Parte Prima – Capitolo 1

1.

Le palme ondeggiavano dolcemente. L’aria entrava fresca in gola per la prima volta, come se prima d’allora non ci fosse mai stata né aria né gola. Era una respirazione differente, nuova.

Al di là della spiaggia un giardino curato, naturalmente curato. Il verde spumeggiava di un verde smeraldino come le onde del mare e le nuvole erano alianti senza ali. Erano loro a spingere il vento e a creare quella dimensione che nei sogni si riconosce come sogno. Eppure ero sveglio. Lontano da Pechino, lontano dalle tempeste di sabbia, lontano dal tumulto dell’ansia e dal grido strozzato della sua notte nero pece. Le industrie erano ancora là, ma i fumi e gli odori delle viuzze del Gulou non mi raggiungevano più e io tornavo a essere libero come non ero mai stato prima.

Eppure una serie di pensieri, grovigli di forme geometriche, container in un alto mare, navi mercantili e marinai si susseguivano in un pensiero non pensiero che col pensiero avevano poco a che fare, ma affascinavano, erano un non pensiero cos ìcome può esserlo un dipinto al muro. Non ero più il me che conoscevo o che avevo conosciuto fino a quel momento. Ero un flusso di luce nella luce del meriggio e pulsavo. La luce stessa respirava con ritmicità. Soffusa, potente. Ero ricco di vita.

Sono sicuro che voi tutti abbiate sperimentato questa sensazione o che lo farete un giorno o l’altro, anche fosse il vostro ultimo giorno.

Avevo immerso i piedi tante volte nel mare, mai nel Mare della Cina del Sud. Erano in acqua pensavo, cercavo di muoverli, facevo ruotare le dita e tastavo la sabbia sotto la pianta. Non c’erano sassolini né ghiaia, solo sabbia, soffice, pura, molliccia. La stessa sabbia che si desidera quando si pensa a posti lontani, quando si vuole scappare da tutto e tutti, senza saper bene come fare, dove andare. Come quando si sa che bisogna partire. Andare via. Ecco, esattamente quella sabbia.

Potevo anche sentire il flusso caldo e avvolgente della corrente. Incredibile come questo mare, a mo’ di placenta di madre, fosse impercepibile! Incredibile come la mia epidermide non potesse percepirlo! L’acqua aveva la stessa temperatura del corpo o il corpo casualmente lo stesso dolce calore dell’acqua. Una vera libidine sensoriale! Come indossare un guanto di seta liquida. Matrioska di fluidi cosmici. Uomo, mente, mente, uomo, altro, l’Altro.

In quel momento pensai che mi sarei dovuto trasferire in quel luogo quanto prima. Avrei dovuto seguire quel flusso marino senza flusso, incondizionatamente. Perché avevo da fare. Era come un richiamo per me.

Dovevo seguire il tintinnoì che proveniva dalla caverna. “Liberati! Liberati!” una voce dal profondo “e seguimi”. “Sì ma quale voce? Sto forse impazzendo?” Un alito di vento mi fece trasalire.

L’aria era dolce, gli alberi forti e fieri, come soldati antichi, abbronzati da un sole sconosciuto. E fiori, fiori, tanti fiori. Nessun pesce nuotava durante l’ora della siesta. Eppure avrebbero dovuto, non vi erano umani, nessuna lenza, nessuna barca. Finalmente un po’ di libertà!

Mi voltai a guardarla. Mi osservava con fare interrogativo. Guardava un po’ me un po’ il sole mettendosi la mano davanti agli occhi, lasciando filtrare solamente alcuni raggi per truccarsi le palpebre con ombretti di luce.

Non percepiva evidentemente il profumo che il mio vergine naso stava sperimentando per la prima volta, il mio viso non aveva tradito il mio sentire.

“Andiamo via dai, sono stanca, torniamo più tardi, ho un forte mal di testa”. “Arrivo, eccomi…”, la presi per mano. Spalle all’oceano c’incamminammo verso l’albergo. Ogni tanto mi giravo per osservare lo splendore che là, si gongolava, cercando di ammaliarmi di nuovo. Quel mare mi chiamava a due mani, come un hawaiiana nuda, coperta di fiori profumati “Vieni! Vieni! Vieni da me!”.

Le onde si strusciavano le une sopra le altre e quel suono, quel suono maestoso proveniva da ovunque, da sopra da sotto dai lati, era come un tuono marino, un grido di delfino notturno. E io ho sempre avuto paura della notte se immerso in un liquido oscuro. Non si può infatti vedere cosa mai si aggiri sotto. Si è troppo fragili, decisamente troppo indifesi.

Tornammo all’albergo. Ero convinto che la mia prima sensazione si sarebbe rivelata essere un passaggio spazio-temporale. Sarei tornato a Sanya molto presto, quando meno me lo aspettavo, e dopo qualche anno mi ci trasferii per davvero. Testimonianza del volere?

Ni! Poichè il flusso della materia sconquassa i contorni. Ho sempre creduto che la materia solida, le pietre anche, tutto, noi stessi, fluiamo all’unisono. Anche se quel giorno non pensai nulla di tutto questo, ero tutto questo senza saperlo. O per lo meno senza saperlo ancora. Ero un turista stanco e impagliato, questo ero. Un bel cappello sulla zucca, un sorriso a quattrocento denti, gambe svelte a muoversi in diverse direzioni per scoprire differenti e nuove situazioni: i locali, la frutta, la gente, un volo di uccello, differenti sorrisi, cibi, lussi, droghe, animali e così via. Seguivo il mio destino. Cosa avreste fatto voi?

Ero giunto lì dopo quasi quattro ore di volo, da Pechino, la Città del Nord (in cinese BeiJing, Bei vuol dire Nord e Jing città), metropoli lugubre e misteriosa, antica e spasmodicamente plastificata.

Durante le primavere il cielo si vestiva di arancione, arancione giallo e ocra… come il colore della sabbia del Gobi che, trasportata dai venti settentrionali, volava sulla città coprendo tutto. Venti che parlavano molteplici lingue, percorrendo sterminate distanze, valicando monti e lontane steppe. Luoghi in cui gli eserciti del Grande Khan avevano cavalcato sfidando il vento freddo in gola, succhiando sangue di cavallo, massacrando oppressori e traditori, ladri e fuggiaschi. Si poteva fantasticare il suono di nenie mongole e di canti siberiani. Niente più selle oggi, niente più onore, i nemici sono nascosti e invisibili.

A Pechino i sellini delle biciclette, le macchine e le luci venivano filtrate come attraverso un velo fitto; lo smog, infatti, si mischiava alla luminosità della sabbia a filtrare le insegne al neon delle strade. Mancava solamente che la gente cominciasse a correre atterrita gridando “L’Apocalisse! L’Apocalisse è arrivata! Scappate gente!” per rispettare il vecchio libretto di Giovanni e le sue futuristiche visioni.

Non era infatti quasi mai veramente giorno. Il sole lo si poteva investigare e scrutare anche a occhi nudi. La cappa dell’aria, malsana, cancerogena, era sempre lì, stagnante. Irrespirabile.

Ero in Cina, il paese di mezzo, per avventura e per disgusto della nostra Italia, del declino del nostro Occidente, abbandonato a se stesso. Da tutti noi incompreso. Il dolore aveva fatto da collante, e come diceva il mio amico Enrique “Usa il dolore, usa la rabbia!”. Soleva ripetermelo sempre quando c’incontravamo seduti su un divano da me o in rete, tra flussi elettronici di bit superveloci. Così feci. Partii. Ma questo avvenne dopo, o prima?

Ricordo ancora il primo corridoio d’aereo, la prima hostess, con il suo vestitino che sapeva, che serviva a coprire solo per l’occasione, mentre mi allontanavo da tutto il mondo conosciuto. Le lacrime scendevano libere, libere di affermare il mio io. Potevo dirlo forte.

“Ora partirò madre, ora partirò padre, ora partirò amici, ora partirò vecchi tutti, vecchi dentro, voi con le vostre lavatrici sempre pronte al lavaggio, le vostre convinzioni da pinacoteca, i vostri panini da paninoteca, voi che avete infangato la società con il vostro non voler fare e il non voler ascoltare. Che andate avanti senza porvi domande e che, quando lo fate, vi ponete domande errate. Voi! Voi! Che vi siete dimenticati di tutto quel che c’è stato. Che vi dimenticate dell’onore e del sangue, degli abissi e delle vette del nostro più profondo essere, voi, che non badate più all’oltreluogo, che non conoscete più l’oltreumano, che non conoscete l’oltretempo. In cui tutti siamo! Ma non lo sapete? A sì? Non lo sapete, allora tacete! Ascoltate! Ascoltate gente! Io me ne vado! V’interessa vero? Io me ne vado! C’incontreremo ancora prima o poi, ma sappiate una cosa, nessuno può scappare da se stesso, neanche voi che fingete di rimanere, voi fuggite più di me che vado via! Nessuno potrà mai scappare da se stesso. Né ora, né mai!”

Questo era il suono dei motori dell’aereoplano; un abbaiare rabbioso e di paura. Io che non ero mai riuscito ad aggredire nessuno, neanche verbalmente. Io che odiavo lo scontro, sì mi dava fastidio, e che non ho mai voluto fare la guerra tra uova.

Non rimaneva che partire, senza sapere quando tornare, senza sapere dove sarei andato, cosa avrei fatto, chi avrei abbracciato, in quali occhi mi sarei perso. Non mi restava che confidare. Delegare. Affidarmi al cosmo.

L’hostess mi portò il mio primo tè. Non era buono, mi sembrò crudo, duro, come un pugno allo stomaco. Molto forte per i miei gusti d’occidentale d’allora.

Solo dopo, anni dopo, cominciai ad apprezzare il suo istinto cinese. La sua verità cinese.

 

Karma Hostel di Francesco De Luca. Parte Prima. Capitolo 1

 

12 pensieri riguardo “Parte Prima – Capitolo 1”

  1. Un romanzo molto interessante. Dalla lettura dei primi capitoli, si percepisce immediatamente che l’autore conosce i luoghi molto bene e lo stile della narrazione è molto coinvolgente.
    La storia è intrinseca, apparentemente sembra narrare di surf, spiagge e mare e invece man mano la storia s’infittisce e lascia il lettore sospeso, come se da un momento all’altro potrebbe accadere qualsiasi cosa.
    Aspetto con curiosità di leggere i prossimi capitoli.

    “Diventiamo tutti bambini mentre aspettiamo la prossima onda, mentre galleggiamo sulle nostre tavole a largo. Bambini alla ricerca di risposte indecifrabili, misteriose, ma pur sempre risposte. Segnali morse dall’universo. Onde cosmiche.”

  2. Bell’inizio, subito coinvolgente…e appassionante. E io se non mi sento “rapita” dalla prima pagina di un romanzo non lo compro né lo prendo in prestito.
    Ho aspettato le vacanze di Natale per iniziare a leggere le tue pagine…e non sono rimasta delusa. Ora intendo assaporarlo piano, come una tazza di tè.

    Bravo! e grazie per averlo reso disponibile a tutti.
    RAFFA

    ps. se ti va ne posso parlare nel mio blog.

    1. Buongiorno, grazie. Allora se vuoi segui la storia ogni lunedì. Potrai scaricare il PDF delle singole uscite e stamparti il libro gratuitamente a casa.
      Ormai le case editrici controllano non solo il mercato, ma anche il modo di concepire la relazione tra autore e lettore. Ci hanno impoverito l’animo… la nostra è una reazione necessaria, e sacrosanta.
      Quando gli autori inizieranno a bypassare l’editore, il mercato e le logiche di potere, inizierà la risalita. Perché i lor controllori-da-strapazzo (che molti venerano) dovranno riconsiderare molte delle proprie decisioni e strategie! Bypassare il mercato, delegittimare l’editore! Questa è l’editoria 3.0!

  3. Coinvolgente sin dalle prime pagine,questo romanzo é veramente bello perche non solo ci fa conoscere la realta cinese nei suoi aspetti piu reconditi,ma soprattutto perche mette a nudo il sentire dell ‘autore dotato di profondi valori umani.

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