Parte Prima – Capitolo 2 . 1

2.

“Ei Sanwa, che ne diresti se aprissimo un ostello assieme? Ho già il nome!” dissi, mentre mi tenevo in equilibrio sulla tavola. Mi aiutavo con entrambe le gambe facendo dei piccoli cerchi concentrici, per mantenere la posizione frontale rispetto a lui e alla spiaggia.

“Cosa? Aprire un ostello io e te? Sei sicuro? Non è che poi… arriva arriva arrivaaaa!” urlò osservando la linea dell’orizzonte e indicando fuori, verso il largo. Girai la testa e la vidi, era splendida! La mia onda!

“Miaaaaaa!” gridai come un guerriero Sioux.

Sì, perché quando prendi un’onda, esattamente nel momento del takeoff (partenza) senti il mare risucchiarti e spingerti via, mollarti via come un totem di legno, come un regalo al cosmo, libero di fluttuare sulla terra, sospeso tra il sopra e il sotto. Come se poi ci fosse una qualche differenza!

Che onda fantastica! Calda avvolgente come le gambe lisce e vellutate di una ventenne. E me l’aveva donata l’Oceano Pacifico e Sanwa.

La tavola slittava su per la parete dell’onda come se quest’ultima fosse di burro. L’acqua liscia come olio e il leggero vento offshore (da terra) arricchivano il momento donando perle di perfezione al tempo senza tempo della nostra surfata.

I nostri movimenti erano fluidi, lenti. Andavamo su e giù dalla cresta, “ecco ci sono, passo crociato fino alla punta” per poi fermarsi, guardare, occhieggiare e tornare in dietro. Respirare. Respirare. E poi di nuovo verso la prossima corsa tra spruzzi di gioia. Tornai pagagliando nuovamente verso la line up (la linea immaginaria dove i surfisti aspettano le onde frangere) ancora col fiatone in gola, eccitato e felice, provai a prenderne un’altra “Me lo sta chiedendo lei di prenderla, è lei che vuole me!” pensai. Ma caddi indegnamente all’indietro come un sacco di patate, ridendo.

“Ah ah ah , che cretino che sei, ma quando imparerai a surfare degnamente?” . “Lascia perdere Sanwa, il surf non è uno sport per tecnici, quelli sono i medici del surf o gli ingegneri dell’idrodinamica. Io sono un poeta! Percepisco l’onda non coi piedi ma con l’anima! Importante è cavalcarla con lo spirito, le gambe seguiranno e se non lo faranno, vuol dire che non importava poi tanto farlo”.

Neanche mi ascoltava più, già guardava a largo per vedere apparire la prossima goduria liquida.

Non ripetei, lo lasciai stare. Gli lasciai guardare l’orizzonte, godersi la sua dose giornaliera di felicità senza più distrarlo.

Diventiamo tutti bambini mentre aspettiamo la prossima onda, mentre galleggiamo sulle nostre tavole a largo. Bambini alla ricerca di risposte indecifrabili, misteriose, ma pur sempre risposte. Segnali morse dall’universo. Onde cosmiche.

“Allora, vuoi metter su un nuovo ostello qui nella baia…” disse, con il suo tipico modo pacato e un po’ insofferente. Era incredibile come ci riuscisse senza farsi mandare a quel paese da nessuno. Un vero maestro di dialettica dell’offesa e quando voleva diventava affilato come una lama.

“Quella era l’intenzione – risposi – E poi tu lo sai, già viviamo questa vita, ci si adatterebbe perfettamente addosso, a me cioè, a te forse un meno! ah ah ah no dai scherzo… che ne dici Sange? Apriamo un surf hostel assieme?”

Chi era Sanwa?

Era un tipo ambiguo, tutti lo chiamavano anche SanGE, che in cinese vuol dire letteralmente fratello terzo, sebbene non si sia mai saputo dove fossero andati a finire gli altri due. In Cina infatti, gli amici più grandi d’età solitamente vengono chiamati ge, fratello maggiore, in segno di rispetto. Così se tu ti chiamassi John, potresti essere chiamato amichevolmente, dai buoni amici, John Ge, che vuol dire, appunto, Fratello John. Può sembrare una reminiscenza comunista, ma in realtà non lo è. In cinese ci sono altri termini per quello.

Sanwa veniva dalla città di Chengdu, provincia del Sichuan, nel sud ovest del Paese, al confine col Tibet e con lo Yunnan. A un certo punto decise di trasferirsi, dalla sua città natale, nel paesino sperduto di Houhai, sull’isola di Hainan. Un coriandolo tropicale di terra sotto Hong Kong, sul parallelo di Hanoi, capitale del Vietnam. È la provincia più meridionale della Cina, ultimo avamposto dell’Impero capital-maoista. Sanwa era un ex malavitoso, gestiva bische clandestine, ma sostanzialmente era un buon uomo. Che io sappia non è mai stato fisicamente violento con nessuno. Era sempre pieno di strategie, questo sì! E un uomo d’affari cinese, che agisce in Cina, accerchiato da altri cinesi assetatidisoldi, ne ha tremendamente bisogno! Un fattore di sopravvivenza in un ambiente ostile. E Sanwa era un giovane imprenditore che si era fatto da sé. Non aveva creato imperi economici, come molti desiderano oggigiorno in Cina, ma quel poco che aveva concretizzato, lo aveva, deliberatamente e faticosamente, realizzato lui, con le sue mani. Sempre a spese degli altri ovviamente! Aveva tirato diverse sòle in giro, tradito per affari certamente, e serpenteggiava continuamente alla ricerca di un nuovo affare. Questo lo sapevo, ma non me ne curavo. Gli volevo bene, nonostante tutto, era come un fratello Sange.

Col tempo imparai che i cinesi difficilmente rispondono subito a una proposta, a una domanda, se non sono sicuri lasciano correre. Questa è una loro caratteristica, un’abitudine che, dobbiamo ammettere, li rende a volte più saggi di noi occidentali, che tanto amiamo parlare, parlare parlare, specialmente a sproposito, quando in realtà, sarebbe meglio tacere e riflettere. Così Sange non mi rispose subito. Continuò a surfare, e le onde non si fermavano mai. La nostra era una baia benedetta. Specialmente nei mesi da Novembre ad Aprile, le onde non finiscono mai. È un continuo lavoro di scavo, d’impastamento di sabbia. Le onde erano talvolta aggressive per essere un beachbreak cinese (certo non come quelle di Ocean Beach a San Francisco!), ma pur sempre onde rispettabili e potenzialmente pericolose. Sul lato destro della baia, vi era una insidiosa risacca, talvolta con muri d’acqua di due o tre metri. Non parliamone poi durante i tifoni. Le masse d’acqua superavano se stesse in volontà di potenza. Come pavoni arricciati che si mostrano in stato di grazia su di un piedistallo.

“Questa è mia però!” disse, ansimando e cercando di prendere la prossima in arrivo dal suo orizzonte visibile.

“Yeaaaaahh! Fratello dai!” incitandolo. L’aveva presa sì, presa benissimo, come al suo solito… in testa! La sua longboard si era impuntata creando una scena ilare. Avevo visto la faccia di Sange ingrugnirsi e prepararsi all’impatto, mentre la sua tavola prima andava giù, in avanti dentro l’acqua, per poi venir schizzata in alto come una pallina di carta lanciata da una cerbottana. Bisogna stare attenti in questi casi. Le tavole ricadendo possono colpire dritto dritto la testa. Ma questo lui lo sapeva. Anche se non aveva mai imparato veramente a surfare, era abilissimo nel proteggersi, nel prenderla con filosofia. Era già tanto, anzi tantissimo, che un cinese proveniente da Chengdu (dove l’oceano dista migliaia di chilometri), salisse su di un “legno” per surfare.

Ho sempre avuto l’impressione che volesse scappare da qualche pensiero che lo opprimeva gravemente in città. Non ho mai saputo cosa, ma in fin dei conti, tutti vogliamo scappare da qualcosa. Da qualche miraggio di sconfitta. Dall’insofferenza nei confronti di questa società che non funziona, che si è dimenticata del suo scopo ultimo e primo. Sostenere i suoi figli, aiutarsi a vicenda.

Ma non tutti per questo cominciano a fare surf e non tutti prendono le tavole in bocca mentre si viene frullati dentro una poderosa risacca. Anche quella era una gioia profonda. Nessun semaforo rosso all’orizzonte. Nessun cartellino da timbrare. Il blu. Sanwa era più grande di me di quasi dieci anni, fisico da giocatore di bisca, fumava come un turco (o meglio dire come un cinese), beveva come solo un giocatore di bisca sa fare. E come un vero giocatore da bisca sapeva rimanere lucido. Un tipo intelligente e amabile, curioso del mondo, e della gente del mondo. Un viaggiatore a suo modo, anche se non si era mai allontanato dalla sua terra. Non poteva lasciare sua figlia, diceva. Viaggiava attraverso gli occhi e i racconti della gente, dei suoi amici stranieri, dei vagabondi che capitavano lungo il suo sentiero di vita. Insomma, era Sanwa.

“Coff Coff” aveva bevuto quasi tutta l’acqua della baia. E che splendida baia era quella di Huanghou (letteralmente Baia dell’Imperatrice).

Oggi pare stia subendo l’influsso malefico dei soldi, dei tanti capitali provenienti dal Continente, dalla Cina. Lo sviluppo edilizio e il deturpamento naturalistico sono alle porte. Hanno già bussato e gli si sta aprendo piano piano. Avevo intravisto qualche cambiamento mentre abitavo là, ma non volli fissarci lo sguardo sopra, faceva troppo male. Oggi chissà, già sarà iniziata una massiccia cementificazione, l’ennesima distruzione in nome di un progresso che ci porterà tutti a dover vendere bottiglie di verde e di ossigeno.

I cinesi del XXI secolo, purtroppo, sono specialisti della distruzione. Riescono velocemente a rovinare bellezze naturalistiche mozzafiato, amano spasmodicamente il denaro e trovano soluzioni imprenditoriali dovunque e comunque a qualunque costo. Storicamente hanno dovuto subire sempre e questo loro senso di oppressione, questo dover ingurgitare sempre, questo dover mandare sempre giù, li ha trasformati in automini. Uomini che non sono più uomini, che si sono dimenticati di essere, senza nessun sentimento, senza empatia, senza speranza. Non tutti hanno subìto questa trasformazione, ovviamente, ma i pochi superstiti brancolano tra le vie annichiliti.

Magico, quel momento storico era magico. La concrezione temporale in cui andavamo a insinuarci piano piano, fluidamente, era perfetta. Un bimbo nato da una conchiglia smagliante. Ci trovavamo in una nuova golden age. Come negli anni Sessanta, negli Stati Uniti, quando sulla West Coast Jim Morrison andava cantando “The west is the best!”. Era il millenovecentosessantasette e la febbre del surf e della controcultura si stave già poltigliando da anni in tutti gli States e, lentamente, si espandeva in giro per il mondo. L’Indonesia, Goa, Maui, le Azzorre, erano già divenute la Mecca di tutti gli hippies, gli storm riders, i cavalieri della tempesta dell’epoca.

Certo noi, che non avevamo vissuto direttamente il fermento di quegli anni, potevamo solamente immaginare l’elettricità che si respirava in quei frangenti, ma eravamo sicuri, si poteva sentire, palpare con mano quell’energia, quella stessa energia, aveva volato oltre lo spazio e il tempo e si stava mostrando altrove. In un paesino di pescatori, da cui tutto iniziò di nuovo. Era la California del surf orientale, l’alba kubrickiana della controcultura cinese. Le masse di giovani stavano per assumere una formazione diversa. I giovani erano pronti al grande balzo dalla testa del leone. Un leone marino. Avevano subito torti di cui non avevano colpa. Spiravano di energia repressa da troppo troppo tempo.

Era quello dell’estate senza fine del Duemilatredici un tempo magico, come una vibrazione universale, illuminazione animale, dematerializzazione sovrastrutturale, amore amore amore.

Un nuovo fermento, un periodo artistico giovanile che, appunto, dalla California si stava riversando dritta attraverso noi. Era una beat revolution asiatica, dove anche lo spirito musicale dei grandi, dei Doors, dei Jefferson Airplane, di Jimi Hendrix e il grido “Don’t drop that H-bomb on me!” dei Country Joe & The Fish riecheggiavano tra vicolo e vicolo di un villaggio di pescatori nello sperduto sud-est asiatico, in Cina. Perché? Perché eravamo proprio là? Cosa dovevamo compiere o cosa stavamo seguendo? Perché questo infinito intrecciarsi di esistenze e di anelli ci aveva mostrato quel sentire? Tutti d’altronde ci poniamo le stesse domande di sempre e rimaniamo sempre senza risposta. Forse non dovremmo porci nessuna domanda. Forse, essendo noi i plasmatori del nostro destino e del mondo intero, non abbiamo bisogno di porci domande e dovremmo solo fare. D’altronde non ci sono risposte per chi non conosce la domanda giusta da porre.

La rivoluzione delle droghe psichedeliche, dell’amore e della gioia di vivere erano dietro ogni angolo, in ogni elemento dell’aria e dell’acqua. Gli hippies, i capelloni americani che da tutti gli Stati Uniti si riunivano per ricreare quel senso di fratellanza e di unione, che l’umanità aveva perduto e ritrovato e poi riperduto nel corso della storia, ora assumevano occhi a mandorla e parlavano una lingua ideogrammatica. Ai più indecifrabile.

La prima e la seconda guerra mondiale avevano creato delle fratture profonde nella coscienza umana, di lì a poco il Vietnam ne avrebbe riprodotte di nuove, annientando la generazione che forse più di tutte aveva urlano “not in my name!”.

Nel frattempo, negli stessi anni Sessanta, in Cina, i giovani, con enormi sofferenze, passavano lungo un cinquantennio comunista, malnutrito e radicale. Sotto le ali di ferro del grande fratello visionario Mao. Quando era al governo, il suo grande balzo, provocò milioni di morti e inenarrabili violenze. La sua rivoluzione culturale massacrò intellettuali, artisti, musicisti, dissidenti. Ogni espressione del sé, dello spirituale e del divino, era bandita. Censurata. Smembrata. Schiacciata.

E io, nel mio piccolo, vivendo in Cina, potevo vedere tutto il loro passato di sofferenza della gente, nei loro occhi allungati. Mentre anche i mattoni delle case e delle strade parlavano con attenzione, guardandosi attorno, guardando alla porta, che non entrasse o uscisse nessuno, per paura.

Bisognava parlare poco, parlare poco. Tanto bastava già a far intendere significati, ad istillare dubbi. Tanto bastava per essere incolpati e portati via. Tanto bastava per far abbattere e bruciare i mobili delle proprie povere case. Non c’era certezza. Al di qua del muro nessuna certezza.

“Io non ho detto questo! Assolutamente!” una delle solite scappatoie con la lingua cinese. Con i cinesi. E si può sempre fingere di non capire fino alla fine, fino a trovare una via di fuga. Prendere tempo, pensare, per aver salva la vita o la faccia.

“Yo no hablo el cino senor!” Più o meno così! Fingere di non sapere, così come fanno loro. Fingere di non capire, così come fanno loro! Ma fingere di non sentire e di non vedere? Ce la fareste?

Tutto questo passato di dolore nazionale, tutto questo fermento internazionale, tutte queste energie erano ghiacciate, incatenate, in un parallelo spazio-tempo, e si stavano sciogliendo al caldo tropicale di un villaggio di pescatori. A Houhai.

Si poteva avvertire questo flusso come plasma nell’aria.

Il tempo ci sorrideva, ci aveva chiamati per insegnare a qualcuno qualcosa. Forse a noi stessi. Insegnare a noi stessi come vivere veramente, come essere veramente. Avreste potuto incontrare e passare ore e ore, nottate intere a parlare di quest’energia, di questa sensazione con il vecchio Steven, un altro cercatore di pepite invisibili.

Steven era un giovane canadese, anche lui surfista nonché grande batterista. Aveva il beat nel sangue.

Si era trasferito a Houhai dopo innumerevoli peripezie asiatiche e dopo una vita spesa alle Hawaii cercando di fare qualche soldo nel ramo immobiliare.

Ma l’ho visto sempre suonare e sorridere, e non penso abbia mai fatto grandi affari. Forse un giorno li farà, ne sono certo. Era più grande di me di qualche anno, nato verso la fine dei Sessanta, e aveva aperto la più bella frutteria della storia, nella nostra California cinese. Vendeva manghi, splendidi profumatissimi manghi, grossi, piccoli, rossi, rosa, verdi, con sfumature d’oro e rubino. Era forte Steven, un essere spirituale che infondeva pace. La sapeva lunga. Rimaneva ore e ore sulla sua sedia a dondolo nella calura, occhiali da sole alla Neo, ascoltando musica reggae o musica indiana, e salutava sempre con un largo sorriso. Perfettamente a suo agio nel momento presente. Ricordo il modo in cui pronunciava anche solo la parola now, allargando oltremodo le labbra come a creare un perfetto cerchio con la sua bocca, come per dare maggior tempo e pathos al suo semplice suono. “Now!” “Ora!”. Un cerchio di presenza.

Vedeva le essenze e continua a vederle, nella sua ricerca continua. Sembra sia ancora in viaggio, da qualche parte in Indonesia o Malesia, Thailandia, forse è a Bangkok. Ci rincontreremo, Steven. Ed eccoti qui, che sorridi di nuovo, mentre io scrivo di te.

Storie di fantasmi, di suggestioni marine si narravano la notte, tra le viuzze del paese, una strega occhieggiava nell’oscurità e mi scrutava. Ancora posso sentire il suo sguardo buio mentre batto sul computer questa storia. Lei sapeva, per questo l’anno uccisa. Povera strega, nessun rispetto ormai anche per la magia!

Sapeva che le avrei voluto portare un dono, eppure allora non sapevo lei fosse una figlia della luna. Avrei voluto portarle un po’ di frutta, solo un po’ di dolcezza per una vecchia sola.

Non l’ho mai fatto.

Poi un giorno ho sentito le ruspe buttare giù la sua umile catapecchia. Non era più grande di una stanza, un vero tugurio.

Una vita onorevole in un villaggio di poveri pescatori. Pescatori che sanno sempre tutto, non solo il modificarsi dei venti attraverso il semplice volo degli uccelli. I pescatori sanno sempre tutto, ne sono sicuro. Glielo rivela il mare. Chi va per mare conosce bene il silenzio, e solo il silenzio, sul mare, fa trapelare cose, informazioni, intuizioni… verità. Verità, una parola troppo grande per me.

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Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima – Capitolo 2.1

2 pensieri riguardo “Parte Prima – Capitolo 2 . 1”

  1. Francesco… una piacevole sorpresa scoprirti sulla rete come autore di questa delicatissima biografia nella quale riconosco le atmosfere e i caratteri descritti frequentando Hainan ormai da anni. Pregi e difetti di questo angolo di Cina che non ti aspetti, vanno scoperti tra le righe della tua sensibile e arguta narrazione… grande… sei uno stimolo per lo scrittore che è in ognuno di noi… e hai anche tracciato un “metodo” che sarà sicuramente seguito da molti… forse da me per primo.
    Ciao Paolo

    1. Ciao Paolo! Grazie! Cerco semplicemente di fare quello che si dovrebbe fare invece di appecoronarmi. L’editoria ormai non è altro che un sistema malato, politico, commerciale, non meritocratico, clientelare, potremmo anche dire, mafioso. Mentre invece pensiero, letteratura, poesia dovrebbero essere democratici e non controllati da gruppi d’investimento che squaleggiano senza ritegno. Forse anche senza consapevolezza. Magari non sanno di non sapere.
      Dobbiamo destituirli, bypassarli, togliergli potere. Come? Non riconoscendo loro più nessun tipo di autorità. Dobbiamo togliere loro potere. Non concedendoglielo più.

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