Parte Prima – Capitolo 7

Avevamo trovato le corde di canapa. Grondavo gioia.

Dare forma alle proprie immagini mentali, creare con la materia quello che si era solo immaginato prima era per me la più grande soddisfazione.

“De Lu Faaaaaa” gridava Sange per divertimento e per darmi la carica.

“Secondo te, Sange, dovremmo fare i nodi così o in quest’altro modo?” chiesi tutto coperto di polvere di bambù e di sudore appiccicaticcio mentre cercavo il modo migliore per intrecciare la canapa attorno alle canne di bambù.

Il calore specialmente in alcuni mesi dell’anno era quasi insopportabile, anche per me che amo il caldo tropicale, sicuramente il caldo il più sexy del pianeta. L’aria si faceva immobile di succosa umidità. L’aria non era aria, ma acqua satura d’ossigeno che si espandeva. Fosse stata ancora un po’ più umida avremmo visto i pesci volare, camminare sulla terra ferma, con cappello e bastone, e cantare Under Pressure. Avrebbero potuto assorbire ossigeno direttamente da questo nuovo suo stato, come faceva Bowie.

Io avevo sempre un bel costume a righe, capelli indietro, muscoli in tiro ed energia da svendere. Un vulcanico uomo trentenne sulla soglia del suo non so cosa, ignaro di tutto, slanciato verso le stelle. Anche se delle stelle si sa, noi non vediamo che un chiarore passato, un’ombra oscura, qualche scia luminosa.

“Mah, non so, potremmo provare in questo modo”, mi mostrò Sanwa, cercando di fare qualche nodo da marinaio senza aver mai veleggiato.

Le corde di canapa sono dure all’intreccio, alla lunga ti fanno male le dita. Sono fatte di un materiale semplice e molto antico. Bisogna saperle apprezzare. Bisogna trovare la giusta intenzione. Come se l’intreccio dipendesse molto anche dal respiro e dal rilassamento di chi le lavora.

Stavamo giorni e giorni a intrecciare bambù con canapa, come due artigiani – anche se non posso definirmi tale, ma anche gli artigiani sono artisti! – . Volevamo finire quanto prima quel lavoro di legatura per passare poi alla prossima rifinitura, al prossimo dettaglio. Quanto cari mi furono quei muri! Belli, densi come una notte primaverile dopo anni di tempesta. Dentro le canne del bambù si saranno poi anche annidate anime e stelle. Rinchiuse – attenzione! – non intrappolate. Nascoste, non addormentate. Desiderose di scandagliare ogni angolo di quelle tubazioni, come organi secolari. Eppure semplici tubi naturali, semplice bambù. Nato d’acqua.

Andavamo piano piano condensando una volontà che non era di mercato né di sola bellezza. Non potevamo creare il bello cercando di volerlo. Non ne saremmo mai stati all’altezza. Ma si condensava una volontà di vita, in fibrose canne verdi gialle e marroni. Gioiosamente. E molti amici ci venivano a trovare sganasciandosi dalle risate per il nostro lavorare folle.

La segatura del bambù, quando li tagli, vola pesante e leggera, i corpuscoli si
insinuano nell’aria creando colori felici nella luce come una taverna fantastica.

Al tramonto poi è commovente lavorare il bambù. Come bere un tè, non troppo caldo, non troppo freddo, in silenzio e perdersi negli occhi di un caro amico e di un ricordo delicato e lontano, e questi corpuscoli che volano ga ga ga ga kiu kiu kiu felici.

Un ricordo a cui il pensiero dà presenza, nel momento che dura e dura e dura ancora dura; non solo là ma anche sulla terrazza della psichedelico-casa del primo piano, sotto il promontorio, dove i fantasmi dei bimbi morti non ci disturbavano, anzi s’incuriosivano della nostra presenza ingenua. Ignari cercatori che cercavano solo il modo di comunicare al meglio la bellezza in un vento di corpuscoli colorati ga ga ga ga kiu kiu kiu kiu felici!

E noi continuavamo a tagliare a intrecciare.

“Dai, dai che non ne mancano poi così tanti Sanwa!” lo incoraggiavo. Asciugandomi il sudore con il mio braccio polverosamente peloso.

“Sì, dai, ce l’abbiamo quasi fatta! Ma dopo questo muro, sia chiaro, sopra cerchiamo di fare qualcosa di più semplice, va bene DeLuFa? Niente spaghi e niente incannucciati di bambù! Non farmi altre sorprese, ok?”

“Ok.”.

Non fu così. Come temeva. Ga ga ga.

Finita la nostra missione giornaliera a base di bambù, andammo a cena. Oh quanto erano poderose le nostre cene sichuanesi! Lungo la via principale del paese vi erano tre quattro ristorantini locali, ma noi andavamo perlopiù sempre allo stesso. Non era niente di più di una stamberga familiare, una grande stanza allungata, un patio e quattro tavoli circolari e ben due frigoriferi strapieni di alcol. Ah, avevano anche un patio retrostante che incorniciava le nostre possibilità di gaudio, ma non so perché, là, non andavamo mai. Il proprietario era un panzone piazzato e sorridente. Un tipo allegro, e talvolta si poteva incontrare anche lui fare surf giù alla spiaggia. Lo riconoscevamo anche da lontano per via del bombato profilo rinascimentale. Mi scordavo sempre il suo nome e si vede, non l’ho scritto, anche perché tutti lo chiamavano semplicemente Laoban (capo). Così facevo io. Un appellativo comune che si usa per tutti i capi in tutti contesti lavorativi in Cina. Tant’è. Sul patio i tavoli erano sbilenchi, non si reggevano in piedi bene da soli, specialmente se dovevano reggere il peso degli ubriachi che si appoggiavano sopra farneticando storie. Si poteva assistere a spettacoli serali senza biglietto e senza esclusione di colpi di scena. Personaggi improbabili che probabilmente sarebbero riapparsi per nuove serate si alternavano sul palcoscenico del “Sichuanese” (nessun nome per il ristorante, tutti lo chiamavano così. Faceva cucina sichuanese del resto). La chiarezza batte la fantasia quando si ha fame! I pilastri della tettoia, in ferro laccato nero facevano cornice e siparietto a tutto. I loro angoli erano già mezzi arrugginiti e ovunque spuntavano i primi stickers surfistici, alcuni anche vagamente rivoluzionari. Un nuovo sole stava per sorgere in Cina. Già, e chi ci credeva? Noi sì. I primi marchi, cominciavano a fare capolino facendosi largo e facendo cultura. Là dove ancora non c’era nulla di simile, volevamo instillare l’amore per la libertà attraverso il surfing e la vita da spiaggia.

La Cina non era infatti mai stato un paese balneare, nonostante i suoi ben
quattordicimilacinquecento chilometri – ripeto quattordicimilacinquecentochilometri! – , di costa bagnata dall’Oceano Pacifico.

Ma da poco tempo gli houhainesi avevano cominciato a fare l’abitudine a queste tavole colorate, di ogni forma e dimensione. Tavole fornite di mannaie appuntite (le pinne) che, alcuni forestieri e qualche timido cinese, portavano in giro tutti bagnati, con sorrisi a quattrocento denti ciaffettando i piedi nudi nelle pozzanghere del villaggio.

I primi marchi ad arrivare furono Santa Cruz, Mescaline e poi c’era Chinasurfreport, un webmagazine che gestivo in solitaria per la promozione del surf in Cina. Che follia! La prima “rivista” online di surf della Cina. Ma erano giorni entusiasmanti per tutti! Decine e decine di altri brand nazionali, specialmente di skaters, cominciarono ad apparire sui muri del paese e, piano piano, su quelli di tutte le città. Nel nostro caso nei corner dei ristoranti-bettola e nei bagni dei pub, e anche sopra la tazza. Nanshan (Montagna del sud), era uno dei più rivoluzionari gruppi di skaters cinesi, fondato da un visionario Liu Bao, e si espandeva bene. Erano rigogliosamente folli e non ce la facevano più ai soprusi sociali. Venivano da Xi’an, la città del famoso esercito di terracotta, la tomba del grande primo imperatore della Cina, QingShiHuang. Tutti questi brand cercavano di avviare una vera rivoluzione culturale pacifica. La rivoluzione del surf. Anche se… a dire il vero, nell’antichità, i cinesi conoscevano già
l’ebbrezza di cavalcare le onde. Lo chiamavano Nongchao (usare la marea), ne parla anche Li Yi, già ai tempi dell’epoca Tang. Cosa facevano esattamente questi avanguardisti orientali? Cavalcavano le grandi onde del fiume Qiangtang, che passa per Hangzhou, ma non usando tavole da surf, bensì tronchi leggermente smussati ai lati. Le prime primordiali tavole da surf-canoe! Incredibile, no?! Quindi scoprimmo in Cina che il surf non era solamente un primato hawaiiano. Anche nell’oscurità cinese qualcuno aveva osato cavalcare masse d’acqua. Però, a differenza di come andò poi a finire a Waikiki, l’imperatore cinese ben presto vietò il Nongchao, ufficialmente perché ritenuto pericoloso. Ma dai, non siamo ridicoli! Da quando in quando il sovrano, di una nazione, di oggi come di ieri, tiene veramente così ansiosamente alla salute e alla vita dei propri sudditi? Tanto poi da vietare loro un’attività ludica e spirituale come quella del Nongchao! L’imperatore aveva probabilmente paura che il popolo potesse distrarsi e affrancarsi spiritualmente dal lavoro dei campi, produrre meno. Il popolo doveva lavorare, sudare, produrre produrre produrre. Come richiesto oggi e da sempre dovuto. Il popolo no! Non può evolversi spiritualmente, se non nei modi e nei luoghi previsti dal credo ufficiale di ogni civiltà . Il Popolo deve rimanere prigioniero della produttività e del progresso in onore del Re.

Sì, ma cosa c’entravamo poi noi in tutto questo?

Cercavo d’immaginarmi un altro quando, un’altra epoca, mentre guardavo attorno la scena, mentre aspettavo che il panzuto Laoban venisse a prendere l’ordinazione. E pensavo come sarebbe stato utile liberare la Cina dalla morsa del capitalismo esasperante, un capitalismo mascherato da comunismo, in cui la fratellanza finiva lì dove cominciava il tornaconto personale e dove gli zeri veramente valevano tanto, troppo. Se pensate che troppo da noi sia troppo, be’ non lo è ancora abbastanza! Liberare la Cina, voleva dire anche liberare l’Occidente. In un’ottica di connessioni. E
il surf era il nostro cavallo di Troia. E sempre di mare si tratta.

Oh! Finalmente si poteva ordinare da mangiare! Arrivò il Capo.

Ni hao, DeLuFa, non ti ho visto oggi in mare! Come mai?” ruppe le acque preparandosi matita e blocknotes.

“Ei Capo! Hai ragione, ma sai, io e Sanwa stiamo cercando di portare avanti il lavoro più velocemente e le onde non erano delle migliori oggi, almeno quando sono andato a controllare prima…” risposi guardando il menu. Un foglio ingiallito dal sole, senza figure. (se non sapevi il cinese eri fottuto, fratello!).

“Mmmm – annuì finendo di girare le ultime pagine del suo quadernino minuscolo su cui sembravano esserci anche dei disegnini – Allora, che cosa prendete?” disse pronto. “A me, del maladoufu (toufu piccante) con del riso, e un bel piatto di jiucai (erba cipollina) alla piastra come la fai tu! Prendo anche due bottiglie di Haimagong, e due lattine di succodi cocco” quello volevo… delizioso.

“Ok, serviti pure per l’alcol. L’haimagong lo abbiamo spostato ieri sera, sta nel frigo di sinistra!” Mi alzai di scatto assetato com’ero.

Haode, wo kan dao le! (va bene, l’ho visto) grazie!”. Era sempre alla temperatura perfetta! Sange volle come al solito la carne di maiale, adorava mangiare lo huiguorou, melanzane a tocchettini e riso.

Prima di arrivare ad Hainan non avevo mai sentito parlare di tanti tipi di liquori e distillati, di tanti tipi di piante. Avete mai provato a bere latte di cocco mischiato a liquore di cavalluccio marino? Un gusto assolutamente pazzesco da far uscire di testa! Spesso le serate finivano o cominciavano prima del previsto proprio grazie all’influsso alcolico dei cavallucci marini misti al cocco! Che sbronze passesche sotto luci cinesi, in locali cinesi, assieme a cinesi bevendo bevande cinesi. Ma i cavallucci marini no, non erano cinesi. Pare venissero dal Giappone.

Riben gui” (diavoli giapponesi) così li chiamavano spesso. Diavoli giapponesi.

Lo stupro di Nanchino, e non solo quello, non era mai stato digerito del tutto, e i cinesi non dimenticano.

I bambini e i vecchi non dormivano mai ad Houhai. Certo non erano neanche apparentemente mai troppo svegli. In relazione al nostro modo d’intendere una persona sveglia, vispa d’intelletto. Qual era il loro miglior passatempo? Il dolce far nulla. Starsene seduti ore e ore, giorni, mesi, presumo interi anni a guardare spiriti passare davanti le loro case. Che solo loro potevano vedere coi loro occhi allenati.

Forse che invece siamo noi i fantasmi di una dimensione in cui quelli che noi consideriamo spiriti sono in realtà viventi? Sulle entrate delle case, cos ìcome dei ristoranti, c’erano dei piccoli amuleti, come piccoli orologi da muro, esagonali, con trigrammi su ogni lato e uno specchio al centro o tanti specchi concentrici rifrangenti i raggi del sole e, di notte, della luna.

Amuleti per allontanare i demoni, spiriti maligni, o forse noi stranieri, o forse il partito, forse qualcosa di ancora peggiore. Chissà, magari il cambiamento.

“AAAAAAAAAAA dai Sanwa ganbei! ganbei ganbei!” (salute salute salute)

“Ganbei DeLuFa, al nostro prossimo locale!”

“Alla nostra DI-MEN-SIO-NE! Non è un locale è una DI-MEN-SIO-NE! S,ì perché noi siamo diversi Sanwa, non te lo dimenticare mai. Siamo magici! Abbiamo creato, stiamo creando qualcosa che non aveva mai fatto nessuno qui nei tempi dei tempi e che mai rifarà mai nessuno più! O non così!”

“Nei tempi dei tempi…” bisbigliò Sanwa portandosi alla bocca un altro bicchierino, “Sei proprio sciroccato, è solamente un locale…”

Zai shuo yi bian!?” (ridillo ancora!?) intimandogli scherzosamente a brutto muso di fare chissà che.

“ ok ok è una DI-MEN-SIO-NE! Hai ragione tu!”

“Meglio! È così , esattamente come dev’essere”

Ganbei”.

Ganbei”.

Continuavamo a bere scoppiando di tanto in tanto in fragorose risate, come bambini sul dorso di cavalli a dondolo volanti. Cavalli che potevano non solo andare avanti e indietro, ma che potevano mostrarci viaggi meravigliosi, che potevano andare oltre la magia.

“LLLLAOOBBANNN! Il conto, grazie!” gridò Sanwa.

“Arrivaaaaa!” rispose mentre finiva di sistemare alcuni piatti e alcuni bicchieri sporchi. Pagava sempre Sanwa.

Dopo mangiato c’incamminammo verso est, in direzione dei locali, dei due tre semplici localetti, nella fitta oscurità della baia. Le linee sulla via erano come pennellate d’oro sotto la luna. Non ricordo nessuna luna hainanese più piccola della grandezza di una noce. Erano gigantesche! Prendete una noce e mettetela tra voi e la luna. Vedrete che la luna occidentale, cittadina inbombettata, non è mai più grande di una noce. Ma a Houhai, oh a Houhai, la luna era enorme! Ci potevi anche quasi aprire le noci sbattendogliele addosso, le potevi spaccare in due, frantumare, e questo solo con la luce lunare. Poi l’aria calda si infiltrava tra i profumi, come una panna accogliente, e le gambe alleggerite dall’alcol potevano camminare fino oltre la spiaggia e la scogliera. Semplicemente per osservare l’infinito. E lo facevamo spesso e non ci tradiva mai lui, lui era sempre lì, l’infinito.

Il giorno dopo, come ogni giorno dopo, mi svegliavo presto. Le onde chiamavano. Erano sempre pronte prima di me. Alba dopo alba, tramonto dopo tramonto, mareggiata dopo mareggiata. D’altronde vivendo sulla spiaggia non ci si può esimere dall’addormentarsi col ruggire del mare e con lo scrociare dei diluvi. Quando le onde erano veramente grandi mi svegliavo dal fragore sin dentro le orecchie. Il suono lanciava coltelli contro le finestre. Così non restava che ficcarsi la licra per ripararsi dal sole, ficcarsi il cappello e via in acqua, lungo la scala di sabbia color sabbia.

Le nostre session non erano mai da sfinimento. Non ci strafogavamo mai di onde perché erano abbondanti, onnipresenti. Preferivo di solito, uscire dall’acqua un poco prima della distruzione totale. Volevo lasciarmi dentro un languore, dolce, un più grande desiderio per la session seguente.

Bella la vita ad Hainan! Sapevamo tutto, perché non c’era niente da sapere. Né volevamo fare più del dovuto. La nostra era pura commemorazione, una preghiera continua. E stavamo finendo il locale, in una saggezza contemplante, una calma come quella di agosto a Roma, quando a mezzogiorno e mezzo, nell’ora più calda, non c’è nessuno per strada. Questa era la dimensione del nostro cuore. Ricolmo di calma e staticità di desideri. Avevamo tutto. Nulla di più destabilizzante di un mezzogiorno e mezzo nel cuore.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 7

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 6

“DeLuFa, mi prepari il tuo special? Pleeease

“Allora ti piace, eh? Ma non avevi detto che era troppo dolce per te?”

“Dipende dalle circostanze. Me lo fai o no? Una volta tanto che ti chiedo quel tuo dannato cocktail fai pure l’ironico?” disse Elvis.

Elvis, eccone un altro! Che personaggio!

Sembrava uscito da una rivista di aste fallimentari, a fumetto. Personaggio incomprensibile da capire, specialmente forse descrivendolo in questo modo. Anche perché non ci sono riviste di aste fallimentari fatte a fumetto e così voi non avreste potuto quindi mai leggerne alcuna. Lui però era esattamente così. Un personaggio di una rivista che non esiste, un Dylan senza Dog. Un pechinese non pechinese. Non pechinese pechinese. Un perfetto cinese, perfettamente egocentrico. Ma era anche un tipo interessante, a suo modo, che ricercava fama e soddisfazione fino all’eccesso, per saziare la propria fame di attenzione. Questo gli aveva insegnato la buona scuola altolocata dell’alta borghesia pechinensis. Ma nonostante tutto eravamo amici io ed Elvis.

Lo chiamavamo TuYu (cioè pesce di terra. Avete mai visto voi un pesce di terra?). Un pechinese ricco, ma non troppo, agiato ma non troppo, uscito dalla facoltà di lettere della migliore università della capitale, poi messosi a rincorrere il sogno sino-americano: Arricchirsi, fare business, fare carriera, fottere più donne possibili, scalare la società fino a un’altezza non bene individuata. Indorare oltremodo il proprio bisogno narcisitico di pavoneggiante mandarinità . D’altronde erano quelli gli anni, proprio quelli. Non era colpa sua. Lui non sapeva di non saperlo.

La Cina e il primo decennio del Duemila. Una Cina paninara. Sì, paninarismo cinese, apoteosi dello yuppismo mondiale.

Nel suo scorrere d’acque, lo Yangtze continuava a fluire senza badare a spese, senza interessarsi al costo di sangue e di carne umani. I millenni di storia erano scolpiti nelle rughe dei contadini come dei gridi grigi. Poveramente. Nelle miniere le luci non si accendevano più. Un’unica grande coltre di buio copriva gli occhi di tutti. Sopra di tutti un silenzio plumbeo. Storia al passato che si ripeteva e che si perdeva sputata fuori dalle ciminiere delle fabbriche pesanti. Il mondo non poteva guardare, perché non sapeva più né cosa né dove guardare. Di millenni si ricopriva la storia, dimenticandosi di se stessa. Millenni. Uno a uno. Specialmente dopo infiniti anni dell’oscura rivoluzione culturale, quando non potevi fidarti di nessuno, quando non potevi incrociare lo sguardo inquisitorio né del tuo vicino né di tuo zio, quando per una fuga d’amore “la devi pagare!”, venivi rinchiuso in un Laogai, ai lavori forzati, forzatamente manipolato al grido “Zhonghua renmin gongheguo wanwansui!” (Lunga vita alla Repubblica Popolare Cinese!); dopo le riforme di Deng XiaoPing e del “suo” PCC, il PaeseCina, negli anni Ottanta, cominciò piano piano a cambiare, certo sì. Iniziò a industrializzarsi, a espandersi. I paesi videro cambiarsi d’aspetto, divenendo città, le città diventarono metropoli. Le metropoli divennero mostri pachidermici con la testa di squalo e milleuno denti che spuntano di continuo e non perdono mai la morsa. Non perdono mai un’anima, non una vittoria. E se questa è la visione passatami davanti agli occhi ora chiedo: di chi la sconfitta? Forse non tradurranno mai questo libro in cinese, ma dovranno farlo in tutte le lingue del mondo.

E se prima Pechino aveva una delle cinte murarie medievali meglio conservate del mondo… fu demolita. Si vedeva apparire l’ideogramma chai (abbattere-demolire) ovunque, su tutti i muri. Esso aveva il compito di cancellare non solo la memoria dei popoli, ma anche di creare una nuova percezione del mondo. Si sa che la percezione risiede nella memoria e nell’immaginazione della gente. Poteva non saperlo Mao?

E l’Occidente dov’era? Lasciò che tutto si compisse, mentre era ancora intento a contare i denari delle appena terminate guerre dell’oppio e di tutte le altre guerre che lo impegnavano. Noi occidentali, no. Non volevamo guardare. Non potevamo guardare. Non avevamo occhi per guardare, per vedere.

E loro? Loro dovevano solo pensare in grande, pensare in positivo. Tutti. E tutti, potevano far carriera ascoltando le pericolose direttive del partito. Tutti. Tanti. Milioni di bravi bambini, automi senza fegato e senza cervello, senza cuore e senza compassione, se formati a dovere, come doveva e come deve esser fatto, tutti potevano e possono manifestare, glorificare le cinque stelle della bandiera rossa, gridando su piazza Tiananmen l’inno nazionale. Tutti. E chissenefrega del millenovecentottantanove. Chissenefrega dei morti e di chi ha combattuto per un mondo e per una Cina migliori. “Noi siamo i figli della grande Cina! Del grande balzo in avanti!”, questo pensavano in molti. Qualcuno ancora lo pensa tutt’ora, tacendo. Accettano la volontà del partito, divenendone complici.

Mao aveva avuto una grande visione atemporale. Una visione che poteva essere tentata forse solo qualche decennio dopo. Quando la gente vestiva meglio, aveva toufu e mantou (pane cinese) da mangiare, erguotou (grappa) in gola e gli inverni facevano meno paura.

Eppure oggi la paura resta, là dove chi guarda non sa riconoscere un faro da una candela. In Cina, la notte resta notte, senza possibilità di luce alcuna.

Questa tabula rasa umana faceva male a vedersi. Guardarli negli occhi, talvolta, faceva male, sembrava di osservare lo sguardo vitreo di un cadavere di due giorni. Vedere i loro occhi piccoli serrati, come stretti dalla paura. Dalla paura di non dover guardare, dalla voglia di volersi nascondere, scappare, cambiare pelle, cambiare colore, cambiare il proprio destino.

In questo, io sguazzavo, mi muovevo, incolume e santo. Nuotavo tra le loro fisicità come a sinfonizzare un battito che non poteva essere percepito da nessuno e che pulsava, come un colore dimetiltriptaminico nella coscienza cosmica di un io che agonizzava di fronte alla fine dei mondi e la fine della specie umana.

Ma nonostante tutto questo mi frullasse per la testa, anche solo nel guardarlo negli occhi, eravamo amici io ed Elvis, come avete capito. Dal canto mio, gli avevo visto dentro, vedendo passione, ma anche paura e frustrazione. Paura di non sapere come cambiare, dove scappare, dove rifugiarsi. Come fare. Non sapeva più da dove veniva. Il suo Paese lo aveva ucciso, tradito, deportato, ghettizzato. Avevano massacrato tutti gli artisti, i dissidenti, i contrari alla linea politica. I grandi filosofi erano sepolti, vivi.

E che cosa c’entrava mai una linea di partito con la ricerca della perfezione dell’anima e dell’arte?

Mi raccomando non parlate di queste cose con un homo erectus con gli occhi a mandorla, specialmente se porta la divisa. Un semplice consiglio. A meno che non oliate per bene la loro comprensione con qualche bustarella sotto banco. Così la loro rabbia e incomprensione, il loro odio diventerà miracolosamente reverenza. Se già nel mondo l’oro compra quasi tutto, in Cina hanno già la quota di maggioranza dell’Inferno stesso! Certo non tutti i cinesi sono così , ma erano tutti così quelli che odiavo io e che odiava Elvis. Cinese contro cinesi. Erano tanti e tanti e noi, solo in due. Don Quiscotte e Sancio Panza isolani. Combattevamo mulini a vento psichici.

Elvis faceva parte di una delle più grandi società di finanziamento e incubazione di start up di Pechino. Incredibile. Sembrava una cosa interessante e utile, effettivamente lo era. “Non potrei mai farlo”, pensavo tra me e me quando ne parlavamo. “Specialmente non potrei mai lavorare in una società del genere con te come capo! Ti sfotterei di continuo!” gli dicevo.

E lui faceva finta di non badare quasi alla mia ironia. Captava dietro il velo dell’ironia che tutta questa spasmodica ricerca del denaro e del successo non erano poi tutto.

Non si sa come per vie traverse anche Elvis aveva trovato la strada per Houhai, quel microscopico paesino sull’oceano. Nessuno in Cina infatti lo conosceva. Lui che proveniva dalla capitale, quattro ore di aereo a nord, lui infatti aveva altre mire. La vita lo stava portando altrove. Investimenti, riunioni, meetingsS, macchine, cene… che noia mortale! Ma un giorno come un altro incontrò un altro suo destino. Non doveva essere quell’Elvis. No, no! Forse che l’energia cosmica di cui faceva parte avesse già programmato che lui, in quel determinato istante, avesse dovuto incontrarsi, incontrare se stesso. Attraverso me, uomo venuto dal Paeseitaldeitalia, perché a tali distanze anche l’Italia era solo un puntino lontano lontano.

Spunti di riflessione.

Non trovate che tutti noi, spesso, talmente concentrati su noi stessi, unidirezionalmente, perdiamo di vista l’oggettività del vivere? Che la vita non sia nostra, ma Nostra? Viviamo assieme, parti viventi dell’organismo vivente Vita.

Questo aveva intuito anche Elvis, questo si dimenava nelle sue vene, nelle mie viene e brancola in quelle di tutti. Questo dà vigore alla vita del tuo vicino, delle nostre madri, di una zebra che bruca nella savana o di un pulcino che dorme beato.

Per questo mi era subito piaciuto Pesce-di-terra, sì. Giovane, sbandato e convinto-nonconvinto della propria missione di ricchezza. Che lui confondeva con bellezza.

“Devo impegnarmi e fare tanti soldi quanti me ne bastano per andare in pensione a trent’anni! Ricorda DeLuFa, ho detto trent’anni!” soleva dirmi muovendo le dita come se fossero legate a pallottolieri invisibili. Aveva delle dita molto lunghe, da musicista.

“Sì sì, Pesce-di-Terra” gli ripetevo io per dargli soddisfazione sfottendolo un po’. “A quanti anni hai detto scusa?”

“A trent’anni, scemo che non sei altro!”

“A ok, scusami, a trent’anni! Ho capito, sì.”

Quello era il suo sogno espresso. Non parlava mai del suo sogno profondo. Quello inespresso. Sembrava non conoscere cosa volesse dire sognare con occhi liberi, con la mente sgombra, guardando l’orizzonte, facendosi attrarre dalle energie invisibili. Non riusciva a trovare pace nel dubbio e nell’imponderabile. Pace nel buio dell’incognito. Sapete? Quel sognare che risveglia dall’incubo di una vita non nostra, di una vita passata non capendo di cosa si è stati spettatori, neanche attori, ma solo sottopagate comparse.

Questa invece è la mia pace.

“Sai DeLuFa, sono il più giovane finanziatore cinese della storia!” andava sempre farneticando, non convincente ma convinto.

“Ma Tuyu (Pesce-di-Terra), sei un pesce felice?”

Questa semplice domanda lo lasciava di sasso e si metteva a ridere innervosito. Perché erano considerazioni sconnesse da tutte le sue elucubrazioni mentali. Quel che andava considerando era ben altro. La felicità? Seguire la felicità? Ma non sono i soldi la felicità? Ma come tutti dicono così!

Si aspettava probabilmente che lo adulassi o lo invidiassi. Ma non andò proprio così. Vedeva solo biasimo e tenerezza nei miei occhi.

No. Non lo invidiavo né disprezzavo. Non avrei potuto farlo, eravamo amici. Anzi, conoscevo bene l’inferno da cui proveniva: Pechino. Sapevo esattamente di quale animale stavamo parlando. Un animale senza collo, per far scendere i bocconi ancor più velocemente all’interno del proprio stomaco. Un pachiderma oscuro, coperto di placche d’oro: la capitale cinese del Mondo del Duemila! La capitale della fine del mondo!

Non potevo invidiarlo. Avevo un po’ pena per lui, ma non per quel che lui era, bensì per il liquido in cui era stato immerso una volta uscito dalla placenta materna.

Un mondo avvelenato, in cui ogni uomo non si riconosce più uomo. Nella capitale del nord. Vi siete mai chiesti perché moltissimi film apocalittici degli ultimi ventanni sono ambientati o rimandano al mondo orientale? Perché da lì, se non sapremo riprenderci, avrà inizio la fine di tutto.

E proprio in quell’immensità tropicale tutto diventava più chiaro.

L’allontanamento totale da ogni forma di cività e di società, almeno come l’intendiamo noi, rendeva manifesto il non manifesto. Quello che non può essere insegnato, solo esperito, e che può esser trasmesso attraverso il simbolo e il suono della parola. Il suono della parola, non la parola stessa. L’oltre-parola. Dove scorre questo reticolo d’energia che un giorno si rimanifestò davanti a noi, e all’oceano. Sulla sabbia calda, con il sole allo zenit.

Quel flusso sconquassava i contorni, attraverso la solida materia, e la spiaggia e il flusso e riflusso delle onde sulla battigia. Noi stessi ci percepivamo fluire, ne avevamo coscienza. Eravamo finalmente liberi. Sapete qual è la più erotizzante sensazione di libertà? Quando scopri che la materia non può fermare il tuo spirito. Conoscete questa sensazione? Certamente. L’abbiamo solamente dimenticata.

La temperatura corporea cambia, senti come venti freddi in gola, gelo là dove vi è calore e calore là dove vi è freddo. Senti un vento dentro che dall’interno esce e poi entra e ti porta avanti. Le gambe seguono, ti portano a casa. Nella tua attuale casa, verso la futura, verso la tua passata. In un cono di vita verso la luce e verso il buio.

Oltre.

“Sai cosa dovresti fare TuYu?” gli chiesi così su due piedi.

“Cosa?” rispose giocando con le dita sulla sabbia, guardando triste l’orizzonte.

“Dovresti fregartene un po’! Dovresti mollare tutto! Si fottano le aspettative! Si fottano le immagini riflesse di te! Si fotta il piano pensionistico!”

“Ma noi non abbiamo piani pensionistici!”

“Un motivo in più per fottersene!”

“Non capisco” rispose.

“Lascia perdere non è questo il punto!”, provando a spiegare.

“Devi lasciare andare tutto se vuoi essere veramente felice. Non puoi continuare a rincorrere un miraggio di vita che ci è stato inculcato poi chissà da chi e quando! Ma ci pensi? Milioni e milioni di persone, poi a Pechino o Shanghai non ne parliamo proprio! Ma anche a New York, a Parigi, a Roma… tutti ad inseguire un sogno, uno stile, un modo, una sola verità, che non è quella delle cose! Una verità che non è quella del mondo! Ma ci pensi Tuyu che non sei altro? E anche tu ti ritrovi a rincorrere i milioni! Ma milioni di che?”

“DeLuFa! – con la faccia imbronciata – Ma se non hai soldi come fai a campare, scusa? Io voglio essere libero, non voglio più lavorare, voglio godermi la vita, voglio vivere di musica. Voglio suonare, lo sai da quanti anni non tocco neanche più la mia amata chitarra! Non ho tempo per farlo!”. I suoi occhi si rigarono di commozione, di dolore.

Illusioni.

“Poi quando il mio autista viene a prendermi in ufficio…”

“Ancora con questa storia dell’autista! Ma lo sai che sei proprio un pallone gonfiato? Ti devi sempre fare grosso, ma sei solo un Pesce di Terra! Ah ah ah!”

“Cretino!” rispose indispettito e divertito. Avevo come la sensazione che a lui piacesse essere trattato finalmente per quel che era. Un giovane alla ricerca e non solo un finanziatore alla ribalta da cui forse si potevano scucire soldi, e il tanto bramato successo.

“Se mi fai finire di parlare…” continuò lui.

“Vai vai, continua, te lo concedo…” strizzandogli l’occhio, ma non lo vide.

“Quando sono in macchina…”, si fermò un attimo notando il mio sorrisetto smaliziato. “Ecco, ora va meglio?” lanciandomi un mucchio di sabbia in testa.

“Meglio! Meglio! Comunque se vuoi te lo faccio io l’autista sulle autostrade dell’infinito! Quelle che ti condurranno nel paese delle surfiste nude, dove le onde sono fatte di birra e le colline coperte di ganja e funghi psichedelici!”

“Ah” comicamente secco. “Comunque, quando sono in macchina e passo da un appuntamento a un altro, da una riunione a un’altra, da anni, per ricordarmi chi sono, per ricordarmi che voglio essere un chitarrista, apro e chiudo le mie mani, per allenarmi i tendini. Così quando riprenderò in mano la mia amata chitarra spagnola, prima o poi, non sarò così malmesso. Almeno le dita mi si muoveranno ancora basicamente bene!”, e cominciò a farmi vedere quel movimento. Aprendo e chiudendo le mani a pugno con una velocità impressionante. Quasi schizofrenica.

A dire il vero sembrava quasi un pazzo. Immaginate la scena. Dallo sguardo pazzo di un pazzo che guarda un altro pazzo e ognuno ha le proprie ragioni per pensare di avere ragione. Verità che si nasconde!

Sullo sfondo l’oceano stava a guardare e le palme occhieggiavano da dietro una linea di vegetazione bassa. Qualche fiore di stramonio si sentiva ridacchiare da sotto il palmeto. Certo non ridevano di lui, né di me. Ridevano di loro, di tutti quei morti che non sanno di essere morti e che si ostinano a distruggere la vita di chi vive e vuole continuare a farlo. I zombies sociali che comprano gelati nei centri commerciali vestiti da incontro galante, quando guardi gli occhi di lei, e lei guarda gli occhi di lui e in realtà sono entrambi depressi e non sanno che intanto farebbero bene prima ad amarsi un po’ per poi scoprirsi completamente ciechi e inconsapevoli di chi siano veramente.

Provai anche io a aprire e chiudere le mani alla sua velocità e intensità. Impossibile, eppure suonavo. Su doveva aver sofferto molto. Non avrei mai potuto batterlo a quel gioco dei pugni aperti pugni chiusi. Ci aveva buttato dentro tutta la sua frustrazione degli anni e l’anima si nascondeva sotto le unghie corte, con poco spazio.

“Capisco cosa intendi, TuYu. Ma quello che non capisco è perché perdere tempo. Perché ostinarsi a contribuire a questo sistema malato, contribuire alla sua maturazione che porta dritti alla fine. Perché continuare a incoraggiare giovani e meno giovani a produrre produrre produrre, mantenendo uno stile di vita che è inconciliabile con l’alito spirituale dell’uomo. Perché continuare a fare soldi fare soldi fare soldi per apparire apparire apparire. Ma non siete stanchi voi cinesi?”

“Be’…” non rispose, guardando il vuoto.

“Non che siate solo voi, per carità. Lo sai quanto io ami e odi la Cina! Altrimenti non sarei qui a parlare con te, un Pesce-di-Terra, in cinese, su di un’isola cinese, nel mare cinese a criticare il sistema cinese, o sbaglio? Mi farei i fatti miei. Solo chi ama grida, scalpita e si arrabbia! Solo chi ama ti cerca e ti dice le cose come stanno. Gli egoisti gongolano nel silenzio dell’invidia e nel freddume della vendetta, non trovi? Sbaglio?”

“Tu sbagli sempre DeLuFaaaa! ah! ah! ah!” scoppiando in una sana risata liberatoria.

“E meno male che sbaglio sempre! Ancor più meno male che io sia così cocciuto da continuare a parlare con te, altrimenti sarei già impazzito nel silenzio della mia mente sola!” risposi un po’ ansioso.

“Comunque quel che volevo dirti è questo. Al di là di tutti i miei errori, In fondo guardami. Non ho nulla, non sono nulla, non voglio veramente nulla! Anche se non ci credi questa è la verità! Non pretendo forse neanche di valere nulla. Vorrei solo svanire in una gioia sublimamente liquida! (cercando di fare gesti che potessero mettere in scena in qualche modo quel che stavo dicendo. Impossibile, ora lo so!) Guarda come sono felice oggi, qui ora, con te, su questa maledetta-benedetta spiaggia. Vecchio Tuyu che non sei altro! Che se guardi bene poi, questa non è neanche la più bella delle spiagge del mondo, ma è la nostra spiaggia. La spiaggia su cui siamo. Dentro cui siamo. La spiaggia siamo noi. E respiriamo pure questa dolce aria di mare, dopo una splendida surfata! E se non sappiamo surfare come sanno i pro, a noi che ci frega? Siamo qui. Capisci? Ci ha illuminato qualcosa. Eppure siamo lucidi! E quel qualcosa ha illuminato anche te, ora, te che non sai ancora di esserlo!”

“Esserlo cosa?”

“Illuminato!! E guarda come volano quei due uccelli. Perfetti. Sono perfetti!”

Mi guardava commosso.

“La perfezione è una scoperta! Paradossale, non trovi? Ti porta a scalare le più alte montagne, a superare deserti, ad attraversare le metropoli più lontane, a discutere coi matti, ti fa intrufolare nelle bische dei demoni, ti fa affrontare gli uragani, bivaccare coi ladri e gli assassini e poi, alla fine, dopo tutto questo infinito peregrinare, quando pensi proprio di aver perso completamente il lume della ragione e il senso stesso della vita, del vagare… capisci che era lì, proprio lì.. la perfezione era lì. Capisci? È sempre stata lì, ancora lo è, davanti a te, che ride! Senza parlare ti guarda con gli occhi di un bambino! Per questo noi dobbiamo combattere! ”

Mi guardava annuendo, cercando il significato segreto delle mie parole. Scrutava i lati dei miei occhi, cercando di capire se stessi mentendo o se lo stessi prendendo in giro. Ma il mio stile di vita era inconfutabile e tutti sanno che non sono un bravo attore (e neanche scrittore!). Da bravo cinese sapeva bene che le parole non hanno potere se non vengono seguite dall’azione e solo chi agisce ha il diritto di parlare. Gli altri be’, dovrebbero forse tacere.

“Molla tutto! Abbandona tutto quel che pensi di essere e diventa compiutamente te stesso! So che puoi farcela, anche perché ti vedo. Tu ce l’hai già fatta in realtà, non ti riesci solo a vedere!”.

“Ma io… e se tu fossi solo un pazzo?”

“Bene, allora potete anche bruciarmi! Ma penso che tu, nel tuo profondo, sappia già quel che vero da quel che non lo è . È che hai solo paura di farlo e di fallire, ma non si fallisce mai in una prospettiva infinita… o forse sì, hai ragione… sono solo un pazzo! ” Non rispose altro. Stemmo in silenzio.

Non so in realtà neanch’io perché dissi quelle parole. A che titolo poi mi arrogavo il diritto di farmi suo fantomatico guru. Già la mia testa mi gridava contro “Tu non sei il guru di nessuno, hai fallito tutta la tua vita, non hai una lira, non hai una famiglia e non una professione! Tu un guru? Ma fammi il piacere!”.

Io effetivamente non sapevo nulla, forse la mia mente aveva ragione. Avevo lasciato tutto e non avevo certezze. Io che sotto tanti punti di vista avevo veramente fallito. Avevo distrutto tutto, bruciato tutte mie piccole conquiste, quel che mi stava vicino per ricercare l’invisibilità e seguire un miraggio d’illuminazione. Ma poi che cos’è quest’illuminazione? Ma non ci avevano già scritto tutti? Eccone un altro.

Saranno stati gli occhi forse a convincerlo, l’intensità dello sguardo o forse qualcosa nascosto sotto la nostra spiaggia, un’antica runa extraterrestre a onde alfa?

Magari un ufo, un razzo spaziale emanava frequenze inintellegibili, invisibili ma efficaci. Onde che influenzano il nostro pensiero e che possono vedersi, svelarsi solo nel successo di chi ne ha subito l’influsso senza paura. Non so perché, ma sono sicuro che qualora esista quest’astronave, sia nel profondo del nostro essere. Sì. Noi siamo astronavi. O forse questi pensieri, tutto questo stream di coscienza era solo dovuto al vento tropicale, all’irrazionalità del mare, alla sua potenza? Niente veniva da me, ma siamo nulla se restiamo nel flusso del loro mondo, nel mondo dei morti al mondo.

Tutto era passato.

“Andiamo dai, è l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Torniamo a casa, e poi chissà che starà pensando Sange! Gli avevo detto che andavo a fare un bagnetto! Ancora dobbiamo finire la tettoia del terrazzo…”

“Non preoccuparti di quel vecchio lamentone. Guarda che onde, altro giro?”

“Lo so, fratello! Le vedo, ho le braccia a pezzi, abbiamo lavorato già tutta la mattina in ostello. Torniamo al tramonto. Ma andiamo a mangiare qualcosa ora, questo sole mi sta incocciando la testa”.

M’incamminai sulla spiaggia.

Lui non mi seguì.

“Oh, mbe’!”

“Vai tu, dai. Non preoccuparti. Voglio rimanere un poco solo qui a pensare”.

“Tutto ok?”

“Sì, non preoccuparti. Mai stato meglio.” Sorrise tristemente.

“Va bene, come preferisci, ma sbrigati che ti offro una birra!”

Haode” (va bene).

“Ok, wo zoule” (vado) presi la mia tavola, la misi sopra la testa per coprirmi dal sole e tornai a casa.

Era una splendida giornata. Un’altra splendida giornata. Le onde si ammalgamavano le une dentro le altre, sembravano impastare dolci salati liquidi, squisiti e nessuno era in acqua a mangiarne, nessuno che sapesse trovare la gioia dove la trovavamo noi. Ma forse era meglio così! Più onde per noi.

Acqua calda, libera, lì da sempre. Non per sempre.

E noi l’accarezzavamo se non con le dita col pensiero. Ancora come faccio ora.

Malinconia d’istanti, malinconia del sapere che la bellezza non dura per sempre, rimane, esiste sì, ma cambia. Trasmuta. Malinconia del sapere anime perdute e sofferenti di fronte a questo oceano di bellezza che tutti meritano, di cui non tutti sanno godere. Siamo avidi e non siamo tutti surfisti. D’altronde non tutti sono scivolatori di liquida divinità.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 6

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Parte Prima – Capitolo 5

Finalmente il camion, dopo una settimana d’attesa, arrivò.

Blu scuro, sgangherato e rugginoso, era uno dei camion più belli che avessi mai visto. L’autista masticava binglang, l’aiutante masticava binglang. Chiesi loro una binglang visto che ci aspettava un gran mazzo, almeno mi avrebbe dato un po’ di euforia durante la fatica. Dovevamo scaricare prima tutto il bambù e metterlo da qualche parte lungo la strada così da permettere loro di andare a casa. Poi dovevamo portarlo su, piano piano, smistandolo tra il secondo, il terzo e il al quarto piano della palazzina, dove poi ci avrebbe aspettato un altro gran mazzo: esaminarlo, selezionarlo, stoccarlo, riselezionarlo, pulirlo, segarlo, abbracciarlo. Volendo, anche baciarlo (io lo baciai, era splendido). Avete mai visto quanto è bello il bambù che arriva con guidatori strafatti di binglang in un perfetto ora? Non puoi non volergli bene a quel bambù, bambù sacro, e non puoi non volerlo baciare. Fu un lavoro duro e bellissimo.

“Dai Sange! Coraggio!! Ci penso io a quelle canne là! Quando non ce la fai più dimmelo che ti tiro appresso quell’altra catasta! ” per tirargli su il morale del lavoro. “Ma va va! DeeeLuuuuFaaaa!” con il suo solito accento sichuanese, lo stesso di MuMu, lo stesso di LaoLi.

Spostare bambù era un lavoro rumoroso.

Tutto il villaggio aveva infatti cominciato a curioseggiare attorno a questo straniero pazzo che masticava binglang, come facevano loro, e indicare quell’altro, il cinese, il forestiero del Sichuan, Sanwa, quello sempre con la faccia imbronciata.

Facevano sorridere gli anziani e rotolare a terra dalle risa i bambini più piccoli. Le ragazze invece guardavano i nostri muscoli tesi. Eravamo due Adoni, belli come il sole, in confronto ai piccoli uomini locali. Per lo più bassottelli, magri come chiodi con le pance gonfie di birra.

In tensione muscolare continua, il sudore colava luminoso sulla nostra pelle. I muscoli si ingrossavano, mentre noi potevamo sentirli diventare sempre più grandi, sempre più grandi. Avevo perso molti chili in quei giorni d’intenso lavoro, senza accorgermene.

I bambù in compenso stavano beati sul selciato, in attesa, asciutti. Lunghi, verdi gialli, sembravano non finire mai. Ed effettivamente non finivano mai! Ce n’erano sempre di altri, sempre di nuovi. Altri e altri ancora ne venivano scaricati di continuo dal cassone posteriore del camion blu ruggine.

Lunghi fino a cinque metri, avremmo potuto provare a iscriverci ad una gara di salto in alto, alle successive olimpiadi isolane. Ma non ci sono olimpiadi isolane ad Hainan e il nostro era un lavoro che nessuno mai avrebbe istituito o riconosciuto. Mai.
Ci sentivamo però carichi di energia e di volontà . Eravamo superuomini, con una forza mostruosa e non solo grazie alle binglang.

Non avevo mai pensato di poter avere una tale forza, eppure l’avevo, sorprendendomi. Quell’energia era sempre stata là, noi tutti l’abbiamo, ne sono certo.

In realtà non sentivo di star lavorando su dei bambù. Era come se gli stessi bambù non esistessero per nulla. Non c’era nessun bambù. Tutto era nella nostra mente. Stavamo usando il cuore, stavamo creando non solo qualcosa di materiale, manipolando la materia, ma soprattutto creando dall’immateriale un sogno. Attraverso i bambù i nostri sogni stavano divenendo realtà. L’ho visto. Questo abbiamo fatto. Così come quando decisi di abbandonare l’Italia anni e anni addietro, quando decisi di fare della mia vita poesia, non solo di scriverla. Queste cose tu già le sai. Io, dal canto mio, dovetti passarci attraverso per rendermene completamente conto.

Le giornate cominciavano tutte con uno splendido sole.

Sempre più vicini, lontani ancora quanto bastava, erano i monsoni, che da Maggio fino a Ottobre spirano in tutto l’arco di mare. Lo sanno bene i marinai.

Al risveglio, la prima cosa da farsi era gettare un occhio al mare. Alla grande Baia dell’Imperatrice, per vedere se il l’oceano regalava onde degne di essere amate SU-BI-TO. A discapito dei lavori di ristrutturazione del nostro piccolo ostello, ovviamente.

Dopodichè, prima di continuare un altro lungo giorno di lavoro, facevamo una ricca colazione da imperatori. Con Millemille calorie in un sol fiato. Frutta, frullati, miele, caffè, uova, marmellata.

Pensavamo di cavarcela in circa un mese di lavoro. Non dovevamo infatti smantellare o demolire nulla, la ristrutturazione non era strutturale. Ma quello era per noi il nostro mese titanico. Per noi era uno scavo, un continuo scavo, come un “om” piatto o un “hu” profondo. Dovevamo riuscire a cacciar fuori tutto quello che avevamo dentro. Anche solo tagliando, legando, lavorando delle semplici canne di bambù. Semplicemente così. Cavalcavamo questa tensione che a quelle bibliche latitudini raggiungeva apici di rispetto. Ci trovavamo, misteriosamente, come in un incrocio di linee invisibili, in un reticolo cosmico che sembrava donare equilibrio alla psiche collettiva. Lì dove il sole incontrava l’orizzonte a Oriente. L’ultimo lembo di terra d’Asia. Tutto poteva accadere. E noi dovevamo districarci in questa semplice e necessaria impresa reticolare per far sì che un mistero ci venisse rivelato. Una sorta di prova. Bisognava lavorare la materia e liberare energia e respiro.

E per tutte le notti a venire, e per quelle passate, se mi mettevo bene in ascolto di questa tensione, nessun suono si poteva sentire due volte uguale. Vi era però come una eco senza eco in un plasma solido che risuonava. Quello della vita. E così mi muovevo come un uomo-pesce ignaro di navigare in un oceano sterminato di luce. Quel che sto scrivendo è esattamente quel che era. Prendetemi alla lettera, capito?

Il piano terra (che in Cina è considerato primo piano) era, come avevamo spiegato, ancora abitato dai proprietari, e non potevamo toccarlo. Ogni volta che passavamo davanti il loro ingresso, sempre rigorosamente aperto, la famiglia era tranquilla, quasi anestetizzata. I bimbi giocavano senza giochi e la tv mandava a rotazione sempre gli stessi cartoni animati. Anche i loro personaggi erano molto gialli, come i bambini che s’intrattenevano a guardarli. O forse era solo il riflesso del sole sullo schermo della tv.

Il secondo piano (equivalente al nostro primo piano) era invece, come anticipato, a nostro uso e abuso e dovevamo renderlo quanto più selvaggio possibile. Sanwa, a cui era piaciuta la mia idea di creare due stanze dormitorio con i muri in bambù, era sempre più euforico, perché ora dovevamo realizzar tutto. Ci sarebbe così stato un un lungo corridoio centrale che sfociava poi, in fondo, direttamente su quel balcone posteriore. Quello che dava sull’orto di un vicino mai visto. Sulla sinistra già c’erano due ampie camerate con bagno e fortunatamente e non avevamo molto da fare. Avremmo successivamente solo dovuto montare dei letti a castello, in legno, come suggerito da Sange. Questo solo alla fine. Dettagli.

La prima cosa era procurarci metri e metri di corda di canapa per legare i singoli bambù, tagliati tutti alla stessa altezza (circa due metri e mezzo) per creare i muri a mo’ di fortino indiano. Dovevamo ricordarci di aprire due porte al loro interno, altrimenti nessuno sarebbe riuscito a entrare o uscire da queste gabbie.

Non avevo mai creato una parete né di bambù né di qualsiasi altro materiale, e all’inizio non fu per niente facile coordinarci o individuare il metodo corretto per legare le singole canne, fianco a fianco. Ma solo così avremmo avuto la nostra desiderata foresta, la nostra jungla privata.

Dovevamo riuscire a creare con gli oggetti, con gli odori dei materiali, un senso di vaghezza e di libertà insolite, un’immagine primordiale. Così come anche un’angoscia inspiegabile. Senso di timore iniziale. Specialmente nel buio della notte, quando qualcuno ci avrebbe dormito dentro. Volevo incanalare quel potere del fluire della natura, inserendolo negli strati della materia interna di un palazzo.

Al terzo piano (cioè al nostro secondo), invece, avremmo lasciato la struttura così com’era. Avevamo pur bisogno di un luogo in cui ritrovarsi e fingere di essere normali, oltre ancora, la zona comune del lounge bar del piano attico.

Volevamo lasciare dei divanetti appartati, dove la gente sbronza, le coppie, gli uomini e le donne, le droghe e l’alcol, potevano mischiarsi liberamente in un’unica placenta infernale. Paradisiaca. Il nostro paradiso d’intenti. Sì perché l’unico modo per acquistare coscienza era dimenticarsi di tutto e di tutti. Questo avevamo inconsciamente stabilito. Dal piano superiore, la musica si sarebbe irradiata in tutti gli angoli del terzo piano, creando lontananza e vicinanza. Risonanza. Suono plasmico.

Attutito.

L’attico lo avevamo lasciato per ultimo. Avevamo bisogno di ordine mentale. Avanzare di gradino in gradino.

Non so perché, ma Sanwa volle fare un pavimento rialzato sul lato destro dell’ingresso dell’ultimo piano. L’idea comunque m’intrigava. Cambiava la prospettiva visuale e le sensazioni di coloro che si rilassavano in quella zona. Specialmente per me che ero già diversamente alto, l’idea di vedere tutto da venti centimetri in più già mi piaceva.

Sange voleva far diventare quell’area, la sua zona preferita. La zona del tè, della meditazione e del fumo dei giorni di pioggia. E così fu.

Nei mesi a seguire ci riunivamo spesso là, gambe incrociate, per prendere decisioni, per fare i conti degli incassi, per parlare degli acquisti degli alcolici, decidere quasiasi cosa. E durante le notti temporalesche, ci davamo appuntamento per vedere un film su di una grande, grandissima televisione a schermo piatto treD che Jiya, l’altro nostro socio, aveva portato dal suo locale, in Mongolia Interna. Aveva fatto tutta quella strada da Hohhot fino a Sanya, in macchina. La bellezza di tremilacinquecento chilometri in un furgoncino malconcio, sporco della sabbia del Gobi. Incredibile come riuscì a rimanere insabbiato lungo l’intero tragitto. Sembrava pioggiarifrangente. Pulito da laogai (campi di concentramento cinesi). Ma forse la sua auto produceva sabbia. Ne fuoriusciva in continuazione da tutti i suoi interstizi meccanici e colon tubinici. Aveva portato la macchina tutto il tempo completamente strafatto di marijuana, guidando la sua mariamobile fluttuando sulla strada.

Era un tipo silenzioso, Jiya, ma gaudente. Acuto come solo un cavaliere di interminabili spazi mongoli può essere. Si affezionava alle cose, apparentemente meno alle persone. Forse perché le persone muoiono, mentre le cose deperiscono, e questa cosa lo faceva sentire meno tradito dalla vita. Avrei dovuto chiedergli di più . Avrei dovuto investigare meglio l’universo che gli balenava dentro. Era misterioso e non solo per via del THC che continuamente gli fluiva nelle vene e nel cervello.

Proveniva dalla regione autonoma della mongolia e, come anticipato, dal capoluogo, Hohhot. Lì , gestiva un locale underground, nascosto soprattutto dalla polizia e dal controllo locale. Il White Castle.

Avete mai visto un mongolo suonare l’ukulele e colpire i topi con punte di freccia da distanze di diversi metri, nella semi oscurità di un locale? Jiya si divertiva a farlo, per alzare le mani in segno di vittoria con l’espressione di John Belushi. Tutta la gente del locale lo acclamava, per poi rimettersi subito a bere al bancone.

Prima di lui avevo conosciuto già un mongolo, durante i miei giorni di Pechino. Quando studiavo alla BLCU, la Beijing Language and Culture University. Eravamo soliti ritrovarci con gli amici al BlaBla Bar, un locale per studenti, frequentato soprattutto da stranieri, da expats. Ma in quel periodo solevo sbronzarmi particolarmente con cinesi, coi coreani e, appunto, mongoli.

Proprio una volta venni semi-assalito da uno di loro solo per aver chiesto ingenuamente “quindi sai andare a cavallo?”. Mai porre questa domanda a un mongolo ubriaco. Mi salvai offrendogli due giri da bere. Cosa che apprezzò tantissimo e rimanemmo amici per anni.

Ho già detto che Jiya non rideva spesso. Anzi, si potrebbe quasi definire un tipo serio. Ma quando lo faceva, rideva di gusto, e a pieni polmoni. Era come se la risata scaturisse dal suo aver visto troppo del mondo. Come se si decidesse talvolta di prendersi delle pause e di lasciarsi alle spalle tutte le brutture che lo opprimevano, impedendogli il riso. Lui conosceva la bellezza del mondo, sapeva quanto fosse bello e come fosse necessario dimenticarsi di tutto, edonizzarsi. Imbestialirsi se necessario, per difendere il proprio io di bellezza. Aveva vagato molto per il suo deserto. Il Gobi. Sapeva uscire dagli schemi imposti, dalle aspettative degli altri e rendersi libero, come solo un cavaliere mongolo che cavalca nella steppa, che impugna l’arco e che libra la sua ultima, scintillante freccia nella tempesta, nel vento carico di elettricità e di sabbia, sapeva fare. Sabbia elettrica e schiocchi di freccia. Come resistere a tutto questo? Come non ascoltare il richiamo dell’ignoto? Come non ridere e non strafarsi al chiarore dell’enigma? Jiya era un illuminato.

La sua presa di coscienza era una conseguenza del suo avventurarsi nell’ignoto, dove tutto risiede. E Jiya lo sapeva. Lo aveva visto nelle notti nel deserto. Lo sapeva e per questo taceva. Spesso mi scrutava, abbassando leggermente gli angoli della bocca, in un’espressione mista di simpatia e odio. Di comprensione e minaccia.

Avrei dovuto guidare con lui lungo tutto il viaggio, aiutandolo a lasciare la scia di sabbia del suo furgone e far perdere le sue tracce alle brutture del passato, attraversando tutte le sterminate e malsane autostrade cinesi, dove si muore per troppo poco. Tanto, uno più, uno meno!

Ma Sanwa e io dovevamo andare avanti con i lavori e non potevo lasciarlo solo. Non avrebbe mai fatta in tempo per la stagione. Per quale stagione? Cosa voleva dire essere pronti per la stagione? Accogliere carovane di turisti o viaggiatori australiani, malesi o americani? Portare manager confusi e insolventi lungo spiagge desiderose d’amore? Dovevamo veramente aiutarli a giocare un gioco che non comprendevano ancora? Non importava, dovevamo andare avanti. Ce lo richiedeva la natura delle cose. Dovevamo vedere cosa sarebbe successo dopo. Non era una questione di soldi. O almeno non lo era per me. Non in quell’occasione. Non là. Rifuggivo il concetto stesso di denaro. Era come se scottasse nelle mie mani.

Ma come potevo insegnare, facendo surf, a rifuggire il denaro a chi invece costantemente lo rincorre per natura? Come trasmettere il senso profondo della libertà dalla ricchezza e dal possesso a chi non brama altro che ricchezza e possesso?

Dovevamo continuare a lavorare, a lavorare su noi stessi per regalarci al mondo e agli altri, tramite un sogno, ma forse stavo solo creando la storia di questo libro?

I tramonti scandivano la fine delle giornate di scavo spirituale e ci permettevano di abbandonare momentaneamente attrezzi e sudore, e di prepararci alla sera.

Sere fatte di corpi seminudi, di corpi semivestiti e di luccichìo di pelli, sudate e pronte ad afferrarsi, a strusciarsi l’un l’altra. Notti tropicali di liquidi corporei. Umidità corporea. Sangue e whisky, sudore e amore. Petto nudo, che non coprivo mai. Non coprendo mai il cuore.

Quando sul tardi ci ritrovavamo su, al quarto piano, tutto si faceva più chiaro. Dovevamo essere là per concepire un ideale. Per dare fisicità a un ideale. All’ideale della fratellanza universale, in un buco di straccio di terra, al confine dei mondi. Non è forse al confine che si delimitano i contorni? Non è forse al confine che tutto torna più chiaro? Al limite, al confine, alla fine abbiamo possibilità di guardare oltre e alle spalle, possiamo fare un passo in avanti o uno indietro, uno avanti, uno indietro, e se non abbiamo capito bene, se qualcosa non ci è chiaro… due avanti… o due indietro. Su quel limite siamo compagni degli amici e dei nemici, degli alieni e degli umani, si può diventare esploratori ed esplorati, Indiana Jones e arca perduta, lato oscuro e lato buono della forza. Il confine è sempre stato il punto in cui sono nato per essere. Senza vie di mezzo. Il confine. Confine degli eccessi.

Così cavalcavamo il confine della notte, il confine della vita, di una redenzione buia, nelle cavernosità delle possibilità. Cercavamo possibilità di vita, scandagliando il nostro malessere sociale. Eppure di avventura si trattava.

La più possente e totalizzante che si potesse fare. Con la propria vita, senza scherzi e senza mezze misure. Dovevamo fortificarci nel cambiamento! Potevamo farlo solo denudandola e plasmandola a somiglianza di quello che avevamo visto, soli nei nostri sogni più radiosi.

Tutti i cinesi che si trovavano con noi, gli stranieri, tutti i banditi o i diseredati, tutti erano alla ricerca di sé. Tutti, incluso Sanwa, che nonostante la sua scorza dura e inintellegibile di uomo di mondo, amabile, era anche un uomo pericoloso. Un serpente con il rossetto. Senza denti. Il veleno era a parte, in un barilotto, come fanno i cani sanbernardo che se la portano al collo, per usarlo con discrezione, non visti, senza mani, senza dita. Sanwa avrebbe potuto e saputo avvelenarci così , per lui sarebbe bastato poco. Cosa aspettarsi da un ex malavitoso?

Ma è pur vero che Sange ci stava provando a cambiare vita, come tutti noi. Stava provando a rinnovarsi l’anima. La sua non era quindi una semplice fuga sociale – non sperimentava neanche sostanze stupefacenti, gli bastava l’alcol – era un ricercatore lucido. Lucidamente spietato che, attraverso il lavoro fisico, il sudore, il non sapere, la scoperta, le onde e la potenza dell’oceano cercava di risorgere come una fenice tropicale, su di una tavola da surf o sulla sommità di una nave di bambù. A Houhai.

Ecco tutto già alle nostre spalle!

Certo non volevamo cambiare il mondo, come avremmo mai solo potuto pensarlo? Volevamo cambiare noi stessi, cambiare la prospettiva da cui guardavamo la vita e, magari, poi influenzare altri, avviare un movimento liberatorio. Volevamo mostrarci diversi, cambiati, avere riflessi di cambiamento su riflessi. D’altronde non potevamo insegnare nulla, potevamo solo scoprire connessioni, sincronicità, misteri, dettagli, indizi. Stavamo scroprendo di non sapere nulla, potevamo per questo solo continuare a imparare. In silenzio.

Ci vogliono comunità e silenzio.

Nuove comunità del silenzio, in cui gli uomini ritornino a conoscersi nome nome e non siano più alienati, diffidenti, deumanizzati. Poichè solo riuscendo a cambiare noi stessi, cambiando la nostra coscienza, potevamo veramente cambiare parte della marea di fatti umani che ci inglobavano. Dovevamo provare a creare quel che era dentro di noi. Il nostro mondo. Il nostro mondo, che è dentro di noi, quello che altrimenti come potremmo mai vedere? Che è dentro la nostra coscienza.

Dovevamo liberarci, in primis, dalla voglia di potere e di denaro. Perché le persone legate al potere esteriore sono le più spaventate dalla liberazione dell’estasi di una coscienza espansa? Perché forse sanno, forse hanno intuito o sentito che, una volta aperta quella porta, quella della coscienza profonda, l’unica conseguenza possibile è perdersi, perdere il significato dei punti cardinali. Tutto assume nuove accezioni, i significati mutano, il valore si ritrae. A questo punto non si può solo che rinunciare a tutto il potere e a tutto il denaro dietro cui, prima, tanto si nascondevano. Tronfi e
fagocitanti, impegnati in una ricerca cieca.

Senso unico ad andare! Signore e signori! Strada senza uscita! Prego, fate attenzione al gradino!

E noi? Noi ci eravamo già perduti, inesorabilmente. Sì, avevamo assolutamente dovuto ricercare le radici profonde del sé . Ma un momento. Forse che sia venuto un giorno da noi qualcuno a dirci di impegnarci in questa ricerca invisibile? Perché avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per cercare qualcosa che noi stessi e, probabilmente anche voi, non sappiamo ancora cosa sia? Che cos’è questo anelito che ondeggia dietro la linea dell’orizzonte visibile? Come un pendolo che va su e va giù e che ci ipnotizza, tentandoci.

Comunque ormai eravamo stati decici. Il che può sembrare strano, passivo o forse buffo. Ma in realtà, il nostro era un puro wuwei (un non agire) che si faceva azione nell’atto stesso di essere, contrapponendosi a tutto quello che non eravamo. Al nostro non-essere. Ci stavamo continuando a perdere o forse già avevamo iniziato a trovare qualcosa di noi? Stavamo demolendo o già costruivamo una nuova e incantata architettura di noi stessi?

Eravamo bambini in attesa della notte di Natale della coscienza, lavorando la materialità in attesa dell’epifania del nostro essere, ritrovato nel buco del culo del mondo.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 5

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Parte Prima – Capitolo 4

4.

Era ormai finito l’inverno e le giornate non sembravano né lunghe né corte. Non cambiavano mai, erano sempre inesauribili fonte di estasi e di oceanicità . Aspettavamo l’arrivo dei monsoni per fare finalmente un po’ di big surf.

Certo, non ero mai stato un grande rider, ma miglioravo di mese in mese e le onde, che un tempo sembravano troppo pericolose, si rivelavano essere domabili. Arrivai a cavalcarle con sempre maggiore sicurezza e godimento, con serenità.

Spiritualmente, già da tempo, mi sentivo risucchiato come in una voragine, in un grande enorme buco nero, della conoscenza e della percezione, e in questo il surf ha avuto sicuramente un ruolo fondamentale.

C’era un posto, uno spot, talmente nascosto che lo conoscevano già fin troppe persone. Si chiamava Matou, che vuol dire molo. Si attraversava tutto il paesino, ci volevano cinque minuti cinque d’orologio a piedi. A passo estasiato qualcosa in meno.

Vi erano due strade maestre che si incontravano amalgamandosi alle due estremità orientali del villaggio, formando un’ampia curva. Lì, era stato costruito il porticciolo, da cui, volendo, si poteva raggiungere l’unica meta un po’ commercialmente turistica e famosa della zona: un’isola artificiale di nome Wuzhizhou. C’è da ammettere però che la sua vegetazione lussureggiante, un po’ finta sì, come quasi tutto quel che viene toccato dalle mani cinesi, era affascinante. Avevano portato anche dei pavoni. Si poteva camminare nei tropicaleggianti giardini, accerchiati da fiori enormi, più grandi della faccia di un bambino di sette anni, come nel paradiso persiano. Rincorrevo i pavoni quando ci andavo. Il mitico re della Frigia, Mida, trasformava gli oggetti in oro, i cinesi trasformano la vita in plastica. C’è poi sempre chi dalla plastica riesce a ricavarne oro, ma queste sono altre storie e Mida non c’entra poi più niente. Non ci riguardano, né ci riguarderanno mai. Una mattina qualunque ci portai in visita il Sig. Cressi. Cressi, sì quello delle attrezzature subacquee. Voleva espandere il suo marchio in Cina. Non potevo investire una lira, non voleva investire un euro. Non se ne fece più nulla, ma vide anche lui i bei pavoni.

Tornando invece a Houhai.

Camminando verso est, si susseguivano casette a uno o massimo a due piani, curate nei minimi dettagli, considerata la povertà e la semplicità dei villeggianti. Se si voleva allungare la camminata di qualche minuto, con tavole da surf sotto braccio, passavamo a salutare l’unico tempietto sacro del villaggio.

Un Budda silenzioso, più povero dei tanti altri visti in giro per la Cina continentale, stava là, pasciuto, a guardare verso nord est il lunghissimo spiaggione di HaiTang bay. Non era importante quel Budda. Non vi erano molte candele, molti doni, la gente non aveva moltissimo da offrire. Quel poco che avevano era del pesce e qualche pollo, e preferivano mangiarseli a casa, ben stufati e ben conditi.
A Pechino, invece, i templi sono un po’ come le nostre chiese occidentali. Ricchi e prosperosi. Le statue sono elaborate, docciate e pronte alle cene serali e per i galà. Il tempietto di Houhai no. Era più una sorta di statuina di gesso poggiata su delle stecche di sigarette di contrabbando. Clandestine, americane, russe e finte marche cinesi. Con nomi improbabili. Tra tutte io compravo le più economiche. Le Zhongnanhai o le Hongta. Mi ci ero affezionato, e quelle io sottraevo al Budda, pagando gentilmente la vecchina che, masticando binglang, protendeva le mani alla ricerca dei miei soldi.

Shi kuai qian!” (dieci) diceva senza denti.

E subito faceva sparire i soldi in una tasca del proprio vestitino a fiori.

Le Zhongnanhai mi ricordavano il mio primo viaggio in Cina, nel duemilacinque, quando vagavo di notte per le stradine di Pingyao. Antico borgo medievale nel cuore della Cina centrale. Lì le assaggiai per la prima volta e le fumai durante tutto il viaggio, fino a Kaifeng e Dengfeng, antiche capitali del primo impero cinese, proseguendo verso sud si trova Shaolin e il suo tempio sacro.

Pagata la vecchietta si arrivava subito all’estremità est del villaggio. Attraversavamo un cumulo di detriti, impossibili da smaltire. O almeno così pensavo. Erano un rimasuglio di una qualche costruzione abbattuta nelle vicinanze, ormai non più visibile. Probabilmente dietro la stazione della polizia locale che era proprio lì davanti. Sicuramente la più fallimentare stazione di polizia dell’intero continente asiatico. Era proprio lì. La polizia locale l’aveva però decorata di semplice eleganza primordiale. Quindi sebbene fosse la più fallimentare, era anche uno dei più spensierati commissariati del mondo. Si poteva quasi pescare da dentro gli uffici. Bastava lanciare la lenza e abboccavano pesci, pescatori e surfisti con un grande “WAAA”.

Superata la polizia, con il suo grande stemma rosso a cinque stelle gialle, badando bene a non svegliare i poliziotti che riposavano buttati su alcune panche messe alla buona in giardino, e senza distrarre quei due che si mostravano impegnati in operazioni inintellegibili e delicatissime, si raggiungeva un piccolo cancello.

Ecco, al cancello invece bisognava fermarsi, perché sorvegliato da un soldato con tanto di fucile e cappellino militare come quello che si compra sulle bancarelle di tutto il mondo. Al Panjiayuan di Pechino (un mercato famoso) ce ne sono quanti ne vuoi, per la modica somma di trenta renminbi e ce ne sono anche a Portaportese.

Vi era affisso un cartello con su scritto “zona militare vietato il passaggio bla bla bla”.

Tutti annuivano, si grattavano la testa e poi passavano indifferenti.

“Ma com’è possibile che sia vietato il passaggio qui?”

“dice zona militare!”

“Zona militare della minchia, noi dobbiamo surfare! Basta con questa militarizzazione del mondo, basta con queste guerre, ma perché non danno un bel cannone d’erba ai soldati invece dei loro cannoni a lunga gittata? Perché non dotarli di un bel Gun (Tavola adatta alle onde giganti) invece di dare loro pistole e proiettili? Questo mondo va veramente all’incontrario, veramente all’incontrario! Combattere la guerra con la guerra, il militarismo con il militarismo! Puaff!”

Questi erano pressapoco i dialoghi che si facevamo ogni qual volta superavamo il cancello militare e guardavamo in faccia i soldati e le loro divise ridicole. Subito dopo tornavamo nuovamente ammantati dalla natura e dal mare. Si fottano i panzer, si fotta la guerra!

Perlopiù bastava essere disinvolti, essere cordiali, magari scambiare quattro chiacchiere con il soldato di turno, offrirgli un pacchetto di sigarette e solitamente la via era libera. Dargli considerazione e importanza. Era anche lui un giovane, probabilmente pensava alla sua ragazza, non aveva la minima intenzione di fare il piantone a un dannato cancello attraversato solo da surfisti capelloni scalzi. E magari sapeva pure che la sua lei lo tradiva con il suo migliore amico. O magari invece no, era un soldato perfettamente a suo agio e sentiva quella mansione, il suo ruolo, come fondamentale nell’ordine del Paese, della Nazione; nell’ordine delle cose. O che onore e che gioia delle madri e dei padri il giorno in cui aveva fatto il giuramento! Che onore essere un soldato in un mondo di guerre! Così come un becchino.

Il sentiero all’inizio tortuoso si faceva un po’ più largo, stiracchiandosi tra l’oceano, a sinistra, e una parete rocciosa e la natura, a destra. Bisognava praticamente girare attorno al promontorio che giaceva alle notre spalle. Quando bazzicavamo le viuzze e la spiaggia dell’Imperatrice, la mia casa, il Nanuna e il nostro palazzo con la terrazza astronomica, eravamo dall’altro lato del monte.

Qui, lungo il sentiero, il profumo della vegetazione era più intenso. Ogni volta mi ricordava gli odori, i profumi, gli aromi del nostro amato Mediterraneo. In particolare quelli della nostra terra di Sardegna. Con il suo mare ruggente, il maestrale e il mirto. Le dune di Piscinas, i suoi guadi, il suoi degradi. La sua semplicità. Amavo e amo la Sardegna, terra selvaggia e pura. Antica. La mia prima vera boccata di vita forse fu proprio là, durante una delle vacanze in famiglia, nell’Italia degli anni Ottanta, nell’Italia estiva, quella dei Righeira, di Gerry Calà e del sapore di mare. Quella degli italiani più felici, perché più innocenti. Più spensierati. Quando si aveva meno e si pretendeva meno. Si sognava di più . Oggi, chiudiamo i pugni e sbattendoli sui tavoli, sui professori e sul rispetto. Oggi, non si trovano più gli stessi i profumi. Così prendo lo zippo e accendo la mia malinconia.

Ma su quel francescano viottolo hainanese bastava, invece, chiudere gli occhi e, magicamente, eravamo a casa. A dodicimila chilometri di distanza. Ai tempi dell’università poi andavo spesso vicino Masua, Buggerru o Alghero. Sulla costa ovest sarda, dove soffia forte il maestrale. Oristano si diceva fosse troppo aggressivo, surfisticamente parlando. Troppo localismo. Si diceva. Non l’ho mai appurato. Credetti a una menzogna popolare, una diceria, pur di non affrontare le sue onde granitiche. Oggi ci andrei e so che sarebbe splendido. Ma da giovane ne avevo paura. Che brutta cosa la paura!

Amavo passeggiare, tavola sotto braccio in quella natura incontaminata, lungo quel viottolo sperduto nel profondo sud. Vento e mare ruggente. E quell’odore! Quell’odore dell’aria inconfondibile che mi aveva seguito sino in Oriente. Seguivo la strada che mi si presentava davanti quasi a naso e a orecchio. Seguivo i profumi e i suoni delle onde sulle rocce affioranti. Alcuni granchi, incauti, correvano al passare degli umani, per nascondersi tra gli scogli. La stradicciola serpeggiava tra massi enormi e qualche seminascosto rifugio militare. C’era un bunker. Ma shhhhhhhhhhh! Non si può dire. Al suo interno un odore nauseabondo ci impediva l’ingresso. Come se alcuni cadaveri giacessero là da tempo, aspettando nell’oscurità dei misteri della Cina Popolare.

Camminando lungo il sentiero, mi sentivo un uomo nuovo a ogni passo. Morto a me stesso, e vagavo come se il tempo si fosse inceppato, dimentico del fatto che dovesse continuare a scorrere.

Dietro una roccia enorme, alcuni pescatori avevano creato la propria dimora. Quando parlo di casa, non intendo quelle che possiamo vedere noi oggi in città. Quelle in cui siamo stretti tra pareti e tra lastre di materialità. Lì tutto era spirituale. Era facile sorvolare sopra qualche bruttura architetturale. Quella era la dimora di alcuni pescatori eremiti. Immancabili le mutande stese ad asciugare vicino a foglie di lattuga. Si potevano vedere una molletta, una mutanda, una molletta, una lattuga. Interessante composizione.

E la più bella onda dell’isola si strotolava, come una sottana di seta, sulla lasciva superficie dell’oceano, solo a pochi metri da quelle mollette. Era potente e dentata. Sicura di sé , permissiva e pericolosa. Come i reef indonesiani, distanti soltanto poche ore d’areo a sud.

Quell’onda poteva essere una delle più splendide esperienze della nostra vita. E lo è stata.

Una parete tubante e cristallina si apriva a pochi metri dalla spiaggia rocciosa, liberando entusiasmo incontrollabile in chi era pronto ad incontrarla senza paura, a cavalcarla, a prenderla a due braccia. Ad accettarla così com’era.

Si poteva vedere la gioia che sprizzava dall’onda quando le si remava incontro e ci si incuneava dentro con un duckdive (tecnica che serve per lasciarsi passare sopra l’onda in arrivo senza venirne schiacciati).

Per lei era un gioco quello di risvegliare la roccia e la barriera corallina sottostante, impatto dopo impatto d’acqua sull’acqua. Come le donne delle isole del Pacifico, che suonano la superficie del mare, creando melodie e canzoni ancestrali.

Quell’onda era da sempre stata là. Era il Michelangelo del mare. Scolpiva la pietra liberandola dall’esser pietra, donandole nuova forma e nuova inclinazione, nei secoli. E tutto per la felicità di quei pochi fortunati surfisti che ne potevano godere.

Ed era tutta nostra!

Avventurieri del Dharma anche noi in un parco giochi rinfrescante e rinvigorente, a portata di mano. Basta solo concederci di cedere qualche certezza, abbracciando le possibilità dell’andare, e farlo. Tutto così incredibilmente semplice, mistico. Indipendentemente dall’isola in cui si viva c’è sempre un’onda così che ti aspetta.

I giorni si alternavano lentamente.

Io e Sanwa avevamo oramai deciso di iniziare i lavori. E quanto prima. Dovevamo aspettare che il camion ci portasse il nostro ordine di bambù. Centinaia di canne da scaricare e portare su per le scale, a mano. Una ad una. Per cominciare a costruire il nostro nido delle aquile.

Sange era sicuro che nel giro di una settimana avremmo visto arrivare tutto il necessario, quindi potevamo dedicarci alle nostre attività principali: vivere più a pieno possibile, scrivere, suonare, fare qualche lezione di surf. Lentamente.

Da non molto era arrivato in paese un tipo enigmatico.

Un musicista rasta di Chengdu. La stessa città del Sichuan da cui proveniva Sange. Quando mi venne presentato Lao Li, questo era suo nome, portava un berretto rosso calzato stretto sulla testa e un paio di occhiali con le staghette verde pisello. Un sorriso stampato in faccia. Era un vero Rasta, perennemente nel mondo di Jah. Secco, leggermente incurvato in avanti, ma questo si poteva notare solamente se lo si osservava attentamente. E lui sapeva sempre quando era osservato.

Lao Li era un tipo saggio, cresciuto sulla strada tra mille difficoltà. Eppure si era fatto da solo, era diventato rispettabile. Tutti gli volevano bene, aveva sempre il sorriso ed emanava un’attenta positività.

Nella sua città aveva un live club, in cui tutte le band più in voga del momento, da tutte le parti del sud-ovest della Cina, andavano a esibirsi, e dove le jam session duravano tutta la notte fino al mattino. Il locale si chiamava Jiaba, anche per assonanza con Jah, termine utilizzato nel rastafarianesimo per indicare Dio.

Un Dio buono, come dovrebbe essere, dagli occhi rossi, rilassato.

Il Jiaba era un luogo di ritrovo di hippies, di vagabondi e di anime inquiete della notte cinese. Nel Jiaba potevi veramente incontrare di tutto. E ci circolava di tutto. Tutti i tipi di sostanze stupefacenti, tutte persone stupefacenti.

Potevi riconoscere in alcuni un alone opaco, in altri quasi un luccichìo delicato. Altri ancora erano come una voragine buia. Non emanavano luce, la risucchiavano. Come se la loro energia fosse bloccata e rinchiusa all’interno di una bolla. Intrappolati da tutti i pensieri negativi degli uomini della terra. Forse erano demoni alla ricerca di qualche preda in un’ennesima notte asiatica allo sbando?

Al Jiaba (che in cinese vuol dire anche “FamigliaPub” oltre che “pub di Jah”) tutti potevano riuscire a scrollarsi di dosso, almeno momentaneamente, tutta la magia nera che aleggiava nell’aria di quel Paese dannato. Era un posto per diseredati sociali e per combattenti del Dharma. Alcuni erano esseri consapevoli, altri meno, altri ingenui. Alcuni erano destinati a una brutta fine, gridando nelle fogne di una città che uccide inesorabilmente tutti gli spiriti deboli. Avevano la morte che gli camminava dietro, si nascondeva dietro gli alberi, di fronte al fiume Funan, proprio di fronte all’entrata. Là dove si fermavano anche i bikers. E non era veduta.

C’erano molte Harley e molte Jialing, una marca di moto cinese, divenuta iconica tra i più giovani e i ribelli del Paese. Sì, quella moto sapeva il fatto suo, tutta cromata. Uno spettacolo. Facile da cavalcare.

Anche Lao Li era al corrente dell’alone opaco che inglobava le anime di città, di quella città e di tutte quelle città dove il dio denaro prevale sul dio-vita. Così anche lui aveva deciso di abbandonare la metropoli, e continuare la sua ricerca, il suo percorso verso la tanto anelata libertà, verso la pura gioia di vivere pienamente. Questa gioia, su questo eravamo d’accordo, solo la natura può donarla. Le più grandi vette, la campagna silenziosa, il deserto, la steppa e, ovviamente, il mare.

E noi tutti dovremmo tornare al mare! Dovremmo guardare il mare! Dovremmo tornare a navigare! A viaggiare sulle sue acque. E dovremmo eliminare il termine turismo dai nostri vocabolari. Il turismo ha ucciso le culture, assottigliato l’empatia dei popoli. Non c’è cosa più nauseabonda di un turista, homo insipidens, che passa graffiando i luoghi con la sua noncuranza, tracotanza e cecità da pagatore di biglietti. Morti-viaggiatori!

E Lao Li aveva capito tutto, e aveva portato con sé la famiglia, la moglie e il figlio MuMu, un violento monello, cresciuto a boccate di smog e a morsi di cibo contaminato. Un piccoletto di cinque anni sempre rasato come un piccolo bodhisattva, e sempre arrabbiato come una Essesse. Parlava con un accento fortemente sichuanese che spesso dovevano tradurmi in mandarino. Non capivo quello diceva.

Deeee Luuu Faa shushu” (Zio De Lu Fa, così mi chiamava). Era così comico.

Mi voleva bene Mu Mu, e così io a lui.

La loro casa Lao li la fece blu. Di un blu intenso come il cielo. E ogni sera potevamo prendere gli strumenti musicali che aveva portato con sé dal continente e cominciavano jam infinite, sino a che non ci reggevamo quasi più in piedi. Passavamo dal blues al reggae al rock, intentando, creando una musica nuova e singolare. Un simil reggae-blues-surf-rock tra ispirazione taoistica e pragmatismo occidentale. Eravamo taoisti del beat. Nulla sapevamo, nulla volevamo, nulla pretendevamo, ci aprivamo solo a quello che d’immensamente impensabile poteva succedere giorno dopo giorno, istante dopo istante, in quella non-dimensione. Inventavamo nella semplicità più estrema, dimenandoci nella più imbarazzante felicità e goliardia. Fumavamo erba dalla mattina alla sera e se non lo si poteva fare per una qualche ragione, o perché non c’era più erba, a nessuno interessava. Avevamo l’oceano e la musica e la fantasia. Anche i nostri muri erano semplici. Vuoti. Non parlavano nessuna lingua nota. Erano muri felici di essere muri e di racchiuderci in un ambiente intimo. Erano felici di stare con noi, perché noi eravamo felici di essere lì con loro. Una reciprocità sentimentale con la materia che gli uomini possono e devono riscoprire. Con la materia e con gli oggetti. Nostri spazi di vita.

Nulla da dire, la casa di Lao Li divenne un secondo e nuovo Jiaba, Jiaba balneare. La spiaggia stava divenendo, finalmente anche in Cina, una via di fuga per chi voleva abbandonare città affumicate di smog e di egoismo.

E ben presto molti volevano venire a suonare, e investigare il tutto, nella nostra blue(s) house.

Davanti al mare.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 4

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

Parte Prima – Capitolo 3.2

“Vieni DeLuFa, andiamo a vedere dentro, c’è tutto un terrazzo che dà verso l’interno, voglio mostrartelo, vorrei sapere cosa ne pensi” disse Sanwa, in tono pacato, invitandomi con le mani a entrare nella porta alle mie spalle.

Lasciammo il pianerottolo, entrando nell’appartamento.

Vi era un salone con una camera e un bagno interno. E poi un grande terrazzo che dominava i palazzi circostanti. Una scala di ferro blu conduceva al superattico. Un terrazzo, il più alto del paese, che dava su tutta la Baia dell’Imperatrice.

Eravamo pronti a esser lanciati in orbita da quella altezza. Da quell’angolo di mondo potevamo controllare il creato, come dal cuore delle piramidi i faraoni. Eravamo connessi. Immobili e fluttuanti. Connessi con tutte le specie animali, con l’anima del mondo. Si poteva vedere, prestando attenzione, un raggio di luce innalzarsi verso il cielo e sparire al di là delle nuvole, su e sempre più su, attraverso la via lattea verso l’infinito, fuori dalla nostra galassia. Quella piattaforma era come una radioricetrasmittente, e noi i navigator che ne governavano il codice. Eravamo in possesso del segreto. Ma non ce ne rendevamo conto, ci guardavamo attorno, entusiasti della visuale e dubbiosi su tutto ciò che era circostanziale.

Poteva andare bene quella location per la nostra attività?

Questo pensavamo. Sentivo di sì.

Senza dubbio nella mente di Sange, i primi pensieri non erano certo le interconnessioni planetarie e galattiche, l’energia che sviluppava la simmetria dell’edificio, la sua posizione energetica in connessione con i nostri poteri extrasensoriali. Lui voleva rientrare quanto prima del capitale investito e far girare la macchina il più velocemente possibile. Return on investment. Cominciare. Ingranare. Contare la grana. Potersi permettere di più. Di più di più.

Comprensibile, ma in un certo qual modo, da quel momento lui aveva anche a che fare con me. Con il suo imprevisto.

Lo guardavo, intendevo, non mi preoccupavo e sorridevo.

Volevo convogliare tutta l’energia possibile e trasferirla nell’etere. Fuorviare il volo degli aeroplani e influenzare quello dei uccelli.

Dal balcone superiore si poteva vedere la baia intera, davanti in prima fila c’erano solo alcune palazzine basse, adibite a piccoli ostelli, a surfhouse, alcune erano abitazioni private. C’era, come detto, anche la mia. La spiaggia, lunga un paio di chilometri, divideva la prima striscia di case da una natura incontaminata, un mare vivo e terribile. La corrente, specialmente durante i giorni di mare grosso, era micidiale. Non poche persone erano state risucchiate e risputate morte dall’Imperatrice, che come tutte le imperatrici cinesi, era vorace e assassina. Cixi non ha mai perdonato, e fa paura anche solo la sua memoria.

Sulla sinistra un masso, enorme, alto forse otto metri, divideva la linea immaginaria delle acque sicure con il mare aperto.

“Ricordo un enorme tifone, non so dire esattamente in che anno, forse ventanni fa… le onde superavano la roccia… erano terrificanti, forse dieci metri o più e noi tremavano al sol pensiero di trovarci a pochi metri dal punto d’urto… ma la mia casa era qui. Noi ne eravamo legati, ancoràti. Niente ci avrebbe staccato da questa spiaggia”. Così un anziano del villaggio, un mezzo uomo di potenza locale, ci raccontava, tra le sue tante storie, nell’afa serale.

In alcuni periodi dell’anno poi, le sere si facevano uggiose. L’umidità entrava come un serpente e s’insinuava ovunque. Bellissimo era allora passeggiare sulla spiaggia con l’oscurità, attraversare la baia fino all’altro lato, fino al buio più totale.

Il vecchio conosceva gli agenti atmosferici, il vento, l’oceano e il volo degli uccelli. Li manipolava quasi fossero oggetti nelle sue tasche. Sapeva curare con l’impressione delle mani malattie e dolori, aveva una conoscenza approfondita del corpo umano, dal punto di vista energetico. Eppure era solo un vecchio, con due cataratte fastidiose e un sorriso sdentato e arrossato. Aveva mangiato troppe binglang in gioventù e ancora ne mangiava. (la binglang è un frutto locale stimolante, energizzante, inebriante che, tradizionalmente, i locali masticano di continuo per succhiarne il succo rossastro. Per questo gli hainanesi hanno denti e lingue rosse e si possono vedere a terra, ovunque, a Sanya o nei paesi, una miriade di macchie rosse. I loro sputi. Miró style.)

Noi spesso ci ritrovavamo vicino a lui per sentirci raccontare storie di spiriti vaganti, leggende popolari, antiche. Nella bonaccia oscura della notte d’oriente.

Sembrava quasi di poter sentire il sospiro, il respiro degl spiriti vagare, lì a pochi passi da noi, nella nebbia. Percepivamo il loro volo sulla sabbia, tra le piante e la macchia bassa, tra lo stramonio e le palme inclinate dal vento.

Il mare qui non ha mai risparmiato la vita a chi ha dovuto strappare alla vita. Bambini innocenti, pronti ad affrontare il proprio destino, si sono abbandonati alle acque della baia e hanno lasciato entrare il sale nei polmoni. Hanno lasciato la corrente entrare nelle coronarie, si sono lasciati alla possenza delle onde, del vento e di quel mare, tra tutti i mari. Hanno navigato i loro spiriti in queste circostanze marine, giù , prima di sentirsi i polmoni totalmente invasi di liquido, e hanno visto con occhi vitrei nel buio dell’acqua notturna la morte. Hanno visto che li guardavamo dal futuro e sono rimasti incastrati, senza poter andar via. Visioni d’altri tempi-luogo, notti stellate d’Oriente, barlumi di stelle da sotto, dal di sotto, dalle profondità del mare.

Compagni di notti scalze

camminando su spiagge tropicali

a Sud, dove il Nord

non ha mai avuto il coraggio d’andare.

Dove la battigia rispende

i raggi lunari incandescenti

nascondono movenze, danze notturne.

Compagni di notti scalze nel Sud,

dove siete andati a finire?

Dove siete andati a finire?

Compagni!

I miei piedi sono ancora scalzi

e il mare ruggisce ancora

al mio tetro passaggio!

“Shhhhhh! Non far rumore! – continuava il vecchio – Se ascolti bene si sente. Shhhhhhh! Non senti? Sì! Sì! Si può sentire, specialmente nelle notti umide d’estate, quando la nebbia si abbassa e ricopre la baia, quando non si vede più la cava di pietra laggiù, si sente ancora a volte vicino, a volte lontano, il grido d’aiuto del fanciullo morto! Non senti? – Aiuto! Aiuto! Aiuto! – E a volte lui ti passa dietro l’orecchio come una leggera brezza nella notte, senza moto. Ti tremano le ossa, se sai di cosa sto parlando… e quel brivido che senti dentro è proprio lui che cerca un po’ di calore, nel tuo sangue!”. Così ci raccontava il vecchio del villaggio, mentre guardava a largo il mare, con occhi vitrei, occhi di cieco. E lui sapeva. Lui conosceva la magia dietro tutto.

Camminava lentamente e dolce tra le viuzze e le serrate scorciatoie tra le casupole del villaggio. Conosceva ogni candela su ogni davanzale e sugli altari. Sapeva ogni icona posta su ogni muro, ogni arbusto e fiore di ogni balcone e ogni angolo di muro. Saltellava agile, seppure avanti con gli anni, come uno sciamano nella foresta. Indirizzava le anime ai funerali, consolava i vivi, ignari del come e del vero dolore. Passavamo nottate, così ad ascoltare. Cercando di carpire i segni e i sensi che lui voleva, e poteva, comunicare.

Era di fisico modesto, corporatura dura, ma sinuosa. Capelli ispidi e radi al centro, occhi chiari, scavati dentro, da molto dentro. Piedi grandi, larghi, lunghi, senza peli, altrimenti avrebbe potuto essere un hobbit. I denti, tutti presenti, erano sempre pronti a mordere il pesce crudo, dal sangue bianco.

Continuavamo il giro di ricognizione all’interno della palazzina.

Lo spazio avantistante la scala, quella che portava al piano di sopra, al superatticissimo terrazzo d’osservazione astronomica, poteva essere utilizzato come pub senza ombra di dubbio. La tettoia era larga abbastanza per coprire il bancone, ma dovevamo allargarla un po’ per l’arrivo dei tifoni, altrimenti si sarebbe bruciata tutta l’apparecchiatura elettrica che avremmo messo sotto. Perché quando diluvia ad Hainan, Dio davvero la manda. E mi vien da sorridere oggi, camminando per la mia Roma, quando due gocce bloccano l’intera città. Due gocce, la città soccombe, e tutti devono comprirsi con gli ombrelli gridando “piove piove!”.

Davanti al bancone c’era spazio sufficiente per almeno sei tavolini e nelle giornate non piovose si potevano montare altrettanti ombrelloni; sulla sinistra, c’era un bel letto in legno, di quelli antichi, che solo sono a Houhai nelle catapecchie dei vecchi coloni pescatori cantonesi. Come quello fuori al pianerottolo e come quello che avevo messo a casa, sul terrazzo. Uno splendido divano letto con dipinto al centro un sole arancione e giallo, e con una serie di piccole onde spumeggianti ai lati. Di letti-meraviglia così se ne potevano ancora trovare, erano certo rimasti pochi, ma qualcuno aveva resistito al depredamento. Molti infatti erano stati acquistati da imprenditori senza scrupoli, pagati due soldi, e poi spediti in containerate nelle grandi città come Pechino, Shanghai, Canton, Hong Kong.

Pensare che i letti dei poveri andavano a finire sotto i culi dei ricchi, magari in un bistrot di design in centro città, dove si pagano migliaia e migliaia di renminbi per saziare la propria sete di vita, fa amaramente sorridere un po’. Fa un po’ rabbia.

Colletti bianchi e manager non capiscono. Non sentono. Ingurgitano. Un tempo sono stati umani, un giorno poi hanno avuto un dubbio e hanno perso il loro barlume di coscienza. Non ce l’hanno fatta a difendere la propria libertà, non ne hanno avuto il coraggio. Hanno ceduto alla mercificazione dell’economia planetaria imperante. O forse avevano un figlio, o magari no, magari ne desideravano uno. O magari avevano una moglie, o magari no, magari ne desideravano una. Avevano un mutuo che gli ha permesso di comprarsi una casa, o magari no, magari desideravano acquistarne una. Così hanno abbandonato l’umanità, convertendosi all’economia… acquistando, poi, i nostri letti in legno, quelli con le assi piene di spiriti degli antichi morti.

“Il non desiderare è il nostro miglior amico, amico mio! Dobbiamo lottare contro l’autodistruzione determinata da questo mondo folle! Dobbiamo proteggere la vita e il pianeta! Cosa c’è di più caro? Non ti è caro forse il nostro pianeta?”.

Questo talvolta andavamo dicendo con Qiuge, uno dei liberati. Uno dei risvegliati che si era convertito al mare e alla semplicità della vita. Era l’uomo più scalzo del paese. Non lo avevo mai visto portare né scarpe, né vestito. Solo boardshorts.

Questi meravigliosi letti, fatti a mano, se ne potevano acquistare per cinquecento renminbi, poco più di cinquanta euro. Veri affaroni se in buone condizioni. Ma di letti con un sole giallo e arancione e le onde srotolantisi ai suoi lati no. Di quelli no, ce n’era solo uno.

“Che ne dici allora, DeLuFa? Che te ne sembra?”

“Sanwa, questo posto è perfetto! – dissi d’istinto entusiasticamente – quando pensi che potremo incominciare? Quando ci mettiamo all’opera?” “Be, man, ma ancora non hai visto i piani di sotto!” rispose col suo solito fare annoiato. “Andiamo giù, ti mostro dove potremmo fare altre stanze. Questo sarà un ostello, non una tua postazione per guardare il mare e l’infinito! Certo, non ci saranno tantissime camere, ma magari ci viene qualche cosa in mente… e poi sei tu l’italiano, il creativo, no? Fatti venire un’idea”, sibilandomi le parole a mo’ di scherzosa sfida.

“Andiamo a dare un’occhiata dai, sicuramente qualcosa ci verrà in mente”.

Certo non avrei voluto tradire le sue aspettative.

Al piano terra conoscemmo il landlord, il proprietario della palazzina.

Un tipo strano. Un misto di uomo della frutta e uomo del ferro. Un venditore di ruggine. Sguardo torvo, denti rossi e sigaretta malconcia, perennemente accesa, anche quando in realtà sembrava spenta. Portava una maglietta bianca a strisce orizzontali arancioni, fitte sulla parte dello stomaco gonfio e diradantesi verso il petto e le spalle.
Questo lo faceva sembrare, data l’enorme pancione, un grande ananas. Anche se, effettivamente, sono conscio del fatto che non sembrasse assolutamente un ananas o almeno non a quelli che siamo abituati a conoscere noi. Le mie solite false attribuzioni nominali!

Il terzo piano invece era molto ampio, un doppio salone e una cucina, tre grandi camere da letto con bagno. C’era un balcone posteriore che dava su un orto retrostante, e su di un cortile interno. E poi palme e modeste palazzine sconclusionate, costruite senza nessun progetto razionalurbanistico. Questa la visuale. Misi le mani sulle anche, piatando bene i piedi a terra, guardando da destra a sinistra, come un uccello curioso. Cercavo qualche verme e mi piaceva farlo.

Le case erano tutte addossate le une alle altre, eppure distanti e distinte quanto bastava. La logica era differente rispetto ai modi di costruire tipici delle nostre città. Spesso i loro muri perimetrali si sfioravano formando angoli di trenta gradi, non toccandosi che per poche manciate di centimetri mal misurati. Solo i bambini, giocando a rincorrersi o a nascondino, potevano infilarsi in quegli interstizi. E poi gridarellando svanivano dietro pile di mattoni e navicelle di foglie di palma.

Canaletti in ogni bordostrada, per raccogliere la copiosa acqua piovana estiva, attendevano la stagione dei monsoni. Creavano solchi, come rughe nel selciato, delimitando proprietà e responsabilità. Mentre la spazzatura urbana riempiva sapientemente gli spazi, come a voler semplicemente donar colore, a mo’ di ornamento. Non c’erano soldi per abbellimenti che non fossero ricavati dal caso o dalla fantasia.

Ovunque vi erano reti di pescatori, reti e corde. Pesci e pesciolini erano incastrati ancora con lo sguardo vitreo di morte, sorpresi dalla luce di mezzogiorno.

I pescatori mettevano a essiccare il pesciolame raccolto, le seppie, i gamberoni, i pesci minuscoli e colorati, all’ingresso delle loro case.

Difficilmente sulle reti se ne vedevano di grandi, Quelli grandi erano più furbi e più lesti. Non si facevano prendere se non da pesci ancora più grandi dell’uomo. Di tutti però brillavano le squame al sole, lanciando segnali luminosi, come specchi mossi per codici morse. Era la loro resistenza estrema, la loro ribellione finale in una sinfonia di luce. Dall’angolo del pianeta Cina più isolato, più selvaggio, chiedevano vendetta. Vendetta di pesci. Vendetta di pesci morti.

“Andiamo a vedere il secondo piano, Sanwa, ho un’idea!” dissi .

Mi seguì senza far domande, solo con un cenno del capo come a dire, fai strada.

Il secondo piano era il mio preferito. Si trovava sotto il livello delle chiome delle palme, era quindi ombreggiato. Più fresco rispetto agli altri piani superiori.

L’idea era di rivestirlo di natura, di farlo fiorire dal di dentro, dargli un’anima. E l’anima risiede nella natura.

“Vedi Sange, qui potremmo fare una bella parete lunga, da qui a lì, fino a quello spigolo. Quanto saranno? Cinque metri? E poi ne potremmo fare un’altra ancora nella prossima sala, sempre sulla destra. Lì, vedi? Dopo la stanza centrale. Così possiamo ricavare altre due stanze dormitorio. Da questi due locali vuoti, inutilizzabili. Che ne dici? Potrebbero uscire fuori almeno altri dieci letti, magari mettiamo quelli a castello…”

“Be l’idea di ottimizzare gli spazi mi piace. E come vorresti farli questi muri scusa?” mi chiese meno assonnato.

“In bambù!”

“In bambù? Che cosa vuol dire in bambù? Che sei pazzo?”

“No, non lo sono. Scusa tu hai mai visto un locale interno fatto di pareti in bambù? Comunque qui ad Hainan, non ne ho ancora visti! Che ci vorrà mai, facciamoceli da soli!”

“Noi? Con questo caldo? Con quaranta gradi?” rispose Sanwa sorpreso ed eccitato.

“Sì, facciamolo noi! Lavoreremo qualche settimana, certo sarà un po’ faticoso, ma alla fine avremo trasferito una parte di noi al palazzo. La gente se ne accorgerà, lo avremo fatto noi, non comprato o acquistato. Ma lo avremo creato noi! A me me gusta a me me gusta!”.

Era un lavoraccio e questo lo sapeva. Ma dato l’entusiasmo, ero invece molto meno incline a percepire la fatica e la difficoltà pratica del progetto. Mi esaltava l’idea di lavorare con le mani il bambù. A Roma non capita tutti i giorni di poterlo fare. Non c’è bambù né ci sono mani interessate a lavorarlo.

“Non so, fammici pensare, bisogna anche calcolare quanto bambù ci vorrebbe e il suo costo. Certo verrebbe molto hawaiian style, molto surfy, molto hippie, sicuro! Come piace a te!” , rispose Sanwa.

“Esattamente! Potremmo riempire poi le pareti di foto, posters e immagini tropicali, di onde, di donne in bikini. Qui vedi mettiamo un bel poster di Jimi Hendrix o dei Grateful Dead, magari di Aoxomoxoa. The Endless Summer! Per forza! Devono stare qui, proprio qui!”.

“Fammici pensare. Per le foto non ci sono problemai, né fretta, ormai si trova tutto su internet – disse accendendosi una nuova sigaretta – . Sappi però che al piano di sotto la famiglia dei proprietari rimane. Non andranno via a breve, questo è quel che mi ha detto il capo. Secondo me non andranno via mai, a meno che non glielo compriamo il palazzo. Ma al momento la vedo difficile…”

“Già. Sai che figata se potessimo prendere anche il piano terra con il giardinetto posteriore? Mega sala relax, bar, surfshop, sala da tè, divanetti di canapa per fumatori di canapa, in serate di canapa, in un mondo tutto canapa-friendly.”

“La famiglia rimane, non vogliono andare via, questa è casa loro. Almeno per ora.” rispose Sanwa senza emozione. L’idea del surf shop gli piaceva però.

Avremmo avuto quindi i tre piani superiori della palazzina, al piano terra rimaneva la famiglia del proprietario. I bambini, sempre tranquilli e sorridenti, spuntavano come funghi, erano indecifrabilmente tanti, ma per fortuna tranquilli. Avevano a disposizione forse troppo ossigeno e soffrivano troppo il caldo. Qualcuno all’interno spesso imbracciava una chitarrina tipo ukulele che non sapeva suonar ancora bene.

Al piano terra, fuori il loro ingresso di casa vi erano sempre un paio di biciclette rotte. Sempre pronte a essere usate. Non sapendo di essere ormai inutilizzabili, languivano tristemente fuori. E poi c’era fumo, tanto fumo che proveniva dalla finestra della cucina. Non sembravano poterci essere conflittualità, anzi, era un viver sereno e quieto. Vita-ukulele. Una vita scandita al suono di un ukulele poteva mai suonare diversamente?

Le donne mi davano l’impressione che non gliene fregasse nulla di nulla. Se non erano impegnate a riposare, appoggiate un po’ qua un po’ là nei cortili, la siesta durante le ore di caldo era intoccabile, se non riposavano quindi, erano in cucina e lavoravano occhieggiando distrattamente quando passavamo, come a dire “Ma che vuò?”. Sorridevano sempre però. La loro attività principale, quasi regale, era lo spennar-polli. Noi arrivavano sempre precisi precisi, neanche lo facessimo apposta, al momento giusto per vedere l’ennesimo pollo venire spennato.

Un’altra cosa che mi colpiva incredibilmente era la pulizia interna delle loro case. Nonostante fuori ci fosse strada battuta, non asfaltata, e quindi, quasi sempre, fangosa. Sì, perché le lor signore avevano l’usanza di gettare secchiate e secchiate d’acqua in strada, ma sebbene questo, l’interno delle case, incluso il patio esterno, era sempre assolutamente luccicante. Lindo. Cristallino.

Era come se il vento non avesse autorizzazione a superare il confine natura-uomo e, benché meno, avesse il permesso di gettare granelli di polvere o di sabbia oltre quel confine immaginario, nelle loro case. Mi sono sempre chiesto come facessero a intimidire il vento. Non le vedevo mai piegate a spazzare o a stracciare il pavimento. Il vento doveva quindi aver paura di loro. Non potevano esserci altre spiegazioni logiche, non in quel luogo-non-luogo. Non a Houhai.

Toc Toc.

Qualche giorno più tardi Sanwa bussò alla mia porta di casa.

Aveva chiesto in giro circa il bambù. Era molto cinese in queste cose. Veloce, combattivo, “spietato”. Sapeva già prezzi, costi vari, trasporto, tempistiche. Tutto. Tutto combaciava con le sue idee di costi e tempi.

Hainan, d’altronde, isola tropicale, aveva bambù a carovanate. Non ne mancava di certo. Il trasporto, aveva scoperto, era veramente economico e veloce.

Ci guardammo un attimo dopo aver parlato e prendemmo la decisione di metterci all’opera, bevendo un tè .

Bambù ovunque: muri di bambù, bagni in bambù, bambù di bambù, letti ricoperti di bambù, paratie di bambù, bottiglie di bambù, porte vetrate di bambù, porte blindate difese da superfici di bambù .

Sognavo.

Lo avremmo dovuto fare così. Un romano in un paesino sperduto di mille anime pescatrici, palme ovunque, cielo azzurro, nuvole pesanti e gonfie di potenza celeste. Il vento doveva incanalarsi nelle canne di bambù che noi, come degli organisti, avremmo dovuto suonare. Quindi bambù a go-go. Concerti vermigli di bambù, come se non ci fosse un domani, in bambùlandia.

Volendo, potevo però concedere qua e là un po’ di legno a Sanwa. “Va bene, Sange, non c’è problema potrai avere il tuo bancone in legno. Certo… qualora dovessi cambiare idea, potremo sempre farlo in…”

“Bambù!” disse lui ridendo.

“Esattamente. In bambù.”

“Haha sei proprio matto tu” sono sicuro pensasse questo di me, a dire il vero lo pensavo anche io e lo pensavano anche gli altri. Forse anche tu che stai leggendo ora questo libro finalmente edito. A proposito in che anno siamo? Duemiladiciassette, Duemiladiciotto? Duemilaottantuno?

Volevo semplicemente cercar di dare l’impressione a noi tutti, che vivevamo là, e ai visitatori, di trovarsi in una foresta. Di trovarsi all’aperto anche quando erano al chiuso, nei dormitori del secondo piano, sdraiati sui letti.

Jungla. Foresta.

Sono sempre più convinto che l’uomo abbia ormai bisogno della jungla, della foresta. Che abbia sempre più bisogno di respirare l’umido del terreno e sporcarsi di humus e di foglie putrefatte. Che debba sentire il profumo del decomposto, l’incenso della resurrezione. Non si corre infatti pericoli se si abbandona tutto il resto. Non si possiede più nulla. Neanche più un’identità. Ma che c’entra questo con il bambù? C’entra. Il bambù c’entra sempre.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca – Parte Prima – Capitolo 3.2  

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube uno ad uno.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1