Parte Prima – Capitolo 11

Mancava tutto. Dovevamo andare a Linwang.

Linwang è un piccolo paese a pochi chilometri di distanza dove spesso ci recavamo per fare acquisti meno essenziali rispetto a quelli che si potevano fare anche a Houhai. Il vecchio Li, il mio landlord, aveva uno dei più fiammanti tuc tuc del villaggio e noi, ogni qual volta lo incrociavamo per strada, lo chiamavamo per portarci in giro. Per lui era un vero motivo di vanto, così si mostrava sempre felicissimo di scarrozzarci a tutta velocità. Urlava come un matto, comicamente, urlava oltre ogni necessità comunicativa e uditiva, specialmente quando andava a tutta birra col suo bolide rosso con cappottina gialla che sembrava una dune buggy. Mangiava quel breve tratto di strada che dal nostro rifugio di vita portava al primo avamposto della civiltà.

Al centro di LinWang, destinazione mercato.

Che poltiglia di liquami c’era al suo interno! Il sangue dei maiali colava giù dai banchi di pietra e si mischiava all’acqua di mare e alle lacrime non viste dei pesci. Ma non importava, qui si poteva acquistare qualunque cosa, qualcunque tipo di frutto, qualunque tipo di verdura, di spezia, di pesce e di carne. Biciclette, fili elettrici, lampadari, scale estendibili, carte da parati, ruote, copertoni, spazzolini da denti, vestiti, estintori. Potevi anche comprarti una moglie, una donna, un uomo, un bambino. Non vi erano segni di Dio. Lui lì non c’era, si nascondeva, aveva debiti troppo alti. Nessuno gli faceva più credito.

“Eccoci qui! Vi aspetto dall’altra parte della strada ok?” disse Fratello Li sgommando a super velocità quasi impennando col suo trabiccolo rosso inferno.

Era sempre necessario accordarsi sul dove ritrovarsi, sarebbe stato difficile trovarsi altrimenti, perché era tutto un brulicare di tuc tuc guidati dai personaggi più improbabili. Facce arcimboldiane. Alcuni sembravano usciti direttamente dalla salita al calvario di Bosch, altri erano pupazzi cicciotti usciti dalle migliori opere di Brugel. Vi era anche un Botero e il leone del Mago di Oz. Altri avevano volti scavati dai secoli, seppur lontani dal freddo delle nevi fiamminghe, erano scavati dal vento e dal sole. La povertà è sempre la stessa.

Sebbene tutto, quei provetti viaggiatori del nulla erano sorridenti, apparivano veramente felici. Non possedevano nulla, se non l’ignoranza di chi conosce al massimo solo il limite della propria strada. Una lunga e rettilinea strada che univa Linwang con la provinciale e che arrivava massimo fino all’ospedale militare. Uno dei migliori della Cina. Sì, ebbè, perché lì non lontano aveva la villa di vacanza nientepocodimeno che il Sig. Hu JinTao, il Presidente. Se aveva una colica doveva pure potersi curare al meglio, no? Se facevi la strada quando arrivavi a un grande semaforo, dovevi giravi a destra e giù ad accelerare per una strada ad anello che attraversava campi incolti. Si potevano vedere solo delle vacche, un finto mulino a vento. Acquitrini estesi, ma questo solo dopo le pioggie. Qualche uccello simile agli aironi.

Il percorso era tutto un filare di palme che l’apparente velocità dei tuc tuc trasformavano in pennellate di colore verde e blu, con qualche spruzzo di bianco. I nuvoloni oceanici dietro il verde riempivano lo sfondo mettendo le cose finalmente in chiaro. “Tu sei qui. Tu sei mio! Quindi vai forte, vai veloce, respira!” sembravano dirci. E noi li ringraziavamo sempre. Bisogna sempre ringraziare le nuvole. Ah sì, poi c’era l’ospedale del Sig. Presidente.

“Che siamo venuti a prendere? L’hai fatta tu la lista della spesa LuLu?” gli dissi passeggiando tra i banconi del mercato.

E bisognava fare pure molta attenzione a non scivolare per il fango e la lordura. Qualcuno infatti aveva avuto la geniale idea di utilizzare similmarmo liscio per fare il pavimento e, non si sa come, solo noi, i surfisti, scivolavamo, tra gli sguardi divertiti e perplessi dei locali, tutti intenti a masticare, come al solito, qualche binglang.

“Sì, l’ho preparata io la lista. Ti cucino qualcosa di buono stasera ti va?”.

“E me lo chiedi pure? Grazieee certo che mi va!”.

LuLu era un grande cuoco. Non nasceva come chef, in realtà , a Chengdu gestiva una catena di autofficine. Fu costretto ad andarsene per motivi di salute. Il gran lavoro, il clima e lo stress lo stavano uccidendo piano piano, fisicamente e spiritualmente.

Si ammalò poi qualche anno più tardi, andando a finire purtroppo in dialisi. Un artista taoista, Lulu, e sapeva come mantenersi vivo.

“Ok allora ti faccio un MalaDoufu! (Tofu piccante) Visto che ti piace tanto! Poi ricordiamoci di passare dal corriere che MiaoMiao stava aspettando dei pacchi. Dovrebbero essere arrivati.”

“No problem.” risposi con l’acquolina in bocca.

Per me andava bene tutto quello che avrebbe cucinato, era veramente un cuoco eccezionale. Una delle tante tantissime qualità che purtroppo spesso vengono sprecate dall’incapacità della gente ad apprezzare gli altri.

Al mercato c’era la mia solita splendida ragazza. Era sempre là, all’ingresso. La venditrice di frutta. Ogni volta che potevo andavo da lei, anche fosse solo per due banane. La sua bellezza lo meritava. Sembrava una gazella etiope. Longilinea. Scavata in viso, anche lei dalla semplicità. Era una bellezza atemporale. Parlammo solo poche volte oltre il dovuto perché era molto timida, schivava sempre lo sguardo. Si difese dagli assalti di questo straniero impossibile da capire, oltre ogni lingua e oltre ogni gesto. Talvolta quando io e lei incrociavano gli intendimenti, inavvertitamente, arrossiva con un sorriso remissivo girando la testa. Guardava in basso cercando qualcosa o qualcuno, forse un perché proprio lei, o forse cercava la forza per guardare dritto nei miei occhi. Verdi. Un verde che lei conosceva solo per via degli alberi. In un mare di occhi neri. Era così bella, senza nulla da invidiare alle donne occidentali o a quelle di città. A quelle viziate, viziate dal piacere, che hanno dita di colore e capelli curati da centomilalire. Mi veniva da sorridere al pensiero di come a Roma non si possa più guardare, neanche innocentemente, una donna, senza ricevere sguardi di ghiaccio o di disprezzo. A Roma è tutto un “stronzo, cazzo te guardi?”.

Ma lei no. Lei era candida. Lei a me stronzo non me lo aveva mai detto neanche con lo sguardo. Muoveva leggermente le dita affusolate delle mani, agitata, in maniera innocente. Potevo quasi sentire il suo cuore battere più velocemente e la sua mente viaggiare e sognare un amore impossibile oltre ogni distanza siderea. Di quelli di cui si può scrivere storie nei libri. La mia splendida venditrice di frutta di LinWang! Che arrossiva per nascondere la proprià sessualità. Con un corpo scultoreo, ambrato e liscio, e due seni due capezzoli come chiodi su cui appendere banane in saldo. Sarebbero andate a ruba.

Linwang era il primo centro fuori Houhai che poteva essere considerato civiltà , distavano circa otto chilometri. Vi erano banche, la Posta di zona con dipendenti che se Kafka li avesse visti sarebbe scoppiato in una risata meritata, e c’erano le sedi di tutti i corrieri privati, che noi tutti utilizzavamo per comprare online prodotti introvabili sull’isola. Si usava Taobao (tipo Ebay). Era l’unico modo, in quell’angolo di terra per fare acquisti che non fossero cibo, sapone o carta igienica. Alcolici e sigarette e droghe, quelle si trovano ovunque in Cina così come negli angoli più sperduti di tutti i Paesi del mondo. Tutto era contraffatto chiaramente, con diverse qualità e livelli di contraffazione. Questioni di abilità e d’ingegno.

Dal mercato, se seguivi la strada verso Nord, non potevi andare molto lontano in tuc tuc. Erano piccoli e non avevano abbastanza autonomia. Oltre, vi era il nulla per chilometri e chilometri. Avevi bisogno di una macchina o di una moto o dovevi portarti taniche di benzina e, in meno di due ore, si poteva arrivare a Wanning. Un’inutile e grigia cittadina leggermente spostata verso l’interno rispetto all’Oceano, città che la municipalità stava cercando di promuovere internazionalmente come nuove destinazioni turistiche d’Asia. Il loro piano era trasformarle presto in una California del golf e del badmington! Immaginate spiagge tropicali destinate al badmington? Con tutto quel vento! Comunque se volete andare a giocare a Badmington là, dovete attraversare tutta Haitang Bay, Lingshui Bay, passando il tunnel che delimita la linea immaginaria che divide la zona climatica tropicale da quella subtropicale. Non di rado si percepisce una netta differenza di temperatura, come se quella linea immaginaria tagliasse col coltello l’aria e i flussi dei venti. Superato questo tunnel sai che manca ormai poco per arrivare alla rampante Riyue Bay (la Baia del Sole e della Luna), un’ampia linea di spiaggia intervallata da scogli e da baracche in legno. I locali s’impegnano a offrire tutto il possibile, perché sono ancora rari i turisti, e ancora pochi i surfisti, che si avventurano al centro della East Coast hainanese. Oltre all’oceano, non vi è ancora nulla. A parte il Badmington, il surf e le palme. Non lontano l’isola delle scimmie. Ma già ce n’erano tante in città, e tutte col telefonino in mano.

Il governo cinese stava sostenendo la promozione del surfing. Aveva captato alcuni segnali economici interessanti al riguardo. Avranno pensato, se si possono fare soldi perché no? Così erano riusciti a ospitare le finali del campionato del mondo professionistico di longboard. Decisione acclamata dai surfisti di tutto il mondo che, come si sa, cercano sempre nuovi spot e nuove destinazioni per colmare la loro inesauribile fame di avventura e di adrenalina. Adrenalina cinese.

Comunque, torniamo a noi.

“Avete fatto ragazzi?” chiese Fratello Li, urlando come se stesse già in piena corsa e il vento ci impedisse di sentire la sua voce.

“Sì sì, abbiamo fatto, possiamo andare” rispose divertito LuLu, mentre caricavamo le buste della spesa sul bolide che già ci attendeva raggiante di strada.

“ALLORA MONTANTE INSELLACHE SITORNAA CASAAA!!” continuando ad urlando come al solito.

Fratello Li era visibilmente orgoglioso, si vedeva. Quel trabiccolo dava da mangiare a tutta la sua famiglia, nipoti inclusi. Era uno che si barcamenava lui, che faceva tutto il necessario per guadagnare qualcosa in più, anche pochi spicci, quando non stava giocando a carte o a majiang nella sua bisca famigliare, ovviamente. Quella rimaneva sempre la sua migliore fonte di reddito e di divertimento.

Tornare al villaggio pieni di buste e di pacchi, ci dava come un senso di potenza, era come uno scrollarsi di dosso ogni volta la modernità. Ogni volta era un rafforzamento del nostro desiderio di abbandono, una potente presa di coscienza. Una riaffermazione del “Sì, lo voglio. Vi lascio! Ne sono consapevole, vado via! Preferisco la semplicità alla tracotanza dell’abbondanza che presto vi seppellirà tutti senza via di scampo, idioti!” . Ma provavo, comunque, un profondo senso di pena per tutti, noi inclusi.

Houhai, in un certo senso, stava subendo una vera invasione da parte di gente che abbandonava la vita moderna, che la pensava così. Un’invasione di emarginati – volendo -, ma comunque di artisti , di musicisti , di pensatori e di criminali. Tutti, serenamente, avevano come unico desiderio condividere uno spazio neutro, nuovo, dove non funzionassero le dinamiche, ormai immodificabili, dei grandi agglomerati umani. Dove potevano materializzare il miraggio di una nuova umanità. Houhai era l’isola che non c’è. Una terra di nessuno, la cui bellezza doveva e poteva rimanere libera, vergine dai possessi. Almeno fin quando qualcuno non avesse tanto avuto bisogno di quel lembo di terra, tanto da costruirci un nuovo mega centro commerciale, o uno sterminato villaggio vacanze per ricchi e stressati di città. Gli indemoniati.

Ai locali invece non interessava il possesso, erano troppo troppo scolpiti dall’interno del loro nulla, da poter capire e sviluppare un moderno concetto di avidità. Era una comunità in cui tutti conoscevano tutti, in un cui bisognava essere responsabili per il bene di tutti. Dove i figli, i bambini, per strada erano i figli di tutti. Era un posto in cui la strada maestra, uscendo dal paese, portava troppo lontano e secondo loro a niente d’importante.

Quella sera LuLu fece del suo meglio, preparandoci una cenetta che, come sempre, faceva sognare il palato. Mentre MiaoMiao, perfetta donna di casa, badava a tutto il resto. Una vera hainanese doc. Aveva sempre un sorriso raggiante, come solo chi è originario dei tropici può avere. Era nata e cresciuta tra i fiori e il mare. Piccolina di corporatura, emanava una possente energia positiva. I fiori con lei stavano bene, e anche noi. Si prendeva cura di tutti con amore floreale, come se ogni persona fosse un petalo, non solo un fiore, ma un singolo petalo di un singolo bocciolo.

MiaoMiao badava sempre a non far mancare sulla tavola un qualche incenso a bruciare, dei fiori, e si divertiva a fabbricare piccoli vasi e scatoline a mano, ridacchiando di gioia; usava tutto quello che riusciva a rimediare, riciclava tutto, in tutto vedeva bellezza e utilità.

Qualche tempo più tardi, quando seppi amaramente che LuLu era malato e che aveva dovuto abbandonare il nostro angolo di paradiso, perché non vi erano strutture adatte alle sue cure (anche il paradiso ha dei limiti), fui colto al cuore. MiaoMiao andò fortunatamente con lui e questo mi faceva stare meglio.

“De LuFa, come stai fratello?” così mi disse al telefono LuLu “ti devo dire una cosa. Io e MiaoMiao ci vogliamo sposare!”. Ero senza parole. Una splendida notizia. Cura d’amore per il suo tremendo male.

Oggi combatte in un qualche ospedale sichuanese e siamo rimasti d’accordo: quando ha voglia di vedermi basta girare la testa a Occidente, chiudere gli occhi e sorridere un po’. Allora io mi girerò a Oriente, dritto verso la luce del sol levante, verso di lui, e saremo vicini.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 11

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Parte Prima – Capitolo 10

Avevamo quasi finito di sistemare il bancone, e già pensavamo ai prossimi lavori da fare. Mancava sempre poco, sempre poco, ma alla fine non si finiva mai. O almeno così sembrava. Mancavano alcuni parapetti e visto che dovevamo lavorarci comunque su, pensammo di costruire un piccolo controparapetto che potevamo alzare tanto quanto bastava per fare dei vasconi lungo tutto il perimetro della terrazza. Volevamo fare delle fioriere torno torno e piantare alcune palmette o delle bauganville. Crescendo, col tempo, avrebbero potuto ammantare le balaustre e scendere a mo’ di corona sugli angoli del palazzo e salutare il mare. Sciare sui fiori, giù dal tetto fino in spiaggia, nei giorni migliori.

Poi finito il bancone, erano rimaste alcune traverse in legno e decidemmo così di fare dei tavoli artigianali. A mano. Con martello e chiodi. Tavoli vibranti, su cui fare l’amore, sotto cui nascondersi dalla pioggia, da cui vedere le onde del mare stiracchiarsi intorpidite tra un’attesa e un’altra. Tavoli ideali su cui far colare la cera delle candele, su cui polverizzare incensi, tavoli perfetti su cui mischiare alcol e giorni di vita, a sacchi.

Ma mentre lavoravo sentivo tutti quei troppi strappi emotivi che avevano sorvolato con me gli Urali, oltre l’Himalaya, sino a quello scoglio sconosciuto d’isola, caldo, appiccicaticcio, schiavo d’amore sensuale, amante dei monsoni oceanici. Là, sulla rotta delle Indie Orientali. Ecco, mi sentivo come un capitano di una nave, sì, proprio sulla rotta delle Indie Orientali! Ma forse ero potenzialmente anche io un ladro e un assassino, qualcuno che non poteva rimanere dov’era cresciuto e che doveva nascondersi e cercare fortuna. Quanto poco romanticismo c’era in quel che fecero gli inglesi da queste parti! Non è così? Non ce n’era.

Luoghi-tornadi-d-energia, che tu preghi per restare vivo di notte, mentre fuori soffia la rabbia della Terra, e non sai chi invocare Gaia o Dio, non sai bene, e così bevi, cercando di dimenticare tutti i nomi, consapevole del fatto che tanto, il mattino si leverà sempre, in qualunque modo, anche e soprattutto, senza di te.

Troppe tensioni e troppi graffi sulla pelle, troppe notti insonni e troppe albe indelebili, partendo da Roma fino al terzo anello di Pechino, lungo il mostro portuale della commerciale Tianjin, verso il sud-est dove i reattori nucleari risucchiano le nuvole in nubi di grigio di Hangzhou, e ancora verso le strade brulicanti di deformi e sciatti straccioni a Zhengzhou. Tutte anime, sì, tutte morte! Viaggeremo oltre ogni strada del mondo, oltre ogni highway sessantasei e quando le gambe non ce la faranno più allora cammineremo con ginocchia e braccia, saremo bretelle spirituali tra uomini e uomini, tra città divise e città vicine. Che vi piaccia o no.

E quelle strade del mondo confluivano mischiandosi all’interno delle venature dei nostri legni, delle nostre traverse. Legni che mai avrebbero pensato di essere “quello scelto”, “legno eletto”, legno che crea bellezza, legno che guarda l’oceano da posizioni privilegiate, distanti solo spazio, ma non tempo. Fratello, questo lo sai? Accarezzare questo legno, sotto le dita, era come sfiorare una pelle di donna, nei posti più segreti e più sensibili. Vederne le venature fluire e confluire, con colori e voglie di spasmodici desideri, colori vibranti e diretti, rende redenti. Mentre fuori il mare aveva solo voglia di mare e l’Oceano Pacifico si mescolava caramente a se stesso  e si rigirava come nel suo letto al mattino riscaldandosi, guardando il sole. Qui che non ci sono gabbiani. Ma allora qual’è il mio presente? Sono ancora davanti quelle balaustre a scrutare attento il mare? Mentre le barche, rade, dei pescatori potevano andare e tornare lente, così, con la marea, portando tonni, squali, tartarughe.

“Bisogna pur mangiare! Noi mangiamo quel che peschiamo! Quel che ci dona il mare…” mi disse un giorno un pescatore mentre mi guardava dritto negli occhi, con i suoi occhi rossi, iniettati di sangue, strafatto di sole e di sale, di vento e di oppio, indicando con la testa nella direzione dell’acqua. Mi stava offrendo il frutto della sua fatica, della sua ansia di fallire, di non portare nulla a casa. Mi stava donando un pezzo della propria carne, un sacrificio maya: aveva catturato un delfino e lo mangiò con me. Non potevo rifiutare la sua sofferenza. Quella era caccia, quella era pesca, si chiamano vita! In quella crudezza si manifestavano connessioni ancestrali tra uomo e natura, tra vita e morte. E quando si esce dalla città, dalla civiltà e ci si depura da tutto il lordume che la società di massa ci butta addosso giorno dopo giorno, solo allora ce se ne rende pienamente conto. Mangiai quella carne di delfino come se fossi steso sull’altare del supplizio, come fossi un toro, in attesa della morte, sotto lo sguardo di Mitra. Noi che siamo tutti Mitra e tutti toro. Cannibali di noi stessi.

Comunque. Ci sono strappi nell’anima che rimangono latenti e che mai si rimarginano, né si possono ricucire. Non varrebbe la pena tentare, sono tagli insanabili. Tanto vale lasciare le ferite aperte. Far nascere larve dalla putrefazione e rinascere nuovamente. Forse proprio l’essere spacciati alla fine cura. Si chiama accettazione del male, accettazione del dolore. Accettare per superare con l’energia del bene il cambiamento spirituale di stato del male.

Noi questo facevamo trasportando legni marci, duri, sani, corti, larghi, spessi, lunghi. Legni umani, mentre Virgilio diceva a Dante “non ti curar di loro ma guarda e passa!”, come dei Cristo non potevamo neanche esser messi in croce perché i legni li avevamo usati tutti per fare il bancone. Eravamo troppo estasiati! Alcuni erano legni di bara, legni che avevano visto la marcescenza del corpo umano. Che avevano veduto l’anima andare via, decollare e ridere librandosi tra i rami degli alberi della spiaggia, confondendosi con la luce.

Non potevamo però usare proprio i pezzi di legno delle bare. Essi emanavano delle vaghe luminescenze giallo-verde d’energia. Avrebbero soffocato la gioia delle nostre bagorde notti, dei nostri amici e dei nostri clienti. Avrebbero invaso di morte la vita. Invece noi dovevamo invadere di vita la morte. A maggior gioia.

Sissignore, dovevamo appoggiarci sui nostri sogni di vita, appoggiati sulle balaustre fiorite, guardare il gancio in ferro pendere come uno strallo di prua di una nave a vela, immaginarci di dondolare fino alla fine del mondo, fino allo scadere del tempo. E noi questo facevamo. Come da istruzioni. Avevamo raggiunto la pace dei sensi attraverso il contatto con lo spirito della materia, lo spirito del luogo e lo spirito dell’Oceano Pacifico, con le sostanze di potere e le emozioni che la natura ci offriva. Quanta perfezione si rivela in questo modo!

Noi surfisti scivolavamo come spiriti, perché siamo spiriti, con le nostre tavole sotto braccio, tra i vicoli del villaggio, e questa scena si ripeteva all’infinito come una preghiera, come un mantra. Oṃ Maṇi Padme Hūṃ.

Quasi ci nascondevamo, non volevamo essere notati, a maggior libertà di tutti. Volevamo una libertà radicale, oltre ogni argine e regola. Sorprendendoci nel suo successo. Volevamo la libertà di chi rifiuta ogni sistema, ogni invadenza culturale, che rifiuta quella morsa allo stomaco. Quale morsa? Lo strappo che il visibile, l’ovvio, la percezione condivisa di atti sociali errati, crea in ognuno di noi, condizionando così la nostra vera vita, quella invisibile, interiore che si ripete infinitamente.

Solo così ci si può rendere conto di cosa combiniamo, dei guai che abbiamo commesso, delle sofferenze che abbiamo causato. Dovevo allontanarmi a squarciagola da chi pensavo di essere. Un ottimo metodo, per riuscire ad alienarsi da sé per me è stato lavorare i materiali. Ora et labora.

Ora, non rimaneva che sistemare le pareti interne del lounge bar. Bianco. Dovevamo fare tutto bianco. Avevamo anche pensato al blu, ma avrebbe cozzato troppo con i colori cangianti, multipli delle canne di bambù. Sanwa mi lasciava stare su questo, ero io il creativo, l’italiano. Decisamente colpa di Dolce&Gabbana. Mi mancava solamente un foulard attorno al collo, il bocchino in mano e avrei potuto, con la evvemoscia, impartire ordini creativi fingendomi omosessuale. Che oggi come oggi, al di là della bravura, se non lo ostenti, non hai successo. E guai a dire il contrario.

“DeLuFa, lo sai su questo hai carta bianca!” mi ripeteva Sange. Decisi per il bianco, coerentemente in sintonia con le sue parole.

Bisognava sistemare qualche parete prima, così preparai personalmente la malta. Avevo sempre desiderato farlo. Come un bambino sulla spiaggia. Presi il mio secchiello e la mia paletta, acqua quanto basta e cominciai a mantecarla, mantecarla per poi posarla. Volevo sperimentarne la pastosità, notare come andava a creare linee e curve, come si confaceva, come si adattava alle diverse inclinazioni delle superfici, degli angoli dei muri, delle colonne, del pavimento. Ero sporco, lordo, mi ci sarei coperto di malta. Avevo mani e piedi inzozzati e mi sentivo bene, ero un provetto creatore. Così si doveva esser sentito Dio dal lunedì al sabato. Solo che a Lui veniva meglio. Ma potevo ritenermi soddisfatto anch’io. Non c’è cosa migliore, sensazione più appagante per un uomo, di quella di far prender forma ai propri pensieri, sotto i propri occhi, tra le proprie mani. Un po’ come avviene per gli scultori, i pittori, i contadini, gli edili, gli alchimisti. I surfisti… sotto i piedi.

Il giorno in cui finimmo i lavori vi era pace. Era una splendida giornata d’inizio estate, ma quella calma faceva presagire tempeste lontane. I tifoni ormai si delineavano chiaramente all’orizzonte anche se non potevamo ancora vederli, potevamo percepirli. L’aria era carica di elettricità e una serenità che solo un’estate senza fine può donarti. Chiudendo gli occhi ancora adesso posso rivivere quella semplice imperturbabilità. Atarassiaportamivia.

Un leggero languore, sotterraneo, però mi ricordava sempre d’essere di passaggio, di non poter capire in fondo, di non essere ancora pronto, mi dava una leggera tensione. Paura di perdere qualcosa, quella sensazione divina di tonda realizzazione.

Dovevo in tutti i modi smettere di cercare una ragione a tutto.

Perché il troppo cercare spesso non mi rivelava un bel niente. Solo guai. Avevo bisogno di smettere di pretendere di capire. Rinunciare alla ricerca. Ci stavo provando. Per questo mi ero messo a fare malte e spostare travi di bare. Mi sporcavo le mani, per pulirmi l’anima. Ora il lavoro era finito. Ma addosso, e dentro, c’era ancora qualche macchia.

 

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Parte Prima – Capitolo 9

Calma.

La notte continuava come la notte precedente e come quella prima ancora, in un buio monumentale. Le stelle erano spettatrici di movimenti di carne umana e noi spettatori di corpi celesti.

Per un periodo, prima che finissimo i lavori, ci ritrovavamo presso un vecchio locale sulla spiaggia, aperto da un personaggio silenzioso. Un po’ obliquo. Si faceva chiamare DaHai (Grandemare). Grande mare non era del posto. Proveniva dall’estremo nord della Cina. Era un dongbeiren (cinese del nord ovest) così come venivano chiamati in maniera a volte un po’ dispregiativa i cinesi della sua zona. Zona estremamente fredda e povera, al confine con la Siberia e con la Mongolia. Là gli inverni potevano raggiungere quasi i cinquanta gradi sottozero. E l’unico modo per resistere a queste temperature era bere. Così bevevano tutti. Ma Grandemare no, lui non resisteva là, il solo bere non lo acquietava. Non poteva farcela. Doveva andarsene, scappare, anche senza niente in tasca, nessun soldo, nessun aiuto. Puro nulla.

Proveniva da una famiglia distrutta, genitori dispersi. Dahai era stato il primo ad arrivare a Houhai, non sapendolo, per avviare la creazione di una nuova Cina, basata sulla semplicità delle onde e sulla forza dell’oceano. Una nuova Cina fatta di silenzio, voluto, desiderato, agognato, sognato, mai imposto. Silenzio indotto da una costante e continuativa meditazione dinamica, assorto in un quotidiano gongfu surfistico, come prendere coscienza di sé, svuotando la propria coppa, in fiduciosa attesa della prossima mareggiata, della prossima occasione donata dalla vita.

GrandeMare alla fine si era sistemato proprio bene. Aveva la discesa diretta in spiaggia e, dalla sua posizione, poteva abbracciare con lo sguardo l’intera baia, lunga circa due chilometri a forma di falce di luna. Spesso lo potevi vedere, sdraiato, coi piedi appoggiati sulle funi a mo’ di ringhiera (che aveva fissato per evitare che qualcuno cadesse dalla sua terrazza). Stava là, solo, a guardare il mare in silenzio bevendo qualcosa. Aveva un’esplosione di tormenti che solo il mare poteva placare, Dahai.

Poi, da lì, si poteva vedere bene, sul lato sinistro, una zona militare. Inaccessibile. Un filo spinato impediva ai civili di addentrarsi a esplorare la giungla di quell’angolo di paradiso; dall’altra parte della spiaggia invece, simmetricamente opposta, verso sud, vi era invece una grande cava di pietra. Si potevano vedere luci e fuochi, fino a notte fonda. Erano camion e altre macchine da lavoro in continuo movimento che, nel buio, apparivano come puntini luminosi in un cielo basso. Non si poteva distinguere esattamente cosa fossero, ma si sapeva, tutti sapevano, che c’era un continuo operare.

Qualcuno viveva differenti esistenze, a pochi passi da noi. Esistenze connesse solo alla pietra del luogo. Scavavano la montagna, e, su grandi chiatte, navi abissali, grandi blocchi grigi venivano trasportati lontano. Via. Noi del posto potevamo facilmente riconoscerla quella pietra. La trovavamo tagliuzzata e diposta altrove in diverse parti dell’isola. Spesso il materiale era usato per costruire moli e banchine per l’attracco delle navi dei ricchi o per alzare il livello del fondale e creare barriere all’impetuosità di Nettuno.

Ogni tanto si sentiva qualche esplosione, anche a sera, con il buio. Bombardavano la montagna con la dinamite. Booooaaaaarghh!

Boati come squilli di telefono notturni, quando si dorme, trilli che si insinuano nei sogni da tutte le direzioni, svelando che in realtà c’è un’altra dimensione oltre quella del sogno. E non importa cosa stiamo sognando, se sognamo di essere vincenti giocatori di baseball, eroi vichinghi su navi draconiane, amanti focosi e insaziabili, guerrieri moribondi su un campo di battaglia, o impiegati in cioccolatinosi supermercati fatti di marzapane e oro; i boati ci ricordavano che un mondo, in sbattimento, insoddisfatto e in costruzione-distruzione, era lì fuori, al di là della nostra visuale, al di là del nostro monte, della nostra baia, delle nostre onde e delle nostre vite. Un mondo che non era mai sazio e che stava avanzando. Che avanza sempre portando, presto o tardi, sofferenza a tutti.

“Dai ma che dici? Facciamone un’altra Ajie!” dissi mentre osservavo il mio piede dondolare dal verde-blu dell’amaca e sbattere sul pavimento di tallone.

“E dai su! DeLuFa, una piccola però” mentre improvvisava sul suo malandato basso qualche giro tanto improbabile quanto indimenticabile.

“Questa è roba speciale, viene direttamente da Chengdu, sai cosa vuol dire, no?”.

L’avevo imparato. La marijuana sichuanese o dello Yunnan era una roba pazzesca. In conformità con le regole taoiste della regione apriva a un rilassamento e a una creatività senza eguali.

Una delle regioni in cui si espanse particolarmente il Taoismo era proprio il Sichuan, al confine sud ovest della Cina, vicino al Tibet, non lontano dall’India. Zona montuosa, boschiva, ricca di misteri e psichedelie in cui la spiritualità era profonda, anche solo nella stessa terra, nella Natura.

Dal Sichuan si potevano prendere tutte le direzioni possibili. Ci si poteva disperdere nel cuore dell’Asia con pochissime decine di ore di viaggio, pochi giorni nell’antichità.

Le strade proseguivano a nord a sud a est a ovest, in su, in giù, e volendo si poteva raggiungere “l’altra parte” in un batter d’occhio. Senza dubbio una terra mistica, in espansione continua. Colline silenziose, laghi cristallini, imponenti al nord vi erano i piedi dell’Himalaya. Erano stati sempre là guardando le genti accanirsi e cercando di stare al passo coi tempi, col progresso, riproducendosi esageratamente, come insetti. Locuste.

La Cina aveva tumulato il proprio passato negli ultimi decenni, in nome di un grande balzo economico che ci sta tutt’ora portando all’autodistruzione mondiale. Eh già!

“Ma come facevi a stare a Chengdu, come resistevi poi quando tornavi a casa a ChongQing? Non ti sentivi mancare l’aria? Tutta quella gente, tutte quelle macchine, quei coglioni che si muovo inconsapevoli come piccoli robot a batteria sanguigna!” chiesi mentre Ajie cacciava dalle sue tasche tutto l’occorrente per una rollare nuova trella. Mi guardava assorto.

“Infatti non resistevo. Sono scappato appena ho potuto, poi la strada mi ha portato sino a qui, a incontrare un laowai con la faccia da schiaffi come la tua, era destino! No?”

“Idiota!” dissi ridendo.

“Ah ah ah, DeLuFa, l’italiano, il Marco Polo del duemila. Ma cosa sei venuto a fare tu (enfatizzando) in Cina? Ma non te ne potevi restare in Italia, a casa tua? Tutti vogliono scappare da qui, tutti vogliono andare in America, in Australia, in Canada o in Europa e… invece tu che fai? Scappi da lì per venire in Cina? Non è mica tanto normale…”

“Dai lo sai, era destino, ero predestinato. Yuanfen! (destino), dite voi cinesi, no? Pensa quando stavo a Pechino o a Tianjin allora! Sono stati anni incredibili, nel cercare vita sotto la coltre oscura dell’animo frantumato della società moderna cinese. E chi meglio di te lo sa! Ma se sei attento, se non vivi come se non vivessi, anche da non cinese si può vedere benissimo che ormai… lo sai sì ? …vi state annientando, anzi lo avete già fatto, fratello! Tu sei fortunato, non hai nulla da annientare o di annientabile! Sei intoccabile tu!”

“Ma quanto ti piace parlare a te…”

“Senti questa va!” dissi strimpellando con una chitarretta da viaggio un giro in B minore e Ajie continuava a girare la trella e ascoltava, e annuiva quando gli piaceva qualcosa sorridendo. Ogni tanto. Mi guardava con il suo fare ironico e beffardo, senza dire nulla. Troppe parole erano veramente superflue.

La Cina aveva ucciso la propria filosofia, la propria arte, la propria spiritualità. Il ventre dei cinesi si stavano gonfiando, i fegati spappolando. Fiumi di grappa, fiumi di Chivas e di vini d’importazione stavano inondando i loro corpi vuoti. Manager, avvocati, governatori, tutti in una spasmodica ricerca di potere, denaro e gloria. Tutti cercavano una rivincita personale. Semplici verità davanti agli occhi di tutti e tutti che stavano zitti e si appecoronavano. Di qua e di là.

Se andrai mai in Cina o se ci hai vissuto, se ci sei oggi che stai leggendo questo libro che hai in mano, allora dovresti saper bene, anche meglio di me, quel che vado dicendo. Come sia facile vedere donne, vecchi e bambini, in pericolo, in difficoltà infernali, negli angoli di città , e nessuno, nessuno, nessuno tende loro una mano. La stessa cosa avviene negli altri Paesi del mondo, ma in Cina, oh in Cina, la gente muore per strada nel disinteresse più totale. Non si ha tempo, non si hanno occhi, non si ha più un’anima.

In una città come Sanya poi, la capitale del lusso, la Miami della Cina, la gente appare ancora più distratta dalla morte. Spiritualmente morta. Le persone sono atomizzate, divise e frammentate. Come se l’anima stessa fosse materiale, per loro, ancor più facile da corrompere! Sono sempre alla ricerca di una qualche altra cosa, sempre qualche altra cosa, qualche novità purché non abbia nulla a che fare con la natura più profonda dell’uomo. Scimmie-anime-scheletro con il telefonino.

Per questo decisi me ne andai in un villaggio, dove i valori, i loro valori, quelli dell’appiattimento al silicio, stentavano ancora ad arrivare. Evidentemente ancora non avevano individuato bene la posizione di Houhai. Ma lo avrebbero scoperto presto.

Sanya, che dovete immaginare come tutte le altre città tropicali della zona, è una specie di avamposto sino-vietnamita, muro di confine tra il governo cinese, le mafie e i narcotrafficanti del sudest asiatico. Un paradiso del malaffare e del sesso. Yachts e zattere di pescatori ovunque che navigano tra mutande, champagne, e vino francese. Vive la France! Una Miami asiatica rampante, dove tutti i criminali, i ricchi e i potenti della zona si trovavano per qualche giorno, con famiglia o cone le amanti, e dove apparivano i più loschi individui da tutto il continente. Dalla Russia, dalla Cina, dalla Thailandia e chissà da dove altro ancora.

Si riunivano nei ristoranti o negli alberghi, nei migliori locali del centro o sopra le loro barche. A Sanya anche io ho portato per la prima volta una barca a vela! La mia prima esperienza di navigazione, per la prima volta ho preso il timone e scavallato le onde lunghe dell’oceano pacifico, andando a sud sempre più a sud. Sensazione indimenticabile!

Eppure mi sentivo un outsider anche là, anche ad Hainan, così come a Roma.

Camminavo e cammino per strada non riconoscendo la gente, il perché dei modi e dei luoghi. E non immagino di potermi mai più abituare ex novo agli abiti occidentali, a un lavoro o a una famiglia, a un mutuo o a una pensione, a un dente in meno o a un giorno di vita in più. Sono un sognatore, credo che ancora, che qualcosa possa cambiare, che sia ancora possibile influenzarsi positivamente per un mondo migliore. E per cambiare dovremmo forse ritrovarci quotidianamente sulle metropolitane, per le strade, nei mercati, o nelle banche, nelle stazioni postali, o agli incroci dei semafori e abbracciarci senza parlare. Come vecchi amici che non s’incontrano da tanti anni. Dovremmo fare questo. Forse l’unico modo per risollevare le nostri sorti umane. Magia del tocco. Pranoterapia sociale. Ma chi mai lo farà? E anche tu che sei seduta o seduto in metropolitana e che leggi queste due righe, anche tu hai un sogno – lo so, lo sai – e che cosa fai? Devi perseguirlo, così come facevamo noi, nel nostro villaggio, nonostante tutto. Un sogno comune, un sogno in comune. Espressione di sé. Ora alzati e abbracciamoci, che non c’è tempo.

“Wow, questa roba è grandiosa, Ajie!” mentre tossivo.

“Sì fratello! Te l’avevo detto!”

“Sì ma non pensavo fino a questo punto, Ginociccio!”

“Ah ah ah, senti ma questa chitarretta chi te l’ha data?” chiese così dal nulla.

“Jiya! L’ha portata da Hohhot, dopo il suo ultimo viaggio a casa. È una Martin!”

“Sì e io sono Biancaneve!”

“Che vuoi dire ?”

“Che se te l’ha portata lui è probabilmente falsa! Non è originale! Non può esserlo! Ti pare che Jiya possa permettersi di comprare una Martin originale per tuo compleanno? E chi sei? Sua madre? Che fai ci scopi con Jiya che ti fa di questi regali? Di’ la verità, DeLuFaaaa!”

“Maccheddici!! Ma sei scemo? Tu piuttosto!! E comunque anche se non è originale suona bene e questo è quel che conta. Poi non possiamo essere sicuri che non lo sia, e poi sai che ti dico, a caval donato non si guarda in bocca! È pur sempre un regalo fatto di cuore, gliel’ho visto negli occhi quando me l’ha data! Tiè, fuma va!”

Espirai nuvole sulla terrazza. Sembravano prender forma di dragoni di vento al vento.

“Stasera dobbiamo scrivere una canzone – ripresi subito a dire mentre lui fumava- la chiameremo Guniang (ragazza) !”

“Sono tuned in, lo sai! Quando vuoi” rispose.

Continuammo a suonare e a fumare fino a quel punto del tempo che si ferma in estasi e si ripete, e tu stai lì a guardarlo e lui ti guarda,  e che esiste e che vibra in ogni istante e in ogni attimo. Anche ora. Anche qui.

“Guniang wo hen xiang ni, guniang, ni shi wode guniang ni shi wo de guniang!”. (Ragazza, mi manchi, ragazza, tu sei mia, sei la mia ragazza!)

Il canto poi si spense nella notte immobile.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima Capitolo 9

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Parte Prima – Capitolo 8

Per il bancone Sanwa ed io eravamo d’accordo. Volevamo usare il legno. Non per una semplice motivazione estetica. Il bancone, dopotutto, è o non è il fulcro del bar? È o non è l’epicentro del cataclisma alcolico che avviene nell’anima del bevitore? Cosa dovevamo fare quindi? Non c’erano negozi di materiali nelle vicinanze e avremmo dovuto aspettare consegne, ecc. Ma eravamo in un villaggio di pescatori no?

“De Lu Fa, di che cosa sono fatte le barche?” chiese Sanwa.

“Be’ dipende. Alcune di resina, altre di legno, altre… boh” risposi bradipamente.

“Bravo! E sai cosa faremo noi? Noi andremo dai pescatori e con due soldi riusciremo sicuramente a prendere un po’ di legno e ci faremo il bancone! Loro hanno tanti rimasugli di antiche barche, di passerelle, e chissà cos’altro ancora, e sicuramente non ci fanno niente. Qui neanche ci accendi il fuoco l’inverno, fa caldo!”.

“Mi sembra un’ottima idea”. E lo era.

Mi strizzò l’occhio maldestramente felice della mia immediata e sincera approvazione. Una cosa però non avevamo preventivato, o almeno non lo avevo fatto io. Le tavole erano pazzescamente pesanti e molto sporche, incrostate di decenni di mare e di terra, di sabbia e chissà che altro ancora. Non ci volevamo neanche pensare. Lunghe anche a cinque metri ma, nonostante tutto, portarle sulle spalle era il massimo del pensiero della felicità. A mo’ di croci spezzate. Potevamo sporcarci di qualsiasi cosa, anche di letame, senza dover dare conto a nessuno se non a noi stessi. E in villaggio anche il letame non aveva più valenza di letame. Sì, era sporco, sì era disgustoso (alcune lo giuro, erano coperte di liquami oscuri!), ma noi ci giocavamo come pazzi. Eravamo tutto quello che volevamo essere, trasportatori di travi di legno dal passato, di croci coperte di letame.

Ma alla fine i pescatori ci gabbarono.

Seppur perfette per quel che dovevamo farci noi, Sanwa le pagò troppo e ne ebbe da dire per almeno una settimana.

Chissà come fanno i pescatori a sapere sempre tutto quel che devono sapere. Loro sapevano che quel legno era perfetto per noi. Loro che avevano visto tempeste lontane e tifoni memorabili sapevano che quei legni erano perfetti per il nostro bancone, così tirarono su il prezzo.

“La vedi quella roccia lì davanti” mi disse un’altra volta un pescatore locale, parlando un cinese mezzo cantonese. Bocca sdentata, occhi piccoli, guance rugose e arrossate dal sole.

Annuii.

“Ricordo quando venne il tifone più grande. Nella mia vita nulla può essere paragonato a quella potenza. Non ne ho mai visto uno più forte. Le onde superavano la roccia e si infrangevano al di qua! Era una cosa spaventosa! Ti rendi conto? Al di qua della roccia!”

“Saranno almeno cinque metri quel faraglione!”

“Anche di più, io direi otto metri. Pensa quindi quelle onde quanto erano grandi!”.

Tutto questo mentre Sanwa cercava di mercanteggiare con loro. E loro lo facevano apposta. “Queste travi hanno superato prove indicibili! Sono le migliori travi che puoi trovare sull’isola!” continuava il pescatore sdentato.

Fatto sta che alla fine le portammo a casa pagandole troppo.

Finalmente quelle travi diventarono poggiagomiti e scartavetrasogni da bar. Nel nostro bar. E che bar! Sembrava una nave sull’oceano più che un bar. Una nave che poteva ondeggiare a suon di vento e al suon di tutte le emozioni umane che lo attraversavano. Un avamposto. L’ultimo faro prima del nulla. Catalizzava energie sessuali, pulsioni intellettuali, mischiandole con semplice apatia e indifferenza. Sempre cara sia l’apatia a chi vuol creare bellezza! Dal vuoto viene il pieno, non viceversa.

“Sanwa, ora che le abbiamo prese, queste travi mi spieghi però come le portiamo su? Queste pesano! Mica vorrai farti quattro piano a piedi vero? E poi, non possono girare per le scale, sono troppo lunghe, dovremmo segarle prima. Sarebbe un peccato!”.

Mentre le movimentavamo avevo un cappello rosso, un bellissimo cappello rosso, perso poi nei flutti, in acqua, un giorno che onde particolarmente impegnative mi schiaffeggiavano particolarmente. Era uno dei più bei cappelli rossi che abbia mai visto. Piccolo e inadeguato per la mia testa e i miei capelli boccoluti. E nessun lupo di mare mi cercava per quel mio rossore in testa. Ero io il lupo e mi cercavo da solo affamato della carne della verità, non trovandola mai.

“Non preoccuparti per ora le mettiamo qui – rispose Sange indicando un posto subito sotto le finestre del piano terra- ho già comprato un montacarichi, sai, quello a bandiera! Dovrebbe arrivare tra un paio di giorni e nel frattempo il padrone di casa ci butterà sempre un occhio sulla legna così che nessuno gli venga in mente di portarsele via! Con tutto quello che ci sono costate?”

“Perfetto”.

“Così non appena arriva questo benedetto montacarichi lo possiamo montare fuori dal balcone di destra, là – indicandomi la posizione sul parapetto del piano attico – e dovremmo poter issarle tutte, una ad una, senza problemi. A turno andiamo su o stiamo giù. Tutto sta ad imbragare bene le travi!”.

“Ottimo!” riposi.

“Mi raccomando, quando giù ci sei tu, spostati da sotto mentre noi da sopra le solleviamo. Se cadono… sei fritto fratello!”.

Non c’è che dire aveva pensato bene tutto, anche al mio auspicabile schiacciamento con cappello rosso.

Due giorni dopo il montacarichi puntualmente arrivò. Se c’è una cosa meravigliosa della Cina è la velocità nelle consegne, la puntualità nel fare ciò che si è detto, i massaggi e i ravioli al vapore.
La ditta che consegnava era anche incaricata di istallarlo e così fecero, in men che non si dica, così, in giornata, iniziammo la delicatissima e chirurgica operazione di carico delle travi, dal piano terra al bar. Piano piano, una ad una, tutte furono prima assicurate al cavo di acciaio tramite un gancio massiccio e delle funi che dio solo sa dove erano state trovate e, senza particolari difficoltà, le innalzammo sino al quarto piano.

Frotte di bambini come libellule si divertivano ad additarci, neanche fossimo ingegneri egiziani impegnati nella realizzazione di una piramide o di un obelisco.

Nessuna trave uccise nessuno, né me, né i bambini, e neanche venne eliminata la signora del piano davanti che guardava curiosa, ogni tanto, tutte le nostre operazioni. Aveva uno sguardo assente, ma instancabile durante tutto il nostro lavoro di fissaggio e di carico. Forse non stava veramente osservando noi, si stava facendo semplicemente i fatti suoi alla finestra oppure era morta da tempo e imbalsamata apparendo solo quando qualcuno lavorava sotto la sua palma. Quale palma? C’era una vecchissima palma davanti al palazzo, proprio dove stavamo faticando col montacarichi. Era sempre stata là, evidentemente, prima delle costruzioni perché altissima. Era calma come una palma e mi aveva sempre colpito la sua possenza. Forse perché la palma è un tipo di albero che ho sempre ammirato e osservato su tutte le riviste di viaggio o di surf, sin da bambino. Le palme mi fanno sentire semplicemente bene.

Purtroppo le rovinammo alcuni rami. Me ne dispiacque molto, ma non sembrò soffrirne troppo. Ci era riconoscente del fatto che le volevamo bene. Comunque palma o non palma, la giornata fu lunga e dopo le operazioni di carico la signora sparì nuovamente. Non la vidi più, infatti.

Piallammo, pulimmo e scartavetrammo tutte le travi. Era come modellare corpi di antiche e splendide modelle. Come se in esse, l’essere antiche, l’esser vecchie e imponenti, sposasse perfettamente la natura della bellezza. Potevamo intravedere corpi statuari, mani nodose, seni e natiche grecoromane sopra ogni curva nascosta.

La più bella trave, la più aggraziata e regolare, cantava di gioia. Le sue porosità erano gioiose, come vestali ateniesi che si docciano al chiaro di luna. Sarebbe divenuta presto il nostro bancone, il luogo in cui le anime si incontravano la notte, strusciandosi le une nelle altre. Facendosi le fusa come i felini a Salomè.

Alcune avevano dei fori, dei buchi grandi circa come una nespola, probabili ferite da fuoco, colpi di lancia inferti ancora da un qualche Longino. Li riempimmo, curandole. Donando nuovamente continuità al loro flusso ligneo.

Anche noi ne avevamo bisogno, sapete? Dovevamo riempire tutti i nostri buchi, donare continuità al nostro flusso mentre il lavoro continuava fino a sera, ogni sera per diverse sere.

Sanwa era distrutto e anche io. Ma sentivo un’energia inestinguibile, come una cura. Come se la stanchezza che avvertivamo fosse solo un ricordo passato.

Quando col trapano mettemmo l’ultimo stop sull’ultima trave, l’intero locale tirò un lungo respiro liberatorio. Come una bolla che fa blop! Avevamo quasi completato il nostro progetto e tutto stava venendo esattamente come lo avevamo immaginato, e forse anche meglio.

Ogni nostro singolo pensiero, ogni vite inserita, ogni piallata data, ogni stuccatura erano scavo interiore. Infatti non ci sentivamo dei lavoratori, né eravamo degli operai, eravamo cavalieri estatici. Cavalli bradi che pascolavano sulla prateria del Dharma. Eravamo cavalcati dalle voci del destino. Altri nomi. Altri luoghi. Quaqquaqquà.

Ogni blocco di materia e ogni frangente di pensiero combaciavano perfettamente, e non potevamo sottrarci alla nostra opera-non opera di definizione. Avevamo un ruolo, quello del rabdomante, del mago che riesce a intendere la Natura, dopo anni e anni di praticantato silenzioso. Finalmente quasi riuscivamo a capire cosa volesse da noi il futuro, senza però comprenderne intellegibilmente il linguaggio. Il suo era un linguaggio non linguaggio, fatto semplicemente di significati e di significanti senza un codice specifico, con nessi non chiari, e noi intuivamo qualcosa senza riuscire a metterlo ancora pienamente a fuoco.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte 1 Capitolo 8

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