Parte Prima – Capitolo 15

Prendemmo il treno della notte. Un bel treno. Se lo vedevi da fuori era tutto pulito come uno scolaretto col paniere. A ogni fermata lunga, apparivano da ogni dove omini vestiti di blu che sudavano sudavano per pulirci il guscio. I vetri sembravano invisibili, si poteva avere quasi l’illusione che non ce ne fosse alcuno, tanto sudavano per la perfezione ingrata. Dentro invece era tutto duro.

Prendemmo delle birre nel vagone ristorante che bevemmo guardandoci in faccia e guardando fuori in ansia di vedere oltre ancora.

Da Chengdu volevamo raggiungere Guiyang, nella provincia del Guizhou. Una delle zone più povere della Cina. Non era lontanissimo in termini cinesi, eppure ci aspettava un viaggio di circa novecento chilometri. In una nottata ce l’avremmo fatta senza problemi e io ero curioso, non ero mai stato neanche là. Ne avevo sentito parlare bene da chi era povero e male di chi era ricco e io, non sapendo quali parametri utilizzare, non sapevo cosa fossi, povero o ricco. Non ascoltavo nessuno e volevo andarci di persona anche solo per guardare e testimoniare. Non m’interessavano le opinioni degli altri sugli altri. Tanto è vero solo quel che si crede sia vero. Io volevo vedere con i miei occhi, quell’altro sputo di mondo cinese. Volevo capire dove cadevano e dove si rialzavano, volevo mettere un dito nelle cicatrici e svelare il bello e il brutto, incrociandoli sulla lingua delle persone così come ai crocicchi ci paese. Ero interessato a scoprire il non senso di suoni che si sente dalla sofferenza e dalla gioia umana. Senza senso. Come un fischietto per cani che tu non senti, ma il cane, sì, lo sente. Come un’esplosione di stati d’animo umani. Questo sentivo, viaggiando dentro me stesso. Non c’era povertà e non c’era ricchezza. C’erano solo giusto e sbagliato, verità e menzogna, Dio e Satana, luce e ombra.

Fuori dal finestrino potevo distinguere scorrere e salutare con la mano anche tutte le mie paure e le mie angosce. La paura di non arrivare, la paura della paura, la paura di non esser mai partito davvero, la paura di morire, la paura di vivere.

Mia moglie mi odiava. La mia famiglia piangeva, mentre io vagavo come un cavaliere sotto la pioggia chimica del futuro. Non guardavo neanche la cartina per vedere chiaramente dov’ero o dove non ero: da qualche parte là, e questo mi bastava. Lontano dalle rotte tradizionali (che vuol dire tradizionale?), dai luoghi del commercio e dei turisti. Oddio quanto odio i turisti! Sono l’apoteosi dell’impoverimento umano da superficialità vacanziera. E poi tutta quella felicità smielata di cosa? Libertà a scadenza. Meno dieci, meno nove, meno otto, meno sette, meno sei, meno cinque, meno quattro, meno tre, meno due, meno uno. Dannazione, sono di nuovo schiavo per un anno! Devo pagare il mutuo!

I turisti sono la dimostrazione di come l’uomo sia stupidamente incapace di cambiare vita, sempre più schiavo della macchina e del sistema. E così viaggiano desiderosi di perdersi nelle vite e nelle usanze altrui, di rilassarsi (“Oddio Claire, cara, ho proprio bisogno di rilassarmi in questa vacanza, ho già preso appuntamento dal parrucchiere per giovedi prossimo e poi parto, non vedo l’ora, ne ho proprio bisogno!”) senza avere neanche la forza necessaria per cambiare se stessi.

Be’, ho sempre pensato che solo abbandonando si ha veramente amato. Solo lasciando andare, non vedendo, non abbracciando, non sentendo, non baciando; solo distaccandosi totalmente, solo lasciandosi veramente, indescrivibilmente, senza compromessi, pratici o mentali, solo così facendo si può capire veramente, globalmente, unicamente cosa voglia dire restare, amare, decidere. E il viaggio non è contemplato in questa dinamica di mutazione dell’essere.

Io non volevo e non voglio nulla se non vedermi in faccia, ma finora nessuno specchio ha mai potuto riflettere la mia vera immagine, tanto meno quelli degli hotel turistici di periferia. Sentii che anche Budda era andato in vacanza. Dicevano avesse lasciato il Paese. Secondo me aveva abbandonato il pianeta o si era nascosto, entrando sotto la pelle di un animale invisibile, serpentino, cambiando apparenza, ma non sostanza, e adesso gioca a carte con Cristo (ma nessuno dei due sa barare!); giocano nudi e nessuno dei due vince mai. Si accorgono solo alla fine che, ogni volta, manca sempre una carta. E sempre la stessa.

Guardavo Ajie dormire, con la testa poggiata sul tavolino ripiegabile del treno e avrei tanto voluto dormire anch’io un sonno chiaro e definitivo.

Andare in treno è una delle più profonde esperienze spirituali che un uomo possa fare sotto i quarantanni. Superati i quaranta, cambiano le cose. Ne sono convinto. Se non cambiano, vuol dire che non si è saltato su treni a sufficienza e non si è scavato a dovere in precedenza. Ora per me, poco sotto i quaranta, è presto o è già tardi?

Fatto sta che quel dannato treno correva nella notte, in un buio forsennato e mi veniva quasi la febbre solo a guardare fuori l’oscurità.

Girai una trella da me e Ajie si svegliò subito, neanche avesse avuto il radar o l’antifurto per sottrazione indebita di marijuana dal taschino. Era un controllore di ganja. Meglio così. Può sempre risultare un potere utile, prima o poi, avere  un amico così.

“Dà qua, faccio io” disse, prendendo l’impasto di tabacco ed erba che avevo nel palmo della mano sinistra.

“Perché scusa? Sto facendo io, che cambia?”.

“Non ti posso vedere fartela fare da mancino, e poi sono io il rollatore ufficiale della spedizione! Tu sei il baobiao (bodyguard)! Non confondiamo i ruoli per favore! Ah!” disse mezzo sbadigliando e bevendo una lunga sorsata di birra ormai calda. Poi fece una faccia insoddisfatta ma, senza lamentarsi, continuò nella sua opera.

“Dai te ne offro un’altra io… PADRONE! Ti va?” dissi alzandomi. E la trovai anche una buona occasione per sgranchirmi un po’ le gambe. Erano ormai già alcune ore che eravamo in viaggio e non mi ero mai alzato.

“Torno subito” dissi.

Annuì sorridendo, con la sua solita faccia da schiaffi, come a dire “ok ok zitto zitto ci sono quasi!” mentre finiva il rollaggio.

Potevo finalmente camminare un poco. Percorrevo i vagoni sbirciando dentro i vari scompartimenti. Ci si può trovare di tutto, tutti i tipi di persone, quando si viaggia in treno la notte. Chi ha il demone del non dormire può imbattersi nei propri simili, ritrovandosi spesso a raccontare la propria vita o a sentire storie lontane e struggenti. O belle. Avevo viaggiato spesso in treno in tutti quegli anni di Cina, conoscendo miriadi di sconosciuti, gente schiacciata dalle incombenze, dal proprio lavoro, oppure da una vorace famiglia, dalle responsabilità o dal destino.

La Cina non è mai stato un posto clemente per chi vuole vivere differentemente gli ultimi anni che restano di giubilo sulla Terra, e non si può infrangere troppo il regolamento. Bisogna attenersi alla tradizione, stare attenti. Essere rispettosi del fallimento dell’umanità. Così, quando sei in treno, vedi migliaia di diseredati psichici sbattersi da una parte all’altra del Paese, tirati come da cordoni ombelicali attorcigliati intorno al collo. Viandanti lebbrosi senza campanello, scavati in volto, coi denti all’infuori, che percorrono enormi distanze per trovare un po’ di pace e di armonia. Dormono per terra o dove capita, mangiando spaghetti istantanei da pochi kuai ( 1 kuai è l’equivalente di 10 centesimi di euro circa) l’uno, e non si lavano. Si riscaldano bevendo acqua bollente, acqua che non manca mai specialmente sui vagoni dei treni notturni. Nei passaggi tra un vagone e l’altro infatti, ogni due o tre al massimo, si possono incontrare questi grandi bollitori grigi, da cui si può gratuitamente attingere acqua fumante. Loro unico conforto d’inverno, oltre la grappa. E ai jiaozi (ravioli) con l’aglio, s’intende. Molto aglio.

Presi quattro birre e tornai al nostro vagone.

I bambini erano sempre quelli più incuriositi dalla presenza di noi stranieri. Alcuni sorridono, altri si nascondono dietro le mani o dietro il corpo dei nonni. Altri fanno capolino con un solo occhio come a prendere la mira tutelandosi un po’. Chissà cosa pensano? I più piccoli ti indicano e se sanno parlare fagotteggiano “Laowai! Laowai! Laowai!”, sicuro che te lo dicono! Laowai (straniero), l’unica sorpresa in un mondo che destinerà loro sorprendentemente poco di nuovo e di vero.

Ajie mi aspettava per fumare.

Non bisognava preoccuparsi molto in queste circostanze, sui treni notturni, in Cina, puoi fumare, tranquillamente. La maggior parte dei controllori e dei viaggiatori non sa minimamente poi cosa voglia dire erba. Cosa sia, come sia fatta, che odore abbia e che cosa ci si faccia. Quindi, se ti metti vicino a un finestrino o nel passaggio tra due vagoni, lì dove tutti gli altri fumatori si nascondono per fumare, non ci sono mica problemi. Ti allieti il viaggio, sorridendo e chiacchierando con qualche sdentato amico che avevi incontrato già prima, magari lungo il vagone sette, specialmente se sei un tipo a cui piace camminare sui treni, come me. Anche loro, come i bambini, chissà cosa pensano veramente di noi stranieri? Sperduti su treni notturni, da soli, al centro del loro mondo visibile, lontani dai bar e dai club di Hong Kong o di Shanghai, dalle nostre Ambasciate luccicanti di bicchieri di cristallo e di tacchi a spillo ribaltabili, lontani dai nostri ambasciatori panzoni e ignoranti – arrivisti sociali! – o dalle ex-oppierìe, ora locali notturni, come il Suzie Wang. Notturne spremute di rosso agli angoli delle lanterne del drago!

Bello invece è vagare perdendosi tra la gente comune nella notte, lontano dagli uffici e dai numeri di telefono d’emergenza degli sconsolanti Consolati, dei ristoranti da mille kuai a portata e dai sorrisi delle cameriere con plus. Protezioni mentali per gente debole senza anima! Che tanto, più ci vuoi mettere dentro soldi e potere, e più sei povero e senz’anima dentro! E questa lista di possibili identità si potrebbe allungare infinitamente.

Questi amici fumatori lo sanno che sei diverso, ti guardano quasi tu fossi pericoloso, perché imprevedibile, ti guardano un po’ impauriti un po’ rispettosi, ansiosi di sapere chi sei. E tu sai. Fai silenzio. Fumi. Guardi il fumo denso salire anche di notte, come da una ciminiera, su su, fin nell’alto spazio, nel vuoto tra loro e noi, tra noi e noi.

Silenzio nella notte che scorre, neanche il freddo acciaio delle rotaie ha più nulla da dire e tace. Non gracchia, non schiocca. Binari vuoti e silenziosi, che ti portano a destinazione, come scivolando, mentre la tua prossima boccata ti aspetta inesorabile quasi a delimitare il tuo momentaneo angolo d’osservazione

“Mmmmm” inspiri.

“Uuuuuuuu” espiri.

Eravamo tutti belli e immacolati in quell’angolo di treno notturno. Capelli al vento, a guardare fuori dal finestrino. Buio notturno. Amici contadini con cui condividere attimi di niente misti a un momento dinamico tra presente e futuro. Ci scambiavamo occhiate, accendini e qualche risata complice. Una tentativo di comunicazione e di ponte tra generazioni di nemici e millenni di noncuranza. A qualcuno, pelato, brillava anche la testa.

“Ajie, arrivati a Guiyang dove si va?” chiesi un po’ assonnato distratto da qualche bagaglio mal messo nel corridoio del treno.

“Dove? Non saprei sinceramente. Arriviamo prima, mancano ancora un paio di ore”.

“Perfetto! Andiamo dove non sappiamo. Andiamo senza sapere perché andiamo!”.

“Esatto! Ma perché c’è sempre bisogno di una motivazione per tutto? Nel viaggio, se di viaggio stiamo parlando, non è importante dove e come arrivare, quando arrivare, perché arrivare… l’importante è andare.”

“E ritornare!”.

“Sì, …e ritornare, in un modo o nell’altro… in un mondo o nell’altro”.

Eravamo alla ricerca della ricerca stessa, viaggiando il viaggio, senza una destinazione fissa. Ma per fortuna avevamo amici in giro ed eravamo acquiescenti. Accettavamo le proposte del caso e abbracciavamo i segnali davanti a noi come una verità indissolubile su cui non potevamo fare nulla. Non avevamo ragione in nessun modo. Era come se in realtà il viaggio volesse viaggiare attraverso di noi e non il contrario. Il viaggio si era scocciato di osservare viaggiatori con mappe e tempi delimitati, persone con il cuore fermo, che neanche batteva più da tempo. Il viaggio voleva portarci a Guiyang che era ancora avanti a noi. Mancavano ancora due ore.

L’alba fu maestosa.

Maestoso è il termine esatto. Aveva un cappello di nubi e il sole ci salutava chiamandoci per nome. Per davvero. Non è la solita descrizione di un libro. Non è solo per aggiungere due righe a questa storia.

Era presto, non ricordo l’ora, e dovevamo carburare mangiando qualcosa di buono. Fuori dalla stazione se si girava a destra, non lontano c’era un chioschetto in un angolo della strada. Faceva Bingzhou. Una specialità del Guizhou. Una zuppa fredda e dolce con sopra marmellata e dentro pezzi di cocco, fagioli, mais farro e quant’altro. Una vera delizia per il palato, la fame chimica e la disperazione universale che, con un po’ di sbandamento e di eccitazione quanto basta, rendeva tutto indimenticabile. Bingzhou per tutti. Offro io! Importiamola in Italia, esportiamola in America. Creiamo catene di negozi che fanno Bingzhou in Africa e apriamo qualche chiosco sulle spiagge del Sud America. L’uomo soddisfatto fa meno guerre.

“Mo’ che facciamo? Dove andiamo? Conosci qualcuno qui?” gli chiesi sazio e finalmente appagato. Avevo un po’ voglia di tornare a Houhai, tornare a casa per surfare le nostre onde. Mi mancava l’oceano. Mi ero abituato al suo rumore, alla sua umidità nelle ossa, sulla pelle. Negli anni precedenti al mio trasferimento a Houhai mi era impossibile surfare così tanto e consecutivamente, ma a Houhai, le onde e il mare erano talmente costanti che potevi surfare per settimane di seguito senza mai fermarti. Mi ero assuefatto. L’oceano non si stancava mai e non era mai piatto, le onde si divertivano già solo a esistere per sé. E la gioia bisogna saperla cogliere, non bisogna abituarsi alla sensazione di mancanza di gioia. Questa frega tutte le società, quelle orientali così come quelle occidentali. Ci marca lo spirito. Ci marca lo spirito. Questo pensavo. Pensate che effetto che fanno le bingzhou e le onde!

“Ajie, facciamo un altro giretto da qualche parte qui vicino e poi torniamo. Tra l’altro, tra qualche giorno arriva tutto il resto della roba che serve per finire l’ostello e a Sanwa serve una mano. Non mi va di lasciarlo solo! Poi mi manca il mare, devo surfare, ormai sono giorni che giriamo e l’oceano mi sta chiamando… girare in posti senza mare è per me… non lo so… una sofferenza. L’oceano lo devo quanto meno vedere, sentire… capisci no?”.

Sorrideva annuendo.

“Ma sì, che problema c’è? Facciamo una cosa, c’è un mio vecchio amico, che non vedo da anni ormai, pare abbia aperto una piccola locanda in un posto dove possiamo mangiare e dormire per qualche giorno. Non è qui a Guiyang, ma sempre nel Guizhou, non ricordo il posto preciso. So però che è bello e fuori dal caos, ho visto in passato alcune foto che aveva postato su internet. Cerco di contattarlo su QQ (chat cinese) e vediamo se risponde e se non è lontanissimo ci andiamo, che ne dici? Se non riusciamo a sentirci prendiamo il primo aereo economico da qui per Hainan. Tanto ormai siamo vicini, da qui il biglietto dovrebbe costare la metà che da Chengdu…”

“Perfetto!”.

“E poi abbiamo… ehm… hai… abbiamo ancora i funghi che ti ha dato Joe! Vero?”

“Sì, ce  l’ho qua – toccandomi la tasca dei pantaloncini – non me li sono mica mangiati da solo!”

“Ok, ora vedo se il mio amico è in chat e gli scrivo. Vediamo se da questa storia ne esce fuori qualcosa”.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 15

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Un commento su “Parte Prima – Capitolo 15”

  1. Fatto sta che quel dannato treno correva nella notte, in un buio forsennato e mi veniva quasi la febbre solo a guardare fuori l’oscurità….
    che dire ci sono parti che sembrano pura poesia ..sempre più bello questo romanzo .

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