliti, interstizialmente candidi. Si ha l’impressione che vi sia stata una decisione lucida e cristallina da parte di una mente superiore malefica: cancellare tutto quello che possa indurre le anime – badate bene, non gli uomini! – a ritrovare un’identità profonda, antica, con il proprio io perduto. Oltre l’ORA, oltre quello che gli occhi vedono in questo momento, non si deve pensare ad altro. I ricordi sono pericolosi! Banditi! Ricordare è pericolo! La memoria non deve esser più, deve venire sistematicamente smantellata, abbattuta, frustata, alienata, lobotomizzata, cancellata.

Questo è quel che percepivo mentre visitavo Chengdu. Ma non solo là, certo. Anzi, tutto sommato molto meglio che altrove. A differenza di Pechino, che non è nient’altro che un buco abissale, a Chengdu le persone appaiono molto meno in sofferenza. Hanno ancora una parvenza di legame con lo spirito della loro terra e il sorriso incurva ancora le loro labbra, illuminando i loro occhi. Questo non si può non notare. Bisogna essere ciechi per non accorgersene. E per questa ragione i sichuanesi sono anche più belli, più sensuali dei nordici. Il clima dona poi loro ancora una pelle di seta.

La natura in persona non è poi tanto lontana. Questo popolo è riuscito a conservarne la presenza e lo scintillìo delle foglie, in maniera meno costretta e artificiosa delle gemelle Pechino o Tianjin. A Chengdu, il verde non sempre è disposto e controllato. Talvolta torna imprevedibile. Istrionico.

Camminando per la città vecchia vedevo che ormai di vecchio non c’era che il nome. Tutto era stato rifatto a immagine e somiglianza dell’atemporale originale. Immagine platonica di se stessa.

Di vecchio ormai c’erano solo i vecchi e in particolare un vecchio mi colpì , come una candela immobile nel vento. Il resto era un flusso amorfo, magma freddo. Le persone avevano sfumature più chiare, eppure grigie, erano buchi di antimateria. Con gli occhi vuoti camminavano sopra salsicce di carne in un mondo di vegetariani.

Quel vecchio no. Lui era un Caronte. Traghettava il marasma delle persone, aspettando, in un angolo calmo. Seduto sulla sua sedia, fumando una pipa. Una lunga pipa, scavata nel legno, secondo la maniera tradizionale. Dalle fosse dei suoi due occhi cinerini osservava il suo mondo interiore. Non parlava neanche più. Non aveva bisogno di parlare, si era abituato a non farlo. Parlava con gli occhi. Come i gatti. Telepaticamente forse. Sembrava aver raggiunto una profondità di coscienza o di sofferenza e mi diceva “puoi farlo!”. Ne sono sicuro. Potevo sentirlo urlare quel vecchio, era una tromba d’oro sgargiante, al centro di un’oasi, in un caravanserraglio spirituale. Occhi fissi, ancora fissi. Fissi oltre la morte corporea. Fissi, come un raggio x, ultravioletto, fisso nel suo flusso, fisso come il rossore di un universo che si espande piano, lontano. Uno sguardo presente alla sorgente così come al più estremo più estremo punto di lontananza dal proprio essere nascente. Aveva occhi universali al di là della nebbia della sua pipa. Non vendeva nulla, non faceva nulla, non chiedeva nulla. Era semplicemente là, al centro di questo mondo che continuava a cambiare inspiegabilmente, in una direzione inconcepibile. Né giusta, né sbagliata. Per lui e per me. Fumava la pipa a sfottò della rotazione dei testicoli malati del mondo immobile.

Mi avvicinai dicendo qualcosa. Non ricordo cosa ma sorrise un sorriso senza denti. Ricordo solo lo sguardo. Mi invitò a fare un tiro dalla sua pipa porgendomela piano. Ispirai. Sentii la sua saliva invadermi la bocca. Calda. Ebbi quasi un conato, ma lo trattenni. Così doveva essere.

Restituendogli il suo scettro di fumo, sorrisi dolcemente salutandolo con la mano. Voltandogli le spalle non sentii il suo sguardo su di me. Era tornato a non essere, nel suo angolo di mondo. Nella totalità del suo appagante tutto di bodhisattva.

Sgattaiolai con Sanwa per le vie, entrando in qualche chiostro, mirabilmente ricostruito e quasi vedevo gli occhi vuoti del vecchio intorno a me, accompagnarmi come una fede che difende dalle insidie dell’oscurità e dei demoni del mondo.

Scattai qualche foto di cui ancora conservo il ricordo.

La sera di quel giorno venne presto.

“Allora ti è piaciuta Chengdu, DeLuFa?” mi chiese Sanwa, spaparanzato sul suo divano bianco.

“Sì molto…”.

“Ne sono contento, ci sono affezionato. È la mia città. Sappi comunque che puoi venire quando vuoi e sarai sempre benvenuto a casa mia!” aggiunse sorseggiando il suo solito tè, nella sua tazzina preferita. Quella marrone con le foglioline di bambù intarsiate sopra.

“Ti ringrazio…”.

“Domani allora parto. Se vuoi puoi rimanere qui, non farti problemi zhende mei wenti (veramente senza problemi) Stai quanto vuoi, basta che insomma, ti ricordi sì?”.

“Certo, non preoccuparti Sange. Tra qualche giorno torno, torno… a proposito, perché Ajie ha paura di te? Da quando siamo arrivati, ormai sono due giorni, non si è fatto vivo una sola volta. Che gli hai fatto? È forse successo qualcosa che non so?”.

“DeeeeLuuuuFaaaaa (con il tono di chi ti prende in giro per la grande cavolata sciabordata) Ma che deve essere successo? Non è successo assolutamente nulla. Lo dovresti conoscere Ajie, lui è solamente completamente fuori di testa. E poi sai, io non mi drogo e questo lo mette a disagio… lui senza marijuana quasi non sa stare. E te, mi raccomando, cerca di non fumare troppo che poi ti bruci la testa…” disse sorseggiando il suo ennesimo bicchierino mentre giocherellava col pacchetto di sigarette.

“Non preoccuparti, vecchio! Il discorso comunque è lungo, lo sai. La marijuana non è così come i nostri governi vogliono farci credere e come ci hanno inculcato in testa! L’uomo la utilizza da secoli, anzi da millenni e tra l’altro tutto è cominciato proprio qui, in Cina! Lo sai? Veramente! Solo che non ce lo diranno mai… e tutto questo da almeno cinquemila anni. E poi che succede? Nel ventesimo secolo, spunta fuori una cavolo di legge, prima in America e poi in Europa e tutto diventa illegale. Puff! Così! Per lo schioccare di dita di una lobby di potere e per gli interessi di qualcuno. Ma ti rendi conto? Si fottano questi maledetti porci! E la chiamano anche droga! Siamo in un mondo in cui ormai la menzogna proclama la verità e tutti annuiscono convinti e coglionati. Bè, io non ci sto! Sanwa, io non ci sto! Sono libero di pensare e di cercarmi la verità da solo, non c’è bisogno che vengano loro a dirmi cosa devo o non devo fare! Ora s’interessano alla salute e benessere della gente – con tono ironico – ma quando maiiiiii??? Hanno solo paura!! Hanno paura di perdere il controllo sulla gente che si affranchi, che si risvegli dai miraggi e dalle menzogne che hanno cercato di propinarci solo per il loro porco, porcissimo interesse… questa è la faccenda, Sanwa! Quindi io dico evviva la libertà di pensiero e d’espressione! Evviva Dio!”.

“Lo so, me lo avrai già detto mille volte, e so come la pensi… – disse mentre si alzava un po’ arruginito dalla stanchezza – e come sai a me non me ne frega proprio un bel niente. E ora, amico mio, vado a dormire. Domani devo partire presto. Tu che fai esci?”.

“Sì penso di sì. Vedi? – mostrandogli il display del cellulare – Shuo Caocao Caocao jiu dao le! Ah ah ah (Proverbio che letteralmente vuol dire Parli di Caocao – personaggio storico – e Caocao arriva! Simile al nostro “parli del diavolo e spuntano le corna”) Ajie, mi ha messaggiato proprio ora… dice di trovarsi al Jiaba…”.

“Il locale di Laoli?”

“Sì, esattamente, e pare ci sia anche lui. È tornato da qualche giorno per aiutare la moglie a sistemare alcune cose al locale, non so. Appena fatto ritorna anche lui a Houhai. Lo passo a salutare, dai. E poi sono curioso di vedere questo Jiaba cittadino. Conosco solo quello in spiaggia…”.

“Fai come vuoi, lascio le chiavi dietro il tubo fuori la porta a sinistra, così quando torni puoi entrare senza bussare… e senza fare casino!”.

“Grazie Sange!”.

“Notte DeLuFaaaa!”.

“Notte Sange!”.

Non pioveva più ma era umidissimo. “Come al solito”, pensai prendendo al volo il primo taxi che passava. Mi diressi verso Laonanmen (La vecchia porta sud), il Jiaba era proprio lì, non distante, davanti al fiume Funan. E non ci volle molto per arrivare. Chengdu è molto più piccola di Pechino. Chiacchierare con gli autisti locali poi fa passare il tempo, e basta anche solo sentirli parlare, per sorridere del loro comico accento, mentre ci si addentra nella notte. Oltre tutto.

 

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Parte Prima – Capitolo 13.2

Dietro il declivio si nascondeva un campeggio libero, una tendopoli improvvisata, su di una radura dietro la radura. Per passare la notte in un posto che né dal parcheggio né dal palco o dalla strada poteva essere visto. Bisognava camminare in discesa per un tempo considerato infinito e poi girare sulla sinistra dietro una fila di abeti stretti che facevano da paravento naturale fatto di aghi e di sottobosco.

Lì, centinaia di tende colorate erano accese nella notte. Brillavano con tenui bagliori. Al loro interno le luci accese facevano risplendere quei nascondigli come tante lucciole sull’erba. Alcune avevano forme a cappuccio, altre a lanterna altre a fungo della prateria. E la gente andava e veniva e rideva, cadeva, sbavava, banchettava, si drogava, si amava. Nel buio della notte. Sembrava un quadro a olio nella rete neuronale di un collettore celebrale di cui il mio campo visuale non era che un nulla, un poro, un atomo, una sinapsi del mio cervello, e conscio del suo essere nulla immaginavo dimensioni ancora più grandi e ancora più grandi.

Seguii Ajie tra le tende, improvvisamente prese velocità, come se sapesse dove andare. Io lo seguivo girando la testa intorno cercando connessioni di colore tra i colori delle tende e il cielo e me e tutto quel che non riuscivo a vedere ma che cercavo perché lo percepivo ed era là, ero io che ancora non lo vedevo.
“Entriamo!” e si ficcò in una tenda gialla.

Era di un suo amico, uno un po’ piccolo di corporatura. Stava solo, seduto a gambe incrociate al suo interno e ci guardava con uno sguardo spiritoso e irriverente. Sembrava uno gnomo appena risvegliatosi da un sonno appagante, di quelli che ti lasciano la bocca impastata, e sembrava perciò desideroso di dispensar regali a tutti i mortali che avrebbe incontrato. Aveva gli occhi luminosi.

“Sedetevi ragazzi, Ajie chi è il tuo amico?”.

Mi sembrò evidentemente strafatto di allucinogeni. Anche perché le cose erano due. O lo era lui o lo ero io, oppure c’era anche una terza ipotesi: lo eravamo entrambi.

“La mia guardia del corpo siciliana! Ah Ah Ah!” rispose Ajie cominciando a ridere con una voce che riecheggiava nella tenda neanche fossimo dentro una caverna.

Risi. Risero. Fummo contenti. Fumammo contenti erba e funghi psichedelici mischiati assieme.

“Chiamami Joe!” così aveva detto di chiamarsi lo gnomo della tenda, mi offrì una manciata intera di funghi allucinogeni con un gran sorriso.

“Non mi devi niente, li ho curati io, non posso portarmeli indietro, in città. Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città… Alcuni li vendo, a chi non conosco, per alzarci qualcosa. Ma tu sei amico di Ajie, quindi sei anche amico mio. Serviti pure. Non mi devi nulla, li ho fatti io, non posso portarmeli indietro, in città…” ero in un loop e non ne potevo uscire vivo. Incastrato in un nonsodove. Tu sai precisamente e sicuramente dove sei? Qualcosa non andava. Anzi, qualcosa andava diversamente dal solito. Al che pensai tra me e me, chi ha detto che il solito sia insolito e l’insolito sia falso? E se in realtà tutto ciò che noi consideriamo solito non sia altro che una menzogna e un irretimento da parte della materia? E se il nostro compito non sia altro che liberarci dall’ovvio che ci circonda? Se siamo vittime di un gioco, di un complotto, di un esperimento mal riuscito, di un arcano, di una menzogna… e se l’unico modo per scoprirlo sia rifiutare il reale, perché l ìrisiede tutto il dolore? E se questo non sia altro ciò che i santi andavano predicando? Il mondo dei cieli… non siamo di questo mondo… gli angeli… i demoni… tutto ruotava…

Lo guardai. Aveva occhi enormi, aveva un occhio più grande, l’altro era nascosto dal profilo buio del suo volto, sembrava girare su se stesso, passando da occhio di drago a occhio umano e poi di nuovo a quello di drago o di felino se preferisci. Rosso, giallo, viola, lillà. “Prendili… prendili…” mi pregò senza agitazione e senza forzatura, incoraggiandomi con un gentile e lento gesto del suo braccio a prendere i funghi. Aveva le mani a forma di coppa, come a contenere dell’acqua di fiume, vi erano delle luccicanze all’interno dei suoi palmi.

Presi i suoi funghi. Erano secchi, belli, e già divisi per dosi all’interno di bustine accuratamente piegate e pronte all’uso. Era l’eucarestia dell’allucinazione. La tenda del destino quantico, il nostro altare dell’unità universale. E questa volta, sacerdote fu Joe, questo gnomo cinese che diventava piccolo e che diventava grande, con un occhio diverso dall’altro, con una parte del viso illuminata e un lato oscuro. Le gambe erano rimaste incrociate per tutto il tempo e non dava segni di doversi muovere,
sembrava come se fosse ovunque all’interno della sua tenda, come se il suo spirito fosse più grande del corpo, visibile, che siamo abituati a percepire.

In quel suo spazio intimo vagava, parlava e sorrideva con fare deliziato.

Rapito dalla magia di Joe, quasi persi la presenza di Ajie, che a tratti scompariva per poi ricomparire, ed era come se non ci fossero altri che Joe e io. Come se Ajie fosse solo un ricordologramma che appariva dal nulla per poi dissolversi come un vapore sinaptico. Avevo anche il dubbio e la sensazione che in realtà lo gnomo, Joe, non fosse altro che il mio amico Ajie, che non so per quale magia, mi avesse portato nella tenda a incontrarlo sotto diverse spoglie, a conclusione di un rito sacrificale, di cui io ero vittima incosciente.

La musica forte, all’esterno, veniva quasi filtrata dalle pareti della tenda. Eravamo in un’altra dimensione, non eravamo più là, galleggianti e soddisfatti, come in una bolla. Accettare i funghi era come accettare il sacramento della comunione, come prendere un’ostia sacra. L’ostia della visione, il bottone del quintoelemento. I funghi portavano desideri incompiuti a compiersi, e il non visto si rivelava, il velo del giorno svaniva con un rutto di fata. Poichè tutto è un bluff. La vita è solo un bluff. Solo un bluff.

“Be’, dobbiamo andare DeLuFa, – disse Ajie, riapparendo – grazie Joe! Ci vediamo dopo, andiamo a cercare Xiao Dongge… è rimasto là da qualche parte…”.

“Nessun problema ragazzi… a presto De Lu Fa…” salutandomi come se dovesse dirmi qualcosa tramite la forza del pensiero, qualcosa che non poteva esser detto altrimenti che così. Il suo sguardo mi seguiva, lo sentivo anche sulle spalle, sulla nuca, mentre richiudevo la tenda uscendo. Era dietro di me.

“Grazie Joe, ci vediamo Joe!”, risposi non sicuro di averglielo detto, ero già fuori, lui dentro. C’era veramente stato? Chi diavolo c’era dentro questa tenda? Possibile essere ingannati a questo modo dai sensi? Volevo rientrare per guardare un’occhiata. E se poi fossi ricaduto di nuovo vittima del suo sortilegio? Mi aveva ipnotizzato? E se poi, senza Ajie, non avessi potuto sfuggire ai vortici del suo occhio drago-felino? Cosa avrebbe pensato un sino-gnomo-Budda se mi avesse visto rientrare sopraeccitato e dubbioso della sua stessa esisteza? Se ne sarebbe accorto? Sìsì , se ne sarebbe accorto e per me sarebbe finita, per sempre, intrappolato nella sua tenda come dentro la lampada del Genio. Ma no no, quella era la tenda di Joe, lì poteva esserci solo Joe. Chi volevo mai che ci fosse? Chi poteva mai essere se non Joe? Non credevo davvero alla fantasia degni gnomi della montagna delle fate? E poi nessuno mi aveva mai parlato di gnomi su questa benedetta montagna! I funghi questo sì, loro forse mi avevano mostrato qualcosa, saranno stati i funghi! E le torte, sì saranno state le tortine! Colpa di Xiao Li, andavo pensando! Le tortine… anzi ne avevo ancora una nella mia tasca, me lo dovevo ricordare. Che cosa ho detto? Ho parlato, mi sono sentito o l’ho solo scritto? E se quel mio pensiero di allora, che sentivo dubbioso nella mente, strano, inadatto, non fosse altro che la mia mente, quella di oggi, di ora che sto scrivendo, che inspiegabilmente ripoppava nel passato dei miei pensieri? E se riuscivo a sentire il pensiero del me futuro? Dovevamo andare. Ma andare dove? Ma se stavamo già camminando tra la gente! Eravamo già andati.

Era la più malvagia e angelica festa dei boschi a cui avessi mai preso parte.

“Ma da dove diavolo è uscita mai tutta questa GENTEEEEE?” chiesi ad Ajie inseguendolo, ritrovandomi quasi a corrergli dietro. La luce stroboscopica mi permetteva a tratti di vederlo, illuminandolo come un ladro-attore su di palco-prigione, a tratti nascondendomelo, per poi riapparire l’attimo dopo, quando il buio ingoiava di nuovo tutto trasformandosi in luce. Così via. La fuga dei folli! La vita non è che una psicosi di massa dove tutto il possibile viene rinchiuso in una scatolina piccola piccola così. La mente.

Ero sbattuto da tutti i lati eppure riuscivo a infilarmi tra la gente che continuava a guardarmi con mille occhi, mille mani e mille braccia e mi accettava respingendomi. Me ne fregavo, continuando a infilarmi tra di loro pensando di conoscere bene allucinazione e verità. Tanto bene da aver deciso di smettere di pretendere di distinguere vero e falso, dovevo smettere di spaventarmi e di eccitarmi, dovevo lasciar fluire. Dovevo lasciarmi fluire. Ero protagonista cospettatore della mia vita di flusso nella sezione-casella-albo-anagrafe del duemilaxxx. E quante e quante ne avevo passate e ne passeranno ancora! Andavo incuneandomi tra ombre di altre vite, alcune erano semi nude, altre ferme e mi guardavano come nei primi piani del genio Fellini. Non dicevano mai una parola, in nessun linguaggio, senza alcun movimento. Non sentivo neanche più musica, ma solo un rombo di tuono che sembrava dover squarciare il cielo giù dalla montagna incenerendomi.

Ajie nel frattempo era come al solito sparito. Non lo ritrovai per non so quanto ancora. Così decisi che mi ero scocciato di combattere la natura delle cose e presi la direzione della macchina ficcandomici dentro. Avevo bisogno di tranquillità. Non so quanto era passato dall’inizio della serata e da quando Ajie era scomparso l’ultima volta. Ajie era strafatto di LSD e io, non so, no, sicuramente no. Non l’avevo preso, non lo avevo fatto. Rimasi nell’auto con due amici che dormivano sul sedile di dietro con la bocca semiaperta e il collo schiacciato all’indietro. Reclinai il sedile anteriore sdraiandomi più comodamente. Ah, ero alla guida, non volevo stare lato guida, dannazione a me e quando salgo dal lato sbagliato! Avevo il volante in mezzo e mi opprimeva, ma non potevo farci niente, uscire e rientrare sarebbe stata un’impresa titanica ed era fuori discussione. Mi sarei riesposto al suono, al vento, e chissà a che cos’altro ancora. Ora invece ero al sicuro, ero dentro e nulla poteva accadermi di male. E così rimasi, non volendo uscire, sentendo freddo. Tanto freddo. Era buio, ma stavo bene. Volevo solo andare via da quel caos, sentivo come un forte desiderio di tornare altrove. Da qualche parte, ma non a casa! No, non a casa! Volevo solo andare via. Abbandonare quel via vai di flussi e di tensioni tra umani e umani, di disequilibri che non facevano per me.

“Respira! Respira!” mi ripetevo e più lo dicevo più prendevo coscienza del mio respiro, dell’espansione della mia cassa toracica. Sembrava enorme, potevo nasconderci navi e galeoni e lanciarli fuori con forza a ogni singola espirazione. “Uuuuuuuuuuuuuuuu!” Respiravo. Ero vivo. Mi sentii meglio. Mangiai un altro po’ di tortina. La carta scrocchiava come la pelle di un crostaceo che si muove semivivo con le zampe disperate, sulla graticola. La tortina era squisita. La cioccolata si scioglieva in bocca e si mischiava all’aroma e al gusto della marijuana in un’estasi di piacere.

Bellezza di notte! Fortuna a me! Fortuna a voi! Non possiamo essere ricondotti solo a questioni di chimica! No!

Qualcuno all’improvviso sbatté la portiera della macchina. Era Ajie, tutto di corsa come se stesse fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Era sudato, con la camicia sbottonata, ma non sembrava agitato dalla paura, anzi rideva senza suono come un santo che aveva visto la luce.

“Ei Baobiao (bodyguard), sei qui? Ecco dove ti eri ficcato? Ti stavo cercando, mi sono girato e non ti ho visto più! Ma perché ti sei messo a correre fino a qui?”.

“A correre? – chiesi lento – mica mi sono messo a correre, anzi ti ho cercato per chissà quanto là fuori e… non ti ho trovato, così sono tornato in macchina, e poi ho freddo… comunque eccomi, sono qui. Ero qui…” .

I vicini, quelli della macchina a fianco, erano impegnati in un intercorso amoroso improvviso. Silenzio.

Fumammo una trella. L’LSD ancora non abbandonava Ajie. Erano passate forse cinque o sei ore da quando lo aveva preso e avevamo ancora mezza nottata davanti a noi. Arrivarono gli altri, ridendo e cadendo sul prato.

“Ei, ma voi state sempre a fumare? Ajieeeeee, vieni Ajieeee, esci fuori! Ajieee!” una sua amica lo chiamava con voce mezza stridula. Era in condizioni disarmanti. Mi aspettavo che da un momento all’altro si calasse spontaneamente il tanga da sotto la gonna, eccitata e fattissima. “Dammene un tiro, Ajie! Voglio un tiro e voglio un tiro anche dell’amico tuo! Ajieee! Vieni Ajie!! Vieni amico di Ajiee!”

La notte andava piano piano placandosi. La musica di sottofondo mutava d’intensità, ma forse erano solo gli effetti delle droghe che cominciavano a scemare lentamente. Chiacchierammo con Xiao Dongge e gli altri, durante l’ora più oscura della notte, seduti chi su sediole improvvisate, chi su pietre, chi sui cofani delle auto parcheggiate. Faceva freddo. Le ragazze erano distrutte, alcune avevano il trucco colato vangoghianamente e si coprivano come potevano le gambe dall’umidità con giacche o qualche plaid.

La notte scendeva sempre più buia da un lato mentre un chiarore appariva leggero leggero dall’altro. Era l’alba. Passai gli ultimi istanti di quel buio in silenzio a guardare. Guardavo tutto. Come un predicatore estatico stanco che, dopo aver passato una notte d’amore con l’infinità, si concedeva un po’ di riposo. E poi, finalmente il sonno.

La mattina arrivò che era un lampo e ci schiaffeggiò. Era ora di andare altrove. Ci alzammo come pesci in un acquario senza predatori. Lenti. Dovevamo andare, sì . Avevamo un po’ d’ansia. Almeno io. Alcune mattine mi sveglio con l’ansia ma già allora avevo imparato a non badarci più. Non potevamo rimanere in quel posto idilliaco, lo avevamo scaricato e necessitava di ricarburare. Altrimenti si sarebbe risucchiato nuovamente l’energia via da noi. Ajie, come al solito, era già sveglio. Si svegliava sempre prima di me, indipendentemente da cosa avessimo fatto la sera prima. Soldato Ajie a rapporto! Comunque in un baleno, noi della stationwagon rosso bourdeaux, eravamo già in piedi e, sgranchite un attimo le gambe, risalimmo in macchina per tornare in città. Era tutto apparso un sogno, tranne per il fatto che avevo per davvero delle bustine di funghi allucinogeni in tasca e non potevano essersi materializzate così dal nulla. Quelle me le aveva date davvero lo gnomo della tenda gialla. Joe, forse l’unica cosa vera di tutta la notte.

Lungo la strada ci fermammo per mangiare qualcosa in una specie di Shining Autogrill, sempre sulla superstrada sessantacinque. Divorammo di gusto degli spaghettini istantanei, occhieggiandoci addosso tipo ladri. Neanche sorridevamo più, eravamo stanchi, ma si poteva ben vedere dai nostri sguardi che eravamo in possesso di un segreto prezioso che non si può rivelare. Un segreto di cui si deve far tesoro. Finito il mangiare, pagammo e schizzammo in macchina, con la velocità di chi invece non ama pagare e se ne pente, sbattendo lo sportello.

Chongqing era là come al solito. Nauseabonda, assieme al suo orizzonte distopico. Ci si poteva aspettare un auto volante spuntare dalla linea dei grattacieli lontani, come nei film anni Ottanta, come in Blade Runner, con la musica di Vangelis di sottofondo e una nebbia costante e diffusa.

Xiao Dongge, lungo il percorso di ritorno aveva parlato ancora meno del solito.

Era metà pomeriggio quando ci scaricò vicino al loft di Da Dongge, lungo il fiume, sotto il cavalcavia, nel grigio del cielo. Ce l’avevamo fatta. Eravamo tornati, sembrava passato infinito. Avevamo lasciato il verde e il blu, i colori delle tende sul declivio, i nostri guerrieri del Dharma e le fate delle montagne, Xiao Li e Joe. Erano ora tutti lontani, verso est. E noi nuovamente lì dove non arrivano i sogni, dove gli uomini sono dimentichi di se stessi e della vita, lì nell’immensa metropoli.

Eravamo appena arrivati e già volevamo andare oltre.

Scesi dall’auto, salutammo Xiao Dongge e gli altri nelle macchine in fila dietro.

Quando entrammo Da Dongge era impegnato nella sua dimensione a scolpire il legno. Si abbassò gli occhiali da lavoro, piccoli e un po’ storti, ancora concentrato, con un gran sorriso, annuendo leggermente con la testa, felice della nostra gioventù, del nostro dissenso, della nostra comprensione del cosmo e del dolore dell’uomo. Non avevamo detto nulla ma lui aveva già capito. Sapeva cosa può succedere quando un uomo ricerca, quando si spinge oltre. Sapeva anche che quelle erano tutte cose di cui non si può parlare, tutte cose che non si possono dire, trasmettere, far capire appieno non è questo il modo. Sono coscienza nel profondo del cuore. Bisogna lasciarle sedimentare, al massimo sono verità da nascondere tra le pagine di un libro. E Da Dongge lo sapeva questo, l’aveva imparato inclinando lo scalpello sulla superficie del legno. Guardando ogni truciolo rotolare, cadere, ogni ricciolo di legno seguire l’energia gravitazionale, strofinarsi poi sul pavimento, perfettamente, come in un gioco di allineamenti e di continua scoperta di giochi forza.

Quello fu l’ultimo giorno che vidi Da Dongge e la sua illuminata dolcezza di uomo del legno.

Lasciammo Chongqing in treno, sotto una pioggerella malinconica, salutando l’omino che si sbracciava col fischietto sulla banchina, quello che aveva ceduto, dimenticando i propri sogni, e che ora fischiava ai treni.

“Tutti in carroooooooozza! Fiuuuuu Fiuuuuuuu!” sbofonchiò soffiando.

Addio Da Dongge, addio boschi amici. Divenne tutto piccolo piccolo, come un’ala di fata o di farfalla, vista da lontano.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima Capitolo 13.2

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Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 13.1

La sera ci incontrammo finalmente con Xiao Dongge andando a trovarlo direttamente al suo pub. Non c’era un gran che d’illuminazione né dentro né fuori. C’erano solamente alcuni lumi fosforescenti dipinti a mano e anche le pareti erano imbrattate da murales sgargianti che con la strobo riflettevano luce come pappagalli psichedelici nella foresta.

Xiao Dongge sembrava un messicano, nel modo di vestire e anche la pelle era un po’ scura, olivastra. Ci accolse in maniera schiva, frettolosa, non s’aspettava ch’io fossi un laowai. Evidentemente Ajie aveva omesso questo piccolo dettaglio, ma non mi preoccupavo, ero apposto e non avevo nulla da nascondere.

“È un vero compagno” dicevano di lui, “è forte” diceva Ajie.

Per alzare qualche soldo, oltre la gestione del locale che si trovava sul retro di un palazzo orrendo in cemento, come quelli a cui ero abituato da giovanissimo, le case popolari kubrickiane del Nuovo Salario, del Tufello o di San Basilio, nella periferia nord di Roma, Xiao Dongge spacciava. Era un pusher. Si muoveva tra i giovani negli ambienti musicali underground di Chongqing e tutti lo rispettavano. Era specializzato praticamente in tutto e tutta roba buona: coca, ero, anfetamine, acidi artigianali, pasticche e ovviamente erba. Tutti lo conoscevano e lui tutti conosceva. Aveva una testa particolarmente bombata e qualcosa di misterioso negli occhi, ma forse era solo la droga che lo rendeva strano e leggermente asimmetrico. Dal canto mio amavo la chimica a scuola e la geografia astronomica al liceo, cose che messe insieme se ti prendi una pasticca potrebbero avere in comune teoremi e corollari, ma non ho mai amato confondere le due cose, chimica e sangue. Non ho mai amato le pasticche e tanto meno le varie polveri da inalare o sparare. Tutta roba non aveva mai avuto nessun attrazione su di me. Anzi la odiavo. Alcune sostanze erano strumenti per lo sviluppo dell’io, e non per lo sviluppo del business della morte.

Xiao Dongge diffidava di tutti, doveva farlo, questa era la sua deformazione professionale. Parlava poco, molto poco, e faceva bene. Parlare poco è sempre un bene. Senza considerare che la polizia cinese aveva spie dappertutto e si poteva intrufolare ovunque e comunque se solo avesse voluto.

Ma Xiao Dongge non era così ambizioso da cacciarsi in grossi guai, amava troppo la vita e il divertimento per farsi fottere facendosi incastrare. Non aveva nessuna intenzione di perdere la sua amata libertà.

Partimmo la mattina presto, nonostante la lunga nottata. Aveva una sgangerata station wagon rosso bordeaux, che probabilmente non veniva lavata dalla rivoluzione culturale dei anni Sessanta. Ma andava una bellezza e a noi questo bastava.
Ajie era entusiasta e sul suo sedile saltava come un pargoletto che andava in una gita fuori porta alle cascate delle Marmore. Erano anni che non rivedeva Xiao Dongge, e mettersi sulla strada con lui e con me lo esaltava. Non la smetteva di parlare di volersi calare subito qualche goccia di LSD non appena fosse arrivato, e mancavano ancora alcune ore di macchina alla nostra destinazione.

Prendemmo la superstrada sessantacinque verso est in direzione Guizhou guidando per circa duecento chilometri, e la strada, via via che ci allontanavamo da Chongqing, diventava sempre più verde e cominciava a salire gradualmente. Aumentavano i tunnel e si facevano più rade le auto con tutte le altre solite fastidiose interferenze umane. “Avrebbero rovinato il panorama” ci dicevamo concordando vicendevolmente sulla cosa.

Raggiungemmo la contea di WuLong nel primo pomeriggio e da l ìmancava pochissimo, eravamo praticamente arrivati.

Ad aspettarci vi era una radura con un dolce declivio sulla sinistra, ai lati un fitto bosco stile Appennini. Sembrava effettivamente di essere tornati in Italia, sui nostri monti Simbruini. Il parcheggio era costellato di grandi pietre che slalomeggiammo attentamente con la macchina fermandoci di fronte a un grande masso di due o tre metri con dei bracci in pietra a mo’ di ganci. Ci avremmo potuto legare i cavalli se mai ne avessimo avuti.

Un grande palco con grandi fari e innumerevoli strobo era già pronto sullo sfondo e un paio di stand sulla destra erano stati già allestiti a mo’ di fiera di paese.

Si preannunciava un gran casino. Un rave party nel bosco. Ci eravamo trovati proprio in occasione di questo enorme evento estivo che ormai ogni anno si ripeteva per la gioia di molti.

Ajie avrebbe rivisto amici da tutte le regioni vicine, accorsi per celebrare l’estate e gli ultimi anni di gioventù e di vita. Tutti erano desiderosi di abbandonare la morsa opprimente della società cinese e i suoi obblighi culturali e sociali anche solo per un paio di giorni.

I giovani cinesi stavano maturando una fortissima spinta ed esigenza di libertà. Cosa che avevano sempre desiderato nel corso della storia e mai ottenuto. Zhuzi Paidui (Bambù Party), così si chiamava, anche se di bambù (Oddiomio ancora bambù!) non ce n’era neanche la minima ombra, e tutti partecipavano straripando dalle quattro direzioni, tutti i freak, i beatnik e i punk provenienti da Chongqing, Chengdu, Guiyang, Xi’an e le maggiori altre megalopoli cinesi. Qualcuno anche da Pechino e Shanghai. Bambù party era un vero e proprio festival psichedelico tra i monti, nel nulla. Non volevano nulla svanendo nel nulla. Eravamo fantasmi, spiriti alla ricerca di un’illusione di vita visto che ce l’avevano uccisa.

“Ei DeLuFa, vieni qua! Un paio di gocce di LSD? È purissimo, vuoi?” mi chiese un’amica di Xiao Dongge, con un gentile gesto del viso e della mano, e mentre impugnava il contagocce continuava a dispensare doni eleusini a una lunga fila di giovani convenuti per la celebrazione. “Cento renminbi a dose! Cento renminbi a dose!” diceva a tutti.

“No grazie, magari più tardi, preferisco le cose naturali, l’erba o i funghi… ” risposi senza scompormi. Sembrava non capire come mai fosse possibile dire no a quell’acido e una piccola smorfia di disappunto le apparve sul volto. Ma la perse subito. Era troppo impegnata a continuare lo stillicidio di sogni siderali, che di lingua in lingua, elargiva ai ragazzi e alle ragazze (alcune bellissime) ormai o già pronti ad accogliere questo sacramento della saggezza universale. Bastava una goccia e ti ritrovavi a parlare con entità aliene, potevi venire colto in fragrante da una qualche astronave ed esser sottoposto a torture o a esperimenti da entità -folletto o da esseri metà uomo metà bestia. Tutto poteva succedere al Zhuzi Party!

Xiao Dongge sembrava conoscere bene la zona, perché si muoveva agevolmente tra i grandi massi e le buche del terreno, e conosceva tutti. Eravamo arrivati molto presto, c’era solamente un centinaio di persone al massimo. Non c’era fretta. Le altre sarebbero arrivate con il calar del sole come vampiri in un film di Tarantino.

Ajie occhieggiava in giro per vedere se riusciva a trovare qualche altro amico e amica e ne incrociò vari prima di essere catapultato lisergicamente nell’iperspazio a salutare per un tempo infinito i cristalli gotici della percezione.

Verso cena cominciò ad arrivare il grosso della gente, carovane di giovani, pullman come quelli di Woodstock, senza fiori e senza chitarre.

I volti dei commensali chimici erano tesi, venuti tutti in cerca di distensione. Questa generazione della disperazione acida. Succhiavano alberi, ingurgitavano di tutto, tutto andava bene pur di dimenticare. Dimenticare la fisicità della sofferenza e dell’oppressione. Il ricordo non era cosa buona e giusta. Non volevano ricordare, mi davano l’impressione come di voler solamente disintegrarsi. Volevano solo evanescentemente sparire. Con un semplice e candido “puff”. Come quando ti scoppia una bolla di sapone sul naso e poco prima riesci di sfuggita a vedere le striature della luce sulla sua superficie gommosa e saponosa. “Puff!”. Ne spariva uno. “Puff!”. Eccone scomparire un altro. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. “Puff!”. Verso il nonscientifico brio dell’universo sconosciuto delle loro visioni.

Arrivò presto un’altra macchina con alcuni amici di Ajie e Xiao Dongge e, dopo essersi abbracciati tutti calorosamente, si calarono chi una chi due gocce di LSD purissimo, ridendo come bambini stesi al vento. Io ancora una volta non ne volli, continuando a fumare la mia dolce erbamica. Volevo avere la situazione sotto controllo, e vedere con occhi comuni questo nostro viaggio. Non mi fidavo neanche molto di queste droghe chimiche fatte in casa da mani potenzialmente inesperte. Chissà da chi. Continuai a modo mio guardando i colori dei loro occhi mutare angolazioni di visuale e nessuno di loro aveva allacciato la cintura di sicurezza.

Ajie si stava lavorando una ragazza molto giovane e molto svestita, sembrava quasi di essercisi unito alchemicamente; avevano entrambi preso l’acido e aspettavano salisse rotolandosi nel prato via via sempre più buio della Montagna delle Fate.

Mentre la notte diventava sempre più invisibile, una fiumana di figure, via via meno distinguibili dalla massa presente, confluiva lentamente come comparendo da una porta multidimensionale sul lato esterno del bosco. Il battito della musica elettronica di sottofondo cominciava a farsi più forte, era cominciata la festa. Ed era un pandemonio!

Sembrava di essere caduti in una burella infernale, anzi in un ring infernal-paradisiaco, dove angeli e demoni potevano mischiarsi e copulare, strafarsi, ingiuriarsi, amarsi senza nessun giudizio e nessun giudicatore, perché lui era alla consolle. Erano spiriti che si cibavano delle paure e delle gioie, di tutti i reconditi desideri umani. Erano tutti là, a portata di mano e di vista. Sesso, droga e disperazione, tutti shakarati in un ago psichedelico dritto al centro del cervello e poi BUM! Dritto all’interno dei nervi, giù al centro del terzo occhio. BUM! Dove tutto si vede senza occhio e tutto ha un senso maggiore.

“Ajie, io vado a vedere là che cosa ci sta in quegli stand, ok? Vuoi venire?”

“Dai, vengo con te, De Lu Fa! Dovrebbero essere anche loro amici miei… lo so che cosa hanno… andiamo a provare…” rispose con i muscoli del viso che si tiravano sempre più. Il sorriso si contraeva. Il naso induriva. Aveva cominciato il trip.

“Ei! Chi si rivede!? Il vecchio Ajie! Come mai da queste parti?”.

Era una ragazza con rossetto nero e un vistoso piercing sulla lingua. Capelli rossi-viola e lenti a contatto bianche.

“Sono qui con questo mio amico, De Lu Fa! È italiano ed è il mio bodyguard, quindi no farlo incazzare sennò spacca tutto!”.

“Ah Ah! – sorrise vagamente senza badare troppo alle sue parole – Piacere, De Lu Fa”. Dandomi la mano e scrutandomi da dietro le pennellate di colori e i pentagrammi di note che venivano sputati dalle case che aveva dritto dritto dietro di lei.

“Piacere…”.

“Xiao Li – disse presentandosi – , chiamami Xiao Li. Vuoi delle spacecakes al cioccolato? Le abbiamo fatte con le nostre mani…”

“Be’ perché no? Dammene una, anzi due… adoro il cioccolato!”.

“Uaaaaaaaaaaaaaa! Bravo De Lu Fa!” cominciò a ridere Ajie incontrollatamente. L’acido gli stava bussando nell’animo passandogli per la testa. Lo guardai senza dire nulla, mi piacevano i suoi occhi scuri ancora più grandi e tondi. Vedeva più cose, percepiva più cose, pensava più cose.

Pagai le due tortine, erano un po’ più grandi delle vecchie camille del Mulino Bianco, solo che queste erano speciali. E poi non si sa mai che cosa ci ficchino dentro le merendine per bambini oggi come oggi, no? Almeno in queste si sapeva, noooooo? Cioccolato plus erba. Il sapore era indescrivibilmente sessuale. Non poteva essere altrimenti. Erano fatte dalle fate della montagna, e Xiao Li doveva essere sicuramente una di queste. Mi guardava fissa, mentre tutto vibrava con quegli occhi bianchi! Aveva voglia e desiderio di uccidermi o forse di mangiarmi mentre mi cavalcava nel fitto del bosco e tutto girava girava nel fuoco e nelle stelle su su tra i rami degli alberi, mentre i nostri capelli si mischiavano e si aprivano porte su dimensioni incommensurabili. Il flash si spense. Eravamo ancora lì e mi guardava ancora.

“Sono contenta ti piaccia, De Lu…” si era scordata il mio nome.

“…Fa. De Lu Fa! Non preoccuparti sono abituato. Non potevo certo chiamarmi Xiao Long. Troppo cinese, no?”.

Annui. Non le interessavo già più. Era disfatta. La gente, lentamente, protendeva le braccia da dietro al bancone e la assalivano per più tortini psichedelici come zombie affamati di carne e sangue.

Finii di masticare la prima tortina (Ajie ne prese solo un morso) e misi la seconda dentro il sacchetto di carta marrone che mi avevano dato. Lo inserii attentissimamente, con una lentezza quasi polifemica, dritto giù nella tasca. Ero pronto. Incosciente, sembravo un bambino al luna park che aveva perso la famiglia sentendo di attraversare la vita con gli occhi di chi la vede per la prima volta da solo. Il bosco attorno mi si stringeva come in un abbraccio e i ragazzi si stringevano al centro del bosco con una palpabile esplosione di vitalità. Volevano gioia, tutti vogliono gioia, no? Felicità! Saltavano, ballavano, come cercando di scrollarsi di dosso strati e strati di volti, livelli di marcio, di lordure, alcuni si svestivano, non sentendo più l’umidità, il fresco di quella notte apparente.

“Vieni Ajie, andiamo!” gli gridai tirandolo per la maglietta mentre mi intrufolavo tra la gente. Stralunati loro, stralunato io. Sembravo essere l’unico straniero tra migliaia di cinesi e per questo mi guardavano ancor più come un alieno. Simile tra dissimili, dissimile tra simili.

“Dove vuoi andare De Lu Faaaaaaa?”, sentivo la voce di Ajie provenire attutita da tutte le direzioni e dalla massa sonora. L’impatto della musica era assordante, era un esplosione di suoni e di colori. Solo le stelle erano fisse, sulle nostre spalle e sulle nostre teste. Un cielo stellato incommensurabile, di quelli che raramente possono esser visti in Cina. Lo smog era stato messo dentro per eccesso di velocità: non riusciva a raggiungere cotanta bellezza, non quella sera almeno. Qualcuno avrebbe dovuto pagare la cauzione, ma nessuno voleva. Eravamo tutti presi mentre Mr. Smog rimaneva imprigionato tra le cappelle dei grattacieli di città. Voleva schiacciare l’umanità sempre più verso il basso. Voleva schiacciare tutti coloro che non riescono a convertirsi o a scappare, ripetendo sempre il monito “Non potrai sfuggire, non potrai sfuggire, non potrai sfuggire…”

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 13.1

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