Parte Prima – Capitolo 8

Per il bancone Sanwa ed io eravamo d’accordo. Volevamo usare il legno. Non per una semplice motivazione estetica. Il bancone, dopotutto, è o non è il fulcro del bar? È o non è l’epicentro del cataclisma alcolico che avviene nell’anima del bevitore? Cosa dovevamo fare quindi? Non c’erano negozi di materiali nelle vicinanze e avremmo dovuto aspettare consegne, ecc. Ma eravamo in un villaggio di pescatori no?

“De Lu Fa, di che cosa sono fatte le barche?” chiese Sanwa.

“Be’ dipende. Alcune di resina, altre di legno, altre… boh” risposi bradipamente.

“Bravo! E sai cosa faremo noi? Noi andremo dai pescatori e con due soldi riusciremo sicuramente a prendere un po’ di legno e ci faremo il bancone! Loro hanno tanti rimasugli di antiche barche, di passerelle, e chissà cos’altro ancora, e sicuramente non ci fanno niente. Qui neanche ci accendi il fuoco l’inverno, fa caldo!”.

“Mi sembra un’ottima idea”. E lo era.

Mi strizzò l’occhio maldestramente felice della mia immediata e sincera approvazione. Una cosa però non avevamo preventivato, o almeno non lo avevo fatto io. Le tavole erano pazzescamente pesanti e molto sporche, incrostate di decenni di mare e di terra, di sabbia e chissà che altro ancora. Non ci volevamo neanche pensare. Lunghe anche a cinque metri ma, nonostante tutto, portarle sulle spalle era il massimo del pensiero della felicità. A mo’ di croci spezzate. Potevamo sporcarci di qualsiasi cosa, anche di letame, senza dover dare conto a nessuno se non a noi stessi. E in villaggio anche il letame non aveva più valenza di letame. Sì, era sporco, sì era disgustoso (alcune lo giuro, erano coperte di liquami oscuri!), ma noi ci giocavamo come pazzi. Eravamo tutto quello che volevamo essere, trasportatori di travi di legno dal passato, di croci coperte di letame.

Ma alla fine i pescatori ci gabbarono.

Seppur perfette per quel che dovevamo farci noi, Sanwa le pagò troppo e ne ebbe da dire per almeno una settimana.

Chissà come fanno i pescatori a sapere sempre tutto quel che devono sapere. Loro sapevano che quel legno era perfetto per noi. Loro che avevano visto tempeste lontane e tifoni memorabili sapevano che quei legni erano perfetti per il nostro bancone, così tirarono su il prezzo.

“La vedi quella roccia lì davanti” mi disse un’altra volta un pescatore locale, parlando un cinese mezzo cantonese. Bocca sdentata, occhi piccoli, guance rugose e arrossate dal sole.

Annuii.

“Ricordo quando venne il tifone più grande. Nella mia vita nulla può essere paragonato a quella potenza. Non ne ho mai visto uno più forte. Le onde superavano la roccia e si infrangevano al di qua! Era una cosa spaventosa! Ti rendi conto? Al di qua della roccia!”

“Saranno almeno cinque metri quel faraglione!”

“Anche di più, io direi otto metri. Pensa quindi quelle onde quanto erano grandi!”.

Tutto questo mentre Sanwa cercava di mercanteggiare con loro. E loro lo facevano apposta. “Queste travi hanno superato prove indicibili! Sono le migliori travi che puoi trovare sull’isola!” continuava il pescatore sdentato.

Fatto sta che alla fine le portammo a casa pagandole troppo.

Finalmente quelle travi diventarono poggiagomiti e scartavetrasogni da bar. Nel nostro bar. E che bar! Sembrava una nave sull’oceano più che un bar. Una nave che poteva ondeggiare a suon di vento e al suon di tutte le emozioni umane che lo attraversavano. Un avamposto. L’ultimo faro prima del nulla. Catalizzava energie sessuali, pulsioni intellettuali, mischiandole con semplice apatia e indifferenza. Sempre cara sia l’apatia a chi vuol creare bellezza! Dal vuoto viene il pieno, non viceversa.

“Sanwa, ora che le abbiamo prese, queste travi mi spieghi però come le portiamo su? Queste pesano! Mica vorrai farti quattro piano a piedi vero? E poi, non possono girare per le scale, sono troppo lunghe, dovremmo segarle prima. Sarebbe un peccato!”.

Mentre le movimentavamo avevo un cappello rosso, un bellissimo cappello rosso, perso poi nei flutti, in acqua, un giorno che onde particolarmente impegnative mi schiaffeggiavano particolarmente. Era uno dei più bei cappelli rossi che abbia mai visto. Piccolo e inadeguato per la mia testa e i miei capelli boccoluti. E nessun lupo di mare mi cercava per quel mio rossore in testa. Ero io il lupo e mi cercavo da solo affamato della carne della verità, non trovandola mai.

“Non preoccuparti per ora le mettiamo qui – rispose Sange indicando un posto subito sotto le finestre del piano terra- ho già comprato un montacarichi, sai, quello a bandiera! Dovrebbe arrivare tra un paio di giorni e nel frattempo il padrone di casa ci butterà sempre un occhio sulla legna così che nessuno gli venga in mente di portarsele via! Con tutto quello che ci sono costate?”

“Perfetto”.

“Così non appena arriva questo benedetto montacarichi lo possiamo montare fuori dal balcone di destra, là – indicandomi la posizione sul parapetto del piano attico – e dovremmo poter issarle tutte, una ad una, senza problemi. A turno andiamo su o stiamo giù. Tutto sta ad imbragare bene le travi!”.

“Ottimo!” riposi.

“Mi raccomando, quando giù ci sei tu, spostati da sotto mentre noi da sopra le solleviamo. Se cadono… sei fritto fratello!”.

Non c’è che dire aveva pensato bene tutto, anche al mio auspicabile schiacciamento con cappello rosso.

Due giorni dopo il montacarichi puntualmente arrivò. Se c’è una cosa meravigliosa della Cina è la velocità nelle consegne, la puntualità nel fare ciò che si è detto, i massaggi e i ravioli al vapore.
La ditta che consegnava era anche incaricata di istallarlo e così fecero, in men che non si dica, così, in giornata, iniziammo la delicatissima e chirurgica operazione di carico delle travi, dal piano terra al bar. Piano piano, una ad una, tutte furono prima assicurate al cavo di acciaio tramite un gancio massiccio e delle funi che dio solo sa dove erano state trovate e, senza particolari difficoltà, le innalzammo sino al quarto piano.

Frotte di bambini come libellule si divertivano ad additarci, neanche fossimo ingegneri egiziani impegnati nella realizzazione di una piramide o di un obelisco.

Nessuna trave uccise nessuno, né me, né i bambini, e neanche venne eliminata la signora del piano davanti che guardava curiosa, ogni tanto, tutte le nostre operazioni. Aveva uno sguardo assente, ma instancabile durante tutto il nostro lavoro di fissaggio e di carico. Forse non stava veramente osservando noi, si stava facendo semplicemente i fatti suoi alla finestra oppure era morta da tempo e imbalsamata apparendo solo quando qualcuno lavorava sotto la sua palma. Quale palma? C’era una vecchissima palma davanti al palazzo, proprio dove stavamo faticando col montacarichi. Era sempre stata là, evidentemente, prima delle costruzioni perché altissima. Era calma come una palma e mi aveva sempre colpito la sua possenza. Forse perché la palma è un tipo di albero che ho sempre ammirato e osservato su tutte le riviste di viaggio o di surf, sin da bambino. Le palme mi fanno sentire semplicemente bene.

Purtroppo le rovinammo alcuni rami. Me ne dispiacque molto, ma non sembrò soffrirne troppo. Ci era riconoscente del fatto che le volevamo bene. Comunque palma o non palma, la giornata fu lunga e dopo le operazioni di carico la signora sparì nuovamente. Non la vidi più, infatti.

Piallammo, pulimmo e scartavetrammo tutte le travi. Era come modellare corpi di antiche e splendide modelle. Come se in esse, l’essere antiche, l’esser vecchie e imponenti, sposasse perfettamente la natura della bellezza. Potevamo intravedere corpi statuari, mani nodose, seni e natiche grecoromane sopra ogni curva nascosta.

La più bella trave, la più aggraziata e regolare, cantava di gioia. Le sue porosità erano gioiose, come vestali ateniesi che si docciano al chiaro di luna. Sarebbe divenuta presto il nostro bancone, il luogo in cui le anime si incontravano la notte, strusciandosi le une nelle altre. Facendosi le fusa come i felini a Salomè.

Alcune avevano dei fori, dei buchi grandi circa come una nespola, probabili ferite da fuoco, colpi di lancia inferti ancora da un qualche Longino. Li riempimmo, curandole. Donando nuovamente continuità al loro flusso ligneo.

Anche noi ne avevamo bisogno, sapete? Dovevamo riempire tutti i nostri buchi, donare continuità al nostro flusso mentre il lavoro continuava fino a sera, ogni sera per diverse sere.

Sanwa era distrutto e anche io. Ma sentivo un’energia inestinguibile, come una cura. Come se la stanchezza che avvertivamo fosse solo un ricordo passato.

Quando col trapano mettemmo l’ultimo stop sull’ultima trave, l’intero locale tirò un lungo respiro liberatorio. Come una bolla che fa blop! Avevamo quasi completato il nostro progetto e tutto stava venendo esattamente come lo avevamo immaginato, e forse anche meglio.

Ogni nostro singolo pensiero, ogni vite inserita, ogni piallata data, ogni stuccatura erano scavo interiore. Infatti non ci sentivamo dei lavoratori, né eravamo degli operai, eravamo cavalieri estatici. Cavalli bradi che pascolavano sulla prateria del Dharma. Eravamo cavalcati dalle voci del destino. Altri nomi. Altri luoghi. Quaqquaqquà.

Ogni blocco di materia e ogni frangente di pensiero combaciavano perfettamente, e non potevamo sottrarci alla nostra opera-non opera di definizione. Avevamo un ruolo, quello del rabdomante, del mago che riesce a intendere la Natura, dopo anni e anni di praticantato silenzioso. Finalmente quasi riuscivamo a capire cosa volesse da noi il futuro, senza però comprenderne intellegibilmente il linguaggio. Il suo era un linguaggio non linguaggio, fatto semplicemente di significati e di significanti senza un codice specifico, con nessi non chiari, e noi intuivamo qualcosa senza riuscire a metterlo ancora pienamente a fuoco.

 

Scarica liberamente il PDF e fatti la tua copia. Basta delegare a editori appoltronati e lobbizzanti.

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte 1 Capitolo 8

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

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