Parte Prima – Capitolo 9

Calma.

La notte continuava come la notte precedente e come quella prima ancora, in un buio monumentale. Le stelle erano spettatrici di movimenti di carne umana e noi spettatori di corpi celesti.

Per un periodo, prima che finissimo i lavori, ci ritrovavamo presso un vecchio locale sulla spiaggia, aperto da un personaggio silenzioso. Un po’ obliquo. Si faceva chiamare DaHai (Grandemare). Grande mare non era del posto. Proveniva dall’estremo nord della Cina. Era un dongbeiren (cinese del nord ovest) così come venivano chiamati in maniera a volte un po’ dispregiativa i cinesi della sua zona. Zona estremamente fredda e povera, al confine con la Siberia e con la Mongolia. Là gli inverni potevano raggiungere quasi i cinquanta gradi sottozero. E l’unico modo per resistere a queste temperature era bere. Così bevevano tutti. Ma Grandemare no, lui non resisteva là, il solo bere non lo acquietava. Non poteva farcela. Doveva andarsene, scappare, anche senza niente in tasca, nessun soldo, nessun aiuto. Puro nulla.

Proveniva da una famiglia distrutta, genitori dispersi. Dahai era stato il primo ad arrivare a Houhai, non sapendolo, per avviare la creazione di una nuova Cina, basata sulla semplicità delle onde e sulla forza dell’oceano. Una nuova Cina fatta di silenzio, voluto, desiderato, agognato, sognato, mai imposto. Silenzio indotto da una costante e continuativa meditazione dinamica, assorto in un quotidiano gongfu surfistico, come prendere coscienza di sé, svuotando la propria coppa, in fiduciosa attesa della prossima mareggiata, della prossima occasione donata dalla vita.

GrandeMare alla fine si era sistemato proprio bene. Aveva la discesa diretta in spiaggia e, dalla sua posizione, poteva abbracciare con lo sguardo l’intera baia, lunga circa due chilometri a forma di falce di luna. Spesso lo potevi vedere, sdraiato, coi piedi appoggiati sulle funi a mo’ di ringhiera (che aveva fissato per evitare che qualcuno cadesse dalla sua terrazza). Stava là, solo, a guardare il mare in silenzio bevendo qualcosa. Aveva un’esplosione di tormenti che solo il mare poteva placare, Dahai.

Poi, da lì, si poteva vedere bene, sul lato sinistro, una zona militare. Inaccessibile. Un filo spinato impediva ai civili di addentrarsi a esplorare la giungla di quell’angolo di paradiso; dall’altra parte della spiaggia invece, simmetricamente opposta, verso sud, vi era invece una grande cava di pietra. Si potevano vedere luci e fuochi, fino a notte fonda. Erano camion e altre macchine da lavoro in continuo movimento che, nel buio, apparivano come puntini luminosi in un cielo basso. Non si poteva distinguere esattamente cosa fossero, ma si sapeva, tutti sapevano, che c’era un continuo operare.

Qualcuno viveva differenti esistenze, a pochi passi da noi. Esistenze connesse solo alla pietra del luogo. Scavavano la montagna, e, su grandi chiatte, navi abissali, grandi blocchi grigi venivano trasportati lontano. Via. Noi del posto potevamo facilmente riconoscerla quella pietra. La trovavamo tagliuzzata e diposta altrove in diverse parti dell’isola. Spesso il materiale era usato per costruire moli e banchine per l’attracco delle navi dei ricchi o per alzare il livello del fondale e creare barriere all’impetuosità di Nettuno.

Ogni tanto si sentiva qualche esplosione, anche a sera, con il buio. Bombardavano la montagna con la dinamite. Booooaaaaarghh!

Boati come squilli di telefono notturni, quando si dorme, trilli che si insinuano nei sogni da tutte le direzioni, svelando che in realtà c’è un’altra dimensione oltre quella del sogno. E non importa cosa stiamo sognando, se sognamo di essere vincenti giocatori di baseball, eroi vichinghi su navi draconiane, amanti focosi e insaziabili, guerrieri moribondi su un campo di battaglia, o impiegati in cioccolatinosi supermercati fatti di marzapane e oro; i boati ci ricordavano che un mondo, in sbattimento, insoddisfatto e in costruzione-distruzione, era lì fuori, al di là della nostra visuale, al di là del nostro monte, della nostra baia, delle nostre onde e delle nostre vite. Un mondo che non era mai sazio e che stava avanzando. Che avanza sempre portando, presto o tardi, sofferenza a tutti.

“Dai ma che dici? Facciamone un’altra Ajie!” dissi mentre osservavo il mio piede dondolare dal verde-blu dell’amaca e sbattere sul pavimento di tallone.

“E dai su! DeLuFa, una piccola però” mentre improvvisava sul suo malandato basso qualche giro tanto improbabile quanto indimenticabile.

“Questa è roba speciale, viene direttamente da Chengdu, sai cosa vuol dire, no?”.

L’avevo imparato. La marijuana sichuanese o dello Yunnan era una roba pazzesca. In conformità con le regole taoiste della regione apriva a un rilassamento e a una creatività senza eguali.

Una delle regioni in cui si espanse particolarmente il Taoismo era proprio il Sichuan, al confine sud ovest della Cina, vicino al Tibet, non lontano dall’India. Zona montuosa, boschiva, ricca di misteri e psichedelie in cui la spiritualità era profonda, anche solo nella stessa terra, nella Natura.

Dal Sichuan si potevano prendere tutte le direzioni possibili. Ci si poteva disperdere nel cuore dell’Asia con pochissime decine di ore di viaggio, pochi giorni nell’antichità.

Le strade proseguivano a nord a sud a est a ovest, in su, in giù, e volendo si poteva raggiungere “l’altra parte” in un batter d’occhio. Senza dubbio una terra mistica, in espansione continua. Colline silenziose, laghi cristallini, imponenti al nord vi erano i piedi dell’Himalaya. Erano stati sempre là guardando le genti accanirsi e cercando di stare al passo coi tempi, col progresso, riproducendosi esageratamente, come insetti. Locuste.

La Cina aveva tumulato il proprio passato negli ultimi decenni, in nome di un grande balzo economico che ci sta tutt’ora portando all’autodistruzione mondiale. Eh già!

“Ma come facevi a stare a Chengdu, come resistevi poi quando tornavi a casa a ChongQing? Non ti sentivi mancare l’aria? Tutta quella gente, tutte quelle macchine, quei coglioni che si muovo inconsapevoli come piccoli robot a batteria sanguigna!” chiesi mentre Ajie cacciava dalle sue tasche tutto l’occorrente per una rollare nuova trella. Mi guardava assorto.

“Infatti non resistevo. Sono scappato appena ho potuto, poi la strada mi ha portato sino a qui, a incontrare un laowai con la faccia da schiaffi come la tua, era destino! No?”

“Idiota!” dissi ridendo.

“Ah ah ah, DeLuFa, l’italiano, il Marco Polo del duemila. Ma cosa sei venuto a fare tu (enfatizzando) in Cina? Ma non te ne potevi restare in Italia, a casa tua? Tutti vogliono scappare da qui, tutti vogliono andare in America, in Australia, in Canada o in Europa e… invece tu che fai? Scappi da lì per venire in Cina? Non è mica tanto normale…”

“Dai lo sai, era destino, ero predestinato. Yuanfen! (destino), dite voi cinesi, no? Pensa quando stavo a Pechino o a Tianjin allora! Sono stati anni incredibili, nel cercare vita sotto la coltre oscura dell’animo frantumato della società moderna cinese. E chi meglio di te lo sa! Ma se sei attento, se non vivi come se non vivessi, anche da non cinese si può vedere benissimo che ormai… lo sai sì ? …vi state annientando, anzi lo avete già fatto, fratello! Tu sei fortunato, non hai nulla da annientare o di annientabile! Sei intoccabile tu!”

“Ma quanto ti piace parlare a te…”

“Senti questa va!” dissi strimpellando con una chitarretta da viaggio un giro in B minore e Ajie continuava a girare la trella e ascoltava, e annuiva quando gli piaceva qualcosa sorridendo. Ogni tanto. Mi guardava con il suo fare ironico e beffardo, senza dire nulla. Troppe parole erano veramente superflue.

La Cina aveva ucciso la propria filosofia, la propria arte, la propria spiritualità. Il ventre dei cinesi si stavano gonfiando, i fegati spappolando. Fiumi di grappa, fiumi di Chivas e di vini d’importazione stavano inondando i loro corpi vuoti. Manager, avvocati, governatori, tutti in una spasmodica ricerca di potere, denaro e gloria. Tutti cercavano una rivincita personale. Semplici verità davanti agli occhi di tutti e tutti che stavano zitti e si appecoronavano. Di qua e di là.

Se andrai mai in Cina o se ci hai vissuto, se ci sei oggi che stai leggendo questo libro che hai in mano, allora dovresti saper bene, anche meglio di me, quel che vado dicendo. Come sia facile vedere donne, vecchi e bambini, in pericolo, in difficoltà infernali, negli angoli di città , e nessuno, nessuno, nessuno tende loro una mano. La stessa cosa avviene negli altri Paesi del mondo, ma in Cina, oh in Cina, la gente muore per strada nel disinteresse più totale. Non si ha tempo, non si hanno occhi, non si ha più un’anima.

In una città come Sanya poi, la capitale del lusso, la Miami della Cina, la gente appare ancora più distratta dalla morte. Spiritualmente morta. Le persone sono atomizzate, divise e frammentate. Come se l’anima stessa fosse materiale, per loro, ancor più facile da corrompere! Sono sempre alla ricerca di una qualche altra cosa, sempre qualche altra cosa, qualche novità purché non abbia nulla a che fare con la natura più profonda dell’uomo. Scimmie-anime-scheletro con il telefonino.

Per questo decisi me ne andai in un villaggio, dove i valori, i loro valori, quelli dell’appiattimento al silicio, stentavano ancora ad arrivare. Evidentemente ancora non avevano individuato bene la posizione di Houhai. Ma lo avrebbero scoperto presto.

Sanya, che dovete immaginare come tutte le altre città tropicali della zona, è una specie di avamposto sino-vietnamita, muro di confine tra il governo cinese, le mafie e i narcotrafficanti del sudest asiatico. Un paradiso del malaffare e del sesso. Yachts e zattere di pescatori ovunque che navigano tra mutande, champagne, e vino francese. Vive la France! Una Miami asiatica rampante, dove tutti i criminali, i ricchi e i potenti della zona si trovavano per qualche giorno, con famiglia o cone le amanti, e dove apparivano i più loschi individui da tutto il continente. Dalla Russia, dalla Cina, dalla Thailandia e chissà da dove altro ancora.

Si riunivano nei ristoranti o negli alberghi, nei migliori locali del centro o sopra le loro barche. A Sanya anche io ho portato per la prima volta una barca a vela! La mia prima esperienza di navigazione, per la prima volta ho preso il timone e scavallato le onde lunghe dell’oceano pacifico, andando a sud sempre più a sud. Sensazione indimenticabile!

Eppure mi sentivo un outsider anche là, anche ad Hainan, così come a Roma.

Camminavo e cammino per strada non riconoscendo la gente, il perché dei modi e dei luoghi. E non immagino di potermi mai più abituare ex novo agli abiti occidentali, a un lavoro o a una famiglia, a un mutuo o a una pensione, a un dente in meno o a un giorno di vita in più. Sono un sognatore, credo che ancora, che qualcosa possa cambiare, che sia ancora possibile influenzarsi positivamente per un mondo migliore. E per cambiare dovremmo forse ritrovarci quotidianamente sulle metropolitane, per le strade, nei mercati, o nelle banche, nelle stazioni postali, o agli incroci dei semafori e abbracciarci senza parlare. Come vecchi amici che non s’incontrano da tanti anni. Dovremmo fare questo. Forse l’unico modo per risollevare le nostri sorti umane. Magia del tocco. Pranoterapia sociale. Ma chi mai lo farà? E anche tu che sei seduta o seduto in metropolitana e che leggi queste due righe, anche tu hai un sogno – lo so, lo sai – e che cosa fai? Devi perseguirlo, così come facevamo noi, nel nostro villaggio, nonostante tutto. Un sogno comune, un sogno in comune. Espressione di sé. Ora alzati e abbracciamoci, che non c’è tempo.

“Wow, questa roba è grandiosa, Ajie!” mentre tossivo.

“Sì fratello! Te l’avevo detto!”

“Sì ma non pensavo fino a questo punto, Ginociccio!”

“Ah ah ah, senti ma questa chitarretta chi te l’ha data?” chiese così dal nulla.

“Jiya! L’ha portata da Hohhot, dopo il suo ultimo viaggio a casa. È una Martin!”

“Sì e io sono Biancaneve!”

“Che vuoi dire ?”

“Che se te l’ha portata lui è probabilmente falsa! Non è originale! Non può esserlo! Ti pare che Jiya possa permettersi di comprare una Martin originale per tuo compleanno? E chi sei? Sua madre? Che fai ci scopi con Jiya che ti fa di questi regali? Di’ la verità, DeLuFaaaa!”

“Maccheddici!! Ma sei scemo? Tu piuttosto!! E comunque anche se non è originale suona bene e questo è quel che conta. Poi non possiamo essere sicuri che non lo sia, e poi sai che ti dico, a caval donato non si guarda in bocca! È pur sempre un regalo fatto di cuore, gliel’ho visto negli occhi quando me l’ha data! Tiè, fuma va!”

Espirai nuvole sulla terrazza. Sembravano prender forma di dragoni di vento al vento.

“Stasera dobbiamo scrivere una canzone – ripresi subito a dire mentre lui fumava- la chiameremo Guniang (ragazza) !”

“Sono tuned in, lo sai! Quando vuoi” rispose.

Continuammo a suonare e a fumare fino a quel punto del tempo che si ferma in estasi e si ripete, e tu stai lì a guardarlo e lui ti guarda,  e che esiste e che vibra in ogni istante e in ogni attimo. Anche ora. Anche qui.

“Guniang wo hen xiang ni, guniang, ni shi wode guniang ni shi wo de guniang!”. (Ragazza, mi manchi, ragazza, tu sei mia, sei la mia ragazza!)

Il canto poi si spense nella notte immobile.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima Capitolo 9

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

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