Parte Prima – Capitolo 2.2

Come al solito non si portavano mai scarpe. Eppure le riponevo sempre belle, in linea, sopra la scarpiera che doveva immancabilmente esserci. Scarpe pronte all’uso, in un paese dove non se ne usano molte. Eppure loro sempre pronte, lì sulla sinistra della scala. La scala di casa era bellissima, ripida e liscia, di finto marmo color sabbia. Sempre insabbiata, qualora le linee sabbiose del marmo non bastassero a dar l’idea di continuità sabbiosa dalla spiaggia al mio uscio.

I bambini, poi, amavano venirmi a trovare. Non capisco come, a dei bambini, possa balenare l’idea di venirmi a trovare e farmi delle smancerie. A volte certo mi lusingava e a loro volevo bene, così come ne volevo a Sanwa, a Steven, agli altri di cui ancora non vi ho parlato. Forse i bambini lo avvertivano e per questo cicloneggiavano dentro casa mia. Volevo bene anche alla strega. Quella a cui non ho mai portato la frutta. Ma parlavo della sabbia.

Incredibilmente sono sempre stato un tipo con il piede anti-sabbia. Me ne accorsi subito vivendo tutto il giorno in spiaggia e tornando su quelle scale color sabbia, e camminando in una casa decisamente non contraria alla presenza di sabbia. Sabbia ovunque, tutto era una duna continua, fino all’uscio. Dopodiché, la sabbia svaniva. Come se i peli dei miei piedi avessero la capacità di distogliere la sabbia dall’idea di cadere, a fine percorso, dentro casa. Una sabbia educata. Lei si faceva convincere a distaccarsi da me al momento opportuno, mai casuale. Nulla è lasciato al caso. La quasi totalià dei granelli preferiva rimanere sulla spiaggia piuttosto che essere sparpagliata e dispersa lungo la strada. Avrei spesso dovuto seguire il consiglio dei peli dei miei piedi e dei granelli, e parlare con gli elementi, che ne sanno più di me, sicuramente.
Comunque non avevo mai avuto una casa tanto ampia e luminosa. Erano quasi duecento metri quadri di pura psichedelia e libertà. Intendiamoci, non che io ne abbia cercata intenzionalmente una cos ìgrande. A dire poi “dueeeceeeentttooo meeettri quuuaaddri” ti si riempie quasi la bocca. Ci vuole troppo a dirlo. Non la volevo, ci trovammo. E subito diventò la nostra privata comune nel paese delle meraviglie.

Alice non c’era né venne mai, ma il bianconiglio correva spensierato nel corridoio, non dovendo rincorrere di proposito nessuno. Una corsa libera da compiti specifici, senza orologi. Vi erano due saloni con cucina e quattro camere da letto con quattro bagni in camera più un mega balcone e tutto questo a soli cinque metri dall’oceano, che sembrava quasi entrare dalla finestra al mattino per dire “buongiorno! Questo è ancora un altro bellissimo giorno nel paradiso del surf cinese e nel cosmo della tua mente, giovanotto! Ora caffè!”.

Uscivo tutte le mattine e pagaiavo da una parte all’altra della baia, con la mia tavola. Qualche chilometro in scioltezza per risvegliare il corpo addormentato. Canottiere estremo di flussi d’energia. Flussi energetici dentro la materia solida, materia pulsante, irraggiante. L’ho sempre vista così quest’energia, liquida e luminosa, sciolta dentro l’acqua del mare su cui scivolavo.

Vicino la mia porta di casa vi erano un paio di alberghetti, tutti gestiti da amici. E lì potevamo prendere in prestito kayak o longboard, ma avreste potuto prendere quello volevate. Un tavolo d’architetto? Perché non un contrabasso? Cosa volete surfare oggi? Quale oggetto volete usare oggi per scivolare sul tutto? A voi la scelta, è tuo.

Importante era solo individuare i canali, i canali energetici. Così si fa, me lo hanno insegnato gli alberi e confermato le onde. Non è roba mia, nulla di quel che abbiamo è veramente nostro.

Finito il training mattutino tornavo a casa per una ricca colazione a base di frutta tropicale. Dalla cucina c’era una graziosa vista sul mini albergo vicino, blu e bianco, su degli alberi di mango, e su di una goffissima palma che, quando soffiava forte il vento da nordest, curvandosi, tendeva a coprirmi la visuale sullo spot principe della baia. Che diamine!

I surfisti locali erano pochi, ma tutti concordavano nel chiamare quello spot, davanti casa Xiaojin (leggi siaogin). Era il nome della dolce e incazzosa ragazza del solito Sanwa. Lui era un piccolo boss qui a Houhai, o così avrebbe voluto, ma tutti lo conoscevano. Era già un buon inizio. In realtà non è che ci volesse molto, il paese in tutto contava circa milleduecento anime. Più quelle dei cani e dei topi. Dei tantissimi topi che amoreggiavano, specialmente di notte, lungo i crocicchi e dentro i canali bordo strada, sempre pieni di ogni zozzeria: pacchetti di patatine, sigarette, bottiglie, frutta, verdura. Non ho mai visto un preservativo ora che ci penso, cosa abbastanza comune invece a Roma. Quando ero un pischello e correvo per i prati seguendo una palla ci imbattevamo spesso in preservativi usati e siringhe. Altre storiee. Eppure sono certo che qualcuno praticava il sesso sicuro anche a Houhai. Non i topi.

Nella mia casa si nascondevano cose. Ne sono sicuro. Vi erano cose nei muri della costruzione. Forse erano occhi.

Quella era la mia casa, casa-occhiopsichedelico, rifugio e stimolo della notte. Non si poteva dormire troppo in una casa piena di occhi pronti e fissi a guardarti. Bisognava quindi sballarsi e lo facevamo spesso fuori, la parte più bella sicuramente, era un grande terrazzo. Ampio largo, larghissimo.

Il proprietario era un vecchio pescatore originario del Guangdong. Parlava con un tono altissimo tanto che decidemmo di soprannominarlo Pavarotti. Aveva effettivamente non solo un tono altisonante, ma anche una profondità notevole. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vecchio Luciano. Chissà. Forse lo avrebbe accoppato. Era comunque un vecchio simpaticone il sig. Li, così si chiamava, Li, come quasi tutti i cinesi che non si chiamano altrimenti. Gli altri se non sono Wang, almeno sono Zhang.

Sotto la nostra casa-occhiopsichedelico abitava lui, con tutta la famiglia. Inclusa una figlia innamorata persa di me. Ogni volta che passavo diventava sensibilmente rossa e abbassava lo sguardo a volte a terra a volte sui miei pantaloni.

Anche Fratello Li aveva, come Sanwa ai tempi di Chengdu, una bisca. Certo la sua, chiamarla bisca, forse è un parolone. Erano un paio di tavoli, uno con la roulette incorporata, un paio di frigoriferi per la vendita delle bibite e degli alcolici e qualche sedia buttata un po’ qua un po’ là. Fatto sta che ogni giorno, fino a tardi, i locali si ritrovavano da lui per scommettere e giocare a Majiang. Un gioco amatissimo dai cinesi, specialmente quelli del sud. Urlavano si sbracciavano fumando pacchetti su pacchetti di sigarette e sorseggiando qualunque cosa. Una vera pacchia di vita senza ombra di dubbio. Almeno se riesci a viverla fino in fondo.

Il nostro terrazzo era esattamente sopra la bisca. Quindi eravamo al corrente di ogni arrivo e di ogni partenza, di ogni mano, di ogni vincita e di ogni sconfitta.

E io adoravo questo spazio, il terrazzo. Avevo montato una bellissima amaca, comprata su Taobao, l’Amazon cinese. Blu a strisce azzurre. Comodissima. Quando ci si era sdraiati sopra sembrava di dondolare sul mare e sulle sue correnti. La posizione era perfetta, il vento là rinfrescava tutto l’anno. Quante notti al buio più totale passate ad ascoltare solamente il suono delle onde dondolando su quell’amaca! Di sottofondo ci raccontavano ninnananne non finite, in linguaggi incomprensibili, e non perchè il mio cinese non fosse buono. Lo masticavo terribilmente bene, cos ìcome lo amavo visceralmente. Tanto che i cinesi spesso pensavano io stesso fossi cinese. Venivo tradito solo dai miei grandi occhi.

Lì, le onde parlavano a giorni alterni e quando lo facevano era per lo più in cantonese, vietnamita e portoghese.

Il pavimento del terrazzo lo avevo fatto di un verde intenso, non chiaro e non scuro, che si illuminava quando pioveva. L’acqua sembrava riflettere tonalità violacee. A volta gialle. Chissà da dove proveniva il viola ripensandoci.

Fiori agli angoli e piante rampicanti che abbracciavano le balaustre. Ecco il nostro paradiso casalingo! Quando non volevamo stare fuori fuori, potevamo stare fuori dentro.

Quando mi affacciavo vi era un inspiegabile via vai di persone indaffarate, di tuc tuc motorizzati che sfrecciavano con roboanti marmitte fuoriditesta. Ce n’era uno, un guidatore di tuc tuc, un giovane coi denti rossi, sempre sorridente e sempre con lo sguardo assente, perso nel vuoto, come se ti guardasse sempre la ghiandola pineale, oltre la linea degli occhi. Lui, lui aveva il più micidiale impianto stereo mai montato su qualunque tuc tuc di tutta l’Asia! Lo sapeva, e per questo era anche molto ambito dalle donne del posto. Uomo panzuto e felice, tuc tuc possidente, con impianto stereo campione di potenza, offresi per procreazione o semplici sveltine occasionali.

Questo lui diceva correndo per il paese a velocità ridicolmente lente. Eppure era anche lui un genio. A suo modo. Ne sono convinto.

E poi c’era tutta questa massa di gente che sguizzava via. Il paese era piccolo, vi erano pochi umani, ma in fin dei conti, era tutto proporzionato. Così sembravano in molti a camminare su e giù. Mi ero sicuramente disabituato alle masse mostruose degli strusci pechinesi o di città. Anche Via del Corso il sabato pomeriggio non scherzava negli anni Novanta quando andavamo da Energie a comprare cose di tendenza. Allora avevamo le lire. Oggi di lira c’è rimasto solo lo strumento.

Comunque sia, dall’alto della mia terrazza, a mo’ di Truman Show, ero al centro dell’attenzione di tutto il villaggio. Erano tutti rigorosamente incuriositi da questo Laowai (così chiamano gli stranieri in Cina). Ero sicuramente famoso tra di loro, ma come si fa ad essere famosi e non saperlo? Di Rodriguez ce n’è solo uno. Bene, a Houhai era ed è invece possibile.

Immaginate voi di vivere di un paesino sperduto del sud, magari nella nostra splendida Sicilia e vedersi arrivare un maori che si trasferisce sorridente. Non solo. Immaginate altres ìche questo maori parli un perfetto italiano e anche alcune parole di dialetto siciliano. Cosa penserebbero gli abitanti di Acitrezza? Ecco io per loro ero quel Maori. ero questo ai loro occhi. Un maori, un maori selvaggio, un assassino forse, uno che era scappato o che nascondeva chissà cosa. Ero un tipo misterioso, da cui diffidare o da spolpare se possibile. Ma pur sempre un maori con il sorriso e non mi avrebbero mai fatto del male. Ricordo le parole di Terzani “quando ti puntano un fucile contro, tu ridi!”. Non si spara a un uomo felice.

Anche loro, i villeggianti, se non erano persi con lo sguardo nel vuoto, forse per i fumi dell’oppio, erano molto sorridenti. Avevano un bel sorriso stampato davanti e un lungo pugnale di dietro, lungo la schiena. Erano gli ignari figli della grande scimmia madre.

Ed io amavo far loro ascoltare Woodstock, Bob (Marley) o Aoxomoxoa dei Grateful Dead a tutto volume. Li vedevi allora subito occhieggiare da sotto incuriositi. Ma anche i semplici rumori stimolavano la loro curiosità. Gli idiomi misteriosi che talvolta sentivano provenire dal mio terrazzo li affascinavano poi oltre modo.

Niente, non c’era niente da fare con quel primo piano di quella casa sul lungomare ovest. La casa del pazzo Fratello Li, tanto pazzo da averla affittata a quel tipo capellone e strano.

“Da da dove hai detto che viene?” chiedeva il primo

“Non ne ho idea” rispondeva il secondo

“Sembra dall’Italia” affermava intellettuale il terzo.

“Oooooooo!” rantolava il quarto.

“Affittare propria casa a un italiano!” asseriva un quinto.

E gli italiani si sa, sono tutti mafiosi col mandolino in mano. Io avevo una Martin da viaggio.

Mi sconcertava, prendendo un taxi a Sanya, città non lontana dal villaggio, o ai miei tempi di studio a Pechino, come gli autisti non conoscessero neanche la posizione del nostro Paese-Italia. Qualcuno domandava insicuro “Dov’è? È in Europa, o no?”. Qualcun’altro s’insinuava in discorsi complicati “Sì, certo, la patria di Giulio Cesare che aveva combattuto contro Napoleone!”

“Italia? Veramente!! Altobelli!! Maldini!! Totti!!” gridava con sguardo estasiato qualcun’altro ancora, agitando il pugno destro dopo aver inserito la terza marcia, mentre imboccavamo a tutta birra il terzo anello, per tornare al quartiere universitario, Haidian. Questo o poco più è quello che sapevano di noi. Peccato per la FIAT e per Michelangelo!

Dalla finestra della mia stanza, quella grande che dava sul terrazzo, si intravedeva un palazzo, da sempre sfitto. Disabitato, alto quattro piani. Solo, là che aspettava e là ancora aspetta forse il mio ritorno. Tutti i giorni al mattino gli lanciavo un’occhiata e lui apriva le sue finestre azzurre come a salutare ogni risveglio, ogni siesta pomeridiana, ogni placida notte. Sembrava quasi vivere di vita propria, ancora lo ricordo con un alone, non alcolico, un alone di luce. Si stagliava. E non è detto che tutti i palazzi sappiano stagliarsi, ma quello sì, si stagliava. Forse perché  la luna ai tropici illumina tutto con potenza. Abbaglia e i mattoni degli edifici ne traggono giovamento. Serotonina strutturale. Stessa luna, stesso cielo.

Ci vogliono talvolta però occhi nuovi per percepirne differenti intensità e sfumature di luce, in questo mondo che è prepotentemente fatto di sola ombra.

LuLu e MiaoMiao erano i miei due coinquilini. Si erano letteralmente conosciuti sulla mia terrazza e si erano innamorati di un amore tenero, in una notte d’estate.

Ci facevamo compagnia. Lui era un ottimo cuoco di cucina sichuanese, lei un’amorevole ragazza hainanese. Avevamo messo su una famiglia, ci comportavamo come se lo fossimo stati. E lo eravamo in un certo senso.

Passavamo molto tempo a discorrere di Taoismo io e Lulu, e non mi stancavo mai di sentire le sue storie del Sichuan, di quando viveva ancora a Chengdu, di quando aveva ancora i capelli lunghi e vendeva bong e chilum in un centro commerciale, in centro città, fino a quando non ebbe l’illuminazione. Era un tipo in gamba, di cuore.

“DeLuFa, ti va un po’ di cha (tè in cinese) ?”

“Va bene, quale facciamo? Puer, Lulu, ti va?”

“Hao ya! (Va bene) Mentre bolle, ti va di andare a comprare le sigarette? sono finite.” La stamberga delle sigarette era strillante come al solito. Giovani locali, vestiti tutti uguali, come i giovani locali che passeggiano lungo le nostre vie delle città occidentali sono vestiti tutti uguali. Fumavano, presi da febbri misteriose, pensieri semplici e affilati da stimolanti. Bastava guardarli negli occhi per capire. Erano anime dirette, destrutturate, semplici come una lama che entra nel costato piano piano. Eppure sembravano così felici, ignari di tutto quel che c’è fuori. Verso nord verso sud, verso dove vuoi tu.

I loro volti mi rammentavano sempre il dono del presente. Dovevo in ogni modo riuscire a festeggiare quell’altra giornata da leoni. Giornata di libertà e di onde solitarie autosrotolantesi su un fondale piatto e bianco.

Il tè ormai era quasi pronto e Lulu canticchiava come suo solito seduto sulla sua solita sedia a girare una nuova trella. Era stato un bassista professionista quand’era ventenne. Suonava nei migliori locali di Chengdu. Lo aveva fatto per anni, prima di ammalarsi di depressione. Niente aveva più senso per lui. La città lo opprimeva.

Le grandi città cinesi sono infatti come grandi culi d’elefante. Oppure pensatele così: come un marasma di energie negative che si mischiano l’un l’altra e cercano di divorare quelle positive, per poi defecarle immondizia dal loro grande orifizio economico commercial-anale. Città luci nella nebbia, fari lontani che non salvano.

Molto lontani.

E così, anche Lulu era un riconvertito, uno che aveva visto, che aveva capito, silenziosamente intravisto una via di fuga all’interno di questo enorme meccanismo senza senso della vita del Duemila. Uomini come macchine che alimentano serbatoi di altre macchine. Che lavorano solo per pagarsi debiti e non hanno tempo per se stessi, per la famiglia, per i figli, per la gloria, per la giustizia, per l’arte, per lo spirito, per il futuro. Non hanno tempo per il futuro. Non vivono. Annichiliti in bare trasparenti, i cui gli occhi sono due miseri e piccoli spiragli. Occhielli sul mondo che se ne va. Distruzione spirituale al cubo! Zombies!

Anche Lulu lo aveva capito! Bisognava partire, anzi dipartire!

Risvegliarsi dall’incanto.

Città che non funzionano più, qui là ora, adesso. Domani?

Consci del dolore che questo olocausto spirituale provocava in noi, nel nostro profondo, consci del soffocamento che questo Nulla planetario provoca sulle menti di tutti, noi celebravamo la vita! Soli sperduti, ai margini del mondo e della società, noi inneggiavamo all’attimo che passava e diceva “Hey, dude, alzati! Diamine! Sei ancora vivo, ma non lo vedi?”.

Dovevamo celebrare ogni istante di questa vita semplice – e monotona? Sì, monotona se volete! – Celebrare questa monotonia del vivere, serenamente, lontani dall’incombenza di tutto un resto, di tutte quelle aspettative, di tutte quelle speranze e di tutte quelle tensioni dell’essere (che abbiamo confuso con l’avere) in cui no, noi non ci riconoscevamo più! Né in Oriente, né in Occidente.

Ci hanno fottuto il mondo, fratelli! Non ve ne siete accorti? E che cosa contiamo di fare per riprendercelo? Per riprenderci quello che noi siamo! Niente?

Insetti come pachidermi, enormi, voraci, con gambe schifose, pelose e putride, divorano le coscienze. Incombono su di noi, sotto la nostra pelle e s’insinuano, strisciando tra ogni capillare, ogni vena, ogni cartilagine. Al ritmo di un battito di cuore. Vermi, vermi nelle ossa e nella carne! Infezioni che dobbiamo debellare, demoni terrestri assetati di vendetta!

Il pachiderma della distruzione umana, dell’inquinamento globale, della morte, dell’ombra del partito e di tutti i partiti, incombeva ogni istante sulla bellezza di quell’angolo di paradiso. E noi? Noi celebravamo ogni respiro, come fosse l’ultimo. Fino al raggiungimento del prossimo nome, al prossimo lettino, fino al prossimo ritorno, alla prossima famiglia, al prossimo essere parte di questo infinito continuum d’esistenze che si ripete fino all’ultimo giorno della nostra cecità spirituale. Fino all’ultimo respiro! E tu respira non lasciandoti dire quel che è bene e quel che è male! L’uomo lo sa istintivamente distinguire, così è sempre è stato e così sempre sarà. La mela dell’albero della conoscenza è un tabu che ritorna, che incombe di continuo sui nostri colli come una ghigliottina, non di liberazione però, ma d’oppressione e menzogna!

Le giornate si strotolavano lentamente seguendo la marea. Si allungavano e si ritiravano in momenti di gioia. Quella vera, che si nasconde in ogni anfratto del tuo corpo e che appare nuovamente, quando deve, senza bussare. Lasciando senza fiato! Rivelazione della meraviglia! Del resto non ci sono porte tra l’anima e il resto. Quando deve ricordarci chi siamo e cosa facciamo, siamo fottuti, appare in un voilà ! “DeLuFaaaaa! Sbrigati, dai che è pronto il tè!” mi chiamava Lulu, senza neanche affacciarsi dalla balaustra del terrazzo. Non c’era bisogno, ero là a pochi passi.

Sapeva che potevo sentirlo lungo tutta la via, a meno che non stessi bighellonando nel paradiso artificiale gratuito della mia mente. Cosa che spesso faccio, sapete. Saper vedere è come un’arte. Così come lo è preparare il tè. E LuLu era un maestro in questo. Come moltissimi sichuanesi amava spasmodicamente il tè, ne vanno matti. “Arrrrriiiivoooo fratello!” risposi correndo per finta.

Non vi era motivo per correre, ero a soli dieci metri più scale sabbiose. Quelle di cui vi avevo parlato, color sabbia senza sabbia. Grazie peli!

“Libera la tua mente se vuoi veramente usare la testa, DeLuFa! Dai su, passami il tuo bicchiere”. E io tacevo.

Erano questi gli echi della nostra quotidianità. Balordamente liberi di costrizioni sociali! Si fottano i possessori di controllo. Schiavi schiavisti schiavizzati.

C’erano periodi e periodi.

Mode passeggere e anche voglie di cambiamento in quella perenne stasi tropicale. Talvolta ci riunivamo sul terrazzo iperspaziale di casa, e passavamo serate intere a parlare di oceano, di onde, facendo musica. Talvolta cercavamo la verità sul fondo di tutte le bottiglie del nostro vicinato. Andavamo dall’“arrosticinaro”, l’equivalente del notturno “zozzone” romano. Quello che di notte, non dorme mai. Che poteva solo fare quello, oppure il ladro o il killer di professione. E invece no, ha scelto di cucinare per tutti. Quello che ti prepara l’impossibile solamente comprendendo il tuo sguardo perso nel vuoto della notte e le tue pupille rosse fuoco. Anche quando non ti esprimi in maniera chiara, grammaticalmente e semanticamente corretta, lui capisce e realizza tutti i desideri, scioglie tutte le fami chimiche. Quelle Verdi, quelle gialle e quelle blu. Che non siano angeli caduti dal cielo?

In quel periodo ci vedevamo talvolta poi al Nanuna.

Un piccolo hotel per vagabondi, per surfisti, a pochi passi da casa. Una terrazza sulla spiaggia. Camminando a passo lento, scalzo, dinoccolato, ci mettevo trentacinquesecondi incluso saluto ai bambini e alle ragazze della casa di fronte.

Vi era un’atmosfera distensiva e familiare. Addirittura una grande piscina sull’orizzonte. Dall’acqua si poteva ammirare tutta la maestosità della Baia
dell’Imperatrice. Era uno dei nostri punti di ritrovo imprescindibili.

Sdraio malconce si gongolavano di fronte al bar non desiderose di nessuno a sederle. Un bancone in legno martoriato, lungo cinque metri, ricavato dalle assi che i pescatori avevano utilizzato in passato per raggiungere, da una banchina del porticciolo, le barche in mare. Le loro passerelle erano diventate le nostre passerelle verso il mondo dell’infinito. Su quei legni passavano bicchieri di ogni forma e dimensione, di ogni colore. Sabbie dorate e polveri di tabacco. Tutto rimaneva in quel legno e tutto spariva, fino al prossimo giro. Un legno scurissimo, vecchissimo e, a sentir dire loro, vivo. Al suo interno si nascondevano gli spiriti degli uomini morti in mare, che avevano ancora fame di vita. E noi li nutrivamo col rum, ogni notte fino quasi all’alba, fino al richiamo del mare e del surf.

Sanwa, ovviamente, era uno dei soci fondatori del Nanuna. Quella era casa sua. Ci aveva vissuto anche fisicamente qualche anno, con la sua ex, XiaoJin, la ragazza che aveva dato il nome allo spot davanti casa. Che poi è anche davanti al Nanuna.

Sanwa aveva investito, pulendoli, parte dei soldi guadagnati durante la sua attività clandestina di Chengdu. E spessissimo alcuni suoi pengyou (amici) lo venivano a trovare. Ingresso, saluto e panza all’aria. Mostravano i propri dragoni tatuati dietro le spalle taurine, ed enormi mazzi di soldi apparivano fuori dalle tasche. Fumi infiniti di sigarette. Questo il loro stile, condito con qualche cicciotta tastata di culo alle loro geishe personali, ragazze che era meglio non fissare troppo. Dopodiché si tuffavano subito nel gioco. Carte. La loro passione era nelle carte e nelle montagne di soldi facili tramite le carte. Le sigarette ipnotizzavano, creavano atmosfera, l’alcol era un deterrente. Serviva a rifiutare di avere un domani. Se ne ingurgitava quantità tali da chiedersi, lucidamente una domanda “Perché?”. Non avevano bisogno di altro, solo di soldi, di sesso, e di morte.

E furono proprio i soldi a convincere Sanwa a lasciare il suo amato Nanuna. Tutti quegli anni passati, gli avevano lasciato una forte malinconia. Xiaojin se n’era andata, pare a Guilin, nella natura incontaminata. Troppi ricordi per lui, voleva voltare pagina senza andare troppo lontano. Rimettersi in gioco, sempre. Conosco Sanwa, la mia offerta capitò come una chiamata del destino.

 

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.2   

Inizia ad ascoltare gli audio capitoli letti da me. Verranno pian piano uploadati su Youtube.

Segui il link  Parte Prima – Capitolo 1

 

2 pensieri riguardo “Parte Prima – Capitolo 2.2”

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